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Andy Warhol – from New York to Stelline

Text Carla Tolomeo Vigorelli

 

Nel 1977 Aurelio Amendola è a New York, accompagna l’amico scultore Finotti alla sua prima esposizione in America. In quell’anno è stato eletto presidente Jimmy Carter, nei teatri di Broadway si replica My Fair Lady per la 239esima volta, muore Elvis Presley, ma lo scultore e il fotografo vogliono conoscere l’altra America, quella underground, quella che riconoscendo nel consumismo la stella polare del Paese ha inventato la pop art. Ne cercano il massimo esponente, Andy Warhol, che è anche regista teatrale e cinematografico, talent scout, omosessuale e cattolico osservante, fondatore della Factory e scampato ai colpi della Solanas che due anni prima l’ha preso a pistolettate. Tentano di entrare alla Factory, dove abitualmente sono accolti e ospitati soltanto artisti e amici, aggregato border line dal sentore sulfureo. Né Amendola né Finotti parlano inglese, la segretaria di Warhol, vero Cerbero che capisce l’italiano, smista le chiamate e veglia sulle porte di quell’Ade risponde con una certa scortesia al telefono, è Warhol in persona a volerli incontrare quando Amendola piega d’essere un fotografo che ha lavorato per Marino Marini e De Chirico; evidentemente i nomi sono noti, gli dicono qualcosa e immediatamente li  invita e  li accoglie. Amendola scatta una serie di fotografie, tante, è consapevole di vivere e documentare un personaggio, un luogo e un momento importante della storia dell’arte americana, del suo periodo più innovativo e trasgressivo, assolutamente irripetibile.

Visito la mostra. Mi emoziono e chiamo Amendola a Pistoia: mi racconta che tornato in Italia non ha mai mandato queste immagini a Warhol, ma quando lo rivede nel 1986 e tenta di scusarsi Warhol ricorda benissimo quella giornata e gli darà un nuovo appuntamento alla Factory, sempre alle 11 del mattino come la prima volta. È malato, devastato, si lascia egualmente ritrarre. Sono le sue ultime immagini.

Il suo viso, i capelli gialli, la piega amara, le labbra serrate e lo sguardo che non concede tregua: scruta, guarda, sfida dai muri della sala espositiva alle Stelline. Una mostra inaspettata, inquietante, lontano da quel Warhol da poster che conosciamo tutti.

Amendola ci ha abituati a scatti che colgono l’artista mai in posa, sempre in un momento di verità: di creazione, di aderenza al proprio intimo. Marino con cavallo bianco, Burri che incendia la plastica, De Chirico in gondola a Venezia. Warhol è immobile, in posa: si sta facendo fotografare, è consapevole, sta affidando il suo viso, le rughe, la bocca serrata, gli occhi freddi allo scatto che lo consegnerà a un tempo infinito. Guarda dritto nell’obiettivo, è a figura intera, è lui seduto, è il suo viso in formato gigante. Intorno il vuoto, sicuramente è in una stanza con mura e soffitti ma tutto questo perde importanza, esiste soltanto quella figura drammatica ed esiste in quanto ha fermato il tempo, si è messo in posa e ha guardato.

Andy Warhol da New York alle Stelline
Leonardo di Warhol | Warhol di Amendola

Fondazione Stelline
Corso Magenta, 61 – Milan

19 settembre – 29 ottobre 2017

Martedì – Domenica, 10 – 20

Images courtesy of Fondazione Stelline
stelline.it – @fondazione.stelline