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angelica carrara

#KOS17 Charlie Siem

Ph. Michael Avedon

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

«Astrazione. Per me la musica è tempo e suono. È stata ed è il mio canale privilegiato, la mia essenza. La qualità del violino è come quella della voce umana. Perfetta, ideale per esprimere sentimenti, differenti temperature emotive». Charlie Siem è un ragazzo d’oro londinese di trentuno anni basato nel Principato di Monaco, che, specie nell’ultimo decennio, si è imposto come uno dei violinisti classici più celebri al mondo. Ha suonato senza alcun timore con i Who e Miley Cyrus. Superstar fin dal 2001, dotato di carisma da vendere, magnifico comunicatore. La sofferenza, il dolore e la catarsi, se ci sono – e di certo è così – li sa nascondere dietro l’ombra di un sorriso e di uno smagliante uso di mondo very british. Charlie è diretto e affabile, ma s’intuisce la sua complessità interiore e magari un filo di malinconia, da puro Capricorno qual è. Su di lui, oggi, riflettori più che mai puntati, sfatando in toto il cliché del musicista dannato, tormentato e consunto dalla propria arte e dal genio che lo abita.

La musica e il violino – il suo è un prezioso Guarnieri del Gesù detto d’Egville del 1735, in precedenza appartenuto al grande Yehudi Menuhin, non si stanca mai di ripetere, sono il perno della sua intera esistenza. Costituiscono il suo massimo divertimento. «Poi c’è l’ambizione, che talvolta vince addirittura sul talento e la disciplina – ce l’hai o non ce l’hai. Anch’essa è un elemento innato e fondamentale. Così come una salutare e severa autocritica. Senza esagerare». Questo divertirsi, il fun, è un concetto che Charlie Siem, alle spalle scuole d’eccellenza come Eton e il Girton College a Cambridge, ribadisce continuamente. «Se così non fosse, se suonare questo strumento non mi divertisse e non mi appartenesse più – aggiunge perentorio – metterei subito e senza alcun rimpianto la parola fine alla mia carriera. Non potrei seguitare a dialogare con me stesso, né rivolgermi agli altri, al pubblico che mi sostiene, senza dare verità, senza tentare di esprimermi al massimo, quantomeno secondo una gradazione sperimentale e metamorfica. L’imperativo è di perseguire quel quid necessario che fa la differenza e che supera e infrange il consueto. Un itinerario work in progress che non finisce mai. La musica per me, fin dall’infanzia non voleva dire abbracciare una professione, ma semplicemente poter suonare il concerto per violino di Beethoven».

Decisamente bello, talentuoso, giovane e sportivo, Charlie inoltre è corteggiato dall’universo della moda, cui ha prestato il proprio volto per alcune campagne pubblicitarie, segnatamente per Burberry, Dunhill e Hugo Boss, per il profumo di Armani Eau de Nuit nel 2013, immagini scattate da Inez e Vinoodh, per Dior, fotografato dall’amico Karl Lagerfeld – «un raffinato conoscitore specie del repertorio tedesco, sua madre suonava abilmente il violino a livello amatoriale». È apparso nel film di Bruce Weber per Dior Homme Can I Make the Music Fly. La moda, è evidente, a Charlie Siem piace, lo interessa e lo diverte. Gentleman look impeccabile, di rado con qualche grammatura di stravaganza dandysh. Non è raro vederlo, in compagnia dell’altrettanto avvenente e solare sorella Loulou, scultrice. All’ultima tornata parigina di couture del luglio scorso sedeva in prima fila agli show di Chanel, di Giambattista Valli o di Armani Privé – qui cercato dai fotografi quasi quanto l’iconica ultima diva Sophia Loren, accanto a lui al Palais de Chaillot.

Un’aria scanzonata e insieme compunta. Tratti aristocratici, regolari e disegnati. Occhi interrogativi, dal colore luminoso e indefinibile, affabile, simpatico e misurato ma pieno di humour. Non spreca mai parole, esprime concetti pregnanti, precisi e affilati come un’antica lama di Toledo. Viaggia su una rombante Porsche arancio, o meglio rosso lampadina, acquistata per soddisfare un irresistibile colpo di testa poco più di un anno fa. Un vezzo questo, che lo accumuna al sulfureo charme di Herbert von Karajan, indimenticabile direttore d’orchestra austriaco malato di velocità sia in campo automobilistico che nautico e aereo. Siem gira il globo come una trottola per far fronte a una popolarità crescente, specie in Paesi lontani e di diversa cultura. La sua preparazione fisica richiede regolari sessioni in palestra. «La pratica del violino, conferma, ti sbilancia, va a carico di una sola parte del corpo, investito da una dinamica in torsione originata da sinistra, quindi nasce forte l’esigenza di recuperare armonia ed equilibrio e di lavorare sulla postura».

«A fine giornata, per dirmi sul serio soddisfatto, devo avere raggiunto un risultato nuovo. Un qualcosa, un riflesso che non mi aspettavo di trovare. La sfida consiste nel tirare fuori dal testo musicale, che tanti prima di te hanno studiato, amato, combattuto, analizzato ed eseguito, una fragranza inattesa. Un chiaroscuro o un’angolazione inedita e piena di un ulteriore significato. Devi riuscire ad aprire una tua strada personale, indipendente, solo tua, per maneggiare staccato, vibrato, interruzione multipla e controllo dell’arco. Suonare il violino, ben oltre la tecnica anche più eccelsa, è un fatto individuale, in cui non puoi non superarti e superare certi snodi, certi riferimenti assodati. Nessun altro può riuscire a spiegarti in quale maniera reagirà il tuo corpo o risponderanno le tua mani. E non puoi più esimerti dal prendere rischi e di sbagliare, se occorre».

Sulla vita privata, l’ineffabile Charlie, adorato dal pubblico femminile – per quella sua aria concentrata e romantica insieme, senza contare il potere d’attrazione del suono lieve, accorato, spirituale e struggente di un violino, tiene la bocca ben chiusa, se la ride e non si lascia sfuggire un solo commento rispetto ai tanti flirt anche illustri che gli sono stati attribuiti. Cresciuto in una famiglia cosmopolita e di vaste possibilità economiche, è nato a Londra il 14 gennaio 1986, padre norvegese, il businessman Kristian Siem e madre di origine sudafricana, Karen Ann Moross. Già all’età di tre anni, come una specie di piccolo Mozart, lascia intravedere il suo naturale trasporto verso la musica. Tra gli otto e i nove anni inizia il suo vero training, una pratica dura e quotidiana di almeno quattro ore al giorno, sotto la guida di maestri virtuosi, quali Itzhak Rashkovsky al Royal College of Music o il celebre Shlomo Mintz, e presso scuole e seminari di alto livello in ogni parte del mondo. Appena quindicenne, parte da solo per Rio de Janeiro per esibirsi con un’orchestra, mentre tre anni dopo riceve il suo battesimo in palcoscenico a Londra con la Royal Philarmonic. Rashkovsky e Mintz, suoi docenti, diventati mentori e amici. «Da bambino, c’era in me come un senso, un moto dell’anima che dovevo esprimere. Un’attitude, un’urgenza che ti viene da dentro, una dote naturale. Poi, è vero, esistono la ritualità dell’apprendimento e l’affinamento progressivo della tecnica, un mezzo di cui ti devi impadronire alla perfezione, oltre al necessario allenamento fisico. Sembrerà strano ma nella nostra storia familiare anche remota non esisteva alcun precedente, a parte la lontana ascendenza del violinista e compositore norvegese Ole Bull. Né si può dire vi fosse una particolare predisposizione alla cultura musicale. Da noi, in famiglia, c’erano avvocati, uomini di legge e d’affari. Io sono un musicista e le mie tre sorelle, con le quali, e in un modo singolare e personale con ognuna di loro, ho un rapporto profondo e di enorme scambio e affetto, sono tutte variamente legate al mondo dell’arte o della musica».

Firenze è la città dove ha deciso di vivere. Lo incontro in quello che forse è il giorno più torrido dell’anno. È appena arrivato da Cap Ferrat, dove è andato a visitare la sua famiglia, che risiede principalmente in Costa Azzurra. S’intuisce che il suo pensiero, la tensione mentale e la concentrazione spesso lo portano altrove. «Sto preparando il Concerto Numero 1 per violino e orchestra in sol minore Opera 26 del tedesco Max Bruch. Lo eseguirò in pubblico a Harbin (Manciuria, Cina nord-orientale), per la prima volta il 10 agosto prossimo, con Zubin Mehta come direttore e la Israel Philarmonic Orchestra, un organico con cui da molto tempo sognavo di collaborare. Un lavoro di scavo e di ermeneutica su un pezzo dalle infinite sfumature e segreti, pervaso da un romanticismo lirico che termina su uno spericolato accelerando. Vanta una storia controversa: debuttò nel 1866, fu revisionato e redatto nella forma in cui è universalmente conosciuto per il violinista József Joachim con esordio a Brema il 5 gennaio 1868. A Harbin, una metropoli di quasi dieci milioni di abitanti, l’attenzione per la cultura musicale è alta. Forse non sarà una platea sofisticata come lo sono altre in Europa e America, ma il livello di conoscenza e l’entusiasmo di un pubblico ampio e variegato, stanno via via crescendo costantemente. La tournée estiva cinese peraltro inizia a Nanjing the giorni prima. Presso la University of the Arts di Nanjing e il Leeds College of Music dove sono visiting professor».

Charlie ha deciso di coronare un suo vecchio desiderio e di trascorrere lunghi periodi in Italia, più segnatamente a Firenze. «Come per tanti ragazzi di educazione inglese, l’Italia è una meta del cuore, un luogo, una specie di sogno forse più vagheggiato che reale. È il Paese del Rinascimento, del divino Claudio Monteverdi». Memorabile una performance di Siem al London Science Museum di Londra per un evento intitolato Beyond the Stars, del monteverdiano Pur ti miro, Pur ti Godo dall’Incoronazione di Poppea, in occasione del quattrocentocinquantesimo anniversario dalla nascita del compositore cremonese, di Paganini e di Rossini, del bel canto, della Camerata de’ Bardi che, proprio nella città dei Medici ha inventato il genere operistico in età barocca. «L’Italia è una sublime cultura del cibo e la radiazione inestinguibile, sensuale e fascinosa della Dolce Vita. Da piccolo sono stato a lungo a Spoleto durante le mie vacanze estive, ospite del fotografo Derry Moore che ci viveva. Volevo recuperare quella gioia di vivere, quella sprezzatura e quella libertà bohémien vagamente eversiva che ricordavo con vera gioia. Penso che l’Italia mi aiuterà a scoprire me stesso, a rompere degli schemi, a liberarmi e a rendermi indipendente da tante costruzioni e sovrastrutture ormai forse inutili o non più necessarie nel mio percorso esistenziale e di musicista».

 

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The Fashionable Lampoon Issue 10 (out in September 2017)

#KOS17 Giungla

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Un carattere che difficilmente si trova in giro. Una cultura robusta, tra musica e letteratura, una consapevolezza razionale e una ruvidità che ci piace.

Chi fa per sé fa per tre, come hai fatto tu.

«Volevo formare una band ma non riuscivo a trovare le persone giuste, persone che ci mettessero lo stesso tipo di contributo in egual modo. Sono stata la voce di una band, poi ho suonato il basso per un’altra. Dopo un po’ ho pensato: ho dei pezzi che sono lì e che voglio suonare. Avevo l’esigenza di portarli in giro, e mi sono inventata un modo per farlo: salendo da sola sul palco con dei beat».

Il rigore è indispensabile se un’arte o una disciplina vogliono diventare lavoro. 

«Suono con dei beat di drop machine e la chitarra elettrica. Ho elaborato un’idea di sound molto minimale che mi permette di essere sul palco da sola».

Giungla, perché questo nome?

«Mi dava l’idea di un’attitudine disordinata ma naturale. Possiedo lati più nascosti, come le foreste, e altri più vivi. Volevo un nome che trasmettesse l’attitudine per intraprendere questa strada da sola. Il mio EP si chiama Camo – sta per camouflage – mi piaceva l’idea di un pattern formato da elementi semplici». 

Chi segui e a chi ti riferisci?

«Christine and the Queens, artista francese. PJ Harvey, una musicista che non smette di evolversi. Warpaint, rock band. Grimes, fa alternative pop e produce da sola. Ho letto il libro di Kim Gordon (Sonic Youth) e quello di Carrie Brownstein (Sleater–Kinney), due figure femminili, di due decadi diverse, di due band che adoro. Ho ascoltato poca musica italiana».

Si dice che le musiciste che fanno rock siano arrabbiate?

«A volte sono seria».

A proposito di clichés, l’Italia è il terzo mondo della musica.

«Manca la curiosità. Nessuno si prende il rischio di fare un live che magari ha la sala vuota perché sconosciuto, anche se all’estero fanno sold out».

Parlami di una tua canzone

«Il ritornello di Sand, chiede se hai mai provato a tenere in mano della sabbia, più la stringi e più scivola via. Un pezzo malinconico, che parla del saper lasciare andare le cose». 

La malinconia, la sofferenza e l’ambizione.

«Credo che quello che facciamo sia un modo per tirarcene fuori. Il momento in cui sei sul palco è l’unico in cui non stai soffrendo, credo. Non c’è nient’altro, a parte la musica, per cui farei i sacrifici che ho fatto».

Camouflage significa mimetizzarsi.

«Mi ha aiutata a incanalare delle cose attraverso le immagini. Mi fa ridere che quando scendo dal palco mi venga chiesto se ho scritto io i pezzi – è ovvio che siano miei».

 

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The Fashionable Lampoon Issue 10 (out in September 2017)

#KOS17 Valentina Tioli

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Venticinque anni. Nel 2013 era in squadra con Mika sul palco di X Factor, lì è iniziato il suo percorso musicale. Sogna di ‘vivere di musica’. Ama l’R&B, il soul e il rap.

Dopo c’è stato il primo Ep.

«Prodotto da Sony music. E poi il primo singolo indipendente scritto da me, Io sono qui. Un contratto con Warner Music e due tentativi per Sanremo, ci riproviamo anche quest’anno».

Chi ti influenza?

«Jessie J è la mia passione. Al suo ultimo concerto a Londra ho pianto dall’inizio alla fine. Beyonce, Rihanna, Ariana Grande. Lauryn Hill è la rapper più brava che abbiamo. Tutto ciò che è black music».

La black music in Italia.

«È una musica di nicchia. Neffa ha provato un percorso del genere e ha funzionato. La difficoltà sta nel renderla mainstream, che è anche il mio obiettivo. Nelle mie ultime canzoni sto provando ad unirla a sonorità tropical e deep house».

Musica e immagine.

«Il look è importante, perché esprime l’estetica della tua musica. Serve coerenza tra quello che canti e il tuo aspetto fisico. Per questo è necessario essere se stessi. Sono fortunata, perché non devo costruire un personaggio diverso dalla mia persona. La mia musica è sincerità. Come anche la mia presenza sui social. Alla gente piace vedere come e chi sei tu veramente».

I social, che uso ne fai?

«Condivido tanto. Tutto. Con chi mi segue non ho segreti, perché non sono solo interessati alle mie canzoni ma curiosi anche del mio mondo».

La moda è il drive internazionale, ti senti preparata?

«Ho un mio gusto. Non so se sia affine alle ultime tendenze. La moda è un mondo che mi affascina. Magico, come quello della musica. È per i sognatori, è un mondo che fa bene».

La tua bellezza. Sei consapevole di quanto sia rilevante?

«Essere belli può aiutare ma non basta. Mentre canto gesticolo spesso, per trasportare le persone nel mio mondo. Ma vorrei che l’attenzione fosse soprattutto sulla mia voce, sulle mie parole».

Il pianoforte.

«L’ho sempre amato fin da quando ero bambina, mio nonno portava me e mio fratello gemello al conservatorio. Avevamo solo sei anni. Da quel momento scrivo e compongo da sola. Porto i miei lavori al mio produttore, di Carpi. È lui ad arrangiarli, l’idea viene da me ma è un lavoro di squadra».

Nelle tue canzoni c’è…

«Qualcosa che vorrei dire e che invece di scrivere su un diario segreto metto in forma di canzone. Un’esperienza che mi capita e che non racconto a nessuno, la celo dietro alla musica per fare si che comunque, un giorno, arrivi a chi deve in forma velata, implicita. Racconto le mie sensazioni, anche d’amore, cercando di essere diretta. Mi piace far si che le persone si possano immedesimare nella canzone e sentirla propria».

 

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The Fashionable Lampoon Issue 10 (out in September 2017)

#KOS17 Populous

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Ha messo Lisbona in musica, con un velo di saudade, dedicandole un disco: Azulejos.

Populous – che nome è?

«Era un videogioco, un simulatore di galassie e dimensioni. Lo avevo scelto perché pensavo fosse greco e mi piaceva quel mood mediterraneo, invece poi ho scoperto che era inglese».

Sei autore di jingle televisivi, colonne sonore cinematografiche, sfilate di moda.

«Alcuni brand, come Elie Saab, Vivienne Westwood, Marco de Vincenzo, mi hanno chiesto dei pezzi da inserire nelle loro sfilate. L’Italia sta tornando agli anni Cinquanta e Sessanta, tempi in cui avevamo personaggi immortali – Ennio Morricone, Armando Trovajoli, Umiliani, Mina, Ornella Vanoni, Patty Pravo. Forse da un punto di vista pop oggi siamo un passo indietro agli altri, però c’è un sottobosco di produzioni molto rispettate all’estero».

Perché Lisbona?

«L’ultimo disco si chiama Azulejos. La meta iniziale era il Sud America, Lisbona era il giusto compromesso. Una sorta di Sud America in Europa. Ero nel Bairro Alto, una zona abbastanza turistica, e i meninos de rua ascoltavano una musica incredibile. Mi sono fermato dall’altro lato della strada cercando di capire con Shazam cosa stessero ascoltando. Una musica angolana chiamata Kuduro. Mi sono sentito quasi un ladro perché avrei voluto rubargliela».

Come la cumbia che suoni tu.

«La cumbia è più sensuale. Ha un andamento né lento né veloce. Da amante della musica elettronica berlinese, sono andato in tilt».

Un forte comparto etnico.

«Mi rivedo nei portoghesi, sempre allegri e riconoscenti per tutto quello che hanno, ma con questo velo di malinconia perenne».

C’è un’età della musica?

«Questi tempi sono sempre più veloci e spesso anche le produzioni risultano tali, peccando di superficialità. Prima ci si prendeva il proprio tempo per tutto, dalla produzione all’ascolto. Spero si ritorni ad una maggior cura del dettaglio».

 

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The Fashionable Lampoon Issue 10 (out in September 2017)

#KOS17 Violante Placido

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Un’artista che va controcorrente, che punta sulla sua versatilità e sulla complicazione dell’espressione creativa.

Come funziona la carriera musicale, per chi, come te, ha un riscontro mediatico da sempre?

«Ho cercato di dividere le due cose, non so se sia stata la scelta giusta. È complesso, in un paese dove la mentalità è chiusa di fronte alla versatilità di una persona. Ci sono pregiudizi verso un attore che fa anche musica».

Hai preso in mano la chitarra.

«Una compagna di vita».

In questo periodo ti senti più musicista o attrice?

«Attrice di teatro, sto per debuttare con Shakespeare».

Diciamo che se in un film interpreti un ruolo, qui invece interpreti te stessa?

«I miei testi non sono solo autobiografici. Sono creazioni personali che ti fanno scoprire cose di te, così come avviene con il cinema. Con la chitarra, immersi nella propria sana solitudine».

Come nasce una tua canzone?

«È un non pensare. Escono le note, la melodia che in quel momento vuole stare su quelle note. È tutto organico. Mi piace il genere indie. Anna Calvi, Warpaint, We Have Band».

Come vedi la scena musicale italiana?

«C’è bella roba, ma poco fruibile. Non trova spazio mediatico, di conseguenza la massa si prende il piatto che gli viene servito. Un metodo che ha impigrito, ha smorzato la voglia di scoprire. C’è una monopolizzazione della radio, della tv. Siamo in una fase di appiattimento. Oggi si crea tutto come un’operazione a cielo aperto. C’è un’intimità nel percorso di un artista che deve essere protetta. Se tu stai sempre in televisione, sotto gli occhi di tutti, si può creare qualcosa di bello solo fino a un certo punto. Oggi la musica è usa e getta. Anche chi deve crescere un artista ha perso il desiderio di seguirlo nel tempo. Tu artista diventi un numero che deve dimostrare, hai una scadenza, devi portare i soldi».

Musica e moda – chi influenza chi?

«La moda ruba dall’arte, per diventare arte lei stessa. È uno scambio, ma direi che è stata la musica ad influenzare la moda. Negli anni Settanta, sulla scena newyorkese, artisti come Andy Warhol, Patti Smith, la moda se la creavano loro».

 

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The Fashionable Lampoon Issue 10 (out in September 2017)

#KOS17 Giulia Mazzoni

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Nata nel 1989. Due album pubblicati, l’ultimo è Room 2401 (2016). Una collaborazione con Michael Nyman e un costante studio al Conservatorio Verdi di Milano.

Una pianista classica con i capelli da punk.

«Dopo aver studiato pianoforte in conservatorio, ho scelto una musica ribelle. Sono una compositrice, scrivo musica contemporanea e in essa convivono entrambi gli stili».

I tuoi modelli punk e classici.

«Classici, Pollini e Chopin. Punk, David Bowie in assoluto. Anima ribelle per antonomasia».

Il tuo nuovo disco è Room 2401 – il numero di una stanza.

«È una stanza realmente esistente, in cima a un grattacielo di Chicago. Lì è accaduto qualcosa dentro di me. Mi sono ritrovata insieme ai miei sogni, ma anche alle mie paure e insicurezze. Lì ho ritrovato la voglia di vivere e di ricominciare».

Il concetto della stanza inteso non solo come limite di spazio fisico.

«Ognuno di noi ha una stanza, fisica e spirituale. Dall’uscita del primo disco Giocando con i Bottoni, la tournée in Cina mi ha cambiata, sono tornata con una sensazione di incertezza del domani. Avevo bisogno di una stanzaHo paura del buio, sin da quando ero bambina. Cerco sempre la luce. Forse è per questo che non sogno di notte, ma di giorno».

Quali sono i tuoi sogni?

«Continuare a soffrire, perché senza sofferenza non si potrebbe scrivere neanche una nota». 

Una sognatrice a occhi aperti e sempre in viaggio.

«Non dimenticherò mai tutti gli occhi che mi fissavano immobili in un religioso silenzio in Cina. Quando in prima fila vedi una bambina vestita di rosso che ti sorride, da lì può nascere musica».

Tornando in Italia, credi ci sia una carenza di posti giusti per fare musica?

«Ci sono tanti luoghi dove poter suonare nel nostro Paese. Nella natura, all’aria aperta. Piano City permette di portare il pianoforte in luoghi magici della città. Nei cortili, nei parchi. Io ho suonato all’Orto Botanico. Altro esempio è il Teatro del Silenzio di Bocelli, anfiteatro circondato dalle colline. Sono una persona ottimista che guarda sempre avanti».

C’è sempre un richiamo all’infanzia, in quello che mi scrivi.

«I miei genitori lavorano entrambi nel settore tessile, la mia città è stata influenzata fortemente da questo tipo di attività. Io ho scelto un’altra strada. Primo segno di ribellione – punk. Ero in quinta elementare, quando durante la ricreazione in giardino ho sentito il suono del pianoforte. Da quel momento non ho mai smesso di giocarci». 

Michael Nyman. Com’è andata?

«Quattro anni fa, un amico mi diede il suo indirizzo e-mail. Iniziai con lui uno scambio epistolare. Non convinta fosse davvero Nyman, fissai un appuntamento Skype, pensando di smascherarlo. Da lì è nata un’amicizia che mi ha portato a scrivere Where and When. Fa riferimento a quel ‘dove e quando’ che ci scrivevamo sempre per vederci. Nyman ha scritto per me The Departure, un pezzo per due pianoforti. Io da bambina scappavo dagli studi classici per suonare Lezioni di piano (composta da Nyman), che è anche un po’ la colonna sonora della mia vita».

Se dovessi dare un consiglio a un tuo coetaneo che vorrebbe fare musica, quale sarebbe?

«Lavorare tanto e studiare anche di più. Passione e determinazione. Soffrire, soffrire per l’arte».

 

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#KOS17 Ricciarda Belgiojoso

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il suo impegno è per la diffusione della musica: fuori dai teatri, per le strade. Artista, manager culturale.

Società e musica – note che fanno agglomerazione. Possiamo riassumere così Piano City?

«È un festival che porta la musica fuori dalle sale. Ci si può imbattere in un concerto per puro caso, per strada, nel luogo più inusuale e senza dover comprare il biglietto. Una formula che è iniziata nelle case private, le cosiddette House Concerts».

Si è conclusa la sesta edizione.

«Ci allarghiamo. Tra settembre e ottobre, ci sarà a Palermo l’edizione zero di Piano City. Abbiamo le date per il prossimo appuntamento milanese, 18, 19 e 20 maggio».

La scena musicale dal tuo punto vista.

«A livello famigliare non c’è l’abitudine di fare musica, come invece avviene nei paesi di area tedesca o anglosassone. Uno strano paradosso, considerato che siamo il paese più musicale di tutti. I più grandi interpreti passano sempre da Milano. Quello che manca è il passaggio intermedio, dove si posiziona Piano City: vuole formare un pubblico che in un secondo momento potrebbe abbonarsi a una vera stagione musicale».

Il primo approccio alla musica.

«Da piccola, mentre accompagnavo un amico a lezione di piano. Mi sono appassionata fino a non staccarmene più. Oltre alla classica formazione in Conservatorio, mi sono appassionata di musica contemporanea – quella che è considerata la musica classica di oggi, che vive di contaminazioni e interferenze».

Tu sei un architetto. L’armonia delle linee e delle frequenze trova un linguaggio comune.

«Il rapporto tra spazio e suono. Gli spazi esecutivi sono importanti per la musica, l’acustica degli ambienti. I principi compositivi e strutturali, se si paragona la musica di Bach a qualcosa di razionale e costruito».

 

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#KOS17 Giovanni Andrea Zanon

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Giovane prodigio, già riconosciuto a livello internazionale. Dalle sue parole, in queste brevi righe, si percepisce la caratura della sua determinazione, l’apertura della sua intelligenza.

Hai iniziato nella culla.

«Avevo due anni, vedevo mia sorella suonare il violino. Desideravo quell’oggetto pur non sapendo nemmeno cosa fosse. E così i miei genitori me ne regalarono uno fatto su misura. Ho vinto il mio primo concorso a tre anni. Quando ero piccolo, mio padre, per insegnarmi un po’ di disciplina, mi faceva dei piccoli contratti: ogni qualvolta avessi vinto un concerto, mi regalava una gallina o un gallo o un’oca».

Quanti ne hai collezionati?

«Novantotto. Il nostro giardino era un disastro. Quando ci siamo trasferiti ho mangiato carne per due anni, senza rendermi conto che fossero, insomma… i miei amici».

A quindici anni ti hanno spedito a New York.

«Ero solo, ho avuto diverse fasi. All’inizio non parlavo con nessuno, mangiavo poco. La sofferenza ti mostra un’altra dimensione, più completa. Ho trovato la fede. Tutti i giorni andavo al Metropolitan Opera. Ho scoperto un ristorante italiano, di fianco alla scuola e mi sono inventato una famiglia allargata».

Con un maestro di musica speciale.

«Pinchas Zukerman, considerato forse il più grande violinista al mondo. Ha suonato in qualsiasi teatro, ha vinto due Grammy, ha inciso più di ottanta dischi».

Raccontami un segnale.

«Suonavo a un concerto, un’opera di Beethoven. Ho intravisto una signora sulla cinquantina che teneva una fotografia in mano. È scoppiata a piangere, con occhi fissi sulla foto. A fine concerto mi sono avvicinato per chiederle il motivo. Suo marito era un violinista, si erano conosciuti a un concerto su quelle note di Beethoven».

Rigore, tecnica, esercizio.

«Ore e ore sulla stessa battuta. Beethoven per cinque mesi è disciplina. Solo durante l’ultima settimana quando si prova con l’orchestra diventa un piacere. Poi ci sono i traguardi. Essere nominato Alfiere della Repubblica da Mattarella. La Medaglia al Valore datami da Ciampi. La musica dovrebbe essere una materia obbligatoria, sia alle medie sia alle superiori».

Vuoi una vita sopra il palco?

«Mia sorella oggi vive a Boston, ha intrapreso una carriera orchestrale. Ha un difetto caratteriale che non le permette di affrontare il pubblico. Io sono molto più sfrontato. Avevo dodici anni quando, durante un concerto a Treviso, ho avuto un vuoto di memoria: ho improvvisato. Il mio insegnante se ne accorse, complimentandosi per la variazione. Mentii, dicendo l’avevo trovata in internet. Mi carica stare davanti a un pubblico».

 

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The Fashionable Lampoon Issue 10 (out in September 2017)

#KOS17 Birthh

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Appena ventenne, accento toscano. Vorrebbe che i testi delle sue canzoni assomigliassero a una poesia di Montale.

Birthh – scritto con due H.

«Volevo un segno ortografico. Birth come nascita, perché sono affascinata dal concetto di origine: è una cosa certa. Le due h interpretano certezza-incertezza».

Come hai iniziato?

«La musica è di casa. Mio padre suona in un gruppo, mia madre canta in un coro polifonico e mio nonno fa pianobar. Avevo cinque anni quando, dopo aver visto School of Rock, volevo diventare la batterista degli AC/DC. Papà mi suggerì di iniziare con la chitarra classica».

La tua prima canzone.

«Bruttissima. Parla di un grande amore, con una progressione di accordi che avevo appena imparato. Ora scrivo in inglese. Ho avuto un flirt con una persona di Bristol, a cui ho dedicato un disco triste».

Qual è il tuo genere musicale?

«Tanta elettronica. La voglia di prendere suoni già esistenti e trasformarli in altro».

Ascoltando si impara?

«S’impara cercando ciò che ti colpisce allo stomaco. Pop – Nina Simone, Frank Ocean, Rihanna. Hip pop e rap. La verità, quella che dovrebbe essere elemento fondamentale di qualsiasi tipo di arte e che invece manca nel pop».

Com’è il pop italiano?

«Si divide tra un circuito indipendente che sta prendendo piede in questo periodo, e il mainstream vero e proprio dei talent gestito dalle radio».

Com’è il pop giusto? 

«La risposta sta nel nome stesso – pop significa popolare. Dovrebbe raccontare una generazione, utilizzando l’empatia».

Lasceresti l’Italia?

«Qui è difficile fare musica in inglese. Parti svantaggiato considerato che le persone non capiscono quello che dici. Voglio portare l’Italia fuori da qui. Il bello della nostra cultura, cantautorale, il peso che solo noi italiani sappiamo dare alle parole, non si trova dappertutto. Cerco la poesia, Montale, Leopardi, Ungaretti. Anche Dante, certo».

Con chi vorresti cantare?

«Con Noname, una ragazza di Chicago che fa rap. L’ho sentita al South by Southwest Festival di Austin».

La sfida più grande?

«Essere italiana e portare qualcosa all’estero. Siamo il terzo mondo musicale».

 

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The Fashionable Lampoon Issue 10 (out in September 2017)

#KOS17 Fortunato Zampaglione

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Autore multiplatino. Da Il mio giorno più bello nel mondo per Francesco Renga alla trilogia di Mengoni – Guerriero, Ti ho voluto bene veramente, Sai che (sì, le ha scritte tutte lui! N.d.R.) fino a Cieli Immensi per Patty Pravo.

Qual è la tua canzone preferita tra quelle che hai scritto?

«È una domanda politicamente scorretta».

Proviamoci lo stesso. 

«È indiscutibile l’alchimia tra me e Marco Mengoni».

Com’è il confronto con l’interprete riguardo alle parole che tu scrivi?

«È chiaro che il cantante debba capire l’idea per poi veicolarla. È un punto intimo, quello fra me e il cantante, per cui è giusto che resti lì».

E quando l’artista apporta modifiche a un tuo brano?

«Di solito le mie canzoni restano così come sono. Nel caso in cui succede, sono contento».

Andiamo indietro nel tempo.

«Ho iniziato con Massimo Riva, avevo sedici anni. Erano gli anni Novanta, sono cresciuto in quel team, Riva era il mio produttore. La cosa bella è quando vai, non so, a un concerto di Renga e senti la tua canzone cantata da tutti. Vai al concerto di Marco Mengoni e senti la gente che conosce il testo a memoria. A me il successo ha sempre dato fastidio. Il mio ruolo, se di ruolo si tratta, finisce nel momento in cui ho scritto la canzone. Il successo poi è merito dell’artista che la canta».

Non ti dà fastidio che chi canta si prenda tutti i meriti?

«No, anzi, è un vantaggio. Io sto dietro le quinte, e so dove devo stare».

Tutta colpa della tecnologia. 

«Siamo tecnologicamente nativi. Noi diamo per scontato quello che invece vent’anni fa era dato per tecnologico. Vent’anni fa, uno studio di registrazione costava miliardi di lire. Oggi con poche centinaia di euro riesci a produrre musica. Questo ti concede il tempo per riflettere. La musica è riflessione. Mi prendo lunghe pause, anche dal mercato. Può sembrare folle, ma bisogna aver coraggio».

Diciamo che fai selezione all’ingresso?

«Chiunque scriva una grande canzone e la dà a un artista, cambia inevitabilmente il suo destino». 

La scena italiana.

«La vedo esattamente com’è. Troppo proiettata ai fini del consumo. Manca di verità. Anni fa, avevo abbandonato la musica per andare in Inghilterra a fare il pittore. Ero andato da Lucky Music, un negozio di strumenti musicali di Milano dove ho venduto tutte le mie chitarre. Ho attraversato il confine Italia-Francia a piedi. Ti ho voluto bene veramente di Mengoni parla di questo viaggio. L’unica cosa che non ho fatto è accendere un fuoco, (ride) avrei tanto voluto farlo, faceva un freddo cane».

Non hai abbandonato la musica.

«Ho dato Il mio giorno più bello nel mondo a Renga. Pico Cibelli, grande discografico, mi chiamò, voleva far provare la canzone a Francesco. Da quella chiamata ne seguirono innumerevoli, mi dicevano che la mia canzone si sentiva ovunque. E addio al sogno di pittore».

Sei tu a scegliere chi canta?

«Il successo è sempre un merito di squadra. C’è stato Pico Cibelli che ha saputo abbinare una canzone all’artista giusto. Michele Canova che l’ha veicolata in una certa direzione e poi il cantante che dà tutto il valore aggiunto».

 

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#KOS17 Dargen D’Amico

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Menestrello. Rapper intellettuale, cantautore, produttore discografico e disc jockey italiano. La sua ultima idea, Variazioni, ha saputo unire hip hop e classica.

Come si scrive il rap?

«Come un articolo. Ogni tanto ci sono delle rime, non sono necessarie. Il rap ha saputo argomentare la quotidianità – è stato inedito. Ci sono canzoni che parlano di tutto, di cose che succedono durante il giorno. Nelle canzoni c’era la tendenza a preferire temi più alti, possiamo dire poetici».

[rep] o [rap]?

«È una musica nata senza regole, cercare di stabilirle con il senno di poi è illogico. Ci sono vari modi per dirlo. C’è chi utilizza la definizione di urban, che a me non dispiace, che è tutto quel mondo musicale all’interno del quale c’è anche il rap. Ci sono anche l’R&B e tutte le nuove sonorità derivate lì».

Hai scritto un libro, Mi scuso con tutti, ma soprattutto con me.

«È il backstage delle canzoni. Raccoglie le dinamiche e i percorsi che faccio con la parola mentre scrivo una strofa».

Quali sono le tue ispirazioni?

«Ascolto la gente parlare ad alta voce e mi trovo a carpire frasi e poi a collegarle. Parto da qualcosa di detto in qualche modo, da una cadenza o anche da qualcosa di non detto, per arrivare a scrivere una canzone».

In Variazioni hai unito classica e hip pop.

«Il rap è una musica nata unendo, rubando, strappando, mescolando e integrando. Ci sono brani che nascono e finiscono in me. In Variazioni ho lavorato a quattro mani con Isabella Turso, pianista eccezionale, e con Tommaso Colliva che ha seguito la produzione del disco».

Guardiamoci intorno.

«È difficile trovare un Vasco Rossi fuori dall’Italia, così com’è difficile trovare una band come i Coldplay in italia. Non sento più la necessità di cibarmi di musica. Ho la fortuna di avere amici che fanno i dj e che mi fanno sentire novità di musica elettronica in anteprima. Non è un periodo di massima creatività per l’Italia. È un momento felice a livello di numeri».

Si tratta di obiettivi.

«Avere un obiettivo è utile per fare questo mestiere che è definito ‘del musicista’, dell’artista. Devi, in qualche modo, essere sempre un po’ più avanti di te. Questa cosa la puoi fare solo se hai un’idea di quello che vorresti raggiungere».

 

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#KOS17 Christaux

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Un anima frastagliata, nel pieno di una evoluzione. Un desiderio di cambiamento: si percepisce la voglia di esplodere.

Claudio o Christaux?

«Christaux – anche se Claudio e Christaux sono la stessa persona. Una si nutre dell’altra. Identità solitaria nata nel 2014, quando si sono sciolti gli Iori’s Eyes, progetto a due con Sofia».

Dalla coppia a essere da solo sul palco. È stato uno shock?

«È stato necessario».

Il progetto con Sofia era elettronico, super minimale. Quello di Christaux è magniloquente e rock. Ecstasy, il tuo primo disco di matrice anni Ottanta. Ancestrale, esoterico ma comunque pop.

Ho resettato la mia vita, mi sono chiuso in casa per tre anni e ho scritto il disco. Non volevo più avere alcuno stimolo che mi potesse ferire».

È successo qualcosa?

«È stata una resa dei conti con me stesso. Dovevo liberarmi da determinate paure, insicurezze, ostacoli. Avevo bisogno di una libertà di espressione. Sono un gender-fluid – maschile e femminile, sto a metà tra i due, perché mi interessa lo scambio energetico tra le due potenze di genere».

Cosa ti fa più paura oggi?

«Bella domanda».

Forse nulla. Dicevi che delle vecchie paure te ne sei liberato.

«Può sembrare banale ma, è la libertà di espressione a ogni costo. La libertà di poter essere e fare quello che si vuole».

Come vedi il mercato italiano?

«A dir la verità non me ne curo. Non per snobismo, perché non sento di farne parte. Abbiamo una cultura cantautorale, legata ai grandi della musica degli anni Settanta e Ottanta, sempre ripresi e troppo semplificati. Va di moda riprendere Battisti, Carboni, Dalla e tutti i grandi della musica che, secondo me, funzionavano al tempo».

L’emulazione di adesso lascia il tempo che trova.

«Un po’ sì, perché non siamo in un contesto storico e sociale affine a quel tipo di scrittura».

La musica, come la moda, è la testimonianza del tempo che è.

«Esatto. Faccio parlare il mio inconscio. Evito descrizioni al fine di piacere o di catturare la simpatia del pubblico – cosa che sento spesso nella musica italiana. Mi sembra di plastica».

Sei cresciuto a pane e Nirvana.

«Kurt Cobain è il mio guru. Kate Bush. Poi Prince, ce l’ho nel DNA. Arvo Part, un compositore di musica sacra minimalista dei primi del Novecento, Björk. Lucio Dalla, Loredana Bertè: mito assoluto. Sono un madonnaro totale».

Idoli di moda?

«I fotografi. Richard Avedon – citato anche nei miei comunicati. Ara Gallant, Patrick Demarchelier. Tutti i protagonisti della moda anni Ottanta – Versace, Yves Saint Laurent. Interessante il lavoro che sta facendo Vetements».

Demna Gvasalia è un genio.

«Perché è riuscito a riunire la cultura punk e metal, come le stampe che sono sui bomber».

Ecstasy, il titolo del tuo ultimo disco. Cosa ti manda in estasi?

«Caravaggio. È la voglia di isolarsi per trarre piacere dal dolore – lo interiorizzo e traslo in una nuova creatura, sotto forma di musica».

Questa sofferenza.

«Nel momento in cui starò bene non riuscirò più a fare musica. Contrastata da una ricerca della felicità spasmodica. Al momento ho scelto la musica».

Spazio HD è l’unico brano in italiano dell’album.

«Scrivo in inglese perché la ritengo una lingua superiore. Elastica, poetica, che calza bene con la musica. L’italiano è spigoloso e pecca di banalità. Amo i testi di Dalla, di Fossati, quelli scritti per la Bertè. Sono stato a Manchester per un paio di mesi ma non ho trovato la mia dimensione».

 

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#KOS17 Beatrice Venezi

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Nata nel 1990, diplomatasi al Conservatorio di Siena nel 2010 in pianoforte, e in direzione d’orchestra nel 2015 al Conservatorio Verdi di Milano – ad oggi, considerata nel mondo la scuola più prestigiosa e dura – con 110 e lode.

Da pianista a unico Maestro donna under trenta. 

«Ho cominciato da piccola con il pianoforte, prima a Lucca poi a Siena. A Firenze ho studiato direzione d’orchestra e ora sono il direttore principale della Scarlatti Young di Napoli e direttore principale ospite al festival Puccini a Torre del Lago».

Come ti muovi in un mondo di uomini?

«I pregiudizi sono tanti, come in qualsiasi altro lavoro da leader. È un mondo cristallizzato».

Comunicando solo con gli occhi e la bacchetta.

«E la telepatia».

Se potessi usare la bacchetta nella vita, che magia faresti?

«Dare fiducia alle donne – e fare entrare la musica classica nelle playlist dei Millennials».

Un’opera a cui sei legata?

«Madama Butterfly di Puccini, la prima produzione all’estero: lì è cominciato tutto. Poi è arrivata la nomina al Festival Puccini, posso rappresentare il suo nome nel mondo. Mi sento una sua erede».

Musica e tecnologia.

«C’è ancora tanto da sperimentare – la diffusione del suono, dei profumi».

Il tuo Maestro? 

«Piero Bellugi, il mio mentore. Scomparso qualche anno fa. Da lui ho appreso l’espressività delle mani senza bacchetta».

Tu la usi?

«Dipende dal repertorio – l’opera è una macchina più complessa, le distanze da gestire sono grandi. Mi piace anche non usarla».

Sulla bilancia – talento e tecnica, chi vince?

«Il talento senza la tecnica è difficile da rendere organico. La tecnica senza il talento non basta, risulta sterile. Vince il talento».

La tua musica insegna il rigore.

«Il mio rigore sta nell’abnegazione allo studio e nella dedizione alla partitura».

 

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#KOS17 Michele Canova

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il primo tra i produttori musicali italiani. Un nome che incute rispetto, che introduce il grande professionista: per poi incontrare una persona con un’incredibile voglia di futuro. Un’apertura internazionale inedita per la scena musicale italiana.

Eri un promettente violinista. Cosa è successo di strano?

«Computer Atari, sequencer, tastiere, sintetizzatori e batterie elettroniche mi hanno conquistato. A sedici anni, mollai il conservatorio e provai a comporre con un campionatore, una batteria elettronica e una tastiera. Imparai a usare il sequencer, che poteva registrare tutte le note di una canzone e quelli che oggi si definiscono DAW (Digital Audio Workstation). A diciannove anni, per caso, ho conosciuto Leandro Barsotti, cantautore firmato dalla BMG Ariola, la stessa casa discografica di Lucio Battisti, che mi chiese di collaborare al suo prossimo disco».

Tu crei una canzone. Al di là di scriverla e interpretarla, sei tu che la inventi.

«Creo il musical bed, il letto musicale. Ho sempre cercato di fare da solo, per risparmiare. Erano gli anni Novanta, la crisi musicale era forte. Ero un giovane di Padova, senza alcun contatto con la discografia di Roma o di Milano».

Da chi hai imparato? 

«La scrittura di un testo da Alberto Salerno, la prima persona che mi ha fatto lavorare. Mara Maionchi mi ha insegnato l’importanza dell’argomentare con l’artista. Pino “Pinaxa” Pischetola, ingegnere del suono, mi ha mostrato l’arte di un mixaggio».

Quando c’è stata la svolta.

«Nel 2001. Mara Maionchi e Alberto Salerno mi hanno fatto incontrare Tiziano Ferro. Stavano provando a sviluppare quell’artista con altri due produttori, io ero il terzo. Ho ricevuto da loro cinque cd contenenti cinquantadue brani di Tiziano. e insieme a lui ho dato forma al suo primo disco, Rosso Relativo: vendette un milione e trecento ottanta mila copie».

Sono gli artisti a cercare te.

«Tu fai un buon lavoro, e i creativi e gli artisti si chiedono chi sei. Non è detto che con tutti ci sia un’affinità».

Pensiamo sia lecito dire che sei il produttore discografico più richiesto dagli artisti italiani.

«Conta la perseveranza. Dopo nove anni di tentativi nella musica, ho quasi pensato di smettere. È stato in quel momento che in Europa si cominciava ad ascoltare musica R&B e hip pop, musica che nessuno produceva. Con Tiziano siamo stati i primi. Finiti in cima alle classifiche europee, davanti a Britney Spears».

Ti sei trasferito a Los Angeles.

«Ho ricevuto un invito da parte di Sony ATV, il più grande publisher di musica al mondo, per firmare con loro un’esclusiva editoriale mondiale. Una nuova sfida. I primi anni sono stati duri, ero uno sconosciuto. L’unica cosa che li colpiva erano i numeri – avevo fatto vendere ai miei artisti circa diciotto milioni di copie. Ho provato per i primi anni una sensazione di inferiorità, mi vedevo passare davanti i grandi produttori, i grandi artisti e io non sapevo interfacciarmi».

Come hai detto, è una questione di costanza.

«A me interessa uno sbocco in classifica, entrare nei primi quaranta, per essere ‘la persona che ha scritto quello’ – l’America si basa sul concetto del credito. Sto iniziando ad avere un team di persone intorno a me, anche qui a LA, il successo non si fa da soli ma in squadra. In Italia Patrizio Simonini è fisso nel mio studio, Christian Rigano mi segue da quando ho venticinque anni e cura molte pre-produzioni e le parti live dei concerti che si basano sui dischi».

Un mondo e una strategia.

«Cercare di ripetere il successo che ho avuto in Italia anche in America».

Un tuo ragionamento sullo stato dell’arte.

«I software che utilizzi come punto di partenza per creare una canzone, oggi, hanno la stessa valenza di uno strumento musicale. Ableton Live e FL Studio sono software che contengono già una libreria di suoni. Diverse basi di Drake ad esempio sono prodotte con FL Studio che ha una libreria di suoni ritmici molto popolare e che si ritrova in molte sue caanzoni. Bisogna sempre stare al passo con i tempi e con le tecniche compositive. Nel nuovo disco di Kendrick Lamar c’è un brano interamente prodotto con l’iPhone».

E poi cosa succederà?

«Un mondo fantastico. Music Memos ti permette di registrare delle idee musicali cantandole e ti suggerisce già gli accordi, e li suona. GarageBand ti permette di arrangiare un pezzo sull’iPhone o sull’iPad. Stanno anche cercando di fare versioni app dei programmi da computer, sarà il futuro».

Ho una sfilza di nomi, di tue produzioni, ma con chi sogni ancora di lavorare?

«Ci sono tanti artisti in Italia con cui non ho mai lavorato, se c’è intesa e comunione di intenti per me è già abbastanza».

Esiste una canzone perfetta.

«È la canzone in cui non c’è nulla di superfluo. In cui ogni strumento e ogni parte ha un suo scopo preciso. Donald Fagen diceva che il bravo arrangiatore è quello che riesce a far  suonare i silenzi».

 

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#KOS17 Ex Otago

Ph. Michael Avedon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

La si può definire una band indie pop, fondata a Genova nel 2002. Maurizio Carucci è voce e front man, Simone Bertuccini e Francesco Bacci alle chitarre, Olmo Martellacci alle tastiere, Rachid Bouchabla alle percussioni.

Quel prefisso Ex fa pensare a cosa ci fosse prima.

«Un film, di dubbio gusto, Scarfies, non Scarface, protagonista una squadra di rugby neozelandese, gli Otago. Una squadra di bricchi o di presunti tali, che in questo campionato di massima serie riusciva a vincere. Ci piaceva il concetto di persone normali, come noi, di gente che viene dal basso, che riesce a far parlare di sé e a vincere il campionato. All’inizio ci chiamavamo Otago, facevamo funky-jazz-punk con influenze afro sudamericane. Il mercato percepiva poco. Dopo un quarto d’ora ci siamo sciolti, e ci siamo chiamati Ex Otago, facendo pop».

Genova è una delle vostre protagoniste.

«Marassi per l’esattezza. È un quartiere popolare, semplice, comune, dove non succede mai niente di interessante. Lì troviamo spunti umani. Marassi è in collina, su un pendio molto scosceso, tamponata da muraglioni di cemento, case, strade strette. Attraversata da un fiume, il Bisagno, dove all’interno transitano orde di cinghiali. Ci sono alcuni prodotti tipici tra cui pitbull, pitoni, boa – animali un po’ esotici, un po’ pericolosi. Anni e anni fa, a Marassi, imperversavano le droghette. Una persona, di mia stretta cerchia parentale, si fece un acido e iniziò a vedere delle carpe che uscivano dai muraglioni di cemento e lo schizzavano di acqua».

Voi cantate appunto di cinghiali incazzati.

«È una metafora. Questi cinghiali non sono animali ma persone che s’incontrano, anche la mattina in tangenziale, quelli che ti tagliano la strada, che imprecano, che suonano quando c’è ancora rosso. Noi li chiamiamo amorevolmente ‘cinghiali incazzati’. Facendo dispetto ai cinghiali veri, i quali saranno sicuramente meno incazzati. È anche lo slogan di Genova, dove si usa dire ‘sei un cinghiale’».

Due parole sul concetto di ‘indie’.

«Non più ‘indie’. È stato profetico il titolo del disco dei Calcutta, appunto Mainstream. Quest’anno è capitato che due band – i TheGiornalisti e lo Stato Sociale, appartenenti a scenari indie, hanno riempito i palazzetti, cosa che non accadeva forse da almeno quindici anni, dai tempi dei Subsonica. È bene parlare di pop nella sua accezione migliore, ovvero popolare perché trasversale. Interessa tutti, dal ragazzino all’universitario, dalla signora al fashion blogger. Fatto ‘de core e de panza’».

Facciamo un pregresso sulle band musicali.

«Ultimamente si parla di ‘nuovo pop’, di cui facciamo parte anche noi, insieme a Cosmo, Calcutta, i TheGiornalisti. E gente più giovane, i Canova, i Gazzelle, Giorgio Poi. Ce n’è di roba. Chiamiamole piazze in cui ci si incontra e si mischia, dove il rap incontra il pop. La scena pop italiana non è mai stata così florida. Oggi si tende a restare qui».

Come si emerge?

«Sembrerà banale dirlo, con un po’ di qualità. Unita a fortuna, dedizione e una marea di altre cose. In questo bene e male, dove tutti possono fare tutto, un po’ di qualità forse è rimasta la vera discriminante. In un pomeriggio si potrebbe fare un disco, bisogna però avere la lucidità di fare dell’autocritica. La tecnologia da sola non ti porta da nessuna parte. A parte che la tecnologia è in qualsiasi cosa, anche in una chitarra acustica. Ci sono delle geometrie e degli attacchi, delle dinamiche. La grande verità sta nella canzone, se funziona con la più bassa tecnologia possibile vuol dire che hai scritto qualcosa di forte».

Sono passati quindici anni e cinque album. Avete anche scritto un libro a dieci mani.

«Sì, avevamo troppe cose da dire, e in un disco non ci stava tutto. Ci sono capitate tante storie che non potevamo tenerci dentro. Le abbiamo sputate fuori attraverso questo libro».

L’idea del crowdfunding.

«Siamo al terzo disco realizzato tramite ‘azionariato popolare’ – l’ascoltatore acquista in anticipo il disco e ha diritto, oltre alla copia fisica del disco, a una ricompensa, che può essere una maglietta o un concerto a casa sua. All’epoca, nel 2009, fummo i primi in Italia d utilizzare questo metodo. Abbiamo creato una rete di fedelissimi. Una figata, perché questa gente ci mette dei soldi ancor prima di ascoltarci. E questo è un gesto bellissimo».

 

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Kraler, Kuore, Kortina

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Kortina. Con la K di Kraler. Dovrebbe chiamarsi così la ‘perla delle Dolomiti’, da quando la Famiglia Kraler – Franz, Daniela e Alexander, ci hanno messo il cuore. E un impero di luxury multibrand.

Febbraio, 1984. Una storia d’amore iniziata a Dobbiaco, ‘la regina del fondo’. «Era una domenica fredda, c’era un forte vento. Ero a messa, quando è entrato un ricciolino, tutto ‘spirinci’, con solo un maglioncino. E occhi azzurri bellissimi. Al momento del segno della pace si è girato verso di me. Ero timida. Ci siamo guardati. Ed è stato un colpo di fulmine», racconta Daniela.

A come amore. «Nato in vacanza, a Dobbiaco. Io e la mia famiglia stavamo all’Hotel Sole. Di sera Franz veniva da noi a bere il té e a giocare a carte. Era piaciuto subito ai miei, con il suo fare da tirolese. Due anni di fidanzamento. Gli incontri nella mia città, a Verona, dove ero interprete di Banca e poi di nuovo a Dobbiaco. Lì ci siamo sposati».

Franz, nome foriero. Innamorati e immersi in una natura paradisiaca, i Kraler hanno ‘interpretato’ quello che mancava in una realtà così, «un posto dove poter comprare il bello». «Franz aveva una casa a disposizione, la dependance della residenza estiva dell’imperatore Francesco Giuseppe e della principessa Sissi. Nel 1986 aprimmo il primo negozio».

Benvenuto Alex. Nato il 1 gennaio 1989. Oggi, dopo aver collezionato due lauree, lavora in famiglia. Mamma e papà gli dedicarono un negozio nel centro di Dobbiaco: Alexander’s. Dove si vendeva solo cachemire e coccodrillo. E poi i fenomeni e la ricerca: Loro Piana, Agnona, Antonio Fusco, Malo, Ballantine. «Facevo fare i bauli e le valige dagli artigiani, le scarpe sportive e da roccia tutte in cocco. Un lusso sfrenato. Venivano tutti i Signori di Cortina. Le famiglie Zoppas, Riello, Montezemolo, Benetton, andavano a Dobbiaco a fare i funghi e poi per lo shopping da me».

Portavamo i calzoni alla zuava. I Loden. Il tabarro. I cappotti con i colli in cincilla e in zibellino. Gli stivali in coccodrillo. Da Dobbiaco a Cortina, la prima boutique nel 2004. «Era Cortina che veniva da noi. Perché aprire lì? – ci chiedevamo». «Ci abbiamo creduto. Io credo molto. Ho fede. Funziona. E ha funzionato». «Cortina trovava da noi Prada, Gucci, Ralph Lauren. Keaton è nato lì. Ricordo quando con Ciro Pavone mettevamo sul tavolo i tessuti e insieme creavamo per Franz Kraler».

Lui, anima tirolese. «Io sono diventata Heidi. E Franz mi ha sempre ‘lasciato fare’». «Nel 2008 abbiamo ristrutturato il Castello a Dobbiaco, uno spazio di 3000 metri quadrati. E ci siamo allargati a Cortina. Nell’ex Ritz Saddler, storico negozio del made in Italy che si è aggiunto nel 2015. Poi si è liberato un altro spazio che abbiamo dedicato ai corner e alle special capsule. A gennaio, il boom di Lenoir e poi a maggio l’ex Verni. Una cosa tira l’altra».

«Abbiamo creduto nel territorio, costruito e fatto nel territorio con forza lavoro del posto. La realtà online non ci rappresenta».

«Un’emozione». «Il bello. E far felice la gente. Io sono sempre ‘in mezzo’. Non delego mai. Sono lì con i miei clienti e dappertutto. Ci sono sui miei canali social. A sostegno del mio personale. Devo lavorare, fare e brigare».

«Un lusso». «Fare quello che mi piace ogni giorno, da mattina a sera. E trasformare cose di uso comune con materiali speciali».

«Le tue passioni?». «La mia famiglia. Le macchine d’epoca, cabrio. Un po’ vecchiotte. I cavalli. I rapaci. Sogno di avere in casa un’aquila o un falco. L’elicottero. Viaggiare. Volare. In alto».

«La tua strategia di marketing?». «L’amore. L’amore muove il mondo e non il denaro».

«Le rivoluzioni della moda, come le vivi?». «Hanno tutte senso di essere. E le condivido, nonostante il nostro sistema di vendita sia tradizionalista e semplice. Il cliente arriva qui e prende. E grande fiducia, tramite voce, con ordini telefonici».

«Un miracolo?». «Io e Franz ci siamo trovati per caso, in quella chiesa, quel giorno. Quella sintonia ha cambiato la vita di entrambi. Da quel momento si è creata un’unione così forte che oggi è confermata da una realtà importante a livello internazionale».

Images courtesy of Press Office
www.franzkraler.it – @franzkraler

Rosso = Gradazioni

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Rosso porpora, della dignità regale. Rosso pompeiano, fu la fortuna della città di Tito e Sidone. Rosso magenta, dedicato alla battaglia eponima, città teatro della seconda guerra d’indipendenza. Rosso corallo, quando è abbinato al turchese, il suo complementare. Rosso scarlatto è il colore degli abiti accademici. Rosso fuoco. Rosso passione che domina sul resto. Rosso lampone, Lampoon, vicino ai pomodori di Marinella, The Fashionable Lampoon e Mari&có.

L’amore messo in tavola, per la cura, i dettagli, la scelta di un colore sopra a tutti gli altri: il rosso. L’ha scelto Marinella Rossi, la padrona di casa, e l’ha ‘intavolato’ lo scorso luglio nel suo ‘posto’, in via Ampola 18. Un luogo incantato, che incanta.

Images courtesy of Giulia Mantovani
@giuliamantovaniph

Peserico, a bit of Italy in Long Island

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

A pochi chilometri di cabrio da Manhattan, c’è una dimensione che ti dipinge come in un quadro di Edward Hopper: gli Hamptons.

È il mare dei ricchi. Fatto di distese infinite di spiagge bianche, gabbiani giganti, onde oceaniche e ville shingle – quelle orizzontali, di Frances Fleetwood, in stile neovittoriano con torrette e giardini sconfinati. Hanno plasmato tutta Long Island, fino ad arrivare alla punta orientale dell’isola dominata dal faro di Montauk. Di fronte: l’oceano.

Erano gli inizi del Novecento quando ci abitavano i cacciatori di balene. È diventata una destinazione da sogno durante i Roaring Twenties, quelli animati dai party del Grande Gatsby di Scott Fitzegarld. Ancora oggi una destinazione ‘mito’.

Le aragoste di Lobster Deck, la cena al tramonto sulla terrazza del Surf Lodge e le notti attorno al fuoco sul patio del Gurney’s. Lo shopping a East Hampton. Era ovvio che Peserico, sbarcasse qui. Al 48 di Newtown, con il suo ventiquattresimo monomarca. Amata dal mercato statunitense, la casa di moda vicentina ha anche inaugurato il suo showroom nella Grande Mela, al 110 di Greene Street.

Image courtesy of Press Office
www.peserico.it – @pesericoitaly

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