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The Fashionable Lampoon
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angelica carrara

San Montano Resort

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

 

Il San Montano è un’antica casa in sospeso sull’isola che non riesce a distinguere il blu – quello del cielo da quello del mare. Tremila anni fa, a centootto metri sopra la baia dell’isola verde, i greci vi costruirono la loro Acropoli. Orientamento – verso est Napoli e il Vesuvio, a sud il Monte Epomeo, la costa Flegrea verso nord. A ovest il sole prende fuoco quando appare l’isola di Ventotene. Gli ulivi sono secolari, e c’è una buona confusione nell’aria: prima il profumo dal limoneto, poi la lavanda e il gelsomino, ancora la bouganville e il basilico.

L’altra sera a cena. In fondo al menù si legge: ‘tu per telefono ci devi fare l’amore con il cliente’. «Me lo diceva sempre il babbo, appena entrata in azienda ero timida», ci raccontava Maria Giovanna Paone a tavola con Michele, suo marito – l’incontro a Capri, poi a scuola insieme e per la vita. Sognavamo di mangiare pizza con i pomodori gialli. Troppo raffinato il menù. Della delizia al limone si è fatto il bis. La frutta fritta e il Passito. Acqua e Sale al piano bar, e il bagno a mezzanotte nella piscina di acqua di mare. Avvenne Domani, si chiama così una sezione del sito online del San Montano Resort di Ischia. Ritorna in mente il film del 1944 di René Clair, It Happened Tomorrow. Larry riceveva il quotidiano del giorno dopo, venendo così a conoscere gli avvenimenti che si sarebbero poi puntualmente verificati nell’immediato futuro. Funziona sempre così, dall’antica Grecia ai giorni nostri, il futuro è il racconto di ieri.

Il ‘diamante blue’ – 12 micron, per fare un abito leggero, di 350 grammi – è il tessuto preferito di Maria Giovanna, figlia di Ciro Paone, vicepresidente di Kiton e direttore creativo della collezione donna, «Mio padre lo scoprì alla fine degli anni Novanta. Sulle cimose dei tessuti c’è scritto ‘exclusive for Kiton’, ma probabilmente nessuno sa che lo dedicò a mia madre. Le diceva sempre: ‘tu sei il mio diamante blu’». Kiton deriva da chitone, l’abito che gli antichi elleni indossavano per andare a pregare all’Olimpo.

Dicevamo, Avvenne Domani, c’è scritto: la prima Kiton Vip Lounge apre al San Montano. Come in un salotto di casa. Due poltrone di tessuto simmetrico rendono irregolare le mattonelle vietresi gialle e blu del pavimento, la tappezzeria a righe bianca e azzurra sulle pareti. Un servizio tailor made per gli ospiti affidato a Scaglione, negozio che a Ischia è un riferimento per l’abbigliamento lusso.

Kiton – una famiglia – è un’azienda di prima, seconda e terza generazione. Ciro, il fondatore – le figlie Maria Giovanna e Raffaella, i cugini Totò, Antonio e Silverio. Due gemelli, Walter e Mariano, che sono figli di Totò. I loro cugini e altri nipoti. 180 sarti per i capospalla, 60 camiciaie, 10 pantalonai e 10 calzolai, per un totale di 420 persone che, «non lavorano per noi, ma con noi». Ne parlavamo l’indomani a colazione. Il sax in terrazza, nei cornetti crema e amarene. «Una donna non può servire tre padroni: l’azienda, il marito e i figli», Giovanna ricorda le parole del padre, un’azienda deve essere condotta da un uomo. Nel 1995 nasce la collezione donna, il mercato chiedeva un prodotto di alta sartoria femminile. «La vera eleganza è ‘maschia’», diceva Ciro Paone, perché la donna segue le mode, non si può dedicare a un prodotto di qualità. Oggi la divisione donna vale circa il 10% del fatturato e cresce almeno quanto la parte uomo. Farfalle su donne di bronzo blu ritagliano il cielo, sono le sculture di Antonio Nocera, del ciclo Inside Love Love Inside, dice il maestro, «È una mia lotta silenziosa, dedicata alle donne che sono al centro dell’universo, a partire da una crisalide. Il blu è Napoli, perché lì dentro è l’amore».

SAN MONTANO RESORT & SPA

Small Luxury Hotels

Via Nuova Montevico, 26 – 80076

Lacco Ameno Isola d’Ischia (NA)

sanmontano.com


Kiton.it

Streetwear? No, a suit by Paul Smith

Paul smith

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

 

Paul Smith colleziona conigli. Durante un viaggio in treno con una sua amica, guardando fuori dal finestrino, sperava di vederne uno. «Se dovesse mai passare un coniglio, sarà di buon auspicio». Quel coniglio non passò. La sua amica gliene regalò uno di Tiffany. Prima di ogni sfilata, sua moglie Pauline gli posa un coniglio sopra al cuscino.

Con un coniglio in mano, arrivo nello showroom di Paul Smith. «Sir!» – dico io. Paul mi corre incontro, si lancia in scivolata, in ginocchio. «Oh, there they are». Era in cerca dei miei piedi, nascosti sotto ai jeans a zampa, forse prendendomi in giro.

 

Paul Smith / Sir Paul Smith

 

Paul Smith non ha mai ceduto il suo brand ai colossi del lusso. «Noi del segno del cancro vogliamo tutto per noi, non lasciamo andare nulla». Ci è voluta la regina Elisabetta II, nel 2000, a nominarlo baronetto, e a distinguere Sir Paul dal brand eponimo: «Ho trovato la lettera nella cassetta della posta, insieme alle bollette del gas e all’estratto conto dell’Amex».

#takenbypaul – è l’hashtag con cui posta una foto al giorno su Instagram. «A undici anni mio padre mi regalò una bicicletta e una macchina fotografica. È grazie alla fotografia che ho imparato a vedere, a guardare. Così ho allenato l’occhio sul resto». A sedici anni sognava di fare il ciclista di professione. Poi un incidente in bicicletta ha cambiato il suo destino – «so far so good!». Correre in una squadra gli ha insegnato a lavorare in team. Il suo brand conta più di mille dipendenti. «Siamo una nice company» nice è una parola che gli piace. Le lamentele ci sono, certo, «i crampi allo stomaco dalle troppe risate». Playlist. «Van Marson mi ha portato in giro per il mondo, Imagine di John Lennon ti fa piangere». The Lumineers, Jake Bug, Jack White. Ha lavorato con David Bowie, i Pink Floyd. i Rolling Stones e i Led Zeppelin, «Jimmy Page – 24 waist – disegnavo i pantaloni per lui quando avevo diciotto anni». Per Paul Smith si tratta di guardare al futuro. «Non voglio essere il numero uno. Da lì c’è un solo posto dove si può andare: giù».

Good manners. Difficile parlare di buone maniere nella moda. Il logo, per esempio, strategia di branding vincente. C’era una volta quella filosofia anni Novanta in cui era bandito, considerato come volgare forma di autocelebrazione. «Il logo è pericoloso. Le persone insicure fanno paragoni». Non basta un’emulazione del passato. Muoversi, sempre. «Devi avere una testa che sa cambiare ogni ora. La creatività è oggi e domani». Negli anni Sessanta c’erano i Mods, i Rocker, i Punk. «Ne conoscevo diversi che giravano con Vivienne (Westwood) – nice people. Noi Brit ci siamo sempre divertiti a esprimerci attraverso il modo in cui appariamo. In Francia i giovani erano in rivolta per strada, in Inghilterra ci si vestiva in modo stupido – era una rivoluzione non violenta».

L’abito, una costante. «Negli anni Cinquanta tutti gli uomini indossavano un suit, anche i bambini per andare a scuola. Un senso di unione, di team – It’s nice». Paul indossa l’abito ogni giorno, weekend incluso. Definisce una suit theory. «È come la cornice di una foto. La tua scelta è l’immagine al centro. Dress it up or down». L’abito ti fa stare bene, cambia la tua postura e la percezione che gli altri hanno di te. «Se salissi su un aereo e il pilota uscisse in t-shirt, voleresti?». Il suit e le donne – ripensando a Charlotte Rampling in una foto di Helmut Newton. «Mia moglie ha l’ultimo tuxedo couture disegnato da Yves Saint Laurent. Tre fitting a casa sua a Parigi. Yves ha ricreato lo stesso modello che ideò l’anno in cui io e Pauline ci incontrammo. Pauline aveva 27 anni e io 21». Pauline. «Gentile, timida e solida. Mi tiene con i piedi per terra. Legge Proust, è il mio lato intellettuale. È a casa ad aspettarmi. Se lasci un uccellino libero di volare via, tornerà sempre al suo nido». La sua anima gemella dal 1976, «mi disse di non essere particolarmente bello, ma che la facevo ridere», che sposò, che fece lady solo nel 2000, «il nostro matrimonio è stato l’unico party privato nella Tate Modern mai concesso».

Oggi c’è troppa «attention-seeking». Chiamiamola energia culturale – lo streetwear, pare essere l’ultimo business model per essere rilevanti. «Individualità. Bisogna avere chiaro cosa si vuole essere. La sfilata di domenica a Parigi – anticipa – sarà un mix di tailoring e sportswear». Troppo di ogni cosa. «Vent’anni fa un big brand aveva venti negozi, oggi quattrocento. Allora eravamo solo in tre a pescare nello stesso stagno, oggi in migliaia». Oltre a una logica di mercato dell’immobiliare sbagliata, che vede un aumento annuo degli affitti del 3%. Non si considera com’è cambiato il business: le vendite online di Paul Smith sono cresciute del 30% rispetto allo scorso anno. Paul è quasi nostalgico all’idea, «online è troppo facile. Quando fare shopping era conversazione, amicizia, familiarità». Il suo primo negozio a Nottingham, tre metri quadrati, una Wunderkammer piena di memorabilia, è oggi ricreato nel basement di Dover Street Market a Londra. «In quello spazio così piccolo potevo stare vicino alle persone». Sono dodici gli architetti in house, perché tutti i negozi nel mondo sono diversi. Negozi con carattere. Ancora, si tratta di individualità: «bisogna avere un punto di vista». Il primo negozio in Covent Garden tutto di legno. Lo shop in Melrose Avenue, un cubo modernista tinto di rosa shocking, è l’edificio più instagrammato di Los Angeles, mentre più di duecento negozi sono in Oriente. «Quel posto chiamato Giappone. Fui invitato per la prima volta nel 1982. Ci sono andato quattro volte all’anno per dieci anni, da solo. Se ci vai con il cuore, allora costruisci».

Taken by Paul, and by Harold

Soundtrack: Big Audio Dynamite, Rebel MC e Neneh Cherry. Nell’Elysée Montmartre, music hall parigina, sotto alla struttura di ferro disegnata da Gustave Eiffel va in scena la sfilata co-ed Spring Summer ‘19 di Paul Smith.

Fluido – il genere, il tessuto, l’abito. Non tutti salgono sullo streetwear bandwagon, non Paul Smith che rivisita il suo archivio, la sua storia, e riconferma il suit in un gioco di proporzioni. Tramonti urbani sbiaditi, due sdraio sotto a una palma al mare, ha stampato su camicie di seta e trench coat le fotografie di suo padre – Taken by Harold. Negli anni Ottanta Paul Smith ha messo a punto la stampa fotografica su tessuto. I pantaloni ampi, le spalle larghe. Blazer doppio petto e redingote. I colori pastello e il tessuto a scacchi. Il jersey dei ciclisti. Memorabilia.

PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
DETAIL OF THE SHIRT WITH PAUL SMITH DAD'S PHOTOGRAPHY – FROM @PAULSMITH IG
DETAIL OF THE SHIRT WITH PAUL SMITH DAD'S PHOTOGRAPHY – FROM @PAULSMITH IG

In Italia, a piede libero

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

 

Flip Flop

È un ritmo cadenzato da cui le infradito prendono il loro nome inglese. Uno sciabattare che esiste da sempre, lo ritroviamo anche nei geroglifici egizi. Gli zori sono sandali giapponesi con la suola in paglia di riso – secondo la superstizione, rompere la fascetta porta sfortuna. Mescolando questa tradizione antica e giapponese alla natura e alla vita delle isole americane delle Hawaii, nel 1962 in Brasile nascevano le Havaianas – le infradito in caucciù. Nel 1966 la società madre di Havaianas, Alpargatas, registra il brevetto del modello, ‘un nuovo tipo di suola con fascette’. Come il riso e i fagioli, nel 1980, le Havaianas vengono inserite dal governo nel paniere usato per il monitoraggio dell’inflazione.

Havaianas, Hawaii – away. L’assonanza vale la loro natura. Andare in giro, andare via. Ai piedi i sandali emblema di giornate sotto al sole, non solo al mare ma anche in città. La collezione Havaianas City Sandals – un sandalo con fascetta alla caviglia, è pensata con l’energia dello stato carioca, per andare in giro ovunque nel mondo. Noi, questa energia ce la siamo portata in Italia – in questa nostra Italia senza confini, dove le braccia e la testa ci piace tenerle spalancate, tra mare e Europa.

 

I cinque pavimenti

Abbiamo sognato quello che non si può fare – girare a piedi nudi sui pavimenti più belli del mondo – quelli dei musei italiani. No, a piedi nudi no, non si può – ma con un paio di infradito, che lasciano l’aria sfiorare le dita nei giorni d’estate.

Per segnare le tappe di un’estate all’italiana – quando da tutto il mondo arrivano ragazzi, e famiglie, per girare in questa culla della civiltà. Siamo andati a cercare i pavimenti più particolari, più colorati.

Il Palazzo di Teodorico a Ravenna, era un corpo di guardia durante il governo dell’esarcato bizantino, oggi attraverso una scala a chiocciola nella torre rotonda che fiancheggia si accede alla sala superiore con tarsie marmoree che vanno dal I al VII sec.

Villa Romana del Casale a Enna, una dimora rurale appartenuta a una potente famiglia romana. Tre mila e cinquecento metri quadrati di pavimentazione dove viene celebrato lo stile di vita del proprietario della casa. Stili e cicli narrativi, uno dedicato alla mitologia e ai poemi di Omero, un altro con riferimenti alla natura.

La Casa Dei Grifi sul Palatino a Roma, di epoca repubblicana, il nome deriva dalla decorazione a stucco di una lunetta con grifoni. Questa tipologia di decorazione si chiamava opus scutulatum, il più antico pervenuto a Roma, che aveva come modello originario quello del tempio di Giove Capitolino.

Villa Jovis a Capri, su di uno sperone roccioso posto quasi sulla Grotta Azzurra, lontana dai clamori del porto e dalle strade modaiole. Da qui l’imperatore Tiberio governò l’impero romano per undici anni.

Poi ci abbiamo aggiunto anche una tappa in Spagna, perché se le cose non sono ancora un po’ sbagliate, qui non ci piacciono mai: a Carranque in Spagna, sulle rive del fiume Guadarrama, si conservano i resti di una villa romana ora protetta dal governo della Castiglia-la Mancia. La geometria di un pavimento a mosaico, i tasselli di marmo che si perdono in un gioco che è un incastro, l’arte musiva è fatta per una danza in flip e flop.

 

Visual Wave

Non solo in Italia – ma in questo nostro progetto per raccontare e celebrare le Havaianas e tutte le abitudine estive che le Havaianas ci ricordano, abbiamo chiesto ad artisti di tutto il mondo, di disegnarle, di dedicare un loro lavoro a questa cultura dei piedi all’aria, liberi e protetti solo da una suola che si ferma tra le nostra dita. Gli art instagrammer sono globetrotter curiosi, fluttuanti nello spazio digitale mentre disegnano un presente a colori. I disegni li presentiamo in questa gallery, dopo averli raccolti, trovati, pubblicati sui loro profili Instagram.

Per visitare lo store online di Havaianas, havaianas-store.com

Per trovare i negozi e rivenditori Havaianas, havaianas-store.com/negozi

Pitti report

PITTI 2018 - BONAVERI, A FAN OF PUCCI
PITTI 2018 - COLMAR
PITTI 2018 - CUCINELLI
PITTI 2018 - FRATELLI ROSSETTI
PITTI 2018 - WOOLRICH
PITTI 2018 - WOOLRICH
PITTI 2018 - TAGLIATORE
PITTI 2018 - CUCINELLI
PITTI 2018 - CORNELIANI
NUOVO STORE GIORGIO ARMANI - FIRENZE
PITTI 2018 - DORIANI
PITTI 2018 - DRUMHOR
PITTI 2018 - GALLO
PITTI 2018 - SERAPIAN

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Un giorno Pitti e Milano faranno team, e le giornate italiane avranno la priorità. Firenze e l’abbigliamento casual e di consumo – Milano e le case del lusso, reti monomarca. Al momento, Firenze cresce, Milano scende – ma le numeriche di American Express, trasversali rispetto al settore moda, danno il secondo in espansione rispetto al primo. Kiton, che solo di lusso vuole parlare, a Pitti non c’è da quattro anni, lasciando i due gemelli de Matteis a raccontare le linee sportive. Numeri, vendite e contraddizioni. Per gli stand, capi e accessori coperti di loghi, rincorrendo Vetements –  ma il logo è il sogno di ciò che non ci si può permettere di comprare. Tutti sognano, nessuno compra Vetmentes.

Da una parte lo streetwear, dall’altra la voglia di vestirsi come un Kennedy a Rhode Island. In un angolo sul lato, sono oggi seduti i Pitti Boys, superata è l’ostentazione in genere. Per chi ha vent’anni oggi, il digitale è scontato come l’aria: l’aria si respira sempre, e mica ci pensi. Non è più, e ancor più non sarà, una questione di selfie per ragazzotti disposti a tutto pur di fingere di essere famosi – vestirsi, in questa epoca di Balenciaga, è una sfida intellettuale sulla quale anche gli imprecisati millennials (semplicemente, i ragazzi più giovani) iniziano a cimentarsi. Pantaloni da rapper per gambe che ballano a Venice Beach, volumi che interagiscono con il corpo senza infastidirlo, i tessuti, grammatura e composizione, dopo un lavaggio o dieci, è argomento competitivo. In sintesi, come claim: si veste da figo chi ne sa di più.

Tra le voci più importanti del piano economico di ogni azienda di moda che si rispetti, c’è ricerca e sviluppo – e questo impegno, in particolare sulla moda maschile, a Pitti si può comprendere. Potrebbe essere uno dei motivi per cui le presentazioni di Firenze, dove si può toccare e studiare i tessuti e le confezioni, stanno prendendo piede rispetto al format di sfilata dove si rimane spettatori a distanza. Stefano Guadioso Tramonte ha spinto Corneliani sulla seta. Lino, cachemere, cotone sono mescolati a percentuali diverse con la seta: cambia la morbidezza, l’assorbimento del colore, la respirabilità, la luce. Lontano sul retro, fuori dal circuito principale, l’angolo di Sease: il progetto sceglie tessuti Loro Piana, in particolare il solaro, per lavorarli a un livello tecnico e impermeabile riferito al mondo della barca a vela. Si provano volumi e riflessi contro il sole e il grigio, da pensare in contrasto con il relax dello streetwear, presentando un’evoluzione di quanto Prada fece con Luna Rossa anni fa.

 


 

Riccardo Grassi annuncia un nuovo format, RG Man: metri quadrati con nuovi marchi sconosciuti. Woolrich si ispira al camouflage, in partnership con Goldwin – heritage americano e tecnologia giapponese. K-Way presenta una tela idrorepellente e antivento su cui sono disegnati i Caraibi con palme e pappagalli. Herno compie sessant’anni: un excursus storico sulle pietre miliari – dall’impermeabile ai capi Laminar – con l’installazione L.I.B.R.A.R.Y, acronimo di Let Imagination Break Rules and Reveal Yourself, nella Stazione Leopolda. Sebago – ex marchio americano, ora parte del torinese Basicnet (a cui appartengono anche Kappa e K-way) racconta le Citysides – i mocassini stringati si ispirano a James Dean, e le Docksides – la scarpa da barca dei paninari anni Ottanta, con variante in suede e tricolore. Giorgio Armani e la collezione nel nuovo negozio in via dei Tornabuoni. Cromatismi – la pavimentazione è diversa in ogni stanza, abbinata ai pannelli di seta delle pareti e ai tendaggi. Grigio, blu e verde smeraldo. Capelli brush back. Roberto Cavalli alla Certosa, a Firenze è nato questo marchio: Paul Surridge ha sbiancato il classico animalier – ma la sfilata è un déjà-vu, descrive cosa era la moda un tempo ma tace su ciò di cui si parla oggi. La fine di un’epoca – anche a Firenze non si trattava d’altro, l’altra sera alla cena di Brunello Cucinelli nel Tepidarium del Roster, (la serra più grande d’Italia costruita nella seconda metà dell’Ottocento): Tomas Maier, dopo diciassette anni, ha lasciato la direzione creativa di Bottega Veneta. @angelicarrara

 

Il «cubista» londinese Craig Green, Menswear Guest Designer della manifestazione, ha sfialto ai Boboli – prendendo poi parte anche a Moncler Genius, alla presenza di Hiroshi Fujiwara che ne è l’autore. La mostra Bonaveri a fan of Pucci – installazioni oniriche e ipercromatiche, mettendo insieme i petterns e i colori intensi del brand con un’armata di manichini, hanno invaso gran parte di palazzo Pucci, nella via omonima. Manichini intenti in mute conversazioni, danzanti in compost ginnici, addirittura incapsulati dentro bottiglie di profumo. Brunello Cucinelli rivisita le proporzioni di giacche e pantaloni con approccio più morbido e un fit vagamente anni Cinquanta e introduce sulla sua palette di greiges e beiges un inedito burgundy. Ermanno Daelli, a due passi da Palazzo Strozzi, ha attirato la nomenklatura locale, dal Sindaco Nardella fino a Renzi, per l’apertura del negozio di Scervino. Paltò di Luca Paganelli sovverte le linee classiche di parka ligi e impermeabili con graffiti urban culture. Druhmor incanta con i mischi di colori quasi poetici di lavorazioni e patterns minuti, impagina righe a forte contrasto, vibrazioni décalé e tartan sapienti, miscela cromie vivaci legate da toni di un rosa intenso, dal viola, dal fucsia. Un oggetto del desiderio è la sahariana-camicia seersucker del napoletano Finamore, che coniuga eleganza anglofila a una leggerezza e a un comfort sportivo, dando vita a giacche di freschezza assoluta off white, verdi, rosso papavero. @cesarecunaccia

Pitti Immagine Uomo, pittimmagine.com

Un dj-set – Drake e Virgil Abloh

Janey Whiteside, Executive Vice President and General Manager American Expresss

Text Angelica Carrara

 

La spesa complessiva per il lusso cresce quattro volte rispetto al tasso di spesa per i beni di quotidiano consumo. La spesa delle compagnie aeree di lusso cresce del 12% rispetto al 5% dei trasporti commerciali. Alloggio e crociera di lusso crescono del 4% contro il 3%. La moda di lusso cresce all’1%, rispetto alla moda di consumo, che in realtà è in calo del meno 4%. «Si tratta di fare cose, non di comprare cose», dice Janey Whiteside – Executive Vice President di American Express – definendo un codice del lusso.

Janey Whiteside era a Venezia lo scorso weekend, in occasione del Business of Luxury Summit organizzato dal Financial Times. Ha riassunto American Express in tre parole: esclusività, servizio e esperienza. Mi torna in mente un refrain di quella canzone Love, sex, American Express – il brano cantato dal vocalist nigeriano Dr. Feelx. «Non l’avevo mai sentita prima d’ora» ribatte Whiteside: «La cosa più importante per un marchio è essere rilevante nella cultura, avere un significato aspirazionale».

Aspirazionale – lo status di American Express. Fondata a Buffalo nel 1850 da Henry Wells, William Fargo come società di trasporto valori, nel 1891 inventa il primo strumento prepagato della storia, il travelers cheque e nel 1958, la prima carta di credito, Amex. Per viaggiare – nel mondo, su internet, ovunque, in modo sicuro. «Fin dall’inizio è stata una questione di sicurezza – questo ci identifica come brand», ancora, Whiteside dimostra abilità di sintesi nella definizione primaria.

«Amex vuole essere sicuro che tu sia sicuro». Holly Golightly provava questa sensazione facendo colazione da Tiffany & Co., il miglior posto al mondo in cui non può accadere nulla di male, diceva. Whiteside prosegue: «Per me, qui a Venezia è Cipriani. A New York è Sant Ambroeus. American Express ricrea un posto sicuro a livello globale nei luoghi scelti dai suoi member». Nel deserto, a Coachella, c’è la Platinum House, dove fare meditazione e rigenerarsi. La Platinum House dello scorso Art Basel Miami era un dj set privato per Drake e per Virgil Abloh. Negli Hamptons, prenotare all’Eleven Madison Park, il pop up del chiacchierato ristorante di New York firmato Humm-Guidara, è possibile solo tramite American Express.

Strisciare. Sono i Millenials i nuovi big spender del lusso. Nel 2017, negli Usa, più della metà delle nuove attivazioni American Express è stata fatta da ragazzi tra i 18 e i 25 anni che spendono più della generazione adulta. «Ricordo la mia prima Amex alla fine del college, una legittimazione. Indipendenza e sicurezza tra le mani. Per la nuova generazione ci vuole di più, e noi offriamo un’amplificazione dell’esperienza. Sono loro i nostri ambassador». Amex ne ha arruolati quindici in un comitato consultivo, il Platinum Collective, progettato per ispirare e informare i nuovi membri. Un board che comprende la designer di gioielli Jennifer Fisher, Bronson van Wyck, designer di ogni evento di New York City. Bazan di Thom Browne, Morgan Collett di Saturdays NYC e Kristen Maxwell Cooper di XO Group – tra gli altri.

Janey Whiteside – Executive Vice President e General Manager, Global Premium Products e Benefits di American Express.

 

Più informazioni sulla carta Platino American Express, americanexpress.com

Più informazioni sulla American Express Platinum House, americanexpress.com/platinum-house

Il diavolo e l’acqua santa

C’è una differenza, sempre meno sensibile, fra la moda e la maschera. Da una parte c’è l’azzardo, l’eccentricità e quel tocco di ironia che permettono a una donna di giocare e comprendere la moda, diventando un’espressione estetica a uno stimolo visivo per chi di moda vuole intendere – dall’altro, ci sono il teatro e il carnevale.

Qualche giorno fa ho visto un accostamento tra le attrici in gara per gli Oscar del Porno e le dive sul red carpet del Met Gala degli ultimi anni. Le prime sedevano sobrie e composte in platea, le seconde sembrava volessero rubare il set alle prime.

Questa premessa è lecita oggi per introdurre i migliori abiti (e i peggiori) visti ieri sera a New York – all’inaugurazione della mostra che racconta quanto l’immagine della religione cattolica abbia influenzato nei secoli recenti l’estetica comune – Heavenly Bodies, il titolo che scorrendo le foto, davvero suona come una nemesi.

We do love it

Not so good

Met Gala 2018

 

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

 

Si salvi chi può? Diciamolo, considerato il tema del Met Gala di quest’anno che lega la moda alla fede cattolica. È quel lunedì dell’anno, la sera del primo lunedì di maggio, quando alta società, sistema fashion, il meglio di Hollywood e qualcun altro ancora si incontrano nell’Upper East Side. Il Met Gala è co-hosted da Amal Clooney, Rihanna, Donatella Versace e Anna Wintour, il gala di inaugurazione della mostra Heavenly Bodies, Fashion and the Catholic Imagination. Il tema è un confronto di ritualità – o profanità – tra quaranta parametri sacri mai usciti dalle mura della sagrestia della Cappella Sistina, e la moda.

Potere temporale o spirituale? Il diavolo e l’acqua santa. Si salveranno gli stilisti che cuciono croci e immagini votive su abiti da cocktail – forse. Corone auree, o di spine, tiare e ali d’angelo. Parlare di scandalous, di blasfemo è così anni Novanta. La più bella, all’unanimità mondiale di stamattina, appare Blake Lively in Versace. Discutibile, Rihanna con tiara papale e mini dress tempestati di pietre firmato da John Galliano per Maison Margiela. Non moda ma teatro e carnevale quindi per Jennifer Lopez in Balmain e Lana del Rei in Gucci – troppo inutilmente sexy Emily Ratajkowski. Che Dio le aiuti.

Anna Wintour, in Chanel tanto impeccabile da apparire irrilevante. Sempre all’unanimità mondiale, a quanto pare (e non vale neanche la pena pubblicarne una foto), la peggiore: Amal Clooney. Il fatto che la regina abbia presenziato all’ultima sfilata di Richard Queen, non autorizzava al Clooney a pantaloni neri e strascico floreale da tovaglia domenicale – un peccato: correvano voci che sarebbe arrivata con l’abito dell’Angelo, leggendario di Capucci, e sarebbe stata gloria.

Photography
Getty Images

Burberry Blu Pavone

Video Claudia Bellante

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

 

Aprile, sabato sera a Milano in una sala blu pavone. Burberry insieme a The Fashionable Lampoon ha ospitato un dinner alle Fonderie Milanesi. In un presente di cambiamento per la Maison britannica, mentre la direzione creativa va a Riccardo Tisci, c’è un heritage da celebrare. Il trench, ripensato come su disegno architettonico, resta il capo iconico, impermeabile all’acqua e al tempo che passa – da annodare in vita.

Charme post-industriale della vecchia Milano, sabato sera: una festa in un luogo nascosto alla fine di una strada ricoperta di ghiaia, nei locali di un’ex fonderia. I mattoni a vista, una bicicletta pende da sopra una trave. Nella sala peacock blue due tavole gemelle – i capotavola vanno sempre occupati, non si lascia un ospite a conversare nel vuoto. Legno grezzo e nessuna tovaglia, solo vasi in fiore: anemoni rossi, ranuncoli neri e syringia color cipria.

Fuori, la primavera. L’edera s’intreccia a una ragnatela di luci. Giada Ripa e le sue sperimentazioni fotografiche, Fiammetta Cicogna e il sogno catulliano. Nina Zilli mette una felpa verde sopra a una gonna romantica di tulle rosa fucsia. Si parla dei giorni dell’arte, della settimana del design che inizia e invade Milano. Tommaso Fantoni, architetto e pronipote di Osvaldo Borsani, racconta di Villa Borsani a Varese, che per la prima volta apre le sue porte in attesa della retrospettiva sul designer e architetto che inaugurerà a maggio in Triennale. Un nodo che non si scioglie.

La cultura della pioggia

Text Angelica Carrara. Si attende la direzione creativa di Riccardo Tisci. Il trench simbolo della maison si presta a giochi di styling. Riviste e piattaforme nel mondo hanno presto dato luogo a una conversazione estetica, a proposito del trench. HypeBeast gioca sul digitale, The Fashionable Lampoon apre una styling session.

Per maggiori informazioni su Burberry trench coat heritage: burberry.com

La cultura della pioggia

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il futuro è in attesa: si attende la direzione creativa di Riccardo Tisci. In un presente di transizione, il trench simbolo della maison si presta a giochi di styling. Tre modelli iconici: il Chelsea, aderente con la vita affusolata, spalle strette per le donne e arrotondate per gli uomini; il Kensington, come lo vogliono le proporzioni moderne, più sagomato; il Westminster dal taglio rilassato.

Cinque stylist – Jack Borkett, Anders Thomsen, Victoire Simonney, Ruben Moreira e Danny Reed – hanno ragionato sul trench in un portfolio di scatti di Thurstan Redding. Riviste e piattaforme nel mondo hanno presto dato luogo a una conversazione estetica, a proposito del trench. HypeBeast gioca sul digitale, Lampoon apre una styling session in via Monte Napoleone – e una festa alle Fonderie Milanesi, sabato prossimo.

Una conversazione: in inglese, si contano trentacinque parole per indicare la pioggia – per esempio, cloudburst è una pioggia breve e improvvisa. Il trench è un predicativo della pioggia – tralasciando l’ombrello che «è stato fatto per portarlo al braccio, come un pipistrello decorativo», diceva Gabriel Garcia Màrquez – facile a dirsi da un sudamericano. A Casablanca, un aeroplano in partenza, Humphrey Bogart guarda la pioggia mescolarsi alle lacrime di Ingrid Bergman. Marlene Dietrich è alla ricerca del legionario Gary Cooper, nel 1930: vestita da uomo, in trench, sdogana il primo bacio gay del cinema. Diluvia – Audrey Hepburn corre alla ricerca di Gatto, il temporale e il suo trench segnano il finale – mentre il tubino di Givenchy era – notare la coincidenza – solo l’inizio.

Il passato sembra lontano. Christopher Bailey ha lasciato la maison dopo diciassette anni. Un suo mezzo inchino con saltello e un bacio al marito a fine spettacolo. La sfilata è stata una celebrazione degli ultimi quarant’anni della cultura britannica, sotto un arcobaleno di luci – l’installazione Our Time di United Visuals Artist. L’arcobaleno, simbolo della comunità LGBTQ – lesbian, gay, bisexual, transgender, queer – è un interrogatorio del tempo che passa, non solo della casa di moda inglese, ma dell’Inghilterra. Il rainbow check, è una dichiarazione di libertà.

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Courtesy Press Office
burberry.com – @burberry

Liu Bolin, King Chameleon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Un uomo invisibile. In posa – mette il proprio corpo tra la fotocamera e il paesaggio. Dipingendo e pitturando la propria pelle e i propri abiti, Bolin si dissolve nell’area circostante come in un’identificazione totale con l’ambiente che lo contiene. La mimetica del camaleonte. «Ho assunto un vero hacker per nascondermi tra le pagine. Si può vedere il mio lavoro anche all’interno del sito web del governo. Per rendere i miei lavori legati ai nostri tempi».

Un dialogo con gli sfondi della realtà, che siano questi muri, monumenti, architetture, slogan politici o cabine telefoniche. Una retorica dell’identità culturale e nazionale che è come un fardello dell’individuo. Stare in piedi su, essere parte di, dipingersi la realtà addosso. Come fosse una tela, non rigorosamente bianca«Il materiale più importante su di me è l’uniforme dell’esercito. All’inizio ho imitato il trucco di un cecchino». Un artista politico? Quasi. Il suo obiettivo ultimo resta esprimere la relazione tra la civiltà e l’essere umano. «Sono confuso. Sento di sapere meno quando faccio di più».

La realtà politica e sociale è materia per Liu Bolin: ne ha fatta un’illustrazione sentimentale. Bolin non ha l’intento di scomparire, ma di sopravvivere. Oggi il mimetismo non serve più a nascondersi, ma è strategia di visibilità. Un’ansia per la modernità. «La creazione di arte deve avere a che fare con i nostri tempi. Bisogna esprimere l’ansia del nostro presente con l’arte di ciò che abbiamo». I problemi dello sviluppo sociale sono ovunque – guerra, crisi economica, sicurezza alimentare e inquinamento atmosferico minacciano il futuro di ogni essere umano. «Voglio mantenere uno stato attuale di questi argomenti». C’è sempre lo stesso concetto dietro alle sue social sculptures.

Le sfide che un artista contemporaneo cinese deve affrontare sono tante, a partire dal sistema simbolico del proprio paese. Artista multidisciplinare – la sua prima serie è stata fotografica, ma usa anche pittura, fotografia, scultura e performance. La tecnologia è solo uno strumento. Decidere che sia appropriata è il compito dell’artista: «Il rapporto tra l’artista e il mondo è simile a quello tra un vecchio medico cinese e la collettività. Guarda solo e sa già dov’è la malattia». La serie Hiding in the City, iniziata in Cina, è stata poi prodotta in molte parti del mondo – dando luogo a collaborazioni, fino a progetti audaci di advertising. «Moncler mi ha permesso di realizzare un sogno: lavorare sul ghiaccio dell’Artico. È stato come tornare all’origine dell’uomo».

Nato nel 1973 nella provincia nordica dello Shandong, adulto quando la Cina era risorta dalle ceneri della Rivoluzione Culturale e intraprendeva una relativa stabilità politica, è conosciuto per la sua serie di foto in cui affronta il rapporto uomo-natura-potere politico: Hiding in the City. Vive e lavora a Pechino. La sua prima personale fu a Pechino nel 1998. Sue personali sono state presentate – tra le molte – a Les Recontres d’Arles, alla Fondazione Forma di Milano, al Fotografiska Museet di Stoccolma, al Museo H. C. Andersen di Roma e alla prima Biennale di Performance in Argentina diretta da Marina Abramovic.

Liu Bolin. The Invisible Man

17 febbraio > 20 maggio 2018
Erarta Museum
29 Liniya Vasil’yevskogo Ostrova, 2 – Sankt-Peterburg, Russia

2 marzo > 1 luglio 2018
Complesso del Vittoriano Ala Brasini
Via di S. Pietro in Carcere – Roma, Italy

17 ottobre 2017 > 27 gennaio 2018
Musée de l’Elysée
Avenue de l’Elysée 18 – Lausanne, Switzerland

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

Interview with Richard Saja

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il Toile de Jouy – letteralmente la tela di Jouy-en-Josas, un paese non lontano da Versailles. Un tessuto nato nel 1770. Fu Christophe Philippe Oberkampf a sperimentare per primo la stampa su stoffa. La tradizione voleva l’uso di gradazioni rosse e rosate, alternate ai verdi e ai blu. Non manca il bianco e nero, sfumato fino al grigio. Una fantasia su tessuto per viaggiare – i primi orientalismi che illustravano costumi lontani. Racconti d’amore su scene di vita bucolica. La toile de Jouy diventa ‘toile of joy’ quando passa per le mani di Richard Saja.

Con i suoi ricami raggiunge una dimensione bizzarra. «La chinoiserie possiede un senso di meraviglia, comunque venato da una certa tristezza. Da qui parto, per reclamarne lo stupore che mi trasmette». Un cavaliere indossa una maschera e si fa la cresta punk per corteggiare la damina con la gonnella a ragnatela e la punta del naso blu. Richard Saja con l’ago sovverte la trama – della stoffa e della storia. La sua estetica si fa beffe della realtà e scardina anche le nostre certezze. «Sebbene già denso d’immagini, il toile è destinato a scomparire. Funziona come uno schema in cui ogni singolo elemento non si distingue più attraverso la ripetizione delle immagini. Il mio lavoro rompe questo schema». È illimitata l’interazione tra pattern, colori e texture. Abbellendo selettivamente le sue piccole aree, inverte il suo uso storico. Ne sovverte i tempi. «L’anonimato della stampa si rompe. Si evolve in un contesto nuovo». Come le pagine di un libro in bianco e nero che implorano colore. Perché il ricamo e non la pittura? «Necessità, vendevo cuscini e dovevo stare al passo con la produzione. Uno sfogo. Dopo aver preso un ago in mano ho trovato lo sbocco per le mie inclinazioni ossessivo-compulsive e per una generale fastidiosità. Non avendo talento per dipingere ho scoperto che ago e filo interdentale mi permettevano di ottenere risultati molto simili e che, inaspettatamente, avevo un talento per quello».

Un dono di famiglia forse. «Parenti lontani possedevano negozi di mobili in Italia, erano intagliatori di legno. Una loro discendente, una mia cara zia zitella che chiamavo ‘the Lady’, lavorava come assistente designer qui a New York. Non so se sia natura, nutrimento o nessuno dei due, ma ero un creativo fin da piccolo. Ci ho messo un po’ a trovare il mio métier d’art». Se non fosse un artista. «Da bambino volevo essere una rockstar o uno dei ragazzi perduti di Peter Pan o la volpe o la puzzola». Se fosse un artista. «Piero Fornasetti. Sento un’affinità con il suo lavoro. Ha iniettato un umorismo palpabile in un campo che si prende troppo sul serio. Posso solo sperare di avvicinarmi al suo spirito disinvolto e alla sua eleganza».

Il tessuto mette in scena paesaggi pastorali, ma Richard Saja ci ricama sopra un’altra storia con personaggi immaginari. Ci sono l’uomo ombra e l’uomo verde. L’uomo peloso, le teste di fuoco, la madre universale. I bimbi sperduti di Peter Pan e il coniglio addormentato di Goodnight Moon. Ricamare le figure ricoperte di pelliccia è come un’esperienza meditativa – si perde in uno Yeti o in uno Sasquatch. Erano una sua ossessione infantile – ancora oggi è La Bella e la Bestia la sua fiaba di riferimento. Quella che era una solida arcadia diventa un universo parallelo, un mondo andato a gambe all’aria. «Il toile è una sfida. Ricavare qualcosa di nuovo ogni volta. Il concetto originale era quello di ricamare i tatuaggi facciali Maori su figure del Diciottesimo secolo». Un’arte nata da un disguido temporale. Il nome della compagnia non mente Historically Inaccurate. «Mi sono dato al ricamo alla fine degli anni Novanta, prima lavoravo in ambito pubblicitario. Durante le fiere osservavo le persone leggere i cartelli. La confusione diventava comprensione, anche piacevole».

Il processo creativo è quasi improvvisato. Non ha già tutto in mente. Di solito verso mezzogiorno, si siede con una tela vuota in mano e lascia scorrere la magia. Le sue dita sono spontanee, per questo non ama lavorare su commissione. Nessuna immagine specifica «per quello è sufficiente prendere una scimmia dalle dita agili». Ricamo e tecnologia sono un ossimoro. Ha provato a sperimentare con atti meccanici e tessuti intelligenti, ma ha fatto uno sforzo consapevole per fare tutto il suo lavoro da solo e a mano. «La tecnologia impone ciò che è possibile mentre la storia impone ciò che è pratico. Il ricamo a macchina non sarà mai in grado di imitare gli aspetti gestuali che un umano impregna nelle cuciture». Un fan dell’arte tradizionale, con la sua cifra ironica lancia il ricamo vecchio stile e sfida lo spettatore a ridefinirne il significato. «Mi piace pensare che qualcuno, dopo aver visto un mio pezzo, vada a scavare un po’ nella storia del toile de Jouy». I fili si intrecciano come in un gioco di complementi e contraddizioni inerenti all’unione di ciascuno con l’altro. Così nel ricamo scava nell’interazione umana e introduce ‘l’altro’ in un contesto non suo. Ogni piccolo abbellimento è motivo di accettazione che sfida l’idea della differenza «Il messaggio non è pedante, ma è lì».

Un aneddoto. «Il mio primo progetto su larga scala. Stavo ricamando La vita lungo il Mississippi per tappezzare le pareti della reception del Commanders Palace di New Orleans. Una vignetta nella stampa raffigurava un tavolo nel bosco circondato da uomini e donne che alzavano i loro bicchieri in un brindisi. Li ho trasformati in clown con parrucche assurde, colori vivaci e nasoni rossi. Il cliente mi ha chiesto di rimuovere i nasi da clown. Per anni mi sono chiesto perché il naso e non la parrucca».

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

Hotel MontChalet

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

A ottomila e venticinque piedi, l’equivalente di duemila e quattrocentodieci metri d’altitudine – lassù, dove le marmotte fischiano e le cime dei monti in autunno sono blu, mentre le nuvole architettano libertà che si respira nell’aria tenuta a bada dall’eternità delle Dolomiti. Qui si distilla il Gin 8025: sul Monte Seceda, in Val Gardena, dietro alla Baita Sofie di Markus e Brigitte. È la hütte della famiglia Prinoth: da giugno fino a fine novembre, prima di andare a lambicar, si raccolgono i botanicals.

I botanicals sono segreti sussurrati alle montagne. «Le bacche di ginepro. Le pigne del cirmolo e del pino mugo. La radice di angelica e l’asperula» – Markus ce ne svela solo qualcuna delle tredici erbe del suo Gin 8025, il più ‘alto’ del mondo. Profuma di bosco e ha un retrogusto di pompelmo. «Si serve con tre-bacche-tre di ginepro, acqua tonica Fever Tree e ghiaccio da acqua di fonte» – si raccomanda. La sua lavorazione si divide tra i prati d’alta quota, dove si va a caccia di erbe, e la distilleria Villa Laviosa di Terlano, azienda nata nel 2000 con l’obiettivo di realizzare distillati legati al territorio, e coniugare tradizione con innovazione. «L’8025 è un gin a zucchero zero perché il nostro scopo – sottolinea Alberto Franchi titolare di Villa Laviosa – è utilizzare tecniche che esaltino le proprietà delle singole botaniche, mantenendo i profumi e gli aromi originali delle piante raccolte nelle nostre terre».

Giù a valle, a Ortisei, di cirmolo profuma l’Hotel MontChalet di Kuno Moroder – cugino del discografico Giorgio Moroder. In soli dieci mesi, a fronte di un investimento di quattordici milioni di euro, ha inaugurato insieme all’amico e compagno di rally Marco Pezzuto, l’ultimo nato cinque stelle lusso gardenense. Che come si direbbe è tutto di legno, ma che è come se nel legno fosse stato scolpito. Lo chalet va scoperto dal basso. A partire dal garage che è un salotto. «È la passione comune per le macchine ad averci unito» – spiega Kuno, mentre ci racconta delle gigantografie alle pareti, un tributo agli amici: «Ci sono il pilota Walter Relul, Max Biagi e Carolina Kostner. Un Elikos – eccellenza degli elicotteri gestori del soccorso alpino, una macchina austriaca in carbonio della KTM». Nella wine cellar si può anche cenare e nella sala cinema insonorizzata si sta su poltrone bergerè. Un piano più su c’è il ristorante, con servizio e gentilezza tutto italiano – auguriamo la stella allo chef napoletano Francesco Carata. Nell’area wellness il legno diventa scuro, e il marmo di Patagonia si tuffa con i suoi colori – bianco, nero e oro, in una piscina cerulea per sbaglio. Niente Jacuzzi, è privata sul balcone di ogni suite – sedici in tutto. In camera, il colore del legno si mimetizza con le stoffe del letto, in contrasto solo alle maioliche di onice che s’intravedono nella sala da bagno.

Baita Sofie, Famiglia Prinoth
Via Mastlè, 64 – Santa Cristina Valgardena BZ
seceda.com

Hotel MontChalet
Via Paul Grohmann, 97 – Ortisei BZ
montchalet.it

Villa Laviosa
Via Bolzano, 11 – Terlano (Bz)
villalaviosa.it

Images courtesy of Press Office
stemaxeventi.it

Billie Achilleos, the maker of things

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Seduta per terra, impegnata nell’arte di fare cose. Maker of things – è la sua definizione. L’esordio a teatro, dove costruivi pupazzi e marionette. «Al Blind Summit Theatre, l’ho fatto per un paio d’anni, oltre a decorare le vetrine di Natale. Faccio cose per il piacere di farlo, mi ci è voluto un po’ per abituarmi all’idea di essere chiamata artista». Hai una visone distorta della realtà, gli oggetti sono pezzi di lego da assemblare per costruire qualcos’altro. «Vedo cose nelle cose. Una diversa forma di spettacolo di marionette. Come il burattinaio sa animare un pupazzo, io posso creare un personaggio senza doverlo muovere. Può sembrare naive, ma è la mia visione delle creazioni».

Sono famosi i tuoi animali. «Mi piacerebbe saper creare figure di persone, ma ogni volta che ci provo è un disastro. Forse perché ho tanti amici che lo sanno fare molto bene e paragonandomi a loro mi deprimo. Vorrei innamorami. Sarà l’età (trentadue, n.d.r.), o il bisogno di una nuova sfida. Credo di soffrire della sindrome dell’artista stanco. Fino a oggi ho lavorato per togliere il fiato alle persone. Spero di tornare a riscoprire l’arte per l’arte piuttosto che l’arte per la commissione». Com’era andata con Louis Vuitton? «Era il 2009, quando l’amica di un’amica mi chiamò, chiedendomi se volessi creare sei animali che finirono col diventare venti. Non avevo mai toccato la moda prima di allora, motivo per cui non avevo la minima inibizione nel fare buchi in borse costose e di valore. Una fan di Louis Vuitton non sarebbe mai riuscita a farlo. Ancora oggi ringrazio quella donna per aver visto del potenziale in me, chissà dove sarei ora». Le borse sono pezzi da costruzione e da collezione. «Sono la persona meno alla moda che conosca. Le uniche cose di marca che ho sono regali di Louis Vuitton, e di Smithson, oppure di seconda mano. Giacche vintage della boutique di mia zia Maria, aveva un negozio negli anni Ottanta, e altre giacche usate di charity shop. Nell’Essex, dove vivo, tutte sognano una borsa di Vuitton».

La pelle. «L’ho usata per così tanto tempo che ora mi annoia un po’. Alla fine del college impazzivo per il legno, forse dovrei tornare a intagliarlo. Ho comprato una saldatrice per lavorare il metallo. Da poco mi sono trasferita in uno studio-community ad Harlow. C’è chi soffia il vetro, c’è un fabbro, un falegname. Sto vivendo un momento in cui devo riscoprire il lato divertente del lavoro». Oggi, qui, è un buon momento. «Questo progetto è diverso. Mi chiedono sempre di creare animali e questa volta mi divertiva l’idea di poter cambiare. La sfida: non ho molto tempo e non posso tagliare alcuna borsa, metterò occhi ovunque e creerò personaggi». A me gli occhi. «A lezione di scultura ti insegnano ad aggiungere gli occhi come ultima cosa, perché è in quell’istante che l’opera prende vita. Le lenti del fotografo poi aggiungono un’altra dimensione».

Voce del verbo fare. «Quando mi danno una scatola, ci devo fare qualcosa. Faccio e basta, non penso. Non è un concetto troppo artistico. L’istante in cui sento l’energia. Non sono brava a rifinire o a perfezionare. Quello che ho creato oggi è un processo organico: dare carattere a un oggetto». Dovresti chiamare le tue opere per nome. «Dare un nome implicherebbe dare più importanza di quello che questi oggetti sono» – e se si animassero? «Sarebbe un sogno. A volte li guardo e vorrei iniziassero a muoversi e a camminare. Vorrei che le persone vedessero la follia in quello che creo. Credo che nella fotografia di accessori manchi un po’ di follia, anche borse e scarpe dovrebbero divertirsi come fanno le modelle». Una visionaria che guarda gli oggetti, ma vede tutt’altro.

Il posto magico. «Il bosco. La Epping Forest, è vicina a dove abito eppure non l’ho ancora esplorata tutta. Posso ancora perdermi lì dentro. Mi piace cercare i funghi. Mi affascina come un giorno non ci siano e quello dopo sbuchino fuori non si sa come. Mi diverte la loro forma, il loro colore». Potresti essere la nipote di Lewis Carroll. «La scorsa settimana ero alla ricerca d’ispirazione e mi sono costretta ad andare alla Tate Modern nonostante non ho mai pensato di trovare nell’arte una mia conversazione. I miei eroi sono personaggi del cinema, dei film, sono le marionette e l’animazione. Patrick Woodroffe – ho tutti i suoi libri da quando ero bambina, è l’illustratore più pazzo che ci sia. Terry Gilliam realizza le idee più folli. Le avventure del barone di Munchausen sono la mia ossessione». La tua energia. «Devo alternare un lavoro che creo per mio desiderio a uno commissionato. Socializzare è vitale. Ho sempre un lavoro part time, in un pub o al supermercato, per essere ispirata. Stare da sola in una stanza per una settimana non porta a nulla di buono. Ho bisogno di incontrare persone per tenere in moto la mia macchina creativa. L’odore dei libri usati, i negozi di antiquariato. Non resisto ai coffee-table book».

Un paio di forbici salverà il mondo. «Come si può vivere senza? Una volta stavo andando in vacanza, ai controlli in aeroporto mi fermarono per il Leatherman (il coltellino svizzero, n.d.r.) nella borsa. Sono tornata indietro a fare imbarcare la borsa a costo di averlo con me, rischiando di perdere il volo». Art attack – non hai mai avuto un impulso incontrollabile davanti a un oggetto e tu con le forbici in mano? «Ne ho avuto solo uno ed è finito in un heart attack: quando ci fu l’ennesimo attacco terrorista a Londra, al Borough Market – ero sconvolta, avevo lavorato al mercato per un periodo. Quella notte non riuscivo a dormire, riflettevo sull’arte attivista e la street art, non ne avevo mai fatta. A mezzanotte sono uscita di casa carica di stoffa e ho tappezzato la città con la scritta we stand together. Non una frase originale, ma non sono una scrittrice: volevo una frase tipica, che si usa da noi in Inghilterra, per darsi forza. Quella notte, al mio rientro ebbi la mia prima crisi di Addison e finii in ospedale».

From The Fashionable Lampoon Issue 10

 

Photography
Alexander Beckoven

 

Set Designer
Billie Achilleos

Editing and Coordination on Set
Angelica Carrara and Carolina Fusi

Photography assistant
Riccardo Ferri

Digital tech
Arnaldo Abba

Post-production
Luca Trevisani

Special thanks to
Le Fragole
di Campatelli Elisabetta

Giro-Dior-in-tondo

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Luna piena, rotonda, ti gira intorno. Una notte di luglio a Ibiza, a San Carlos, nel bosco del mondo. La sciamana accoglie tutti con un abbraccio, tutto attorno. Il fuoco sacro che scalda le pietre è verso est, dove il sole, il dio chiamato Tonatiuh, sorge. Una luce viene a fecondare il grembo della madre terra, la capanna del Temazcal, nel profondo.

Sono tutti seduti in cerchio. Non bisogna giudicare chi commette errori. Si sta tutti lì con amore perché la sfera possa restare intatta. Non si può imbrigliare il vento in un circolo. Bisogna perdersi nel buio per ritrovare il lato più interiore. Dopo sette minuti mi sono trascinata fuori. Avevo paura.

È un rito ancestrale quello del Temazcal. Riconnette con il cosmo e la sua matematica sacra, con la madre terra, con il potere degli elementi, con le forze degli animali alleati e le fonti di potere della stirpe celeste. In gioco il cosmo e la terra. Gli elementi delle diverse ere, tutti, attraverso i quali il mondo è passato e continua a passare. Terra, vento, fuoco e acqua.

Noi che viviamo nel sesto Sole sulla scia femminile. Inconsapevoli del potere della Grande Madre Terra. La Madre Terra che crea la vita, guarisce il male, sconfigge la morte – è il potere che è infuso nell’essere femminile. Il corpo è la terra al suo stato primitivo. Primitivo che è un logicamente elementare come sosteneva Claude Lévi-Strauss. Vero, autentico, senza sovrastrutture. Situazione originaria e originale. La donna.

Al centro del mondo. Il mondo, quand’era rotondo.

Sono rotondi i tarocchi femministi Madrepace di Vicki Noble. Sciamana-curatrice e autrice de Il risveglio della dea, scrive: «Voglio conoscere me stessa fin nel mio centro sacro e in quello spazio voglio conoscere e toccare gli altri». Hanno ispirato i Tarots di Dior di Maria Grazia Chiuri. Recupero della fascinazione per la divinazione che era cara a Monsieur Dior.

Video editing Giulia Bertuletti
@giuliabertuletti

Albergo Bucaneve

Albergo Bucaneve, Bielmonte

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il genius loci è l’interazione tra un luogo e un’identità. Un legame. Indissolubile è quello che dal 1910 unisce l’attività laniera di Ermenegildo Zegna al suo territorio. Sulle alpi biellesi, dove l’acqua è nobile. Scorre giù dalle montagne fino a Trivero e viene raccolta in una vasca a Casa Zegna. Dentro ci si lava la lana – «quand’ero piccola il nonno ci portava lì a schettinare» – ricorda Anna Zegna. È l’acqua più leggera d’Europa, è il segreto dietro all’eccellenza dei tessuti Zegna. Le ‘ricette’ sono custodite in duemila e duecento volumi nell’archivio di Casa Zegna, una dimora anni Trenta. La casa di famiglia, circondata dal lanificio verde – utilizza solo fibre nobili, e da cento chilometri quadrati di territorio protetto, che formano l’Oasi Zegna nata nel 1993.

«Nella lana ci si lanciava in tuffo». La lana – merino dall’Australia e dalla Nuova Zelanda, il kid mohair dal Sudafrica, il cashmere dalla Inner Mongolia, la vicuna dagli altipiani andini del Perù. Un chilogrammo di lana equivale a centottanta chilometri di filo. Negli anni Sessanta Ermenegildo ne fece uno lungo centoventi chilometri – un filo lungo da Trivero a Milano, di quattro micron – un micron equivale a un millesimo di millimetro. Nacque così il tessuto centoventimila che gli valse il Vello d’Oro di Giasone.

L’habitus non è solo un abito, ma un modo di essere. Al tempo erano gli inglesi i migliori produttori di tessuto. Per Ermenegildo fu una sfida. Nel 1938, andò in America a spiegare ai sarti italiani l’importanza del tessuto made in Italy, il primo a essere marchiato con il logo. Negli stessi anni la prima campagna – un pugnale foderato di tessuto Zegna che spezzava la catena del dominio britannico, segnava una nuova supremazia e la nascita di un modo: per fare un abito Zegna servono cinquecento mani.

Scarpe grosse, cervello fino. Imprenditore e filantropo, Ermenegildo pensava alla coesione con la comunità prima di tutto. Casa Zegna è uno spazio di accoglienza, un centro socio-esistenziale con rotazione di contenuti ogni sei mesi e una mostra permanente. «Serviva una strada per raggiungere la cima della montagna, il nonno la disegnò». Per ingentilire la salita che porta a Bielmonte sono state piantate cinquecento mila conifere e un’intera conca di rododendri che nel mese di maggio si tinge di viola. La strada, che collega il biellese con la valle d’Aosta, è nascosta tra i boschi dove passavano i lupi della Val Sessera e dove oggi le sentinelle dell’ambiente, le api – più di quattrocento, producono miele di rododendro selvatico.

In cima, al Bucaneve, il larice è ovunque. Brucia sul fuoco e profuma l’aria. È lucido sulle pareti, vissuto quello dei tavoli, scricchiolante sotto ai piedi. Sa ancora di anni Sessanta, quando l’architetto Luigi Vietti aveva progettato questo hotel di sole venti camere. In tavola manca il vino, c’è solo dell’acqua profumata – di zenzero, lime e melograno. «Si mangia poco di quel che si trova in città» – spiega lo chef, il piemontese Giacomo Gallina, mentre ci versa un Nebbiolo in purezza, rotondo. «Guardo fino all’Appennino ligure. Vedo il gorgonzola, il riso, il Monferrato. Tanta verdura – il topinambur, il trussotto, le rape, le zucche dell’orto».

Albergo Bucaneve

Strada Panoramica Zegna, 232 – Località Bielmonte, Veglio, Biella

+39 015.744184

Image courtesy of Press Office
zegna.com – @zegnaofficial

A Silent Swoop / Alexander Beckoven

Text Gian Paolo Serino

 

L’abbraccio di sconosciuti mi risveglia all’alba. Due ragazzi, li vedo, in fondo alla mia stanza mi salutano. Non so quanti anni abbiano, hanno delle cartelle sulle spalle. Credo debbano andare a scuola: io devo ancora fare pace con me stesso. Non ricordo perché siano qui. Non ricordo niente: mi sento sprofondare nell’infinito della sospensione.

I miei occhi macchiati di rosso vedono sirene al neon che mi fissano come fossero carene di una nave in tempesta. Ho uno strano senso di pace. Il mio cuore è ancorato ad Argo, il cane che aspettò vent’anni il ritorno di Ulisse: appena lo vide, vestito di stracci per non farsi riconoscere nella propria casa dai Proci, Argo morì. Il magnifico Odisseo, mio compagno di sempre, che di molti uomini vide le città, scrutò la mente e molti dolori sul mare patì nel suo cuore per guadagnare a sé la vita.

Ulisse se solo ancora pochi oggi ti conoscessero – il tuo nome greco Odisseo in italiano vuol dire Nessuno. Se fossi stato te mi sarei fatto slegare per tuffarmi con le sirene e perdermi nel loro canto ma non solo. Sono Nessuno – così mi alzo, la stanza mi cade addosso come liquido fetale. Mi sono fatto un bozzolo della mia solitudine amara. Galleggio e il respiro delle mie branchie mi strappa alla vita portandomi ventate d’amarezza folle e sublime.

Sono l’unico che può assediare me stesso. Sono più critico con me stesso, che con gli altri. Sono solo e soltanto Magnifico. Lorenzo il Magnifico, ma c’è anche Abdullah al-Barri e Abdullah al-Bahri dalle mie Mille e una Notte. Solimano rinchiudeva gli ifrit in lampade di rame sigillate, poi le gettava negli abissi del mare. Il primo dizionario americano si intitola Our Magnificient Bastard Tongue: The Untold History of English.

Sono l’unico che può creare e distruggere, prendere tra le mani un volto di donna e accarezzarti i capelli poggiando la tua testa sul mio petto, mare finalmente calmo. Sei qui. Adesso. Con me. Non avere paura. Non dico Ti amo – nel suo etimo significa Ti prometto – e io, furiosa Angelica di un Orlando innamorato, non posso prometterti nulla, se non che mi troverai qui. Non importa con chi e dove sarai, a chi starai promettendo le parole che ti ho insegnato sfiorandoti le labbra con le mie dita d’inchiostro. Dopo di me potrai solo ripeterle. Perché ogni volta che usciranno dalla voce che ti ha reso donna ti guarderai indietro e io ci sarò.

Tu che stai leggendo hai capito come una donna possa indossare gli abiti più ricercati, manti di bellezza anfratta; possa abitare i profumi più personalizzati come fossero l’invisibile contatto tra te e il mondo; possa dimorare tra i trucchi più belli, ma saranno soltanto e sempre trucchi, inutile chiamarli con nomi francesi. Ogni arma di attacco è un’arma di difesa. Cerchi di fuggirmi. Io ti ho rivolto dietro il muro del tuo passato, che ricerchi come un porto sicuro dove approdare. Non esistono porti sicuri. Puoi approdare solo in mare aperto. Almeno per noi, che abbiamo attraversato stanchezze e desideri senza ritrovare il gusto dei sogni dell’infanzia.

Tra la tempesta dei tuoi forse, tra i marosi di quelle domande alle quali mai troverai risposta. Ti guardi intorno. Respiri. Cerchi qualcosa nella tua borsa, come se frugare nel possesso portatile di una casa in cammino possa rasserenarti. La voce da cantatrice calva circonda gli eunuchi di un paradiso stellato. Guarda le stelle – troverai me. Dove abiti tu, dicono che io sono morto – ma io abito i tuoi spazi, le praterie – il vento ti muove i capelli ribelli in una brughiera di cui non vedi la fine. Ti devo prendere la mano per farti capire?

In molti, troppi, sono rimasti solo voce. Senza più corpo, senza più anima, sul bordo della loro gioventù. Sull’orlo di come sarebbe dovuta andare. Dove sono finiti i maestri, i geni – dove sono finiti? Dov’è il lustro dell’umanità? Forse sono tornati nelle strade, vociferano nelle loro officine, accendendosi con le loro opere, che tolgono loro il senno. Gli scrittori magnifici? In Italia, a parte Arbasino, finiranno per essere scoperti postumi se non li andiamo a prendere: Edgardo Franzosini, il vero Arbasino se Arbasino fosse Arbasino. Raymond Isidore e la sua cattedrale – la storia vera di un uomo che ha costruito una cattedrale di rottami in decenni: oggi la cattedrale è a Chartres, paese natio di Rimbaud, ed è tra i tesori di bellezza da noi sconosciuti, ma tra i più visitati in Francia. Mattia Signorini, mi viene in mente, insieme a Francesco Maino di Cartongesso: non un libro ma un miracolo di scrittura. Essere il futuro senza saperlo. Negli Stati Uniti: Tom Wolfe, Don De Lillo, il ritrovato Auster, il nuovo Bret Easton Ellis che ha lasciato la scrittura per scrivere film come The Canyons. Ben Lerner è un genio, che vivrà per secoli. Beh, Mongiardino, al di là del bene e del male… Chi oggi? Io. Certamente – perché credo in un giornalismo che pensavo non tornasse più. Devo dire che mi sento in piena forma.

Il canto delle sirene. Da una parte il sale, dall’altra parte la cera. Lascia il tuo passato al gelo dei ricordi: arriverà il giorno in cui sarai più sola di quanto tu lo sia adesso. Perché mi stai leggendo? Forse qualcuno ti costringe? Oh, perdóno, perdóno, non l’ho fatto apposta! Ordinami qualsiasi espiazione! Sono così buono, ho un cuore d’oro, io, e non ce n’è più come il mio. Non ho un amico che sappia raccontare la mia storia. Ah, sì un’infermiera! Un’infermiera per amor dell’arte, che conceda i suoi baci solamente ai moribondi. Macché! Più tardi mi s’accuserà d’aver fatto scuola. Non posso vedere le lacrime delle ragazze. Sì, perché far piangere una ragazza è più irreparabile che sposarla.

Il maschio che è dentro di me si è liberato in violenze inaudite. Mi sono perso nell’ombra del genio per venirti a cercare. Ho cercato nei vestiti dismessi, ti ho cercato nella follia delle mie notti dove non c’era nulla se non un braccio sprofondato nel ventre del mio. Al palo. Candele e cenere. Cinture e castità. Fruste e manette. Ho inghiottito peni all’alba del mio non essere, li ho ingoiati sino al midollo non più dell’osso ma del mio cranio imbevuto di sangue. Sono stato venduto all’asta di una televendita televisiva in cui nuove sirene, nuovi titani, mi offrivano a signore, caparbie amanti di carne giovane e neuroni. Hanno calpestato la mia intelligenza con tacchi d’inusitata eleganza. Acciaio, rosso, sangue.

Anche tu puoi essere il magnifico. Chiaramente non come uno specchio anni Ottanta – ma particolare, geniale, magnifico. Il problema è la mancanza del voler essere magnifico – come magnifici possono esser stati gli artisti e i nobili – rende tutti uguali, tutti splendidi. La volontà e la convinzione di essere magnifici sono la prima porta da aprire per essere unici, senza codici a bar(r)e. Voglio una vita magnifica. Mica una vita da Vogue. È la libertà a rendere magnifici.

Cos’è la Bellezza? Siamo nati a cavalcioni sulle nostre tombe. Io, sono Odisseo. Io sono Nessuno. Suonano alla porta, i miei figli tornano da scuola. Appoggiano i loro zaini di fronte a me. Due ragazzi, li vedo, in fondo alla mia stanza mi salutano. La madre non c’è. Mamma dove sei? Perché sei morta? Ci hai lasciato da sola con papà. Vorrei non correggere mai i miei errori. Tu sei la sirena che sveglia i miei sogni all’alba, mi hai reso un gigolò dell’angoscia che ogni notte si porta a letto un incubo diverso.

Mi alzo, mi svesto. Sono pronto per un’altra giornata. Esco per strada. Sono il magnifico che può abitare solo dentro gli occhi di una donna. Tu che, Angelica o meno furiosa, sei la nostra ultima vera possibilità per svelare al mondo che la magnificenza esiste ancora. Significa dimenticare noi stessi, abusare di noi stessi. Lasciamo tracce indelebili in ognuno, quando passiamo. È il costo della magnificenza. Siamo sull’orlo di come sarebbe dovuta andare. Siamo musica senza spartito di un inchiostro rovinato dal suono del tempo. Sleghiamoci dal palo alto della nave di Calliope e ascoltiamo le sirene, rincorriamole, perdiamoci dentro di loro. Solo allora capiremo la magnificenza di essere Nessuno.

Photography and Creative Direction
Alexander Beckoven

Producer
Guja Quaranta,
Irene Rei

Editing and Coordination on Set
Carolina Fusi

Hair
Manuela Malena
using ColorfulHair and
Serie Expert by
L’Oréal Professionnel

Make-up
Valter Gazzano
using Tatouage Couture
by YSL Beauté

Manicurist
Miriam Dotti
estetica Lazzate / Monza

Model
Anna @womanmanagement,
Cristiano @bravemodels,
Polina @specialmanagement

Photography assistant
Jacopo Vimercati,
Gabriele Cialdella

Digital tech
Emanuele De Rossi

Post-production
Alessandra Distaso

Special thanks to
Franca Parisi,
Siki Red Fins

Grand Hotel Kronenhof – Kulm Hotel

From Grand Hotel Kronenhof, Pontresina

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Arnold Fanck gli dedicò un documentario. Nel film Sils Maria, con Juliette Binoche, il serpente rifletteva lo stato d’animo dell’inquieta protagonista. Strisciava a mezzacosta sulle montagne. Si forma quando sul Maloja sale aria umida dalla Bregaglia – così dicono i meteorologi. Gli engadinesi invece sanno che significa l’arrivo del brutto tempo. È solo nebbia, il serpente.

Pontresina non lo teme. È stata ‘il Ponte dei Saraceni’ durante le invasioni barbariche del Decimo secolo. Nella sua bellezza algida, è circondata da foreste di pini e larici che si rincorrono fino alle cime più alte del Bernina – ‘la sala delle feste delle Alpi’, lo aveva definito l’alpinista Walther Flaig. Nel canton Grigioni – il nome è una storia di leghe durante le Guerre d’Italia, il silenzio è interrotto d’inverno dal fruscio degli sciatori, dal rumore degli zoccoli dei cavalli per una gita in cocchio nella Val Roseg. D’estate, nel bosco di Tais, la Camerata è in concerto, mentre a valle arrivano gli stambecchi della colonia dell’Albris. Come in un dipinto di Segantini.

Da centosettant’anni il Grand Hotel Kronenhof è la Grand Dame della valle. Testimonianza architettonica tra le più significative dell’Ottocento alpino, allora era solo l’enoteca Gredig. Ti inibisce un po’, è come un castello delle fiabe fuori. Subito in raffinato neo-barocco dentro, la lobby è come un abbraccio. Il ristorante principale ha la scenografia di un teatro, con tanto di loggia per i musicisti che si affaccia sulla sala. La cena è nella parte più antica dell’hotel, la Kronenstübli, una boiserie di pino. Prima di una partita a bowling con palle di cuoio che rinnegano lo strike. Ti manca il fiato. Sopra i duemila metri. Dove tutto è concesso. Anche baciare di nascosto, perché i baci qui sono più dolci del vino.

Il Kronenhof ha una proprietà sorella che veglia sull’Engadina: il Kulm Hotel. Il suo successo fu una scommessa – alla fine dell’estate del 1864, l’allora proprietario Johannes Badrutt lanciò una sfida agli ospiti inglesi in partenza da Saint Moritz, al tempo meta solo estiva. Avrebbe offerto loro soggiorno e viaggio se al loro ritorno d’inverno non avessero trovato il sole. Tornarono a casa abbronzati, gli inglesi a primavera. Ritornarono ancora, e ancora.

Il lampadario troneggia nell’atrio dell’hotel. È l’originale – nel 1878, il Grand Restaurant fu il primo in tutta la Svizzera ad avere l’illuminazione elettrica. La sua cucina classica è coordinata dal veneziano Mauro Taufer. Al Sunny Bar c’è la peruviana Claudia Canessa, unica chef donna. Le suite, disegnate da Pierre-Yves Rochon, hanno la miglior vista in assoluto sul lago.

Memorabilia – tenere a mente. Bob, sci e slitte d’epoca pendono dal soffitto. Sulle pareti fotografie vintage. Poco più in là, sulla pista di pattinaggio che ha ospitato anche i Giochi Olimpici invernali nel 1928 e nel 1948, la foresteria si rinnova. Il Kulm Country Club profuma d’abete. Firmato Norman Foster.

Grand Hotel Kronenhof
Via Maistra 130 – Pontresina CH
+41 81 830 30 30

Kulm Hotel St. Moritz
Via Veglia 18 – St. Moritz CH
+41 81 836 80 00

Image from Wikipedia Commons

Kokoshnik Coccodè

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Axenoff Jewellery invita al Tiara Ball. «Ti dovrai mettere un kokoshnik» – mi è stato detto. Per assonanza ho pensato a coccodè. Tant’è. Una parola del sedicesimo secolo, in slavo antico, kokosh significa gallina. Il kokoshnik deve il suo nome a un elemento decorativo semicircolare dell’architettura russa, in cima alle cupole. Ambiguità linguistica. È una tiara, a forma di diadema. Una mezza corona arrotondata con una sola punta. Al tempo di Pietro il Grande fu bandito, lo zar voleva modernizzare il sistema. Tornò a spiccare in testa con l’arrivo di Caterina la Grande. Entrò ufficialmente a far parte degli abiti di corte. Imperiale su Anna Pavlova, cigno bianco dei teatri.

Milano, aspettando Cesare. «Caesar, ricordati, è white tie. Ci vediamo in Cadorna. Puntuale». Ho pregato che lo fosse. Ritirava il frac dal sarto la mattina stessa prima di partire. Lo è stato appena puntuale. Statuario. In cappotto blu. Un militare originale per cui ha fatto fare dei bottoni apposta. Valigione rigido da venticinque chili, borsone a spalla, ventiquattrore di cocco, il frac nel porta abiti sottobraccio, una coppola a spicchi inglese in testa, un colbacco di zibellino in tasca – lui. Fermo ai controlli in aeroporto, borsa ispezionata sottosopra. «Non posso circolare senza. Sono i cristalli di Rocca. Due cuspidi e una sfera. È una questione di energie capisce?».

San Pietroburgo, 23 novembre. Ore 17.00. Atterrati nel buio. Temperatura -4°. «Ci porti all’Astoria, presto, prima che finiscano i bliny». Si affaccia sulla Cattedrale di Sant’Isacco dal 1912, l’Astoria. È una pietra miliare dell’hotellerie. Ha vissuto la Rivoluzione d’Ottobre e quest’anno anche il suo centenario. C’era già, quando la fastosa capitale zarista, da San Pietroburgo è diventata la sovietica Leningrado. Se ne sta lì, sull’angolo, a due passi dalla Neva e poco distante dal Palazzo d’Inverno. Nella ‘Rotonda’, un salotto che è un crescent dove la luce è verde sage, ogni giorno, come vuole la tradizione – fu introdotta dal primo direttore dell’hotel all’inizio del ventesimo secolo, dalle quindici alle diciotto, viene servito il tè accompagnato dai bliny con la marmellata. I bliny si specchiano in un samovar di lucido ottone. Il tè si beve in ceramiche bianche e blu.

Una musica, dietro alle porte bianche sorvegliate da due cavalieri, fa così: «Festa e balli, fantasia, è il ricordo di sempre. E un canto vola via, quando viene dicembre. Sembra come un attimo. Dei cavalli s’impennano, torna quella melodia, che il tempo portò via». Dietro alle porte bianche il giardino d’inverno dell’hotel è un fluttuare di dozzine di coppie di ballerini avvolti di tulle color cipria. Chiudi gli occhi e in un capogiro di walzer sei a quel ballo che si teneva a corte al Palazzo d’Inverno. Petr Axenoff indossa una Circassian uniform color rubino, una copia precisa della stessa che indossò Nicola II. Il coro del Mariinskij canta God, save the Tzar, ora. Ora? Nel centro della stanza un tableaux vivant, il Royal Box – sul trono la famiglia Romanov con i gioielli della nuova collezione di Axenoff: Anastasia. Un tuono, e poi il buio. Rasputin. Sarà sconfitto in una battaglia di piroette. La vodka è solo Imperial. Il caviale è rosso, non nero. L’arrivo dei cosacchi, le danze gipsy. Il lancio del kokoshnik. All’insù. Lassù, dove ancora oggi aleggia la nostalgia dei Romanov.

Cover image: Anna Pavlova wearing a kokoshnik, Russian Prima ballerina, 1911

Gallery images courtesy of Press Office
axenoffjewellery.com – @axenoffjewellery

Hotel La Perla

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

G come Giulian, che vuol dire grazie in ladino. «Qui è arrivata la montagna in autunno. Bellezza un po’ intirizzita. Perché nel volo d’aquila sotto il Boé, in una pistilla di zafferano, in un petalo peloso di una stella alpina, nella fredda pioggia qui che non è un peccato, semmai un dispiacere, e nella calda acqua lì, che dalle viscere sgorga nell’orizzonte attaccato a questi monti nelle nuvole basse di un tempo mai cattivo e a tutta quella verità che ci circonda che la Bellezza esiste. Un mistero svelato, un segreto evidente, questa vita. La Bellezza esiste e non teme niente» scrive Michil.

Qui è il La Perla di Corvara in Badia della famiglia Costa. Qui è casa. Tutti ti chiamano per nome quando ti incontrano. Tutti vuol dire uno staff di circa centoventi persone che equivalgono a un rapporto di uno a uno con gli ospiti. Ospiti, non chiamateli clienti. Era mattina presto, ero scesa fuori in pigiama perché volevo vedere il Sassongher carezzare le nuvole. Anni, la signora Costa, moglie di Ernesto, chignon basso biondo cenere, gonnellone e gilet, stava sistemando i fiori sul tavolo con Stefan. Sono tutti di colore diverso. Si interrompe per andare alla lumaca delle spezie – una chiocciola di vasi in legno per piante aromatiche che si sviluppa in altezza, come vuole l’antica tradizione medioevale altoatesina: è là dietro, sotto l’ombra del pino argentato. Il pino argentato è un regalo di papà, piantato nel 1941, quando il La Perla non era ancora la casa di tutti, non era ancora la casa dei suoi ospiti. Le spezie, che dalla lumaca vanno nella cucina della Stüa de Michil, una stube del Settecento che ti avvolge come l’ovatta.

Il silenzio del coravin che spilla il vino con un ago è più forte del pop delle bottiglie sciabolate con arroganza (dicevamo si tratta di modo, gentile). Le bottiglie si chiamano anime. Michele, il sommelier, scende giù a prenderle in cantina con la pertica, il palo dei vigili del fuoco, per intenderci. La Mahatma Wine Cellar, dalla lingua indiana, Grande Anima. Un viaggio, attraverso più di trentamila bottiglie e millecinquecento etichette fino al Tempio del Sassicaia, dove ha addirittura sede l’Ordine dei Cavalieri degli Amanti del Bolgherese. Inginocchiandosi di fronte al tabernacolo si apre uno scrigno che custodisce la bottiglia numero uno del Sassicaia, un rarissimo 1968, prima annata di produzione della casa toscana.

Tra i tavoli della Stüa, Michil danza: i suoi sorrisi, tutti diversi, gli aneddoti che non si ripetono, intavolati come se ci si conoscesse da una vita, «perché un giorno senza sorriso è un giorno perso». Nel bistrot, il camino è acceso, non fa freddo. C’è un profumo di pino e cannella e caffè – torrefazione Gianni Frasi, il cacciatore di chicchi. Chi suona il pianoforte, canta «It’s a little bit funny, this feeling inside. I’m not one of those who can easily hide, I don’t have much money but boy, if I did, I’d buy a big house where we both could live». La nostalgia. Domani si parte. Fuori, il Sassongher è buio.

Hotel La Perla

Str. Col Alt 105 – Corvara, Bolzano IT
+39 0471 83 10 00
hotel-laperla.it

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico