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angelica carrara

Il serpente del Maloja

From Grand Hotel Kronenhof, Pontresina

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Arnold Fanck gli dedicò un documentario. Nel film Sils Maria, con Juliette Binoche, il serpente rifletteva lo stato d’animo dell’inquieta protagonista. Strisciava a mezzacosta sulle montagne. Si forma quando sul Maloja sale aria umida dalla Bregaglia – così dicono i meteorologi. Gli engadinesi invece sanno che significa l’arrivo del brutto tempo. È solo nebbia, il serpente.

Pontresina non lo teme. È stata ‘il Ponte dei Saraceni’ durante le invasioni barbariche del Decimo secolo. Nella sua bellezza algida, è circondata da foreste di pini e larici che si rincorrono fino alle cime più alte del Bernina – ‘la sala delle feste delle Alpi’, lo aveva definito l’alpinista Walther Flaig. Nel canton Grigioni – il nome è una storia di leghe durante le Guerre d’Italia, il silenzio è interrotto d’inverno dal fruscio degli sciatori, dal rumore degli zoccoli dei cavalli per una gita in cocchio nella Val Roseg. D’estate, nel bosco di Tais, la Camerata è in concerto, mentre a valle arrivano gli stambecchi della colonia dell’Albris. Come in un dipinto di Segantini.

Da centosettant’anni il Grand Hotel Kronenhof è la Grand Dame della valle. Testimonianza architettonica tra le più significative dell’Ottocento alpino, allora era solo l’enoteca Gredig. Ti inibisce un po’, è come un castello delle fiabe fuori. Subito in raffinato neo-barocco dentro, la lobby è come un abbraccio. Il ristorante principale ha la scenografia di un teatro, con tanto di loggia per i musicisti che si affaccia sulla sala. La cena è nella parte più antica dell’hotel, la Kronenstübli, una boiserie di pino. Prima di una partita a bowling con palle di cuoio che rinnegano lo strike. Ti manca il fiato. Sopra i duemila metri. Dove tutto è concesso. Anche baciare di nascosto, perché i baci qui sono più dolci del vino.

Il Kronenhof ha una proprietà sorella che veglia sull’Engadina: il Kulm Hotel. Il suo successo fu una scommessa – alla fine dell’estate del 1864, l’allora proprietario Johannes Badrutt lanciò una sfida agli ospiti inglesi in partenza da Saint Moritz, al tempo meta solo estiva. Avrebbe offerto loro soggiorno e viaggio se al loro ritorno d’inverno non avessero trovato il sole. Tornarono a casa abbronzati, gli inglesi a primavera. Ritornarono ancora, e ancora.

Il lampadario troneggia nell’atrio dell’hotel. È l’originale – nel 1878, il Grand Restaurant fu il primo in tutta la Svizzera ad avere l’illuminazione elettrica. La sua cucina classica è coordinata dal veneziano Mauro Taufer. Al Sunny Bar c’è la peruviana Claudia Canessa, unica chef donna. Le suite, disegnate da Pierre-Yves Rochon, hanno la miglior vista in assoluto sul lago.

Memorabilia – tenere a mente. Bob, sci e slitte d’epoca pendono dal soffitto. Sulle pareti fotografie vintage. Poco più in là, sulla pista di pattinaggio che ha ospitato anche i Giochi Olimpici invernali nel 1928 e nel 1948, la foresteria si rinnova. Il Kulm Country Club profuma d’abete. Firmato Norman Foster.

Grand Hotel Kronenhof
Via Maistra 130 – Pontresina CH
+41 81 830 30 30

Kulm Hotel St. Moritz
Via Veglia 18 – St. Moritz CH
+41 81 836 80 00

Image from Wikipedia Commons

Un gin all’altezza. A ottomila e venticinque piedi

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

A ottomila e venticinque piedi, l’equivalente di duemila e quattrocentodieci metri d’altitudine – lassù, dove le marmotte fischiano e le cime dei monti in autunno sono blu, mentre le nuvole architettano libertà che si respira nell’aria tenuta a bada dall’eternità delle Dolomiti. Qui si distilla il Gin 8025: sul Monte Seceda, in Val Gardena, dietro alla Baita Sofie di Markus e Brigitte. È la hütte della famiglia Prinoth: da giugno fino a fine novembre, prima di andare a lambicar, si raccolgono i botanicals.

I botanicals sono segreti sussurrati alle montagne. «Le bacche di ginepro. Le pigne del cirmolo e del pino mugo. La radice di angelica e l’asperula» – Markus ce ne svela solo qualcuna delle tredici erbe del suo Gin 8025, il più ‘alto’ del mondo. Profuma di bosco e ha un retrogusto di pompelmo. «Si serve con tre-bacche-tre di ginepro, acqua tonica Fever Tree e ghiaccio da acqua di fonte» – si raccomanda. La sua lavorazione si divide tra i prati d’alta quota, dove si va a caccia di erbe, e la distilleria Villa Laviosa di Terlano, azienda nata nel 2000 con l’obiettivo di realizzare distillati legati al territorio, e coniugare tradizione con innovazione. «L’8025 è un gin a zucchero zero perché il nostro scopo – sottolinea Alberto Franchi titolare di Villa Laviosa – è utilizzare tecniche che esaltino le proprietà delle singole botaniche, mantenendo i profumi e gli aromi originali delle piante raccolte nelle nostre terre».

Giù a valle, a Ortisei, di cirmolo profuma l’Hotel MontChalet di Kuno Moroder – cugino del discografico Giorgio Moroder. In soli dieci mesi, a fronte di un investimento di quattordici milioni di euro, ha inaugurato insieme all’amico e compagno di rally Marco Pezzuto, l’ultimo nato cinque stelle lusso gardenense. Che come si direbbe è tutto di legno, ma che è come se nel legno fosse stato scolpito. Lo chalet va scoperto dal basso. A partire dal garage che è un salotto. «È la passione comune per le macchine ad averci unito» – spiega Kuno, mentre ci racconta delle gigantografie alle pareti, un tributo agli amici: «Ci sono il pilota Walter Relul, Max Biagi e Carolina Kostner. Un Elikos – eccellenza degli elicotteri gestori del soccorso alpino, una macchina austriaca in carbonio della KTM». Nella wine cellar si può anche cenare e nella sala cinema insonorizzata si sta su poltrone bergerè. Un piano più su c’è il ristorante, con servizio e gentilezza tutto italiano – auguriamo la stella allo chef napoletano Francesco Carata. Nell’area wellness il legno diventa scuro, e il marmo di Patagonia si tuffa con i suoi colori – bianco, nero e oro, in una piscina cerulea per sbaglio. Niente Jacuzzi, è privata sul balcone di ogni suite – sedici in tutto. In camera, il colore del legno si mimetizza con le stoffe del letto, in contrasto solo alle maioliche di onice che s’intravedono nella sala da bagno.

Baita Sofie, Famiglia Prinoth
Via Mastlè, 64 – Santa Cristina Valgardena BZ
seceda.com

Hotel MontChalet
Via Paul Grohmann, 97 – Ortisei BZ
montchalet.it

Villa Laviosa
Via Bolzano, 11 – Terlano (Bz)
villalaviosa.it

Images courtesy of Press Office
stemaxeventi.it

Billie Achilleos, the maker of things

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Seduta per terra, impegnata nell’arte di fare cose. Maker of things – è la sua definizione. L’esordio a teatro, dove costruivi pupazzi e marionette. «Al Blind Summit Theatre, l’ho fatto per un paio d’anni, oltre a decorare le vetrine di Natale. Faccio cose per il piacere di farlo, mi ci è voluto un po’ per abituarmi all’idea di essere chiamata artista». Hai una visone distorta della realtà, gli oggetti sono pezzi di lego da assemblare per costruire qualcos’altro. «Vedo cose nelle cose. Una diversa forma di spettacolo di marionette. Come il burattinaio sa animare un pupazzo, io posso creare un personaggio senza doverlo muovere. Può sembrare naive, ma è la mia visione delle creazioni».

Sono famosi i tuoi animali. «Mi piacerebbe saper creare figure di persone, ma ogni volta che ci provo è un disastro. Forse perché ho tanti amici che lo sanno fare molto bene e paragonandomi a loro mi deprimo. Vorrei innamorami. Sarà l’età (trentadue, n.d.r.), o il bisogno di una nuova sfida. Credo di soffrire della sindrome dell’artista stanco. Fino a oggi ho lavorato per togliere il fiato alle persone. Spero di tornare a riscoprire l’arte per l’arte piuttosto che l’arte per la commissione». Com’era andata con Louis Vuitton? «Era il 2009, quando l’amica di un’amica mi chiamò, chiedendomi se volessi creare sei animali che finirono col diventare venti. Non avevo mai toccato la moda prima di allora, motivo per cui non avevo la minima inibizione nel fare buchi in borse costose e di valore. Una fan di Louis Vuitton non sarebbe mai riuscita a farlo. Ancora oggi ringrazio quella donna per aver visto del potenziale in me, chissà dove sarei ora». Le borse sono pezzi da costruzione e da collezione. «Sono la persona meno alla moda che conosca. Le uniche cose di marca che ho sono regali di Louis Vuitton, e di Smithson, oppure di seconda mano. Giacche vintage della boutique di mia zia Maria, aveva un negozio negli anni Ottanta, e altre giacche usate di charity shop. Nell’Essex, dove vivo, tutte sognano una borsa di Vuitton».

La pelle. «L’ho usata per così tanto tempo che ora mi annoia un po’. Alla fine del college impazzivo per il legno, forse dovrei tornare a intagliarlo. Ho comprato una saldatrice per lavorare il metallo. Da poco mi sono trasferita in uno studio-community ad Harlow. C’è chi soffia il vetro, c’è un fabbro, un falegname. Sto vivendo un momento in cui devo riscoprire il lato divertente del lavoro». Oggi, qui, è un buon momento. «Questo progetto è diverso. Mi chiedono sempre di creare animali e questa volta mi divertiva l’idea di poter cambiare. La sfida: non ho molto tempo e non posso tagliare alcuna borsa, metterò occhi ovunque e creerò personaggi». A me gli occhi. «A lezione di scultura ti insegnano ad aggiungere gli occhi come ultima cosa, perché è in quell’istante che l’opera prende vita. Le lenti del fotografo poi aggiungono un’altra dimensione».

Voce del verbo fare. «Quando mi danno una scatola, ci devo fare qualcosa. Faccio e basta, non penso. Non è un concetto troppo artistico. L’istante in cui sento l’energia. Non sono brava a rifinire o a perfezionare. Quello che ho creato oggi è un processo organico: dare carattere a un oggetto». Dovresti chiamare le tue opere per nome. «Dare un nome implicherebbe dare più importanza di quello che questi oggetti sono» – e se si animassero? «Sarebbe un sogno. A volte li guardo e vorrei iniziassero a muoversi e a camminare. Vorrei che le persone vedessero la follia in quello che creo. Credo che nella fotografia di accessori manchi un po’ di follia, anche borse e scarpe dovrebbero divertirsi come fanno le modelle». Una visionaria che guarda gli oggetti, ma vede tutt’altro.

Il posto magico. «Il bosco. La Epping Forest, è vicina a dove abito eppure non l’ho ancora esplorata tutta. Posso ancora perdermi lì dentro. Mi piace cercare i funghi. Mi affascina come un giorno non ci siano e quello dopo sbuchino fuori non si sa come. Mi diverte la loro forma, il loro colore». Potresti essere la nipote di Lewis Carroll. «La scorsa settimana ero alla ricerca d’ispirazione e mi sono costretta ad andare alla Tate Modern nonostante non ho mai pensato di trovare nell’arte una mia conversazione. I miei eroi sono personaggi del cinema, dei film, sono le marionette e l’animazione. Patrick Woodroffe – ho tutti i suoi libri da quando ero bambina, è l’illustratore più pazzo che ci sia. Terry Gilliam realizza le idee più folli. Le avventure del barone di Munchausen sono la mia ossessione». La tua energia. «Devo alternare un lavoro che creo per mio desiderio a uno commissionato. Socializzare è vitale. Ho sempre un lavoro part time, in un pub o al supermercato, per essere ispirata. Stare da sola in una stanza per una settimana non porta a nulla di buono. Ho bisogno di incontrare persone per tenere in moto la mia macchina creativa. L’odore dei libri usati, i negozi di antiquariato. Non resisto ai coffee-table book».

Un paio di forbici salverà il mondo. «Come si può vivere senza? Una volta stavo andando in vacanza, ai controlli in aeroporto mi fermarono per il Leatherman (il coltellino svizzero, n.d.r.) nella borsa. Sono tornata indietro a fare imbarcare la borsa a costo di averlo con me, rischiando di perdere il volo». Art attack – non hai mai avuto un impulso incontrollabile davanti a un oggetto e tu con le forbici in mano? «Ne ho avuto solo uno ed è finito in un heart attack: quando ci fu l’ennesimo attacco terrorista a Londra, al Borough Market – ero sconvolta, avevo lavorato al mercato per un periodo. Quella notte non riuscivo a dormire, riflettevo sull’arte attivista e la street art, non ne avevo mai fatta. A mezzanotte sono uscita di casa carica di stoffa e ho tappezzato la città con la scritta we stand together. Non una frase originale, ma non sono una scrittrice: volevo una frase tipica, che si usa da noi in Inghilterra, per darsi forza. Quella notte, al mio rientro ebbi la mia prima crisi di Addison e finii in ospedale».

From The Fashionable Lampoon Issue 10

 

Photography
Alexander Beckoven

 

Set Designer
Billie Achilleos

Editing and Coordination on Set
Angelica Carrara and Carolina Fusi

Photography assistant
Riccardo Ferri

Digital tech
Arnaldo Abba

Post-production
Luca Trevisani

Special thanks to
Le Fragole
di Campatelli Elisabetta

Nonno Ermenegildo

Albergo Bucaneve, Bielmonte

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il genius loci è l’interazione tra un luogo e un’identità. Un legame. Indissolubile è quello che dal 1910 unisce l’attività laniera di Ermenegildo Zegna al suo territorio. Sulle alpi biellesi, dove l’acqua è nobile. Scorre giù dalle montagne fino a Trivero e viene raccolta in una vasca a Casa Zegna. Dentro ci si lava la lana – «quand’ero piccola il nonno ci portava lì a schettinare» – ricorda Anna Zegna. È l’acqua più leggera d’Europa, è il segreto dietro all’eccellenza dei tessuti Zegna. Le ‘ricette’ sono custodite in duemila e duecento volumi nell’archivio di Casa Zegna, una dimora anni Trenta. La casa di famiglia, circondata dal lanificio verde – utilizza solo fibre nobili, e da cento chilometri quadrati di territorio protetto, che formano l’Oasi Zegna nata nel 1993.

«Nella lana ci si lanciava in tuffo». La lana – merino dall’Australia e dalla Nuova Zelanda, il kid mohair dal Sudafrica, il cashmere dalla Inner Mongolia, la vicuna dagli altipiani andini del Perù. Un chilogrammo di lana equivale a centottanta chilometri di filo. Negli anni Sessanta Ermenegildo ne fece uno lungo centoventi chilometri – un filo lungo da Trivero a Milano, di quattro micron – un micron equivale a un millesimo di millimetro. Nacque così il tessuto centoventimila che gli valse il Vello d’Oro di Giasone.

L’habitus non è solo un abito, ma un modo di essere. Al tempo erano gli inglesi i migliori produttori di tessuto. Per Ermenegildo fu una sfida. Nel 1938, andò in America a spiegare ai sarti italiani l’importanza del tessuto made in Italy, il primo a essere marchiato con il logo. Negli stessi anni la prima campagna – un pugnale foderato di tessuto Zegna che spezzava la catena del dominio britannico, segnava una nuova supremazia e la nascita di un modo: per fare un abito Zegna servono cinquecento mani.

Scarpe grosse, cervello fino. Imprenditore e filantropo, Ermenegildo pensava alla coesione con la comunità prima di tutto. Casa Zegna è uno spazio di accoglienza, un centro socio-esistenziale con rotazione di contenuti ogni sei mesi e una mostra permanente. «Serviva una strada per raggiungere la cima della montagna, il nonno la disegnò». Per ingentilire la salita che porta a Bielmonte sono state piantate cinquecento mila conifere e un’intera conca di rododendri che nel mese di maggio si tinge di viola. La strada, che collega il biellese con la valle d’Aosta, è nascosta tra i boschi dove passavano i lupi della Val Sessera e dove oggi le sentinelle dell’ambiente, le api – più di quattrocento, producono miele di rododendro selvatico.

In cima, al Bucaneve, il larice è ovunque. Brucia sul fuoco e profuma l’aria. È lucido sulle pareti, vissuto quello dei tavoli, scricchiolante sotto ai piedi. Sa ancora di anni Sessanta, quando l’architetto Luigi Vietti aveva progettato questo hotel di sole venti camere. In tavola manca il vino, c’è solo dell’acqua profumata – di zenzero, lime e melograno. «Si mangia poco di quel che si trova in città» – spiega lo chef, il piemontese Giacomo Gallina, mentre ci versa un Nebbiolo in purezza, rotondo. «Guardo fino all’Appennino ligure. Vedo il gorgonzola, il riso, il Monferrato. Tanta verdura – il topinambur, il trussotto, le rape, le zucche dell’orto».

Albergo Bucaneve

Strada Panoramica Zegna, 232 – Località Bielmonte, Veglio, Biella

+39 015.744184

Image courtesy of Press Office
zegna.com – @zegnaofficial

Disquiet – A Silent Swoop

Text Gian Paolo Serino

 

L’abbraccio di sconosciuti mi risveglia all’alba. Due ragazzi, li vedo, in fondo alla mia stanza mi salutano. Non so quanti anni abbiano, hanno delle cartelle sulle spalle. Credo debbano andare a scuola: io devo ancora fare pace con me stesso. Non ricordo perché siano qui. Non ricordo niente: mi sento sprofondare nell’infinito della sospensione.

I miei occhi macchiati di rosso vedono sirene al neon che mi fissano come fossero carene di una nave in tempesta. Ho uno strano senso di pace. Il mio cuore è ancorato ad Argo, il cane che aspettò vent’anni il ritorno di Ulisse: appena lo vide, vestito di stracci per non farsi riconoscere nella propria casa dai Proci, Argo morì. Il magnifico Odisseo, mio compagno di sempre, che di molti uomini vide le città, scrutò la mente e molti dolori sul mare patì nel suo cuore per guadagnare a sé la vita.

Ulisse se solo ancora pochi oggi ti conoscessero – il tuo nome greco Odisseo in italiano vuol dire Nessuno. Se fossi stato te mi sarei fatto slegare per tuffarmi con le sirene e perdermi nel loro canto ma non solo. Sono Nessuno – così mi alzo, la stanza mi cade addosso come liquido fetale. Mi sono fatto un bozzolo della mia solitudine amara. Galleggio e il respiro delle mie branchie mi strappa alla vita portandomi ventate d’amarezza folle e sublime.

Sono l’unico che può assediare me stesso. Sono più critico con me stesso, che con gli altri. Sono solo e soltanto Magnifico. Lorenzo il Magnifico, ma c’è anche Abdullah al-Barri e Abdullah al-Bahri dalle mie Mille e una Notte. Solimano rinchiudeva gli ifrit in lampade di rame sigillate, poi le gettava negli abissi del mare. Il primo dizionario americano si intitola Our Magnificient Bastard Tongue: The Untold History of English.

Sono l’unico che può creare e distruggere, prendere tra le mani un volto di donna e accarezzarti i capelli poggiando la tua testa sul mio petto, mare finalmente calmo. Sei qui. Adesso. Con me. Non avere paura. Non dico Ti amo – nel suo etimo significa Ti prometto – e io, furiosa Angelica di un Orlando innamorato, non posso prometterti nulla, se non che mi troverai qui. Non importa con chi e dove sarai, a chi starai promettendo le parole che ti ho insegnato sfiorandoti le labbra con le mie dita d’inchiostro. Dopo di me potrai solo ripeterle. Perché ogni volta che usciranno dalla voce che ti ha reso donna ti guarderai indietro e io ci sarò.

Tu che stai leggendo hai capito come una donna possa indossare gli abiti più ricercati, manti di bellezza anfratta; possa abitare i profumi più personalizzati come fossero l’invisibile contatto tra te e il mondo; possa dimorare tra i trucchi più belli, ma saranno soltanto e sempre trucchi, inutile chiamarli con nomi francesi. Ogni arma di attacco è un’arma di difesa. Cerchi di fuggirmi. Io ti ho rivolto dietro il muro del tuo passato, che ricerchi come un porto sicuro dove approdare. Non esistono porti sicuri. Puoi approdare solo in mare aperto. Almeno per noi, che abbiamo attraversato stanchezze e desideri senza ritrovare il gusto dei sogni dell’infanzia.

Tra la tempesta dei tuoi forse, tra i marosi di quelle domande alle quali mai troverai risposta. Ti guardi intorno. Respiri. Cerchi qualcosa nella tua borsa, come se frugare nel possesso portatile di una casa in cammino possa rasserenarti. La voce da cantatrice calva circonda gli eunuchi di un paradiso stellato. Guarda le stelle – troverai me. Dove abiti tu, dicono che io sono morto – ma io abito i tuoi spazi, le praterie – il vento ti muove i capelli ribelli in una brughiera di cui non vedi la fine. Ti devo prendere la mano per farti capire?

In molti, troppi, sono rimasti solo voce. Senza più corpo, senza più anima, sul bordo della loro gioventù. Sull’orlo di come sarebbe dovuta andare. Dove sono finiti i maestri, i geni – dove sono finiti? Dov’è il lustro dell’umanità? Forse sono tornati nelle strade, vociferano nelle loro officine, accendendosi con le loro opere, che tolgono loro il senno. Gli scrittori magnifici? In Italia, a parte Arbasino, finiranno per essere scoperti postumi se non li andiamo a prendere: Edgardo Franzosini, il vero Arbasino se Arbasino fosse Arbasino. Raymond Isidore e la sua cattedrale – la storia vera di un uomo che ha costruito una cattedrale di rottami in decenni: oggi la cattedrale è a Chartres, paese natio di Rimbaud, ed è tra i tesori di bellezza da noi sconosciuti, ma tra i più visitati in Francia. Mattia Signorini, mi viene in mente, insieme a Francesco Maino di Cartongesso: non un libro ma un miracolo di scrittura. Essere il futuro senza saperlo. Negli Stati Uniti: Tom Wolfe, Don De Lillo, il ritrovato Auster, il nuovo Bret Easton Ellis che ha lasciato la scrittura per scrivere film come The Canyons. Ben Lerner è un genio, che vivrà per secoli. Beh, Mongiardino, al di là del bene e del male… Chi oggi? Io. Certamente – perché credo in un giornalismo che pensavo non tornasse più. Devo dire che mi sento in piena forma.

Il canto delle sirene. Da una parte il sale, dall’altra parte la cera. Lascia il tuo passato al gelo dei ricordi: arriverà il giorno in cui sarai più sola di quanto tu lo sia adesso. Perché mi stai leggendo? Forse qualcuno ti costringe? Oh, perdóno, perdóno, non l’ho fatto apposta! Ordinami qualsiasi espiazione! Sono così buono, ho un cuore d’oro, io, e non ce n’è più come il mio. Non ho un amico che sappia raccontare la mia storia. Ah, sì un’infermiera! Un’infermiera per amor dell’arte, che conceda i suoi baci solamente ai moribondi. Macché! Più tardi mi s’accuserà d’aver fatto scuola. Non posso vedere le lacrime delle ragazze. Sì, perché far piangere una ragazza è più irreparabile che sposarla.

Il maschio che è dentro di me si è liberato in violenze inaudite. Mi sono perso nell’ombra del genio per venirti a cercare. Ho cercato nei vestiti dismessi, ti ho cercato nella follia delle mie notti dove non c’era nulla se non un braccio sprofondato nel ventre del mio. Al palo. Candele e cenere. Cinture e castità. Fruste e manette. Ho inghiottito peni all’alba del mio non essere, li ho ingoiati sino al midollo non più dell’osso ma del mio cranio imbevuto di sangue. Sono stato venduto all’asta di una televendita televisiva in cui nuove sirene, nuovi titani, mi offrivano a signore, caparbie amanti di carne giovane e neuroni. Hanno calpestato la mia intelligenza con tacchi d’inusitata eleganza. Acciaio, rosso, sangue.

Anche tu puoi essere il magnifico. Chiaramente non come uno specchio anni Ottanta – ma particolare, geniale, magnifico. Il problema è la mancanza del voler essere magnifico – come magnifici possono esser stati gli artisti e i nobili – rende tutti uguali, tutti splendidi. La volontà e la convinzione di essere magnifici sono la prima porta da aprire per essere unici, senza codici a bar(r)e. Voglio una vita magnifica. Mica una vita da Vogue. È la libertà a rendere magnifici.

Cos’è la Bellezza? Siamo nati a cavalcioni sulle nostre tombe. Io, sono Odisseo. Io sono Nessuno. Suonano alla porta, i miei figli tornano da scuola. Appoggiano i loro zaini di fronte a me. Due ragazzi, li vedo, in fondo alla mia stanza mi salutano. La madre non c’è. Mamma dove sei? Perché sei morta? Ci hai lasciato da sola con papà. Vorrei non correggere mai i miei errori. Tu sei la sirena che sveglia i miei sogni all’alba, mi hai reso un gigolò dell’angoscia che ogni notte si porta a letto un incubo diverso.

Mi alzo, mi svesto. Sono pronto per un’altra giornata. Esco per strada. Sono il magnifico che può abitare solo dentro gli occhi di una donna. Tu che, Angelica o meno furiosa, sei la nostra ultima vera possibilità per svelare al mondo che la magnificenza esiste ancora. Significa dimenticare noi stessi, abusare di noi stessi. Lasciamo tracce indelebili in ognuno, quando passiamo. È il costo della magnificenza. Siamo sull’orlo di come sarebbe dovuta andare. Siamo musica senza spartito di un inchiostro rovinato dal suono del tempo. Sleghiamoci dal palo alto della nave di Calliope e ascoltiamo le sirene, rincorriamole, perdiamoci dentro di loro. Solo allora capiremo la magnificenza di essere Nessuno.

Photography and Creative Direction
Alexander Beckoven

Producer
Guja Quaranta,
Irene Rei

Editing and Coordination on Set
Carolina Fusi

Hair
Manuela Malena
using ColorfulHair and
Serie Expert by
L’Oréal Professionnel

Make-up
Valter Gazzano
using Tatouage Couture
by YSL Beauté

Manicurist
Miriam Dotti
estetica Lazzate / Monza

Model
Anna @womanmanagement,
Cristiano @bravemodels,
Polina @specialmanagement

Photography assistant
Jacopo Vimercati,
Gabriele Cialdella

Digital tech
Emanuele De Rossi

Post-production
Alessandra Distaso

Special thanks to
Franca Parisi,
Siki Red Fins

Giro-Dior-in-tondo

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Luna piena, rotonda, ti gira intorno. Una notte di luglio a Ibiza, a San Carlos, nel bosco del mondo. La sciamana accoglie tutti con un abbraccio, tutto attorno. Il fuoco sacro che scalda le pietre è verso est, dove il sole, il dio chiamato Tonatiuh, sorge. Una luce viene a fecondare il grembo della madre terra, la capanna del Temazcal, nel profondo.

Sono tutti seduti in cerchio. Non bisogna giudicare chi commette errori. Si sta tutti lì con amore perché la sfera possa restare intatta. Non si può imbrigliare il vento in un circolo. Bisogna perdersi nel buio per ritrovare il lato più interiore. Dopo sette minuti mi sono trascinata fuori. Avevo paura.

È un rito ancestrale quello del Temazcal. Riconnette con il cosmo e la sua matematica sacra, con la madre terra, con il potere degli elementi, con le forze degli animali alleati e le fonti di potere della stirpe celeste. In gioco il cosmo e la terra. Gli elementi delle diverse ere, tutti, attraverso i quali il mondo è passato e continua a passare. Terra, vento, fuoco e acqua.

Noi che viviamo nel sesto Sole sulla scia femminile. Inconsapevoli del potere della Grande Madre Terra. La Madre Terra che crea la vita, guarisce il male, sconfigge la morte – è il potere che è infuso nell’essere femminile. Il corpo è la terra al suo stato primitivo. Primitivo che è un logicamente elementare come sosteneva Claude Lévi-Strauss. Vero, autentico, senza sovrastrutture. Situazione originaria e originale. La donna.

Al centro del mondo. Il mondo, quand’era rotondo.

Sono rotondi i tarocchi femministi Madrepace di Vicki Noble. Sciamana-curatrice e autrice de Il risveglio della dea, scrive: «Voglio conoscere me stessa fin nel mio centro sacro e in quello spazio voglio conoscere e toccare gli altri». Hanno ispirato i Tarots di Dior di Maria Grazia Chiuri. Recupero della fascinazione per la divinazione che era cara a Monsieur Dior.

Video editing Giulia Bertuletti
@giuliabertuletti

Kokoshnik Coccodè

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Axenoff Jewellery invita al Tiara Ball. «Ti dovrai mettere un kokoshnik» – mi è stato detto. Per assonanza ho pensato a coccodè. Tant’è. Una parola del sedicesimo secolo, in slavo antico, kokosh significa gallina. Il kokoshnik deve il suo nome a un elemento decorativo semicircolare dell’architettura russa, in cima alle cupole. Ambiguità linguistica. È una tiara, a forma di diadema. Una mezza corona arrotondata con una sola punta. Al tempo di Pietro il Grande fu bandito, lo zar voleva modernizzare il sistema. Tornò a spiccare in testa con l’arrivo di Caterina la Grande. Entrò ufficialmente a far parte degli abiti di corte. Imperiale su Anna Pavlova, cigno bianco dei teatri.

Milano, aspettando Cesare. «Caesar, ricordati, è white tie. Ci vediamo in Cadorna. Puntuale». Ho pregato che lo fosse. Ritirava il frac dal sarto la mattina stessa prima di partire. Lo è stato appena puntuale. Statuario. In cappotto blu. Un militare originale per cui ha fatto fare dei bottoni apposta. Valigione rigido da venticinque chili, borsone a spalla, ventiquattrore di cocco, il frac nel porta abiti sottobraccio, una coppola a spicchi inglese in testa, un colbacco di zibellino in tasca – lui. Fermo ai controlli in aeroporto, borsa ispezionata sottosopra. «Non posso circolare senza. Sono i cristalli di Rocca. Due cuspidi e una sfera. È una questione di energie capisce?».

San Pietroburgo, 23 novembre. Ore 17.00. Atterrati nel buio. Temperatura -4°. «Ci porti all’Astoria, presto, prima che finiscano i bliny». Si affaccia sulla Cattedrale di Sant’Isacco dal 1912, l’Astoria. È una pietra miliare dell’hotellerie. Ha vissuto la Rivoluzione d’Ottobre e quest’anno anche il suo centenario. C’era già, quando la fastosa capitale zarista, da San Pietroburgo è diventata la sovietica Leningrado. Se ne sta lì, sull’angolo, a due passi dalla Neva e poco distante dal Palazzo d’Inverno. Nella ‘Rotonda’, un salotto che è un crescent dove la luce è verde sage, ogni giorno, come vuole la tradizione – fu introdotta dal primo direttore dell’hotel all’inizio del ventesimo secolo, dalle quindici alle diciotto, viene servito il tè accompagnato dai bliny con la marmellata. I bliny si specchiano in un samovar di lucido ottone. Il tè si beve in ceramiche bianche e blu.

Una musica, dietro alle porte bianche sorvegliate da due cavalieri, fa così: «Festa e balli, fantasia, è il ricordo di sempre. E un canto vola via, quando viene dicembre. Sembra come un attimo. Dei cavalli s’impennano, torna quella melodia, che il tempo portò via». Dietro alle porte bianche il giardino d’inverno dell’hotel è un fluttuare di dozzine di coppie di ballerini avvolti di tulle color cipria. Chiudi gli occhi e in un capogiro di walzer sei a quel ballo che si teneva a corte al Palazzo d’Inverno. Petr Axenoff indossa una Circassian uniform color rubino, una copia precisa della stessa che indossò Nicola II. Il coro del Mariinskij canta God, save the Tzar, ora. Ora? Nel centro della stanza un tableaux vivant, il Royal Box – sul trono la famiglia Romanov con i gioielli della nuova collezione di Axenoff: Anastasia. Un tuono, e poi il buio. Rasputin. Sarà sconfitto in una battaglia di piroette. La vodka è solo Imperial. Il caviale è rosso, non nero. L’arrivo dei cosacchi, le danze gipsy. Il lancio del kokoshnik. All’insù. Lassù, dove ancora oggi aleggia la nostalgia dei Romanov.

Cover image: Anna Pavlova wearing a kokoshnik, Russian Prima ballerina, 1911

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Interview with Castelbajac, about future and Rossignol

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

L’occhio di buona fortuna e di visione futuristica. Le stelle dei sogni. I cuori e le labbra sono i simboli della passione. Sono i simboli della tribù Hopi che abita nel deserto dell’Arizona, a cui JC/DC (così soprannominato dagli amici rapper) si è ispirato per la collezione Rossignol per questo inverno. Li ha colorati di giallo, rosso e blu.

 

Perché Rossignol?
«Per fare del beau-tech. Lavoro con Rossignol da diciassette anni con lo scopo di unire la beauté alla technologie. Ci vuole una casa di moda storica con senso di modernità e tecnologia».

Moda funzionale.
« – con carica poetica. L’opposto di quello che è la moda oggi, fatta anche dal marketing. Da Rossignol ho libertà di disciplina e di cultura».

Pensavo fosse arte.
«Ho iniziato nel 1975 a cercare collaborazioni di artisti. Nel mondo di oggi tutti fanno arte e moda, ma ormai siamo oltre. Il prossimo souffle sarà l’umano, la tecnologia, la realtà».

Un ritorno in Italia.
«Quando arrivai la prima volta avevo diciotto anni. Ero in vacanza a Vernazza dopo essere stato rapito».

Rapito?
«Ero sugli Champs Élysées. Avevo i capelli lunghi, una salopette e un paio di stivali argento. Fu Maurizio Vitale (imprenditore torinese di MCT) a notarmi e a portarmi in Italia con sé. Disegnai per lui una linea di costumi da bagno, Beatrix, (indimenticabile il gatto che disegnò sulla culotte). Eravamo sulla sua Lamborghini bianca, a trecento all’ora, quando mi chiese di inventare qualcos’altro. Pensai a dei jeans, considerato che al tempo c’erano solo i Pooh. Mi chiese anche di trovare un nome. Dissi: Jesus. Finalmente rallentò».

‘Chi mi ama mi segua’, sul derrière di Donna Jordan.
«Era il claim della campagna. L’abbiamo scritto anche sui muri del vaticano».

Per fortuna poi ha vestito il Papa nel 1997, per la Giornata della Gioventù.
«Avevo alcune cose da farmi perdonare».

Ha detto no a Marilyn Manson.
«Mi chiamò poco dopo. Rifiutai, come dire, l’anticristo».

Chi vestirebbe oggi?
«L’intera società, in ottica ecologica».

L’inizio fu con stracci e coperte.
«Avevo diciassette anni quando cominciai a sperimentare. La prima giacca (quella che comprò John Lennon) l’avevo ricavata da un plaid».

Fashion, art & rock‘n’roll – il tuo libro. Quale preferisci dei tre?
«Non posso scegliere ».

Ma la società di oggi è rock’n’roll?
«Mica tanto».

Un italiano, un inglese e un francese da seguire della moda nuova generazione.
«Archivio, JW Anderson e Jacquemus».

Ritornando all’arte: è vero che si faceva pagare con i quadri?
«Quando disegnavo Sportmax, sì. Ricordo che il dottor Maramotti la chiamava ‘la collezione del collezionista’. Una volta era un Basquiat, un’altra uno Schnabel o un Haring».

La collezione sarà in vendita, in esclusiva da 10 Corso Como, a partire dal 23 novembre.

10 Corco Como

Corso Como 10, – Milano

Tutti i giorni, 10:30 > 19:30
Mercoledì – Giovedì, 10:30 > 21:00

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attila.it – @attilaco

Il Gran Premio di Vela a Venezia, la sfida degli hotel

The Winner Team of Spirit of Portopiccolo, Ca Sagredo Hotel

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Era il 1962. La portaerei americana USS Independence lampeggiò con segnale luminoso: «Chi siete?». La risposta: «Nave Scuola Amerigo Vespucci, Marina Militare Italiana». La nave statunitense ribatté: «Siete la nave più bella del mondo». L’Amerigo Vespucci è la nave ambasciatrice della cultura italiana. Quando un transatlantico lo incontra, rinuncia alla precedenza e rende ossequio con tre colpi di sirena. Lo scorso ottobre, il veliero sostava a Venezia, sulla Riva San Biagio, di fronte all’Arsenale. A bordo, sotto i suoi alberi e gli ottoni ancora splendenti, la cena di gala in onore della regata: la Venice Hospitality Challenge.

Il 14 ottobre, la mattina della gara. Brezza leggera di circa tre nodi ovest. Correnti difficili da interpretare. Nebbia che è diventata sole. Il percorso: da San Marco verso il Lido, poi alla Giudecca e di nuovo a San Marco. Poco prima della partenza il Moro di Venezia America’s Cup, in rappresentanza della Serenissima, si è incagliato. Non sono bastate manovre e virate d’acqua per smuoverlo. Noi sull’imbarcazione di accompagnamento dello Spirit of Portopiccolo – un maxi di ottantasette piedi disegnato da Rachel & Puig – in rappresentanza di Cà Sagredo Hotel. Sponsor ufficiale: Visit Monaco. Non potevamo perderci la vittoria. Bis. Furio Benussi al comando, lo skipper fresco vincitore della Barcolana di Trieste, dopo un’ottima manovra ha preso il comando inseguito da Maxi Jena e Pendragon VI, per finire sul podio.

In gara, dodici yacht con i colori degli hotel della Laguna, si contendevano il cappello del Doge realizzato dalla vetreria muranese Barovier & Toso. Giunta alla quarta edizione, la Venice Hospitality Challenge è la sola regata a disputarsi nelle acque interne di un circuito cittadino. Come dire: il Gran Premio di Vela sta a Venezia così come il Gran Premio di Formula Uno sta a Monaco.

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Un salotto italiano

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Le varianti del beige ci sono tutte, dal tortora al marron glacés. Il vert sauge, l’aubergine a sprazzi. Rosso cardinale solo le sedute in velluto di seta nel caveau-salotto sul retro. Il parquet in posa a spina di pesce, all’italiana e non alla noblesse, è sulle pareti. Le luci scendono appese a una corda e prendono volume negli specchi decapati. Di velluto profuma l’aria.

È un ristorante, si chiama Ecrudo. Il design è dell’architetto milanese Alessandro Agrati, ideatore del brand Culti, che progetta i sensi. «Entrare in un posto nuovo che è qui da sempre. Un convivio dove passare del tempo di qualità» spiega. Il concept è di Italy First Sa: «Nasce dalla volontà di parlare dell’Italia. Di mettere assieme lo stile italiano per poi portarlo nel mondo», dice Enea Angelo Trevisan, CEO della società. L’idea è di sconfinare da via Savona, espandersi nell’hotellerie e nella gastronomia-bistrot.

L’olio è monocultivar. Un genere che producono in pochi, fatto con olive di un’unica varietà. Ecrudo non vuol dire crudo – perlomeno non solo. Una cucina primaria, gli ingredienti mediterranei: Ecrudo è lo stare bene basato su sapori «concentrati dal sole, dal mare e dalla terra», come dicono gli chef Angelo Mancuso e Umberto Vezzoli alla fine di una cena a porte chiuse. Solo prodotti italiani. Si leggono anche sulla carta dei vini. Che non è una lista degli inflazionati, ma una filastrocca di uve e vignerons, poco noti ma affini, hanno fatto della qualità il loro modo, all’italiana, nella cantina di Piero Sattanino, sommelier piemontese due volte campione del mondo. Questa sera inaugura un salotto milanese che sa di Italia.

Ecrudo Milano

Via Savona, 11 – Milano

Lunedì > Sabato, 19:00 > 0:00

02 833 900 06

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ecrudo.it – @ecrudo_milano

Between Fashion and Art with Antonio Guccione

Text Angelica Carrara
@misscarrieangie

 

Camice bianco, coppola e occhialetti tondi. Macchina fotografica in mano. Antonio Guccione stava componendo un tableaux vivant con i campioni della squadra locale di hockey sul ghiaccio nella vetrina di Franz Kraler. Indirizzo: Corso Italia 76, Cortina. Nuovo indirizzo dedicato alla moda maschile, dove, tra abiti e accessori ha inaugurato la mostra Fashion and Faces – Moda vs Arte, con le opere del fotografo. Lo abbiamo incontrato lì, in attesa di vedere la sua prossima esposizione a Milano, nel 2018 a Palazzo Reale.

 

Con cosa fotografi?
«Con tutto. Da una 2025 a una digitale».

E con il cellulare?
«Faccio fatica. Non per snobismo e nemmeno per il mezzo. Si può fotografare anche con una scatola di scarpe con il buco dentro». 

La fortuna di lavorare negli anni Ottanta.
«Quando lo vivi è solo un fatto: Milano era il centro del mondo dove Richard Avedon e Irving Penn venivano a lavorare al Superstudio. Non c’erano redattrici con la valigia che andavano a Parigi o a New York per scattare un servizio speciale. Lo ‘speciale’ succedeva a Milano».

E poi?
«Un crollo. Graduale, mai identificato. Moda e politica non erano in sintonia. All’inizio tutti sfilavano insieme in fiera, fino alla disgregazione. Era il gioco che aspettavano Francia e Stati Uniti per entrare in scena».

Versace, Ferrè, Moschino. Parlami di loro.
«Persone semplici. Nessuno di loro si è mai rivelato un alieno. Forse Iman era diversa. Del resto David Bowie se l’era sposata».

Andiamo con ordine.
«Gianfranco Ferrè aveva un difetto: si assentava dal set per correre dietro alle quinte dove c’era una torta. Franco Moschino era un pazzo. Ha voluto una donna cowboy come sfondo del suo ritratto. Fu uno dei primi a rasarsi a zero per mettere in mostra dove nasce tutto. Gianni Versace era mistico. Grazie a lui le mie prime campagne, i lavori per Vogue Italia. Gianni aveva quel qualcosa in più. Una sfumatura non troppo condivisa, che trovava una specie di disagio, come succede alle cose uniche».

Una pausa dalla moda, nel 2008.
«Sentivo il bisogno di prendere l’iniziativa, per lavorare in modo artistico mi serve carta bianca. Nessuno che mi dica cosa devo fare».

Questo è un lusso.
«I risultati sono quello che sono perché i fotografi sono al servizio di qualcuno. Non ci sono fotografi capaci di creare. Era Francine Crescent, (direttore di Vogue Francia), a dire a Helmut Newton cosa fare. Ero stanco di quel sistema». 

In quella pausa, con la macchina fotografica hai esorcizzato la morte: From Jesus to Yves Saint Laurent.
«Ci sono voluti otto anni. Ho iniziato con un teschio giocattolo. Stavo sistemando le luci ed ebbi l’impressione di rivederci Mussolini. Ho scattato, stampato e ci ho scritto sopra Benito Mussolini. Dopo averlo guardata per cinque minuti ho pensato di aver fatto una cazzata. Ho chiamato Francesca Pini del Corriere, che ha chiamato Claudia Gian Ferrari, grande collezionista, che ha comprato la foto e così sono andato avanti. Per un totale di quaranta personaggi».

I teschi li hai conservati?
«Memento mori, nulla resta. Dopo averli fotografati li ho distrutti».

Un teschio, la memoria della vita che è stata.
«Sono un ritrattista. Gesù, da Vinci, Pollock, Frida Kahlo, sono tra le persone che avrei voluto incontrare. L’occasione me la sono creata».

E ha funzionato?
«Ha conquistato il mercato americano, che ha una certa riluttanza nei confronti dell’utilizzo della morte. Halle Berry ha voluto il teschio di Jackson Pollock».

Se non un fotografo?
«Un musicista». 

Suoni?
«Ho fatto conservatorio per due anni. Suonare ti porta a essere solo con te stesso, i tuoi fantasmi e le tue insicurezze. È tutto in discussione, hai bisogno di equilibrio».

Dove trovi il tuo equilibrio?
«Nelle persone che capiscono il mio stato d’animo, un’alternanza di momenti di attesa e di creazione. Vago in una forma di delirio, senza essere ubriaco. Quando non creo sto male, mi viene la febbre».

Per dire l’artista.
«A trenta chilometri da Milano c’è un ruscello dell’Adda dove Leonardo da Vinci dipinse la Vergine delle Rocce commissionatagli dal Papa con tanto di contratto e pagamento anticipato affinché la consegna fosse assicurata il 22 dicembre. Mentre Leonardo dipingeva, una farfalla gli passò davanti. Fu ipnotizzato. Cominciò a inseguirla e dimenticò il dipinto. Il Papa lo condannò e Leonardo se ne andò in Francia, ad Amboise, con Gioconda e Vergine delle Rocce».

Il tuo ‘ruscello’ dove creare?
«Se il posto è troppo bello, non va bene. Se è troppo brutto, nemmeno. Devo stare al centro di qualcosa che non so dov’è».

Ma l’ispirazione?
«Se di vera creazione si tratta, non è spiegabile. Quando sei circondato da situazioni forti, la creazione viene soppressa. La creazione nasce dal nulla, anche da situazioni non rassicuranti. È una questione di cose che abbiamo dentro la testa. Ci sono artisti che hanno fatto grandi creazioni all’inizio del loro tempo, quando ancora avevano la fortuna di avere la testa vuota».

Parlando di moda in forma d’arte.
«Il rapporto con la società è cambiato. Per una nicchia è accessibile, per tutti gli altri è una copia di forma di espressione a costi popolari».

E la fotografia?
«Concettualmente non esiste più. Oggi si parla di cyber fotografi. Il digitale permette cose immense. È anche un pericolo, vedo cose vomitevoli».

Qual è il problema?
«Il gusto. La mancanza del senso di bellezza».

Un consiglio.
«Guardarsi attorno. Amare l’arte. Amare il bello. Avere cultura e conoscenza. Prendi in mano la macchina fotografica, che è il tuo occhio, fai uno scatto e quello è. Se pensi che la tecnologia ti risolva i problemi, sbagli».

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antonioguccione.com – @antonioguccione

My Beautiful Laundrette

HermèsMatic – Ph. Martial Schmeltz

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Era un film di Stephen Frears del 1985. Una storia d’amore nata in una lavanderia a gettoni di Londra. Si tratta di amore anche quando si entra da HermèsMatic, la lavanderia pop-up itinerante firmata Hermès, dove tingere gratuitamente il proprio carré con la tecnica dip-dye.

Per un pezzo unico, basta un bagno di colore: blue jeans, rosa fucsia o verde salvia. Si sceglie la lavatrice in base alla tintura, al termine del ciclo, il foulard passa all’asciugatrice, per un ultimo giro dentro il cestello che dona sofficità. Tempo di attesa totale, quarantotto ore. Con confezionamento in custodia HermèsMatic.

Nel nome dell’arancione. Le lavatrici, i fustini, le bacinelle, tutto è arancione. Colore dall’origine fortuita. Era il 1945, quando Émile-Maurice Hermès si trovò di fronte ad un dilemma di scatole – erano irreperibili quelle in classico color beige a cui il fornitore sopperì con uno stock di cartoni arancio. Ormai un simbolo di lusso.

Dopo la tappa torinese, fino al 15 ottobre in via Maria Vittoria 2, il prossimo appuntamento HermèsMatic sarà a Palermo da metà novembre. Pronti, partenza, tingere! – questo è il motto.

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hermes.com – @hermes

Intimissimi On Ice: A legend of beauty

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Afrodite Cnidia ha dominato l’Arena di Verona nella notte del 6 Ottobre, in occasione della quarta edizione di Intimissimi on Ice. La dea è stata musa ispiratrice di A legend of Beauty, regia di Damiano Michieletto e direzione creativa di Marco Balich (uomo di cerimonie olimpiche). Lo spettacolo ha reso omaggio alla figura femminile nella mitologia classica: dalla conchiglia emersa dalle acque, alla danza sulle ninfee luminose – fino all’ossimoro: un cavallo di Troia in fiamme. L’incontro tra classico e pop, amori e tragedie narrate nel mondo antico, oggi reali più che mai. Se di solito il biglietto vale la poltroncina, questa volta no. Meno gala, più spettacolo. Un ritorno al vecchio senso dell’arena romana, dove non c’è platea, non ci sono prime file e tutto il pubblico è in gradinata. Al centro, il campo di ghiaccio: realizzato con più di sessantamila litri di acqua, più grande di un campo da hockey. A coro e orchestra erano riservate due ali laterali. La stampa c’era tutta, su invito di Sandro Veronesi, presidente del Gruppo Calzedonia, questa sera in veste di mecenate d’arte. Si sono esibite solo medaglie olimpiche. La campionessa giapponese Shizuka Arakawa, lo ‘zar’ Evgenij Pljuščenko, il re delle trottole Stéphane Lambiel, la coppia americana Meryl Davis con Charlie White e quella canadese Meagan Duhamel con Eric Radford. Sulle composizioni di John Metcalfe e la voce di Andrea Bocelli. Le ‘feste afrodisie’ erano vissute con larga partecipazione dei piaceri. Chiara Ferragni, la costumista di scena, o costume designer, ma è linguaggio bloggerino. C’era Katie Homes, l’ospite d’onore, in versione sexy-tomboy; la top model Irina Shayk, una sirena cangiante senza coda; la tennista Ana Ivanovic, che come il galateo vuole indossava i collant, e la food writer Ella Mills, in un mix improbabile di texture – seta, microfibra e pelle, risultato in eleganza, sarà il nero – ma più di tutte loro brillava, con il suo sorriso semplice, Matilda Lutz.

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Mister Frédéric Malle

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Frédéric Malle edita profumi come fossero libri: Editions de Parfums è una dichiarazione d’intenti. L’ha fondata nel 2000, per dar libero sfogo ai migliori nasi del mondo e consentire loro di creare quel profumo che avrebbero voluto realizzare da sempre.

A settembre ha aperto la sua seconda boutique italiana nel cuore di Milano, in via Verri 2. Abbiamo colto l’occasione per incontrarlo. L’intervista completa su The Fashionable LampoonMagnifico, in edicola dal 9 Novembre. Qui, un estratto.

 

Come hai sviluppato questa dote?
«Sono piuttosto timido, ma mi piaceva corteggiare le belle ragazze. Guardavo i loro occhi. Il loro profumo mi diceva tutto il resto». Ne captava la quintessenza. «È parte di me. È parte della presenza. Quando non conoscevo qualcuno e avevo pochi minuti per capire chi mi trovavo di fronte, annusavo. Era una cosa naturale. Ecco perché all’inizio non lo sentivo come un lavoro».

Non siamo sommersi da troppi nuovi profumi?
«L’andatura dei lanci è diventata folle. Un limite anche per chi veicola informazioni. La profumeria da mass market ha ucciso questo ambiente. Il messaggio è breve, è focalizzato solo sulla novità. Con il risultato che le case cosmetiche si sentono obbligate a dover produrre ancora e ancora, a dover alimentare di continuo il mercato, dietro a un franchising che ha sempre lo stesso nome».

Parfumeur, ton nom est personne – profumiere, il tuo nome è nessuno.
«Ho deciso di rimettere tutto al proprio posto. Di riportare i profumi al centro della scena e di presentare il ghost writer che è il profumiere. Ai tempi qualcuno mi disse che ero un pazzo, un megalomane. Poi furono in tanti a seguire il mio percorso, tra cui i grandi marchi che hanno riscoperto la profumeria selettiva».

Come fa a capire quando un profumo è finito?
«Lo sai. A un certo punto è ovvio. Non c’è nient’altro che tu possa fare».

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esteelauder.it – @esteelauder

Gedebe, the best in bag design

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Giuseppe della Badia, alias Gedebe. Stile audace, opulento e scintillante quello degli accessori del designer napoletano tanto amato dallo star system.

Retifismo?

«L’idea mi fa sorridere! Per certi versi sono molto feticista. Ci sono oggetti che mi trasmettono un forte potere seduttivo, tra cui le scarpe».

Gedebe – l’acronimo

«Del mio nome, che pur piacendomi, ritenevo troppo difficile da memorizzare, troppo lungo sulle etichette, e forse anche troppo altisonante per un ragazzo poco più che ventenne che provava a capire la moda. Oggi, forse, avrebbe più senso firmare le collezioni con il mio nome, ma anche Gedebe è una mia creazione, e il fatto che le mie creazioni non portino il mio nome mi aiuta a mantenere una visione obiettiva, a non impersonificarmi con il brand».

Lo stile

Opulento ma raffinato.
«C’è una storia fatta di passione per il decorativismo. L’arte dell’elaborato ha sempre esercitato un forte fascino su di me. Ci sono le mie mani che un giorno mi hanno rivelato l’abilità di saper ricamare e creare con il filo trame e intrecci di pietre che fino ad allora avevo solo disegnato».

Il minimalismo, quello sconosciuto.
«Sembrerà paradossale ma io amo il minimalismo. Io stesso sono minimal. Di solito vesto solo di un colore ed evito gli eccessi. La mia casa è minimal. Tutto è simmetrico e maniacalmente ordinato. Credo sia un’esigenza mentale: essere minimale e pulito per poter spaziare con la fantasia. Erroneamente si pensa che un accessorio ricco si abbini a donne barocche, è un’interpretazione distorta. Sono tante le donne minimal che amano Gedebe».

L’armonia dei dettagli forti.
«A inizio collezione, il momento in cui apro tutte le cartelle dei materiali è magico. È quando le pelli, i colori e i tessuti devono sposare i ricami, i cristalli e le forme. Tutto deve essere bilanciato, in modo armonico ma originale, ricco ma portabile. È un gioco di equilibri, in cui anche l’elemento emozionale gioca il suo ruolo. La mia costante, nonché la mia sfida continua, è mantenere l’armonia».

La donna musa

Di carattere.
«Femminile, coraggiosa, ironica. Tre caratteristiche che amo. Si è sempre più lontani dall’idea che una donna elegante non possa osare o divertirsi con la propria immagine. Le donne hanno acquistato sempre più sicurezza, non hanno paura di farsi notare e usano la propria esteriorità in modo disinvolto e intelligente. Penso che quella di oggi sia una moda senza ruoli. Quando creo, immagino qualcosa che sia bello per me e che piaccia alle donne».

Uno switch di carriera

Dai codici di legge a quelli della moda.
«Un percorso trasversale. Sono approdato alla moda passando per una laurea in legge. Ho studiato per puro senso del dovere, in realtà progettavo un futuro lontano dai tribunali. Ho avuto varie esperienze nella moda, dalla vendita allo stile. Ho collaborato con grandi brand. Ero giovanissimo e facevo il prototipista. Mi divertivo a creare e a ricamare, a sperimentare nuove tecniche e materiali. Poi un giorno vidi un mio lavoro su una borsa icona. Capii che forse avrei potuto farlo io quel lavoro. Iniziai a creare accessori per le mie amiche. Poi per i primi negozi. E poi il resto è venuto da sé».

L’haute couture – l’ispirazione

La tua scarpa è couture – parliamo della haute.
«Sono nato negli anni Ottanta e cresciuto sfogliando le riviste degli anni Novanta. Anni magici per la moda. Le donne erano belle e imitavano le top model. Sulle passerelle sfilavano gli abiti più femminili che la moda avesse mai creato, nati dai bozzetti e dalle mani di grandi sarti e stilisti: Valentino, Versace, Gaultier, Saint Laurent. Rubavo con gli occhi il loro modo di disegnare e mi affascinava l’idea di come le mani di sarte e ricamatrici potessero creare. Mi sono fatto una cultura di moda studiando proprio loro, i couturier, e carpendo i loro codici stilistici. Quando ho iniziato non potevo che farlo ripensando a quello che i miei occhi avevano ammirato per anni. Oggi la couture ritorna a far sognare. Grazie a nomi come Valli, Chiuri, Elie Saab. Allievi del passato destinati a diventare maestri del futuro».

Il mercato

«Oggi Gedebe è presente in circa duecento punti vendita su territorio mondiale. Nel Middle East dove vendiamo di più, abbiamo spazi dedicati nei Mall più belli. Così anche in Cina e a Hong Kong. Nelle ultime due stagioni abbiamo ricevuto molte richieste dagli Stati Uniti. In Europa siamo nei migliori multibrand, a Parigi, Londra e Ginevra. In Italia abbiamo buyer davvero bravi e sensibili al bello».

E quello online?
«In questi anni mi sono dedicato a creare una rete commerciale e a consolidare rapporti importanti con i clienti. Nel 2018, apriremo l’e-commerce con solo una selezione della collezione, progetti speciali e custom made».

Accessori ma non ready-to-wear – è un progetto futuro?
«Quando qualche anno fa ho intrapreso questa strada, l’idea di fare accessori e non abiti mi sembró la via più facile per poter creare qualcosa di facilmente fruibile. Credo che il tempo mi abbia dato ragione. Ma il mio progetto non puó fermarsi qui. Parlavamo di couture prima?».

Sulla moda

«Molti mi chiedono della mia esperienza nella moda e di come vada in questi anni. Rispondo sempre dicendo che sono nato in tempi di crisi della moda e non riesco a immaginare come sarebbe lavorare in tempi di non crisi. Ma credo che la moda rappresenti sempre una grande opportunità per chi abbia qualcosa da raccontare e che sappia farlo. Credo che la figura di uno stilista oggi sia diversa rispetto a quella del passato. Oggi essere un designer non può prescindere dall’essere anche un imprenditore, un venditore, un pr ed un osservatore attento del costume. Io stesso sono lontano dalla figura dello stilista che crea nella sua torre d’avorio. È un’idea passata e chi ancora si atteggia a stilista in tal senso credo sia ridicolo. La moda oggi cambia di continuo, si evolve, starle dietro non è semplice. In un momento in cui nascono trend ogni giorno, costruire e mantenere una propria identità personale è vitale.

Il mio rapporto con il digital è molto controverso. Fatto di amore – ossessione, e al tempo stesso distacco e reticenza. Non nego che è anche grazie al digital e a questa ‘democratica’ forma di pubblicità, che ho costruito il successo del mio brand. Ma al tempo stesso mi spaventa come il digital riesca a creare dei fenomeni e talvolta a distorcere la realtà. Così creazioni improbabili diventano oggetti di culto, influencers diventano opinion leaders e designers. Non è facile mantenere il giusto coinvolgimento in certe dinamiche, ma è necessario esser misurati per non diventare un fenomeno momentaneo. Io continuo a raccontare la mia storia». 

E sul lusso

Cos’è il lusso e cos’è sexy?
«La parola lusso non mi piace. Preferisco il bello. Vivere luxury per me è vivere nel bello. Lo stesso vale per le mie creazioni. Cerco di creare qualcosa che sia bello, che abbia forme sinuose, colori intriganti, materiali brillanti e belli da toccare. Che siano realizzati con cura. E che non siano per tutti. Questo è luxury. A cui si collega il mio concetto di sexy. Sexy è tutto ciò che mi attrae. Sono attratto da tutto ciò che è bello e dai forti contrasti».

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gedebe.it – @gedebe

#KOS17 Charlie Siem

Ph. Michael Avedon

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

«Astrazione. Per me la musica è tempo e suono. È stata ed è il mio canale privilegiato, la mia essenza. La qualità del violino è come quella della voce umana. Perfetta, ideale per esprimere sentimenti, differenti temperature emotive». Charlie Siem è un ragazzo d’oro londinese di trentuno anni basato nel Principato di Monaco, che, specie nell’ultimo decennio, si è imposto come uno dei violinisti classici più celebri al mondo. Ha suonato senza alcun timore con i Who e Miley Cyrus. Superstar fin dal 2001, dotato di carisma da vendere, magnifico comunicatore. La sofferenza, il dolore e la catarsi, se ci sono – e di certo è così – li sa nascondere dietro l’ombra di un sorriso e di uno smagliante uso di mondo very british. Charlie è diretto e affabile, ma s’intuisce la sua complessità interiore e magari un filo di malinconia, da puro Capricorno qual è. Su di lui, oggi, riflettori più che mai puntati, sfatando in toto il cliché del musicista dannato, tormentato e consunto dalla propria arte e dal genio che lo abita.

La musica e il violino – il suo è un prezioso Guarnieri del Gesù detto d’Egville del 1735, in precedenza appartenuto al grande Yehudi Menuhin, non si stanca mai di ripetere, sono il perno della sua intera esistenza. Costituiscono il suo massimo divertimento. «Poi c’è l’ambizione, che talvolta vince addirittura sul talento e la disciplina – ce l’hai o non ce l’hai. Anch’essa è un elemento innato e fondamentale. Così come una salutare e severa autocritica. Senza esagerare». Questo divertirsi, il fun, è un concetto che Charlie Siem, alle spalle scuole d’eccellenza come Eton e il Girton College a Cambridge, ribadisce continuamente. «Se così non fosse, se suonare questo strumento non mi divertisse e non mi appartenesse più – aggiunge perentorio – metterei subito e senza alcun rimpianto la parola fine alla mia carriera. Non potrei seguitare a dialogare con me stesso, né rivolgermi agli altri, al pubblico che mi sostiene, senza dare verità, senza tentare di esprimermi al massimo, quantomeno secondo una gradazione sperimentale e metamorfica. L’imperativo è di perseguire quel quid necessario che fa la differenza e che supera e infrange il consueto. Un itinerario work in progress che non finisce mai. La musica per me, fin dall’infanzia non voleva dire abbracciare una professione, ma semplicemente poter suonare il concerto per violino di Beethoven».

Decisamente bello, talentuoso, giovane e sportivo, Charlie inoltre è corteggiato dall’universo della moda, cui ha prestato il proprio volto per alcune campagne pubblicitarie, segnatamente per Burberry, Dunhill e Hugo Boss, per il profumo di Armani Eau de Nuit nel 2013, immagini scattate da Inez e Vinoodh, per Dior, fotografato dall’amico Karl Lagerfeld – «un raffinato conoscitore specie del repertorio tedesco, sua madre suonava abilmente il violino a livello amatoriale». È apparso nel film di Bruce Weber per Dior Homme Can I Make the Music Fly. La moda, è evidente, a Charlie Siem piace, lo interessa e lo diverte. Gentleman look impeccabile, di rado con qualche grammatura di stravaganza dandysh. Non è raro vederlo, in compagnia dell’altrettanto avvenente e solare sorella Loulou, scultrice. All’ultima tornata parigina di couture del luglio scorso sedeva in prima fila agli show di Chanel, di Giambattista Valli o di Armani Privé – qui cercato dai fotografi quasi quanto l’iconica ultima diva Sophia Loren, accanto a lui al Palais de Chaillot.

Un’aria scanzonata e insieme compunta. Tratti aristocratici, regolari e disegnati. Occhi interrogativi, dal colore luminoso e indefinibile, affabile, simpatico e misurato ma pieno di humour. Non spreca mai parole, esprime concetti pregnanti, precisi e affilati come un’antica lama di Toledo. Viaggia su una rombante Porsche arancio, o meglio rosso lampadina, acquistata per soddisfare un irresistibile colpo di testa poco più di un anno fa. Un vezzo questo, che lo accumuna al sulfureo charme di Herbert von Karajan, indimenticabile direttore d’orchestra austriaco malato di velocità sia in campo automobilistico che nautico e aereo. Siem gira il globo come una trottola per far fronte a una popolarità crescente, specie in Paesi lontani e di diversa cultura. La sua preparazione fisica richiede regolari sessioni in palestra. «La pratica del violino, conferma, ti sbilancia, va a carico di una sola parte del corpo, investito da una dinamica in torsione originata da sinistra, quindi nasce forte l’esigenza di recuperare armonia ed equilibrio e di lavorare sulla postura».

«A fine giornata, per dirmi sul serio soddisfatto, devo avere raggiunto un risultato nuovo. Un qualcosa, un riflesso che non mi aspettavo di trovare. La sfida consiste nel tirare fuori dal testo musicale, che tanti prima di te hanno studiato, amato, combattuto, analizzato ed eseguito, una fragranza inattesa. Un chiaroscuro o un’angolazione inedita e piena di un ulteriore significato. Devi riuscire ad aprire una tua strada personale, indipendente, solo tua, per maneggiare staccato, vibrato, interruzione multipla e controllo dell’arco. Suonare il violino, ben oltre la tecnica anche più eccelsa, è un fatto individuale, in cui non puoi non superarti e superare certi snodi, certi riferimenti assodati. Nessun altro può riuscire a spiegarti in quale maniera reagirà il tuo corpo o risponderanno le tua mani. E non puoi più esimerti dal prendere rischi e di sbagliare, se occorre».

Sulla vita privata, l’ineffabile Charlie, adorato dal pubblico femminile – per quella sua aria concentrata e romantica insieme, senza contare il potere d’attrazione del suono lieve, accorato, spirituale e struggente di un violino, tiene la bocca ben chiusa, se la ride e non si lascia sfuggire un solo commento rispetto ai tanti flirt anche illustri che gli sono stati attribuiti. Cresciuto in una famiglia cosmopolita e di vaste possibilità economiche, è nato a Londra il 14 gennaio 1986, padre norvegese, il businessman Kristian Siem e madre di origine sudafricana, Karen Ann Moross. Già all’età di tre anni, come una specie di piccolo Mozart, lascia intravedere il suo naturale trasporto verso la musica. Tra gli otto e i nove anni inizia il suo vero training, una pratica dura e quotidiana di almeno quattro ore al giorno, sotto la guida di maestri virtuosi, quali Itzhak Rashkovsky al Royal College of Music o il celebre Shlomo Mintz, e presso scuole e seminari di alto livello in ogni parte del mondo. Appena quindicenne, parte da solo per Rio de Janeiro per esibirsi con un’orchestra, mentre tre anni dopo riceve il suo battesimo in palcoscenico a Londra con la Royal Philarmonic. Rashkovsky e Mintz, suoi docenti, diventati mentori e amici. «Da bambino, c’era in me come un senso, un moto dell’anima che dovevo esprimere. Un’attitude, un’urgenza che ti viene da dentro, una dote naturale. Poi, è vero, esistono la ritualità dell’apprendimento e l’affinamento progressivo della tecnica, un mezzo di cui ti devi impadronire alla perfezione, oltre al necessario allenamento fisico. Sembrerà strano ma nella nostra storia familiare anche remota non esisteva alcun precedente, a parte la lontana ascendenza del violinista e compositore norvegese Ole Bull. Né si può dire vi fosse una particolare predisposizione alla cultura musicale. Da noi, in famiglia, c’erano avvocati, uomini di legge e d’affari. Io sono un musicista e le mie tre sorelle, con le quali, e in un modo singolare e personale con ognuna di loro, ho un rapporto profondo e di enorme scambio e affetto, sono tutte variamente legate al mondo dell’arte o della musica».

Firenze è la città dove ha deciso di vivere. Lo incontro in quello che forse è il giorno più torrido dell’anno. È appena arrivato da Cap Ferrat, dove è andato a visitare la sua famiglia, che risiede principalmente in Costa Azzurra. S’intuisce che il suo pensiero, la tensione mentale e la concentrazione spesso lo portano altrove. «Sto preparando il Concerto Numero 1 per violino e orchestra in sol minore Opera 26 del tedesco Max Bruch. Lo eseguirò in pubblico a Harbin (Manciuria, Cina nord-orientale), per la prima volta il 10 agosto prossimo, con Zubin Mehta come direttore e la Israel Philarmonic Orchestra, un organico con cui da molto tempo sognavo di collaborare. Un lavoro di scavo e di ermeneutica su un pezzo dalle infinite sfumature e segreti, pervaso da un romanticismo lirico che termina su uno spericolato accelerando. Vanta una storia controversa: debuttò nel 1866, fu revisionato e redatto nella forma in cui è universalmente conosciuto per il violinista József Joachim con esordio a Brema il 5 gennaio 1868. A Harbin, una metropoli di quasi dieci milioni di abitanti, l’attenzione per la cultura musicale è alta. Forse non sarà una platea sofisticata come lo sono altre in Europa e America, ma il livello di conoscenza e l’entusiasmo di un pubblico ampio e variegato, stanno via via crescendo costantemente. La tournée estiva cinese peraltro inizia a Nanjing the giorni prima. Presso la University of the Arts di Nanjing e il Leeds College of Music dove sono visiting professor».

Charlie ha deciso di coronare un suo vecchio desiderio e di trascorrere lunghi periodi in Italia, più segnatamente a Firenze. «Come per tanti ragazzi di educazione inglese, l’Italia è una meta del cuore, un luogo, una specie di sogno forse più vagheggiato che reale. È il Paese del Rinascimento, del divino Claudio Monteverdi». Memorabile una performance di Siem al London Science Museum di Londra per un evento intitolato Beyond the Stars, del monteverdiano Pur ti miro, Pur ti Godo dall’Incoronazione di Poppea, in occasione del quattrocentocinquantesimo anniversario dalla nascita del compositore cremonese, di Paganini e di Rossini, del bel canto, della Camerata de’ Bardi che, proprio nella città dei Medici ha inventato il genere operistico in età barocca. «L’Italia è una sublime cultura del cibo e la radiazione inestinguibile, sensuale e fascinosa della Dolce Vita. Da piccolo sono stato a lungo a Spoleto durante le mie vacanze estive, ospite del fotografo Derry Moore che ci viveva. Volevo recuperare quella gioia di vivere, quella sprezzatura e quella libertà bohémien vagamente eversiva che ricordavo con vera gioia. Penso che l’Italia mi aiuterà a scoprire me stesso, a rompere degli schemi, a liberarmi e a rendermi indipendente da tante costruzioni e sovrastrutture ormai forse inutili o non più necessarie nel mio percorso esistenziale e di musicista».

 

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The Fashionable Lampoon Issue 10 (out in September 2017)

#KOS17 Giungla

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Un carattere che difficilmente si trova in giro. Una cultura robusta, tra musica e letteratura, una consapevolezza razionale e una ruvidità che ci piace.

Chi fa per sé fa per tre, come hai fatto tu.

«Volevo formare una band ma non riuscivo a trovare le persone giuste, persone che ci mettessero lo stesso tipo di contributo in egual modo. Sono stata la voce di una band, poi ho suonato il basso per un’altra. Dopo un po’ ho pensato: ho dei pezzi che sono lì e che voglio suonare. Avevo l’esigenza di portarli in giro, e mi sono inventata un modo per farlo: salendo da sola sul palco con dei beat».

Il rigore è indispensabile se un’arte o una disciplina vogliono diventare lavoro. 

«Suono con dei beat di drop machine e la chitarra elettrica. Ho elaborato un’idea di sound molto minimale che mi permette di essere sul palco da sola».

Giungla, perché questo nome?

«Mi dava l’idea di un’attitudine disordinata ma naturale. Possiedo lati più nascosti, come le foreste, e altri più vivi. Volevo un nome che trasmettesse l’attitudine per intraprendere questa strada da sola. Il mio EP si chiama Camo – sta per camouflage – mi piaceva l’idea di un pattern formato da elementi semplici». 

Chi segui e a chi ti riferisci?

«Christine and the Queens, artista francese. PJ Harvey, una musicista che non smette di evolversi. Warpaint, rock band. Grimes, fa alternative pop e produce da sola. Ho letto il libro di Kim Gordon (Sonic Youth) e quello di Carrie Brownstein (Sleater–Kinney), due figure femminili, di due decadi diverse, di due band che adoro. Ho ascoltato poca musica italiana».

Si dice che le musiciste che fanno rock siano arrabbiate?

«A volte sono seria».

A proposito di clichés, l’Italia è il terzo mondo della musica.

«Manca la curiosità. Nessuno si prende il rischio di fare un live che magari ha la sala vuota perché sconosciuto, anche se all’estero fanno sold out».

Parlami di una tua canzone

«Il ritornello di Sand, chiede se hai mai provato a tenere in mano della sabbia, più la stringi e più scivola via. Un pezzo malinconico, che parla del saper lasciare andare le cose». 

La malinconia, la sofferenza e l’ambizione.

«Credo che quello che facciamo sia un modo per tirarcene fuori. Il momento in cui sei sul palco è l’unico in cui non stai soffrendo, credo. Non c’è nient’altro, a parte la musica, per cui farei i sacrifici che ho fatto».

Camouflage significa mimetizzarsi.

«Mi ha aiutata a incanalare delle cose attraverso le immagini. Mi fa ridere che quando scendo dal palco mi venga chiesto se ho scritto io i pezzi – è ovvio che siano miei».

 

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#KOS17 Valentina Tioli

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Venticinque anni. Nel 2013 era in squadra con Mika sul palco di X Factor, lì è iniziato il suo percorso musicale. Sogna di ‘vivere di musica’. Ama l’R&B, il soul e il rap.

Dopo c’è stato il primo Ep.

«Prodotto da Sony music. E poi il primo singolo indipendente scritto da me, Io sono qui. Un contratto con Warner Music e due tentativi per Sanremo, ci riproviamo anche quest’anno».

Chi ti influenza?

«Jessie J è la mia passione. Al suo ultimo concerto a Londra ho pianto dall’inizio alla fine. Beyonce, Rihanna, Ariana Grande. Lauryn Hill è la rapper più brava che abbiamo. Tutto ciò che è black music».

La black music in Italia.

«È una musica di nicchia. Neffa ha provato un percorso del genere e ha funzionato. La difficoltà sta nel renderla mainstream, che è anche il mio obiettivo. Nelle mie ultime canzoni sto provando ad unirla a sonorità tropical e deep house».

Musica e immagine.

«Il look è importante, perché esprime l’estetica della tua musica. Serve coerenza tra quello che canti e il tuo aspetto fisico. Per questo è necessario essere se stessi. Sono fortunata, perché non devo costruire un personaggio diverso dalla mia persona. La mia musica è sincerità. Come anche la mia presenza sui social. Alla gente piace vedere come e chi sei tu veramente».

I social, che uso ne fai?

«Condivido tanto. Tutto. Con chi mi segue non ho segreti, perché non sono solo interessati alle mie canzoni ma curiosi anche del mio mondo».

La moda è il drive internazionale, ti senti preparata?

«Ho un mio gusto. Non so se sia affine alle ultime tendenze. La moda è un mondo che mi affascina. Magico, come quello della musica. È per i sognatori, è un mondo che fa bene».

La tua bellezza. Sei consapevole di quanto sia rilevante?

«Essere belli può aiutare ma non basta. Mentre canto gesticolo spesso, per trasportare le persone nel mio mondo. Ma vorrei che l’attenzione fosse soprattutto sulla mia voce, sulle mie parole».

Il pianoforte.

«L’ho sempre amato fin da quando ero bambina, mio nonno portava me e mio fratello gemello al conservatorio. Avevamo solo sei anni. Da quel momento scrivo e compongo da sola. Porto i miei lavori al mio produttore, di Carpi. È lui ad arrangiarli, l’idea viene da me ma è un lavoro di squadra».

Nelle tue canzoni c’è…

«Qualcosa che vorrei dire e che invece di scrivere su un diario segreto metto in forma di canzone. Un’esperienza che mi capita e che non racconto a nessuno, la celo dietro alla musica per fare si che comunque, un giorno, arrivi a chi deve in forma velata, implicita. Racconto le mie sensazioni, anche d’amore, cercando di essere diretta. Mi piace far si che le persone si possano immedesimare nella canzone e sentirla propria».

 

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