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alessandro fornaro

Rankin with Sedona Legge

Photography
Rankin

Model
Sedona Legge @Next

Creative Direction
Alessandro Fornaro

Stylist
Kim Howells

Hair
Nick Irwin

Make-up
James O’Riley

Manicurist
Michelle Class

Make-up assistant
Virginia Bertolani

Photography assistants
Jack Chamberlain, Micaela Mclucas, Ben Duah, Juan Covelli, Derrick Kakembo, Ludovica Girotto, Conor Clarke

Digital tech
Neil Bennett

Fashion assistants

Emi Papanikola, Femi Hurley-Scott

Rankin / Sedona Legge

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunaccia

La regina Elisabetta alla sfilata di Richard Quinn tenutasi a Buckingham Palace. Accanto, Anna Wintour trincerata dietro la barriera dei suoi occhiali neri. Un tempo neanche lontano, questa licenza non sarebbe stata possibile. Essendo Misses Wintour inglese di nascita e Dame Commander dell’Order of British Empire, le domande sorgono spontanee: che sia in atto una democratizzazione nel protocollo di Buckingham Palace? È permesso interloquire, indoor, con una signora ultra-novantenne che – per inciso – è l’ultima vera testa coronata in circolazione, il Capo della Chiesa anglicana, non guardandola negli occhi?

Strane congiunture. Ossimori del nostro tempo che registra il proliferare di Instagram profiles sulle case regnanti e che condivide il cordoglio della regina Margareth in gramaglie al funerale del principe consorte Henri di Danimarca come fosse una di famiglia. Forse, per la consueta prepotenza immaginaria del fashion, sono tornate alla ribalta le corone, simbolo per eccellenza della regalità. Svuotate di senso, come i molteplici tiara-ball imperversanti. Quante volte Elisabetta II ha ribadito come sia pesante portarla – sta benedetta corona? Di come le stressi il collo e le scapole l’incombere di quella gabbia d’oro e di pietre preziose che, nel berretto interno di velluto porpora bordato d’ermellino, imprigiona un’aura di leggenda?

La regina Vittoria, nel Diciannovesimo secolo, si era fatta ridisegnare e ridurre di peso e misura l’ancestrale serto di Sant’Edoardo, preferendo portare la nuova corona imperiale di stato, quella tuttora utilizzata a conclusione della cerimonia d’incoronazione e durante l’annuale discorso d’apertura al parlamento inglese. La corona imperiale di stato – pesa poco meno di un chilo ed è alta 31,5 cm – è un compendio di storia britannica, incastona gemme quali lo zaffiro di Edoardo il Confessore, il medievale rubino, in realtà uno spinello, del Principe Nero, e il diamante Cullinan II di 317 carati. È quella che vedete scomporsi e ricomporsi, liquefarsi per poi ritornare di nuovo solida nella sua forma, nella sigla di The Crown.

Un serto d’alloro era segno di vittoria in battaglia e di trionfo nel mondo classico, ma anche di affermazione sportiva nei giochi d’Olimpia. La religione cristiana, scagliandosi contro i fasti sensuali degli dei ellenici, incorona di spine il proprio dio fattosi uomo. Nelle icone votive bizantine e nella cultura rappresentativa che ne deriva, l’aureola del Cristo è aurea e intessuta di smalti e gemme.

In primis una corona è oro, materia pura e alchemica, nonché l’algido sortilegio del platino. Intrisa dalla luce di diamanti, perle e pietre di colore allegoriche, come narra Paul Claudel. Si indossa sulla sommità del capo, a creare quell’estensione del sé che differenzia l’uno fra pari. Di solito, quando è chiusa, la sormonta una croce su un globo, a ribadirne la portata sacrale per stabilire il senso di suggello di un patto con il popolo garantito dalla divina provvidenza.

Intoccabile ab origine. Molte delle Madonne più note la inalberano come altrettante regine, siano esse la Vergine di Montenero che porta per volere dei Medici il serto granducale di Toscana, quella quasi iberica di Trapani, Nostra Signora di Fatima e dei segreti o la sublime Macarena, una bambola che possiede un guardaroba tanto sontuoso da far invidia a una cliente di haute couture. La più bella corona mariana è quella di imprinting fiammingo tardo-gotico immaginata da Albrecht Dürer nella Festa del Rosario, opera pittorica a Praga. Una fortezza fatata, una Gerusalemme celeste in filigrana che due angeli reggono sopra la testa della Madre di Cristo, nel dipinto realizzato nel 1506 per San Silvestro a Rialto, chiesa della comunità tedesca nella Serenissima, su committenza del banchiere augustano Jakob Fugger il Ricco, durante il secondo soggiorno a Venezia di Dürer.

Fin dall’alto medioevo, la corona del Sacro Romano Impero, ottagonale, probabilmente fabbricata in Germania occidentale sotto Ottone I, con aggiunte apportate da Corrado II e Corrado III. Menzionata la prima volta nel Dodicesimo secolo, era custodita a Norimberga, dove rimase dal 1424 al 1796, e che poteva lasciare solo in occasione delle incoronazioni. Le insegne imperiali dalla fine del Settecento sono esposte alla Hofburg di Vienna, tuttora al centro di una disputa degna d’altri tempi. La città di Aquisgrana, antica capitale carolingia che possiede una copia identica della corona, visibile nella Krönungssaal del Palazzo di Carlo Magno, ne rivendica la proprietà tramite il Capitolo della Cappella Carolina, rinnovando periodicamente la richiesta con un atto formale.

La corona ferrea, usata per incoronare i Re d’Italia dall’alto Medioevo fino all’Ottocento. A lungo ne venivano insigniti anche gli imperatori del Sacro Romano Impero. Carlo Magno, nella notte di Natale dell’anno 800 in San Pietro in Vaticano, Federico Barbarossa nel 1155 e Carlo V nel 1530 a Bologna. Napoleone I se la calcò sulla fronte da sé, proclamando granitico: «Dio me l’ha data, nessuno la toglie». Nel 1838, a Bonaparte fa seguito Ferdinando I d’Austria. Nel 1602, lo storico monzese Bartolomeo Zucchi, scriveva di trentaquattro incoronazioni imperiali avvenute fino a quel momento. All’interno della corona ferrea c’è una lamina circolare di metallo. Vuole la tradizione che sia stata forgiata con il ferro di uno dei chiodi usati nella crocifissione di Cristo. In realtà, si tratta di una lamina d’argento, forse dovuta al restauro dell’orafo Antellotto Bracciforte nel 1345. Il chiodo si trovava in una delle piastre – erano otto, ora due di meno – che furono rimosse, forse rubate, tra il Tredicesimo e il Quattordicesimo secolo, quando la corna viene data in pegno agli Umiliati nel Convento di Sant’Agata. Un fatto che ne ridusse il diametro rendendola troppo piccola per cingere la testa di un uomo. È venerata come reliquia in una teca voluta da Umberto I di Savoia nella Cappella di Teodolinda nel duomo di Monza, affrescata dagli Zavattari. Un decreto papale del 1717, anche se in difetto di prove sicure sul chiodo della Passione, ne confermò la valenza di reliquia.

Perché, visto il valore non eccelso rispetto ad altri serti regali, la Corona ferrea è stata tanto ambita attraverso più di un millennio di storia? Si potrebbe dire che in qualche modo racchiudeva in sé l’idea stessa di Italia, visto che per il Cancelliere Metternich, regista del Congresso di Vienna e della Restaurazione, il Bel Paese, lungi dal possedere qualsiasi unitaria identità politica, altro non era che un’espressione geografica. Se lo disputarono tutti, questo cerchio metallico intriso di simboli e allegorie quasi quanto il Graal. Ricorre con frequenza negli affreschi ornamentali di Palazzo Reale a Venezia, come osserva Jerome-François Zieseniss, President del Comité Française pour la Sauvegarde de Venise. Ancora a Venezia, appena dietro Piazza San Marco, in calle Larga dell’Ascensione sulla facciata dell’Hotel Luna, uno dei più antichi della Serenissima, una targa in marmo bianco ricorda il passaggio della Corona ferrea in quella sede, al suo ritorno da Vienna, il 25 ottobre 1866, restituita dall’Austria-Ungheria.

Nikolay Biryukov / Lina Hoss

Text Roberta Mazzoni

 

Ricordo ancora la prima volta che vidi Enrico. Era il 1980, ero arrivata da pochi anni a Roma per tentare la grande avventura del cinema. Ci incontrammo a casa di Fabrizio Apolloni, antiquario e amico di famiglia, e per me fu una vera e propria folgorazione, non solo per la sua avvenenza – a quei tempi Enrico era un meraviglioso cinquantenne – ma per la gentilezza, il garbo e l’attenzione con cui ascoltò i miei primi balbettanti progetti cinematografici, ancora del tutto utopistici e informi. Avevo trent’anni allora, e ancora non avevo ben capito cosa avrei fatto ‘da grande’. Le esperienze che avevo avuto da poco come assistente alla regia avevano fatto naufragare per sempre il sogno di diventare regista. Non era il mestiere per me, non avevo la concentrazione, la sicurezza e il carisma necessario per riuscire a dominare un set. Così, da qualche tempo, stavo pensando alla sceneggiatura, e glielo dissi. Ricordo ancora il suo sguardo, la sua curiosità.

Fu quell’attenzione che mi fece pensare a lui, un anno dopo, quando Salvatore Nocita – per il quale avevo appena scritto un trattamento per un film televisivo in quattro puntate su Carlo Magno che non fu mai realizzato – mi offrì la sceneggiatura de I promessi sposi, la mia prima sfida professionale – «ma prima devi trovare uno sceneggiatore famoso che ti affianchi», mi disse, «tu sei troppo giovane e inesperta». Fu così che pensai a Enrico. Lo chiamai sicura che mi avrebbe mandato al diavolo e invece accettò subito. «È uno dei sogni della mia vita» mi disse.

Iniziò così il nostro sodalizio che, professionalmente, durò diversi anni e che, affettivamente, dura tutt’ora. Enrico ama chiamare i suoi giovani collaboratori ‘complici’, in realtà è stato per tutti noi un vero maestro. Enrico mi ha insegnato tutto. Mi ha insegnato a costruire le scene, a scandire i dialoghi, ad affrontare ogni scelta con originalità, attingendo a piene mani dalla grande letteratura. Mi ha fatto capire che essere sceneggiatore, prima di ogni altra cosa, vuol dire essere curiosi, aperti, ‘ladri’ di realtà e di buone letture. Vuol dire conoscere il lato oscuro del cuore, le intermittenze, gli scarti del carattere. Mi ha insegnato a non essere mai didascalica, a delineare sempre i personaggi partendo dall’interno, da quel qualcosa capace di renderli verosimili ma non banali, universali ma allo stesso tempo unici e irripetibili.

In tutti i lunghi anni della nostra collaborazione, ogni volta che gli portavo le mie paginette, Enrico, senza farsene accorgere, le correggeva aggiungendoci quel tocco di verità, di witz e di originalità che le rendevano vive e geniali. Mi ha sempre lodato, mentre lavoravamo insieme, ma io so che quello che scrivevo non era nulla più di un compitino ben fatto. Era Enrico a restituire alle scene la vita che mancava, il guizzo che le rendeva uniche. Ha questo di bello, Enrico. Che ti accoglie nella sua vita, sapendo valorizzare i tuoi lati migliori, sapendo stimolare senza mai ferire, incoraggiare senza mai sottolineare i tuoi difetti.

L’avventura de I promessi sposi è durata sei anni, dal 1982 al 1988: ogni anno c’era una nuova revisione, nuovi produttori esteri da compiacere, nuove scene da riscrivere. Sembrava la fabbrica del Duomo ma, a ogni revisione, Enrico ha saputo trovare sempre la soluzione più brillante, l’escamotage più geniale e diplomatico per salvare il nostro lavoro e accontentare, nello stesso tempo, i committenti. Alla fine il prodotto che ne è uscito è stato di tutto rispetto ed è un peccato che la Rai non lo ritrasmetta a distanza di venticinque anni.

Poco dopo ci fu l’avventura di Casa Ricordi, per la regia di Mauro Bolognini. Anche questo un progetto che assorbì diversi anni e che ci permise di ripercorrere le vite dei più grandi musicisti italiani – da Donizetti, a Verdi, Bellini, Rossini fino ad arrivare a Puccini – raccontandoli attraverso i loro rapporti con la famiglia Ricordi nell’arco di un secolo di storia patria. Enrico è un grande conoscitore e amante della musica e lavorare a questa sceneggiatura è stato, più che un lavoro, un piacere e un’immersione nella sua cultura musicale.

Ci furono poi progetti non andati in porto, tra i quali il più importante fu il sogno di Goffredo Lombardo di realizzare Il Gattopardo, trent’anni dopo. Ci lavorammo con passione, raccontando l’ultima storia d’amore tra un maturo Tancredi, ormai vedovo e parlamentare, e una sua giovane figlioccia. Una storia ambientata tra la Sicilia e Roma in un periodo oscuro della storia siciliana di fine secolo, con intrecci di corruzione, delitti e malaffare – ispirati al delitto Notarbartolo e al fallimento del Banca di Sicilia – che di fatto diedero origine alla mafia. Anche questa volta, molte versioni, molti riscritture e alla fine tutto naufragò per la decisione di Alain Delon di non voler interpretare un vecchio Tancredi innamorato di una ragazza tanto più giovane di lui.

Quando poi la Lux scoprì il grande talento di Enrico, coinvolgendolo in progetti quali Guerra e pace e Coco Chanel, sperai con tutto il cuore di riuscire ad affiancarlo, ma i produttori avevano già in mente altri ‘complici’ e dovetti rassegnarmi a passare il testimone.

Enrico non è stato solo il mio maestro, è stato uno dei miei amici più cari, oltre che essere un vicino di casa. Devo a lui, infatti, anche la scoperta di Orvieto e la successiva decisione di seguirlo nella scelta di venire a vivere in questa dolce campagna umbra.

Insomma, senza saperlo, quella sera d’estate del 1980 in casa di Fabrizio Apolloni, quegli occhi chiari e attenti che si posarono con simpatia su di me cambiarono il corso della mia vita. Grazie, Enrico, e buon compleanno.

From The Fashionable Lampoon Issue 12

 

Photography
Nikolay Biryukov

Stylist
Kim Howells

 

Editor in Charge
Alessandro Fornaro

Hair
Keiichiro Hirano

Make-up
Marina Keri

Make up assistant
Jessica Summer

Photography assistant
Sarah Merrett

Digital tech
Clare Lewington

Producer
Annalaura Masciavè

Fashion assistant
Emi Papanikola,
Femi Hurley-Scott

Models
Lina Hoss @ next models,
Erin Maia @ select model,
Maddy Rich @ select model

Maciek Jasik / Maria Borges

Giovedi, 26 Maggio 1926

Per il comitato del Premio Pulitzer,
All’attenzione di Mr. Frank D. Fackenthal, Segretario,
Columbia University
New York City

 

Egregi signori,

vorrei ringraziarvi per aver assegnato il Premio Pulitzer al mio romanzo ‘Arrowsmith’. Premio che sono costretto a rifiutare e tale rifiuto non avrebbe senso se non vi spiegassi le ragioni.

Tutti i premi, come del resto anche i titoli e le onorificenze, sono pericolose. Gli scrittori che vogliono vincere dei premi prestigiosi tendono a lavorare non per l’eccellenza, ma per queste riconoscenze amene. Si tende a scrivere in modo timoroso per non stuzzicare i pregiudizi di una commissione creata dal caso. E il Premio Pulitzer per i romanzi è particolarmente discutibile perché il regolamento è stato costantemente e gravemente travisato.

Infatti, i termini per l’assegnazione del premio sono ‘per il romanzo americano pubblicato nel corso dell’anno che riesce a rappresentare al meglio l’atmosfera della vita americana nel suo più alto livello di educazione e virtù’. Questa frase, se significa qualcosa, vorrebbe indicare che la valutazione dei romanzi deve essere fatta non in base al loro merito letterario, ma in obbedienza a un qualsivoglia codice di buona forma che potrebbe essere popolare in un momento storico.

Che ci sia una tale limitazione del premio è poco comprensibile, sia per la riduzione che l’annuncio riporta e sia perché alcuni editori hanno strombazzato su tutti i giornali che ogni romanzo che ha ricevuto il Premio Pulitzer è, senza alcun dubbio, il miglior romanzo in assoluto. Il pubblico è indotto a credere, infatti, che il premio sia il più grande onore che un romanziere americano possa ricevere.

Il premio Pulitzer, per essere accettato in questo modo dagli scrittori, rappresenta molto di più che un migliaio di dollari per la vittoria. C’è la credenza generale che gli amministratori del premio siano come un organismo pontificio, unico organo che abbia con il potere di individuare l’opera con maggiori meriti. Si ritiene che siano sempre guidati da un comitato di critici responsabili, anche se nel caso sia di questo che di altri premi Pulitzer, gli amministratori possono fare, a volte, scelte piuttosto arbitrarie e respingere ottimi suggerimenti.

Se oggi il Premio Pulitzer è così importante, non è assurdo pensare che in una futura generazione potrebbe diventare l’unico obiettivo per il quale ogni romanziere ambizioso s’impegnerà; e gli amministratori del premio potrebbero diventare un organo giurisdizionale supremo, un collegio di cardinali, così radicati e così sacri che a sfidarli si rischierebbe di diventare blasfemi.

Solo rifiutando sistematicamente il premio Pulitzer, i romanzieri possono impedire che un tale potere venga imposto su di loro.

Il Premio Pulitzer e l’Accademia Americana delle Arti e delle Lettere sono l’inquisizione di seriosi signori letterari: tutto questo spinge gli scrittori a diventare cauti, gentili, obbedienti, e sterili. In segno di protesta, ho rifiutato l’elezione dell’Istituto Nazionale delle Arti e delle Lettere alcuni anni fa, e ora devo declinare il Premio Pulitzer.

Invito gli altri scrittori a considerare il fatto che, accettando i premi e l’approvazione di queste vaghe istituzioni, stiamo ammettendo la loro autorità, e attribuiamo pubblicamente ai giudici un’eccellenza letteraria, e mi chiedo se qualsiasi premio valga questa sottomissione.

 

Cordiali saluti,
Sinclair Lewis

(traduzione Michele Crescenzo)

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

 

Photography
Maciek Jasik

 

Stylist
Zuza Sowinska Bania

Editor in Charge
Alessandro Fornaro

Editing and Coordination on Set
Costanza Maglio

Hair
Christos Kallaniotis
@kramer+kramer

Make-up
Kim Weber

Model
Maria Borges
@img

Photography assistant
Landon Yost

Olio by Michael Avedon

It’s Olio, by Michael Avedon, from the winter issue #11 – Magnifico

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

 

Photography
Michael Avedon

Video
Filmaa

 

Stylist
Dinalva Barros @ b-agency

Creative Direction
Alessandro Fornaro

Editing and Coordination on Set
Costanza Maglio

Hair
Jonathan Dadoun @ b-agency

Make-up
Angie Moullin @ b-agency

Manicurist
Audrey Cheri @ b-agency

Model
Bara Podzimkova @ elite model

Photography assistant
Romain Mallard

Fashion assistant
Fernando Silva
Michelle Consoli

Digital tech
Hugo Lubin

Post-production
Up studio

There Is No Authority / Zach Gold

Text Lina Sotis

 

Milano? I punti fissi della città più smart d’Italia sono cambiati. Non sai più a chi chiedere un piacere. Fino al 2010 a ogni desiderio corrispondeva un volto, un nome, un cellulare di chi te lo poteva realizzare. O più semplicemente ti poteva dire «è realizzabile o no». I vecchi leoni della società dell’essere e del benessere sono andati tutti in pensione, i giovani leoni non hanno ancora preso il potere assoluto, forse perché nell’epoca del precariato quel potere non esiste più. Poi si conoscono fra loro ma gli altri non li conoscono. Insomma una bella confusione per una città che vantava una società, precisa e ristrettissima, che condensava la milanesità culturale, politica economica artistica, modaiola, avveniristica del capoluogo lombardo. Prima, dire un nome, un luogo significava siglare un’appartenenza. Negli anni Sessanta lo Stork, negli anni Settanta Oreste, bocciofila chic di Brera, negli anni Ottanta si cambia giro, da Armani si decolla su Prada. Tutti possono avere successo: i maldestri lo esibiscono. Nascono i finanzieri, gli intellettuali ripiegano sul Medio Evo. Adesso che, come dicevamo, i vecchi leoni sopravvivono ma non hanno degli eredi visibili, perché ormai il potere è internazionale e non cittadino e si muove come una lippa fra Londra, New York, Roma… Per fortuna arriva il volontariato, l’unico nuovo lavoro che ha dei punti di riferimento. Su questo avremmo molto da dire, come sul fatto che la vita si è allungata, che chi è stato bravo e fortunato ha il dovere di guadagnarsi la pensione mettendo a disposizione del prossimo il proprio sapere. A presto per delineare la nuova società. Nel frattempo appuntamento per un cappuccino, schiumoso, da Cova che rimane un buon riferimento.

Photography
Zach Gold

 

Model
Kirin Dejonckheere @dmanagement

Art Direction
Alessandro Fornaro

Stylist
Lisa Bae

Editing and Coordination on Set
Costanza Maglio

Hair
Noogie

Hair assistant
Trent Keel

Make-up
Holly Silius

Producer
Michael Skiny Power

Photography assistant
Kurt Mangum
Colin Smith

Post-production
Scott Grover

Fashion assistant
Kita Lewis

Special thanks to
Flower Ave
Studio 60

Graffio / Amanda Demme

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Totemica e carica di significazioni, catalizzatrice di risvolti simbolici e di onirismo, di messaggi e di presagi universali – l’hanno chiamata la Tigre di Cremona. Non solo, va sottolineato, in ambito pop e camp: Mina costituisce una semantica a parte. È la maga dal gesto sinuoso, astratto e imprendibile tracciato nell’aria. È la pioggia di marzo e madama Doré. È un capzioso gioco di specchi e un sortilegio allegorico tra sincerità tagliente e mistificazione abbagliante. Mina, alias Mina Anna Mazzini. Lombarda, nata a Busto Arsizio il 25 marzo 1940. Cantante, conduttrice televisiva, attrice e produttrice discografica – recita l’enciclopedia più attuale. Ruggenti gli esordi padani in balera appena adolescente col nome di Baby Gate tra gli urlatori sul finire degli anni Cinquanta, mentre esplode come una bomba la morgana del boom economico (si esibiva nelle balere del cremonese con la sua prima band, gli Happy Boys. Fu il titolare della Italdisc, Davide Matalon, a metterla sotto contratto dopo averla ascoltata a Casteldidone – n.d.r.). Grazie alla sua voce, unica e proverbiale, a una fisicità mutante e al contempo canonica, al suo intramontabile e sfaccettato carisma, Mina attraversa con il vento in poppa oltre mezzo secolo di storia italiana e seguita, anche nascosta dietro le quinte di una privacy invalicabile, a esercitare un regale dominio sull’intero immaginario del Bel Paese. Dell’Italia e delle sue infinite contraddizioni, Mina, in una sorta di ossimoro profetico, è il suggello e insieme l’antitesi. Popolare e sofisticata, romantica e femminista. Libera, incurante dei cliché e del perbenismo, assomma provocazione e indipendenza, metempsicosi e slancio di futuro. Per paradosso è insieme signora borghese appartata dalla placida vocazione casalinga e ragazzaccia geniale.

Ribelle, bizantina e lussureggiante icona gay. Infaticabile. In fourreau nero e catenina d’oro, sul palco fino alla catarsi e alla consumazione di sé, forse in fondo capricciosa e pigra. Ha rinunciato a una carriera internazionale, dicendo di no a Frank Sinatra che la voleva in America (si dice, per l’invincibile paura che le incutono gli aerei). Onnivora nel repertorio. Poliglotta, ha inciso dischi in spagnolo, portoghese e inglese, in turco e in giapponese, vedi il manga-song Sette mari, di sconcertante modernità metafisica. Ha cantato in napoletano, indimenticabile la sua criptica e sommersa versione di Sciummo di Concina e Bonagura. E in genovese. Ha sconfinato nel sacro. Flirtato leggera e irridente con il diavolo in persona e inneggiato a una mica tanto arcana robina qua scatologica con divertito humour bambinesco e vagamente snob. La galleria dei suoi successi non finisce mai. La sua discografia si frantuma in mille riflessi e seduzioni, spalanca file onusti di ricordi ed emozioni. Calzante, immancabilmente. Sentimentale e mélo. Carica di suggestioni e interrogativi. Sconsolatamente vera e sontuosamente fictional. Parole parole, in un rimpiattino implacabile con Alberto Lupo. Il sognante ottativo di E se domani. La trama onomatopeica e fiabesca delle Mille bolle blu. L’ivresse cristallina e l’ardua escursione di note in scala dal basso all’alto e viceversa dell’impareggiabile Brava. Poi, le atmosfere sessuali esplicite e l’allusione orgasmica de L’importante è finire. La struggente e conflittuale Bugiardo e Incosciente di Paolo Limiti. Neve, Vivere, Volami nel cuore, remake di Samuele Bersani e di Manuel Agnelli. I duetti con il vecchio amico Adriano Celentano. Capace di mille virtuosistici funambolismi vocali, proprio come una divina creatura transgender uscita dai fasti dell’opera barocca, Mina, suo malgrado, è diventata il fil rouge e lo specchio ustorio di vizi e virtù italiote, in un divampante falò di tic e vanità, in un vortice opulento di pura rappresentazione.

Un cocktail di imprevedibilità e delirio divistico che sfiora sfere mistiche e kabuki, che polverizza l’aggregante kermesse canora del Festival di Sanremo, tormentone che ogni anno, come un vaticinio, ci regala un differente ritratto della nazione. Mina che imbroccava le registrazioni al primo colpo, sicura, senza esitazione alcuna. Mina che ha capito tutto. Medianica pitonessa del vinile, ha previsto in largo anticipo la valanga di greve volgarità che avrebbe travolto tutto quel mondo televisivo patinato, rarefatto e in fondo ingenuo. Tutta quella garbata e gloriosa definizione di star system che le apparteneva. Si è portata via. Si è votata a un’esistenza di donna normale, consegnandosi però a un’aura mitologica quando, nel 1978, come una Greta Garbo nostrana, si è sottratta alle scene celandosi dietro le pesanti cortine purpuree della sua stessa leggenda. Volatilizzandosi del tutto dai media, da quel piccolo schermo di cui nella magica stagione tra i Sessanta e i Settanta catodici ormai sdoganati pure da Francesco Vezzoli, è stata l’incontrastata regina del sabato sera. Mina si è trasformata in luminoso fantasma dalle manifestazioni cruciali. Attesissime, proprio perché diverse. Sideralmente opposte nel senso e talvolta mirabilmente kitsch, permettendo che soltanto le grafiche e le fantasiose rielaborazioni del suo volto per le cover, in particolare di Tallarini e di Balletti, fossero il luogo della celebrazione e del pubblico riconoscimento del suo verbum. (Le copertine della discografia ufficiale di Mina sono 108 – n.d.r.).

È rimasta nella storia l’estrema apparizione televisiva di Mina: risale al 1974, lungo la collana delle puntate tematiche di Milleluci, regia dell’insuperato maestro del genere Antonello Falqui. Milleluci, l’ultimo grande varietà italiano in sublime bianco e nero, in cui Mina divideva la conduzione con un altro mostro sacro d’ogni generazione, Raffaella Carrà. Specie la sigla finale, Non gioco più, dove magrissima, quasi emaciata, elegante come non mai, con acconciatura un po’ Marella Agnelli e pesante trucco espressionista degno della Lulu di Pabst e della prima Marlene Dietrich, tra lurex e piume, aspirando fumo da un lungo bocchino, recitava non senza ironia il ruolo di cinica femme fatale. Il refrain, annoiato e ipnotico, magari già preannunciava il suo imminente ritiro, avvenuto appunto nel 1978 e reso memorabile dai 14 recital d’addio sold out alla Bussola di Viareggio. Antonello Falqui, grande ermeneuta del sabato sera della RAI monocanale, l’aveva capito subito di che pasta fosse fatta la signora Mazzini. Nel 1964 la dovettero richiamare a furor di popolo perfino dopo l’esilio per la nascita del figlio Massimiliano avuto dal bel tenebroso Corrado Pani, attore sposato e fedifrago, fatto che produsse enorme fragore di scandalo e pruriginosa curiosità nell’Italietta bigotta e perbenista di allora. La TV era controllata da una censura inquisitoria, che paludava le prodigiose gambe delle gemelle Kessler in spessi e castigati collant neri, temendone gli effetti peccaminosi. (La storia con Corrado Pani non rimane l’unica che Mina sceglierà di vivere secondo le proprie regole. Nel 1970, a pochi giorni dal primo incontro con il giornalista Virgilio Crocco, il più classico dei colpi di fulmine si trasforma in un matrimonio lampo. Nasce la seconda figlia, Benedetta – n.d.r.).

Verranno Teatro 10 e Canzonissima ’68, con una teoria di veri capolavori tra cui La voce del silenzio, Io innamorata e Vorrei che fosse Amore. (La quinta puntata di Teatro 10 entra nella storia della televisione italiana per i nove minuti in cui Mina – abito nero lungo e maniche trasparenti, chioma fiammeggiante e leonina – e Lucio Battisti dividono il palco e il repertorio. Le prove non erano andate bene, con la band di Lucio arrivata da Roma in treno per risparmiare sul volo e che, per la stanchezza, non riesce a trovare il giusto feeling sul palco. Adriano Celentano, che era nei paraggi con l’orecchio teso, ironizza: «Oh, se vi serve qualcuno io sono qui» – n.d.r.). Mina, come nessuno, ha saputo cambiare di continuo, entrando e uscendo da estetiche, da generi e da ruoli musicali. Surfando tra le attese e le esigenze di un consumo di massa e di una ricerca personale punteggiata da interpretazioni epocali e cult da brivido. «Non conosce vergogna, ha proprio cantato di tutto, povera ragazza», sibilava di recente e malignamente una sua scorata collega, antica compagna di battaglia ancor oggi in attività. È proprio questa la forza di Mina: l’aver cantato tutto e di tutto. Quasi con sconsideratezza dégagé. Con orgogliosa e infantile impudenza, trasformando ogni hit in un qualcosa che appartiene solo a lei e che si trasfigura in una dimensione altra. Ogni tanto scopri una canzone che ti era sfuggita. Come quel piccolo incalzante gioiello estivo scritto da Augusto Martelli, Noi due, che è quasi la sinopia di una sceneggiatura di Godard o di un film di Antonioni.

Mila Schön, così come Germana Marucelli e Jole Veneziani, la vestiva spesso nell’âge d’or dei Sessanta e affermava che a Mina non importava niente degli abiti che avrebbe indossato. Era talmente immersa nella musica e nel suo mondo che non se ne curava per niente. Rimane inossidabile il suo contributo d’ispirazione e di riferimento per la moda, frequentata con assiduità e facoltà di reinvenzione sperimentale soprattutto nel sesto decennio del Novecento. Basti pensare alla serie dei caroselli Barilla, messi in scena da Piero Gherardi nel 1967 in location insolite e folgoranti, quali le architetture littorie dell’EUR a Roma o il grattacielo Pirelli. Non si può dimenticare Mina che intona l’impervia e trascendentale struttura di Se telefonando. Evergreen del 1966 che incrocia il compositore Ennio Morricone con i lyric del duo Maurizio Costanzo – Ghigo De Chiara, avvolta in un groviglio di cavi telefonici, misterica e quasi klimtiana sul tetto della stazione di Napoli Centrale ancora in costruzione. La sua voce echeggiante di sonorità metalliche ne L’ultima occasione, sullo sfondo di un arcadico paesaggio fra Poussin e Pasolini e delle rovine di un ponte a Tor di Nona. Infine, la Mina-geisha di Ebb tide. Atemporale. In fluttuante kimono off-white e smisurato ventaglio che ondeggia come una farfalla pop sul molo di cemento industriale della spiaggia deserta davanti agli stabilimenti dell’Italsider di Bagnoli, oggi non più esistenti.

From The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

 

Photography
Amanda Demme

 

Editor
Alessandro Fornaro

Model
Erika Linder @nextmodels

Stylist
Phillip Morrison

Fashion Market Editing
Costanza Maglio

Hair
Serena Radaelli @cloutier remix

Make-up
KathyJueng @forward artist agency

Photography assistant
Dale Gold

Digital tech
Hugo

Fashion assistant
Devon Jefferson

Special thanks to
Misha Gibb