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angelica carrara

JC de Castelbajac X Rossignol

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

L’occhio di buona fortuna e di visione futuristica. Le stelle dei sogni. I cuori e le labbra sono i simboli della passione. Sono i simboli della tribù Hopi che abita nel deserto dell’Arizona, a cui JC/DC (così soprannominato dagli amici rapper) si è ispirato per la collezione Rossignol per questo inverno. Li ha colorati di giallo, rosso e blu.

 

Perché Rossignol?
«Per fare del beau-tech. Lavoro con Rossignol da diciassette anni con lo scopo di unire la beauté alla technologie. Ci vuole una casa di moda storica con senso di modernità e tecnologia».

Moda funzionale.
« – con carica poetica. L’opposto di quello che è la moda oggi, fatta anche dal marketing. Da Rossignol ho libertà di disciplina e di cultura».

Pensavo fosse arte.
«Ho iniziato nel 1975 a cercare collaborazioni di artisti. Nel mondo di oggi tutti fanno arte e moda, ma ormai siamo oltre. Il prossimo souffle sarà l’umano, la tecnologia, la realtà».

Un ritorno in Italia.
«Quando arrivai la prima volta avevo diciotto anni. Ero in vacanza a Vernazza dopo essere stato rapito».

Rapito?
«Ero sugli Champs Eliséee. Avevo i capelli lunghi, una salopette e un paio di stivali argento. Fu Maurizio Vitale (imprenditore torinese di MCT) a notarmi e a portarmi in Italia con sé. Disegnai per lui una linea di costumi da bagno, Beatrix, (indimenticabile il gatto che disegnò sulla culotte). Eravamo sulla sua Lamborghini bianca, a trecento all’ora, quando mi chiese di inventare qualcos’altro. Pensai a dei jeans, considerato che al tempo c’erano solo i Pooh. Mi chiese anche di trovare un nome. Dissi: Jesus. Finalmente rallentò».

‘Chi mi ama mi segua’, sul derrière di Donna Jordan.
«Era il claim della campagna. L’abbiamo scritto anche sui muri del vaticano».

Per fortuna poi ha vestito il Papa nel 1997, per la Giornata della Gioventù.
«Avevo alcune cose da farmi perdonare».

Ha detto no a Marylin Manson.
«Mi chiamò poco dopo. Rifiutai, come dire, l’anticristo».

Chi vestirebbe oggi?
«L’intera società, in ottica ecologica».

L’inizio fu con stracci e coperte.
«Avevo diciassette anni quando cominciai a sperimentare. La prima giacca (quella che comprò John Lennon) l’avevo ricavata da un plaid».

Fashion, art & rock‘n’roll – il tuo libro. Quale preferisci dei tre?
«Non posso scegliere ».

Ma la società di oggi è rock’n’roll?
«Mica tanto».

Un italiano, un inglese e un francese da seguire della moda nuova generazione.
«Archivio, JW Anderson e Jacquemus».

Ritornando all’arte: è vero che si faceva pagare con i quadri?
«Quando disegnavo Sportmax, sì. Ricordo che il dottor Maramotti la chiamava ‘la collezione del collezionista’. Una volta era un Basquiat, un’altra uno Schnabel o un Haring».

La collezione sarà in vendita, in esclusiva da 10 Corso Como, a partire dal 23 novembre.

10 Corco Como

Corso Como 10, – Milano

Tutti i giorni, 10:30 > 19:30
Mercoledì – Giovedì, 10:30 > 21:00

Images courtesy of Press Office
attila.it – @attilaco

Buon Vento – Il Gran Premio di Vela a Venezia

The Winner Team of Spirit of Portopiccolo, Ca Sagredo Hotel

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Era il 1962. La portaerei americana USS Independence lampeggiò con segnale luminoso: «Chi siete?». La risposta: «Nave Scuola Amerigo Vespucci, Marina Militare Italiana». La nave statunitense ribatté: «Siete la nave più bella del mondo». L’Amerigo Vespucci è la nave ambasciatrice della cultura italiana. Quando un transatlantico lo incontra, rinuncia alla precedenza e rende ossequio con tre colpi di sirena. Lo scorso ottobre, il veliero sostava a Venezia, sulla Riva San Biagio, di fronte all’Arsenale. A bordo, sotto i suoi alberi e gli ottoni ancora splendenti, la cena di gala in onore della regata: la Venice Hospitality Challenge.

Il 14 ottobre, la mattina della gara. Brezza leggera di circa tre nodi ovest. Correnti difficili da interpretare. Nebbia che è diventata sole. Il percorso: da San Marco verso il Lido, poi alla Giudecca e di nuovo a San Marco. Poco prima della partenza il Moro di Venezia America’s Cup, in rappresentanza della Serenissima, si è incagliato. Non sono bastate manovre e virate d’acqua per smuoverlo. Noi sull’imbarcazione di accompagnamento dello Spirit of Portopiccolo – un maxi di ottantasette piedi disegnato da Rachel & Puig – in rappresentanza di Cà Sagredo Hotel. Sponsor ufficiale: Visit Monaco. Non potevamo perderci la vittoria. Bis. Furio Benussi al comando, lo skipper fresco vincitore della Barcolana di Trieste, dopo un’ottima manovra ha preso il comando inseguito da Maxi Jena e Pendragon VI, per finire sul podio.

In gara, dodici yacht con i colori degli hotel della Laguna, si contendevano il cappello del Doge realizzato dalla vetreria muranese Barovier & Toso. Giunta alla quarta edizione, la Venice Hospitality Challenge è la sola regata a disputarsi nelle acque interne di un circuito cittadino. Come dire: il Gran Premio di Vela sta a Venezia così come il Gran Premio di Formula Uno sta a Monaco.

Images courtesy of Press Office
visitmonaco.com – @VisitMonaco

Un salotto italiano

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Le varianti del beige ci sono tutte, dal tortora al marron glacés. Il vert sauge, l’aubergine a sprazzi. Rosso cardinale solo le sedute in velluto di seta nel caveau-salotto sul retro. Il parquet in posa a spina di pesce, all’italiana e non alla noblesse, è sulle pareti. Le luci scendono appese a una corda e prendono volume negli specchi decapati. Di velluto profuma l’aria.

È un ristorante, si chiama Ecrudo. Il design è dell’architetto milanese Alessandro Agrati, ideatore del brand Culti, che progetta i sensi. «Entrare in un posto nuovo che è qui da sempre. Un convivio dove passare del tempo di qualità» spiega. Il concept è di Italy First Sa: «Nasce dalla volontà di parlare dell’Italia. Di mettere assieme lo stile italiano per poi portarlo nel mondo», dice Enea Angelo Trevisan, CEO della società. L’idea è di sconfinare da via Savona, espandersi nell’hotellerie e nella gastronomia-bistrot.

L’olio è monocultivar. Un genere che producono in pochi, fatto con olive di un’unica varietà. Ecrudo non vuol dire crudo – perlomeno non solo. Una cucina primaria, gli ingredienti mediterranei: Ecrudo è lo stare bene basato su sapori «concentrati dal sole, dal mare e dalla terra», come dicono gli chef Angelo Mancuso e Umberto Vezzoli alla fine di una cena a porte chiuse. Solo prodotti italiani. Si leggono anche sulla carta dei vini. Che non è una lista degli inflazionati, ma una filastrocca di uve e vignerons, poco noti ma affini, hanno fatto della qualità il loro modo, all’italiana, nella cantina di Piero Sattanino, sommelier piemontese due volte campione del mondo. Questa sera inaugura un salotto milanese che sa di Italia.

Ecrudo Milano

Via Savona, 11 – Milano

Lunedì > Sabato, 19:00 > 0:00

02 833 900 06

Images courtesy of Press Office
ecrudo.it – @ecrudo_milano

Between Fashion and Art with Antonio Guccione

Text Angelica Carrara
@misscarrieangie

 

Camice bianco, coppola e occhialetti tondi. Macchina fotografica in mano. Antonio Guccione stava componendo un tableaux vivant con i campioni della squadra locale di hockey sul ghiaccio nella vetrina di Franz Kraler. Indirizzo: Corso Italia 76, Cortina. Nuovo indirizzo dedicato alla moda maschile, dove, tra abiti e accessori ha inaugurato la mostra Fashion and Faces – Moda vs Arte, con le opere del fotografo. Lo abbiamo incontrato lì, in attesa di vedere la sua prossima esposizione a Milano, nel 2018 a Palazzo Reale.

 

Con cosa fotografi?
«Con tutto. Da una 2025 a una digitale».

E con il cellulare?
«Faccio fatica. Non per snobismo e nemmeno per il mezzo. Si può fotografare anche con una scatola di scarpe con il buco dentro». 

La fortuna di lavorare negli anni Ottanta.
«Quando lo vivi è solo un fatto: Milano era il centro del mondo dove Richard Avedon e Irving Penn venivano a lavorare al Superstudio. Non c’erano redattrici con la valigia che andavano a Parigi o a New York per scattare un servizio speciale. Lo ‘speciale’ succedeva a Milano».

E poi?
«Un crollo. Graduale, mai identificato. Moda e politica non erano in sintonia. All’inizio tutti sfilavano insieme in fiera, fino alla disgregazione. Era il gioco che aspettavano Francia e Stati Uniti per entrare in scena».

Versace, Ferrè, Moschino. Parlami di loro.
«Persone semplici. Nessuno di loro si è mai rivelato un alieno. Forse Iman era diversa. Del resto David Bowie se l’era sposata».

Andiamo con ordine.
«Gianfranco Ferrè aveva un difetto: si assentava dal set per correre dietro alle quinte dove c’era una torta. Franco Moschino era un pazzo. Ha voluto una donna cowboy come sfondo del suo ritratto. Fu uno dei primi a rasarsi a zero per mettere in mostra dove nasce tutto. Gianni Versace era mistico. Grazie a lui le mie prime campagne, i lavori per Vogue Italia. Gianni aveva quel qualcosa in più. Una sfumatura non troppo condivisa, che trovava una specie di disagio, come succede alle cose uniche».

Una pausa dalla moda, nel 2008.
«Sentivo il bisogno di prendere l’iniziativa, per lavorare in modo artistico mi serve carta bianca. Nessuno che mi dica cosa devo fare».

Questo è un lusso.
«I risultati sono quello che sono perché i fotografi sono al servizio di qualcuno. Non ci sono fotografi capaci di creare. Era Francine Crescent, (direttore di Vogue Francia), a dire a Helmut Newton cosa fare. Ero stanco di quel sistema». 

In quella pausa, con la macchina fotografica hai esorcizzato la morte: From Jesus to Yves Saint Laurent.
«Ci sono voluti otto anni. Ho iniziato con un teschio giocattolo. Stavo sistemando le luci ed ebbi l’impressione di rivederci Mussolini. Ho scattato, stampato e ci ho scritto sopra Benito Mussolini. Dopo averlo guardata per cinque minuti ho pensato di aver fatto una cazzata. Ho chiamato Francesca Pini del Corriere, che ha chiamato Claudia Gian Ferrari, grande collezionista, che ha comprato la foto e così sono andato avanti. Per un totale di quaranta personaggi».

I teschi li hai conservati?
«Memento mori, nulla resta. Dopo averli fotografati li ho distrutti».

Un teschio, la memoria della vita che è stata.
«Sono un ritrattista. Gesù, da Vinci, Pollock, Frida Kahlo, sono tra le persone che avrei voluto incontrare. L’occasione me la sono creata».

E ha funzionato?
«Ha conquistato il mercato americano, che ha una certa riluttanza nei confronti dell’utilizzo della morte. Halle Berry ha voluto il teschio di Jackson Pollock».

Se non un fotografo?
«Un musicista». 

Suoni?
«Ho fatto conservatorio per due anni. Suonare ti porta a essere solo con te stesso, i tuoi fantasmi e le tue insicurezze. È tutto in discussione, hai bisogno di equilibrio».

Dove trovi il tuo equilibrio?
«Nelle persone che capiscono il mio stato d’animo, un’alternanza di momenti di attesa e di creazione. Vago in una forma di delirio, senza essere ubriaco. Quando non creo sto male, mi viene la febbre».

Per dire l’artista.
«A trenta chilometri da Milano c’è un ruscello dell’Adda dove Leonardo da Vinci dipinse la Vergine delle Rocce commissionatagli dal Papa con tanto di contratto e pagamento anticipato affinché la consegna fosse assicurata il 22 dicembre. Mentre Leonardo dipingeva, una farfalla gli passò davanti. Fu ipnotizzato. Cominciò a inseguirla e dimenticò il dipinto. Il Papa lo condannò e Leonardo se ne andò in Francia, ad Amboise, con Gioconda e Vergine delle Rocce».

Il tuo ‘ruscello’ dove creare?
«Se il posto è troppo bello, non va bene. Se è troppo brutto, nemmeno. Devo stare al centro di qualcosa che non so dov’è».

Ma l’ispirazione?
«Se di vera creazione si tratta, non è spiegabile. Quando sei circondato da situazioni forti, la creazione viene soppressa. La creazione nasce dal nulla, anche da situazioni non rassicuranti. È una questione di cose che abbiamo dentro la testa. Ci sono artisti che hanno fatto grandi creazioni all’inizio del loro tempo, quando ancora avevano la fortuna di avere la testa vuota».

Parlando di moda in forma d’arte.
«Il rapporto con la società è cambiato. Per una nicchia è accessibile, per tutti gli altri è una copia di forma di espressione a costi popolari».

E la fotografia?
«Concettualmente non esiste più. Oggi si parla di cyber fotografi. Il digitale permette cose immense. È anche un pericolo, vedo cose vomitevoli».

Qual è il problema?
«Il gusto. La mancanza del senso di bellezza».

Un consiglio.
«Guardarsi attorno. Amare l’arte. Amare il bello. Avere cultura e conoscenza. Prendi in mano la macchina fotografica, che è il tuo occhio, fai uno scatto e quello è. Se pensi che la tecnologia ti risolva i problemi, sbagli».

Images courtesy of the artist
antonioguccione.com – @antonioguccione

My Beautiful Laundrette

HermèsMatic – Ph. Martial Schmeltz

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Era un film di Stephen Frears del 1985. Una storia d’amore nata in una lavanderia a gettoni di Londra. Si tratta di amore anche quando si entra da HermèsMatic, la lavanderia pop-up itinerante firmata Hermès, dove tingere gratuitamente il proprio carré con la tecnica dip-dye.

Per un pezzo unico, basta un bagno di colore: blue jeans, rosa fucsia o verde salvia. Si sceglie la lavatrice in base alla tintura, al termine del ciclo, il foulard passa all’asciugatrice, per un ultimo giro dentro il cestello che dona sofficità. Tempo di attesa totale, quarantotto ore. Con confezionamento in custodia HermèsMatic.

Nel nome dell’arancione. Le lavatrici, i fustini, le bacinelle, tutto è arancione. Colore dall’origine fortuita. Era il 1945, quando Émile-Maurice Hermès si trovò di fronte ad un dilemma di scatole – erano irreperibili quelle in classico color beige a cui il fornitore sopperì con uno stock di cartoni arancio. Ormai un simbolo di lusso.

Dopo la tappa torinese, fino al 15 ottobre in via Maria Vittoria 2, il prossimo appuntamento HermèsMatic sarà a Palermo da metà novembre. Pronti, partenza, tingere! – questo è il motto.

Image courtesy of Press Office
hermes.com – @hermes

Intimissimi On Ice: A legend of beauty

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Afrodite Cnidia ha dominato l’Arena di Verona nella notte del 6 Ottobre, in occasione della quarta edizione di Intimissimi on Ice. La dea è stata musa ispiratrice di A legend of Beauty, regia di Damiano Michieletto e direzione creativa di Marco Balich (uomo di cerimonie olimpiche). Lo spettacolo ha reso omaggio alla figura femminile nella mitologia classica: dalla conchiglia emersa dalle acque, alla danza sulle ninfee luminose – fino all’ossimoro: un cavallo di Troia in fiamme. L’incontro tra classico e pop, amori e tragedie narrate nel mondo antico, oggi reali più che mai. Se di solito il biglietto vale la poltroncina, questa volta no. Meno gala, più spettacolo. Un ritorno al vecchio senso dell’arena romana, dove non c’è platea, non ci sono prime file e tutto il pubblico è in gradinata. Al centro, il campo di ghiaccio: realizzato con più di sessantamila litri di acqua, più grande di un campo da hockey. A coro e orchestra erano riservate due ali laterali. La stampa c’era tutta, su invito di Sandro Veronesi, presidente del Gruppo Calzedonia, questa sera in veste di mecenate d’arte. Si sono esibite solo medaglie olimpiche. La campionessa giapponese Shizuka Arakawa, lo ‘zar’ Evgenij Pljuščenko, il re delle trottole Stéphane Lambiel, la coppia americana Meryl Davis con Charlie White e quella canadese Meagan Duhamel con Eric Radford. Sulle composizioni di John Metcalfe e la voce di Andrea Bocelli. Le ‘feste afrodisie’ erano vissute con larga partecipazione dei piaceri. Chiara Ferragni, la costumista di scena, o costume designer, ma è linguaggio bloggerino. C’era Katie Homes, l’ospite d’onore, in versione sexy-tomboy; la top model Irina Shayk, una sirena cangiante senza coda; la tennista Ana Ivanovic, che come il galateo vuole indossava i collant, e la food writer Ella Mills, in un mix improbabile di texture – seta, microfibra e pelle, risultato in eleganza, sarà il nero – ma più di tutte loro brillava, con il suo sorriso semplice, Matilda Lutz.

Images courtesy of Press Office
isabellaerrani.com – @studioerrani

Mister Frédéric Malle

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Frédéric Malle edita profumi come fossero libri: Editions de Parfums è una dichiarazione d’intenti. L’ha fondata nel 2000, per dar libero sfogo ai migliori nasi del mondo e consentire loro di creare quel profumo che avrebbero voluto realizzare da sempre.

A settembre ha aperto la sua seconda boutique italiana nel cuore di Milano, in via Verri 2. Abbiamo colto l’occasione per incontrarlo. L’intervista completa su The Fashionable LampoonMagnifico, in edicola dal 9 Novembre. Qui, un estratto.

 

Come hai sviluppato questa dote?
«Sono piuttosto timido, ma mi piaceva corteggiare le belle ragazze. Guardavo i loro occhi. Il loro profumo mi diceva tutto il resto». Ne captava la quintessenza. «È parte di me. È parte della presenza. Quando non conoscevo qualcuno e avevo pochi minuti per capire chi mi trovavo di fronte, annusavo. Era una cosa naturale. Ecco perché all’inizio non lo sentivo come un lavoro».

Non siamo sommersi da troppi nuovi profumi?
«L’andatura dei lanci è diventata folle. Un limite anche per chi veicola informazioni. La profumeria da mass market ha ucciso questo ambiente. Il messaggio è breve, è focalizzato solo sulla novità. Con il risultato che le case cosmetiche si sentono obbligate a dover produrre ancora e ancora, a dover alimentare di continuo il mercato, dietro a un franchising che ha sempre lo stesso nome».

Parfumeur, ton nom est personne – profumiere, il tuo nome è nessuno.
«Ho deciso di rimettere tutto al proprio posto. Di riportare i profumi al centro della scena e di presentare il ghost writer che è il profumiere. Ai tempi qualcuno mi disse che ero un pazzo, un megalomane. Poi furono in tanti a seguire il mio percorso, tra cui i grandi marchi che hanno riscoperto la profumeria selettiva».

Come fa a capire quando un profumo è finito?
«Lo sai. A un certo punto è ovvio. Non c’è nient’altro che tu possa fare».

Images courtesy of Press Office
esteelauder.it – @esteelauder

The interview with Gedebe

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Giuseppe della Badia, alias Gedebe. Stile audace, opulento e scintillante quello degli accessori del designer napoletano tanto amato dallo star system.

Retifismo?

«L’idea mi fa sorridere! Per certi versi sono molto feticista. Ci sono oggetti che mi trasmettono un forte potere seduttivo, tra cui le scarpe».

Gedebe – l’acronimo

«Del mio nome, che pur piacendomi, ritenevo troppo difficile da memorizzare, troppo lungo sulle etichette, e forse anche troppo altisonante per un ragazzo poco più che ventenne che provava a capire la moda. Oggi, forse, avrebbe più senso firmare le collezioni con il mio nome, ma anche Gedebe è una mia creazione, e il fatto che le mie creazioni non portino il mio nome mi aiuta a mantenere una visione obiettiva, a non impersonificarmi con il brand».

Lo stile

Opulento ma raffinato.
«C’è una storia fatta di passione per il decorativismo. L’arte dell’elaborato ha sempre esercitato un forte fascino su di me. Ci sono le mie mani che un giorno mi hanno rivelato l’abilità di saper ricamare e creare con il filo trame e intrecci di pietre che fino ad allora avevo solo disegnato».

Il minimalismo, quello sconosciuto.
«Sembrerà paradossale ma io amo il minimalismo. Io stesso sono minimal. Di solito vesto solo di un colore ed evito gli eccessi. La mia casa è minimal. Tutto è simmetrico e maniacalmente ordinato. Credo sia un’esigenza mentale: essere minimale e pulito per poter spaziare con la fantasia. Erroneamente si pensa che un accessorio ricco si abbini a donne barocche, è un’interpretazione distorta. Sono tante le donne minimal che amano Gedebe».

L’armonia dei dettagli forti.
«A inizio collezione, il momento in cui apro tutte le cartelle dei materiali è magico. È quando le pelli, i colori e i tessuti devono sposare i ricami, i cristalli e le forme. Tutto deve essere bilanciato, in modo armonico ma originale, ricco ma portabile. È un gioco di equilibri, in cui anche l’elemento emozionale gioca il suo ruolo. La mia costante, nonché la mia sfida continua, è mantenere l’armonia».

La donna musa

Di carattere.
«Femminile, coraggiosa, ironica. Tre caratteristiche che amo. Si è sempre più lontani dall’idea che una donna elegante non possa osare o divertirsi con la propria immagine. Le donne hanno acquistato sempre più sicurezza, non hanno paura di farsi notare e usano la propria esteriorità in modo disinvolto e intelligente. Penso che quella di oggi sia una moda senza ruoli. Quando creo, immagino qualcosa che sia bello per me e che piaccia alle donne».

Uno switch di carriera

Dai codici di legge a quelli della moda.
«Un percorso trasversale. Sono approdato alla moda passando per una laurea in legge. Ho studiato per puro senso del dovere, in realtà progettavo un futuro lontano dai tribunali. Ho avuto varie esperienze nella moda, dalla vendita allo stile. Ho collaborato con grandi brand. Ero giovanissimo e facevo il prototipista. Mi divertivo a creare e a ricamare, a sperimentare nuove tecniche e materiali. Poi un giorno vidi un mio lavoro su una borsa icona. Capii che forse avrei potuto farlo io quel lavoro. Iniziai a creare accessori per le mie amiche. Poi per i primi negozi. E poi il resto è venuto da sé».

L’haute couture – l’ispirazione

La tua scarpa è couture – parliamo della haute.
«Sono nato negli anni Ottanta e cresciuto sfogliando le riviste degli anni Novanta. Anni magici per la moda. Le donne erano belle e imitavano le top model. Sulle passerelle sfilavano gli abiti più femminili che la moda avesse mai creato, nati dai bozzetti e dalle mani di grandi sarti e stilisti: Valentino, Versace, Gaultier, Saint Laurent. Rubavo con gli occhi il loro modo di disegnare e mi affascinava l’idea di come le mani di sarte e ricamatrici potessero creare. Mi sono fatto una cultura di moda studiando proprio loro, i couturier, e carpendo i loro codici stilistici. Quando ho iniziato non potevo che farlo ripensando a quello che i miei occhi avevano ammirato per anni. Oggi la couture ritorna a far sognare. Grazie a nomi come Valli, Chiuri, Elie Saab. Allievi del passato destinati a diventare maestri del futuro».

Il mercato

«Oggi Gedebe è presente in circa duecento punti vendita su territorio mondiale. Nel Middle East dove vendiamo di più, abbiamo spazi dedicati nei Mall più belli. Così anche in Cina e a Hong Kong. Nelle ultime due stagioni abbiamo ricevuto molte richieste dagli Stati Uniti. In Europa siamo nei migliori multibrand, a Parigi, Londra e Ginevra. In Italia abbiamo buyer davvero bravi e sensibili al bello».

E quello online?
«In questi anni mi sono dedicato a creare una rete commerciale e a consolidare rapporti importanti con i clienti. Nel 2018, apriremo l’e-commerce con solo una selezione della collezione, progetti speciali e custom made».

Accessori ma non ready-to-wear – è un progetto futuro?
«Quando qualche anno fa ho intrapreso questa strada, l’idea di fare accessori e non abiti mi sembró la via più facile per poter creare qualcosa di facilmente fruibile. Credo che il tempo mi abbia dato ragione. Ma il mio progetto non puó fermarsi qui. Parlavamo di couture prima?».

Sulla moda

«Molti mi chiedono della mia esperienza nella moda e di come vada in questi anni. Rispondo sempre dicendo che sono nato in tempi di crisi della moda e non riesco a immaginare come sarebbe lavorare in tempi di non crisi. Ma credo che la moda rappresenti sempre una grande opportunità per chi abbia qualcosa da raccontare e che sappia farlo. Credo che la figura di uno stilista oggi sia diversa rispetto a quella del passato. Oggi essere un designer non può prescindere dall’essere anche un imprenditore, un venditore, un pr ed un osservatore attento del costume. Io stesso sono lontano dalla figura dello stilista che crea nella sua torre d’avorio. È un’idea passata e chi ancora si atteggia a stilista in tal senso credo sia ridicolo. La moda oggi cambia di continuo, si evolve, starle dietro non è semplice. In un momento in cui nascono trend ogni giorno, costruire e mantenere una propria identità personale è vitale.

Il mio rapporto con il digital è molto controverso. Fatto di amore – ossessione, e al tempo stesso distacco e reticenza. Non nego che è anche grazie al digital e a questa ‘democratica’ forma di pubblicità, che ho costruito il successo del mio brand. Ma al tempo stesso mi spaventa come il digital riesca a creare dei fenomeni e talvolta a distorcere la realtà. Così creazioni improbabili diventano oggetti di culto, influencers diventano opinion leaders e designers. Non è facile mantenere il giusto coinvolgimento in certe dinamiche, ma è necessario esser misurati per non diventare un fenomeno momentaneo. Io continuo a raccontare la mia storia». 

E sul lusso

Cos’è il lusso e cos’è sexy?
«La parola lusso non mi piace. Preferisco il bello. Vivere luxury per me è vivere nel bello. Lo stesso vale per le mie creazioni. Cerco di creare qualcosa che sia bello, che abbia forme sinuose, colori intriganti, materiali brillanti e belli da toccare. Che siano realizzati con cura. E che non siano per tutti. Questo è luxury. A cui si collega il mio concetto di sexy. Sexy è tutto ciò che mi attrae. Sono attratto da tutto ciò che è bello e dai forti contrasti».

Images courtesy of Gedebe
gedebe.it – @gedebe

#KOS17 Charlie Siem

Ph. Michael Avedon

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

«Astrazione. Per me la musica è tempo e suono. È stata ed è il mio canale privilegiato, la mia essenza. La qualità del violino è come quella della voce umana. Perfetta, ideale per esprimere sentimenti, differenti temperature emotive». Charlie Siem è un ragazzo d’oro londinese di trentuno anni basato nel Principato di Monaco, che, specie nell’ultimo decennio, si è imposto come uno dei violinisti classici più celebri al mondo. Ha suonato senza alcun timore con i Who e Miley Cyrus. Superstar fin dal 2001, dotato di carisma da vendere, magnifico comunicatore. La sofferenza, il dolore e la catarsi, se ci sono – e di certo è così – li sa nascondere dietro l’ombra di un sorriso e di uno smagliante uso di mondo very british. Charlie è diretto e affabile, ma s’intuisce la sua complessità interiore e magari un filo di malinconia, da puro Capricorno qual è. Su di lui, oggi, riflettori più che mai puntati, sfatando in toto il cliché del musicista dannato, tormentato e consunto dalla propria arte e dal genio che lo abita.

La musica e il violino – il suo è un prezioso Guarnieri del Gesù detto d’Egville del 1735, in precedenza appartenuto al grande Yehudi Menuhin, non si stanca mai di ripetere, sono il perno della sua intera esistenza. Costituiscono il suo massimo divertimento. «Poi c’è l’ambizione, che talvolta vince addirittura sul talento e la disciplina – ce l’hai o non ce l’hai. Anch’essa è un elemento innato e fondamentale. Così come una salutare e severa autocritica. Senza esagerare». Questo divertirsi, il fun, è un concetto che Charlie Siem, alle spalle scuole d’eccellenza come Eton e il Girton College a Cambridge, ribadisce continuamente. «Se così non fosse, se suonare questo strumento non mi divertisse e non mi appartenesse più – aggiunge perentorio – metterei subito e senza alcun rimpianto la parola fine alla mia carriera. Non potrei seguitare a dialogare con me stesso, né rivolgermi agli altri, al pubblico che mi sostiene, senza dare verità, senza tentare di esprimermi al massimo, quantomeno secondo una gradazione sperimentale e metamorfica. L’imperativo è di perseguire quel quid necessario che fa la differenza e che supera e infrange il consueto. Un itinerario work in progress che non finisce mai. La musica per me, fin dall’infanzia non voleva dire abbracciare una professione, ma semplicemente poter suonare il concerto per violino di Beethoven».

Decisamente bello, talentuoso, giovane e sportivo, Charlie inoltre è corteggiato dall’universo della moda, cui ha prestato il proprio volto per alcune campagne pubblicitarie, segnatamente per Burberry, Dunhill e Hugo Boss, per il profumo di Armani Eau de Nuit nel 2013, immagini scattate da Inez e Vinoodh, per Dior, fotografato dall’amico Karl Lagerfeld – «un raffinato conoscitore specie del repertorio tedesco, sua madre suonava abilmente il violino a livello amatoriale». È apparso nel film di Bruce Weber per Dior Homme Can I Make the Music Fly. La moda, è evidente, a Charlie Siem piace, lo interessa e lo diverte. Gentleman look impeccabile, di rado con qualche grammatura di stravaganza dandysh. Non è raro vederlo, in compagnia dell’altrettanto avvenente e solare sorella Loulou, scultrice. All’ultima tornata parigina di couture del luglio scorso sedeva in prima fila agli show di Chanel, di Giambattista Valli o di Armani Privé – qui cercato dai fotografi quasi quanto l’iconica ultima diva Sophia Loren, accanto a lui al Palais de Chaillot.

Un’aria scanzonata e insieme compunta. Tratti aristocratici, regolari e disegnati. Occhi interrogativi, dal colore luminoso e indefinibile, affabile, simpatico e misurato ma pieno di humour. Non spreca mai parole, esprime concetti pregnanti, precisi e affilati come un’antica lama di Toledo. Viaggia su una rombante Porsche arancio, o meglio rosso lampadina, acquistata per soddisfare un irresistibile colpo di testa poco più di un anno fa. Un vezzo questo, che lo accumuna al sulfureo charme di Herbert von Karajan, indimenticabile direttore d’orchestra austriaco malato di velocità sia in campo automobilistico che nautico e aereo. Siem gira il globo come una trottola per far fronte a una popolarità crescente, specie in Paesi lontani e di diversa cultura. La sua preparazione fisica richiede regolari sessioni in palestra. «La pratica del violino, conferma, ti sbilancia, va a carico di una sola parte del corpo, investito da una dinamica in torsione originata da sinistra, quindi nasce forte l’esigenza di recuperare armonia ed equilibrio e di lavorare sulla postura».

«A fine giornata, per dirmi sul serio soddisfatto, devo avere raggiunto un risultato nuovo. Un qualcosa, un riflesso che non mi aspettavo di trovare. La sfida consiste nel tirare fuori dal testo musicale, che tanti prima di te hanno studiato, amato, combattuto, analizzato ed eseguito, una fragranza inattesa. Un chiaroscuro o un’angolazione inedita e piena di un ulteriore significato. Devi riuscire ad aprire una tua strada personale, indipendente, solo tua, per maneggiare staccato, vibrato, interruzione multipla e controllo dell’arco. Suonare il violino, ben oltre la tecnica anche più eccelsa, è un fatto individuale, in cui non puoi non superarti e superare certi snodi, certi riferimenti assodati. Nessun altro può riuscire a spiegarti in quale maniera reagirà il tuo corpo o risponderanno le tua mani. E non puoi più esimerti dal prendere rischi e di sbagliare, se occorre».

Sulla vita privata, l’ineffabile Charlie, adorato dal pubblico femminile – per quella sua aria concentrata e romantica insieme, senza contare il potere d’attrazione del suono lieve, accorato, spirituale e struggente di un violino, tiene la bocca ben chiusa, se la ride e non si lascia sfuggire un solo commento rispetto ai tanti flirt anche illustri che gli sono stati attribuiti. Cresciuto in una famiglia cosmopolita e di vaste possibilità economiche, è nato a Londra il 14 gennaio 1986, padre norvegese, il businessman Kristian Siem e madre di origine sudafricana, Karen Ann Moross. Già all’età di tre anni, come una specie di piccolo Mozart, lascia intravedere il suo naturale trasporto verso la musica. Tra gli otto e i nove anni inizia il suo vero training, una pratica dura e quotidiana di almeno quattro ore al giorno, sotto la guida di maestri virtuosi, quali Itzhak Rashkovsky al Royal College of Music o il celebre Shlomo Mintz, e presso scuole e seminari di alto livello in ogni parte del mondo. Appena quindicenne, parte da solo per Rio de Janeiro per esibirsi con un’orchestra, mentre tre anni dopo riceve il suo battesimo in palcoscenico a Londra con la Royal Philarmonic. Rashkovsky e Mintz, suoi docenti, diventati mentori e amici. «Da bambino, c’era in me come un senso, un moto dell’anima che dovevo esprimere. Un’attitude, un’urgenza che ti viene da dentro, una dote naturale. Poi, è vero, esistono la ritualità dell’apprendimento e l’affinamento progressivo della tecnica, un mezzo di cui ti devi impadronire alla perfezione, oltre al necessario allenamento fisico. Sembrerà strano ma nella nostra storia familiare anche remota non esisteva alcun precedente, a parte la lontana ascendenza del violinista e compositore norvegese Ole Bull. Né si può dire vi fosse una particolare predisposizione alla cultura musicale. Da noi, in famiglia, c’erano avvocati, uomini di legge e d’affari. Io sono un musicista e le mie tre sorelle, con le quali, e in un modo singolare e personale con ognuna di loro, ho un rapporto profondo e di enorme scambio e affetto, sono tutte variamente legate al mondo dell’arte o della musica».

Firenze è la città dove ha deciso di vivere. Lo incontro in quello che forse è il giorno più torrido dell’anno. È appena arrivato da Cap Ferrat, dove è andato a visitare la sua famiglia, che risiede principalmente in Costa Azzurra. S’intuisce che il suo pensiero, la tensione mentale e la concentrazione spesso lo portano altrove. «Sto preparando il Concerto Numero 1 per violino e orchestra in sol minore Opera 26 del tedesco Max Bruch. Lo eseguirò in pubblico a Harbin (Manciuria, Cina nord-orientale), per la prima volta il 10 agosto prossimo, con Zubin Mehta come direttore e la Israel Philarmonic Orchestra, un organico con cui da molto tempo sognavo di collaborare. Un lavoro di scavo e di ermeneutica su un pezzo dalle infinite sfumature e segreti, pervaso da un romanticismo lirico che termina su uno spericolato accelerando. Vanta una storia controversa: debuttò nel 1866, fu revisionato e redatto nella forma in cui è universalmente conosciuto per il violinista József Joachim con esordio a Brema il 5 gennaio 1868. A Harbin, una metropoli di quasi dieci milioni di abitanti, l’attenzione per la cultura musicale è alta. Forse non sarà una platea sofisticata come lo sono altre in Europa e America, ma il livello di conoscenza e l’entusiasmo di un pubblico ampio e variegato, stanno via via crescendo costantemente. La tournée estiva cinese peraltro inizia a Nanjing the giorni prima. Presso la University of the Arts di Nanjing e il Leeds College of Music dove sono visiting professor».

Charlie ha deciso di coronare un suo vecchio desiderio e di trascorrere lunghi periodi in Italia, più segnatamente a Firenze. «Come per tanti ragazzi di educazione inglese, l’Italia è una meta del cuore, un luogo, una specie di sogno forse più vagheggiato che reale. È il Paese del Rinascimento, del divino Claudio Monteverdi». Memorabile una performance di Siem al London Science Museum di Londra per un evento intitolato Beyond the Stars, del monteverdiano Pur ti miro, Pur ti Godo dall’Incoronazione di Poppea, in occasione del quattrocentocinquantesimo anniversario dalla nascita del compositore cremonese, di Paganini e di Rossini, del bel canto, della Camerata de’ Bardi che, proprio nella città dei Medici ha inventato il genere operistico in età barocca. «L’Italia è una sublime cultura del cibo e la radiazione inestinguibile, sensuale e fascinosa della Dolce Vita. Da piccolo sono stato a lungo a Spoleto durante le mie vacanze estive, ospite del fotografo Derry Moore che ci viveva. Volevo recuperare quella gioia di vivere, quella sprezzatura e quella libertà bohémien vagamente eversiva che ricordavo con vera gioia. Penso che l’Italia mi aiuterà a scoprire me stesso, a rompere degli schemi, a liberarmi e a rendermi indipendente da tante costruzioni e sovrastrutture ormai forse inutili o non più necessarie nel mio percorso esistenziale e di musicista».

 

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#KOS17 Giungla

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Un carattere che difficilmente si trova in giro. Una cultura robusta, tra musica e letteratura, una consapevolezza razionale e una ruvidità che ci piace.

Chi fa per sé fa per tre, come hai fatto tu.

«Volevo formare una band ma non riuscivo a trovare le persone giuste, persone che ci mettessero lo stesso tipo di contributo in egual modo. Sono stata la voce di una band, poi ho suonato il basso per un’altra. Dopo un po’ ho pensato: ho dei pezzi che sono lì e che voglio suonare. Avevo l’esigenza di portarli in giro, e mi sono inventata un modo per farlo: salendo da sola sul palco con dei beat».

Il rigore è indispensabile se un’arte o una disciplina vogliono diventare lavoro. 

«Suono con dei beat di drop machine e la chitarra elettrica. Ho elaborato un’idea di sound molto minimale che mi permette di essere sul palco da sola».

Giungla, perché questo nome?

«Mi dava l’idea di un’attitudine disordinata ma naturale. Possiedo lati più nascosti, come le foreste, e altri più vivi. Volevo un nome che trasmettesse l’attitudine per intraprendere questa strada da sola. Il mio EP si chiama Camo – sta per camouflage – mi piaceva l’idea di un pattern formato da elementi semplici». 

Chi segui e a chi ti riferisci?

«Christine and the Queens, artista francese. PJ Harvey, una musicista che non smette di evolversi. Warpaint, rock band. Grimes, fa alternative pop e produce da sola. Ho letto il libro di Kim Gordon (Sonic Youth) e quello di Carrie Brownstein (Sleater–Kinney), due figure femminili, di due decadi diverse, di due band che adoro. Ho ascoltato poca musica italiana».

Si dice che le musiciste che fanno rock siano arrabbiate?

«A volte sono seria».

A proposito di clichés, l’Italia è il terzo mondo della musica.

«Manca la curiosità. Nessuno si prende il rischio di fare un live che magari ha la sala vuota perché sconosciuto, anche se all’estero fanno sold out».

Parlami di una tua canzone

«Il ritornello di Sand, chiede se hai mai provato a tenere in mano della sabbia, più la stringi e più scivola via. Un pezzo malinconico, che parla del saper lasciare andare le cose». 

La malinconia, la sofferenza e l’ambizione.

«Credo che quello che facciamo sia un modo per tirarcene fuori. Il momento in cui sei sul palco è l’unico in cui non stai soffrendo, credo. Non c’è nient’altro, a parte la musica, per cui farei i sacrifici che ho fatto».

Camouflage significa mimetizzarsi.

«Mi ha aiutata a incanalare delle cose attraverso le immagini. Mi fa ridere che quando scendo dal palco mi venga chiesto se ho scritto io i pezzi – è ovvio che siano miei».

 

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#KOS17 Valentina Tioli

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Venticinque anni. Nel 2013 era in squadra con Mika sul palco di X Factor, lì è iniziato il suo percorso musicale. Sogna di ‘vivere di musica’. Ama l’R&B, il soul e il rap.

Dopo c’è stato il primo Ep.

«Prodotto da Sony music. E poi il primo singolo indipendente scritto da me, Io sono qui. Un contratto con Warner Music e due tentativi per Sanremo, ci riproviamo anche quest’anno».

Chi ti influenza?

«Jessie J è la mia passione. Al suo ultimo concerto a Londra ho pianto dall’inizio alla fine. Beyonce, Rihanna, Ariana Grande. Lauryn Hill è la rapper più brava che abbiamo. Tutto ciò che è black music».

La black music in Italia.

«È una musica di nicchia. Neffa ha provato un percorso del genere e ha funzionato. La difficoltà sta nel renderla mainstream, che è anche il mio obiettivo. Nelle mie ultime canzoni sto provando ad unirla a sonorità tropical e deep house».

Musica e immagine.

«Il look è importante, perché esprime l’estetica della tua musica. Serve coerenza tra quello che canti e il tuo aspetto fisico. Per questo è necessario essere se stessi. Sono fortunata, perché non devo costruire un personaggio diverso dalla mia persona. La mia musica è sincerità. Come anche la mia presenza sui social. Alla gente piace vedere come e chi sei tu veramente».

I social, che uso ne fai?

«Condivido tanto. Tutto. Con chi mi segue non ho segreti, perché non sono solo interessati alle mie canzoni ma curiosi anche del mio mondo».

La moda è il drive internazionale, ti senti preparata?

«Ho un mio gusto. Non so se sia affine alle ultime tendenze. La moda è un mondo che mi affascina. Magico, come quello della musica. È per i sognatori, è un mondo che fa bene».

La tua bellezza. Sei consapevole di quanto sia rilevante?

«Essere belli può aiutare ma non basta. Mentre canto gesticolo spesso, per trasportare le persone nel mio mondo. Ma vorrei che l’attenzione fosse soprattutto sulla mia voce, sulle mie parole».

Il pianoforte.

«L’ho sempre amato fin da quando ero bambina, mio nonno portava me e mio fratello gemello al conservatorio. Avevamo solo sei anni. Da quel momento scrivo e compongo da sola. Porto i miei lavori al mio produttore, di Carpi. È lui ad arrangiarli, l’idea viene da me ma è un lavoro di squadra».

Nelle tue canzoni c’è…

«Qualcosa che vorrei dire e che invece di scrivere su un diario segreto metto in forma di canzone. Un’esperienza che mi capita e che non racconto a nessuno, la celo dietro alla musica per fare si che comunque, un giorno, arrivi a chi deve in forma velata, implicita. Racconto le mie sensazioni, anche d’amore, cercando di essere diretta. Mi piace far si che le persone si possano immedesimare nella canzone e sentirla propria».

 

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#KOS17 Populous

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Ha messo Lisbona in musica, con un velo di saudade, dedicandole un disco: Azulejos.

Populous – che nome è?

«Era un videogioco, un simulatore di galassie e dimensioni. Lo avevo scelto perché pensavo fosse greco e mi piaceva quel mood mediterraneo, invece poi ho scoperto che era inglese».

Sei autore di jingle televisivi, colonne sonore cinematografiche, sfilate di moda.

«Alcuni brand, come Elie Saab, Vivienne Westwood, Marco de Vincenzo, mi hanno chiesto dei pezzi da inserire nelle loro sfilate. L’Italia sta tornando agli anni Cinquanta e Sessanta, tempi in cui avevamo personaggi immortali – Ennio Morricone, Armando Trovajoli, Umiliani, Mina, Ornella Vanoni, Patty Pravo. Forse da un punto di vista pop oggi siamo un passo indietro agli altri, però c’è un sottobosco di produzioni molto rispettate all’estero».

Perché Lisbona?

«L’ultimo disco si chiama Azulejos. La meta iniziale era il Sud America, Lisbona era il giusto compromesso. Una sorta di Sud America in Europa. Ero nel Bairro Alto, una zona abbastanza turistica, e i meninos de rua ascoltavano una musica incredibile. Mi sono fermato dall’altro lato della strada cercando di capire con Shazam cosa stessero ascoltando. Una musica angolana chiamata Kuduro. Mi sono sentito quasi un ladro perché avrei voluto rubargliela».

Come la cumbia che suoni tu.

«La cumbia è più sensuale. Ha un andamento né lento né veloce. Da amante della musica elettronica berlinese, sono andato in tilt».

Un forte comparto etnico.

«Mi rivedo nei portoghesi, sempre allegri e riconoscenti per tutto quello che hanno, ma con questo velo di malinconia perenne».

C’è un’età della musica?

«Questi tempi sono sempre più veloci e spesso anche le produzioni risultano tali, peccando di superficialità. Prima ci si prendeva il proprio tempo per tutto, dalla produzione all’ascolto. Spero si ritorni ad una maggior cura del dettaglio».

 

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#KOS17 Violante Placido

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Un’artista che va controcorrente, che punta sulla sua versatilità e sulla complicazione dell’espressione creativa.

Come funziona la carriera musicale, per chi, come te, ha un riscontro mediatico da sempre?

«Ho cercato di dividere le due cose, non so se sia stata la scelta giusta. È complesso, in un paese dove la mentalità è chiusa di fronte alla versatilità di una persona. Ci sono pregiudizi verso un attore che fa anche musica».

Hai preso in mano la chitarra.

«Una compagna di vita».

In questo periodo ti senti più musicista o attrice?

«Attrice di teatro, sto per debuttare con Shakespeare».

Diciamo che se in un film interpreti un ruolo, qui invece interpreti te stessa?

«I miei testi non sono solo autobiografici. Sono creazioni personali che ti fanno scoprire cose di te, così come avviene con il cinema. Con la chitarra, immersi nella propria sana solitudine».

Come nasce una tua canzone?

«È un non pensare. Escono le note, la melodia che in quel momento vuole stare su quelle note. È tutto organico. Mi piace il genere indie. Anna Calvi, Warpaint, We Have Band».

Come vedi la scena musicale italiana?

«C’è bella roba, ma poco fruibile. Non trova spazio mediatico, di conseguenza la massa si prende il piatto che gli viene servito. Un metodo che ha impigrito, ha smorzato la voglia di scoprire. C’è una monopolizzazione della radio, della tv. Siamo in una fase di appiattimento. Oggi si crea tutto come un’operazione a cielo aperto. C’è un’intimità nel percorso di un artista che deve essere protetta. Se tu stai sempre in televisione, sotto gli occhi di tutti, si può creare qualcosa di bello solo fino a un certo punto. Oggi la musica è usa e getta. Anche chi deve crescere un artista ha perso il desiderio di seguirlo nel tempo. Tu artista diventi un numero che deve dimostrare, hai una scadenza, devi portare i soldi».

Musica e moda – chi influenza chi?

«La moda ruba dall’arte, per diventare arte lei stessa. È uno scambio, ma direi che è stata la musica ad influenzare la moda. Negli anni Settanta, sulla scena newyorkese, artisti come Andy Warhol, Patti Smith, la moda se la creavano loro».

 

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#KOS17 Giulia Mazzoni

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Nata nel 1989. Due album pubblicati, l’ultimo è Room 2401 (2016). Una collaborazione con Michael Nyman e un costante studio al Conservatorio Verdi di Milano.

Una pianista classica con i capelli da punk.

«Dopo aver studiato pianoforte in conservatorio, ho scelto una musica ribelle. Sono una compositrice, scrivo musica contemporanea e in essa convivono entrambi gli stili».

I tuoi modelli punk e classici.

«Classici, Pollini e Chopin. Punk, David Bowie in assoluto. Anima ribelle per antonomasia».

Il tuo nuovo disco è Room 2401 – il numero di una stanza.

«È una stanza realmente esistente, in cima a un grattacielo di Chicago. Lì è accaduto qualcosa dentro di me. Mi sono ritrovata insieme ai miei sogni, ma anche alle mie paure e insicurezze. Lì ho ritrovato la voglia di vivere e di ricominciare».

Il concetto della stanza inteso non solo come limite di spazio fisico.

«Ognuno di noi ha una stanza, fisica e spirituale. Dall’uscita del primo disco Giocando con i Bottoni, la tournée in Cina mi ha cambiata, sono tornata con una sensazione di incertezza del domani. Avevo bisogno di una stanzaHo paura del buio, sin da quando ero bambina. Cerco sempre la luce. Forse è per questo che non sogno di notte, ma di giorno».

Quali sono i tuoi sogni?

«Continuare a soffrire, perché senza sofferenza non si potrebbe scrivere neanche una nota». 

Una sognatrice a occhi aperti e sempre in viaggio.

«Non dimenticherò mai tutti gli occhi che mi fissavano immobili in un religioso silenzio in Cina. Quando in prima fila vedi una bambina vestita di rosso che ti sorride, da lì può nascere musica».

Tornando in Italia, credi ci sia una carenza di posti giusti per fare musica?

«Ci sono tanti luoghi dove poter suonare nel nostro Paese. Nella natura, all’aria aperta. Piano City permette di portare il pianoforte in luoghi magici della città. Nei cortili, nei parchi. Io ho suonato all’Orto Botanico. Altro esempio è il Teatro del Silenzio di Bocelli, anfiteatro circondato dalle colline. Sono una persona ottimista che guarda sempre avanti».

C’è sempre un richiamo all’infanzia, in quello che mi scrivi.

«I miei genitori lavorano entrambi nel settore tessile, la mia città è stata influenzata fortemente da questo tipo di attività. Io ho scelto un’altra strada. Primo segno di ribellione – punk. Ero in quinta elementare, quando durante la ricreazione in giardino ho sentito il suono del pianoforte. Da quel momento non ho mai smesso di giocarci». 

Michael Nyman. Com’è andata?

«Quattro anni fa, un amico mi diede il suo indirizzo e-mail. Iniziai con lui uno scambio epistolare. Non convinta fosse davvero Nyman, fissai un appuntamento Skype, pensando di smascherarlo. Da lì è nata un’amicizia che mi ha portato a scrivere Where and When. Fa riferimento a quel ‘dove e quando’ che ci scrivevamo sempre per vederci. Nyman ha scritto per me The Departure, un pezzo per due pianoforti. Io da bambina scappavo dagli studi classici per suonare Lezioni di piano (composta da Nyman), che è anche un po’ la colonna sonora della mia vita».

Se dovessi dare un consiglio a un tuo coetaneo che vorrebbe fare musica, quale sarebbe?

«Lavorare tanto e studiare anche di più. Passione e determinazione. Soffrire, soffrire per l’arte».

 

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#KOS17 Ricciarda Belgiojoso

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il suo impegno è per la diffusione della musica: fuori dai teatri, per le strade. Artista, manager culturale.

Società e musica – note che fanno agglomerazione. Possiamo riassumere così Piano City?

«È un festival che porta la musica fuori dalle sale. Ci si può imbattere in un concerto per puro caso, per strada, nel luogo più inusuale e senza dover comprare il biglietto. Una formula che è iniziata nelle case private, le cosiddette House Concerts».

Si è conclusa la sesta edizione.

«Ci allarghiamo. Tra settembre e ottobre, ci sarà a Palermo l’edizione zero di Piano City. Abbiamo le date per il prossimo appuntamento milanese, 18, 19 e 20 maggio».

La scena musicale dal tuo punto vista.

«A livello famigliare non c’è l’abitudine di fare musica, come invece avviene nei paesi di area tedesca o anglosassone. Uno strano paradosso, considerato che siamo il paese più musicale di tutti. I più grandi interpreti passano sempre da Milano. Quello che manca è il passaggio intermedio, dove si posiziona Piano City: vuole formare un pubblico che in un secondo momento potrebbe abbonarsi a una vera stagione musicale».

Il primo approccio alla musica.

«Da piccola, mentre accompagnavo un amico a lezione di piano. Mi sono appassionata fino a non staccarmene più. Oltre alla classica formazione in Conservatorio, mi sono appassionata di musica contemporanea – quella che è considerata la musica classica di oggi, che vive di contaminazioni e interferenze».

Tu sei un architetto. L’armonia delle linee e delle frequenze trova un linguaggio comune.

«Il rapporto tra spazio e suono. Gli spazi esecutivi sono importanti per la musica, l’acustica degli ambienti. I principi compositivi e strutturali, se si paragona la musica di Bach a qualcosa di razionale e costruito».

 

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#KOS17 Giovanni Andrea Zanon

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Giovane prodigio, già riconosciuto a livello internazionale. Dalle sue parole, in queste brevi righe, si percepisce la caratura della sua determinazione, l’apertura della sua intelligenza.

Hai iniziato nella culla.

«Avevo due anni, vedevo mia sorella suonare il violino. Desideravo quell’oggetto pur non sapendo nemmeno cosa fosse. E così i miei genitori me ne regalarono uno fatto su misura. Ho vinto il mio primo concorso a tre anni. Quando ero piccolo, mio padre, per insegnarmi un po’ di disciplina, mi faceva dei piccoli contratti: ogni qualvolta avessi vinto un concerto, mi regalava una gallina o un gallo o un’oca».

Quanti ne hai collezionati?

«Novantotto. Il nostro giardino era un disastro. Quando ci siamo trasferiti ho mangiato carne per due anni, senza rendermi conto che fossero, insomma… i miei amici».

A quindici anni ti hanno spedito a New York.

«Ero solo, ho avuto diverse fasi. All’inizio non parlavo con nessuno, mangiavo poco. La sofferenza ti mostra un’altra dimensione, più completa. Ho trovato la fede. Tutti i giorni andavo al Metropolitan Opera. Ho scoperto un ristorante italiano, di fianco alla scuola e mi sono inventato una famiglia allargata».

Con un maestro di musica speciale.

«Pinchas Zukerman, considerato forse il più grande violinista al mondo. Ha suonato in qualsiasi teatro, ha vinto due Grammy, ha inciso più di ottanta dischi».

Raccontami un segnale.

«Suonavo a un concerto, un’opera di Beethoven. Ho intravisto una signora sulla cinquantina che teneva una fotografia in mano. È scoppiata a piangere, con occhi fissi sulla foto. A fine concerto mi sono avvicinato per chiederle il motivo. Suo marito era un violinista, si erano conosciuti a un concerto su quelle note di Beethoven».

Rigore, tecnica, esercizio.

«Ore e ore sulla stessa battuta. Beethoven per cinque mesi è disciplina. Solo durante l’ultima settimana quando si prova con l’orchestra diventa un piacere. Poi ci sono i traguardi. Essere nominato Alfiere della Repubblica da Mattarella. La Medaglia al Valore datami da Ciampi. La musica dovrebbe essere una materia obbligatoria, sia alle medie sia alle superiori».

Vuoi una vita sopra il palco?

«Mia sorella oggi vive a Boston, ha intrapreso una carriera orchestrale. Ha un difetto caratteriale che non le permette di affrontare il pubblico. Io sono molto più sfrontato. Avevo dodici anni quando, durante un concerto a Treviso, ho avuto un vuoto di memoria: ho improvvisato. Il mio insegnante se ne accorse, complimentandosi per la variazione. Mentii, dicendo l’avevo trovata in internet. Mi carica stare davanti a un pubblico».

 

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#KOS17 Birthh

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Appena ventenne, accento toscano. Vorrebbe che i testi delle sue canzoni assomigliassero a una poesia di Montale.

Birthh – scritto con due H.

«Volevo un segno ortografico. Birth come nascita, perché sono affascinata dal concetto di origine: è una cosa certa. Le due h interpretano certezza-incertezza».

Come hai iniziato?

«La musica è di casa. Mio padre suona in un gruppo, mia madre canta in un coro polifonico e mio nonno fa pianobar. Avevo cinque anni quando, dopo aver visto School of Rock, volevo diventare la batterista degli AC/DC. Papà mi suggerì di iniziare con la chitarra classica».

La tua prima canzone.

«Bruttissima. Parla di un grande amore, con una progressione di accordi che avevo appena imparato. Ora scrivo in inglese. Ho avuto un flirt con una persona di Bristol, a cui ho dedicato un disco triste».

Qual è il tuo genere musicale?

«Tanta elettronica. La voglia di prendere suoni già esistenti e trasformarli in altro».

Ascoltando si impara?

«S’impara cercando ciò che ti colpisce allo stomaco. Pop – Nina Simone, Frank Ocean, Rihanna. Hip pop e rap. La verità, quella che dovrebbe essere elemento fondamentale di qualsiasi tipo di arte e che invece manca nel pop».

Com’è il pop italiano?

«Si divide tra un circuito indipendente che sta prendendo piede in questo periodo, e il mainstream vero e proprio dei talent gestito dalle radio».

Com’è il pop giusto? 

«La risposta sta nel nome stesso – pop significa popolare. Dovrebbe raccontare una generazione, utilizzando l’empatia».

Lasceresti l’Italia?

«Qui è difficile fare musica in inglese. Parti svantaggiato considerato che le persone non capiscono quello che dici. Voglio portare l’Italia fuori da qui. Il bello della nostra cultura, cantautorale, il peso che solo noi italiani sappiamo dare alle parole, non si trova dappertutto. Cerco la poesia, Montale, Leopardi, Ungaretti. Anche Dante, certo».

Con chi vorresti cantare?

«Con Noname, una ragazza di Chicago che fa rap. L’ho sentita al South by Southwest Festival di Austin».

La sfida più grande?

«Essere italiana e portare qualcosa all’estero. Siamo il terzo mondo musicale».

 

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#KOS17 Fortunato Zampaglione

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Autore multiplatino. Da Il mio giorno più bello nel mondo per Francesco Renga alla trilogia di Mengoni – Guerriero, Ti ho voluto bene veramente, Sai che (sì, le ha scritte tutte lui! N.d.R.) fino a Cieli Immensi per Patty Pravo.

Qual è la tua canzone preferita tra quelle che hai scritto?

«È una domanda politicamente scorretta».

Proviamoci lo stesso. 

«È indiscutibile l’alchimia tra me e Marco Mengoni».

Com’è il confronto con l’interprete riguardo alle parole che tu scrivi?

«È chiaro che il cantante debba capire l’idea per poi veicolarla. È un punto intimo, quello fra me e il cantante, per cui è giusto che resti lì».

E quando l’artista apporta modifiche a un tuo brano?

«Di solito le mie canzoni restano così come sono. Nel caso in cui succede, sono contento».

Andiamo indietro nel tempo.

«Ho iniziato con Massimo Riva, avevo sedici anni. Erano gli anni Novanta, sono cresciuto in quel team, Riva era il mio produttore. La cosa bella è quando vai, non so, a un concerto di Renga e senti la tua canzone cantata da tutti. Vai al concerto di Marco Mengoni e senti la gente che conosce il testo a memoria. A me il successo ha sempre dato fastidio. Il mio ruolo, se di ruolo si tratta, finisce nel momento in cui ho scritto la canzone. Il successo poi è merito dell’artista che la canta».

Non ti dà fastidio che chi canta si prenda tutti i meriti?

«No, anzi, è un vantaggio. Io sto dietro le quinte, e so dove devo stare».

Tutta colpa della tecnologia. 

«Siamo tecnologicamente nativi. Noi diamo per scontato quello che invece vent’anni fa era dato per tecnologico. Vent’anni fa, uno studio di registrazione costava miliardi di lire. Oggi con poche centinaia di euro riesci a produrre musica. Questo ti concede il tempo per riflettere. La musica è riflessione. Mi prendo lunghe pause, anche dal mercato. Può sembrare folle, ma bisogna aver coraggio».

Diciamo che fai selezione all’ingresso?

«Chiunque scriva una grande canzone e la dà a un artista, cambia inevitabilmente il suo destino». 

La scena italiana.

«La vedo esattamente com’è. Troppo proiettata ai fini del consumo. Manca di verità. Anni fa, avevo abbandonato la musica per andare in Inghilterra a fare il pittore. Ero andato da Lucky Music, un negozio di strumenti musicali di Milano dove ho venduto tutte le mie chitarre. Ho attraversato il confine Italia-Francia a piedi. Ti ho voluto bene veramente di Mengoni parla di questo viaggio. L’unica cosa che non ho fatto è accendere un fuoco, (ride) avrei tanto voluto farlo, faceva un freddo cane».

Non hai abbandonato la musica.

«Ho dato Il mio giorno più bello nel mondo a Renga. Pico Cibelli, grande discografico, mi chiamò, voleva far provare la canzone a Francesco. Da quella chiamata ne seguirono innumerevoli, mi dicevano che la mia canzone si sentiva ovunque. E addio al sogno di pittore».

Sei tu a scegliere chi canta?

«Il successo è sempre un merito di squadra. C’è stato Pico Cibelli che ha saputo abbinare una canzone all’artista giusto. Michele Canova che l’ha veicolata in una certa direzione e poi il cantante che dà tutto il valore aggiunto».

 

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