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affresco

Unreleased Front Matters

In esclusiva italiana presentiamo i due scritti che introducono Affresco, il primo romanzo di Magda Szabó, la scrittrice ungherese più tradotta al mondo. Affresco sarà in tutte le librerie da Giovedì 12 Ottobre per le Edizioni Anfora nella traduzione di Vera Gheno e Claudia Tatasciore (pp. 252, 
€ 18.00). È il primo romanzo della Szabó – autrice anche di capolavori come La porta (Einaudi) e Abigail (Anfora)- e venne scoperto da Hermann Hesse che la volle tradurre a tutti i costi tanto che, scrisse: «Con Frau Szabó avete pescato un pesce d’oro. Comprate tutta la sua opera, quello che ha scritto e quello che scriverà». In assoluta anteprima, per gentile concessione dell’editore, presentiamo l’introduzione al libro di Gian Paolo Serino e la prefazione firmata dalla stessa Magda Szabó.

 

 

Text Gian Paolo Serino
@gianpaoloserino

Scrivere di Magda Szabó non è facile: non perché sia una scrittrice di difficile lettura, anzi, alla grandiosa modernità dei suoi romanzi si unisce uno stile che la rende tra le migliori, se non la migliore scrittrice europea del Novecento. Il problema è che Magda Szabó non è una scrittrice: è un miracolo. Un miracolo di speranza, in tempi bui allora come oggi. Un miracolo di anticonformismo autentico, quando questa non era solo una parola ma un modo di vivere.  Magda Szabó è un incanto, una magia, un sogno, una musica che ascolterete a ogni sua parola, a ogni sua frase, a ogni sua pagina.  Magda Szabó, nata a Debrecen nel 1917 (nel pieno della Rivoluzione russa) da un padre calvinista e da una madre cattolica, e morta, nel 2007 a novant’anni, è a oggi la scrittrice ungherese più tradotta nel mondo (in oltre 40 lingue).

Cresciuta in una famiglia dell’alta borghesia si laurea in Lettere Classiche (con una tesi sulla cura della bellezza femminile nell’età romana), pubblica le sue poesie (con ampio seguito), ma fino al 1956 è osteggiata in patria nella scrittura tanto che sarà il marito, scrittore, a incoraggiarla a non abbandonare la macchina da scrivere. Dopo il 1956, gli anni della liberalizzazione dell’Ungheria, è insignita nel 1959 del Premio Attila József e nel 1978 del Premio Lajos Korsuth, il maggior riconoscimento letterario ungherese.

Tradotta con grande successo negli Stati Uniti e in Francia, dove vince il prestigiosissimo Prix Femina Étranger (2003).

Nel 1958 pubblicò questo Affresco, un romanzo che incantò Hermann Hesse a tal punto che volle tradurlo e che ora vede la sua prima pubblicazione italiana sino ad oggi rimasta inedita. Più che della storia e della vita della Szabó vorrei soffermarmi sulla sua scrittura e sul suo stile. In tempi recenti sono stato il primo a recensirla con Abigail e Per Elisa (su D – la Repubblica): pur essendo io un americanista, ho intuito subito che quei libri meritavano una vetrina nazionale. Sono stato anche il primo in Italia a recensire Ágota Kristóf, quando ancora a fine anni Ottanta, pubblicava con Guanda in due volumi La prova e Il grande quaderno. Ottennero poi sempre l’attenzione di Einaudi che li pubblicò nel volume Trilogia della Città di K e che impose la Kristóf, ungherese di nascita ma riparata in Svizzera, come un vero e proprio fenomeno editoriale. Non se per riconoscenza o meno, la Kristóf non era una donna facile, concedeva rarissime interviste, mi concesse di intervistarla per l’Espresso nella sua casa di Neuchâtel, quando ormai il cancro le stava divorando la vita e di lì a poco morì. Quelle che pubblicai furono le ultime parole della scrittrice.

Poi conobbi i libri di Magda Szabó e ho capito che era tutta un’altra musica. Magda Szabó è superiore, e di molto, ad Ágota Kristóf. La scrittura di Magda Szabó – alternata da frasi telegrammi a monologhi interiori – non è nichilista come quella della Kristóf (in realtà i suoi sono la testimonianza di come neanche la letteratura può sopravvivere alla tristezza della vita). Tristezza che troviamo anche nella Szabó, ma raramente è così esplicitamente raccontata.  Si intuisce. Perché più che una scrittrice la Szabó è una pittrice dell’animo umano. In tutti i suoi libri – compreso questo Affresco – l’altra magia è la sfumatura della parola, è il ritratto di scene che sono quadri esistenziali, è l’uso sapiente della punteggiatura, delle pause, di quello spazio che lascia intuire al lettore colori ed espressioni. E poi la poesia: nella Szabó, come in pochissimi altri autori europei del Novecento, i suoi romanzi sono trame in versi che nulla tolgono al piacere della trama, al piacere della lettura, del voltar pagina. Di quegli elementi che coniugano letteratura e narrativa. Senza essere complessa, come sembrava andare di moda nell’ermeneutica e nell’incomprensibilità di molti scrittori che tutti citano ma nessuno legge.  La dimensione favolistica, ma al contempo reali-sta (non facili da coniugare) rende unica la sua cifra stilistica. E poi non manca mai la dimensione dell’infanzia: che siano ricordi o rimandi ci fa presente quanto sia difficile diventare adulti in un mondo adulterato.

Non è facile, però si può.
Iniziando dai suoi libri.

 

Text Magda Szabó

Agli albori della mia carriera esordii come poetessa. Nel 1949, per il mio secondo volume di poesie, ricevetti il Premio Baumgarten, ritiratomi il giorno stesso con la motivazione della mia estraneità alla classe operaia. Nella nostra politica letteraria nazionale rappresentò il colpo di pistola del via: la mia generazione si ritirò dalle scene e la sua decisione collettiva di non pubblicare più paralizzò per anni la reale vita letteraria ungherese. Smisi di scrivere poesie, e l’amara esperienza di un funerale dopo una scioccante morte in famiglia diede origine all’argomento del mio primo romanzo, Affresco. L’opera fu scritta nel 1953, e se fosse finita nelle mani sbagliate avrebbe potuto portarmi a conseguenze di ogni sorta, persino al gulag. Sapevo cosa stessi descrivendo, e infatti non osai conservare in casa il manoscritto, che ben presto passò di mano in mano. Una copia fu occultata a Debrecen, nella carbonaia dei miei genitori, sotto il combustibile. Poi, il 1956 portò con sé la soluzione: furono gli editori a cercare gli scrittori ammutoliti, chiedendo loro manoscritti, e così anche Affresco venne alla luce del sole. Affresco fu favorito dal Dio che prometteva un risarcimento ai reietti umiliati: un’eco della sua ricezione in patria, sorprendentemente favorevole, arrivò all’editore Insel, all’epoca ancora della Germania Ovest, e il volume uscì sul mercato librario internazionale. Anche all’estero ottenne un successo inaspettato, tanto che qui, in patria, i critici marxisti, penosamente imbarazzati, mitigarono in garbati apprezzamenti gli attacchi rivoltigli fino a quel momento. Affresco è la storia di un solo giorno: Annuska – dalle cui mani il potere ha strappato via il pennello del pittore, e che, dopo essere scappata dalla casa dei genitori, si guadagna da vivere a Budapest confezionando oggetti ornamentali – ritorna, per la prima volta dopo lunga assenza, alla sua cittadina natale per il funerale della madre, e quando si ritrova a confrontarsi con coloro che erano stati le guide e i testimoni della sua vita, si rende conto che nessuno ha più potere su di lei. I familiari, gli abitanti, tutti coloro che un tempo l’avevano ferita o che lei detestava non sono da temere, ma da compatire. Annuska torna alla capitale senza portarsi dietro nient’altro che la commiserazione; sul treno rapido per Budapest, assieme alla paura di un tempo, tutta Tarba le rimane alle spalle come un ricordo. Affresco per me rimarrà sempre il simbolo del nuovo inizio di una vita da scrittrice, il miracolo pasquale della nostra gioventù calpestata, la resurrezione. Una volta, nella bolgia più profonda della persecuzione, quasi sottoposi Dio a un impetuoso interrogatorio, chiedendogli perché mai mi avesse creata, visto ciò che ero costretta a vivere. Oggi ormai lo so: Dio mi ha risposto tramite Affresco.