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Nick Cave’s Rebirth

Nick Cave in West Berlin, 1985 – Ph. Bleddyn Butcher

Text Andrea Dusio

 

C’è una trapezista che vive in un camper. Il circo sta per cambiare città e lei dopo gli allenamenti balla da sola in quello spazio angusto, ripensando agli anni che se ne vanno portandosi via i sogni. La canzone che ascolta parla di un imbonitore che trascina con sé una strana carovana, un ragazzo-cane, tre nani, mostriciattoli e manovali, un ronzino con la gobba che si chiama Dolore e la ragazza-uccello, che sbatte le ali e strilla. La canzone è The Carny, e sembra cavata da un pozzo della vecchia Europa, con quella fisarmonica malinconica che la traversa da parte a parte, l’organo che accenna un gospel e lo xilofono che lo inchioda a un dramma brechtiano. Appare così Nick Cave, dai solchi di un vinile suonato nel Der Himmel über Berlin (Il cielo sopra Berlino). È il 1987 e ancora il suo nome circola in piccole conventicole, quell’idea folle di reinventare il blues di Muddy Waters e John Lee Hooker dentro l’armatura metallica di una poderosa macchina musicale post-punk, slabbrata e carica di riverberi come di strumenti schiantati. Il disco di debutto della sua band, i Bad Seeds, si chiama From her to eternity, storpiatura del drama di Fred Zinnemann. Sulla cover spiattellano la sua faccia, scavata da far paura, un tossico all’ultimo stadio. Il suono è claustrofobico, come può immaginarlo un gruppo di transfughi australiani tra i baracchini di AlexanderPlatz. Uno stile troverà la forma perfetta in Tender Prey (1989), il disco che mette una pietra tombale sugli Anni Ottanta. Altra copertina altro viso. Nick sembra più in carne, ma ha il volto segnato da una cicatrice, probabile sia la lama di un pusher. Poi si sposta in Brasile, sposa una stilista e con The Good Son (1990) s’inventa una forma di canzone crepuscolare e sdilinquita. Non macina più blues metallico, ma ballatone da candelieri barocchi cantate su pianoforti-zattere sempre sul punto di andare a fondo. La sua arte diventa meno essenziale, che è un modo di proteggersi dalla vita. Si specializza in torch-song, come la preraffaellita Where the wild rose grow, che divide con Kylie Minogue. Ma il meglio lo danno i dischi sommessi, scanditi come salmi, in cui esplora una religiosità tormentata, come in Boatman’s Call. Come i monumenti della canzone del secolo scorso, da Dylan a Cohen, a tratti sembra vestire i panni un po’ ingombranti del predicatore, e perdersi dentro al pensiero di Dio, cosa che spesso capita a chi ha frequentato l’eroina. La vita gli riserva però una prova più dura: nel 2015 perde il figlio Arthur, caduto da una scogliera vicino a Brighton. Skeleton Tree, il lavoro che pubblica nel 2016, è di fatto un requiem, e non poteva essere altrimenti. Bisogna avere il cuore di sentirlo. Ora arrivano questi concerti, stasera a Milano e Roma l’8 novembre, e saranno come un abbraccio, in cui provare a tenere insieme tutte le parti dell’uomo e del musicista, senza schiacciarlo sul destino.

Nick Cave and The Bad Seeds

06 novembre 2017, 21:00 
Mediolanum Forum
Via G. di Vittorio, 6 – Assago (Milano)

08 novembre 2017, 21:00 
Palalottomatica
Piazzale dello Sport, zona EUR – Roma