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The Fashionable Lampoon
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1969

La tempesta perfetta

LA TRIENNALE OCCUPATA
1968. GIANCARLO DE CARLO WITH STUDENTS
TRIENNALE OCCUPIED
TRIENNALE OCCUPIED

Text Gianni Biondillo

 

Ammetto che questa storia non la ricordavo. Conoscevo ogni singolo protagonista, per ragioni differenti – artisti, registi, architetti, designer – ma che nel maggio 1968, durante l’inaugurazione della XIV Triennale, il palazzo fu occupato, beh , ammetto, m’era passato di mente.

È stato come disseppellire un reperto della memoria collettiva che era rimasto lì, in attesa solo di essere riscoperto, rinarrato. Condiviso nuovamente.

Leggendo i materiali dell’epoca mi sono chiesto: poteva immaginare Giancarlo De Carlo, quando accettò l’incarico di curare la XIV edizione della Triennale di Milano di ritrovarsi nel cuore di una tempesta perfetta?

Che la mostra internazionale avesse come tema Il Grande Numero, che avesse coinvolto autori, artisti e architetti di vaglia – nomi come Arata Isozaki, Aldo van Eyck, il gruppo Archigram, Gyorgy Kepes, Hans Hollein, Marco Bellocchio, Renzo Piano – sembra non lo ricordi più nessuno. Ciò che resta negli annali è l’occupazione della sede progettata da Giovanni Muzio da parte di operai, studenti e artisti proprio il giorno dell’inaugurazione. Dieci giorni di occupazione, poi finalmente il riordino dalle devastazioni. Passò un mese prima che la mostra potesse finalmente riaprire. Ma ormai era troppo tardi. La Triennale che non vide mai nessuno entrò di diritto nella storia del costume nazionale e della cultura della contestazione giovanile.

Ho deciso di raccontare questo, dal vivo, di farne una lettura scenica allo spazio Agorà della Triennale, lì dove tutto accadde cinquant’anni fa. Raccontare come si è arrivati a quei giorni convulsi, eccentrici, all’apparenza lontani eppure germinativi di un modo nuovo di leggere la contemporaneità. Dopo mezzo secolo, fuori da interpretazioni ideologiche, forse anche con affetto, accompagnato dai paesaggi sonori di Painé Cuadrelli e i suoi scenari acustici che cercheranno di immergerci in un mondo che non c’è più. Ma che non è mai passato per davvero.