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alessandra lanza

Sol LeWitt: Between the Lines

Text Alessandra Lanza
@ale_theia

 

Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Sol LeWitt (Hartford, 1928 – New York, 2007), e possiamo essere sicuri che la proposta di metodo dell’artista sia andata a buon fine. Esattamente cinquant’anni fa sulla rivista Artforum, con ‘Paragraphs on Conceptual Art’, veniva da LeWitt sancito il primato dell’idea sull’esecuzione e coniato il termine ‘concettuale’. L’artista, generatore di idee, ha il compito di formulare il progetto, mentre l’esecuzione può essere affidata a chiunque, purché vengano rispettare le istruzioni, e dunque in qualunque momento. Ecco perché come racconta Francesco Stocchi, curatore insieme all’architetto olandese Rem Koolhaas della mostra Between the Lines, dal 17 novembre 2017 al 23 giugno 2018 presso la Fondazione Carriero, nel recuperare il suo lavoro «tutto sembra sempre nuovo, fresco e attuale».

Questa mostra, realizzata in collaborazione con l’Estate of Sol LeWitt, attraverso un importante corpus di opere che ripercorre la carriera dell’artista, dai Wall Drawings a sculture come Complex Form e Hanging Structures, alla serie fotografica Autobiography 1980, viene offerto un nuovo punto di vista sul suo lavoro, che punta a riformulare l’idea che sia l’opera a doversi adattare all’architettura, fino al sovvertimento del concetto di ‘sitespecific’. Un’esplorazione dei confini e delle basi del metodo di LeWitt, della relazione della sua opera con l’architettura, in questo caso quella degli spazi della Fondazione, in via Cino del Duca. Il ruolo dell’architettura e dell’architetto non è affine solo per la progettualità delle idee, ma anche per la capacità che hanno entrambi di rimodellare lo spazio, con strutture e forme spesso indipendenti dall’ambiente in cui sono inserite.

Le opere di LeWitt «si distinguono come stile nel tempo, ma ciascuna è sempre realizzata ora e non subisce quindi patina del tempo o quell’idea di feticcio». Un uso paragonabile, spiega Stocchi, al quello dei templi in Oriente, Cina, Giappone, «dove ogni venticinque-trent’anni vengono ridipinti i motivi decorativi, e si preserva comunque sempre un’idea di originale. È come se venissero rinnovati sistematicamente gli affreschi della Cappella Sistina. Ma la concezione occidentale è legata al mantenimento, mentre la filosofia è qui quella di riattualizzare».

 

Quanto conta il contesto, cioè palazzo di Fondazione Carriero, in cui è inserita la mostra?
«Il contesto è un elemento non solo importante, ma fondamentale per la mostra stessa. Anzi, è tanto importante quanto le opere e lo studio sull’opera, che viene fatto in modo non convenzionale. Si tratta di un palazzo storico, quanto di più distante possa esserci dal White cube, che richiede una reazione, una risposta a qualcosa. Il luogo stesso è così caratterizzato che domanda di entrare in dialettica con il lavoro dell’artista, ed è come se portasse a delle scelte rispetto all’idea neutrale, asettica e possibilista di un White cube in cui si lavora in termini più assoluti, mentre in questo caso si lavora in termini relativi. In generale tutte le mostre finora fatte alla Fondazione Carriero sono partite dalle proprietà stesse del palazzo e sarebbero difficilmente esportabili».

Qual è stata la sfida più grande per lei nel curare questa mostra?
«Quella di entrare in una dialettica prolungata con un’architetto [ndr. Rem Koolhaas] per mettere a confronto dei punti di vista su un artista. Un architetto che da sempre cerca di uscire dal suo proprio campo, non secondo un’idea di ridefinizione dell’architettura. Cerca di uscire dalla sua zona operativa per poi magari sviluppare, dopo, l’idea stessa di essere architetto. La richiesta era quella di lavorare da zero alla mostra, e non al supporto di un’idea di mostra già esistente. L’esito della nostra collaborazione era davvero un’incognita. Ci conoscevamo, ma non sapevamo assolutamente come ci saremmo trovati a lavorare insieme. All’inizio si è trattato di qualcosa di difficile da controllare e che non sapevamo dove ci avrebbe portato».

Qual è la valenza di una mostra come questa in Italia?
«Ha una pertinenza in sé, per lo sguardo che abbiamo portato verso l’opera di LeWitt, più legato al suo aspetto umanistico, rispetto all’immagine cartesiana. Restituisce tutto il rapporto e il debito intellettuale che LeWitt ha sempre avuto con l’Italia. Aveva preso casa a Spoleto e la visitava spesso: assorbì così gli affreschi di Cimabue, Piero della Francesca  e diventò un vero amante della cultura italiana, del gusto italiano e dei palazzi italiani. Dunque ospitare questa mostra in un palazzo italiano, storico, dà un taglio preciso, è come chiudere un cerchio per un artista che non ha mai nascosto questa passione per l’Italia».

E se LeWitt fosse ancora in vita crede che la mostra avrebbe potuto essere la stessa?
«La grande rivoluzione di LeWitt è stata quella di creare un linguaggio artistico votato all’immortalità, basato su un’idea che è realizzabile in eterno e da figure esterne alla propria persona. Paragonerei il suo lavoro a uno spartito musicale: lui amava molto Beethoven. La musica che continuano a rappresentare è sempre Beethoven, come l’originale. LeWitt era molto ambizioso, ma al tempo stesso umile. La sua umiltà si vede nella filosofia di delegare ad altri. Diciamo che ha saputo fare in modo che la sua assenza non venisse mai sofferta. In ogni caso, l’Estate of Sol LeWitt, cioè la fondazione di famiglia, la voce più vicina all’artista, che ha controllato la filologia del lavoro fatto, è stata molto aperta nel capire le intenzioni, magari diverse dal solito, e quindi ci ha lasciato operare come meglio credevamo».

Between the Lines

17 novembre 2017 > 23 giugno 2018

Fondazione Carriero
via Cino del Duca 4 – Milano 

Lunedì  > Sabato, 11:00 > 18:00, Ingresso libero

Images courtesy of Press Office
fondazionecarriero.org – @fondazionecarriero

SHE: Interview with Viviane Sassen

Text Alessandra Lanza
@ale_theia

 

Si presenta al vernissage in 10 Corso Como con i capelli biondi raccolti e una blusa color bluette, dello stesso tono di molte delle immagini che troviamo nei suoi libri e anche in questa mostra. Richiama i cieli cui ci ha abituato e in particolare quello della fotografia scelta per la locandina di SHE, la mostra inaugurata ieri sera in Galleria Sozzani.

Viviane Sassen (1972), fotografa olandese che da bambina ha vissuto in Kenya con il padre medico, rimanendo irrimediabilmente segnata dall’Africa nel suo lavoro di fotografa, si è avvicinata al mondo della moda, per poi rendersi conto che la sua vera passione non era per i vestiti, quanto per le immagini. Immagini che dovrebbero per lei essere sempre in grado di accendere l’immaginazione e avere il potere di tenere lo spettatore a guardarle per più di qualche secondo. Ci riescono i giochi di colori, di luci e ombre e di geometrie che si sovrappongono ai corpi protagonisti delle sue fotografie, ci riescono con quel senso di perfezione e insieme di disturbo che sanno creare in chi le guarda, con una delicatezza che riesce insieme a graffiare e con l’attivazione di un attrazione che è sì intellettuale, ma che opera anche a livello inconscio, facendo riaffiorare alla mente alcune di quelle visioni una volta abbandonata la mostra, o, nel caso dei suoi libri, una volta girata la pagina.

 

Questa mostra si intitola SHE: in che modo viene raffigurato il corpo femminile, elemento costante della sua poetica, in questo lavoro?

«In questo caso sono stata molto ispirata dal fatto che ci sia una sorta di revival del femminismo in corso, ma per quanto io sia interessata a questo fenomeno e al dibattito politico attuale, per questa serie ho voluto fare qualcosa di non politico. Qualcosa di molto più ‘organico’ e di legato alla terra, alla materia. Questo lavoro parla molto di fertilità e della capacità che hanno le donne di mettere al mondo, di allattare. Nelle mie immagini parlo dell’amore per i lavori di tipo manuale, della tattilità delle cose, della terra, del fare il pane. Non lo faccio in maniera letterale, ma è come se le cose che ho fotografato, in una maniera universale, raffigurassero l’idea di una femminilità».

Le sue immagini ci portano spesso a riflettere sulla fotografia come medium. Pensa che la fotografia possa contribuire in qualche modo alla rinascita del femminismo in corso?

«Penso davvero che la fotografia sia davvero il primo media e che tante persone ormai non leggano più. Non sono sicura di voler fare uno statement, non è qualcosa che mi interessa particolarmente al momento. Sto facendo qualcosa di molto personale e di molto intuitivo. Se le persone riescono a mettersi in relazione con il mio lavoro in maniera personale va bene, e se non succede va bene lo stesso. Non credo nella verità, penso che ci siano moltissime opinioni. Non c’è un unico modo di dire e di raccontare qualcosa, ci sono molti modi ed è come un processo organico di inseminazione, in cui sentiamo che qualcosa ci appartiene e in qualche modo attecchisce in noi».

Negli ultimi anni ha prodotto moltissimi libri: come funziona per lei la progettazione di una mostra come questa?

«Questo non è l’esempio perfetto di come di solito organizzo una mostra, perché di solito lavoro sulle serie, ma in questo modo: per me una serie o un progetto in generale, sono finiti solo quando faccio un libro. Fare un libro è per me meraviglioso perché in quel modo il progetto è finito ed è lì nel mondo. Fare libri, in generale, è una cosa importantissima nel mio percorso. Inoltre trovo che siano un mezzo assolutamente democratico. Non tutti possono comprare una stampa, ma quasi tutti, anche gli studenti, possono permettersi un libro se davvero lo vogliono. Ecco perché mi piacciono tanto».

SHE – Viviane Sassen

Galleria Carla Sozzani
Corso Como 10 – Milan

20 settembre – 12 novembre 2017

Orari: Venerdì – Martedì 10.30 – 19.30

Mercoledì – Giovedì 10.30 – 21.00

Images courtesy of Fondazione Sozzani – Galleria Carla Sozzani
www.galleriacarlasozzani.org – @galleriacarlasozzani

Rosa Barba at HangarBicocca

Text Alessandra Lanza
@ale_theia

 

I suoni provengono da ogni parte della stanza, mentre dai proiettori in movimento fasci di luce colorata e di immagini raccontano storie diverse, concepite dall’autrice negli ultimi otto anni. Si manifestano in un unico coro, in un unico spazio, su pareti e superfici in cui le traiettorie si intersecano, rendendo tutto immobile in un buio che abbraccia e in cui lo spettatore galleggia.

L’installazione di From Source to Poem to Rhythm to Reader comprende quattordici opere prodotte da Rosa Barba (1972, Agrigento) dal 2009 al 2017 e ne condensa la poetica tra rimandi continui, rimbalzi e intersezioni. Barba, che vive e lavora a Berlino, si esprime attraverso la pellicola, che diventa arte per se stessa, trasformata in opera viva dagli ingranaggi che la muovono, disegnando forme e sculture o attivando un circolo che sembra infinito, come il tempo senza-tempo, o che ritorna arte una volta proiettata, sotto forma di colori, epifanie d’immagini e di film. Un sogno cinematico, meccanico e insieme evocativo, che si unisce ai significati delle parole che scorrono, trasportate da pellicole e proiettori.

Vale la pena prendersi il tempo per guardare i film, che secondo diverse atmosfere, tra scenari desertici, misteriosi e tecnologici, tra luoghi, architetture e personaggi collocati in un tempo insieme presente, passato e futuro, ci parlano di archivi, abbandono e società. L’opera più recente è Enigmatic Whisper (2017): la cinepresa di Barba ci porta nello studio dello scultore americano Alexander Calder (1898-1976) in Connecticut. Se di tempo non ne avete abbastanza, camminate fino in fondo alla sala: sul muro scuro che separa le opere di Rosa Barba dallo spazio interpretato da Miroslav Balka, è proiettata la pellicola del 2009 The Empirical Effect, ancora inedita in Italia (come le altre quattro in mostra), che racconta i residenti della zona rossa del Vesuvio, sopravvissuti all’ultima edizione del vulcano nel 1944, in un gioco di memoria e finzione.

È vero, Hangar Bicocca è un po’ fuori mano rispetto al centro di Milano, ma From Source to Poem to Rhythm to Reader vale il viaggio – non il prezzo del biglietto, semplicemente perché non c’è.

Rosa Barba, From Source to Poem to Rhythm to Reader
A cura di Roberta Tenconi

Pirelli HangarBicocca
Via Chiese 2 – Milano

5 maggio – 8 ottobre 2017

Orari: Giovedi – Domenica 10.00 – 22.00

Images courtesy of artist and Press Office
www.hangarbicocca.org – @pirelli_hangarbicocca

Scultura Architettura Città

Text Alessandra Lanza
@ale_theia

 

Rischiava di essere dimenticato fra tanti altri scultori milanesi del secondo Novecento. Eppure, una delle sue opere, Gesto Per La Libertà (1972), è collocata in piazza della Conciliazione a Milano e viene guardata ogni giorno, diventando parte integrante e imprescindibile di quella sezione del paesaggio urbano.

A Carlo Ramous (Milano, 2 giugno 1926 – 16 novembre 2003) è dedicata una retrospettiva alla Triennale di Milano, a cura di Fulvio Irace e di Luca Piero Nicoletti, visitabile fino al prossimo 17 settembre. Il titolo, Scultura Architettura Città, riassume una catena di rapporti fra tre elementi inscindibili nell’opera di Ramous che concepiva i suoi lavori come segni attraverso i quali portare la cultura in giro per lo spazio urbano. Non solo nelle sue zone centrali ma anche nelle periferie, in una collaborazione proficua con gli architetti e i progettisti. È quella che Francesco Tedeschi, in uno dei testi critici della mostra, definisce «una naturale vocazione ambientale, che trova la sua connotazione specifica negli anni Settanta, quando si assiste a una forte espansione della scultura a destinazione urbana». Una nuova strada avviata nel dopoguerra, dopo l’ossessione monumentale del regime.

La prima sala della Triennale che ospita le sculture più grandi in bronzo scuro – come quella di piazza della Conciliazione – è stata immaginata come se fosse uno spazio urbano, dimensionato da colori astratti e dalle fotografie in grande formato di quell’installazione del 1974 nella piazzetta Reale, accanto al Duomo di Milano. Questa mostra indaga l’intero percorso artistico di un autore che plasmò con l’argilla, il legno e l’acciaio. In una sfida tra gravità e armonia, secondo la sua concezione di scultura pronta a staccarsi da terra per librarsi nello spazio. Troviamo anche disegni, dipinti, bozzetti preparatori e una spilla. Cambiano i materiali e le tecniche e con loro evolve lo stile di Ramous che si sposta alla concezione dello spazio urbano solo dopo un primo periodo materico. Accanto a opere e bozzetti ci sono fotografie in bianco e nero scattate da Enrico Cattaneo. Ha registrato la storia della scultura moderna, documentando all’inizio degli anni Settanta alcune delle più importanti manifestazioni di scultura nello spazio urbano.

Ben raccontati ci sono anche i lavori di ‘archi-scultore’ di Ramous che realizzò le facciate della chiesa di Santa Marcellina, riprogettata insieme all’Architetto Mario Tedeschi tra 1958 e 1960, e di quella di San Giovanni Bosco, a Baggio nel 1965. La decorazione della facciata dello stabilimento Cino del Duca a Blois (1961-63), commissionato dall’ingegner Tullio Patscheider dopo una precedente e proficua collaborazione. Le tracce di Ramous si sarebbero forse perse se non fosse stato per Walter Patscheider, figlio dell’ingegnere, in qualche modo ossessionato dalla volontà di collezionarlo e di conservarne la memoria.

Una chicca? La scala in cemento vivo nascosta nel retro del bookshop della Triennale decorata da Ramous con linee, solchi e graffi, la sua firma.

Carlo Ramous. Scultura Architettura Città.

Palazzo della Triennale
Viale Alemagna 6 – Milan

2 luglio – 17 settembre 2017

Orari: Martedì – Domenica 10.30 – 20.30

Images courtesy of Press Office
www.triennale.org – @latriennale
Alessandra Lanza – @ale_theia

Secret side of Bagutta

Text Alessandra Lanza
@ale_theia

 

A camminare per via Bagutta, schivata la folla brulicante di San Babila ed evitati i pedoni carichi di buste e pacchi che sfilano lungo Montenapoleone, ci si ritrova in un’altra Milano. Non ci sono marciapiedi su cui spintonarsi il sabato pomeriggio, e il sole, nascosto tra i palazzi, riscalda senza scottare. Tra le vetrine dei negozi, che vendono profumi, scarpe per le grandi occasioni, vestiti di costose firme italiane e non, ci sono anche gli antiquari sopravvissuti al tempo, agli sfratti, ai cambiamenti della città. Tra un negozio e l’altro rimangono i portoni, a proteggere una tranquillità che appena qualche strada più in là sembra impossibile. Uno di questi, al numero 14, nasconde un cortile interno – in fondo, una porta verde. C’è scritto ‘Antichità’. Sono quelle raccolte da Carlo Orsi, che ha ereditato la passione del padre per oggetti e opere d’arte di altre epoche: dipinti, sculture e arredi antichi. Il cancello in metallo al civico 9 difende invece dai curiosi una casa rosa pastello che divide il cortile dal retro di Old America, il negozio della signorina Francia, aperto nel 1954. Il cortile di Palazzo Reina, al 12, profuma ancora di nuovo. Ristrutturato da poco perché ritrovasse lo splendore di quell’Ottocento in cui è stato costruito. Più in là, Palazzo Taverna accoglie con pareti, pavimenti di marmo e un soffitto che sembra illuminato per essere un cielo stellato. Una rincorsa tra un tempo che batte, dal cuore di Milano, e uno sospeso, che torna a scorrere non appena ti fermi davanti a un portone.

Questi e altri segreti di Milano sono su Instagram @secretsideofmilan

Images courtesy of owner
Alessandra Lanza – 
@ale_theia

Milano Arch Week

Text Alessandra Lanza
@ale_theia
                         

 

La PhotoWeek si è appena conclusa, ma per Milano comincia un’altra settimana intensa, quella della neonata Arch Week, dedicata all’architettura e al futuro delle città e promossa da Politecnico, Comune e Triennale sotto la direzione artistica di Stefano Boeri.

Dal 12 al 18 giugno un dedalo di appuntamenti (qui il calendario completo) che ruoteranno in particolare attorno al patio della Scuola di Architettura del Politecnico e alle sale della Triennale, ma anche all’Ordine degli Architetti, Fondazione Feltrinelli e Fondazione Prada, gli spazi di BASE Milano, di Macao, del Teatro Franco parenti e della Fondazione Riccardo Catella, dove si inaugura la rassegna lunedì 12 giugno alle ore 18.30, con un pre-opening party speciale: dopo le debite presentazioni, verrà raccontato il progetto Milano Open Portrait, curato dal fotografo Antonio Ottomanelli, un’installazione in forma di camera oscura che coniugando fotografia, design e arte pubblica, registrerà per una settimana la vita in piazza Alvar Aalto, a Porta Nuova. Prima dei brindisi, una lecture della designer olandese Petra Blaisse, autrice del nuovo parco di Porta Nuova. Nel frattempo all’Ordine degli Architetti, per tutta la settimana sede di incontri, workshop e conferenze serali, alle 19.30 il vernissage della mostra fotografica “Milano – ritratti di fabbriche 35 anni dopo”, reportage di Giuseppe Corbetta in collaborazione con lo Studio Gabriele Basilico sullo stato attuale degli oltre 200 edifici industriali della periferia milanese che Basilico fotografò alla fine degli anni ’70. Niente paura: la mostra sarà visitabile fino all’8 luglio.

Martedì 13 giugno gli eventi ruotano attorno al Patio della Scuola di Architettura Politecnico di Milano dalle 15 alle 22, con una serie di lectures, con Carlo Ratti, Oliviero Toscani, Benedetta Tagliabue e lo studio di architettura catalano RCR (vincitori del prestigioso Premio Pritzker 2017). Alle 17 una preview della Biennale di Architettura di Chicago, e poi la vera e propria cerimonia di apertura dell’Arch Week, alle 19.30, col Direttore artistico Boeri, il Direttore generale di Triennale Andrea Cancellato e il Rettore del Politecnico, Ferruccio Resta, per presentare il fitto programma in cui l’architettura si troverà a dialogare con tante altre discipline.

Da mercoledì 14 a sabato 17 l’appuntamento è in Triennale, tra installazioni, performance artistiche nel giardino delle sculture, mostre, talk, discussioni aperte in cui si confronteranno anche le istituzioni pubbliche e private milanesi. Mercoledì l’agenda dei talk è fittissima: architetti italiani e internazionali, da Italo Rota a Sam Jacob, da Francis Kéré a Fulvio Irace e TAM Associati, offrono spunti interessanti su architettura, rappresentazione, cambiamenti urbani. Non manca il rapporto tra natura e architettura, discusso con lo scienziato Stefano Mancuso. Da vedere il Public Debate sulle nuove istituzioni culturali, alle 15.00. Giovedì alle 12 si discute di come “ri-formare Milano”, con il team del Politecnico, e delle periferie, con un nuovo dibattito alle 15.00. Tra i personaggi più interessanti della giornata Amos Gitai, Adrian Paci, Fabio Novembre, Winy Maas (MVRD) e Eyal Weizman. Da “ascoltare” la lecture del musicista e produttore Max Casacci, su come “Suonare il rumore della città” e alle 22 il “Viaggio nella nuova notte di Milano”, guidati dalla rivista Zero e da Oma. Venerdì si continua a ragionare sul futuro, con IRA-C e Domus, sulla ricostruzione, con workshop mattutini e pomeridiani, e sulle grandi trasformazioni urbane, con un altro grande dibattito pubblico e i talk di Cherubino Gambardella, Peter Eisenmann e Joseph Grima. Alle 18.30 si festeggiano i 107 anni del critico e artista Gillo Dorfles, mentre alle 21.30 la contaminazione è con il cinema, in un divertente incontro su interni e architetture milanesi nei film di Renato Pozzetto. Sabato si prosegue in Triennale con nomi italiani e internazionali, da Cino Zucchi a Elizabeth Diller: talk, proiezioni e incontri su orti urbani, paesaggio, ecologia e un focus sulla Cultura delle periferie, fino all’evento speciale di chiusura, dedicato alla musica trap italiana, con gli artisti Izi, Laioung e Fabri Fibra.

Per chi preferisce scoprire la città coi propri occhi, sono stati programmati tour guidati a bordo del PolimiBus alla scoperta di Milano est (martedì), oppure in Vespa, con VespArch, con un focus sulle nuove istituzioni culturali (mercoledì), le periferie (giovedì) e le grandi trasformazioni di Milano, tra scali ferroviari, mercati e grattaceli (venerdì). Rimarranno aperte in settimana le migliori case Museo, dal Poldi Pezzoli a Villa Necchi Campiglio; giovedì saranno visitabili Fondazione Prada, alle 12, e Fondazione Franco Albini alle 13, e un tour guidato in giro per Milano sarà dedicato al maestro Luigi Caccia Dominioni. Venerdì e sabato oltre trenta studi privati in tutta Milano saranno aperti per accogliere i curiosi. Da non perdere la visita allo Studio Museo Vico Magistretti sabato 17, alle 10.30, insieme a Stefano Boeri, e quella alla Fondazione Achille Castiglioni delle 14.30, con Cino Zucchi.

La chiusura ufficiale, per chi conserva ancora energie, è domenica alle 11 al Teatro Franco Parenti, con la visita ai Bagni Misteriosi dell’ex Piscina Caimi e l’ArchiBrunch delle 12.30.

Images courtesy of Press Office.
www.milanoarchweek.eu – @milanoarchweek

Regole in frantumi

Text Alessandra Lanza
@ale_theia

 

Assemblaggi compulsivi tra chiodi e guide metalliche, nastro isolante e velcro, foto appese ai muri, accartocciate, sovrapposte. Le pareti dell’Osservatorio di Fondazione Prada, in Galleria Vittorio Emanuele II, si coprono di immagini che raccontano in maniera materica e volutamente non lineare l’Europa, i suoi abitanti e insieme riflettono sul contemporaneo rapporto con il linguaggio visivo.

“EU” è una mostra antologica che raccoglie diversi lavori di Satoshi Fujiwara (Kobe, 1984) in una sintesi tra il linguaggio iconografico tipico del fotografo giapponese e la discussione aperta sulla visione quotidiana delle immagini, in alternativa ai regimi rappresentativi che stabilizzano l’attuale “identità fotografica europea”. Sotto la curatela di Luigi Alberto Cippini in un allestimento di Armature globale, uniformi della polizia, apparecchiature giornalistiche, sezioni di volti e di animali, frammenti di corpi si rincorrono e lottano in un gioco di sequenze disordinate che Fujiwara adotta rinunciando a uno sviluppo narrativo.

«Oggi le immagini – spiega il curatore – vengono visualizzata per lo più sui monitor e sono retroilluminate. Non ha più senso esporre attraverso lightbox». Quando la fotografia entra nello spazio, può succedere finalmente qualcos’altro. Ma la riflessione di Fujiwara nasce a monte dell’immagine: «La produzione fotografica contemporanea – continua Cippini – sembra essere determinata da rigidi standard di risoluzione, impatto e distribuzione». I vincoli e le norme tecniche ed estetiche da seguire per essere pubblicati sulle riviste e sui giornali sono evidenti. E così il fotografo giapponese, anche se torna a riflettere su terreni comuni, come l’Europa, la sicurezza e il ruolo dei media, prova a sovvertire le regole, con un linguaggio nuovo ed emergente e un punto di vista non scontato.

Images courtesy of Press Office.
www.fondazioneprada.org – @fondazioneprada