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angelica carrara

La cultura della pioggia

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il futuro è in attesa: si attende la direzione creativa di Riccardo Tisci. In un presente di transizione, il trench simbolo della maison si presta a giochi di styling. Tre modelli iconici: il Chelsea, aderente con la vita affusolata, spalle strette per le donne e arrotondate per gli uomini; il Kensington, come lo vogliono le proporzioni moderne, più sagomato; il Westminster dal taglio rilassato.

Cinque stylist – Jack Borkett, Anders Thomsen, Victoire Simonney, Ruben Moreira e Danny Reed – hanno ragionato sul trench in un portfolio di scatti di Thurstan Redding. Riviste e piattaforme nel mondo hanno presto dato luogo a una conversazione estetica, a proposito del trench. HypeBeast gioca sul digitale, Lampoon apre una styling session in via Monte Napoleone – e una festa alle Fonderie Milanesi, sabato prossimo.

Una conversazione: in inglese, si contano trentacinque parole per indicare la pioggia – per esempio, cloudburst è una pioggia breve e improvvisa. Il trench è un predicativo della pioggia – tralasciando l’ombrello che «è stato fatto per portarlo al braccio, come un pipistrello decorativo», diceva Gabriel Garcia Màrquez – facile a dirsi da un sudamericano. A Casablanca, un aeroplano in partenza, Humphrey Bogart guarda la pioggia mescolarsi alle lacrime di Ingrid Bergman. Marlene Dietrich è alla ricerca del legionario Gary Cooper, nel 1930: vestita da uomo, in trench, sdogana il primo bacio gay del cinema. Diluvia – Audrey Hepburn corre alla ricerca di Gatto, il temporale e il suo trench segnano il finale – mentre il tubino di Givenchy era – notare la coincidenza – solo l’inizio.

Il passato sembra lontano. Christopher Bailey ha lasciato la maison dopo diciassette anni. Un suo mezzo inchino con saltello e un bacio al marito a fine spettacolo. La sfilata è stata una celebrazione degli ultimi quarant’anni della cultura britannica, sotto un arcobaleno di luci – l’installazione Our Time di United Visuals Artist. L’arcobaleno, simbolo della comunità LGBTQ – lesbian, gay, bisexual, transgender, queer – è un interrogatorio del tempo che passa, non solo della casa di moda inglese, ma dell’Inghilterra. Il rainbow check, è una dichiarazione di libertà.

Read more about the Burberry trench coat heritage: https://it.burberry.com/il-trench-coat/

 

Courtesy Press Office
burberry.com – @burberry

Liu Bolin, King Chameleon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Un uomo invisibile. In posa – mette il proprio corpo tra la fotocamera e il paesaggio. Dipingendo e pitturando la propria pelle e i propri abiti, Bolin si dissolve nell’area circostante come in un’identificazione totale con l’ambiente che lo contiene. La mimetica del camaleonte. «Ho assunto un vero hacker per nascondermi tra le pagine. Si può vedere il mio lavoro anche all’interno del sito web del governo. Per rendere i miei lavori legati ai nostri tempi».

Un dialogo con gli sfondi della realtà, che siano questi muri, monumenti, architetture, slogan politici o cabine telefoniche. Una retorica dell’identità culturale e nazionale che è come un fardello dell’individuo. Stare in piedi su, essere parte di, dipingersi la realtà addosso. Come fosse una tela, non rigorosamente bianca«Il materiale più importante su di me è l’uniforme dell’esercito. All’inizio ho imitato il trucco di un cecchino». Un artista politico? Quasi. Il suo obiettivo ultimo resta esprimere la relazione tra la civiltà e l’essere umano. «Sono confuso. Sento di sapere meno quando faccio di più».

La realtà politica e sociale è materia per Liu Bolin: ne ha fatta un’illustrazione sentimentale. Bolin non ha l’intento di scomparire, ma di sopravvivere. Oggi il mimetismo non serve più a nascondersi, ma è strategia di visibilità. Un’ansia per la modernità. «La creazione di arte deve avere a che fare con i nostri tempi. Bisogna esprimere l’ansia del nostro presente con l’arte di ciò che abbiamo». I problemi dello sviluppo sociale sono ovunque – guerra, crisi economica, sicurezza alimentare e inquinamento atmosferico minacciano il futuro di ogni essere umano. «Voglio mantenere uno stato attuale di questi argomenti». C’è sempre lo stesso concetto dietro alle sue social sculptures.

Le sfide che un artista contemporaneo cinese deve affrontare sono tante, a partire dal sistema simbolico del proprio paese. Artista multidisciplinare – la sua prima serie è stata fotografica, ma usa anche pittura, fotografia, scultura e performance. La tecnologia è solo uno strumento. Decidere che sia appropriata è il compito dell’artista: «Il rapporto tra l’artista e il mondo è simile a quello tra un vecchio medico cinese e la collettività. Guarda solo e sa già dov’è la malattia». La serie Hiding in the City, iniziata in Cina, è stata poi prodotta in molte parti del mondo – dando luogo a collaborazioni, fino a progetti audaci di advertising. «Moncler mi ha permesso di realizzare un sogno: lavorare sul ghiaccio dell’Artico. È stato come tornare all’origine dell’uomo».

Nato nel 1973 nella provincia nordica dello Shandong, adulto quando la Cina era risorta dalle ceneri della Rivoluzione Culturale e intraprendeva una relativa stabilità politica, è conosciuto per la sua serie di foto in cui affronta il rapporto uomo-natura-potere politico: Hiding in the City. Vive e lavora a Pechino. La sua prima personale fu a Pechino nel 1998. Sue personali sono state presentate – tra le molte – a Les Recontres d’Arles, alla Fondazione Forma di Milano, al Fotografiska Museet di Stoccolma, al Museo H. C. Andersen di Roma e alla prima Biennale di Performance in Argentina diretta da Marina Abramovic.

Liu Bolin. The Invisible Man

17 febbraio > 20 maggio 2018
Erarta Museum
29 Liniya Vasil’yevskogo Ostrova, 2 – Sankt-Peterburg, Russia

2 marzo > 1 luglio 2018
Complesso del Vittoriano Ala Brasini
Via di S. Pietro in Carcere – Roma, Italy

17 ottobre 2017 > 27 gennaio 2018
Musée de l’Elysée
Avenue de l’Elysée 18 – Lausanne, Switzerland

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

A Conversation with Richard Saja, the Joy Subverter

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il Toile de Jouy – letteralmente la tela di Jouy-en-Josas, un paese non lontano da Versailles. Un tessuto nato nel 1770. Fu Christophe Philippe Oberkampf a sperimentare per primo la stampa su stoffa. La tradizione voleva l’uso di gradazioni rosse e rosate, alternate ai verdi e ai blu. Non manca il bianco e nero, sfumato fino al grigio. Una fantasia su tessuto per viaggiare – i primi orientalismi che illustravano costumi lontani. Racconti d’amore su scene di vita bucolica. La toile de Jouy diventa ‘toile of joy’ quando passa per le mani di Richard Saja.

Con i suoi ricami raggiunge una dimensione bizzarra. «La chinoiserie possiede un senso di meraviglia, comunque venato da una certa tristezza. Da qui parto, per reclamarne lo stupore che mi trasmette». Un cavaliere indossa una maschera e si fa la cresta punk per corteggiare la damina con la gonnella a ragnatela e la punta del naso blu. Richard Saja con l’ago sovverte la trama – della stoffa e della storia. La sua estetica si fa beffe della realtà e scardina anche le nostre certezze. «Sebbene già denso d’immagini, il toile è destinato a scomparire. Funziona come uno schema in cui ogni singolo elemento non si distingue più attraverso la ripetizione delle immagini. Il mio lavoro rompe questo schema». È illimitata l’interazione tra pattern, colori e texture. Abbellendo selettivamente le sue piccole aree, inverte il suo uso storico. Ne sovverte i tempi. «L’anonimato della stampa si rompe. Si evolve in un contesto nuovo». Come le pagine di un libro in bianco e nero che implorano colore. Perché il ricamo e non la pittura? «Necessità, vendevo cuscini e dovevo stare al passo con la produzione. Uno sfogo. Dopo aver preso un ago in mano ho trovato lo sbocco per le mie inclinazioni ossessivo-compulsive e per una generale fastidiosità. Non avendo talento per dipingere ho scoperto che ago e filo interdentale mi permettevano di ottenere risultati molto simili e che, inaspettatamente, avevo un talento per quello».

Un dono di famiglia forse. «Parenti lontani possedevano negozi di mobili in Italia, erano intagliatori di legno. Una loro discendente, una mia cara zia zitella che chiamavo ‘the Lady’, lavorava come assistente designer qui a New York. Non so se sia natura, nutrimento o nessuno dei due, ma ero un creativo fin da piccolo. Ci ho messo un po’ a trovare il mio métier d’art». Se non fosse un artista. «Da bambino volevo essere una rockstar o uno dei ragazzi perduti di Peter Pan o la volpe o la puzzola». Se fosse un artista. «Piero Fornasetti. Sento un’affinità con il suo lavoro. Ha iniettato un umorismo palpabile in un campo che si prende troppo sul serio. Posso solo sperare di avvicinarmi al suo spirito disinvolto e alla sua eleganza».

Il tessuto mette in scena paesaggi pastorali, ma Richard Saja ci ricama sopra un’altra storia con personaggi immaginari. Ci sono l’uomo ombra e l’uomo verde. L’uomo peloso, le teste di fuoco, la madre universale. I bimbi sperduti di Peter Pan e il coniglio addormentato di Goodnight Moon. Ricamare le figure ricoperte di pelliccia è come un’esperienza meditativa – si perde in uno Yeti o in uno Sasquatch. Erano una sua ossessione infantile – ancora oggi è La Bella e la Bestia la sua fiaba di riferimento. Quella che era una solida arcadia diventa un universo parallelo, un mondo andato a gambe all’aria. «Il toile è una sfida. Ricavare qualcosa di nuovo ogni volta. Il concetto originale era quello di ricamare i tatuaggi facciali Maori su figure del Diciottesimo secolo». Un’arte nata da un disguido temporale. Il nome della compagnia non mente Historically Inaccurate. «Mi sono dato al ricamo alla fine degli anni Novanta, prima lavoravo in ambito pubblicitario. Durante le fiere osservavo le persone leggere i cartelli. La confusione diventava comprensione, anche piacevole».

Il processo creativo è quasi improvvisato. Non ha già tutto in mente. Di solito verso mezzogiorno, si siede con una tela vuota in mano e lascia scorrere la magia. Le sue dita sono spontanee, per questo non ama lavorare su commissione. Nessuna immagine specifica «per quello è sufficiente prendere una scimmia dalle dita agili». Ricamo e tecnologia sono un ossimoro. Ha provato a sperimentare con atti meccanici e tessuti intelligenti, ma ha fatto uno sforzo consapevole per fare tutto il suo lavoro da solo e a mano. «La tecnologia impone ciò che è possibile mentre la storia impone ciò che è pratico. Il ricamo a macchina non sarà mai in grado di imitare gli aspetti gestuali che un umano impregna nelle cuciture». Un fan dell’arte tradizionale, con la sua cifra ironica lancia il ricamo vecchio stile e sfida lo spettatore a ridefinirne il significato. «Mi piace pensare che qualcuno, dopo aver visto un mio pezzo, vada a scavare un po’ nella storia del toile de Jouy». I fili si intrecciano come in un gioco di complementi e contraddizioni inerenti all’unione di ciascuno con l’altro. Così nel ricamo scava nell’interazione umana e introduce ‘l’altro’ in un contesto non suo. Ogni piccolo abbellimento è motivo di accettazione che sfida l’idea della differenza «Il messaggio non è pedante, ma è lì».

Un aneddoto. «Il mio primo progetto su larga scala. Stavo ricamando La vita lungo il Mississippi per tappezzare le pareti della reception del Commanders Palace di New Orleans. Una vignetta nella stampa raffigurava un tavolo nel bosco circondato da uomini e donne che alzavano i loro bicchieri in un brindisi. Li ho trasformati in clown con parrucche assurde, colori vivaci e nasoni rossi. Il cliente mi ha chiesto di rimuovere i nasi da clown. Per anni mi sono chiesto perché il naso e non la parrucca».

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

Un gin all’altezza. A ottomila e venticinque piedi

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

A ottomila e venticinque piedi, l’equivalente di duemila e quattrocentodieci metri d’altitudine – lassù, dove le marmotte fischiano e le cime dei monti in autunno sono blu, mentre le nuvole architettano libertà che si respira nell’aria tenuta a bada dall’eternità delle Dolomiti. Qui si distilla il Gin 8025: sul Monte Seceda, in Val Gardena, dietro alla Baita Sofie di Markus e Brigitte. È la hütte della famiglia Prinoth: da giugno fino a fine novembre, prima di andare a lambicar, si raccolgono i botanicals.

I botanicals sono segreti sussurrati alle montagne. «Le bacche di ginepro. Le pigne del cirmolo e del pino mugo. La radice di angelica e l’asperula» – Markus ce ne svela solo qualcuna delle tredici erbe del suo Gin 8025, il più ‘alto’ del mondo. Profuma di bosco e ha un retrogusto di pompelmo. «Si serve con tre-bacche-tre di ginepro, acqua tonica Fever Tree e ghiaccio da acqua di fonte» – si raccomanda. La sua lavorazione si divide tra i prati d’alta quota, dove si va a caccia di erbe, e la distilleria Villa Laviosa di Terlano, azienda nata nel 2000 con l’obiettivo di realizzare distillati legati al territorio, e coniugare tradizione con innovazione. «L’8025 è un gin a zucchero zero perché il nostro scopo – sottolinea Alberto Franchi titolare di Villa Laviosa – è utilizzare tecniche che esaltino le proprietà delle singole botaniche, mantenendo i profumi e gli aromi originali delle piante raccolte nelle nostre terre».

Giù a valle, a Ortisei, di cirmolo profuma l’Hotel MontChalet di Kuno Moroder – cugino del discografico Giorgio Moroder. In soli dieci mesi, a fronte di un investimento di quattordici milioni di euro, ha inaugurato insieme all’amico e compagno di rally Marco Pezzuto, l’ultimo nato cinque stelle lusso gardenense. Che come si direbbe è tutto di legno, ma che è come se nel legno fosse stato scolpito. Lo chalet va scoperto dal basso. A partire dal garage che è un salotto. «È la passione comune per le macchine ad averci unito» – spiega Kuno, mentre ci racconta delle gigantografie alle pareti, un tributo agli amici: «Ci sono il pilota Walter Relul, Max Biagi e Carolina Kostner. Un Elikos – eccellenza degli elicotteri gestori del soccorso alpino, una macchina austriaca in carbonio della KTM». Nella wine cellar si può anche cenare e nella sala cinema insonorizzata si sta su poltrone bergerè. Un piano più su c’è il ristorante, con servizio e gentilezza tutto italiano – auguriamo la stella allo chef napoletano Francesco Carata. Nell’area wellness il legno diventa scuro, e il marmo di Patagonia si tuffa con i suoi colori – bianco, nero e oro, in una piscina cerulea per sbaglio. Niente Jacuzzi, è privata sul balcone di ogni suite – sedici in tutto. In camera, il colore del legno si mimetizza con le stoffe del letto, in contrasto solo alle maioliche di onice che s’intravedono nella sala da bagno.

Baita Sofie, Famiglia Prinoth
Via Mastlè, 64 – Santa Cristina Valgardena BZ
seceda.com

Hotel MontChalet
Via Paul Grohmann, 97 – Ortisei BZ
montchalet.it

Villa Laviosa
Via Bolzano, 11 – Terlano (Bz)
villalaviosa.it

Images courtesy of Press Office
stemaxeventi.it

Billie Achilleos, the maker of things

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Seduta per terra, impegnata nell’arte di fare cose. Maker of things – è la sua definizione. L’esordio a teatro, dove costruivi pupazzi e marionette. «Al Blind Summit Theatre, l’ho fatto per un paio d’anni, oltre a decorare le vetrine di Natale. Faccio cose per il piacere di farlo, mi ci è voluto un po’ per abituarmi all’idea di essere chiamata artista». Hai una visone distorta della realtà, gli oggetti sono pezzi di lego da assemblare per costruire qualcos’altro. «Vedo cose nelle cose. Una diversa forma di spettacolo di marionette. Come il burattinaio sa animare un pupazzo, io posso creare un personaggio senza doverlo muovere. Può sembrare naive, ma è la mia visione delle creazioni».

Sono famosi i tuoi animali. «Mi piacerebbe saper creare figure di persone, ma ogni volta che ci provo è un disastro. Forse perché ho tanti amici che lo sanno fare molto bene e paragonandomi a loro mi deprimo. Vorrei innamorami. Sarà l’età (trentadue, n.d.r.), o il bisogno di una nuova sfida. Credo di soffrire della sindrome dell’artista stanco. Fino a oggi ho lavorato per togliere il fiato alle persone. Spero di tornare a riscoprire l’arte per l’arte piuttosto che l’arte per la commissione». Com’era andata con Louis Vuitton? «Era il 2009, quando l’amica di un’amica mi chiamò, chiedendomi se volessi creare sei animali che finirono col diventare venti. Non avevo mai toccato la moda prima di allora, motivo per cui non avevo la minima inibizione nel fare buchi in borse costose e di valore. Una fan di Louis Vuitton non sarebbe mai riuscita a farlo. Ancora oggi ringrazio quella donna per aver visto del potenziale in me, chissà dove sarei ora». Le borse sono pezzi da costruzione e da collezione. «Sono la persona meno alla moda che conosca. Le uniche cose di marca che ho sono regali di Louis Vuitton, e di Smithson, oppure di seconda mano. Giacche vintage della boutique di mia zia Maria, aveva un negozio negli anni Ottanta, e altre giacche usate di charity shop. Nell’Essex, dove vivo, tutte sognano una borsa di Vuitton».

La pelle. «L’ho usata per così tanto tempo che ora mi annoia un po’. Alla fine del college impazzivo per il legno, forse dovrei tornare a intagliarlo. Ho comprato una saldatrice per lavorare il metallo. Da poco mi sono trasferita in uno studio-community ad Harlow. C’è chi soffia il vetro, c’è un fabbro, un falegname. Sto vivendo un momento in cui devo riscoprire il lato divertente del lavoro». Oggi, qui, è un buon momento. «Questo progetto è diverso. Mi chiedono sempre di creare animali e questa volta mi divertiva l’idea di poter cambiare. La sfida: non ho molto tempo e non posso tagliare alcuna borsa, metterò occhi ovunque e creerò personaggi». A me gli occhi. «A lezione di scultura ti insegnano ad aggiungere gli occhi come ultima cosa, perché è in quell’istante che l’opera prende vita. Le lenti del fotografo poi aggiungono un’altra dimensione».

Voce del verbo fare. «Quando mi danno una scatola, ci devo fare qualcosa. Faccio e basta, non penso. Non è un concetto troppo artistico. L’istante in cui sento l’energia. Non sono brava a rifinire o a perfezionare. Quello che ho creato oggi è un processo organico: dare carattere a un oggetto». Dovresti chiamare le tue opere per nome. «Dare un nome implicherebbe dare più importanza di quello che questi oggetti sono» – e se si animassero? «Sarebbe un sogno. A volte li guardo e vorrei iniziassero a muoversi e a camminare. Vorrei che le persone vedessero la follia in quello che creo. Credo che nella fotografia di accessori manchi un po’ di follia, anche borse e scarpe dovrebbero divertirsi come fanno le modelle». Una visionaria che guarda gli oggetti, ma vede tutt’altro.

Il posto magico. «Il bosco. La Epping Forest, è vicina a dove abito eppure non l’ho ancora esplorata tutta. Posso ancora perdermi lì dentro. Mi piace cercare i funghi. Mi affascina come un giorno non ci siano e quello dopo sbuchino fuori non si sa come. Mi diverte la loro forma, il loro colore». Potresti essere la nipote di Lewis Carroll. «La scorsa settimana ero alla ricerca d’ispirazione e mi sono costretta ad andare alla Tate Modern nonostante non ho mai pensato di trovare nell’arte una mia conversazione. I miei eroi sono personaggi del cinema, dei film, sono le marionette e l’animazione. Patrick Woodroffe – ho tutti i suoi libri da quando ero bambina, è l’illustratore più pazzo che ci sia. Terry Gilliam realizza le idee più folli. Le avventure del barone di Munchausen sono la mia ossessione». La tua energia. «Devo alternare un lavoro che creo per mio desiderio a uno commissionato. Socializzare è vitale. Ho sempre un lavoro part time, in un pub o al supermercato, per essere ispirata. Stare da sola in una stanza per una settimana non porta a nulla di buono. Ho bisogno di incontrare persone per tenere in moto la mia macchina creativa. L’odore dei libri usati, i negozi di antiquariato. Non resisto ai coffee-table book».

Un paio di forbici salverà il mondo. «Come si può vivere senza? Una volta stavo andando in vacanza, ai controlli in aeroporto mi fermarono per il Leatherman (il coltellino svizzero, n.d.r.) nella borsa. Sono tornata indietro a fare imbarcare la borsa a costo di averlo con me, rischiando di perdere il volo». Art attack – non hai mai avuto un impulso incontrollabile davanti a un oggetto e tu con le forbici in mano? «Ne ho avuto solo uno ed è finito in un heart attack: quando ci fu l’ennesimo attacco terrorista a Londra, al Borough Market – ero sconvolta, avevo lavorato al mercato per un periodo. Quella notte non riuscivo a dormire, riflettevo sull’arte attivista e la street art, non ne avevo mai fatta. A mezzanotte sono uscita di casa carica di stoffa e ho tappezzato la città con la scritta we stand together. Non una frase originale, ma non sono una scrittrice: volevo una frase tipica, che si usa da noi in Inghilterra, per darsi forza. Quella notte, al mio rientro ebbi la mia prima crisi di Addison e finii in ospedale».

From The Fashionable Lampoon Issue 10

 

Photography
Alexander Beckoven

 

Set Designer
Billie Achilleos

Editing and Coordination on Set
Angelica Carrara and Carolina Fusi

Photography assistant
Riccardo Ferri

Digital tech
Arnaldo Abba

Post-production
Luca Trevisani

Special thanks to
Le Fragole
di Campatelli Elisabetta

Giro-Dior-in-tondo

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Luna piena, rotonda, ti gira intorno. Una notte di luglio a Ibiza, a San Carlos, nel bosco del mondo. La sciamana accoglie tutti con un abbraccio, tutto attorno. Il fuoco sacro che scalda le pietre è verso est, dove il sole, il dio chiamato Tonatiuh, sorge. Una luce viene a fecondare il grembo della madre terra, la capanna del Temazcal, nel profondo.

Sono tutti seduti in cerchio. Non bisogna giudicare chi commette errori. Si sta tutti lì con amore perché la sfera possa restare intatta. Non si può imbrigliare il vento in un circolo. Bisogna perdersi nel buio per ritrovare il lato più interiore. Dopo sette minuti mi sono trascinata fuori. Avevo paura.

È un rito ancestrale quello del Temazcal. Riconnette con il cosmo e la sua matematica sacra, con la madre terra, con il potere degli elementi, con le forze degli animali alleati e le fonti di potere della stirpe celeste. In gioco il cosmo e la terra. Gli elementi delle diverse ere, tutti, attraverso i quali il mondo è passato e continua a passare. Terra, vento, fuoco e acqua.

Noi che viviamo nel sesto Sole sulla scia femminile. Inconsapevoli del potere della Grande Madre Terra. La Madre Terra che crea la vita, guarisce il male, sconfigge la morte – è il potere che è infuso nell’essere femminile. Il corpo è la terra al suo stato primitivo. Primitivo che è un logicamente elementare come sosteneva Claude Lévi-Strauss. Vero, autentico, senza sovrastrutture. Situazione originaria e originale. La donna.

Al centro del mondo. Il mondo, quand’era rotondo.

Sono rotondi i tarocchi femministi Madrepace di Vicki Noble. Sciamana-curatrice e autrice de Il risveglio della dea, scrive: «Voglio conoscere me stessa fin nel mio centro sacro e in quello spazio voglio conoscere e toccare gli altri». Hanno ispirato i Tarots di Dior di Maria Grazia Chiuri. Recupero della fascinazione per la divinazione che era cara a Monsieur Dior.

Video editing Giulia Bertuletti
@giuliabertuletti

Nonno Ermenegildo

Albergo Bucaneve, Bielmonte

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il genius loci è l’interazione tra un luogo e un’identità. Un legame. Indissolubile è quello che dal 1910 unisce l’attività laniera di Ermenegildo Zegna al suo territorio. Sulle alpi biellesi, dove l’acqua è nobile. Scorre giù dalle montagne fino a Trivero e viene raccolta in una vasca a Casa Zegna. Dentro ci si lava la lana – «quand’ero piccola il nonno ci portava lì a schettinare» – ricorda Anna Zegna. È l’acqua più leggera d’Europa, è il segreto dietro all’eccellenza dei tessuti Zegna. Le ‘ricette’ sono custodite in duemila e duecento volumi nell’archivio di Casa Zegna, una dimora anni Trenta. La casa di famiglia, circondata dal lanificio verde – utilizza solo fibre nobili, e da cento chilometri quadrati di territorio protetto, che formano l’Oasi Zegna nata nel 1993.

«Nella lana ci si lanciava in tuffo». La lana – merino dall’Australia e dalla Nuova Zelanda, il kid mohair dal Sudafrica, il cashmere dalla Inner Mongolia, la vicuna dagli altipiani andini del Perù. Un chilogrammo di lana equivale a centottanta chilometri di filo. Negli anni Sessanta Ermenegildo ne fece uno lungo centoventi chilometri – un filo lungo da Trivero a Milano, di quattro micron – un micron equivale a un millesimo di millimetro. Nacque così il tessuto centoventimila che gli valse il Vello d’Oro di Giasone.

L’habitus non è solo un abito, ma un modo di essere. Al tempo erano gli inglesi i migliori produttori di tessuto. Per Ermenegildo fu una sfida. Nel 1938, andò in America a spiegare ai sarti italiani l’importanza del tessuto made in Italy, il primo a essere marchiato con il logo. Negli stessi anni la prima campagna – un pugnale foderato di tessuto Zegna che spezzava la catena del dominio britannico, segnava una nuova supremazia e la nascita di un modo: per fare un abito Zegna servono cinquecento mani.

Scarpe grosse, cervello fino. Imprenditore e filantropo, Ermenegildo pensava alla coesione con la comunità prima di tutto. Casa Zegna è uno spazio di accoglienza, un centro socio-esistenziale con rotazione di contenuti ogni sei mesi e una mostra permanente. «Serviva una strada per raggiungere la cima della montagna, il nonno la disegnò». Per ingentilire la salita che porta a Bielmonte sono state piantate cinquecento mila conifere e un’intera conca di rododendri che nel mese di maggio si tinge di viola. La strada, che collega il biellese con la valle d’Aosta, è nascosta tra i boschi dove passavano i lupi della Val Sessera e dove oggi le sentinelle dell’ambiente, le api – più di quattrocento, producono miele di rododendro selvatico.

In cima, al Bucaneve, il larice è ovunque. Brucia sul fuoco e profuma l’aria. È lucido sulle pareti, vissuto quello dei tavoli, scricchiolante sotto ai piedi. Sa ancora di anni Sessanta, quando l’architetto Luigi Vietti aveva progettato questo hotel di sole venti camere. In tavola manca il vino, c’è solo dell’acqua profumata – di zenzero, lime e melograno. «Si mangia poco di quel che si trova in città» – spiega lo chef, il piemontese Giacomo Gallina, mentre ci versa un Nebbiolo in purezza, rotondo. «Guardo fino all’Appennino ligure. Vedo il gorgonzola, il riso, il Monferrato. Tanta verdura – il topinambur, il trussotto, le rape, le zucche dell’orto».

Albergo Bucaneve

Strada Panoramica Zegna, 232 – Località Bielmonte, Veglio, Biella

+39 015.744184

Image courtesy of Press Office
zegna.com – @zegnaofficial

A Silent Swoop / Alexander Beckoven

Text Gian Paolo Serino

 

L’abbraccio di sconosciuti mi risveglia all’alba. Due ragazzi, li vedo, in fondo alla mia stanza mi salutano. Non so quanti anni abbiano, hanno delle cartelle sulle spalle. Credo debbano andare a scuola: io devo ancora fare pace con me stesso. Non ricordo perché siano qui. Non ricordo niente: mi sento sprofondare nell’infinito della sospensione.

I miei occhi macchiati di rosso vedono sirene al neon che mi fissano come fossero carene di una nave in tempesta. Ho uno strano senso di pace. Il mio cuore è ancorato ad Argo, il cane che aspettò vent’anni il ritorno di Ulisse: appena lo vide, vestito di stracci per non farsi riconoscere nella propria casa dai Proci, Argo morì. Il magnifico Odisseo, mio compagno di sempre, che di molti uomini vide le città, scrutò la mente e molti dolori sul mare patì nel suo cuore per guadagnare a sé la vita.

Ulisse se solo ancora pochi oggi ti conoscessero – il tuo nome greco Odisseo in italiano vuol dire Nessuno. Se fossi stato te mi sarei fatto slegare per tuffarmi con le sirene e perdermi nel loro canto ma non solo. Sono Nessuno – così mi alzo, la stanza mi cade addosso come liquido fetale. Mi sono fatto un bozzolo della mia solitudine amara. Galleggio e il respiro delle mie branchie mi strappa alla vita portandomi ventate d’amarezza folle e sublime.

Sono l’unico che può assediare me stesso. Sono più critico con me stesso, che con gli altri. Sono solo e soltanto Magnifico. Lorenzo il Magnifico, ma c’è anche Abdullah al-Barri e Abdullah al-Bahri dalle mie Mille e una Notte. Solimano rinchiudeva gli ifrit in lampade di rame sigillate, poi le gettava negli abissi del mare. Il primo dizionario americano si intitola Our Magnificient Bastard Tongue: The Untold History of English.

Sono l’unico che può creare e distruggere, prendere tra le mani un volto di donna e accarezzarti i capelli poggiando la tua testa sul mio petto, mare finalmente calmo. Sei qui. Adesso. Con me. Non avere paura. Non dico Ti amo – nel suo etimo significa Ti prometto – e io, furiosa Angelica di un Orlando innamorato, non posso prometterti nulla, se non che mi troverai qui. Non importa con chi e dove sarai, a chi starai promettendo le parole che ti ho insegnato sfiorandoti le labbra con le mie dita d’inchiostro. Dopo di me potrai solo ripeterle. Perché ogni volta che usciranno dalla voce che ti ha reso donna ti guarderai indietro e io ci sarò.

Tu che stai leggendo hai capito come una donna possa indossare gli abiti più ricercati, manti di bellezza anfratta; possa abitare i profumi più personalizzati come fossero l’invisibile contatto tra te e il mondo; possa dimorare tra i trucchi più belli, ma saranno soltanto e sempre trucchi, inutile chiamarli con nomi francesi. Ogni arma di attacco è un’arma di difesa. Cerchi di fuggirmi. Io ti ho rivolto dietro il muro del tuo passato, che ricerchi come un porto sicuro dove approdare. Non esistono porti sicuri. Puoi approdare solo in mare aperto. Almeno per noi, che abbiamo attraversato stanchezze e desideri senza ritrovare il gusto dei sogni dell’infanzia.

Tra la tempesta dei tuoi forse, tra i marosi di quelle domande alle quali mai troverai risposta. Ti guardi intorno. Respiri. Cerchi qualcosa nella tua borsa, come se frugare nel possesso portatile di una casa in cammino possa rasserenarti. La voce da cantatrice calva circonda gli eunuchi di un paradiso stellato. Guarda le stelle – troverai me. Dove abiti tu, dicono che io sono morto – ma io abito i tuoi spazi, le praterie – il vento ti muove i capelli ribelli in una brughiera di cui non vedi la fine. Ti devo prendere la mano per farti capire?

In molti, troppi, sono rimasti solo voce. Senza più corpo, senza più anima, sul bordo della loro gioventù. Sull’orlo di come sarebbe dovuta andare. Dove sono finiti i maestri, i geni – dove sono finiti? Dov’è il lustro dell’umanità? Forse sono tornati nelle strade, vociferano nelle loro officine, accendendosi con le loro opere, che tolgono loro il senno. Gli scrittori magnifici? In Italia, a parte Arbasino, finiranno per essere scoperti postumi se non li andiamo a prendere: Edgardo Franzosini, il vero Arbasino se Arbasino fosse Arbasino. Raymond Isidore e la sua cattedrale – la storia vera di un uomo che ha costruito una cattedrale di rottami in decenni: oggi la cattedrale è a Chartres, paese natio di Rimbaud, ed è tra i tesori di bellezza da noi sconosciuti, ma tra i più visitati in Francia. Mattia Signorini, mi viene in mente, insieme a Francesco Maino di Cartongesso: non un libro ma un miracolo di scrittura. Essere il futuro senza saperlo. Negli Stati Uniti: Tom Wolfe, Don De Lillo, il ritrovato Auster, il nuovo Bret Easton Ellis che ha lasciato la scrittura per scrivere film come The Canyons. Ben Lerner è un genio, che vivrà per secoli. Beh, Mongiardino, al di là del bene e del male… Chi oggi? Io. Certamente – perché credo in un giornalismo che pensavo non tornasse più. Devo dire che mi sento in piena forma.

Il canto delle sirene. Da una parte il sale, dall’altra parte la cera. Lascia il tuo passato al gelo dei ricordi: arriverà il giorno in cui sarai più sola di quanto tu lo sia adesso. Perché mi stai leggendo? Forse qualcuno ti costringe? Oh, perdóno, perdóno, non l’ho fatto apposta! Ordinami qualsiasi espiazione! Sono così buono, ho un cuore d’oro, io, e non ce n’è più come il mio. Non ho un amico che sappia raccontare la mia storia. Ah, sì un’infermiera! Un’infermiera per amor dell’arte, che conceda i suoi baci solamente ai moribondi. Macché! Più tardi mi s’accuserà d’aver fatto scuola. Non posso vedere le lacrime delle ragazze. Sì, perché far piangere una ragazza è più irreparabile che sposarla.

Il maschio che è dentro di me si è liberato in violenze inaudite. Mi sono perso nell’ombra del genio per venirti a cercare. Ho cercato nei vestiti dismessi, ti ho cercato nella follia delle mie notti dove non c’era nulla se non un braccio sprofondato nel ventre del mio. Al palo. Candele e cenere. Cinture e castità. Fruste e manette. Ho inghiottito peni all’alba del mio non essere, li ho ingoiati sino al midollo non più dell’osso ma del mio cranio imbevuto di sangue. Sono stato venduto all’asta di una televendita televisiva in cui nuove sirene, nuovi titani, mi offrivano a signore, caparbie amanti di carne giovane e neuroni. Hanno calpestato la mia intelligenza con tacchi d’inusitata eleganza. Acciaio, rosso, sangue.

Anche tu puoi essere il magnifico. Chiaramente non come uno specchio anni Ottanta – ma particolare, geniale, magnifico. Il problema è la mancanza del voler essere magnifico – come magnifici possono esser stati gli artisti e i nobili – rende tutti uguali, tutti splendidi. La volontà e la convinzione di essere magnifici sono la prima porta da aprire per essere unici, senza codici a bar(r)e. Voglio una vita magnifica. Mica una vita da Vogue. È la libertà a rendere magnifici.

Cos’è la Bellezza? Siamo nati a cavalcioni sulle nostre tombe. Io, sono Odisseo. Io sono Nessuno. Suonano alla porta, i miei figli tornano da scuola. Appoggiano i loro zaini di fronte a me. Due ragazzi, li vedo, in fondo alla mia stanza mi salutano. La madre non c’è. Mamma dove sei? Perché sei morta? Ci hai lasciato da sola con papà. Vorrei non correggere mai i miei errori. Tu sei la sirena che sveglia i miei sogni all’alba, mi hai reso un gigolò dell’angoscia che ogni notte si porta a letto un incubo diverso.

Mi alzo, mi svesto. Sono pronto per un’altra giornata. Esco per strada. Sono il magnifico che può abitare solo dentro gli occhi di una donna. Tu che, Angelica o meno furiosa, sei la nostra ultima vera possibilità per svelare al mondo che la magnificenza esiste ancora. Significa dimenticare noi stessi, abusare di noi stessi. Lasciamo tracce indelebili in ognuno, quando passiamo. È il costo della magnificenza. Siamo sull’orlo di come sarebbe dovuta andare. Siamo musica senza spartito di un inchiostro rovinato dal suono del tempo. Sleghiamoci dal palo alto della nave di Calliope e ascoltiamo le sirene, rincorriamole, perdiamoci dentro di loro. Solo allora capiremo la magnificenza di essere Nessuno.

Photography and Creative Direction
Alexander Beckoven

Producer
Guja Quaranta,
Irene Rei

Editing and Coordination on Set
Carolina Fusi

Hair
Manuela Malena
using ColorfulHair and
Serie Expert by
L’Oréal Professionnel

Make-up
Valter Gazzano
using Tatouage Couture
by YSL Beauté

Manicurist
Miriam Dotti
estetica Lazzate / Monza

Model
Anna @womanmanagement,
Cristiano @bravemodels,
Polina @specialmanagement

Photography assistant
Jacopo Vimercati,
Gabriele Cialdella

Digital tech
Emanuele De Rossi

Post-production
Alessandra Distaso

Special thanks to
Franca Parisi,
Siki Red Fins

Il serpente del Maloja

From Grand Hotel Kronenhof, Pontresina

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Arnold Fanck gli dedicò un documentario. Nel film Sils Maria, con Juliette Binoche, il serpente rifletteva lo stato d’animo dell’inquieta protagonista. Strisciava a mezzacosta sulle montagne. Si forma quando sul Maloja sale aria umida dalla Bregaglia – così dicono i meteorologi. Gli engadinesi invece sanno che significa l’arrivo del brutto tempo. È solo nebbia, il serpente.

Pontresina non lo teme. È stata ‘il Ponte dei Saraceni’ durante le invasioni barbariche del Decimo secolo. Nella sua bellezza algida, è circondata da foreste di pini e larici che si rincorrono fino alle cime più alte del Bernina – ‘la sala delle feste delle Alpi’, lo aveva definito l’alpinista Walther Flaig. Nel canton Grigioni – il nome è una storia di leghe durante le Guerre d’Italia, il silenzio è interrotto d’inverno dal fruscio degli sciatori, dal rumore degli zoccoli dei cavalli per una gita in cocchio nella Val Roseg. D’estate, nel bosco di Tais, la Camerata è in concerto, mentre a valle arrivano gli stambecchi della colonia dell’Albris. Come in un dipinto di Segantini.

Da centosettant’anni il Grand Hotel Kronenhof è la Grand Dame della valle. Testimonianza architettonica tra le più significative dell’Ottocento alpino, allora era solo l’enoteca Gredig. Ti inibisce un po’, è come un castello delle fiabe fuori. Subito in raffinato neo-barocco dentro, la lobby è come un abbraccio. Il ristorante principale ha la scenografia di un teatro, con tanto di loggia per i musicisti che si affaccia sulla sala. La cena è nella parte più antica dell’hotel, la Kronenstübli, una boiserie di pino. Prima di una partita a bowling con palle di cuoio che rinnegano lo strike. Ti manca il fiato. Sopra i duemila metri. Dove tutto è concesso. Anche baciare di nascosto, perché i baci qui sono più dolci del vino.

Il Kronenhof ha una proprietà sorella che veglia sull’Engadina: il Kulm Hotel. Il suo successo fu una scommessa – alla fine dell’estate del 1864, l’allora proprietario Johannes Badrutt lanciò una sfida agli ospiti inglesi in partenza da Saint Moritz, al tempo meta solo estiva. Avrebbe offerto loro soggiorno e viaggio se al loro ritorno d’inverno non avessero trovato il sole. Tornarono a casa abbronzati, gli inglesi a primavera. Ritornarono ancora, e ancora.

Il lampadario troneggia nell’atrio dell’hotel. È l’originale – nel 1878, il Grand Restaurant fu il primo in tutta la Svizzera ad avere l’illuminazione elettrica. La sua cucina classica è coordinata dal veneziano Mauro Taufer. Al Sunny Bar c’è la peruviana Claudia Canessa, unica chef donna. Le suite, disegnate da Pierre-Yves Rochon, hanno la miglior vista in assoluto sul lago.

Memorabilia – tenere a mente. Bob, sci e slitte d’epoca pendono dal soffitto. Sulle pareti fotografie vintage. Poco più in là, sulla pista di pattinaggio che ha ospitato anche i Giochi Olimpici invernali nel 1928 e nel 1948, la foresteria si rinnova. Il Kulm Country Club profuma d’abete. Firmato Norman Foster.

Grand Hotel Kronenhof
Via Maistra 130 – Pontresina CH
+41 81 830 30 30

Kulm Hotel St. Moritz
Via Veglia 18 – St. Moritz CH
+41 81 836 80 00

Image from Wikipedia Commons

Kokoshnik Coccodè

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Axenoff Jewellery invita al Tiara Ball. «Ti dovrai mettere un kokoshnik» – mi è stato detto. Per assonanza ho pensato a coccodè. Tant’è. Una parola del sedicesimo secolo, in slavo antico, kokosh significa gallina. Il kokoshnik deve il suo nome a un elemento decorativo semicircolare dell’architettura russa, in cima alle cupole. Ambiguità linguistica. È una tiara, a forma di diadema. Una mezza corona arrotondata con una sola punta. Al tempo di Pietro il Grande fu bandito, lo zar voleva modernizzare il sistema. Tornò a spiccare in testa con l’arrivo di Caterina la Grande. Entrò ufficialmente a far parte degli abiti di corte. Imperiale su Anna Pavlova, cigno bianco dei teatri.

Milano, aspettando Cesare. «Caesar, ricordati, è white tie. Ci vediamo in Cadorna. Puntuale». Ho pregato che lo fosse. Ritirava il frac dal sarto la mattina stessa prima di partire. Lo è stato appena puntuale. Statuario. In cappotto blu. Un militare originale per cui ha fatto fare dei bottoni apposta. Valigione rigido da venticinque chili, borsone a spalla, ventiquattrore di cocco, il frac nel porta abiti sottobraccio, una coppola a spicchi inglese in testa, un colbacco di zibellino in tasca – lui. Fermo ai controlli in aeroporto, borsa ispezionata sottosopra. «Non posso circolare senza. Sono i cristalli di Rocca. Due cuspidi e una sfera. È una questione di energie capisce?».

San Pietroburgo, 23 novembre. Ore 17.00. Atterrati nel buio. Temperatura -4°. «Ci porti all’Astoria, presto, prima che finiscano i bliny». Si affaccia sulla Cattedrale di Sant’Isacco dal 1912, l’Astoria. È una pietra miliare dell’hotellerie. Ha vissuto la Rivoluzione d’Ottobre e quest’anno anche il suo centenario. C’era già, quando la fastosa capitale zarista, da San Pietroburgo è diventata la sovietica Leningrado. Se ne sta lì, sull’angolo, a due passi dalla Neva e poco distante dal Palazzo d’Inverno. Nella ‘Rotonda’, un salotto che è un crescent dove la luce è verde sage, ogni giorno, come vuole la tradizione – fu introdotta dal primo direttore dell’hotel all’inizio del ventesimo secolo, dalle quindici alle diciotto, viene servito il tè accompagnato dai bliny con la marmellata. I bliny si specchiano in un samovar di lucido ottone. Il tè si beve in ceramiche bianche e blu.

Una musica, dietro alle porte bianche sorvegliate da due cavalieri, fa così: «Festa e balli, fantasia, è il ricordo di sempre. E un canto vola via, quando viene dicembre. Sembra come un attimo. Dei cavalli s’impennano, torna quella melodia, che il tempo portò via». Dietro alle porte bianche il giardino d’inverno dell’hotel è un fluttuare di dozzine di coppie di ballerini avvolti di tulle color cipria. Chiudi gli occhi e in un capogiro di walzer sei a quel ballo che si teneva a corte al Palazzo d’Inverno. Petr Axenoff indossa una Circassian uniform color rubino, una copia precisa della stessa che indossò Nicola II. Il coro del Mariinskij canta God, save the Tzar, ora. Ora? Nel centro della stanza un tableaux vivant, il Royal Box – sul trono la famiglia Romanov con i gioielli della nuova collezione di Axenoff: Anastasia. Un tuono, e poi il buio. Rasputin. Sarà sconfitto in una battaglia di piroette. La vodka è solo Imperial. Il caviale è rosso, non nero. L’arrivo dei cosacchi, le danze gipsy. Il lancio del kokoshnik. All’insù. Lassù, dove ancora oggi aleggia la nostalgia dei Romanov.

Cover image: Anna Pavlova wearing a kokoshnik, Russian Prima ballerina, 1911

Gallery images courtesy of Press Office
axenoffjewellery.com – @axenoffjewellery

Dal Sassongher al Sassicaia

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

G come Giulian, che vuol dire grazie in ladino. «Qui è arrivata la montagna in autunno. Bellezza un po’ intirizzita. Perché nel volo d’aquila sotto il Boé, in una pistilla di zafferano, in un petalo peloso di una stella alpina, nella fredda pioggia qui che non è un peccato, semmai un dispiacere, e nella calda acqua lì, che dalle viscere sgorga nell’orizzonte attaccato a questi monti nelle nuvole basse di un tempo mai cattivo e a tutta quella verità che ci circonda che la Bellezza esiste. Un mistero svelato, un segreto evidente, questa vita. La Bellezza esiste e non teme niente» scrive Michil.

Qui è il La Perla di Corvara in Badia della famiglia Costa. Qui è casa. Tutti ti chiamano per nome quando ti incontrano. Tutti vuol dire uno staff di circa centoventi persone che equivalgono a un rapporto di uno a uno con gli ospiti. Ospiti, non chiamateli clienti. Era mattina presto, ero scesa fuori in pigiama perché volevo vedere il Sassongher carezzare le nuvole. Anni, la signora Costa, moglie di Ernesto, chignon basso biondo cenere, gonnellone e gilet, stava sistemando i fiori sul tavolo con Stefan. Sono tutti di colore diverso. Si interrompe per andare alla lumaca delle spezie – una chiocciola di vasi in legno per piante aromatiche che si sviluppa in altezza, come vuole l’antica tradizione medioevale altoatesina: è là dietro, sotto l’ombra del pino argentato. Il pino argentato è un regalo di papà, piantato nel 1941, quando il La Perla non era ancora la casa di tutti, non era ancora la casa dei suoi ospiti. Le spezie, che dalla lumaca vanno nella cucina della Stüa de Michil, una stube del Settecento che ti avvolge come l’ovatta.

Il silenzio del coravin che spilla il vino con un ago è più forte del pop delle bottiglie sciabolate con arroganza (dicevamo si tratta di modo, gentile). Le bottiglie si chiamano anime. Michele, il sommelier, scende giù a prenderle in cantina con la pertica, il palo dei vigili del fuoco, per intenderci. La Mahatma Wine Cellar, dalla lingua indiana, Grande Anima. Un viaggio, attraverso più di trentamila bottiglie e millecinquecento etichette fino al Tempio del Sassicaia, dove ha addirittura sede l’Ordine dei Cavalieri degli Amanti del Bolgherese. Inginocchiandosi di fronte al tabernacolo si apre uno scrigno che custodisce la bottiglia numero uno del Sassicaia, un rarissimo 1968, prima annata di produzione della casa toscana.

Tra i tavoli della Stüa, Michil danza: i suoi sorrisi, tutti diversi, gli aneddoti che non si ripetono, intavolati come se ci si conoscesse da una vita, «perché un giorno senza sorriso è un giorno perso». Nel bistrot, il camino è acceso, non fa freddo. C’è un profumo di pino e cannella e caffè – torrefazione Gianni Frasi, il cacciatore di chicchi. Chi suona il pianoforte, canta «It’s a little bit funny, this feeling inside. I’m not one of those who can easily hide, I don’t have much money but boy, if I did, I’d buy a big house where we both could live». La nostalgia. Domani si parte. Fuori, il Sassongher è buio.

Hotel La Perla

Str. Col Alt 105 – Corvara, Bolzano IT
+39 0471 83 10 00
hotel-laperla.it

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

Interview with Castelbajac, about future and Rossignol

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

L’occhio di buona fortuna e di visione futuristica. Le stelle dei sogni. I cuori e le labbra sono i simboli della passione. Sono i simboli della tribù Hopi che abita nel deserto dell’Arizona, a cui JC/DC (così soprannominato dagli amici rapper) si è ispirato per la collezione Rossignol per questo inverno. Li ha colorati di giallo, rosso e blu.

 

Perché Rossignol?
«Per fare del beau-tech. Lavoro con Rossignol da diciassette anni con lo scopo di unire la beauté alla technologie. Ci vuole una casa di moda storica con senso di modernità e tecnologia».

Moda funzionale.
« – con carica poetica. L’opposto di quello che è la moda oggi, fatta anche dal marketing. Da Rossignol ho libertà di disciplina e di cultura».

Pensavo fosse arte.
«Ho iniziato nel 1975 a cercare collaborazioni di artisti. Nel mondo di oggi tutti fanno arte e moda, ma ormai siamo oltre. Il prossimo souffle sarà l’umano, la tecnologia, la realtà».

Un ritorno in Italia.
«Quando arrivai la prima volta avevo diciotto anni. Ero in vacanza a Vernazza dopo essere stato rapito».

Rapito?
«Ero sugli Champs Élysées. Avevo i capelli lunghi, una salopette e un paio di stivali argento. Fu Maurizio Vitale (imprenditore torinese di MCT) a notarmi e a portarmi in Italia con sé. Disegnai per lui una linea di costumi da bagno, Beatrix, (indimenticabile il gatto che disegnò sulla culotte). Eravamo sulla sua Lamborghini bianca, a trecento all’ora, quando mi chiese di inventare qualcos’altro. Pensai a dei jeans, considerato che al tempo c’erano solo i Pooh. Mi chiese anche di trovare un nome. Dissi: Jesus. Finalmente rallentò».

‘Chi mi ama mi segua’, sul derrière di Donna Jordan.
«Era il claim della campagna. L’abbiamo scritto anche sui muri del vaticano».

Per fortuna poi ha vestito il Papa nel 1997, per la Giornata della Gioventù.
«Avevo alcune cose da farmi perdonare».

Ha detto no a Marilyn Manson.
«Mi chiamò poco dopo. Rifiutai, come dire, l’anticristo».

Chi vestirebbe oggi?
«L’intera società, in ottica ecologica».

L’inizio fu con stracci e coperte.
«Avevo diciassette anni quando cominciai a sperimentare. La prima giacca (quella che comprò John Lennon) l’avevo ricavata da un plaid».

Fashion, art & rock‘n’roll – il tuo libro. Quale preferisci dei tre?
«Non posso scegliere ».

Ma la società di oggi è rock’n’roll?
«Mica tanto».

Un italiano, un inglese e un francese da seguire della moda nuova generazione.
«Archivio, JW Anderson e Jacquemus».

Ritornando all’arte: è vero che si faceva pagare con i quadri?
«Quando disegnavo Sportmax, sì. Ricordo che il dottor Maramotti la chiamava ‘la collezione del collezionista’. Una volta era un Basquiat, un’altra uno Schnabel o un Haring».

La collezione sarà in vendita, in esclusiva da 10 Corso Como, a partire dal 23 novembre.

10 Corco Como

Corso Como 10, – Milano

Tutti i giorni, 10:30 > 19:30
Mercoledì – Giovedì, 10:30 > 21:00

Images courtesy of Press Office
attila.it – @attilaco

Il Gran Premio di Vela a Venezia, la sfida degli hotel

The Winner Team of Spirit of Portopiccolo, Ca Sagredo Hotel

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Era il 1962. La portaerei americana USS Independence lampeggiò con segnale luminoso: «Chi siete?». La risposta: «Nave Scuola Amerigo Vespucci, Marina Militare Italiana». La nave statunitense ribatté: «Siete la nave più bella del mondo». L’Amerigo Vespucci è la nave ambasciatrice della cultura italiana. Quando un transatlantico lo incontra, rinuncia alla precedenza e rende ossequio con tre colpi di sirena. Lo scorso ottobre, il veliero sostava a Venezia, sulla Riva San Biagio, di fronte all’Arsenale. A bordo, sotto i suoi alberi e gli ottoni ancora splendenti, la cena di gala in onore della regata: la Venice Hospitality Challenge.

Il 14 ottobre, la mattina della gara. Brezza leggera di circa tre nodi ovest. Correnti difficili da interpretare. Nebbia che è diventata sole. Il percorso: da San Marco verso il Lido, poi alla Giudecca e di nuovo a San Marco. Poco prima della partenza il Moro di Venezia America’s Cup, in rappresentanza della Serenissima, si è incagliato. Non sono bastate manovre e virate d’acqua per smuoverlo. Noi sull’imbarcazione di accompagnamento dello Spirit of Portopiccolo – un maxi di ottantasette piedi disegnato da Rachel & Puig – in rappresentanza di Cà Sagredo Hotel. Sponsor ufficiale: Visit Monaco. Non potevamo perderci la vittoria. Bis. Furio Benussi al comando, lo skipper fresco vincitore della Barcolana di Trieste, dopo un’ottima manovra ha preso il comando inseguito da Maxi Jena e Pendragon VI, per finire sul podio.

In gara, dodici yacht con i colori degli hotel della Laguna, si contendevano il cappello del Doge realizzato dalla vetreria muranese Barovier & Toso. Giunta alla quarta edizione, la Venice Hospitality Challenge è la sola regata a disputarsi nelle acque interne di un circuito cittadino. Come dire: il Gran Premio di Vela sta a Venezia così come il Gran Premio di Formula Uno sta a Monaco.

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visitmonaco.com – @VisitMonaco

Un salotto italiano

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Le varianti del beige ci sono tutte, dal tortora al marron glacés. Il vert sauge, l’aubergine a sprazzi. Rosso cardinale solo le sedute in velluto di seta nel caveau-salotto sul retro. Il parquet in posa a spina di pesce, all’italiana e non alla noblesse, è sulle pareti. Le luci scendono appese a una corda e prendono volume negli specchi decapati. Di velluto profuma l’aria.

È un ristorante, si chiama Ecrudo. Il design è dell’architetto milanese Alessandro Agrati, ideatore del brand Culti, che progetta i sensi. «Entrare in un posto nuovo che è qui da sempre. Un convivio dove passare del tempo di qualità» spiega. Il concept è di Italy First Sa: «Nasce dalla volontà di parlare dell’Italia. Di mettere assieme lo stile italiano per poi portarlo nel mondo», dice Enea Angelo Trevisan, CEO della società. L’idea è di sconfinare da via Savona, espandersi nell’hotellerie e nella gastronomia-bistrot.

L’olio è monocultivar. Un genere che producono in pochi, fatto con olive di un’unica varietà. Ecrudo non vuol dire crudo – perlomeno non solo. Una cucina primaria, gli ingredienti mediterranei: Ecrudo è lo stare bene basato su sapori «concentrati dal sole, dal mare e dalla terra», come dicono gli chef Angelo Mancuso e Umberto Vezzoli alla fine di una cena a porte chiuse. Solo prodotti italiani. Si leggono anche sulla carta dei vini. Che non è una lista degli inflazionati, ma una filastrocca di uve e vignerons, poco noti ma affini, hanno fatto della qualità il loro modo, all’italiana, nella cantina di Piero Sattanino, sommelier piemontese due volte campione del mondo. Questa sera inaugura un salotto milanese che sa di Italia.

Ecrudo Milano

Via Savona, 11 – Milano

Lunedì > Sabato, 19:00 > 0:00

02 833 900 06

Images courtesy of Press Office
ecrudo.it – @ecrudo_milano

Between Fashion and Art with Antonio Guccione

Text Angelica Carrara
@misscarrieangie

 

Camice bianco, coppola e occhialetti tondi. Macchina fotografica in mano. Antonio Guccione stava componendo un tableaux vivant con i campioni della squadra locale di hockey sul ghiaccio nella vetrina di Franz Kraler. Indirizzo: Corso Italia 76, Cortina. Nuovo indirizzo dedicato alla moda maschile, dove, tra abiti e accessori ha inaugurato la mostra Fashion and Faces – Moda vs Arte, con le opere del fotografo. Lo abbiamo incontrato lì, in attesa di vedere la sua prossima esposizione a Milano, nel 2018 a Palazzo Reale.

 

Con cosa fotografi?
«Con tutto. Da una 2025 a una digitale».

E con il cellulare?
«Faccio fatica. Non per snobismo e nemmeno per il mezzo. Si può fotografare anche con una scatola di scarpe con il buco dentro». 

La fortuna di lavorare negli anni Ottanta.
«Quando lo vivi è solo un fatto: Milano era il centro del mondo dove Richard Avedon e Irving Penn venivano a lavorare al Superstudio. Non c’erano redattrici con la valigia che andavano a Parigi o a New York per scattare un servizio speciale. Lo ‘speciale’ succedeva a Milano».

E poi?
«Un crollo. Graduale, mai identificato. Moda e politica non erano in sintonia. All’inizio tutti sfilavano insieme in fiera, fino alla disgregazione. Era il gioco che aspettavano Francia e Stati Uniti per entrare in scena».

Versace, Ferrè, Moschino. Parlami di loro.
«Persone semplici. Nessuno di loro si è mai rivelato un alieno. Forse Iman era diversa. Del resto David Bowie se l’era sposata».

Andiamo con ordine.
«Gianfranco Ferrè aveva un difetto: si assentava dal set per correre dietro alle quinte dove c’era una torta. Franco Moschino era un pazzo. Ha voluto una donna cowboy come sfondo del suo ritratto. Fu uno dei primi a rasarsi a zero per mettere in mostra dove nasce tutto. Gianni Versace era mistico. Grazie a lui le mie prime campagne, i lavori per Vogue Italia. Gianni aveva quel qualcosa in più. Una sfumatura non troppo condivisa, che trovava una specie di disagio, come succede alle cose uniche».

Una pausa dalla moda, nel 2008.
«Sentivo il bisogno di prendere l’iniziativa, per lavorare in modo artistico mi serve carta bianca. Nessuno che mi dica cosa devo fare».

Questo è un lusso.
«I risultati sono quello che sono perché i fotografi sono al servizio di qualcuno. Non ci sono fotografi capaci di creare. Era Francine Crescent, (direttore di Vogue Francia), a dire a Helmut Newton cosa fare. Ero stanco di quel sistema». 

In quella pausa, con la macchina fotografica hai esorcizzato la morte: From Jesus to Yves Saint Laurent.
«Ci sono voluti otto anni. Ho iniziato con un teschio giocattolo. Stavo sistemando le luci ed ebbi l’impressione di rivederci Mussolini. Ho scattato, stampato e ci ho scritto sopra Benito Mussolini. Dopo averlo guardata per cinque minuti ho pensato di aver fatto una cazzata. Ho chiamato Francesca Pini del Corriere, che ha chiamato Claudia Gian Ferrari, grande collezionista, che ha comprato la foto e così sono andato avanti. Per un totale di quaranta personaggi».

I teschi li hai conservati?
«Memento mori, nulla resta. Dopo averli fotografati li ho distrutti».

Un teschio, la memoria della vita che è stata.
«Sono un ritrattista. Gesù, da Vinci, Pollock, Frida Kahlo, sono tra le persone che avrei voluto incontrare. L’occasione me la sono creata».

E ha funzionato?
«Ha conquistato il mercato americano, che ha una certa riluttanza nei confronti dell’utilizzo della morte. Halle Berry ha voluto il teschio di Jackson Pollock».

Se non un fotografo?
«Un musicista». 

Suoni?
«Ho fatto conservatorio per due anni. Suonare ti porta a essere solo con te stesso, i tuoi fantasmi e le tue insicurezze. È tutto in discussione, hai bisogno di equilibrio».

Dove trovi il tuo equilibrio?
«Nelle persone che capiscono il mio stato d’animo, un’alternanza di momenti di attesa e di creazione. Vago in una forma di delirio, senza essere ubriaco. Quando non creo sto male, mi viene la febbre».

Per dire l’artista.
«A trenta chilometri da Milano c’è un ruscello dell’Adda dove Leonardo da Vinci dipinse la Vergine delle Rocce commissionatagli dal Papa con tanto di contratto e pagamento anticipato affinché la consegna fosse assicurata il 22 dicembre. Mentre Leonardo dipingeva, una farfalla gli passò davanti. Fu ipnotizzato. Cominciò a inseguirla e dimenticò il dipinto. Il Papa lo condannò e Leonardo se ne andò in Francia, ad Amboise, con Gioconda e Vergine delle Rocce».

Il tuo ‘ruscello’ dove creare?
«Se il posto è troppo bello, non va bene. Se è troppo brutto, nemmeno. Devo stare al centro di qualcosa che non so dov’è».

Ma l’ispirazione?
«Se di vera creazione si tratta, non è spiegabile. Quando sei circondato da situazioni forti, la creazione viene soppressa. La creazione nasce dal nulla, anche da situazioni non rassicuranti. È una questione di cose che abbiamo dentro la testa. Ci sono artisti che hanno fatto grandi creazioni all’inizio del loro tempo, quando ancora avevano la fortuna di avere la testa vuota».

Parlando di moda in forma d’arte.
«Il rapporto con la società è cambiato. Per una nicchia è accessibile, per tutti gli altri è una copia di forma di espressione a costi popolari».

E la fotografia?
«Concettualmente non esiste più. Oggi si parla di cyber fotografi. Il digitale permette cose immense. È anche un pericolo, vedo cose vomitevoli».

Qual è il problema?
«Il gusto. La mancanza del senso di bellezza».

Un consiglio.
«Guardarsi attorno. Amare l’arte. Amare il bello. Avere cultura e conoscenza. Prendi in mano la macchina fotografica, che è il tuo occhio, fai uno scatto e quello è. Se pensi che la tecnologia ti risolva i problemi, sbagli».

Images courtesy of the artist
antonioguccione.com – @antonioguccione

My Beautiful Laundrette

HermèsMatic – Ph. Martial Schmeltz

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Era un film di Stephen Frears del 1985. Una storia d’amore nata in una lavanderia a gettoni di Londra. Si tratta di amore anche quando si entra da HermèsMatic, la lavanderia pop-up itinerante firmata Hermès, dove tingere gratuitamente il proprio carré con la tecnica dip-dye.

Per un pezzo unico, basta un bagno di colore: blue jeans, rosa fucsia o verde salvia. Si sceglie la lavatrice in base alla tintura, al termine del ciclo, il foulard passa all’asciugatrice, per un ultimo giro dentro il cestello che dona sofficità. Tempo di attesa totale, quarantotto ore. Con confezionamento in custodia HermèsMatic.

Nel nome dell’arancione. Le lavatrici, i fustini, le bacinelle, tutto è arancione. Colore dall’origine fortuita. Era il 1945, quando Émile-Maurice Hermès si trovò di fronte ad un dilemma di scatole – erano irreperibili quelle in classico color beige a cui il fornitore sopperì con uno stock di cartoni arancio. Ormai un simbolo di lusso.

Dopo la tappa torinese, fino al 15 ottobre in via Maria Vittoria 2, il prossimo appuntamento HermèsMatic sarà a Palermo da metà novembre. Pronti, partenza, tingere! – questo è il motto.

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Intimissimi On Ice: A legend of beauty

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Afrodite Cnidia ha dominato l’Arena di Verona nella notte del 6 Ottobre, in occasione della quarta edizione di Intimissimi on Ice. La dea è stata musa ispiratrice di A legend of Beauty, regia di Damiano Michieletto e direzione creativa di Marco Balich (uomo di cerimonie olimpiche). Lo spettacolo ha reso omaggio alla figura femminile nella mitologia classica: dalla conchiglia emersa dalle acque, alla danza sulle ninfee luminose – fino all’ossimoro: un cavallo di Troia in fiamme. L’incontro tra classico e pop, amori e tragedie narrate nel mondo antico, oggi reali più che mai. Se di solito il biglietto vale la poltroncina, questa volta no. Meno gala, più spettacolo. Un ritorno al vecchio senso dell’arena romana, dove non c’è platea, non ci sono prime file e tutto il pubblico è in gradinata. Al centro, il campo di ghiaccio: realizzato con più di sessantamila litri di acqua, più grande di un campo da hockey. A coro e orchestra erano riservate due ali laterali. La stampa c’era tutta, su invito di Sandro Veronesi, presidente del Gruppo Calzedonia, questa sera in veste di mecenate d’arte. Si sono esibite solo medaglie olimpiche. La campionessa giapponese Shizuka Arakawa, lo ‘zar’ Evgenij Pljuščenko, il re delle trottole Stéphane Lambiel, la coppia americana Meryl Davis con Charlie White e quella canadese Meagan Duhamel con Eric Radford. Sulle composizioni di John Metcalfe e la voce di Andrea Bocelli. Le ‘feste afrodisie’ erano vissute con larga partecipazione dei piaceri. Chiara Ferragni, la costumista di scena, o costume designer, ma è linguaggio bloggerino. C’era Katie Homes, l’ospite d’onore, in versione sexy-tomboy; la top model Irina Shayk, una sirena cangiante senza coda; la tennista Ana Ivanovic, che come il galateo vuole indossava i collant, e la food writer Ella Mills, in un mix improbabile di texture – seta, microfibra e pelle, risultato in eleganza, sarà il nero – ma più di tutte loro brillava, con il suo sorriso semplice, Matilda Lutz.

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isabellaerrani.com – @studioerrani

Mister Frédéric Malle

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Frédéric Malle edita profumi come fossero libri: Editions de Parfums è una dichiarazione d’intenti. L’ha fondata nel 2000, per dar libero sfogo ai migliori nasi del mondo e consentire loro di creare quel profumo che avrebbero voluto realizzare da sempre.

A settembre ha aperto la sua seconda boutique italiana nel cuore di Milano, in via Verri 2. Abbiamo colto l’occasione per incontrarlo. L’intervista completa su The Fashionable LampoonMagnifico, in edicola dal 9 Novembre. Qui, un estratto.

 

Come hai sviluppato questa dote?
«Sono piuttosto timido, ma mi piaceva corteggiare le belle ragazze. Guardavo i loro occhi. Il loro profumo mi diceva tutto il resto». Ne captava la quintessenza. «È parte di me. È parte della presenza. Quando non conoscevo qualcuno e avevo pochi minuti per capire chi mi trovavo di fronte, annusavo. Era una cosa naturale. Ecco perché all’inizio non lo sentivo come un lavoro».

Non siamo sommersi da troppi nuovi profumi?
«L’andatura dei lanci è diventata folle. Un limite anche per chi veicola informazioni. La profumeria da mass market ha ucciso questo ambiente. Il messaggio è breve, è focalizzato solo sulla novità. Con il risultato che le case cosmetiche si sentono obbligate a dover produrre ancora e ancora, a dover alimentare di continuo il mercato, dietro a un franchising che ha sempre lo stesso nome».

Parfumeur, ton nom est personne – profumiere, il tuo nome è nessuno.
«Ho deciso di rimettere tutto al proprio posto. Di riportare i profumi al centro della scena e di presentare il ghost writer che è il profumiere. Ai tempi qualcuno mi disse che ero un pazzo, un megalomane. Poi furono in tanti a seguire il mio percorso, tra cui i grandi marchi che hanno riscoperto la profumeria selettiva».

Come fa a capire quando un profumo è finito?
«Lo sai. A un certo punto è ovvio. Non c’è nient’altro che tu possa fare».

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