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The Fashionable Lampoon
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angelica carrara

Osteria Francescana

Massimo Bottura
Osteria Francescana
Oops! Mi è caduta la crostata al limone

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

 

Galateo/1 – Oops, ho chiesto il bis a Bottura

In un ristorante stellato, a fronte di un menù degustazione da dieci portate, non si chiede il secondo giro – così vorrebbero le buone maniere. Quella sera, all’Osteria Francescana, a cena da Massimo Bottura – chef tristellato, quest’anno miglior ristorante al mondo – di fronte al dessert non ho saputo resistere. Oops! Mi è caduta la crostata al limone è il nome del dolce, nato da un errore – la ‘ricostruzione perfetta dell’imperfezione’, a base di zabaione al limone, sorbetto alla verbena, pasta frolla distrutta, bergamotto candito e cappero assemblati come in un action painting di Pollock.

«Anche io, quando mangio da Giro (amico dello chef, ndr) lì da solo, e sento che una sarda mi ha sconvolto il palato, me ne faccio preparare subito un’altra», mi rassicura Massimo. Il 19 giugno, in Spagna, al Basque Culinari Center di Bilbao, La Francescana è stato eletto per la seconda volta, la prima nel 2016, ‘miglior ristorante al mondo’, in occasione di The World’s 50 Best Restaurants, premio Oscar della gastronomia. «Una domenica mattina sono arrivato davanti alla Francescana e c’era la corale Rossini che cantava il Vincerò della Turandot, cavallo di battaglia di Pavarotti, modenese come me – vivo la provincia, un piccolo mondo dove ci sono i consorzi, i casari, dove le famiglie stanno unite e creano una voce unica».

Bottura ha dedicato la sua vittoria alla cucina italiana, tutta: «C’è una generazione di cuochi che va da San Cassiano a Ragusa Ibla, che ha capito come la cucina sia espressione del territorio e un bene comune». La cucina è un aspetto culturale, il ristorante una ‘bottega rinascimentale’, il cui principio si trova in una cantilena: «Crei cultura, sviluppi conoscenza, prendi coscienza e da lì il senso di responsabilità». Basta ripensare al ristorante nella versione più fedele alla propria origine etimologica, fondata sul ristoro dato dal cibo – «un posto dove ristorare le anime di persone che viaggiano, dove essere ambasciatori dell’agricoltura e un motivo trainante del turismo», per comprendere la filosofia della Francescana. La tradizione? «C’è, ma vista da dieci chilometri di distanza. Non bisogna guardare al passato con sguardo nostalgico» – anche se ci sono delle madeleine sul tavolo, dopo il dessert, e anche un po’ di sindrome di Proust ne La parte croccante della lasagna: «Ti ricordi com’era guardare il mondo quand’eri un bambino sotto il tavolo? Io metto quello nel piatto».

«Mia nonna mi ha insegnato che la cucina è un gesto d’amore». Da questa educazione e dal verbo reficere, Bottura ha saputo trarre il connotato comunitario e frugale – un mangiare insieme e in maniera semplice –, che ha realizzato nel progetto dei Refettori – quattro, a oggi: l’Ambrosiano di Milano, il Gastromotiva a Rio de Janeiro, il Felix a Londra e il Refettorio Paris nella cripta della chiesa della Madeleine. Per il primo, a Milano durante Expo 2015, «ho voluto i grandi Chef perché comunicassero: il mondo doveva sapere che trasformavamo il cibo che sarebbe stato buttato, perché quando l’idea è ‘buona’ la gente ascolta». Sotto l’egida di Food For Soul, associazione non-profit fondata da Massimo e sua moglie – la Lara –, aiuta le comunità a combattere contro l’isolamento sociale ricostruendo un senso di dignità,  attorno alla tavola, e con un sogno ultimo: «quando aprire un refettorio sarà normalità e non più un evento». Un aneddoto? – «A Rio, dal panico di quando è entrato un pazzo che ha messo un coltello sul tavolo, all’ascoltare la dichiarazione di un senza tetto: ‘questa è la prima volta nella vita che sono stato trattato da essere umano. Mi sono dato un pizzicotto. È in un momento come quello che capisci di essere sulla strada giusta».

Facciamo il punto sulle grandi cucine: «Sono quattro. La Cinese e la Francese – usano grandi ingredienti ma anche troppe spezie, salse, lavorazioni, e allora si esalta troppo l’ego del cuoco. Quella Giapponese e l’Italiana – partono dal basso. Hanno la stessa ossessione per la qualità della materia prima e usano quel tanto di tecnica che basta per lasciare esprimere al massimo l’ingrediente». Affinità elettive: le cucine italiane sono piene di cuochi giapponesi, e in Giappone si mangia la miglior cucina italiana fuori dall’Italia, «Perché in Italia e in Giappone, abbiamo il palato per gli ingredienti sintonizzato talmente alto che quando lo vai a lavorare devi confrontarti con quest’approccio. Ciò stimola il cuoco a usare la tecnica così bene che deve sempre migliorare attraverso la sua espressione».

La cucina di Bottura si perde nel nome dei suoi piatti che sono un inganno al palato. Uno per tutti, il Babà che vuole essere un panettone, «È il sud che vuole diventare nord, o forse il nord che vuole diventare sud. L’Italia del nord senza il suo sud sarebbe solo il sud della Svizzera, mentre insieme sono poesia», per poi ritrovarsi nella visione di un sapore, «Io entro attraverso una porta che è sempre l’inaspettato. Nella mia vita è sempre stato così, ho sempre dato alle cose la possibilità di essere altro». È poesia commestibile – la riassume così: «Comprimiamo dentro bocconi masticabili le nostre passioni». I risultati si vedono già nel primo del mese, con 183 mila richieste di prenotazione all’Osteria. Dietro le quinte lavorano quarantotto persone tra sala, cucina e ufficio – «quando assumo non guardo il cv, ma il bagliore negli occhi».

 

Galateo/2 – Se è vero che a tavola si può parlare di tutto tranne di quello che c’è nel piatto

«Il cibo è il modo per cominciare una discussione. Attorno a un tavolo pianifichi il tuo futuro. Mia madre lo diceva sempre. In cucina avevamo un tavolo grande – succedeva tutto lì. Si tirava la pasta, poi qualcuno arrivava e si tagliava il prosciutto, sentivi l’odore dell’arrosto che si apriva, litigavi, sognavi, c’era il business, si faceva tutto lì e insieme. Jean Todt, AD di Ferrari, si raccomanda sempre di tenergli un tavolo pronto, perché in Francescana fa i migliori affari». Ne parlavamo l’indomani, proprio attorno a un tavolo. Nel giardino di quella che fu la residenza dei conti Mangelli, che Massimo e Lara si sono aggiudicati all’asta due anni fa, inaspettatamente. «È il posto che ci ha trovati», afferma Massimo. Noi siamo curiosi di sapere cosa ne sarà di un ‘posto’ che per ora non ha neanche un nome, ma che già ha una cospicua lista di richieste. Massimo ci mostra un messaggio di John Elkann che chiede conferma per il board di febbraio. Ipotizziamo ‘Villa’? «No, troppo pretenzioso. Non vedi che è un viale di susini e di piccole querce, quello laggiù? Macché Villa, si chiamerà ‘Casa qualcosa’, oppure ‘La Maria Luigia – il nome della madre, n.d.r – che viene da Festà, frazione di Marano sul Panaro, nel modenese».

Un luogo trovato per necessità di ospitare gruppi di persone che in Francescana non ci stanno più, «C’è stato un momento preciso, quando Michael Sweet era a Modena in cerca di una casa dove registrare il nuovo album. Nessuno darebbe mai la propria casa a un gruppo rock! Da lì mi sono messo a cercare un posto dove poter dire welcome, stay, relax and enjoy». Ancora non si riesce a capire quello che ne sarà. Massimo non conferma nulla e non dà anticipazioni, «Forse faremo nove camere. Non ho ancora deciso niente. Di sicuro pianteremo farro e orzo per la farina del nostro pane e altri alberi da frutto per le marmellate. Ci metteremo la nostra arte e quello che abbiamo raccolto in trent’anni». Un’anticipazione in verità Bottura ce la dà, vicino al parcheggio ci sarà la Petrified Petrol Pump di Allora & Calzadilla, 400 kili di pietra messicana scolpita come una pompa di benzina, che è un po’ la sua storia. Rappresenta un passaggio nodale: «quando ho detto a mio padre che non volevo fare l’avvocato nella sua azienda petrolifera». Mentre già si squagliano le ceramiche inutili di Giorgio di Palma, nei vasi non ci sono fiori ma finti gelati. I gusti: fragola e limone, pistacchio e cioccolato, nel rispetto della tradizione.

Se volete sapere dove sta il segreto del successo di Massimo Bottura, non cercatelo in cucina, ma nella narrativa dell’arte della Francescana. «Pensa a quanto ha influito su di me Joseph Beuys, che nel ’75 invece di fare arte ha iniziato a piantare querce e ha scritto il trattato We should never stop planting». Entri in Osteria, la prima persona che incontri è una guardia giurata un po’ svogliata mezza accasciata contro la parete, una statua dell’iperrealista americano Duane Hanson, 360 kili di bronzo dipinti a mano, che è stato battezzato Franky. «Ogni mattina i ragazzi che aprono il ristorante come prima cosa lo salutano, perché bisogna vivere ogni giorno cavalcando la quotidianità, non la metafisica della quotidianità stessa. Una guardia ti ricorda di non perderti, altrimenti il tuo lavoro rimane solo taglio-salto-servo». Franky poi veglia sull’opera We are Revolution di Joseph Beuys, un messaggio «che ti guarda e ti coinvolge: noi siamo la rivoluzione». Il lavoro di Pistoletto a fianco non ha lo sfondo oro ma in piombo spazzolato. Poi, ecco i piccioni ‘neo-picassiani’ e ironici dei Turisti di Maurizio Cattelan.

Nella grande fotografia con il Po che tracima di Elger Esser, il fango non riconosce più il cielo e diventa tutt’uno con lui. «Guardando il bicchiere mezzo pieno, sì, il Po ha allagato le campagne ma le sue acque hanno irrigato la terra e reso l’Emilia Romagna quella food valley che è oggi». Pensando al bicchiere mezzo vuoto? «Metti apposto le sponde, il Po non tracima più, usi i pesticidi e ti risponde il tondo nero di Bosco Sodi, che altro non è che L’urlo di Munch. Qui è la terra a chiedere aiuto».­ La prossima opera che vorresti avere? «Ancora non ci ho pensato, ma l’arte sa dove andare».


By Invitation Only – grazie ad American Express per l’invito a cena riservato ai clienti Centurion, e per definire un codice del lusso che è fatto di esperienze e non di cose.


Osteria Francescana

Via Stella, 22, 41121 Modena MO

Hermès Carré Club

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

Dopo New York, Toronto, Singapore e Los Angeles, Hermès porta a Milano – prima città in Europa – il suo Carré Club, dal 23 al 25 novembre, a Palazzo Bovara, in Corso Venezia. Lo spazio, ideato dal direttore artistico delle collezioni donna Hermès Bali Barret, invita il pubblico a scoprire la cultura della Maison, tra arte e artigianalità, e il suo carré di seta.

Per fare un carré Hermès ci vuole una coppia di farfalle. In un quadrato che misura 90×90 centimetri ci sono 450 chilometri di seta. Ogni bozzolo ne produce un chilometro e mezzo. Se ogni farfalla depone 300 uova, che sono 300 bozzoli – 300 per 1,5 fa 450. Viene in mente Pitagora, che recita il suo Teorema: ‘In un triangolo rettangolo, la somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti è uguale all’area del quadrato costruito sull’ipotenusa’. Secondo la leggenda, quando il matematico greco ebbe l’idea della formula, si trovava seduto nella sala d’attesa del tiranno Policrate. Per far passare il tempo, iniziò a osservare le piastrelle quadrate del pavimento.

Noi come Pitagora, nell’attesa di Hermès Carré Club, ci siamo persi a teorizzare l’incontro tra un cerchio e un quadrato. Se 1+2+3+4=10 è la circolatura del quadrante e l’inverso 10=1+2+3+4 esprime la divisione quaternaria del cerchio, il problema ermetico della quadratura del cerchio è concepibile come massima perfezione umana. Perché se il cerchio è perfetto, il quadrato è stato adottato dai pitagorici quale simbolo della giustizia. Partiamo da qui, per definire il carré di Hermès – un quadrato che è ‘giusto’.

Ci si registra alla reception – Carré Check and Click. Dopo lo scatto di un ritratto ufficiale si riceve la tessera che dà accesso al club, Carré-OK. Un salotto ludico con una sala di registrazione rivestita di seta colorata diventa il karaoke dove cantare a ritmo di brani abbinati ai carré. I segreti e gli aneddoti, le verità e le finzioni saranno rivelati nel Carré Stories – ogni voce ricorda che i carré sono custodi di memorie e storie. Dopo una sosta al Carré Café per gustare le specialità del menu declinate sul tema, la visita riprende nel Carré Studio, l’epicentro artistico del Club, un atelier dove designer e artisti lavorano dal vivo, e nel Carré Cut, tempio della trasformazione, dove la bellezza non ha misure ma ha una sola forma – carré. Al gift-shop Carré Mania, si può acquistare la capsule collection Hermès Carré Club, con foulard in edizione limitata, solo per i soci del Club.

À rebours – controcorrente. Un cerchio in un quadrato. Forse, era già tutto chiaro. Era il 1937 quando venne realizzato il primo carré Hermès, con il ‘titolo’ di Jeau des Omnibus et Dames Blanches, prendeva ispirazione da un gioco da tavola francese popolare nella seconda metà del 1800: al centro di una serie di cerchi concentrici, dodici carrozze che si inseguono separate da alberi, e un gruppo di uomini e donne seduti attorno a un tavolo intenti in una sfida.

L’invito è una filastrocca: Dove il Carré Hermès viene a giocare. Dove il savoir-faire si vuol mostrare. Dove fare incontri sorprendenti. 
Dove scoprire mondi irriverenti.
 Dove essere s…quadrato è un’esclusiva. Dove la membership sarà inclusiva. Dove ogni angolo è immaginazione. Dove ogni carré parla di creazione. Dove tutto è condiviso. Dove ogni stanza strappa un sorriso.

Nell’attesa di scoprire i segreti che stanno in un perimetro di stoffa, un carré stretto in un nodo attorno al Duomo è la nostra promessa.

 


 

Hermès Carré Club

Palazzo Bovara, corso Venezia, 51, Milano

Dal 23 al 25 novembre 2018

Aperto al pubblico dalle 12.00 alle 20.00

Sara Rossetto
Emilie Fouilloux
Sveva Clavarino, Domitilla Clavarino
Helen Nonini
Silvia Grilli, Miorica Bertolotti
Silvia Grilli
Valentina Cavagna
Vera Arrivabene
Carlotta Oddi
Luna Bonaccorsi
Emilie Fouilloux, Giulia Lunardi

Il Club 27 – più uno

Egon Schiele, Reclining Woman with Green Slippers, 1917
Egon Schiele, Self-Portrait, 1914
Egon Schiele, Self-Portrait in Crouching Position, 1913
Egon Schiele, Squatting Girl, 1917
Egon Schiele, Standing Male Figure (Self-Portrait), 1914
Egon Schiele, Standing Nude Girl, 1914

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

Egon Schiele e Jean-Michel Basquiat sono protagonisti delle esposizioni simultanee alla Fondation Louis Vuitton, dal 3 ottobre al 14 gennaio. Qui, a ovest di Parigi, nell’edificio realizzato su un terreno pubblico dall’architetto Frank Gehry, dal 2006 il gruppo LVMH supporta l’arte, esponendo le opere del ventesimo e ventunesimo secolo. È il turno di Schiele e Basquiat. Sono morti entrambi all’età di vent’otto anni, ma a settant’anni di distanza. L’aura dei grandi, forse troppo fragili per sopportare le critiche del mondo – o il successo. Genio e sregolatezza. Casualità o maledizione, nella musica esiste un metaforico Club 27, in cui si contano gli artisti scomparsi a ventisette anni. Kurt Cobain, Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Amy Winehouse. Nell’arte dovrebbe esserci il Club 27 – più uno.

Inizi Novecento. Vienna, il centro della modernità, dove si svolgevano le ricerche sui sogni e sull’inconscio. Nei caffè e per le strade – Arthur Schnitzler, Adolf Loos, Gustav Klimt, Hogo von Hofmannstal. Censurati dipinti scandalosi di un giovane artista, Egon Schiele. Cent’anni fa, nel 1918, finiva l’impero Asburgico. Sparivano Klimt, Kolo Moser, Otto Wagner e Egon Schiele. È passato un secolo da quando il pittore austriaco è morto, oggi la sua arte provoca ancora. L’incontro al Cafè Museum con Gustav Klimt. L’interesse comune nella raffigurazione del corpo e nella sessualità maschile. Il tormento. La fisicità che è distorsione figurativa. Sensualità ed erotismo mescolate con la malattia e la morte. I nudi con modelle adolescenti. Nel 1912 Schiele viene accusato di aver sedotto, rapito e traviato una delle sue ragazze. Nell’attesa del processo rimane in carcere un mese, se la caverà con la confisca di centoventicinque disegni considerati pornografici. Delle modelle riusciva a cogliere l’anima, tormentata da un’epoca di fermenti e guerre. Ne sposò una, Edit Harms, nonostante la relazione clandestina con Valerie Neuzil, meglio conosciuta come Wally. Schiele sopravvive e continua a dipingere anche mandato al fronte, ma non riesce a scampare l’epidemia di influenza spagnola che lo uccide a vent’otto anni.

Sulla facciata del Palazzo della Secessione di Vienna c’è scritto: «A ogni epoca la sua arte, all’arte la sua libertà». Il motto coniato nel 1897, è stato traslato in hashtag: #ToArtItsFreedom. La risposta alla censura della metro di Londra – «Sorry, 100 years old but still daring today», è il messaggio che va a coprire le parti intime dei personaggi raffigurati nelle opere d’arte di Schiele che tappezzano la tube. Affermato il ruolo che l’artista ebbe nel difendere la libertà dell’espressione artistica da costrizioni e condizionamenti per un’arte tacciata di oscenità, viene da chiedersi quanto il modernismo viennese sia sopportabile oggi. Corpi contorti, tormentati e martoriati – nudi, scandalizzarono il mondo e costarono a Schiele il carcere. Il suo gallerista dell’epoca in una lettera si lamentava scrivendogli, «chi mai potrebbe comprare questi quadri? Ho poche speranze».

La distanza. Di tempo e di stili espressivi che non ne ha impedito l’affinità: Egon Schiele  e Jean-Michel Basquiat, avvicinati da esplorazioni artistiche che hanno fatto emergere la complessità emotiva dell’esistenza in un grido di ribellione.

«Basquiat ricorda Lou Reed che canta magnificamente dell’eroina ai bravi ragazzi del liceo», per usare un paragone di Jeffrey Deitch. C’è un’immagine precisa di Jean-Michel Basquiat sulla copertina della rivista del New York Times del 1985, la foto è di Lizzie Himmel. Indossa un abito scuro di Giorgio Armani, camicia bianca e cravatta, si appoggia su una sedia, un piede nudo sul pavimento, l’altro sulla sedia. La combinazione dell’abito e dei piedi nudi – il modo in cui ha definito la propria immagine, inclinazione non convenzionale. Il titolo del pezzo di Cathleen McGuigan – New Art, New Money, racconta di Basquiat a Manhattan, da Mr Chow, bevendo kir royal e chiacchierando con Keith Haring, mentre Warhol cenava con Nick Rhodes dei Duran Duran nel tavolo a fianco.

Bello e nero in una New York bianchissima. Le sue tele intrise di colore e popolate da figure primitive, maschere e corone, frecce, razzi, grattacieli, figure infantili, cartoon e parole. «Ci sono circa trenta parole intorno a te tutto il tempo – come thread o exit – io le uso come pennellate», diceva Basquiat. Riceve in dono il manuale anatomico di Gray che lo appassiona al corpo umano, alla sua forma informe e alla sua bestialità. All’età di vent’anni, aveva fatto il suo primo milione. Baciato dal successo e ucciso dal sistema – e dalla droga: è morto di un’overdose a ventotto anni. La sua prima vendita – il dipinto Cadillac Moon, è stata a Debbie Harry, la frontwoman di Blondie, nel 1981. Duecento dollari. Catalizzata intorno a lui la storia degli anni Ottanta americani. I club e le droghe e i graffiti in metropolitana. L’ascesa dell’East Village e di un mercato dell’arte che si trasforma in un mercato finanziario. Aste miliardarie, vernissage in gallerie colme quasi fossero discoteche, e le opere di un pugno di artisti superstar a dettare nuove leggi e nuovi gusti. I suoi lavori, selvaggi come una protesta, riempiti di parole come poesie, raccontano il suo mondo irrisolto. Basquiat era sconcertato dal successo. Consapevole del suo posto come uno dei pochi afro-americani in un mondo di arte bianca, dove era considerato da alcuni poco più che un intruso.

Nel 1979, si trasferì a Manhattan, firmava i muri con la scritta SAMO – same old shit, nome nato dal sodalizio con il writer Al Diaz. In un appartamento sulla East 12th Street viveva con la sua ragazza, Alexis Adler – la signora Adler vive ancora lì, incapace di permettersi tele, dipingeva sulle pareti, sul pavimento – sui vestiti di Alexis. L’unico oggetto rimasto indisturbato era lo stereo, aveva un posto d’onore su una mensola. Quando Basquiat era in casa, la musica suonava sempre. Curtis Mayfield, Donna Summer, Bach, Beethoven, David Byrne, Charlie Parker, Miles Davis, Aretha Franklin, l’album Metal Box di Public Image Ltd. Le sue canzoni preferite, Low di Bowie e il secondo lato di Heroes. David Bowie, scrivendo dopo la morte di Basquiat, lo salutò come uno spirito affine la cui sensibilità apparteneva tanto al rock quanto all’arte. «Sembrava digerire il flusso frenetico dell’immagine e dell’esperienza che passa, metterli attraverso una sorta di riorganizzazione interna e vestire la tela con questa risultante rete di possibilità».

Egon Schiele – Jean-Michel Basquiat

from 03 October 2018 to 14 January 2019

Bois de Boulogne – 8 avenue du Mahatma Gandhi – 75016 Paris

LFW – qualche highlights

Burberry SS 2019 Show
Burberry SS 2019 Show
Burberry SS 2019 Show
Burberry SS 2019 Show
Burberry SS 2019 Show
Burberry SS 2019 Final Show
Burberry SS 2019 Backstage
Burberry SS 2019 Backstage
Burberry SS 2019 Backstage
Burberry SS 2019 Backstage
Burberry SS 2019 Show – Backstage with Riccardo Tisci
MM6Margiela SS 2019
MM6Margiela SS 2019
MM6Margiela SS 2019
Pringle
Pringle
Pringle
Pringle archive
Pringle, 1960s

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

 

La sfilata di Burberry inizia alle cinque del pomeriggio – non on the dot come era solito accadere. Sotto al Tamigi, in un ex deposito delle poste trasformato in un labirinto monocromatico, con specchi, pareti e tende mobili nelle tonalità di ogni beige. Si chiama Kingdom, la prima collezione disegnata da Riccardo Tisci – «è una celebrazione dell’heritage di Burberry, dello stile inglese e dell’Inghilterra, un paese che amo», ha commentato nel backstage dopo la sfilata. Eppure, lontano da quel british romantico e nostalgico che solo Christopher Bailey – creative director per diciassette anni. Mancava l’orchestra live – il soundtrack è di Robert Del Naja, del super gruppo Massive Attack di cui Tisci era fan sin da quando era studente a Londra. Cat McNeil, Kendall Jenner, Stella Tennant tra le modelle.

Collezione melting pot. Lo aspettavamo il trench d’apertura: niente doppia fila di bottoni, single breasted, in gabardina, strizzato in vita da una maxi cintura elastica color cioccolato. Di seguito la brigata in beige, almeno i primi 40 dei 134 look erano un crescendo di color nude. ‘Per bene’ la prima parte, una sorta di haute bourgeoisie seducente – camicie col fiocco e  gonne plissè bordate monogram – è stato svelato il mese scorso il nuovo logo, creato da Peter Saville. Poi il punk – mini gonne di pelle zippate, rete, vernice e lettering sulle T-shirt. Trench profilati di anelli e catene. Poi lo streetwear – ma già lo sapevamo, prima di chiudere con una serie di abiti lunghi di jersey nero. Sarà che Burberry ha da poco rinunciato alle real fur, il motivo per cui ‘anche’ Tisci non ha resistito alla stampa animalier, dalmata inclusa. E nemmeno alla T-shirt con scritta Why did they killed bamby? – come se il bridge con Givenchy non fosse già abbastanza chiaro.

Il charity ball di MM6Margiela. Sfila a Londra per la prima volta e dichiara l’impegno sociale con la frase There is more action to be done to fight aids than to wear this t-shirt but it’s a good start, comparsa per la prima volta nel 1994, sulla T-shirt creata da Margiela a sostegno di AIDES, organizzazione non profit. Un remake – a AIDES verrà devoluta parte dei ricavi di quest’ultima collezione dove Parigi e Londra si incontrano. Base della sfilata sono pezzi vintage comprati al flea market parigino di Clignancourt, mixati al grunge londinese. Abiti di satin in colori belle Epoque – viola elettrico, verde menta e pistacchio, su felpe di cotone, pelle e patch di denim. I gioielli sono fatti con i cristalli dei lampadari chandelier. Mentre i Tabi boots – stivali iconici del brand dal 1988 che separano il pollice dal resto delle dita del piedi, diventano parodia nella versione calzino-infradito.

Simone Rocha, la darling – come la definisce The Sunday Times – della moda londinese. Lo è, con la sua silhouette fluttuante ormai riconoscibile – era il 2010 la sua prima volta in passerella. L’ispirazione vittoriana resta, romantica nei volumi e nei materiali – gonne balloon, maniche puffy, broccati tappezzeria, embroidery e taffetà, scarpe piatte con le piume, veli, pizzi, trasparenze, pearls and frills soprattutto. Il richiamo di questa collezione è cinese, come le sue origini. Il cappello a torre ricoperto di veli che veniva indossato dalle signore durante la dinastia Tang. Schierate in prima fila Pixie Geldof, Daisy Loewe e Alexa Chung. Mamma e papà, il designer John Rocha. In attesa di vedere la sua prossima collaborazione con Moncler – Simone Rocha è una degli otto creative director del progetto Moncler Genius –, durante la moda milanese.

Tra compleanni e debutti – Alexa Chung per la prima volta in passerella. Mary Katranzou e Victoria Beckham sono al loro decimo anno. Pringle of Scotland rilancia Bullettin, magazine in-house che si ispira alla storica rivista aziendale the Bulletin lanciata dopo la seconda guerra mondiale, un report di stile e delle starlet di Hollywood che indossavano un twinset Pringle. «Si racconta del cachemire e delle acque scozzesi nella fabbrica di Hawick dove Pringle produce la sua maglieria. In un altro servizio, trenta uomini e donne provenienti da ambiti diversi, esprimono la propria personalità attraverso i capi Pringle», ci spiega Fran Stigner, direttore creativo e ora anche editor-in-chief. Big reunion da Stella McCartney, con Mr Stan Smith in persona – «some people think I’m a shoe», dice, svela la prima Stan Smith – scarpa –, in pelle vegana.

Burberry SS 2019 show

San Montano Resort

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

 

Il San Montano è un’antica casa in sospeso sull’isola che non riesce a distinguere il blu – quello del cielo da quello del mare. Tremila anni fa, a centootto metri sopra la baia dell’isola verde, i greci vi costruirono la loro Acropoli. Orientamento – verso est Napoli e il Vesuvio, a sud il Monte Epomeo, la costa Flegrea verso nord. A ovest il sole prende fuoco quando appare l’isola di Ventotene. Gli ulivi sono secolari, e c’è una buona confusione nell’aria: prima il profumo dal limoneto, poi la lavanda e il gelsomino, ancora la bouganville e il basilico.

L’altra sera a cena. In fondo al menù si legge: ‘tu per telefono ci devi fare l’amore con il cliente’. «Me lo diceva sempre il babbo, appena entrata in azienda ero timida», ci raccontava Maria Giovanna Paone a tavola con Michele, suo marito – l’incontro a Capri, poi a scuola insieme e per la vita. Sognavamo di mangiare pizza con i pomodori gialli. Troppo raffinato il menù. Della delizia al limone si è fatto il bis. La frutta fritta e il Passito. Acqua e Sale al piano bar, e il bagno a mezzanotte nella piscina di acqua di mare. Avvenne Domani, si chiama così una sezione del sito online del San Montano Resort di Ischia. Ritorna in mente il film del 1944 di René Clair, It Happened Tomorrow. Larry riceveva il quotidiano del giorno dopo, venendo così a conoscere gli avvenimenti che si sarebbero poi puntualmente verificati nell’immediato futuro. Funziona sempre così, dall’antica Grecia ai giorni nostri, il futuro è il racconto di ieri.

Il ‘diamante blue’ – 12 micron, per fare un abito leggero, di 350 grammi – è il tessuto preferito di Maria Giovanna, figlia di Ciro Paone, vicepresidente di Kiton e direttore creativo della collezione donna, «Mio padre lo scoprì alla fine degli anni Novanta. Sulle cimose dei tessuti c’è scritto ‘exclusive for Kiton’, ma probabilmente nessuno sa che lo dedicò a mia madre. Le diceva sempre: ‘tu sei il mio diamante blu’». Kiton deriva da chitone, l’abito che gli antichi elleni indossavano per andare a pregare all’Olimpo.

Dicevamo, Avvenne Domani, c’è scritto: la prima Kiton Vip Lounge apre al San Montano. Come in un salotto di casa. Due poltrone di tessuto simmetrico rendono irregolare le mattonelle vietresi gialle e blu del pavimento, la tappezzeria a righe bianca e azzurra sulle pareti. Un servizio tailor made per gli ospiti affidato a Scaglione, negozio che a Ischia è un riferimento per l’abbigliamento lusso.

Kiton – una famiglia – è un’azienda di prima, seconda e terza generazione. Ciro, il fondatore – le figlie Maria Giovanna e Raffaella, i cugini Totò, Antonio e Silverio. Due gemelli, Walter e Mariano, che sono figli di Totò. I loro cugini e altri nipoti. 180 sarti per i capospalla, 60 camiciaie, 10 pantalonai e 10 calzolai, per un totale di 420 persone che, «non lavorano per noi, ma con noi». Ne parlavamo l’indomani a colazione. Il sax in terrazza, nei cornetti crema e amarene. «Una donna non può servire tre padroni: l’azienda, il marito e i figli», Giovanna ricorda le parole del padre, un’azienda deve essere condotta da un uomo. Nel 1995 nasce la collezione donna, il mercato chiedeva un prodotto di alta sartoria femminile. «La vera eleganza è ‘maschia’», diceva Ciro Paone, perché la donna segue le mode, non si può dedicare a un prodotto di qualità. Oggi la divisione donna vale circa il 10% del fatturato e cresce almeno quanto la parte uomo. Farfalle su donne di bronzo blu ritagliano il cielo, sono le sculture di Antonio Nocera, del ciclo Inside Love Love Inside, dice il maestro, «È una mia lotta silenziosa, dedicata alle donne che sono al centro dell’universo, a partire da una crisalide. Il blu è Napoli, perché lì dentro è l’amore».

SAN MONTANO RESORT & SPA

Small Luxury Hotels

Via Nuova Montevico, 26 – 80076

Lacco Ameno Isola d’Ischia (NA)

sanmontano.com


Kiton.it

Streetwear? No, a suit by Paul Smith

Paul smith

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

 

Paul Smith colleziona conigli. Durante un viaggio in treno con una sua amica, guardando fuori dal finestrino, sperava di vederne uno. «Se dovesse mai passare un coniglio, sarà di buon auspicio». Quel coniglio non passò. La sua amica gliene regalò uno di Tiffany. Prima di ogni sfilata, sua moglie Pauline gli posa un coniglio sopra al cuscino.

Con un coniglio in mano, arrivo nello showroom di Paul Smith. «Sir!» – dico io. Paul mi corre incontro, si lancia in scivolata, in ginocchio. «Oh, there they are». Era in cerca dei miei piedi, nascosti sotto ai jeans a zampa, forse prendendomi in giro.

 

Paul Smith / Sir Paul Smith

 

Paul Smith non ha mai ceduto il suo brand ai colossi del lusso. «Noi del segno del cancro vogliamo tutto per noi, non lasciamo andare nulla». Ci è voluta la regina Elisabetta II, nel 2000, a nominarlo baronetto, e a distinguere Sir Paul dal brand eponimo: «Ho trovato la lettera nella cassetta della posta, insieme alle bollette del gas e all’estratto conto dell’Amex».

#takenbypaul – è l’hashtag con cui posta una foto al giorno su Instagram. «A undici anni mio padre mi regalò una bicicletta e una macchina fotografica. È grazie alla fotografia che ho imparato a vedere, a guardare. Così ho allenato l’occhio sul resto». A sedici anni sognava di fare il ciclista di professione. Poi un incidente in bicicletta ha cambiato il suo destino – «so far so good!». Correre in una squadra gli ha insegnato a lavorare in team. Il suo brand conta più di mille dipendenti. «Siamo una nice company» nice è una parola che gli piace. Le lamentele ci sono, certo, «i crampi allo stomaco dalle troppe risate». Playlist. «Van Marson mi ha portato in giro per il mondo, Imagine di John Lennon ti fa piangere». The Lumineers, Jake Bug, Jack White. Ha lavorato con David Bowie, i Pink Floyd. i Rolling Stones e i Led Zeppelin, «Jimmy Page – 24 waist – disegnavo i pantaloni per lui quando avevo diciotto anni». Per Paul Smith si tratta di guardare al futuro. «Non voglio essere il numero uno. Da lì c’è un solo posto dove si può andare: giù».

Good manners. Difficile parlare di buone maniere nella moda. Il logo, per esempio, strategia di branding vincente. C’era una volta quella filosofia anni Novanta in cui era bandito, considerato come volgare forma di autocelebrazione. «Il logo è pericoloso. Le persone insicure fanno paragoni». Non basta un’emulazione del passato. Muoversi, sempre. «Devi avere una testa che sa cambiare ogni ora. La creatività è oggi e domani». Negli anni Sessanta c’erano i Mods, i Rocker, i Punk. «Ne conoscevo diversi che giravano con Vivienne (Westwood) – nice people. Noi Brit ci siamo sempre divertiti a esprimerci attraverso il modo in cui appariamo. In Francia i giovani erano in rivolta per strada, in Inghilterra ci si vestiva in modo stupido – era una rivoluzione non violenta».

L’abito, una costante. «Negli anni Cinquanta tutti gli uomini indossavano un suit, anche i bambini per andare a scuola. Un senso di unione, di team – It’s nice». Paul indossa l’abito ogni giorno, weekend incluso. Definisce una suit theory. «È come la cornice di una foto. La tua scelta è l’immagine al centro. Dress it up or down». L’abito ti fa stare bene, cambia la tua postura e la percezione che gli altri hanno di te. «Se salissi su un aereo e il pilota uscisse in t-shirt, voleresti?». Il suit e le donne – ripensando a Charlotte Rampling in una foto di Helmut Newton. «Mia moglie ha l’ultimo tuxedo couture disegnato da Yves Saint Laurent. Tre fitting a casa sua a Parigi. Yves ha ricreato lo stesso modello che ideò l’anno in cui io e Pauline ci incontrammo. Pauline aveva 27 anni e io 21». Pauline. «Gentile, timida e solida. Mi tiene con i piedi per terra. Legge Proust, è il mio lato intellettuale. È a casa ad aspettarmi. Se lasci un uccellino libero di volare via, tornerà sempre al suo nido». La sua anima gemella dal 1976, «mi disse di non essere particolarmente bello, ma che la facevo ridere», che sposò, che fece lady solo nel 2000, «il nostro matrimonio è stato l’unico party privato nella Tate Modern mai concesso».

Oggi c’è troppa «attention-seeking». Chiamiamola energia culturale – lo streetwear, pare essere l’ultimo business model per essere rilevanti. «Individualità. Bisogna avere chiaro cosa si vuole essere. La sfilata di domenica a Parigi – anticipa – sarà un mix di tailoring e sportswear». Troppo di ogni cosa. «Vent’anni fa un big brand aveva venti negozi, oggi quattrocento. Allora eravamo solo in tre a pescare nello stesso stagno, oggi in migliaia». Oltre a una logica di mercato dell’immobiliare sbagliata, che vede un aumento annuo degli affitti del 3%. Non si considera com’è cambiato il business: le vendite online di Paul Smith sono cresciute del 30% rispetto allo scorso anno. Paul è quasi nostalgico all’idea, «online è troppo facile. Quando fare shopping era conversazione, amicizia, familiarità». Il suo primo negozio a Nottingham, tre metri quadrati, una Wunderkammer piena di memorabilia, è oggi ricreato nel basement di Dover Street Market a Londra. «In quello spazio così piccolo potevo stare vicino alle persone». Sono dodici gli architetti in house, perché tutti i negozi nel mondo sono diversi. Negozi con carattere. Ancora, si tratta di individualità: «bisogna avere un punto di vista». Il primo negozio in Covent Garden tutto di legno. Lo shop in Melrose Avenue, un cubo modernista tinto di rosa shocking, è l’edificio più instagrammato di Los Angeles, mentre più di duecento negozi sono in Oriente. «Quel posto chiamato Giappone. Fui invitato per la prima volta nel 1982. Ci sono andato quattro volte all’anno per dieci anni, da solo. Se ci vai con il cuore, allora costruisci».

Taken by Paul, and by Harold

Soundtrack: Big Audio Dynamite, Rebel MC e Neneh Cherry. Nell’Elysée Montmartre, music hall parigina, sotto alla struttura di ferro disegnata da Gustave Eiffel va in scena la sfilata co-ed Spring Summer ‘19 di Paul Smith.

Fluido – il genere, il tessuto, l’abito. Non tutti salgono sullo streetwear bandwagon, non Paul Smith che rivisita il suo archivio, la sua storia, e riconferma il suit in un gioco di proporzioni. Tramonti urbani sbiaditi, due sdraio sotto a una palma al mare, ha stampato su camicie di seta e trench coat le fotografie di suo padre – Taken by Harold. Negli anni Ottanta Paul Smith ha messo a punto la stampa fotografica su tessuto. I pantaloni ampi, le spalle larghe. Blazer doppio petto e redingote. I colori pastello e il tessuto a scacchi. Il jersey dei ciclisti. Memorabilia.

PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
DETAIL OF THE SHIRT WITH PAUL SMITH DAD'S PHOTOGRAPHY – FROM @PAULSMITH IG
DETAIL OF THE SHIRT WITH PAUL SMITH DAD'S PHOTOGRAPHY – FROM @PAULSMITH IG

In Italia, a piede libero

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

 

Flip Flop

È un ritmo cadenzato da cui le infradito prendono il loro nome inglese. Uno sciabattare che esiste da sempre, lo ritroviamo anche nei geroglifici egizi. Gli zori sono sandali giapponesi con la suola in paglia di riso – secondo la superstizione, rompere la fascetta porta sfortuna. Mescolando questa tradizione antica e giapponese alla natura e alla vita delle isole americane delle Hawaii, nel 1962 in Brasile nascevano le Havaianas – le infradito in caucciù. Nel 1966 la società madre di Havaianas, Alpargatas, registra il brevetto del modello, ‘un nuovo tipo di suola con fascette’. Come il riso e i fagioli, nel 1980, le Havaianas vengono inserite dal governo nel paniere usato per il monitoraggio dell’inflazione.

Havaianas, Hawaii – away. L’assonanza vale la loro natura. Andare in giro, andare via. Ai piedi i sandali emblema di giornate sotto al sole, non solo al mare ma anche in città. La collezione Havaianas City Sandals – un sandalo con fascetta alla caviglia, è pensata con l’energia dello stato carioca, per andare in giro ovunque nel mondo. Noi, questa energia ce la siamo portata in Italia – in questa nostra Italia senza confini, dove le braccia e la testa ci piace tenerle spalancate, tra mare e Europa.

 

I cinque pavimenti

Abbiamo sognato quello che non si può fare – girare a piedi nudi sui pavimenti più belli del mondo – quelli dei musei italiani. No, a piedi nudi no, non si può – ma con un paio di infradito, che lasciano l’aria sfiorare le dita nei giorni d’estate.

Per segnare le tappe di un’estate all’italiana – quando da tutto il mondo arrivano ragazzi, e famiglie, per girare in questa culla della civiltà. Siamo andati a cercare i pavimenti più particolari, più colorati.

Il Palazzo di Teodorico a Ravenna, era un corpo di guardia durante il governo dell’esarcato bizantino, oggi attraverso una scala a chiocciola nella torre rotonda che fiancheggia si accede alla sala superiore con tarsie marmoree che vanno dal I al VII sec.

Villa Romana del Casale a Enna, una dimora rurale appartenuta a una potente famiglia romana. Tre mila e cinquecento metri quadrati di pavimentazione dove viene celebrato lo stile di vita del proprietario della casa. Stili e cicli narrativi, uno dedicato alla mitologia e ai poemi di Omero, un altro con riferimenti alla natura.

La Casa Dei Grifi sul Palatino a Roma, di epoca repubblicana, il nome deriva dalla decorazione a stucco di una lunetta con grifoni. Questa tipologia di decorazione si chiamava opus scutulatum, il più antico pervenuto a Roma, che aveva come modello originario quello del tempio di Giove Capitolino.

Villa Jovis a Capri, su di uno sperone roccioso posto quasi sulla Grotta Azzurra, lontana dai clamori del porto e dalle strade modaiole. Da qui l’imperatore Tiberio governò l’impero romano per undici anni.

Poi ci abbiamo aggiunto anche una tappa in Spagna, perché se le cose non sono ancora un po’ sbagliate, qui non ci piacciono mai: a Carranque in Spagna, sulle rive del fiume Guadarrama, si conservano i resti di una villa romana ora protetta dal governo della Castiglia-la Mancia. La geometria di un pavimento a mosaico, i tasselli di marmo che si perdono in un gioco che è un incastro, l’arte musiva è fatta per una danza in flip e flop.

 

Visual Wave

Non solo in Italia – ma in questo nostro progetto per raccontare e celebrare le Havaianas e tutte le abitudine estive che le Havaianas ci ricordano, abbiamo chiesto ad artisti di tutto il mondo, di disegnarle, di dedicare un loro lavoro a questa cultura dei piedi all’aria, liberi e protetti solo da una suola che si ferma tra le nostra dita. Gli art instagrammer sono globetrotter curiosi, fluttuanti nello spazio digitale mentre disegnano un presente a colori. I disegni li presentiamo in questa gallery, dopo averli raccolti, trovati, pubblicati sui loro profili Instagram.

Per visitare lo store online di Havaianas, havaianas-store.com

Per trovare i negozi e rivenditori Havaianas, havaianas-store.com/negozi

Pitti report

PITTI 2018 - BONAVERI, A FAN OF PUCCI
PITTI 2018 - COLMAR
PITTI 2018 - CUCINELLI
PITTI 2018 - FRATELLI ROSSETTI
PITTI 2018 - WOOLRICH
PITTI 2018 - WOOLRICH
PITTI 2018 - TAGLIATORE
PITTI 2018 - CUCINELLI
PITTI 2018 - CORNELIANI
NUOVO STORE GIORGIO ARMANI - FIRENZE
PITTI 2018 - DORIANI
PITTI 2018 - DRUMHOR
PITTI 2018 - GALLO
PITTI 2018 - SERAPIAN

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Un giorno Pitti e Milano faranno team, e le giornate italiane avranno la priorità. Firenze e l’abbigliamento casual e di consumo – Milano e le case del lusso, reti monomarca. Al momento, Firenze cresce, Milano scende – ma le numeriche di American Express, trasversali rispetto al settore moda, danno il secondo in espansione rispetto al primo. Kiton, che solo di lusso vuole parlare, a Pitti non c’è da quattro anni, lasciando i due gemelli de Matteis a raccontare le linee sportive. Numeri, vendite e contraddizioni. Per gli stand, capi e accessori coperti di loghi, rincorrendo Vetements –  ma il logo è il sogno di ciò che non ci si può permettere di comprare. Tutti sognano, nessuno compra Vetmentes.

Da una parte lo streetwear, dall’altra la voglia di vestirsi come un Kennedy a Rhode Island. In un angolo sul lato, sono oggi seduti i Pitti Boys, superata è l’ostentazione in genere. Per chi ha vent’anni oggi, il digitale è scontato come l’aria: l’aria si respira sempre, e mica ci pensi. Non è più, e ancor più non sarà, una questione di selfie per ragazzotti disposti a tutto pur di fingere di essere famosi – vestirsi, in questa epoca di Balenciaga, è una sfida intellettuale sulla quale anche gli imprecisati millennials (semplicemente, i ragazzi più giovani) iniziano a cimentarsi. Pantaloni da rapper per gambe che ballano a Venice Beach, volumi che interagiscono con il corpo senza infastidirlo, i tessuti, grammatura e composizione, dopo un lavaggio o dieci, è argomento competitivo. In sintesi, come claim: si veste da figo chi ne sa di più.

Tra le voci più importanti del piano economico di ogni azienda di moda che si rispetti, c’è ricerca e sviluppo – e questo impegno, in particolare sulla moda maschile, a Pitti si può comprendere. Potrebbe essere uno dei motivi per cui le presentazioni di Firenze, dove si può toccare e studiare i tessuti e le confezioni, stanno prendendo piede rispetto al format di sfilata dove si rimane spettatori a distanza. Stefano Guadioso Tramonte ha spinto Corneliani sulla seta. Lino, cachemere, cotone sono mescolati a percentuali diverse con la seta: cambia la morbidezza, l’assorbimento del colore, la respirabilità, la luce. Lontano sul retro, fuori dal circuito principale, l’angolo di Sease: il progetto sceglie tessuti Loro Piana, in particolare il solaro, per lavorarli a un livello tecnico e impermeabile riferito al mondo della barca a vela. Si provano volumi e riflessi contro il sole e il grigio, da pensare in contrasto con il relax dello streetwear, presentando un’evoluzione di quanto Prada fece con Luna Rossa anni fa.

 


 

Riccardo Grassi annuncia un nuovo format, RG Man: metri quadrati con nuovi marchi sconosciuti. Woolrich si ispira al camouflage, in partnership con Goldwin – heritage americano e tecnologia giapponese. K-Way presenta una tela idrorepellente e antivento su cui sono disegnati i Caraibi con palme e pappagalli. Herno compie sessant’anni: un excursus storico sulle pietre miliari – dall’impermeabile ai capi Laminar – con l’installazione L.I.B.R.A.R.Y, acronimo di Let Imagination Break Rules and Reveal Yourself, nella Stazione Leopolda. Sebago – ex marchio americano, ora parte del torinese Basicnet (a cui appartengono anche Kappa e K-way) racconta le Citysides – i mocassini stringati si ispirano a James Dean, e le Docksides – la scarpa da barca dei paninari anni Ottanta, con variante in suede e tricolore. Giorgio Armani e la collezione nel nuovo negozio in via dei Tornabuoni. Cromatismi – la pavimentazione è diversa in ogni stanza, abbinata ai pannelli di seta delle pareti e ai tendaggi. Grigio, blu e verde smeraldo. Capelli brush back. Roberto Cavalli alla Certosa, a Firenze è nato questo marchio: Paul Surridge ha sbiancato il classico animalier – ma la sfilata è un déjà-vu, descrive cosa era la moda un tempo ma tace su ciò di cui si parla oggi. La fine di un’epoca – anche a Firenze non si trattava d’altro, l’altra sera alla cena di Brunello Cucinelli nel Tepidarium del Roster, (la serra più grande d’Italia costruita nella seconda metà dell’Ottocento): Tomas Maier, dopo diciassette anni, ha lasciato la direzione creativa di Bottega Veneta. @angelicarrara

 

Il «cubista» londinese Craig Green, Menswear Guest Designer della manifestazione, ha sfialto ai Boboli – prendendo poi parte anche a Moncler Genius, alla presenza di Hiroshi Fujiwara che ne è l’autore. La mostra Bonaveri a fan of Pucci – installazioni oniriche e ipercromatiche, mettendo insieme i petterns e i colori intensi del brand con un’armata di manichini, hanno invaso gran parte di palazzo Pucci, nella via omonima. Manichini intenti in mute conversazioni, danzanti in compost ginnici, addirittura incapsulati dentro bottiglie di profumo. Brunello Cucinelli rivisita le proporzioni di giacche e pantaloni con approccio più morbido e un fit vagamente anni Cinquanta e introduce sulla sua palette di greiges e beiges un inedito burgundy. Ermanno Daelli, a due passi da Palazzo Strozzi, ha attirato la nomenklatura locale, dal Sindaco Nardella fino a Renzi, per l’apertura del negozio di Scervino. Paltò di Luca Paganelli sovverte le linee classiche di parka ligi e impermeabili con graffiti urban culture. Druhmor incanta con i mischi di colori quasi poetici di lavorazioni e patterns minuti, impagina righe a forte contrasto, vibrazioni décalé e tartan sapienti, miscela cromie vivaci legate da toni di un rosa intenso, dal viola, dal fucsia. Un oggetto del desiderio è la sahariana-camicia seersucker del napoletano Finamore, che coniuga eleganza anglofila a una leggerezza e a un comfort sportivo, dando vita a giacche di freschezza assoluta off white, verdi, rosso papavero. @cesarecunaccia

Pitti Immagine Uomo, pittimmagine.com

Un dj-set – Drake e Virgil Abloh

Janey Whiteside, Executive Vice President and General Manager American Expresss

Text Angelica Carrara

 

La spesa complessiva per il lusso cresce quattro volte rispetto al tasso di spesa per i beni di quotidiano consumo. La spesa delle compagnie aeree di lusso cresce del 12% rispetto al 5% dei trasporti commerciali. Alloggio e crociera di lusso crescono del 4% contro il 3%. La moda di lusso cresce all’1%, rispetto alla moda di consumo, che in realtà è in calo del meno 4%. «Si tratta di fare cose, non di comprare cose», dice Janey Whiteside – Executive Vice President di American Express – definendo un codice del lusso.

Janey Whiteside era a Venezia lo scorso weekend, in occasione del Business of Luxury Summit organizzato dal Financial Times. Ha riassunto American Express in tre parole: esclusività, servizio e esperienza. Mi torna in mente un refrain di quella canzone Love, sex, American Express – il brano cantato dal vocalist nigeriano Dr. Feelx. «Non l’avevo mai sentita prima d’ora» ribatte Whiteside: «La cosa più importante per un marchio è essere rilevante nella cultura, avere un significato aspirazionale».

Aspirazionale – lo status di American Express. Fondata a Buffalo nel 1850 da Henry Wells, William Fargo come società di trasporto valori, nel 1891 inventa il primo strumento prepagato della storia, il travelers cheque e nel 1958, la prima carta di credito, Amex. Per viaggiare – nel mondo, su internet, ovunque, in modo sicuro. «Fin dall’inizio è stata una questione di sicurezza – questo ci identifica come brand», ancora, Whiteside dimostra abilità di sintesi nella definizione primaria.

«Amex vuole essere sicuro che tu sia sicuro». Holly Golightly provava questa sensazione facendo colazione da Tiffany & Co., il miglior posto al mondo in cui non può accadere nulla di male, diceva. Whiteside prosegue: «Per me, qui a Venezia è Cipriani. A New York è Sant Ambroeus. American Express ricrea un posto sicuro a livello globale nei luoghi scelti dai suoi member». Nel deserto, a Coachella, c’è la Platinum House, dove fare meditazione e rigenerarsi. La Platinum House dello scorso Art Basel Miami era un dj set privato per Drake e per Virgil Abloh. Negli Hamptons, prenotare all’Eleven Madison Park, il pop up del chiacchierato ristorante di New York firmato Humm-Guidara, è possibile solo tramite American Express.

Strisciare. Sono i Millenials i nuovi big spender del lusso. Nel 2017, negli Usa, più della metà delle nuove attivazioni American Express è stata fatta da ragazzi tra i 18 e i 25 anni che spendono più della generazione adulta. «Ricordo la mia prima Amex alla fine del college, una legittimazione. Indipendenza e sicurezza tra le mani. Per la nuova generazione ci vuole di più, e noi offriamo un’amplificazione dell’esperienza. Sono loro i nostri ambassador». Amex ne ha arruolati quindici in un comitato consultivo, il Platinum Collective, progettato per ispirare e informare i nuovi membri. Un board che comprende la designer di gioielli Jennifer Fisher, Bronson van Wyck, designer di ogni evento di New York City. Bazan di Thom Browne, Morgan Collett di Saturdays NYC e Kristen Maxwell Cooper di XO Group – tra gli altri.

Janey Whiteside – Executive Vice President e General Manager, Global Premium Products e Benefits di American Express.

 

Più informazioni sulla carta Platino American Express, americanexpress.com

Più informazioni sulla American Express Platinum House, americanexpress.com/platinum-house

Il diavolo e l’acqua santa

C’è una differenza, sempre meno sensibile, fra la moda e la maschera. Da una parte c’è l’azzardo, l’eccentricità e quel tocco di ironia che permettono a una donna di giocare e comprendere la moda, diventando un’espressione estetica a uno stimolo visivo per chi di moda vuole intendere – dall’altro, ci sono il teatro e il carnevale.

Qualche giorno fa ho visto un accostamento tra le attrici in gara per gli Oscar del Porno e le dive sul red carpet del Met Gala degli ultimi anni. Le prime sedevano sobrie e composte in platea, le seconde sembrava volessero rubare il set alle prime.

Questa premessa è lecita oggi per introdurre i migliori abiti (e i peggiori) visti ieri sera a New York – all’inaugurazione della mostra che racconta quanto l’immagine della religione cattolica abbia influenzato nei secoli recenti l’estetica comune – Heavenly Bodies, il titolo che scorrendo le foto, davvero suona come una nemesi.

We do love it

Not so good

Met Gala 2018

 

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

 

Si salvi chi può? Diciamolo, considerato il tema del Met Gala di quest’anno che lega la moda alla fede cattolica. È quel lunedì dell’anno, la sera del primo lunedì di maggio, quando alta società, sistema fashion, il meglio di Hollywood e qualcun altro ancora si incontrano nell’Upper East Side. Il Met Gala è co-hosted da Amal Clooney, Rihanna, Donatella Versace e Anna Wintour, il gala di inaugurazione della mostra Heavenly Bodies, Fashion and the Catholic Imagination. Il tema è un confronto di ritualità – o profanità – tra quaranta parametri sacri mai usciti dalle mura della sagrestia della Cappella Sistina, e la moda.

Potere temporale o spirituale? Il diavolo e l’acqua santa. Si salveranno gli stilisti che cuciono croci e immagini votive su abiti da cocktail – forse. Corone auree, o di spine, tiare e ali d’angelo. Parlare di scandalous, di blasfemo è così anni Novanta. La più bella, all’unanimità mondiale di stamattina, appare Blake Lively in Versace. Discutibile, Rihanna con tiara papale e mini dress tempestati di pietre firmato da John Galliano per Maison Margiela. Non moda ma teatro e carnevale quindi per Jennifer Lopez in Balmain e Lana del Rei in Gucci – troppo inutilmente sexy Emily Ratajkowski. Che Dio le aiuti.

Anna Wintour, in Chanel tanto impeccabile da apparire irrilevante. Sempre all’unanimità mondiale, a quanto pare (e non vale neanche la pena pubblicarne una foto), la peggiore: Amal Clooney. Il fatto che la regina abbia presenziato all’ultima sfilata di Richard Queen, non autorizzava al Clooney a pantaloni neri e strascico floreale da tovaglia domenicale – un peccato: correvano voci che sarebbe arrivata con l’abito dell’Angelo, leggendario di Capucci, e sarebbe stata gloria.

Photography
Getty Images

Burberry Blu Pavone

Video Claudia Bellante

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

 

Aprile, sabato sera a Milano in una sala blu pavone. Burberry insieme a The Fashionable Lampoon ha ospitato un dinner alle Fonderie Milanesi. In un presente di cambiamento per la Maison britannica, mentre la direzione creativa va a Riccardo Tisci, c’è un heritage da celebrare. Il trench, ripensato come su disegno architettonico, resta il capo iconico, impermeabile all’acqua e al tempo che passa – da annodare in vita.

Charme post-industriale della vecchia Milano, sabato sera: una festa in un luogo nascosto alla fine di una strada ricoperta di ghiaia, nei locali di un’ex fonderia. I mattoni a vista, una bicicletta pende da sopra una trave. Nella sala peacock blue due tavole gemelle – i capotavola vanno sempre occupati, non si lascia un ospite a conversare nel vuoto. Legno grezzo e nessuna tovaglia, solo vasi in fiore: anemoni rossi, ranuncoli neri e syringia color cipria.

Fuori, la primavera. L’edera s’intreccia a una ragnatela di luci. Giada Ripa e le sue sperimentazioni fotografiche, Fiammetta Cicogna e il sogno catulliano. Nina Zilli mette una felpa verde sopra a una gonna romantica di tulle rosa fucsia. Si parla dei giorni dell’arte, della settimana del design che inizia e invade Milano. Tommaso Fantoni, architetto e pronipote di Osvaldo Borsani, racconta di Villa Borsani a Varese, che per la prima volta apre le sue porte in attesa della retrospettiva sul designer e architetto che inaugurerà a maggio in Triennale. Un nodo che non si scioglie.

La cultura della pioggia

Text Angelica Carrara. Si attende la direzione creativa di Riccardo Tisci. Il trench simbolo della maison si presta a giochi di styling. Riviste e piattaforme nel mondo hanno presto dato luogo a una conversazione estetica, a proposito del trench. HypeBeast gioca sul digitale, The Fashionable Lampoon apre una styling session.

Per maggiori informazioni su Burberry trench coat heritage: burberry.com

La cultura della pioggia

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il futuro è in attesa: si attende la direzione creativa di Riccardo Tisci. In un presente di transizione, il trench simbolo della maison si presta a giochi di styling. Tre modelli iconici: il Chelsea, aderente con la vita affusolata, spalle strette per le donne e arrotondate per gli uomini; il Kensington, come lo vogliono le proporzioni moderne, più sagomato; il Westminster dal taglio rilassato.

Cinque stylist – Jack Borkett, Anders Thomsen, Victoire Simonney, Ruben Moreira e Danny Reed – hanno ragionato sul trench in un portfolio di scatti di Thurstan Redding. Riviste e piattaforme nel mondo hanno presto dato luogo a una conversazione estetica, a proposito del trench. HypeBeast gioca sul digitale, Lampoon apre una styling session in via Monte Napoleone – e una festa alle Fonderie Milanesi, sabato prossimo.

Una conversazione: in inglese, si contano trentacinque parole per indicare la pioggia – per esempio, cloudburst è una pioggia breve e improvvisa. Il trench è un predicativo della pioggia – tralasciando l’ombrello che «è stato fatto per portarlo al braccio, come un pipistrello decorativo», diceva Gabriel Garcia Màrquez – facile a dirsi da un sudamericano. A Casablanca, un aeroplano in partenza, Humphrey Bogart guarda la pioggia mescolarsi alle lacrime di Ingrid Bergman. Marlene Dietrich è alla ricerca del legionario Gary Cooper, nel 1930: vestita da uomo, in trench, sdogana il primo bacio gay del cinema. Diluvia – Audrey Hepburn corre alla ricerca di Gatto, il temporale e il suo trench segnano il finale – mentre il tubino di Givenchy era – notare la coincidenza – solo l’inizio.

Il passato sembra lontano. Christopher Bailey ha lasciato la maison dopo diciassette anni. Un suo mezzo inchino con saltello e un bacio al marito a fine spettacolo. La sfilata è stata una celebrazione degli ultimi quarant’anni della cultura britannica, sotto un arcobaleno di luci – l’installazione Our Time di United Visuals Artist. L’arcobaleno, simbolo della comunità LGBTQ – lesbian, gay, bisexual, transgender, queer – è un interrogatorio del tempo che passa, non solo della casa di moda inglese, ma dell’Inghilterra. Il rainbow check, è una dichiarazione di libertà.

Read more about the Burberry trench coat heritage: https://it.burberry.com/il-trench-coat/

 

Courtesy Press Office
burberry.com – @burberry

Liu Bolin, King Chameleon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Un uomo invisibile. In posa – mette il proprio corpo tra la fotocamera e il paesaggio. Dipingendo e pitturando la propria pelle e i propri abiti, Bolin si dissolve nell’area circostante come in un’identificazione totale con l’ambiente che lo contiene. La mimetica del camaleonte. «Ho assunto un vero hacker per nascondermi tra le pagine. Si può vedere il mio lavoro anche all’interno del sito web del governo. Per rendere i miei lavori legati ai nostri tempi».

Un dialogo con gli sfondi della realtà, che siano questi muri, monumenti, architetture, slogan politici o cabine telefoniche. Una retorica dell’identità culturale e nazionale che è come un fardello dell’individuo. Stare in piedi su, essere parte di, dipingersi la realtà addosso. Come fosse una tela, non rigorosamente bianca«Il materiale più importante su di me è l’uniforme dell’esercito. All’inizio ho imitato il trucco di un cecchino». Un artista politico? Quasi. Il suo obiettivo ultimo resta esprimere la relazione tra la civiltà e l’essere umano. «Sono confuso. Sento di sapere meno quando faccio di più».

La realtà politica e sociale è materia per Liu Bolin: ne ha fatta un’illustrazione sentimentale. Bolin non ha l’intento di scomparire, ma di sopravvivere. Oggi il mimetismo non serve più a nascondersi, ma è strategia di visibilità. Un’ansia per la modernità. «La creazione di arte deve avere a che fare con i nostri tempi. Bisogna esprimere l’ansia del nostro presente con l’arte di ciò che abbiamo». I problemi dello sviluppo sociale sono ovunque – guerra, crisi economica, sicurezza alimentare e inquinamento atmosferico minacciano il futuro di ogni essere umano. «Voglio mantenere uno stato attuale di questi argomenti». C’è sempre lo stesso concetto dietro alle sue social sculptures.

Le sfide che un artista contemporaneo cinese deve affrontare sono tante, a partire dal sistema simbolico del proprio paese. Artista multidisciplinare – la sua prima serie è stata fotografica, ma usa anche pittura, fotografia, scultura e performance. La tecnologia è solo uno strumento. Decidere che sia appropriata è il compito dell’artista: «Il rapporto tra l’artista e il mondo è simile a quello tra un vecchio medico cinese e la collettività. Guarda solo e sa già dov’è la malattia». La serie Hiding in the City, iniziata in Cina, è stata poi prodotta in molte parti del mondo – dando luogo a collaborazioni, fino a progetti audaci di advertising. «Moncler mi ha permesso di realizzare un sogno: lavorare sul ghiaccio dell’Artico. È stato come tornare all’origine dell’uomo».

Nato nel 1973 nella provincia nordica dello Shandong, adulto quando la Cina era risorta dalle ceneri della Rivoluzione Culturale e intraprendeva una relativa stabilità politica, è conosciuto per la sua serie di foto in cui affronta il rapporto uomo-natura-potere politico: Hiding in the City. Vive e lavora a Pechino. La sua prima personale fu a Pechino nel 1998. Sue personali sono state presentate – tra le molte – a Les Recontres d’Arles, alla Fondazione Forma di Milano, al Fotografiska Museet di Stoccolma, al Museo H. C. Andersen di Roma e alla prima Biennale di Performance in Argentina diretta da Marina Abramovic.

Liu Bolin. The Invisible Man

17 febbraio > 20 maggio 2018
Erarta Museum
29 Liniya Vasil’yevskogo Ostrova, 2 – Sankt-Peterburg, Russia

2 marzo > 1 luglio 2018
Complesso del Vittoriano Ala Brasini
Via di S. Pietro in Carcere – Roma, Italy

17 ottobre 2017 > 27 gennaio 2018
Musée de l’Elysée
Avenue de l’Elysée 18 – Lausanne, Switzerland

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

Interview with Richard Saja

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il Toile de Jouy – letteralmente la tela di Jouy-en-Josas, un paese non lontano da Versailles. Un tessuto nato nel 1770. Fu Christophe Philippe Oberkampf a sperimentare per primo la stampa su stoffa. La tradizione voleva l’uso di gradazioni rosse e rosate, alternate ai verdi e ai blu. Non manca il bianco e nero, sfumato fino al grigio. Una fantasia su tessuto per viaggiare – i primi orientalismi che illustravano costumi lontani. Racconti d’amore su scene di vita bucolica. La toile de Jouy diventa ‘toile of joy’ quando passa per le mani di Richard Saja.

Con i suoi ricami raggiunge una dimensione bizzarra. «La chinoiserie possiede un senso di meraviglia, comunque venato da una certa tristezza. Da qui parto, per reclamarne lo stupore che mi trasmette». Un cavaliere indossa una maschera e si fa la cresta punk per corteggiare la damina con la gonnella a ragnatela e la punta del naso blu. Richard Saja con l’ago sovverte la trama – della stoffa e della storia. La sua estetica si fa beffe della realtà e scardina anche le nostre certezze. «Sebbene già denso d’immagini, il toile è destinato a scomparire. Funziona come uno schema in cui ogni singolo elemento non si distingue più attraverso la ripetizione delle immagini. Il mio lavoro rompe questo schema». È illimitata l’interazione tra pattern, colori e texture. Abbellendo selettivamente le sue piccole aree, inverte il suo uso storico. Ne sovverte i tempi. «L’anonimato della stampa si rompe. Si evolve in un contesto nuovo». Come le pagine di un libro in bianco e nero che implorano colore. Perché il ricamo e non la pittura? «Necessità, vendevo cuscini e dovevo stare al passo con la produzione. Uno sfogo. Dopo aver preso un ago in mano ho trovato lo sbocco per le mie inclinazioni ossessivo-compulsive e per una generale fastidiosità. Non avendo talento per dipingere ho scoperto che ago e filo interdentale mi permettevano di ottenere risultati molto simili e che, inaspettatamente, avevo un talento per quello».

Un dono di famiglia forse. «Parenti lontani possedevano negozi di mobili in Italia, erano intagliatori di legno. Una loro discendente, una mia cara zia zitella che chiamavo ‘the Lady’, lavorava come assistente designer qui a New York. Non so se sia natura, nutrimento o nessuno dei due, ma ero un creativo fin da piccolo. Ci ho messo un po’ a trovare il mio métier d’art». Se non fosse un artista. «Da bambino volevo essere una rockstar o uno dei ragazzi perduti di Peter Pan o la volpe o la puzzola». Se fosse un artista. «Piero Fornasetti. Sento un’affinità con il suo lavoro. Ha iniettato un umorismo palpabile in un campo che si prende troppo sul serio. Posso solo sperare di avvicinarmi al suo spirito disinvolto e alla sua eleganza».

Il tessuto mette in scena paesaggi pastorali, ma Richard Saja ci ricama sopra un’altra storia con personaggi immaginari. Ci sono l’uomo ombra e l’uomo verde. L’uomo peloso, le teste di fuoco, la madre universale. I bimbi sperduti di Peter Pan e il coniglio addormentato di Goodnight Moon. Ricamare le figure ricoperte di pelliccia è come un’esperienza meditativa – si perde in uno Yeti o in uno Sasquatch. Erano una sua ossessione infantile – ancora oggi è La Bella e la Bestia la sua fiaba di riferimento. Quella che era una solida arcadia diventa un universo parallelo, un mondo andato a gambe all’aria. «Il toile è una sfida. Ricavare qualcosa di nuovo ogni volta. Il concetto originale era quello di ricamare i tatuaggi facciali Maori su figure del Diciottesimo secolo». Un’arte nata da un disguido temporale. Il nome della compagnia non mente Historically Inaccurate. «Mi sono dato al ricamo alla fine degli anni Novanta, prima lavoravo in ambito pubblicitario. Durante le fiere osservavo le persone leggere i cartelli. La confusione diventava comprensione, anche piacevole».

Il processo creativo è quasi improvvisato. Non ha già tutto in mente. Di solito verso mezzogiorno, si siede con una tela vuota in mano e lascia scorrere la magia. Le sue dita sono spontanee, per questo non ama lavorare su commissione. Nessuna immagine specifica «per quello è sufficiente prendere una scimmia dalle dita agili». Ricamo e tecnologia sono un ossimoro. Ha provato a sperimentare con atti meccanici e tessuti intelligenti, ma ha fatto uno sforzo consapevole per fare tutto il suo lavoro da solo e a mano. «La tecnologia impone ciò che è possibile mentre la storia impone ciò che è pratico. Il ricamo a macchina non sarà mai in grado di imitare gli aspetti gestuali che un umano impregna nelle cuciture». Un fan dell’arte tradizionale, con la sua cifra ironica lancia il ricamo vecchio stile e sfida lo spettatore a ridefinirne il significato. «Mi piace pensare che qualcuno, dopo aver visto un mio pezzo, vada a scavare un po’ nella storia del toile de Jouy». I fili si intrecciano come in un gioco di complementi e contraddizioni inerenti all’unione di ciascuno con l’altro. Così nel ricamo scava nell’interazione umana e introduce ‘l’altro’ in un contesto non suo. Ogni piccolo abbellimento è motivo di accettazione che sfida l’idea della differenza «Il messaggio non è pedante, ma è lì».

Un aneddoto. «Il mio primo progetto su larga scala. Stavo ricamando La vita lungo il Mississippi per tappezzare le pareti della reception del Commanders Palace di New Orleans. Una vignetta nella stampa raffigurava un tavolo nel bosco circondato da uomini e donne che alzavano i loro bicchieri in un brindisi. Li ho trasformati in clown con parrucche assurde, colori vivaci e nasoni rossi. Il cliente mi ha chiesto di rimuovere i nasi da clown. Per anni mi sono chiesto perché il naso e non la parrucca».

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

Hotel MontChalet

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

A ottomila e venticinque piedi, l’equivalente di duemila e quattrocentodieci metri d’altitudine – lassù, dove le marmotte fischiano e le cime dei monti in autunno sono blu, mentre le nuvole architettano libertà che si respira nell’aria tenuta a bada dall’eternità delle Dolomiti. Qui si distilla il Gin 8025: sul Monte Seceda, in Val Gardena, dietro alla Baita Sofie di Markus e Brigitte. È la hütte della famiglia Prinoth: da giugno fino a fine novembre, prima di andare a lambicar, si raccolgono i botanicals.

I botanicals sono segreti sussurrati alle montagne. «Le bacche di ginepro. Le pigne del cirmolo e del pino mugo. La radice di angelica e l’asperula» – Markus ce ne svela solo qualcuna delle tredici erbe del suo Gin 8025, il più ‘alto’ del mondo. Profuma di bosco e ha un retrogusto di pompelmo. «Si serve con tre-bacche-tre di ginepro, acqua tonica Fever Tree e ghiaccio da acqua di fonte» – si raccomanda. La sua lavorazione si divide tra i prati d’alta quota, dove si va a caccia di erbe, e la distilleria Villa Laviosa di Terlano, azienda nata nel 2000 con l’obiettivo di realizzare distillati legati al territorio, e coniugare tradizione con innovazione. «L’8025 è un gin a zucchero zero perché il nostro scopo – sottolinea Alberto Franchi titolare di Villa Laviosa – è utilizzare tecniche che esaltino le proprietà delle singole botaniche, mantenendo i profumi e gli aromi originali delle piante raccolte nelle nostre terre».

Giù a valle, a Ortisei, di cirmolo profuma l’Hotel MontChalet di Kuno Moroder – cugino del discografico Giorgio Moroder. In soli dieci mesi, a fronte di un investimento di quattordici milioni di euro, ha inaugurato insieme all’amico e compagno di rally Marco Pezzuto, l’ultimo nato cinque stelle lusso gardenense. Che come si direbbe è tutto di legno, ma che è come se nel legno fosse stato scolpito. Lo chalet va scoperto dal basso. A partire dal garage che è un salotto. «È la passione comune per le macchine ad averci unito» – spiega Kuno, mentre ci racconta delle gigantografie alle pareti, un tributo agli amici: «Ci sono il pilota Walter Relul, Max Biagi e Carolina Kostner. Un Elikos – eccellenza degli elicotteri gestori del soccorso alpino, una macchina austriaca in carbonio della KTM». Nella wine cellar si può anche cenare e nella sala cinema insonorizzata si sta su poltrone bergerè. Un piano più su c’è il ristorante, con servizio e gentilezza tutto italiano – auguriamo la stella allo chef napoletano Francesco Carata. Nell’area wellness il legno diventa scuro, e il marmo di Patagonia si tuffa con i suoi colori – bianco, nero e oro, in una piscina cerulea per sbaglio. Niente Jacuzzi, è privata sul balcone di ogni suite – sedici in tutto. In camera, il colore del legno si mimetizza con le stoffe del letto, in contrasto solo alle maioliche di onice che s’intravedono nella sala da bagno.

Baita Sofie, Famiglia Prinoth
Via Mastlè, 64 – Santa Cristina Valgardena BZ
seceda.com

Hotel MontChalet
Via Paul Grohmann, 97 – Ortisei BZ
montchalet.it

Villa Laviosa
Via Bolzano, 11 – Terlano (Bz)
villalaviosa.it

Images courtesy of Press Office
stemaxeventi.it

Billie Achilleos, the maker of things

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Seduta per terra, impegnata nell’arte di fare cose. Maker of things – è la sua definizione. L’esordio a teatro, dove costruivi pupazzi e marionette. «Al Blind Summit Theatre, l’ho fatto per un paio d’anni, oltre a decorare le vetrine di Natale. Faccio cose per il piacere di farlo, mi ci è voluto un po’ per abituarmi all’idea di essere chiamata artista». Hai una visone distorta della realtà, gli oggetti sono pezzi di lego da assemblare per costruire qualcos’altro. «Vedo cose nelle cose. Una diversa forma di spettacolo di marionette. Come il burattinaio sa animare un pupazzo, io posso creare un personaggio senza doverlo muovere. Può sembrare naive, ma è la mia visione delle creazioni».

Sono famosi i tuoi animali. «Mi piacerebbe saper creare figure di persone, ma ogni volta che ci provo è un disastro. Forse perché ho tanti amici che lo sanno fare molto bene e paragonandomi a loro mi deprimo. Vorrei innamorami. Sarà l’età (trentadue, n.d.r.), o il bisogno di una nuova sfida. Credo di soffrire della sindrome dell’artista stanco. Fino a oggi ho lavorato per togliere il fiato alle persone. Spero di tornare a riscoprire l’arte per l’arte piuttosto che l’arte per la commissione». Com’era andata con Louis Vuitton? «Era il 2009, quando l’amica di un’amica mi chiamò, chiedendomi se volessi creare sei animali che finirono col diventare venti. Non avevo mai toccato la moda prima di allora, motivo per cui non avevo la minima inibizione nel fare buchi in borse costose e di valore. Una fan di Louis Vuitton non sarebbe mai riuscita a farlo. Ancora oggi ringrazio quella donna per aver visto del potenziale in me, chissà dove sarei ora». Le borse sono pezzi da costruzione e da collezione. «Sono la persona meno alla moda che conosca. Le uniche cose di marca che ho sono regali di Louis Vuitton, e di Smithson, oppure di seconda mano. Giacche vintage della boutique di mia zia Maria, aveva un negozio negli anni Ottanta, e altre giacche usate di charity shop. Nell’Essex, dove vivo, tutte sognano una borsa di Vuitton».

La pelle. «L’ho usata per così tanto tempo che ora mi annoia un po’. Alla fine del college impazzivo per il legno, forse dovrei tornare a intagliarlo. Ho comprato una saldatrice per lavorare il metallo. Da poco mi sono trasferita in uno studio-community ad Harlow. C’è chi soffia il vetro, c’è un fabbro, un falegname. Sto vivendo un momento in cui devo riscoprire il lato divertente del lavoro». Oggi, qui, è un buon momento. «Questo progetto è diverso. Mi chiedono sempre di creare animali e questa volta mi divertiva l’idea di poter cambiare. La sfida: non ho molto tempo e non posso tagliare alcuna borsa, metterò occhi ovunque e creerò personaggi». A me gli occhi. «A lezione di scultura ti insegnano ad aggiungere gli occhi come ultima cosa, perché è in quell’istante che l’opera prende vita. Le lenti del fotografo poi aggiungono un’altra dimensione».

Voce del verbo fare. «Quando mi danno una scatola, ci devo fare qualcosa. Faccio e basta, non penso. Non è un concetto troppo artistico. L’istante in cui sento l’energia. Non sono brava a rifinire o a perfezionare. Quello che ho creato oggi è un processo organico: dare carattere a un oggetto». Dovresti chiamare le tue opere per nome. «Dare un nome implicherebbe dare più importanza di quello che questi oggetti sono» – e se si animassero? «Sarebbe un sogno. A volte li guardo e vorrei iniziassero a muoversi e a camminare. Vorrei che le persone vedessero la follia in quello che creo. Credo che nella fotografia di accessori manchi un po’ di follia, anche borse e scarpe dovrebbero divertirsi come fanno le modelle». Una visionaria che guarda gli oggetti, ma vede tutt’altro.

Il posto magico. «Il bosco. La Epping Forest, è vicina a dove abito eppure non l’ho ancora esplorata tutta. Posso ancora perdermi lì dentro. Mi piace cercare i funghi. Mi affascina come un giorno non ci siano e quello dopo sbuchino fuori non si sa come. Mi diverte la loro forma, il loro colore». Potresti essere la nipote di Lewis Carroll. «La scorsa settimana ero alla ricerca d’ispirazione e mi sono costretta ad andare alla Tate Modern nonostante non ho mai pensato di trovare nell’arte una mia conversazione. I miei eroi sono personaggi del cinema, dei film, sono le marionette e l’animazione. Patrick Woodroffe – ho tutti i suoi libri da quando ero bambina, è l’illustratore più pazzo che ci sia. Terry Gilliam realizza le idee più folli. Le avventure del barone di Munchausen sono la mia ossessione». La tua energia. «Devo alternare un lavoro che creo per mio desiderio a uno commissionato. Socializzare è vitale. Ho sempre un lavoro part time, in un pub o al supermercato, per essere ispirata. Stare da sola in una stanza per una settimana non porta a nulla di buono. Ho bisogno di incontrare persone per tenere in moto la mia macchina creativa. L’odore dei libri usati, i negozi di antiquariato. Non resisto ai coffee-table book».

Un paio di forbici salverà il mondo. «Come si può vivere senza? Una volta stavo andando in vacanza, ai controlli in aeroporto mi fermarono per il Leatherman (il coltellino svizzero, n.d.r.) nella borsa. Sono tornata indietro a fare imbarcare la borsa a costo di averlo con me, rischiando di perdere il volo». Art attack – non hai mai avuto un impulso incontrollabile davanti a un oggetto e tu con le forbici in mano? «Ne ho avuto solo uno ed è finito in un heart attack: quando ci fu l’ennesimo attacco terrorista a Londra, al Borough Market – ero sconvolta, avevo lavorato al mercato per un periodo. Quella notte non riuscivo a dormire, riflettevo sull’arte attivista e la street art, non ne avevo mai fatta. A mezzanotte sono uscita di casa carica di stoffa e ho tappezzato la città con la scritta we stand together. Non una frase originale, ma non sono una scrittrice: volevo una frase tipica, che si usa da noi in Inghilterra, per darsi forza. Quella notte, al mio rientro ebbi la mia prima crisi di Addison e finii in ospedale».

From The Fashionable Lampoon Issue 10

 

Photography
Alexander Beckoven

 

Set Designer
Billie Achilleos

Editing and Coordination on Set
Angelica Carrara and Carolina Fusi

Photography assistant
Riccardo Ferri

Digital tech
Arnaldo Abba

Post-production
Luca Trevisani

Special thanks to
Le Fragole
di Campatelli Elisabetta

Giro-Dior-in-tondo

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Luna piena, rotonda, ti gira intorno. Una notte di luglio a Ibiza, a San Carlos, nel bosco del mondo. La sciamana accoglie tutti con un abbraccio, tutto attorno. Il fuoco sacro che scalda le pietre è verso est, dove il sole, il dio chiamato Tonatiuh, sorge. Una luce viene a fecondare il grembo della madre terra, la capanna del Temazcal, nel profondo.

Sono tutti seduti in cerchio. Non bisogna giudicare chi commette errori. Si sta tutti lì con amore perché la sfera possa restare intatta. Non si può imbrigliare il vento in un circolo. Bisogna perdersi nel buio per ritrovare il lato più interiore. Dopo sette minuti mi sono trascinata fuori. Avevo paura.

È un rito ancestrale quello del Temazcal. Riconnette con il cosmo e la sua matematica sacra, con la madre terra, con il potere degli elementi, con le forze degli animali alleati e le fonti di potere della stirpe celeste. In gioco il cosmo e la terra. Gli elementi delle diverse ere, tutti, attraverso i quali il mondo è passato e continua a passare. Terra, vento, fuoco e acqua.

Noi che viviamo nel sesto Sole sulla scia femminile. Inconsapevoli del potere della Grande Madre Terra. La Madre Terra che crea la vita, guarisce il male, sconfigge la morte – è il potere che è infuso nell’essere femminile. Il corpo è la terra al suo stato primitivo. Primitivo che è un logicamente elementare come sosteneva Claude Lévi-Strauss. Vero, autentico, senza sovrastrutture. Situazione originaria e originale. La donna.

Al centro del mondo. Il mondo, quand’era rotondo.

Sono rotondi i tarocchi femministi Madrepace di Vicki Noble. Sciamana-curatrice e autrice de Il risveglio della dea, scrive: «Voglio conoscere me stessa fin nel mio centro sacro e in quello spazio voglio conoscere e toccare gli altri». Hanno ispirato i Tarots di Dior di Maria Grazia Chiuri. Recupero della fascinazione per la divinazione che era cara a Monsieur Dior.

Video editing Giulia Bertuletti
@giuliabertuletti

Albergo Bucaneve

Albergo Bucaneve, Bielmonte

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il genius loci è l’interazione tra un luogo e un’identità. Un legame. Indissolubile è quello che dal 1910 unisce l’attività laniera di Ermenegildo Zegna al suo territorio. Sulle alpi biellesi, dove l’acqua è nobile. Scorre giù dalle montagne fino a Trivero e viene raccolta in una vasca a Casa Zegna. Dentro ci si lava la lana – «quand’ero piccola il nonno ci portava lì a schettinare» – ricorda Anna Zegna. È l’acqua più leggera d’Europa, è il segreto dietro all’eccellenza dei tessuti Zegna. Le ‘ricette’ sono custodite in duemila e duecento volumi nell’archivio di Casa Zegna, una dimora anni Trenta. La casa di famiglia, circondata dal lanificio verde – utilizza solo fibre nobili, e da cento chilometri quadrati di territorio protetto, che formano l’Oasi Zegna nata nel 1993.

«Nella lana ci si lanciava in tuffo». La lana – merino dall’Australia e dalla Nuova Zelanda, il kid mohair dal Sudafrica, il cashmere dalla Inner Mongolia, la vicuna dagli altipiani andini del Perù. Un chilogrammo di lana equivale a centottanta chilometri di filo. Negli anni Sessanta Ermenegildo ne fece uno lungo centoventi chilometri – un filo lungo da Trivero a Milano, di quattro micron – un micron equivale a un millesimo di millimetro. Nacque così il tessuto centoventimila che gli valse il Vello d’Oro di Giasone.

L’habitus non è solo un abito, ma un modo di essere. Al tempo erano gli inglesi i migliori produttori di tessuto. Per Ermenegildo fu una sfida. Nel 1938, andò in America a spiegare ai sarti italiani l’importanza del tessuto made in Italy, il primo a essere marchiato con il logo. Negli stessi anni la prima campagna – un pugnale foderato di tessuto Zegna che spezzava la catena del dominio britannico, segnava una nuova supremazia e la nascita di un modo: per fare un abito Zegna servono cinquecento mani.

Scarpe grosse, cervello fino. Imprenditore e filantropo, Ermenegildo pensava alla coesione con la comunità prima di tutto. Casa Zegna è uno spazio di accoglienza, un centro socio-esistenziale con rotazione di contenuti ogni sei mesi e una mostra permanente. «Serviva una strada per raggiungere la cima della montagna, il nonno la disegnò». Per ingentilire la salita che porta a Bielmonte sono state piantate cinquecento mila conifere e un’intera conca di rododendri che nel mese di maggio si tinge di viola. La strada, che collega il biellese con la valle d’Aosta, è nascosta tra i boschi dove passavano i lupi della Val Sessera e dove oggi le sentinelle dell’ambiente, le api – più di quattrocento, producono miele di rododendro selvatico.

In cima, al Bucaneve, il larice è ovunque. Brucia sul fuoco e profuma l’aria. È lucido sulle pareti, vissuto quello dei tavoli, scricchiolante sotto ai piedi. Sa ancora di anni Sessanta, quando l’architetto Luigi Vietti aveva progettato questo hotel di sole venti camere. In tavola manca il vino, c’è solo dell’acqua profumata – di zenzero, lime e melograno. «Si mangia poco di quel che si trova in città» – spiega lo chef, il piemontese Giacomo Gallina, mentre ci versa un Nebbiolo in purezza, rotondo. «Guardo fino all’Appennino ligure. Vedo il gorgonzola, il riso, il Monferrato. Tanta verdura – il topinambur, il trussotto, le rape, le zucche dell’orto».

Albergo Bucaneve

Strada Panoramica Zegna, 232 – Località Bielmonte, Veglio, Biella

+39 015.744184

Image courtesy of Press Office
zegna.com – @zegnaofficial

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