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adelaide striano

Marco Rea – Deconstructivism

Cover Lampoon by Marco Rea – IG marcorea_art

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Un visionario – l’arte di Marco Rea consiste nella reinterpretazione di immagini preesistenti, come copertine di riviste patinate e manifesti pubblicitari, che attraverso l’utilizzo di pittura spray vengono trasformati e alterati fino a perdere quasi del tutto la loro forma originale.

Come nasce la sua arte?
«Insieme a me. Ho sempre sentito il bisogno di disegnare, dipingere, sporcarmi le mani con i colori fin da bambino. Nasce da un’esigenza. Non potrei farne a meno».

 A quali artisti si è ispirato?
«L’ispirazione è ovunque quando l’arte è un pensiero fisso nella mente».

Cosa vuole trasmettere con le sue opere?
«Non ho nessun messaggio particolare. Chi guarda ci trova una propria chiave di lettura, che non sempre coincide con il mio pensiero. È questo il bello. La mia è una ricerca legata all’animo umano. Sono ossessionato dal fascino dei volti, dei corpi e di tutta quella geografia umana che distingue una persona dall’altra. Amo rimanere su quel filo che divide il figurativo dall’astratto, in equilibrio tra colori caldi e freddi. Tra corpo e anima. Tra perfetto e imperfetto».

Come potrebbe descrivere il suo percorso di crescita professionale?
«Lento e in salita. Mai nulla mi è stato regalato. Sono soddisfatto di ciò che creo, il resto ha poca importanza».

Come è iniziata la sua collaborazione con Nick Knight?
«Per creare le mie opere utilizzo manifesti pubblicitari sui quali dipingo con bombolette spray – in passato mi è capitato spesso di utilizzare pubblicità realizzate da Nick Knight. Credo che lui abbia visto il mio lavoro su Instagram, mi ha mandato una mail in cui diceva che apprezzava molto il mio lavoro e desiderava che collaborassi con SHOWstudio. Inaspettato e incredibile».

 Foto, pubblicità, magazine di moda sono la tua tela. Ha mai pensato di reinterpretare quadri?
«Sì, è in programma da tempo. Insieme ad altre mille idee».

Cosa pensa dell’arte contemporanea e quali sono secondo lei gli artisti di oggi?
«Mi sono laureato con una tesi in Arte del XXI Secolo, amo l’arte contemporanea. Mi appartiene e mi attrae molto più dell’arte classica e moderna».

Quali sono gli artisti di oggi?
«Uno è qui!».

Quali difficoltà ha riscontrato nel corso della sua carriera?
«Per prima cosa ho dovuto far capire ai miei genitori che l’arte era la mia vita, non sono così sicuro lo abbiano capito. Poi ho dovuto condividerlo con la mia città, Roma – anche in questo caso non credo il messaggio sia arrivato. Per fortuna l’hanno capito Londra, Berlino e gli Stati Uniti».

E il mondo del fashion.
«Utilizzando riviste di moda ho sempre temuto di avere qualche problema con i magazine, con i fotografi o con i grandi marchi, invece loro mi hanno ‘adottato’».

A quale pubblico sono indirizzate le sue opere?
«Alle persone sensibili che sanno ascoltare chi parla sottovoce, senza aver bisogno di urla, sensazionalismi ed effetti speciali».

Prossimi obiettivi?
«Vorrei continuare a collaborare con SHOWstudio. Sto anche lavorando a un progetto per Liberty London».

Images courtesy of the artist
@marcorea_art

Da Manet a Tode

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

La mostra dedicata agli artisti che hanno segnato la Storia dell’Arte Contemporanea.

Il Palazzo delle Arti ‘Beltrani’ di Trani, la perla dell’Adriatico, ospiterà per tre mesi le opere della collezione del Maestro William Tode.

Attraverso un percorso tra i grandi maestri del Novecento – Balla, Boccioni, Carrà, Manet e Renoir, la mostra vuole mettere in luce gli aspetti innovativi e essenziali per l’elaborazione di un’arte moderna, che evidenzia le connotazioni delle singole personalità.

Manet non ha mai voluto partecipare alle mostre indipendenti degli impressionisti. Era convinto che il campo di battaglia in cui far valere le proprie idee sulla pittura fosse il Salon.

«L’inconveniente dell’Italia? È troppo bella», dichiarava Pierre-Auguste Renoir, non senza il gusto del paradosso, al tramonto della sua vita. L’unico soggiorno dell’artista in terra italiana risale all’inverno del 1881. In poco meno di quattro mesi, il pittore francese visita Venezia, forse Firenze, Roma, Napoli, Capri e Palermo. Viaggio che l’artista stesso giudica di grande impatto nella [sua] evoluzione. Ricco di scoperte estetiche, che non solo rafforzano intuizioni e opinioni del passato, ma che modificano e alimentano in maniera duratura la sua arte. «Ritorniamo sempre ai nostri primi amori ma con qualche dettaglio in più», dirà in sintesi Renoir.

Per il pubblico italiano questa mostra è l’occasione, rara, per ammirare i suoi dipinti. Un impressionista capace di sconvolgere le regole stesse della rappresentazione e al contempo cultore della bella tradizione.

Sin dai primi anni settanta del XIX secolo, Cézanne, a contatto con Pissarro, ha schiarito la sua tavolozza. Appare tuttavia chiaro che l’artista si sottrae all’influsso dell’impressionismo, soprattutto con l’abolizione della prospettiva tradizionale e con la sintetizzazione dei diversi piani. La composizione è divisa in quattro zone distinte: la riva, dipinta con un impasto spesso, la parte più carica; la superficie liscia dell’acqua; la catena montuosa e la sottile striscia di cielo. Tutte le linee convergono verso un punto situato al di fuori della cornice, sulla sinistra, dove il golfo si restringe. La visione troncata del soggetto raffigurato, tagliato in modo arbitrario dallo spazio del quadro. Tipica.

Da Manet a Tode
Dal postimpressionismo al neorealismo
I grandi maestri del novecento

Palazzo delle Arti ‘Beltrani’
Via Beltrani 51 – Trani BT

17 giugno – 31 agosto 2017

Orari: Martedì – Domenica 10.00 – 18.00

Images courtesy of Press Office
www.palazzodelleartibeltrani.it

Holly Nichols Interview

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Holly Nichols, 26 anni di Boston. Illustratrice che ha collaborato con Lampoon.it in occasione di The Dot Circle. Holly è appassionata di moda e di arte. Nelle sue illustrazioni questi due mondi si uniscono. La peculiarità delle sue creazioni sono elementi di natura reale all’interno del disegno, come i petali di rosa. Collabora e realizza campagne anche per TRESemmé, Saks Fifth Avenue, Barney’s New York, Neiman Marcus, Disney e Living Proof. Una notorietà artistica nata da Instagram – social network con cui Holly ha collezionato un elevato numero di seguaci. Attualmente sono seicento mila. Chiacchierando con lei abbiamo scoperto che…

Dove trovi l’ispirazione per le tue creazioni?
«Alla moda e all’arte. Ne sono sempre stata appassionata. Per questo ho affinato le mie abilità nel campo dell’illustrazione fashion. Gli abiti couture sono il soggetto che preferisco disegnare. Mi piace esprimere il senso del movimento, della teatralità e della grandeur che li contraddistingue».

Qual è l’elemento più interessante dell’illustrazione?
«La parte centrale ovvero il cartamodello, perché resta sempre lo stesso. È la base su cui disegno gli abiti. Mi ricordano le bambole di carta con cui giocavo da bambina». 

Parlaci del tuo metodo
«Ogni volta parto da un’ispirazione diversa: la natura, le stagioni, le sfilate, gli ultimi trend. Uno dei miei ultimi esperimenti è il mix tra strumenti tradizionali da disegno, matite e pennarelli, con dispositivi digitali, tablet e pc. Un tecnica che mi permette di realizzare illustrazioni digitali, pur mantenendo l’aspetto ‘disegnato a mano’». 

Stai lavorando a una nuova mostra?
«Presento spesso le mie illustrazioni in gallerie d’arte locali durante l’estate. Ma la mia ‘vetrina’ preferita, se così si può dire, è quella sui social network. Mi permette di condividere la mia arte, interagire con gli artisti di tutto il mondo e mettermi in contatto con diversi brand. Da lì poi nascono le mie collaborazioni». 

In che modo i social network influenzano il tuo lavoro e contribuiscono a creare la tua arte o a modificarla?
«Mi aiutano a rispettare la tabella di marcia. Mi motivano a creare nuovi contenuti quando magari sto vivendo un momento di impasse creativa. Oltre ad essere un modo per catalogare facilmente il mio portfolio».

Come hai fatto ad aumentare il numero dei tuoi follower?
«Ho aperto il mio account qualche anno fa, così per gioco, senza pensare ai follower. Creare un profilo Instagram vivace e colorato, su cui posto regolarmente, ogni giorno alla stessa ora, ha contribuito a far crescer i miei seguaci. Instagram è una piattaforma in continua evoluzione. La mia strategia è alimentare la curiosità dei miei follower attraverso le stories, una breve anticipazione delle mie illustrazioni ancora in corso d’opera».

Hai ancora i tuoi primi disegni? Ce li faresti vedere?
«Certo! È un po’ come guardare una tua vecchia foto imbarazzante».

Avresti mai pensato che un giorno saresti diventata un’artista famosa?
«Assolutamente no! Sognavo di fare l’arredatrice».

Qualche progetto per il futuro?
«Viaggiare. Non sono mai stata in Europa. Vorrei andare a Parigi e a Roma, e ispirarmi a quelle città per nuove idee».

Qual è l’aspetto peggiore, se esiste, del lavorare con i social network?
«L’essere esposti alle critiche di tutto il mondo. Sono ingestibili e incontrollabili. Ma forse è proprio questo il bello!».

Images from his Instagram profile
@hnicholsillustration

Stars by Michel Haddi

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Le stelle di Michel Haddi sono all’outlet. Da Debbie Harry a Kylie Minogue, dai Red Hot Chili Pepper a Sean Connery. Tim Burton, David Bowie e Kate Moss. In mostra al McArthurGlen Barberino Designer Outlet fino al 30 luglio: Pop Style Icons: 30 anni di icone da Kate Moss a David Bowie negli scatti di Michel Haddi.

Parigino. Classe 1956. Già all’età di nove anni sognava di diventare un fotografo. A ventidue gli viene commissionato un servizio di dieci pagine per Vogue Hommes. Da lì nasce la collaborazione con Franca Sozzani – all’epoca direttrice di Lei e Per Lui, che segnerà l’inizio della sua carriera. Ne abbiamo parlato con lui.

 

Com’è iniziata?
«La verità è che sognavo di diventare un regista. Quando avevo vent’anni e facevo il guardiano in un albergo, ho incontrato due persone: un regista tedesco, Wim Wenders e un fotografo cinese-americano, Ben Lee. Il primo era troppo arrogante, e così ho iniziato come assistente per il secondo».

Quali sono i fotografi ai quali si è ispirato?
«Se ripenso agli esordi della mia carriera, ricordo ancora la sensazione che provai la prima volta che vidi le foto di Helmut Newton in un servizio per Vogue France. Fu in quel momento che realizzai di avere delle idee simili alle sue».

Qual è il lavoro che la rende più orgoglioso?
«Una serie di scatti con Kate Moss che avevo realizzato per la catena di negozi americana Bloomingdale’s. Vedere tutta la città tappezzata con le mie foto, ingigantite su una cinquantina di schermi».

E il segreto per non mettere in imbarazzo i soggetti fotografati?
«È un po’ come essere un bravo dottore quando deve fare un’iniezione! Mi piace osservare le persone quando loro non se ne accorgono. Così riesco a cogliere il loro vero essere. Le guardo e mi viene subito un’idea di come devo ritrarle».

Chi sogna di fotografare?
«Madonna. Ma temo che lei non sia interessata alle mie fotografie».

Prossimi progetti?
«Andrò a Marrakech per un lavoro con Marisa Berenson e poi in Africa, a Botswana, per un progetto personale. Lì ho fondato una casa editrice ed è ora in uscita il primo libro ‘The legend’ con immagini di David Bowie , Rick Owens e Marisa Berenson».

Pop Style Icons: 30 anni di icone da Kate Moss a David Bowie negli scatti di Michel Haddi

13 giugno – 30 luglio 2017
BARBERINO DESIGNER OUTLET

Via Meucci snc,
50031 Barberino di Mugello (FI)
Telefono: +39 055 842161

info.barberino@mcarthurglen.com

 

Lunedì – Domenica 11:00 – 20:00 INGRESSO LIBERO

Images courtesy of Press Office
www.ddlstudio.net

#ArchGreen: Stefano Boeri

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Intervista all’archistar Stefano Boeri, curatore di Milano Arch Week.
Il suo lavoro spazia dalle visioni urbane alla progettazione di architetture e aree aperte con una costante attenzione alle implicazioni geopolitiche e ambientali dei fenomeni urbani.

 

Il verde sviluppato in verticale. Secondo lei basta questo per risolvere l’eccessivo inurbamento? E’ soltanto un palliativo o potrebbe essere un punto di riferimento per il futuro?

«Al fine di intervenire in modo significativo sulle grandi questioni del cambiamento del clima è necessario l’aumento delle superfici vegetali nella città. Gli alberi, in generale il verde, hanno una grandissima capacità di assorbimento della CO2. Di cui il 70%, che è presente nell’atmosfera, è la principale causa del cambiamento climatico ed è prodotto dalle città. Mentre le grandi foreste del pianeta che ogni anno perdono quasi il 5% a causa di un processo graduale di erosione ne assorbono il 35/40%. L’obiettivo dei prossimi anni è di portare il verde, gli alberi, i boschi dentro le città.

Credo che in futuro bisognerà parlare di città che crescono in altezza. Non solo di sviluppo del verde in orizzontale attraverso parchi, giardini, colline e prati. È doveroso anche ragionare su architetture che abbiano il verde come una loro componente essenziale. In questo caso, non si tratta più di mettere del verde per abbellire le facciate, ma di utilizzarlo in qualità di architettura che sviluppa il mondo biologico e vegetale.

Il bosco verticale di Milano ha 21mila piante e 800 alberi, ovvero l’equivalente di 2 ettari di bosco pari a 20.000 metri quadri. Se poi aggiungiamo anche gli arbusti arriviamo circa a 3 ettari, che su una superficie di terreno di 2.000 metri quadri è l’equivalente di un bosco di 30.000 metri quadri.

Avere delle architetture verdi in altezza significa portare dentro alle città l’equivalente di grandi superfici boschive, quindi dare un contributo enorme alla situazione del cambiamento climatico. Gli alberi, il verde e le foglie producono ossigeno e assorbono CO2 e le polveri sottili del traffico che sono quelle più dannose all’inquinamento».

Qual è stato il suo primo progetto pubblico?

«Una centrale geotermica per l’Enel a Bagnore, sul monte Bianco. È stato un tentativo di trasformare l’impianto di una centrale in un’architettura che avesse minor impatto visivo possibile sul contesto circostante, cercando di dargli una dignità architettonica e di migliorare la sua presenza nel paesaggio toscano».

Citta e civiltà derivano dalla stessa parola. Così come anche politica e città. Qual è l’aspetto politico del suo mestiere?

«Sia architettura che politica modificano lo spazio. Entrambe sono discipline che si occupano di cambiare spazi abitati e quindi da questo punto di vista hanno delle grandi affinità. C’è una dimensione politica intrinseca all’architettura, poiché essa si occupa del bene collettivo e di intervenire su spazi che riguardano un’intera comunità. Così come nella visione politica c’è una direzione architettonica, considerato che anche le politiche più astratte del territorio, le politiche sul bilancio e sull’architettura determinano dei cambiamenti dello spazio fisico».

Ha appena ricevuto un importante incarico da Vasco Errani, il Commissario alla ricostruzione delle aree terremotate: ripopolare un territorio cancellato dalle mappe come Amatrice. Crede che le periferie debbano essere ricostruite com’erano oppure in un modo in cui moderno e antico coesistono? 

«La mia sarà una consulenza. La priorità nonché la grande sfida resta la sicurezza. Se per ottenerla sarà necessario costruire ex novo oppure aggiungere degli elementi di contemporaneità, poco importa. Un occhio di riguardo sarà comunque riservato a quella che era la posizione dei monumenti artistici simbolo della comunità».

Da cosa nasce la sua ispirazione come architetto? e la sua passione per il verde?

«Mia madre è una designer – architetto. Non ho mai lavorato con lei ma è da lei che ho imparato tutto – attraverso la sua vita, le sue relazioni, i suoi lavori. Ho sempre vissuto l’architettura come una grande corrente che mi attraeva e attrae a lei. La passione per il verde deriva da ricordi di quand’ero bambino. Dai romanzi che ho letto, come il Barone Rampante di Gaudino. Dal lavoro fatto da Joseph Beuys a Documenta VII nel 1982. Dalla canzone di Celentano Un’Albero di trenta piani. E dall’amore per i boschi e per gli affreschi».

Milano Arch Week: come nasce e con quali obiettivi?

«Da un lato vuole raccontare come Milano sia diventata una delle capitali mondiali dell’architettura. Negli ultimi anni sono state fatte opere molto importanti e non a caso tutti gli architetti più interessanti del mondo oggi lavorano a Milano. Dall’altro vuole essere anche un modo per portare in città studi, progettazioni, architetti e designer».

Images courtesy of Press Office.
www.54words.net

Salvatore Ferragamo 1927 The Return to Italy

Text Mia Moretti
@miamoretti

 

Sprofondare nel tempo fluttuando nello spazio. Mollare gli ormeggi. 1927 Return to Italy, la mostra in apertura presso il Museo Salvatore Ferragamo trasporta il visitatore in un viaggio ai primi anni del Futurismo italiano osservando la scena con gli occhi dello stesso Salvatore di ritorno in Italia dagli Stati Uniti. Ignara di cosa mi aspetta una volta sbarcata, anche io faccio capolino sporgendomi come dalla finestra di una nave.

Scorci del passato artistico d’Italia catturano la mia attenzione ma non la trattengono. L’eccellenza italiana mi passa accanto. Siamo in movimento, sospinti in avanti. Sento che c’è altro da scoprire. Ci avviciniamo come un’onda portata dalla corrente del tempo per troppo – troppo – a lungo. È il Futurismo. Animato come il mare, pronto ad addentrarsi in territori inesplorati. Il blu cobalto che colora le pareti di Palazzo Spini Feroni ci porta sott’acqua dove l’arte danza al ritmo della vita, ci viene presentato un nuovo linguaggio gestuale che ci mette in contatto con l’arte, l’arte ci fa entrare in contatto con i nostri corpi e i nostri corpi ci mettono in contatto con la natura. Nuotiamo più in profondità percependo le energie che animano la natura. Mi sento quasi soffocare, senz’aria, non riesco a respirare: è audace, incrollabile, in bronzo massiccio. Linee dure si sovrappongono a morbidi corpi.

La Natura incontra la meccanica. Il fisico e il metafisico si scontrano. È l’uomo la macchina perfetta? Il nudo mostra nuova sicurezza, alla ninfa romantica si è sostituita la spinta vitale del gesto oltre l’individualità. Con forza, libertà e potere. Coloro che scelgono di vederla, racchiudono l’universo intero nel palmo delle mani.

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

A ritroso. Il viaggio di ritorno che Salvatore Ferragamo, il calzolaio delle stelle fece novant’anni fa, dagli Stati Uniti all’Italia, dopo aver passato tredici anni a creare calzature per le attrici del cinema di Hollywood. Ad accoglierlo una Firenze in pieno fervore. Agitata dalle avanguardie artistiche. Animata dal credo progressista e dall’artigianalità. Erano i roaring twenties. Era il 1927, l’anno a cui il Museo Ferragamo dedica una mostra:

1927 Il Ritorno in Italia, una rassegna a cura di Carlo Sisi che aprirà i battenti il 19 maggio a Palazzo Spini Feroni, Firenze.

Firenze, perché Salvatore Ferragamo scelse una città d’arte per produrre una calzatura ad arte. La mostra infatti, non solo è il racconto del genio artistico e delle sue creazioni ma, è anche esplorazione dell’humus della filosofia culturale di quegli anni. Illustra come la capitale del Rinascimento lo abbia conquistato attraverso i dipinti di John Baldwin e Ottone Rosai, specchio dell’architettura e dell’urbanistica di allora.
Fino ad esplorare il corpo come un gioco. Lo strumento estetico del dinamismo che danza tra la metafisica e il sistema moda.

Per l’occasione una Capsule Collection, 1927 Il Ritorno in Italia. Sei scarpe ispirate alle calzature create in quegli anni: Lottie, Indiana, The Star, Autunn, Preziosa, Labirinto – che sono sintesi dell’affinità artistica che lega Salvatore Ferragamo alla cultura visiva degli anni Venti.

1 – Il ritorno di Salvatore Ferragamo in Italia
A bordo del più lussuoso transatlantico della Navigazione Generale Italiana, il Roma. Il viaggiatore moderno e lungimirante del dipinto di Pippo Rizzo è contrastato dall’opera di Mino Maccari, in cui primeggia una scatola con scritta Italy.

@StudioVeronica
«A mixed-media animation inspired by some of the most personal and distinctive elements of Salvatore’s journey». Maria Veronica

2 – Firenze Novecento
Ha le sembianze di un dibattito quello in cui interagiscono arte, letteratura, musica e cinema. Ad interpretarlo i quadri di Giovanni Colacicchi, Egisto Ferroni, John Baldwin, tra i capolavori della pittura del Novecento.

@Leamaupetit
«I love the fact that Salvatore Ferragamo found his inspiration between Florentine landscapes and still-lifes while designing shoes». Lèa Maupetit

3 – Folclore e arti decorative in Italia
Un viaggio attraverso le arti applicate che hanno consolidato il concetto del Made in Italy e l’estetica di Salvatore Ferragamo. Dai manufatti sardi di Federico Mellis a quelli romani di Duilio Cambellotti.

@Daria_Solak_illustrations
«I found inspiration in the Italian ceramic art. Two of these plates are the souvenirs I bought during my trip to Italy. This is a piece of real art that you can have at home». Daria Solak

4 – Donne Italiane
Come la marches Luisa Casati, Margherita Sarfatti e Alma Fidora. Un’ode alla figura femminile in tutte le sue sfumature: donna che presenzia alle feste, alle esibizioni sportive e nei circoli letterari. Donna che c’è e che vuole esserci. Con un gusto preciso che Salvatore Ferragamo sa come assecondare.

@Lynnie.z
«I wanted my piece to portray some of the strong female icons (pictured: Marquise Luisa Casati & Wanda Wulz) that Salvatore Farragamo was inspired by in that era. I wanted to step into his shoes and capture their radiating presence through his eyes». Lynnie Zulu

5 – La Firenze “industriosa” degli anni Venti
I vasi di Gio Ponti, i disegni di Carlo Scarpa, i tessuti di Lisio, i mobili di Thayaht. Le calzature di Salvatore Ferragamo. Un tripudio di materie. La celebrazione dell’artigianalità fiorentina.

@Nanna_Prieler
«This illustration celebrates one of the greatest shoe designers Salvatore Ferragamo, but nevertheless a woman is playing the main role». Nanna Prieler

 

6 – La Casa Italiana
Abitare è architettura. Tre i modelli riprodotti:
la Casa d’Artista di Balla e Depero
la Casa Neoclassica di Gio Ponti
la Casa Razionale di Terragni e del Gruppo 7.

@Lenaker
«A video-installation shows three models of houses designed in the period from 1920 to 1930: the Artist’s Home  by Balla and Depero, Gio Ponti’s Neoclassical Home and the Rational Home by Terragni and Gruppo 7, known as the Electric House unveiled in Monza in 1930». Lena Ker

7 – Il Corpo a pezzi 
Prima del “ritorno all’ordine” con merito riconosciuto all’alta moda, c’è la scomposizione cubista che gioca con il corpo. E ne fa cultura. Con lo sport, la danza e le tecniche delle misurazioni. Mentre Salvatore Ferragamo è alla ricerca della scarpa perfetta.

@Kellymariebeeman
«My painting was inspired by the futurist approach to movement. The figure is shown moving gracefully from one position to another, so that we see each instance simultaneously, divided into sequences. The result is a woman with multiple arms and legs, whose body is enhanced and powerful beyond what is anatomically natural». Kelly Marie Beeman

8 – Il Corpo
Dario Viterbo, Almondo Ciampi e Giacomo Balla per la danza. Thayaht, Francesco Messina e Umberto Primo Conti per lo sport. Mario Broglio e Ruggero Alfredo Michahelles per l’esaltazione delle forme. Fillia, Mino Rosso, Depero e Luciano Baldessari per la metafisica del manichino.


@Studio_Iva
«When I first read about the theme for it, which was celebration of the body, I constantly thought of ballerinas and their postures. They always inspire me». Studio Iva

DIGITAL VISUAL WAVE

Text Adelaide Striano

 

L’arte nelle sue forme contemporanee si diffonde attraverso l’utilizzo dei Social Network con l’illustrazione artistica in formato digitale.

Tra un passato da conservare con orgoglio e un futuro a cui guardare con ottimismo.
Attrae, diverte e stupisce. È il mood dell’arte contemporanea. Invasa da un popolo di ‘followers’ curiosi. Il pubblico normale può farsi un’idea sulle ultime tendenze in fatto di gusti estetici.

L’astrattismo si è fatto assoluto in molta Digital art computerizzata portando all’estremo il minimalismo geometrico. L’importante è essere eccentrici.

Sono stati scelti da Lampoon.it gli artisti che hanno realizzato ed interpretato la mostra 1927 The Return to Italy Ferragamo and Twentieth-Century Visual Culture che si terrà presso il Museo Salvatore Ferragamo, Palazzo Spini Feroni a  Firenze.

1927 The Return to Italy Ferragamo and Twentieth-Century Visual Culture

Firenze, Palazzo Spini Feroni, Piazza S.Trinità, 5R

May 18th 2017 –  May 2nd 2018
10 am – 7.30pm

*Closed on 01.01, 01.05, 15.08, 25.12

Tickets and Info

www.ferragamo.com

Denim Day in Rome

Il 27 maggio, a Roma, si celebra il Denim Day.  Nella settimana precedente, a partire dal 20 al 27, una campagna filantropica supportata da Guess invita tutte le donne a indossare una bandana rossa per combattere la violenza contro le donne. The Fashionable Lampoon ha scelto l’arte. Nella sua forma più contemporanea, con l’illustrazione artistica in formato digitale diffusa attraverso l’utilizzo dei Social Network: è la digital visual wave. Semplicemente grazie. A tutti gli artisti che hanno condiviso questo progetto:

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Nel 1998, la Corte di Cassazione di Roma scagionò un uomo dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di una ragazza diciottenne. Il tribunale volle notare quanto i jeans indossati dalla donna fossero troppo aderenti al punto di implicare la consensualità della vittima.

Il fatto accaduto risale al 1992. Protagonista una ragazza appena maggiorenne alla sua prima lezione di guida. L’istruttore, un uomo quarantacinquenne abusò di lei costringendola al silenzio con minaccia di morte. La ragazza confessò alla famiglia la violenza subita a cui fece seguito denuncia e condanna dello stupratore. Nel 1998 la sentenza venne però annullata dalla Corte di Cassazione di Roma. Secondo l’analisi: «la vittima indossava i jeans molto, molto stretti, e avrebbe dovuto aiutarlo a toglierli. Rimuovendo i jeans non era stupro ma sesso consensuale».

Il giorno dopo l’annullamento della sentenza le rappresentanti femminili del Parlamento italiano si presentarono alla Camera in jeans aderenti come forma di protesta. Risposta ancora più forte alla sentenza fu quella americana. L’associazione losangelina Peace Over Violence istituì il Denim Day. Giornata in cui tutte le donne indossano blu jeans aderenti, facendo del denim il simbolo di protesta contro la violenza sulle donne. Uno strumento di sensibilizzazione rivolto a quel maschilismo che dice Se ti vesti così, te la cerchi.

Quest’anno, la manifestazione è giunta al terzo appuntamento italiano: il 27 maggio, a Roma. Grazie al sostegno di Guess, brand che con le sue iconiche campagne ha reso sexy il denim a tutte le ore del giorno. La Guess Foundation Europe, in collaborazione con The Circle Italia Onlus, invita le donne a indossare i jeans come segno di attivismo e da voce alla protesta femminile con un evento a Palazzo Barberini. Presieduto da Paul Marciano, CEO e direttore creativo di Guess, presentato dal celebre DJ Kris Grove, darà l’avvio alla raccolta fondi in favore di D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, a cui Guess donerà dieci euro per ogni capo venduto dal 20 al 27 maggio. La campagna filantropica invita inoltre tutte le donne a indossare una bandana rossa che sarà data in omaggio con l’acquisto di un capo denim Guess durante il Denim Day. Da postare su Instagram con hashtag #DENIMDAY, #GUESSFORPROGRESS, #STOPSEXUALVIOLENCE.

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

L’arte nelle sue forme contemporanee si diffonde attraverso l’utilizzo dei Social Network con l’illustrazione artistica in formato digitale.

Tra un passato da conservare con orgoglio e un futuro a cui guardare con ottimismo.
Attrae, diverte e stupisce. È il mood dell’arte contemporanea. Invasa da un popolo di ‘followers’ curiosi. Il pubblico normale può farsi un’idea sulle ultime tendenze in fatto di gusti estetici.

L’astrattismo si è fatto assoluto in molta Digital art computerizzata portando all’estremo il minimalismo geometrico. L’importante è essere eccentrici.

Sono stati scelti da Lampoon.it gli artisti che hanno realizzato ed interpretato il Denim Day.

Illustratori:

Fabio Delvò
Lynnie Z

Anna Tsvell
Buket Koyunku
Rodik + Veron
Fausto Bianchi
Piero Corva
Studio Iva
Nanna Preler
Alina Grinpauka
Alena Lavdovskaya
Davide Molica


www.guess.eu

ISABELLA, TRA PASSIONE E TALENTO

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Intervista a Isabella Ragonese nelle sale dal 9 marzo con il film Padri D’Italia

Cosa ha pensato quando le hanno proposto il ruolo e come è andata?

«E’ un ruolo che non mi era mai capitato di fare prima. Sicuramente quello mi ha colpito e mi ha anche invogliato. È la cosa per cui facciamo anche questo mestiere, di poter cambiare e fare cose diverse.
Un personaggio molto complicato, che cerca sempre di sfruttare gli altri e piano piano scopriamo che però – e quella secondo me è una cosa molto bella del film – anche le persone più ‘storte’ magari possono insegnarci qualcosa.
È una riflessione su cosa vuol dire essere genitore e in generale per la nostra generazione cosa comporta avere un figlio. Pensare anche a un futuro, a un progetto. Spesso noi siamo abituati a pensare a tempo determinato, quindi non abbiamo un’idea di futuro e di progettualità».

 

Era contenta del ruolo proposto perché non lo aveva mai interpretato prima?

«Più che di una proposta si può parlare di un incontro. Ci siamo ritrovati in questo viaggio insieme».

 

Ci sono delle somiglianze caratteriali con Mia?

«In generale penso che tutti i personaggi ci somiglino. Non penso che ci possiamo definire in tre aggettivi come spesso ci chiedono nelle interviste. Noi siamo fortunatamente più complessi di quanto pensiamo. Mi somiglia in delle parti, magari sono esagerate ma sono stata Mia in alcuni momenti della vita.
Lei ha una voglia di vivere molto forte che va di pari passo a una voglia di provare tutto, divorare tutto che va di pari passo con l’autodistruzione, – che penso sia un momento che tutti noi, le persone sane provano in un momento della loro vita, perché bisogna provare tutto, magari fai delle associazioni, non esattamente lo stesso episodio è capitato a Mia ed anche a me, fai delle assonanze, ti ricordi dei momenti in cui hai provato la stessa cosa magari in contesti diversi. Come stile di vita non mi somiglia.
Credo che il lavoro dell’attore sia una specie di mix come quando hai un mixer allora tu alzi il volume dei bassi oppure abbassi, ogni volta devi esagerare delle parti di te e mettere muto su delle altre parti quindi lavorare più sulla tua memoria e sulle emozioni che hai vissuto».

 

Quali sono state le difficoltà?

«La difficoltà c’è sempre, perché è un personaggio abbastanza complesso che ha un disagio non del tutto spiegato e anche come quelli veri nella vita. Spesso ci sono delle persone che hanno un malessere ma che non sanno da dove viene questa cosa quindi è più difficile per loro cambiare.

Accettare il fatto di non essere pronti per fare qualcosa è anche una forma di saggezza, ammettere che non ce la si fa».

 

Conosceva già il regista?

«No, ci siamo conosciuti in questa occasione, come nel film degli sconosciuti si legano, spesso ci capita di aprirci molto di più con degli sconosciuti rispetto a delle persone che ti conoscono da tanto tempo perché li ci sono dei ruoli prestabiliti delle cose che non vuoi spiegare».

 

Dopo aver interpretato Mia cosa le piacerebbe interpretare nel futuro?

«Sono stata molto fortunata, in genere mi lascio sorprendere, mi piace pensare che il prossimo film sarà quello ancora più bello di quello che ho fatto.
Mi auguro di continuare così perché sono stata molto fortunata rispetto ai ruoli che possono esserci per attrici della mia età, ho fatto veramente di tutto quest’anno escono tre film in cui faccio tre cose completamente diverse, in ‘Padre d’Italia’ appunto sono una specie di Punk Rock cantante, in ‘Questione di Karma’ sono una manager ambiziosa in tailleur ed infine il film di Daniele Vicari che si chiama Sole, cuore amore in cui sono una proletaria barista della periferia romana quindi fortunatamente ho la possibilità di sorprendermi e a volte perdermi e non riconoscermi».

 

In un anno tre ruoli diversi, com’è stato?

«È sempre difficile poi saranno gli altri a giudicare se lo puoi fare e bisogna vedere se ci sei riuscita, in verità credo che se lo fai con passione – alla fine mi ritengo fortunata non tanto perché sia un lavoro come pensano tanti che è privilegiato, chissà quanto guadagno, più che altro è che auguro a tutti di fare della propria passione un mestiere.
Questo è il grande privilegio, è una cosa che mi piace fare e penso che uno non è mai soddisfatto, pensa sempre che può fare meglio però in quel momento ci metti tutto quello che può fare magari rivedi dei film di anni fa e dici ‘ecco l’avrei fatto meglio’ però poi alla fine in quel momento hai fatto quello che potevi».

 

Il momento più bello della sua carriera?

«Sono talmente tanti … è un mestiere che non mi ha mai tolto niente, mi ha solo dato e mi ha migliorato come persona. Mi emoziona quando adesso vedo dei film che ho fatto e riesco a non vedermi più, a non vedere più me, ma a godermi il film, questa cosa è bella perché è come vedersi a distanza e quindi avere una visione più oggettiva riuscire a vedere senza giudizio, è una grande forza che ha il cinema più che il teatro anche se io faccio anche tanto teatro, li hai la possibilità di rivedere momenti della tua vita che sono e resteranno lì per sempre.
È un po come quando senti delle canzoni che ascoltavi da adolescente e ti riportano ai momenti, senti gli odori e rivivi la situazione che vivevi in quel momento. Tutte le cose che ho fatto le rifarei».

 

Ha delle paure?

«Ho paura di volare, ma lo faccio, cerco di affrontarle in maniera strong non prendendo nulla sul serio, non sono una persona paurosa, magari lo sono stata in momenti dovuti ad insicurezze. È un mestiere in cui devi sempre divertirti se non giochi a questo gioco gli altri non ti seguono come fai a coinvolgere le persone se tu per prima sei agitata?

Certo prima di salire sul palco ogni sera dice ‘vorrei scappare‘ ma il teatro è un grande esercizio per la paura, poi quando fai il salto, stai bene. Devi dimenticarti tutto il resto, somiglia un po’ a questi sport di prestazione, mi piace molto guardarli, in cui hai una possibilità e tutti gli occhi puntati, e se sbagli è come tirare un rigore, è importante essere concentrati e non avere troppe paure avere sempre pensieri positivi in testa e non pensare mai sbaglierò».

Isabella Ragonese Photographed by Michael Avedon – The Fashionable Lampoon Issue 9 Babylon

The Dot Circle La Location – Mari&Co

MARI&CO

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

Immersi nel verde ci accoglie un giardino fiorito in cui si intersecano lampade, ferro e si sviluppano piante e fiori bianchi. In un angolo intimo c’è un tavolo a forma di peonia viola dalle foglie dorate. Pochi scalini conducono alla prima stanza. L’interno è arredato con opere d’arte, che interagiscono in un ambiente a metà tra classico e moderno. Arte contemporanea firmata da Antonino Sciortino, fatta di fili di ferro che ornano il tavolo di legno. Si tratta di disegni la cui linea suggerisce un volto, lasciando alla nostra percezione il compito di completarne la forma. Un divano di velluto viola contrasta il tavolo in vetro su cui poggiano bicchieri dorati. Sospesi, cerchi di ferro luminosi, ideati da Sabina Belfiore, riempiono l’area intorno al tavolo centrale. Su una credenza posate, mestoli d’oro e vasi di vetro che richiamano i pomelli dei cassetti. Un’istallazione di rami è il passaggio che porta all’ambiente successivo. È l’opera vegetale di Emy Petrini, rifugi.

Tre stanze. La principale che ospiterà la cena. Già scelta da The Fashionable Lampoon per uno scatto dell’Issue 8 – Aristofunk.
Pentole, piatti e vassoi d’argento illuminano e arricchiscono le scaffalature alle pareti. Altre due stanze sono sfondo di esposizioni artistiche. In una Lella Zambrini fiorisce in numerosi rettangoli di vetro accostati ad un lampadario in stile barocco. Nell’altra copri abiti bianchi arredano. In questo caso invece il rimando è all’arte povera, con un cesto di rami di salice creato da Emy Petrini. Al piano inferiore, la cucina, ristrutturata di recente.

Una location che si anima con gli arredi di Marinella Rossi.
Diventerà stasera realtà onirica con l’arrivo degli ospiti.

The Dot Circle 2017 – The Location
Mari&Co – Marinella Rossi
via Ampola 18, Milano

Photo Giulia Mantovani – Creative Direction  Adelaide Striano 

www.marienco.it
Facebook Mari&Co

Supported by @Tiffany&Co. – Introducing Tiffany City HardWear collection. – www.tiffany.it

CONCRETE

Testo Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

La mostra Concrete di Federico Torra, fotografo d’architettura, inaugurata giovedì 23 marzo presso Blanka Studio Fotografia, presenta architetture definite e contrastate da tagli di luce che delineano la forma e risatano la matericità. Le fotografie di Federico Torra sono frammenti di paesaggio, schegge visive prelevate dallo scorrere del tempo e riportate a composizioni sulle quali lo sguardo si posa. Edifici, muri e scale, diventano forme, con l’aiuto complice della luce che chiarifica o disorienta, di volta in volta, dando e togliendo tridimensionalità alla composizione. L’inquadratura soddisfa gli occhi, ma allo stesso tempo lascia la libertà a chi guarda di proseguire oltre, per immaginare un vuoto che si riempie di un rigore quotidiano. Dopo gli studi in Storia dell’arte contemporanea, Federico Torra frequenta a Milano il Cfp Bauer dove si specializza in fotografia, affinando la sensibilità del suo sguardo. Sensibilità di chi sceglie ancora la fotografia analogica come strumento di concentrazione e immersione, per non sprecare immagini, in un lavoro di costante sintesi minimale. Le fotografie in mostra ci raccontano di architetture e strutture che si liberano della loro materia per avvicinarsi all’idea stessa di sé, in un approssimarsi progressivo all’astrazione: l’immagine va via via a ripulirsi del superfluo per tornare all’essenziale.

 

Da dove nasce questa mostra?

«Questa mostra nasce dal lavoro degli ultimi tre anni nei quali ho fotografato architetture cercando di distaccarmi dalla fotografia canonica di architettura. Delle architetture conosciute, che ho studiato e ricercato, ho voluto cogliere gli aspetti più anonimi e ordinari nei quali gli edifici si mostrano con le loro debolezze e con il loro aspetto quotidiano, concreto appunto. Partendo da questi angoli anonimi, muri scrostati ho provato ad andare oltre alla pura rappresentazione ordinata di un’architettura, ho cercato di estrarre le linee e le geometrie del progetto per provare a portare la rappresentazione su un piano bidimensionale, quasi astratto». 

 

Che percorso ha avuto la passione per la fotografia?

«E’ iniziata da piccolo, guardando le fotografie che mio padre scattava durante i viaggi di lavoro, che venivano proiettate a casa come se fosse un piccolo cinema privato. Rimanevo affascinato da come tutto, forse perché si trovava dall’altra parte del mondo, sembrasse differente: le persone, ma anche le strade, le case, le automobili. Oggi siamo bombardati di immagini che troviamo ovunque e ogni luogo, anche se lontano, sembra essere uguale agli altri. Con la fotografia cerco di limitare questa anestesia. L’uso della pellicola e l’attesa prima di vedere una fotografia mi aiuta a concentrarmi, a selezionare a priori quello che mi interessa e che voglio rimanga impresso». 

 

Quali sono le sue fonti di ispirazione ?

«Sulle fonti di ispirazione è sempre difficile rispondere, avendo studiato storia dell’arte all’università e successivamente fotografia le fonti da citare sarebbero probabilmente troppe. Diciamo che le mie fotografie possono essere viste come un lento processo di assimilazione tra le mie esperienze visive e gli artisti e fotografi che ho studiato nella mia formazione».

 

Cosa vuole trasmettere con la fotografia?

«Una sensazione di calma e irrealtà nel quale l’osservatore possa ritrovare qualcosa di familiare ma allo stesso tempo misterioso. Una fotografia che, pur utilizzando un rigore formale, non risulti fredda e distante».

 

Ha dei progetti futuri indirizzati verso il mondo della fotografia?

«Dopo aver fotografato gli esterni di architetture conosciute, vorrei concentrarmi sugli interni privati, su come le persone diano forma all’abitare. Sto lavorando a questo progetto da un anno e spero presto di potergli dare una forma definita». 

CONCRETE

24 marzo – 9 aprile 2017
c/o Blanka Studio Fotografia
via privata Pomezia, 1 – Milano
Su appuntamento
scrivere a info@blankastudio.it

 

Images courtesy of Federico Torra
 

SLIDESHOW IN MILAN: M.P.F.

Testo Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Inaugurata giovedì 9 marzo la settima edizione di Mia Photo Fair, la fiera della fotografia d’arte che nella scorsa edizione ha richiamato circa ventiquattromila visitatori. Negli spazi di The Mall zona Porta Nuova di Milano, ottanta gallerie provenienti da tredici nazioni diverse, hanno allestito i loro stand aperti al pubblico fino a Lunedì 12 marzo. La fiera è stata ideata e diretta da Fabio Castelli e Lorenza Castelli. Tra le novità di quest’anno i focus su Brasile, Ungheria, la regione spagnola delle Asturie e i progetti dedicati alle performance, con la partecipazione di Flux Laboratory ArtOnTime. La formula adottata rimane quella dell’ecletticità con l’accostamento di autori storici del novecento, fotografi emergenti, ed artisti contemporanei che usano la fotografia come mezzo non esclusivo. Alle gallerie specializzate in fotografia si affiancano quelle di arte contemporanea tout court, che qui portano i migliori artisti della loro scuderia. Gli stand quindi si suddividono in monografici oppure collettivi. Un’altra iniziativa è la Proposta MIA, confermata anche quest’anno, sezione nella quale alcuni fotografi selezionati espongono personalmente il loro lavoro. Si possono ammirare le opere fotografiche di Gian Paolo Barbieri, Kurt Amman e Ronald Martinez nello stand di 29 ARTS IN PROGRESS gallery, che espone con radicamenti nella tradizione culturale, specializzandosi in arte contemporanea e fotografia. Due sono le esposizioni che in particolar modo fanno emergere la capacità comunicativa in maniera evidente: Spazio Nuovo, galleria romana che presenta gli scatti di Riccardo Ajossa con L’ingannevole congegno della memoria; e la galleria francese Jean Louis Ramand – Noorforart Contemporary dove vengono presentate le opere di Julie Poncet. Tra le varie opere fotografiche è difficile non posare lo sguardo sulle enormi stampe di Antoine Rose. Le foto dall’alto dell’artista, che vive e lavora in Belgio, sono in mostra presso lo stand di Mazel Galerie. Un importante ruolo viene svolto dal comitato scientifico di selezione degli artisti composto da Monique Veaute (Presidente della Fondazione RomaEuropa), Fabio Castelli, Giorgio Fasol (Collezionista e Presidente dell’Ass. AGI Verona), Riccardo Lisi (curatore, direttore dello spazio La Rada, Lugano) e Antonio Grulli (Critico e curatore).

Mia Photo Fair The Mall, Porta Nuova, Milan March 10th -13th, 2017

ART MEETS PRATO

Testo Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

«È un Progetto scientifico e di immagine per restituire l’identità di Palazzo Pretorio» ha affermato stamattina il Sindaco di Prato Matteo Biffoni nel discorso di presentazione alla mostra Legati da una Cintola che aprirà al Museo di Palazzo Pretorio a Prato dal 7 settembre 2017 negli spazi espositivi recuperati dell’ex Monte dei Pegni

A Milano – presso il Museo Poldi Pezzoli – la mostra è stata raccontata da Rita Iacopino, Conservatrice del Museo di Palazzo Pretorio, Cristina Gnoni  Mavarelli una delle Curatrice Mostra, Matteo Biffoni Sindaco di Prato, Simone Mangani Assessore alla Cultura Comune Prato e Claudio Cerretelli Direttore dei Musei Diocesani di Prato, che hanno tutti curato l’esposizione.

«Una mostra importante, da noi è custodita la Cintola, oggetto di riferimento che unisce una comunità, per questo – legati – da una Cintola.» continua il Sindaco. È proprio la Sacra Cintola, l’elemento attorno a cui è ruotato l’incontro. Simbolo religioso e civile – fulcro delle vicende artistiche di Prato ed elemento cardine della sua identità – la cintura della Vergine è stata custodita per secoli nel Duomo della città.

Un tema, quello della reliquia pratese, che porta luce su un’età di prosperità per Prato, il Trecento: le committenze ad artisti come lo scultore Giovanni Pisano e il pittore Bernardo Daddi, che diedero risonanza alla devozione mariana a Prato come vero e proprio culto civico. La mostra prende spunto da quel simbolo dall’innegabile valore identitario per intrecciare i fili di un racconto sulla città e sul suo patrimonio.

L’origine del culto della sacra cintola affonda le sue radici nel XII secolo. La leggenda si basa su un testo apocrifo del V‐VI secolo e vuole che la cintura, consegnata a San Tommaso dalla Madonna al momento dell’Assunzione, sia stata portata a Prato verso il 1141 dal mercante Michele e da questi donata in punto di morte, nel 1172, al proposto della pieve. Una striscia di lana, lunga ottantasette centimetri, di color verde, broccata in filo d’oro con ai capi due cordicelle per legarla.

La tavola di Bernardo Daddi – una delle immagini più conosciute di tutto il Trecento dedicate all’Assunta e al dono miracoloso della Cintola all’incredulo San Tommaso commissionata nel 1337‐1338. L’opera nel tempo è stata smembrata e la sua complicata diaspora ha fatto sì che si perdesse la coscienza stessa della sua importanza. L’allestimento del Pretorio consentirà di tornare ad ammirarla nel suo complesso.

L’impegno ed il culto del valore dell’arte restano per il Sindaco la chiave di Prato, una città che ne vanta un patrimonio artistico affermato.

Images Lampooners and courtesy of press office
www.palazzopretorio.prato.it

fall in love (art)

Testo Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Affordable – accessibile – questo lo spirito della mostra, Affordable Art Fair, nata a Londra nel 1999 da un’idea di Will Ramsay.

Una manifestazione di successo che oggi si svolge in quindici città nel mondo e che ha attirato oltre due milioni di visitatori. Le opere sono esposte nel salone di Superstudio Più a Milano, dal 10 al 12 febbraio, in un’atmosfera informale che possa mettere il pubblico a proprio agio ed evitare timori nei confronti dell’espressione artistica. Fall in art – questo il titolo della settima edizione.

Dipinti, sculture e fotografie: tutte che non superano il valore di seimila euro.

Il direttore Manuela Porcu, con questa mostra, vuole mettere in contatto fra loro potenziali compratori e gallerie – ottantacinque tra italiane e internazionali.

Autori giovani ed emergenti esibiranno nella categoria Young Talents, che raccoglie nella sezione Quando, quando, quando le opere selezionate da tre curatori esordienti, provenienti dalla scuola per curatori Campo della Fondazione Sandretto Re Baudengo.

Presenti anche nomi più conosciuti dell’arte contemporanea, da Michelangelo Pistoletto a Enrico Castellani, Ugo Nespolo e Piero Gilardi, Giosetta Fioroni e Altan.

Milano Contemporary presenta invece gallerie della città impegnate nel contemporaneo e nella ricerca di talenti.

La fiera prevede anche ‘visite tattili’ – esperienze sensoriali che coinvolgono i cinque sensi, e workshop sotto la guida dei due artisti Urbansolid e Tomoko Nagao.

Il party di apertura FALL IN ART, in collaborazione con birra Warsteiner, Main Partner della fiera, ospiterà performance dal vivo, in un’atmosfera urbana da club newyorkese, con il DJ set di GOMMAGE DJ TEAM – composto da Claudio Fagnani (Elita) e dj Kramer, e Fabrizio Mammarella, conosciuto per lo stile che combina electronic disco, house, dub e proto-house psichedelica.

Warsteiner Art Battle: una sfida tra artisti emergenti come lo street artist Noba, che si confronta con gli spazi della città e le sue dinamiche, che si esprimono in diverse superfici e infinite possibilità di materiali. Nata lo scorso anno dalla collaborazione tra birra Warsteiner e Affordable Art Fair, la sfida ha riscosso il riconoscimento del pubblico. Lo scorso anno ha trionfato Vast, street artist dell’isola de La Reunion nell’Oceano Indiano, con una tela che oggi fa parte della collezione privata di arte contemporanea di Warsteiner.

A decretare il vincitore di quest’anno saranno il marchio di birra tedesca, Manuela Porcu e il collettivo Art of Sool.

AFFORDABLE ART FAIR MILANO
Fall in Art
FEBRUARY 10 – 12 2017
(Opening Party Thursday February  9, by invitation only)

Superstudio Più. 27, Via Tortona, Milan

Images courtesy of press office
affordableartfair.com

#EA7WINTER

Testo Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Esaltazione dell’atteggiamento sportivo unito all’estetica, questo è lo sport per Armani. «È da sempre una delle mie passioni, credo che rappresenti le qualità che ci permettono di migliorarci: dedizione, spirito di sacrificio, perseveranza e forza di volontà» ha affermato lo stilista in occasione della mostra Emotions of the Athletic Body. Sport e stile italiano si fondono nell’EA7 Winter Tour, l’evento di presentazione per la collezione Neve facendo tappa in alcune stazioni sciistiche fra Italia, Svizzera e Andorra.

Nove le tappe in Calendario. Inizio a Courmayeur, quindi in Alta Badia in occasione della Coppa del mondo di Sci Alpino tenutasi il 18 e 19 dicembre, la EA7 Experience prosegue a Campiglio il 28 e 29 Dicembre. Simbolo di ogni tappa è l’igloo con il logo EA7, al cui interno sono ricavate due aree, una espositiva in cui toccare con mano i capi della collezione Neve e una lounge. «Gli sportivi, uomini e donne, non sono solo modelli di comportamento, ma anche affascinanti soggetti fotografici perché all’apice della condizione fisica».

Prerogativa di tutte le località, è il Performing with style – esperienza sulle piste con gli istruttori nazionali di sci e snowboard che si conclude con una sessione di debriefing durante la quale gli iscritti, nello spazio igloo, possono rivedere le rispettive performance precedentemente registrate tramite un apposito monitor.

Emporio Armani 7 è anche life style, apres-ski, cene in quota e momenti di relax nelle spa delle varie tappe sciistiche. La linea Neve è infatti pensata sia per chi sceglie il benessere della neve per piacere personale, sia per chi lo sceglie per professione.

Text by Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Celebration of sportsmanship combined with aesthetics – this is sport to Armani. «Sport has always been one of my passions. I believe it represents the qualities that improve us as people: dedication, sacrifice, perseverance and willpower» stated the designer for the Emotions of the Athletic Body exposureSport and Italian style come together in EA7 Winter Tour, the event hosted by the fashion house to present the Neve collection with stops at some of the most prestigious ski resorts across Italy, Switzerland and Andorra.

The winter 2016-17 tour calendar lists nine destinations. Following the kick off in Courmayeur, which was followed by an event in Alta Badia timed with the Alpine Skiing World Cup held on 18th and 19th of December, the EA7 Experience will move to Campiglio on 28th and 29th of December. The symbol of every stopover is the EA7 igloo, which hosts two areas: an exhibition space displaying the items of the new Neve collection and a Lounge area. «Sportsmen and women are not only wonderful role models but also make good fashion models as they are at the peak of physical condition».

The key feature of every chosen location is the ‘Performing with Style’ experience on the slopes with ski and snowboard national instructors, which ends with a debriefing session during which all participants will go back to the igloo to watch their performance recorded via a monitor.

Emporio Armani 7 is also synonymous with lifestyle, après-ski, dinners by the mountain top and pampering sessions at the spas located at the various ski resorts. Indeed, the Neve collection is designed for those who choose the mountains for personal or professional reasons.

Images Lampooners courtesy of press office 
www.armani.com