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The Fashionable Lampoon
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armie hammer

L’uomo del 2018

Armie Hammer in Call Me By Your Name – Cristiana Caimmi / Sony

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Si tratta di ciò che apparirà attuale nell’estetica qui a venire: nella moda, nei film, nella tv – nella mediaticità in genere. Due uomini. Il primo è il protagonista del film di Guadagnino, Armie Hammer, la cui virilità diventa credibile nella delicatezza sessuale del film. Un fisico senza i muscoli come il commercio vorrebbe: il busto resta esile, le gambe lunghe diventano graziate, femminili. Ritorna la mascolinità nobile di un’epoca in cui la pudicizia era un valore e la nudità un scandalo. La lieve pappagorgia, la pinguedine sul giro vita. Una virilità cosi posata e allo stesso tempo così possente torna inedita – per ritrovarla serviva una storia d’amore omosessuale. La bravura di Guadagnino sta in una coerenza così esagerata da diventare stupenda: sceneggiatura, scenografia, personaggi. Non c’è contrasto – ma solo la sinuosità: non ci si rende della lentezza di un ritmo per cui ci siamo addormentati davanti a molti altri film, perché il lavoro di Guadagnino ha l’armonia di un accordo perfetto sulle nostre frequenze celebrali.

Matt Smith in The Crown, Robert Viglasky / Netflix

L’altro uomo che ha segnato sull’estetica contemporanea è Matt Smith, duca di Edimburgo in The Crown. Britannico nel senso più sottile e profondo, Smith è apparso poi in un video di Burberry insieme a Cara Delevingne, dopo aver ricordato le buone maniere inglesi in un tutorial su come bisogna bere il tè delle cinque di pomeriggio. Come Armie Hammer, Matt Smith racconta la buona educazione della virilità, quella bellezza che rifugge gli autocompiacimenti ammorbanti e abbruttenti di questi tempi digitali. La frase è la medesima di qui sopra – un maschio posato e possente. Il tocco femminile, la delicatezza del corpo sopra i muscoli affusolati – ma il bagliore è negli occhi – qui più scuri e scavati rispetto agli zaffiri di Hammer – ma colmi di una serietà e di una quiete interiore che serve per amare la Regina, quel fare inglese di cui in Europa si sente già la nostalgia.

Call me by your name

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La mattina in bicicletta, l’estate, il caldo morbido – per andare a prendere un pezzo di focaccia, comprare il giornale, portare una lettera in posta. I pomeriggi lontani dall’afa – quelle ore in camera tra sonno lieve e libri – la finestra è aperta sull’ombra delle foglie di un tiglio. In giardino, la vasca in pietra di acqua da torrente, nei campi di grano quando il sole brucia, ma non ti soffoca più – lungo il fiume, le spighe al vento arso che ti sfiorano i piedi, le labbra – sul ciglio, sotto una quercia che frastaglia la luce – il tramonto è ancora lontano. Quelle giornate eterne di un’estate che non finirà mai – in una vecchia Italia di paese, di campagna. La cena sotto la pergola, il chiaroscuro, il canto del grillo, qualche lucciola nell’erba – per poi uscire di nuovo pedalando, la compagnia della tua età, i tavolini di un bar, la musica dal jukebox, la luna, i baci e le mani dappertutto.

Ciò che più colpisce è l’armonia: il gusto con cui Guadagnino compone gli attori, la sceneggiatura, l’argomento. Nelle prime virate della storia d’amore, quando Elio ragazzino acerbo si trasforma in rapace timido, i dialoghi di Ivory colgono l’equilibrio delle contraddizioni di un carattere umano: Elio è sfacciato, ma nervoso – tu sai che funziona così, e non stoppi il cuore con un ‘va bene, ma questo è un film’. Ivory racconta una posa tra la timidezza e l’assalto che possiedi quando ancora non hai vissuto niente, non ti sei mai sporcato – ma hai letto tutti i libri che ti sono passati tra le mani.

Tutti gli occhi sono per Armie Hammer, le ragazze lo vogliono, i genitori lo adorano, il pubblico smania – ma dopo la prima mezz’ora tutti sono ossessionati da Timothée. Troppo giovane per essere bello, troppo smilzo per essere sensuale. Al pianoforte, è un invasato di Bach che confonde la sfida con l’attrazione, un maschio che si agita come una Lolita ancora vergine. Lascia intendere a Oliver, con pochi mezzi termini, quello che vuole. Oliver è frastornato, ribatte che Elio lo sta mettendo in difficoltà.

La scena del bacio è stata la prima messa in prova. I due attori si erano appena conosciuti, da poco arrivati sul set. Su uno spiazzo con poca erba la scena da provare è la numero 71 – i due attori scorrono il copione – la scena non prevede parole, ma semplicemente making outfarsi, baciarsi, toccarsi. Iniziano – vanno vanti fino a che si accorgono che il regista se n’è andato e li ha lasciati lì – a farsi. Il ghiaccio non si è sciolto, dice Timothée, si è disintegrato. Quella scena sull’erba, il primo bacio del film – di nuovo, avresti potuto farla tu, è qui la forza di Guadagnino, non resti lì a dire ‘va bene, ma questo è un film’. L’azzardo con cui Oliver gli tocca la bocca, la tranquillità con cui Elio apre le labbra umide e gli tocca le dita con la lingua – è tutto un gioco, tra due uomini eterosessuali che si stanno provando, un po’ divertendosi, prendendosi in giro. Quando Oliver dice no, non si può – te lo ricordi – è quello stop che significava sono tuo.

I due attori sono eterosessuali nella vita, e così nei loro ruoli sono presentati all’inizio del film. Nella storia d’amore rimane un’eterosessualità latente che rende la loro relazione una storia universale. Quello che colpisce è la sobrietà nel racconto, l’equilibrio, l’armonia. Non c’è niente di forzato, non c’è niente sopra le righe – tutto ha la stessa cadenza di un pomeriggio d’estate al sole. Il sesso è tra due amici, l’esperienza di un luglio che ti rimarrà nel cuore, anche se la tua vita potrebbe superarlo andando in altra direzione. Il discorso con il padre è un apice: la luce e l’inquadratura sul volto di Elio creano un chiaroscuro. Fateci caso, quando lo vedrete – Elio è sul divano, il padre lo sta consolando: la camera inquadra il volto di Elio – Elio non è mai stato così bello in tutto il film, ed è giusto che così bello appaia solo alla conclusione del racconto. Una storia d’amore di tre, quattro settimane – le lacrime, la devastazione, la nostalgia, il pugno allo stomaco. Quella cotta che abbiamo vissuto tutti, quella che si è sempre conclusa su un binario della stazione: le linee, il treno che scorre via, sono tagli che chiudono – ma sono anche traiettorie di infinto. Se siamo innamorati oggi, se siamo felici oggi, è perché il cuore si è spaccato allora.

Crema, Cremona, fino alle Alpi di Bergamo – l’estate italiana non è quella al mare, ma in un centro di una Pianura Padana che Guadagnino dipinge come un crogiolo di letteratura e arte, multietnico e poliglotta. Tutto il film si basa su esseri umani intrisi di cultura, sapere e piacere – senza questa sofisticazione niente qui sarebbe possibile. Un professore di archeologia riceva eccentrici personaggi di lingua inglese, nella villa accanto vivono due sorelle francesi, i ragazzi di provincia vestono meglio di quelli della rive gauche o di Brera, a Sirmione riemerge un reperto della scuola di Prassitele. È una concessione letteraria, questo angolo sopra il Po raccontata come un’edizione della società sulle colline di Lucca o intorno a Firenze, Villa La Pietra ai tempi di Harold Acton. Guadagnino – ormai è dato – prosegue su Visconti: la compostezza, la rotondità, l’armonia di questo film superano il maestro per semplicità di cuore.

La frase del libro di Aciman non è recitata nel film. Le lacrime scendono come scesero mentre eri fermo sul quel binario e i vagoni ti scorrevano via davanti agli occhi. Se ti ricordi tutto, volevo dirgli, e se sei davvero come me, allora domani prima di partire o quando sei pronto per chiudere la portiera e hai già salutato gli altri e non c’è più nulla da dire in questa vita, allora, una volta soltanto, girati verso di me, anche per scherzo, o perché ci hai ripensato, e come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo e chiamami col tuo nome.

warnerbros.it/chiamami-col-nome – @sonypicturesit

Courtesy Cristiana Caimmi