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The Dot Circle 2017 – The Event

Milano, giovedì 4 maggio

The DOT Circle

 

Se hai sofferto puoi capire di Giovanni F. con Francesco Casolo, edizioni Chiarelettere, è il vincitore di The DOT Circle. Ieri sera, giovedì 4 maggio, ha avuto luogo la cena di gala per 100 persone sedute alla tavola del Dot Circle, per la premiazione del vincitore.

Tiffany & Co. ha sostenuto The DOT Circle e l’impegno culturale che il premio persegue, in occasione del lancio della nuova collezione Tiffany City HardWear dedicata alla città, al tessuto urbano cittadino che oggi si vuole intendere come tessuto cerebrale.

Insieme all’amministratore delegato di Tiffany Italia e Spagna, Raffaella Banchero, e il direttore di The Fashionable Lampoon, Carlo Mazzoni, tra gli ospiti intervenuti: Filippo Timi, Asia Argento, Margherita Missoni, Arisa, Arthur Arbesser, Martina Colombari, Matteo Perego di Cremnago, Daniele Calcaterra, Nicolas Vaporidis, italo Rota, Italo Marzotto, Lina Sotis, Gian Paolo Barbieri, LaPina, Lucrezia Rospigliosi Borromeo, Piero Maranghi, Giovanni Caccamo.

Carlo Mazzoni e la modella Chiara Scelsi hanno consegnato il premio all’editor di Chiarelettere Maurizio Donati, che ha ritirato il premio in nome di Giovanni F., che resta anonimo. Andrea Faustini, tra i vincitori di X Factor UK, si è esibito live, pianoforte e voce al termine della cena.

Un ringraziamento speciale a Moet & Chandon e Belvedere Vodka, che ancora e come sempre, sono partner di ogni evento di Lampoon.
Un grazie ai partner tecnici della serata, Alfa Romeo e l’hotel Principe di Savoia. Un grazie Marinella Rossi, per la cena seduta, presso Mari & Co. 

 

The DOT Circle
La Giuria

Maria Luisa Agnese
Asia Argento
Arisa
Gian Paolo Barbieri
Camilla Baresani
Benedetta Barzini
Pier Giorgio Bellocchio
Francesco Bianconi, Baustelle
Giovanni Caccamo
Sandra Ceccarelli
Martina Colombari
Cesare Cunaccia
Denis Curti
Andrea Faustini
Andrea Incontri
La Pina
Luca Lucini
Fabio Mancini
Daniele Manusia
Angelo Miotto
Margherita Missoni
Diamara Parodi Delfino
Diego Passoni
Andrea Pinna
Italo Rota
Chiara Scelsi
Stefano Senardi
Gian Paolo Serino
Pupi Solari
Francesco Sole
Lina Sotis
Filippo Timi
Jacopo Tondelli
Nicolas Vaporidis
Raffaella Banchero
Tiffany & Co. Managing Director Italia e Spagna

 

Carlo Mazzoni
Editor in Chief The Fashionable Lampoon

Digital Visual Wave 

L’arte nelle sue forme contemporanee si diffonde attraverso l’utilizzo dei Social Network con l’illustrazione artistica in formato digitale. Sono stati scelti da Lampoon.it gli artisti che hanno realizzato ed interpretato The DOT Circle.

Illustration by: 

Lucia Emanuela Curzi @ludiary – www.luandme.com
NunoDaCosta @nuno_da_costa_illustration – www.illustrationweb.com/artists/NunoDaCosta
Barbara Dziadosz @barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz
Alina Grinpauka @grinpauka – www.Alinagrinpauka.com
Lena Ker @lenaker – lenaker.com
Alena Lavdovskaya @alenalavdovskaya
Jowy Maasdamme @iseejowy – jowymaasdamme.studio
Holly Nichols @hnicholsillustration – www.hnicholsillustration.com
Maxim Sergeev @sergeev1_maxim
Vin Servillon @findvin
Studio Iva @studio_iva
Mèlique Street @mèliquestreet
Anna Tsvell @anna_tsvell
Poppy Waddilove @poppywaddilove

Photo Marco Piraccini, Giulia Mantovani e Lodovico Colli

Location
Mari&Co. Via Ampola 18, Milan
www.marienco.it

Special Thanks to
Tiffany & Co.
www.tiffany.it – @tiffanyandco

Belvedere Vodka
www.belvederevodka.com – @belvederevodkaitalia

Moët & Chandon
www.moet.com

Met Gala ‘Avant-Gard’

Testo Angelica Carrara
@missangiecarry

Avanguardia. E’ questo il tema dell’anno del Met Gala. La serata di beneficienza voluta da Anna Wintour che si tiene ogni anno al Metropolitan Museum di New York. Party, considerato l’Oscar della moda.

All’avanguardia è Rei Kawakubo. La mostra Comme des Garçon: Art of the In-Between. Definita dal curatore Andrew Bolton, come una delle stiliste più influenti degli ultimi quarant’anni.

Avant-gard – tutto – fuorché il dress code delle invitate. Quello che doveva essere un tributo all’insegna di mise sperimentali e creative sfocia invece in una sorta di travestimento carnevalicchio. Una stravaganza extra. Proprio come quella extravaganza di libertà di stile e di struttura tipica del mondo teatrale di inizi Novecento, diventata in questa occasione parodia. L’epitomo dell’eleganza che s’interroga su dove sia finita l’arte della moda.

C’è chi si salva e splende. Cara Delevingne è un’aliena argentata Chanel Couture. Sofia Boutella in rete geometrica Marni. Blake Lively, in un Versace che per la prima volta in anni sembra inedito. Un grazie a Lily Rose Depp, venuta a riscattare tutti in Chanel rosa shocking che fiorisce nel suo monospalla.

C’è chi si perde e si spegne. Dakota Johnson, in versione romantica Gucci. Rihanna è pirotecnica, fasciata in abito patchwork Comme des Garçon con sandalo rosso alla schiava che assicura effetto laccio emostatico. Sarah Paulson in Prada di seta blu bordato di piume rosse e nere. Madonna, in un abito da guerriera camouflage firmato Moschino, è un rimpianto.

 

 

Met Gala 2017
Metropolitan Museum, New York

Images from Pinterest

Digital Visual Wave

I cinque libri in gara

On Cover Illustration by One Eye Girl @oneeyegirl  – www.oneeyegirl.bigcartel.com

Inside Illustration by:

Lucia Emanuela Curzi @ludiary – www.luandme.com
NunoDaCosta @nuno_da_costa_illustration – www.illustrationweb.com/artists/NunoDaCosta
Barbara Dziadosz @barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz
Alina Grinpauka @grinpauka – www.Alinagrinpauka.com
Lena Ker @lenaker – lenaker.com
Alena Lavdovskaya @alenalavdovskaya
Jowy Maasdamme @iseejowy – jowymaasdamme.studio
Holly Nichols @hnicholsillustration – www.hnicholsillustration.com
Maxim Sergeev @sergeev1_maxim
Vin Servillon @findvin
Studio Iva @studio_iva
Mèlique Street @mèliquestreet
Anna Tsvell @anna_tsvell
Poppy Waddilove @poppywaddilove

Alla votazione di The DOT Circle aperta sarà sommata quella di una giuria, #TheDots: Maria Luisa Agnese, Asia Argento, Arisa, Gian Paolo Barbieri, Camilla Baresani, Benedetta Barzini, Pier Giorgio Bellocchio, Francesco Bianconi / Baustelle, Giovanni Caccamo, Sandra Ceccarelli, Martina Colombari, Cesare Cunaccia, Denis Curti, Andrea Faustini, Andrea Incontri, La Pina, Luca Lucini, Fabio Mancini, Daniele Manusia, Angelo Miotto, Margherita Missoni, Diamara Parodi Delfino, Diego Passoni, Andrea Pinna, Italo Rota, Chiara Scelsi, Stefano Senardi, Gian Paolo Serino, Pupi Solari, Francesco Sole, Lina Sotis, Filippo Timi, Jacopo Tondelli, Nicolas Vaporidis

 

Supported by @Tiffany&Co. – Introducing Tiffany City HardWear collection. – www.tiffany.it

Le Rendez-Vous

Testo Prisca Maizzi

Attenuo il bianco, amalgamo il blu con mille pensieri.
(Marc Chagall)

Bella. Bellezza anticonvenzionale. La chioma raccolta con casualità le incorniciava il volto. Si perdeva nel suo sguardo, nei suoi occhi azzurro-cielo.
Il candore del marmo della Cattedrale torinese si spezzò annunciando un ombreggiato contorno: un abbraccio. Sinuoso come il tratto in ogni opera di Marc Chagall. «Sai che vuol dire amare?» sussurrò. «Volare restando a contatto con la realtà!».
Un cielo disteso ospitava il sole occupato a dialogare con la luna. Lo chiamò Le Soir. Aspettavano l’imbrunire danzando. Il suo abito, composto di delicate pennellate, ondeggiava a ogni passo. Cominciarono a inseguire il blu della sera. Un blu onirico, un blu che alla mia mente oggi riconduce al colore agognato da Maria Grazia Chiuri per Christian Dior.
Gli edifici in Via IV Marzo si affollarono d’immaginazione. Acrobati giunti da Le Cirque indicavano l’esatto tragitto verso la meta, animali dai colori brillanti ballavano sulle note di una fisarmonica in giallo. Un pittore dipingeva il paesaggio, trasportando ogni elemento, nella tinta del mare.
Bella afferrò un Bouquet. Fiori di un rosso vivo bordati da pochi tratti neri. Voltandosi una piccola piazzetta era li ad attenderli, invitandoli presso la Galleria Elena Salamon. «Che cosa desideri Bella?» domandò accarezzandole il viso «Rêverie»Fantasticare

Marc Chagall. L’artista che dipingeva fiabe d’amore

Un percorso nell’estetica di Marc Chagall composto di 63 lavori, divisi tra litografie, acqueforti e puntesecche, prodotte dal 1925 al 1982.
La surreale parafrasi di un’artista che creava tra natura, divino e amore.

Galleria Elena Salamon
Via Torquato Tasso, 11 (Piazzetta IV Marzo) Torino
Dal 21 Marzo 2017 al 20 Maggio 2017
Martedì, Mercoledì e Venerdì: 15.00 – 19.00
Giovedì e Sabato: 10.30 – 19.00
Lunedì chiuso

Images courtesy of press office

SLIDESHOW IN MILAN: M.P.F.

Testo Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Inaugurata giovedì 9 marzo la settima edizione di Mia Photo Fair, la fiera della fotografia d’arte che nella scorsa edizione ha richiamato circa ventiquattromila visitatori. Negli spazi di The Mall zona Porta Nuova di Milano, ottanta gallerie provenienti da tredici nazioni diverse, hanno allestito i loro stand aperti al pubblico fino a Lunedì 12 marzo. La fiera è stata ideata e diretta da Fabio Castelli e Lorenza Castelli. Tra le novità di quest’anno i focus su Brasile, Ungheria, la regione spagnola delle Asturie e i progetti dedicati alle performance, con la partecipazione di Flux Laboratory ArtOnTime. La formula adottata rimane quella dell’ecletticità con l’accostamento di autori storici del novecento, fotografi emergenti, ed artisti contemporanei che usano la fotografia come mezzo non esclusivo. Alle gallerie specializzate in fotografia si affiancano quelle di arte contemporanea tout court, che qui portano i migliori artisti della loro scuderia. Gli stand quindi si suddividono in monografici oppure collettivi. Un’altra iniziativa è la Proposta MIA, confermata anche quest’anno, sezione nella quale alcuni fotografi selezionati espongono personalmente il loro lavoro. Si possono ammirare le opere fotografiche di Gian Paolo Barbieri, Kurt Amman e Ronald Martinez nello stand di 29 ARTS IN PROGRESS gallery, che espone con radicamenti nella tradizione culturale, specializzandosi in arte contemporanea e fotografia. Due sono le esposizioni che in particolar modo fanno emergere la capacità comunicativa in maniera evidente: Spazio Nuovo, galleria romana che presenta gli scatti di Riccardo Ajossa con L’ingannevole congegno della memoria; e la galleria francese Jean Louis Ramand – Noorforart Contemporary dove vengono presentate le opere di Julie Poncet. Tra le varie opere fotografiche è difficile non posare lo sguardo sulle enormi stampe di Antoine Rose. Le foto dall’alto dell’artista, che vive e lavora in Belgio, sono in mostra presso lo stand di Mazel Galerie. Un importante ruolo viene svolto dal comitato scientifico di selezione degli artisti composto da Monique Veaute (Presidente della Fondazione RomaEuropa), Fabio Castelli, Giorgio Fasol (Collezionista e Presidente dell’Ass. AGI Verona), Riccardo Lisi (curatore, direttore dello spazio La Rada, Lugano) e Antonio Grulli (Critico e curatore).

Mia Photo Fair The Mall, Porta Nuova, Milan March 10th -13th, 2017

YTALIA

Testo Carlo Mazzoni @carlomazzoni Sabato sera, a Palazzo Vecchio, il sindaco di Firenze Dario Nardella si è alzato in piedi e ha parlato davanti a più di cento persone sedute a tavola nel Salone delle Armi: con un breve discorso ha introdotto Ytalia, la mostra che inaugurerà il 2 giugno – data retorica per una mostra così titolata – al Forte Belvedere. Viene da definirlo cast, leggendo i nomi degli artisti coinvolti: Jannis Kounellis, Luciano Fabro, Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Giovanni Anselmo, Gino De Domenicis, Remo Salvadori, Marco Bagnoli, Domenico Bianchi, Nunzio, Mimmo Paladino, Mario Merz. Una mostra, uno show, ideato e curato da Sergio Risaliti e prodotto dal Mus.e di Firenze insieme al Comune. Dodici artisti per dodici tavoli – al tavolo dedicato a De Domenicis, sedeva Luciano Massari, direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Carrara, dotata di una marmoteca leggendaria, sede di una recente mostra di anatomia umana. Riportava alla lettura de Il Tormento e l’Estasi – il marmo bianco scultoreo della cava di Michelangelo resta il più pregiato per la durezza e la luce dei suoi cristalli, girando poi nelle variazioni di grigio fino allo scuro, fino alla pietra e ai graniti delle Apuane. Se bianco è a Carrara, il marmo verde proviene dalla Val d’Aosta, il marmo rosa dalle montagne spagnole – mentre La Veranda Fabbrica del Duomo di Milano è proprietaria di un’intera fabbrica per la propria fornitura esclusiva. Luciano Massari, oltre alla direzione dell’Accademia, è fondatore e titolare di un laboratorio a Carrara specializzato nella produzione dei lavori degli artisti contemporanei, con tutte le ambizioni e le provocazioni nell’abilità della scultura che per definizione non si possono immaginare. È lecito intuire quanto Massari sarà coinvolto in prima linea nella realizzazione delle opere di Ytalia.

La mostra Ytalia sarà inaugurata il 2 giugno e ospiterà opere all’aperto negli spazi di Forte Belvedere, del giardino di Boboli, di Palazzo Vecchio e di altri luoghi del centro di Firenze. Rimarrà aperta al pubblico fino a settembre 2017.

Images courtesy of press office musefirenze.it

fall in love (art)

Testo Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Affordable – accessibile – questo lo spirito della mostra, Affordable Art Fair, nata a Londra nel 1999 da un’idea di Will Ramsay.

Una manifestazione di successo che oggi si svolge in quindici città nel mondo e che ha attirato oltre due milioni di visitatori. Le opere sono esposte nel salone di Superstudio Più a Milano, dal 10 al 12 febbraio, in un’atmosfera informale che possa mettere il pubblico a proprio agio ed evitare timori nei confronti dell’espressione artistica. Fall in art – questo il titolo della settima edizione.

Dipinti, sculture e fotografie: tutte che non superano il valore di seimila euro.

Il direttore Manuela Porcu, con questa mostra, vuole mettere in contatto fra loro potenziali compratori e gallerie – ottantacinque tra italiane e internazionali.

Autori giovani ed emergenti esibiranno nella categoria Young Talents, che raccoglie nella sezione Quando, quando, quando le opere selezionate da tre curatori esordienti, provenienti dalla scuola per curatori Campo della Fondazione Sandretto Re Baudengo.

Presenti anche nomi più conosciuti dell’arte contemporanea, da Michelangelo Pistoletto a Enrico Castellani, Ugo Nespolo e Piero Gilardi, Giosetta Fioroni e Altan.

Milano Contemporary presenta invece gallerie della città impegnate nel contemporaneo e nella ricerca di talenti.

La fiera prevede anche ‘visite tattili’ – esperienze sensoriali che coinvolgono i cinque sensi, e workshop sotto la guida dei due artisti Urbansolid e Tomoko Nagao.

Il party di apertura FALL IN ART, in collaborazione con birra Warsteiner, Main Partner della fiera, ospiterà performance dal vivo, in un’atmosfera urbana da club newyorkese, con il DJ set di GOMMAGE DJ TEAM – composto da Claudio Fagnani (Elita) e dj Kramer, e Fabrizio Mammarella, conosciuto per lo stile che combina electronic disco, house, dub e proto-house psichedelica.

Warsteiner Art Battle: una sfida tra artisti emergenti come lo street artist Noba, che si confronta con gli spazi della città e le sue dinamiche, che si esprimono in diverse superfici e infinite possibilità di materiali. Nata lo scorso anno dalla collaborazione tra birra Warsteiner e Affordable Art Fair, la sfida ha riscosso il riconoscimento del pubblico. Lo scorso anno ha trionfato Vast, street artist dell’isola de La Reunion nell’Oceano Indiano, con una tela che oggi fa parte della collezione privata di arte contemporanea di Warsteiner.

A decretare il vincitore di quest’anno saranno il marchio di birra tedesca, Manuela Porcu e il collettivo Art of Sool.

AFFORDABLE ART FAIR MILANO
Fall in Art
FEBRUARY 10 – 12 2017
(Opening Party Thursday February  9, by invitation only)

Superstudio Più. 27, Via Tortona, Milan

Images courtesy of press office
affordableartfair.com

UNCONVENTIONAL LOVE

Text Ottavia Bondoni
@ottavia.bondoni

Benedetta Boroli, questo anche il nome del suo marchio. Inizia gli studi seguendo le orme dei genitori imprenditori, ma li abbandona poi per dedicarsi alla sua passione: il design di calzature.

Il suo è un obiettivo chiaro, al quale allude anche il logo del brand: una freccia che punta diritta verso un bersaglio che lei ha preciso in mente. Quello di voler dare al prodotto un’identità concreta – ecco perché la scelta dell’omonimia con il proprio nome – con attenzione alla qualità elevata dei materiali e all’eccellenza artigiana del Made In Italy.

Il Design semplice, l’uso di pellami tradizionali – l’idea è quella di un accessorio classico lavorato però secondo un’ottica più attuale per soddisfare le esigenze di comfort richieste dalla dinamicità dello stile di vita contemporaneo. Suede, vitello e nappa si combinano con armonia a materiali tecnici utilizzati talvolta anche per le sneaker – neoprene, lycra e tessuto a rete.

Milano è la sede scelta. “Questa città è il simbolo della modernità che passeggia mano nella mano con il passato, dove palazzi storici coabitano con grattacieli dal gusto avvenirista”. Il 2017 l’anno in cui il progetto di Benedetta ha inizio, con il lancio della sua prima collezione per la Primavera/Estate.

Images courtesy of press office
www.benedettaboroli.com


GLI EROI MORALI

Testo Mattia Conti
@mattiac0nti

 

La storia e le opere esistono come allagamento del tempo che evade gli argini e segna la campagna, le vite, le strade di città e gli orizzonti di montagna.

Sono resistenza degli uomini, tentativo di guadare il fiume, di scavare canali e rinforzare dighe resistenti agli urti e alla corrosione dell’acqua.

Giorgio Castelfranco ha imparato a nuotare. Lo ha fatto immolando il suo corpo, piegandolo, mutilandolo, tormentandolo per sopravvivere all’impeto delle acque. Una guerra l’ha segnato, l’altra gli ha strappato tutto ma Giorgio sapeva che la storia è resistenza, che le opere attestano la tenacia di chi si dice uomo e le sue armi per salvare – per salvarsi, dal maremoto hanno usato la bellezza come munizioni.

Amico di De Chirico, Giorgio lo è diventato in tempi non sospetti, legato a lui da una somiglianza delle anime. Sguardi metafisici, Giorgio e Giorgio hanno condiviso la stessa idea di arte. Castelfranco capisce De Chirico, ne è mecenate, collezionista, promotore. Dirige la Galleria di Palazzo Pitti, è un critico influente. Castelfranco ha origini ebraiche e il tempo segna il 1938. In Italia sono entrate in vigore le leggi razziali, uno strabordare di fiume che lo trascina lontano, lo fa licenziare, lo costringe a vendere la sua collezione di De Chierico e fuggire in Puglia. Dal 1943 la sua resistenza si concentra sulle opere, nella ricerca spasmodica di ricomporre un patrimonio artistico saccheggiato, di censirne i danni. A guerra terminata entra a far parte della Missione Italiana per il recupero delle opere d’arte trafugate in Germania e il suo impegno nell’arte prosegue per tutta la sua vita.

Dal 24 gennaio al 26 febbraio, a Firenze, alla Galleria delle Statue e delle Pitture degli Uffizi, una mostra vuole ricordare la sua lotta, la sua storia la sua Resistenza. Una Giornata della Memoria per raccontare chi ha permesso che la Memoria non venisse distrutta.

Una giornata di studio e ricordo, il 23 gennaio, che ha visto coinvolte la Comunità ebraica fiorentina, la Harvard University-Villa I Tatti, l’Istituto storico della Resistenza in Toscana, il Centro di Documentazione Storico-Etnografica (CEDSE).

Per quanto il fiume del tempo possa fluire impetuoso e violento, chi sa guadarlo lascia la traccia indelebile che noi chiamiamo Memoria.

Giorgio Castelfranco (1896 – 1978) curatore, mecenate, difensore d’arte
Curated by Claudio di Benedetto
Firenze, Sala del Camino, Galleria delle Statue e delle pitture degli Uffizi
January 24th – February 26th

Giorgio Castelfranco (1896 – 1978) curator, patron, defender of art
Curated by Claudio di Benedetto
Florence, Sala del Camino, Uffizi Gallery
January 24th – February 26th

Images courtesy of press office
www.civita.it

Fendi, Penone, Gagosian

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

A Roma troviamo la nuova Versailles d’Europa: il Palazzo della Civiltà Italiana. Niente più capricci del Re Sole, ma precisioni e direzioni, visioni e angoli, di Fendi. Sull’angolo destro dell’edificio c’è un albero spoglio i cui rami sono bloccati da aste come linee di inchiostro nero su un ricamo. Si tratta di Fendi Matrice, opera inedita di Giuseppe Penone creata per la mostra che si sviluppa all’interno, curata da Massimiliano Gioni.

Giovedì sera, all’inaugurazione, l’atmosfera era leggera – le contesse romane non soffocavano nei volumi dei loro salotti, ma giravano leggere sul marmo rosso, tra i tronchi grafici. Le persone avevano spazio, tra le opere, in una scena de Le fate Ignoranti, tra incroci d’amore e di destino. Non c’era pesantezza, non autocompiacimento, ma attenzione e voglia di comprensione: per quegli alberi vuoti, dalle trame di vene fitte nei circoli stratigrafi degli anni. Ritrovavi l’arbusto giovane, all’interno della corteccia secolare. C’era un senso di freschezza, già di primavera – scendendo le scale, ora, di marmo verde, fino alla mensa di Palazzo Fendi, quando mensa trova un tono di poesia industriale, intellettuale di fatica e rigore. I materiali smaltati sui legni grezzi. Fendi Matrice è questo: damaschi e futuro, rococò e geometrie, livelli di garze e trame.

La sera dopo, venerdì, Gagosian invitava a casa di Sallustio. Dal livello del suolo, si scendeva per una decina di metri lungo un sentiero dentro una crepa, le candele nei vetri sugli scalini si rompevano sotto i tacchi delle dame di qui sopra. In parallelo, alleanza e sintonia alla mostra di Fendi, Gagosian inaugurava Equivalenze, ancora una monografica di Giuseppe Penone nella galleria di via Francesco Crispi. I tavoli erano apparecchiati sotto le volte recuperate dagli scavi romani, la condensa si intravedeva sotto il pavimento in vetro sopra le fondamenta profonde.

Pepi Marchetti, direttrice di Gagosian a Roma, alzava un brindisi a Penone, restio a queste forme di piacere mondano – forse a ragione considerando alcune figure romane ancora perse in una palude che, finalmente in questi giorni, un vento mite di gennaio spazza via. Per Penone a Roma, è riapparsa quella linfa che correva costante negli anni Settanta. Oggi inaspettata: una Roma brillante, composta in nuovi contrasti, a tagli di società, nobiltà, costume e popolo. Una nuova generazione, una nuova bellezza – non più grande, ma ben più potente. Oggi, questo crogiolo di energia gira intorno, via via sempre più concentrandosi, a una giovane coppia. Sono belli e hanno movimenti pacati, con un modo antico e gentile. Pietro e Elisabetta Beccari riprendono, dalla storia, quei decenni di rinascite culturali, quando due nuovi principi salivano su un trono spento da troppo tempo, per vuoto o vecchiaia. Insieme e a fianco l’uno all’altra, hanno un modo di fermarti, di non lasciarti andare via, di restare ancora un po’, per un sorriso e una parola in più – per notare, ancora un po’ di più, quanto sia bella ed eterna la luce di una volta e di un cielo di mattina, blu, a Roma.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

Rome houses the new Versailles of Europe: Palazzo della Civiltà Italiana. Not the Sun King’s eccentric caprice but Fendi’s precision and direction, views and corners. Standing by the right corner of the building is a bare tree whose branches are hindered by copper pipes like black ink strokes across an embroidery. This is Fendi Matrice, the latest work by Giuseppe Penone created to accompany the exhibition that takes place inside, which is curated by Massimiliano Gioni.

On Thursday evening, the day of the inauguration, the atmosphere was light: the Roman countesses were not stifled by the imposing presence of their parlors but wandered, with a light step, across the red marble, surrounded by graphic tree trunks. There was breathing space among people, and between people and the artworks, which evoked a scene from Ferzan Özpetek’s His Secret Life (Le Fate Ignoranti) in a crossing of love and fates. There was no heaviness, no complacency but attention for and the desire to understand those stripped trees, their dense growth rings like age-revealing veins. A young tree inside a centuries-old bark. There was a sense of freshness in the air, of forewarning spring: walking down the green marble stairs to the canteen of Palazzo Fendi, where canteen acquires an industrial poetic tone, an intellectual temper that originates from labor and rigor. The waxed textures against the raw wood. This is Fendi Matrice: damasks and future, rococo and geometries, gauze and textures.

The following evening, on Friday, Gagosian had invited us to Sallustio’s. We descended about ten meters from the ground level, walking along a path into a crack, the candles laid onto the glass stairs breaking under the pressure of the ladies’ heels. Simultaneously – in alliance with and in accord to the exhibition at Fendi, Gagosian was opening Equivalenze, another solo exhibition by Giuseppe Penone at the gallery on Via Francesco Crispi. The tables had been set under the restored vaults of the Roman archaeological site, the condensation clearly visible underneath the glass flooring providing a view of the excavations below. Pepi Marchetti, Director of the Gagosian Gallery in Rome, raised the glass and toasted a reluctant Penone, disinclined to indulge in such form of frivolous pleasures, and perhaps rightly so given that some Roman personalities appear to be still lost in a morass that, finally, over the last few days, the mild January wind seemed to have swept away. In honor of Penone, Rome has seen the resurgence of that nourishing lymph that flew abundant in the Seventies. Its comeback is unexpected today: Rome is agleam, composed of new contrasts, crosscuts of society, of nobility, of customs and people. A new generation, a new beauty – not greater but way more powerful. Today, this amalgam of energy spins around, increasingly polarizing around a young couple. They are beautiful and move gently, displaying yesteryear-graceful manners. Pietro and Elisabetta Beccari draw from history, echoing those decades of cultural renaissance when a new Prince and Princess ascended a throne that had been devoid of any light and life for too long, out of a political void or old age. Together, next to each other, they have a way of stopping you, of not letting you go, of persuading you to stay a little longer, for a smile, a brief exchange. To acknowledge and appreciate a moment longer how beautiful and eternal is the light of a vault, of a blue, morning, Roman sky.

Fendi Matrice
26 January – 16 July
Palazzo della Civiltà Italiana
Quadrato della Concordia, 3 – Rome, Italy
Open every day from 10:00 am to 8:00 pm

Equivalenze
27 January – 15 April
Gagosian Gallery – Rome
Open Tue – Sat 10:30 am to 7:00 pm

 

Images courtesy of press office
www.fendi.com – www.gagosian.com

FENDI MATRICE

Testo Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Giuseppe Penone è ora il protagonista di una personale dal titolo Matrice, inaugurata il 26 gennaio 2017 presso i grandi spazi a piano terra del Palazzo della Civiltà Italiana a Roma, il Colosseo Quadrato, sede della maison Fendi.

La mostra è la prima tappa di un viaggio tra arte, storia e contemporaneità intrapreso da Fendi, che ha voluto destinare a esposizioni e installazioni i solenni e ariosi volumi a pianterreno della grandiosa mole di pieni edilizi e fornici sovrapposti che domina l’EUR, già cornice di mostre quali Una Nuova Roma, L’EUR e il Palazzo della Civiltà Italiana e FENDI Roma. The Artisans of Dreams. La solo exhibition di Giuseppe Penone, figura cruciale nel dibattito artistico contemporaneo, che, aperta al pubblico gratuitamente, si concluderà il 16 luglio prossimo, sancisce l’impegno di Fendi nel sostenere e dare risalto alle più importanti espressioni della cultura odierna e nella salvaguardia del patrimonio artistico. Una parabola di mecenatismo che si fonda sui valori basilari del brand, che intrecciano innovazione continua e tradizione, savoir-faire e creatività e che ha stabilito un forte legame con la città di Roma.

Una fervida relazione con la capitale che continua a evolvere e a generare esiti e apporti diversi, come sottolinea Pietro Beccari, Presidente e Amministratore Delegato di Fendi: «Siamo orgogliosi di collaborare con Giuseppe Penone – afferma Pietro Beccari –, in questa prima mostra di arte contemporanea a Palazzo della Civiltà Italiana, simbolo delle nostre radici romane e che, come promesso, continuiamo a rendere fruibile ai romani e ai turisti di tutto il mondo. Penone è un artista italiano di fama internazionale con il quale condividiamo la passione per la creazione, per il più eccelso savoir-faire e per l’incessante dialogo tra tradizione e modernità, valori cardine di Fendi».

Curato da Massimilano Gioni, Direttore Artistico del New Museum di New York e, nel 2013, Direttore della Biennale d’Arte di Venezia, questo evento istituzionale imperniato sulla poetica di Giuseppe Penone si sviluppa intorno a una selezione di suoi lavori storici e a un gruppo di altre opere site specific, realizzate appositamente per la mostra cercando un’osmosi semantica, un rapporto privilegiato con l’architettura interna del Palazzo della Civiltà Italiana.

La mostra prende il nome da una delle maggiori e più impressionanti realizzazioni dell’artista, concepita nel 2015, che appunto porta il titolo di Matrice. Un tronco d’abete della lunghezza di trenta metri scavato seguendo un anello di crescita, in modo da far emergere in superficie tutto il passato della conifera, la sua storia e sue trasformazioni successive. Nel legno è incastonata un’anima di bronzo che pare quasi congelare e sospendere ogni flusso vitale della natura. Come spesso accade nell’opera di Giuseppe Penone, la scultura indaga sul rapporto tra tempo e natura e diviene metafora di quello che s’instaura fra natura, umanità e caducità.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Giuseppe Penone is now featured in a solo show entitled Matrice, which opened on 26 January 2017 in the large ground-floor spaces of the Palazzo della Civiltà Italiana in Rome, the Colosseo Quadrato, home to the Fendi fashion house.

The exhibition is the first stage of a journey linking art, history and contemporaneity undertaken by Fendi, which has decided to exploit the solemn and lofty locales on the ground floor of the majestic block of overlapping buildings and arches that dominates the EUR for exhibitions and installations, and has already hosted shows such as Una Nuova Roma, L’EUR e il Palazzo della Civiltà Italiana and FENDI Roma. The Artisans of Dreams. The solo exhibition featuring the work of Giuseppe Penone, a key figure in the contemporary artistic debate, and which will remain open to the public free of charge until 16 July this year, reflects Fendi’s commitment to support and highlight the most important expressions of today’s culture and to the safeguarding of artistic heritage. A parable of patronage based on the fundamental values of the brand, interweaving constant innovation and tradition, savoir-faire and creativity, a brand which has built strong ties with the city of Rome.

A close relationship with the capital which continues to evolve and to generate different results and contributions, as Pietro Beccari, President and CEO of Fendi, underlines: «We are proud to collaborate with Giuseppe Penone on this new contemporary art show at Palazzo della Civiltà Italiana, the symbol of our Roman roots and which, as promised, we continue to make available to the Romans and to tourists from all around the world. Penone is an Italian artist of international fame with whom we share a passion for creation, for the finest sense of savoir-faire and for the ongoing dialogue between tradition and modernity: all core values of the Fendi brand.» Curated by Massimilano Gioni, Artistic Director of the New Museum in New York and, in 2013, Director of the Venice Art Biennale, this institutional event hinging on Giuseppe Penone’s poetics is developed around a selection of his historical works as well as a set of other site-specific works created especially for the exhibition, seeking out a semantic osmosis, a privileged relationship with the interior architecture of the Palazzo della Civiltà Italiana.

The exhibition takes its name from one of the artist’s greatest and most impressive works, conceived in 2015, which also bears the name Matrice (Matrix). A fir tree trunk some thirty metres in length, filed down to follow a single growth ring, so as to bring to the surface the whole past of the conifer, its history and successive transformations. A bronze core is embedded in the wood, which almost seems to freeze and suspend any vital flow of nature. As often happens in Giuseppe Penone’s work, the sculpture investigates the relationship between time and nature and becomes a metaphor for the links established between nature, humanity and caducity.

Fendi Matrice
26 January – 16 July
Palazzo della Civiltà Italiana
Quadrato della Concordia, 3 – Rome, Italy
Open every day from 10:00 am to 8:00 pm

Read more on The Fashionable Lampoon Issue 8 – on the newsstands from February 16th

Images courtesy of press office
www.fendi.com

SHCHUKIN, THE LAST VISIONARY

Testo Giovanni Gastel Jr.
@giovannigasteljr

 

Più che di una visita, si tratta di una visione. Una mostra nella mostra: immobilizzata tra il vetro e l’acciaio temperato – rappresentano le vele di un vascello – all’interno del sedicesimo arrondissement è la Fondazione Louis Vuitton, creata dall’architetto Frank Gehry nel 2001, uno dei pochi che unisce fisicamente l’architettura con la scultura (suo il museo Guggenheim di Bilbao). Duemila quattrocento metri quadri sono designati a esporre la più grande raccolta di opere d’arte mai uscita dalla Russia.

È la collezione di Sergei Ivanovic Shchukin – 1854-1936 – l’ultimo visionario tra i galleristi mondiali del Novecento. Per ospitare questa selezione collaborano dal febbraio 2016 la Fondation Louis Vuitton, il Museo dell’Hermitage e il Museo Statale Pushkin, rinnovando la tradizione di scambio trasversale tra Russia e Francia.

Shchukin ha collezionato opere rinomate, prediligendo i geni impressionisti, post impressionisti e moderni, ma ha anche seguito le proprie pulsioni scegliendo autori meno celebrati come Derain. Insieme a Picasso e Matisse – Shchukin contribuì a salvare quest’ultimo dal fallimento economico – si trovano i Gauguin, all’epoca semi sconosciuto: Shchukin comprò dal ‘folle’ impressionista sedici tele. Non rivendeva mai i quadri, ottenuti anche grazie al fratello Ivan, più giovane di quindici anni, dandy stanziato a Parigi.

La collezione scampò persino alla furia di Stalin, venendo alla fine raccolta nei sotterranei dell’Ermitage di Leningrado. Shchukin, che proveniva da una famiglia di industriali del tessile, riuscì a raggiungere la propria famiglia in fuga in una Parigi che finalmente gli offerse riparo e risposte culturali adeguate alla sua inarrestabile sete di arte, ma sofferse molti lutti tra cui quello di due dei suoi figli: da lì la partenza a dorso di cammello per il Sinai a meditare per poi tornare in Russia. Dovette però finalmente ripartire rinunciando ai propri quadri, quando si ritirò a Parigi: l’ultimo viaggio di notte, in treno.

Questa collezione, creata tra il 1890 ed il 1914, è stata finalmente riunita e oggi viene organizzata per la mostra da un team di esperti: il nipote, André-Marc Delocque Fourcaud, profondo conoscitore del lavoro del suo antenato e consulente storico della collezione si è affidato a protagonisti dell’arte contemporanea. La direttrice della fondazione è Suzanne Pagé, che ha militato in vari musei parigini: è lei a volere questa raccolta di capolavori del mercante russo. La parte multimediale è stata allestita da due ‘architetti della visione’: Peter Greenaway, pittore e regista inglese – suo I misteri del giardino di Compton House – simbolista, dedica una parte del suo metodo narrativo cinematografico proprio a Shchukin, e Saskia Boddeke, conosciuta per la capacità di installare opere di ogni tipo, usando tecnologia digitale di ultima generazione e mettendo al centro di tutto il fruitore, facendo sì che molteplici schermi, performance dal vivo, suoni elettronici, elementi presi da social media siano strumentali alla ricezione più totale.

Lo spazio sarà allestito in modo da evocare l’architettura del palazzo Troubetskoy di Shchukin e il suo modo di accostare i quadri, con le cosiddette ‘stanze private’ dedicate proprio ai suoi amati Picasso, Matisse e Gauguin. Più che di visitatori, in questo caso si parla di spettatori.

Text Giovanni Gastel Jr.
@giovannigasteljr

 

More than a visit, a vision. An exhibition within the exhibition: wrapped inside billowing sails made of glass and tempered steel on the edge of the 16th arrondissement of Paris is Fondation Louis Vuitton, designed in 2001 by Frank Gehry, one of the few architects that is capable of physically marrying architecture and sculpture (he is also the architect behind the Guggenheim Museum in Bilbao). An area of about two thousand and four hundred square meters will host the greatest art collection to have ever been presented outside Russia. Icons of Modern Art – The Shchukin collection is a tribute to the man behind this collection: Sergei Ivanovic Shchukin (1854 – 1936), the last visionary collector among the world’s art patrons of the early twentieth century. In order to make this exhibition possible, Fondation Louis Vuitton, the Hermitage and the Pushkin State Museum have been collaborating since February 2016, thereby strengthening the tradition of collaboration and exchange between Russia and France.

Shchukin collected prominent artworks, showing a penchant for the masters of Impressionism, of post-Impressionism and modern art but also offered his support to less celebrated artists like Derain. Next to paintings by Picasso and Matisse – whom Shchukin helped save from financial collapse – are canvases by Gauguin, bought at a time when the artist was almost unknown: Shchukin bought sixteen paintings from the ‘madcap’ post-impressionist artist. Shchukin never resold the paintings once he had acquired them. The acquisitions occurred thanks also to his fifteen years younger brother Ivan, a dandy art fanatic who had taken residence in Paris. The collection even survived Stalin’s fury, consigned to the basement of the Hermitage Museum in the former city of Leningrad. Eventually Shchukin, who was born into a family of textile merchants, managed to reach his family that had fled to Paris, a city finally capable of offering refuge and a cultural environment suited to his unquenchable thirst for art. There, however, he suffered the loss of many dear ones, including that of two of his sons. Following those deaths, he set off on a camel caravan to a monastery on the Sinai Peninsula to meditate before going back to Russia. Eventually, he was forced to go back to Paris leaving his paintings behind – the last journey being on a night train.

After being broken up, the collection – whose vision took shape in the years between 1890 and 1914 – is being displayed in a single exhibition thanks to the work and contribution of a team that includes Shchukin’s grandson, André-Marc Delocque Fourcaud, an expert in the work of his ancestor and historical consultant on the project and the artistic director of Fondation Louis Vuitton, Suzanne Pagé, who previously served in various Parisian museums and is the mind behind the decision to host the collection of the Russian merchant. In charge of the multimedia installation is a duo of ‘vision architects’ consisting of British film director and artist, Peter Greenaway – director of The Draughtsman’s Contract – who owes part of his image-based narrative method to Shchukin himself and Saskia Boddeke, who is known for her versatile installation skills. Using the latest digital technologies, Boddeke puts the viewer at the center, ensuring that multiple screens, live performance, electronic sound and social media elements are instrumental in creating the most engaging viewing experience. The space is set up to recreate the architecture of Shchukin’s Trubetskoy Palace and the collector’s way of assembling his paintings, with the so called ‘private rooms’ dedicated to his beloved Picasso, Matisse and Gauguin. More than visitors, those coming to see the exhibition can rightly be called spectators. 

Icons Of Modern Art – The Shchukin collection 
From 22 October 2016 to 20 February 2017
Fondation Louis Vuitton, 8
avenue du Mahatma Gandhi
75116, 16th arrondissement, Paris

Images courtesy of press office
www.fondationlouisvuitton.fr

HOW NOT TO LOVE BURT BACHARACH?

Testo Giovanni Gastel Jr.
@giovannigasteljr

 

We all love Burt Bacharach: per amare qualcuno occorre conoscerlo, perfino noi stessi non possiamo apprezzarci senza comprenderci. Eppure ci sono armonie che semplicemente ci mettono in contatto con parti di noi che nemmeno sapevamo di possedere, e questo è esclusiva della (grande) musica. Il 4 novembre è uscito un album che ripropone le canzoni composte da Burt Bacharach. Nato negli Stati Uniti nel 1928, è conosciuto – e apprezzato – in tutto il mondo, anche fuori dal territorio della musica jazz. Bacharach studia alla Università McGill di Montreal, la stessa di Leonard Cohen per capirci, poi racconta in musica le storie di un popolo umano che travalica i territori, stanziandosi in un Paese superiore fatto di melodie e di raffinate invenzioni sonore. Bacharach è un musicista che compone, suona il pianoforte, scrive pezzi immortali come Magic Moments, ha diretto il gruppo che accompagnò Marlene Dietrich nei suoi spettacoli, ha vissuto a lungo sulle cime delle classifiche internazionali, ha suonato con tutti i principali jazzisti mondiali. Si sposa quattro volte e ha quattro figli, ha vinto il primo disco d’oro della storia, istituito nel 1958, ha collaborato con Hal David per vent’anni costruendo melodie come Walk On By, e ha suonato con chiunque, giungendo alle colonne sonore di film come Casino Royale (nella versione originale del ’67), arrivando fino alla musica moderna.

Ora sono altri pezzi grossi del panorama musicale ad aver costruito un album intitolato proprio a lui: We all love Burt Bacharach, costituito da tredici tra i brani più noti del compositore americano, di cui otto cantati e cinque ‘solo’ strumentali. È Giampaolo Pasquile, con Michele Garruti, che crea questo progetto, chiamando a partecipare solo i migliori musicisti della scena contemporanea mondiale come Peter Erskine, Darek Oles, Bob Mintzer, Kathleen Grace Michael Stever, per citarne alcuni. Pasquile ha un’esperienza artistica da fare invidia a chiunque faccia parte del music business – l’etichetta italiana PLAY è stata fondata nel 2005 proprio da lui. La collaborazione e l’amicizia con Michele Garruti porta alla Oracle Records Ltd e a questo concept album.

«Non vergognarti mai di scrivere una musica che la gente ricorderà facilmente» fa parte della filosofia di Bacharach. Pasquile dice di avere sempre avuto in mente la versione pop delle canzoni del prolifico genio di Kansas City, e finalmente rende in musica questa sua idea. Il disco vanta gli arrangiamenti di Massimo Colombo, pianista jazz, mentre Giampaolo Pasquile stesso ne realizza il missaggio e il mastering: per un brano musicale questi aspetti sono l’equivalente dell’editing in un romanzo, o dell’edizione – cut – in un film, e sono importanti come la melodia stessa. Il disco è un lavoro per nulla ammiccante ma assolutamente seducente, e sono convinto che anche chi ascolta un genere diverso come il punk o il metal o il rap possa rimanere incantato, e questo è quasi tutto, se non ci fosse da indicare ancora qualche informazione: i generi contenuti in W. A. L. B. B. sono un mix di jazz, swing, funk e funky, di latin music fino al cool jazz, al be-bop, alla ballad. Il progetto nasce dalla rilettura personale di Pasquile, che vuole riportare le fondamenta della musica internazionale in Italia.

Text Giovanni Gastel Jr.
@giovannigasteljr

 

We all love Burt Bacharach: to love somebody, you need to know the person. The same is true for ourselves: we cannot appreciate ourselves without real knowledge of who we are. Yet, there are harmonies that simply connect us with parts of our being that we didn’t even know we had; this is the exclusive prerogative of (great) music. November 4th saw the release of a tribute album dedicated to Burt Bacharach. Born in 1928, American Bacharach was known and appreciated beyond the jazz scene. He studied at the Montreal’s McGill University – the same attended by Leonard Cohen, to be clear. Then he started to use music to narrate the stories of a humankind that crosses borders to eventually settle down in a better Land built upon melodies and sophisticated rhythmic inventions. Bacharach is a composer, a pianist and a songwriter who penned immortal pieces like Magic Moments; he was the musical director touring with Marlene Dietrich and her band, his songs featured consistently at the top of the charts and he played with all of the world’s leading jazz musicians. He married four times and had four children. Won the first Golden Disc, an accolade introduced in 1958, collaborated with Hal David for twenty years writing and producing hits like Walk On By, played with possibly every musician, until moving to soundtracks of such films as Casino Royale (in the original 1967 version) and modern music.

Now it’s the turn of other bigwigs from the music industry to put together an album that is a tribute to the man himself: We all love Burt Bacharach features thirteen among the American composer’s biggest hits, eight accompanied by vocals and five instrumental only pieces. The tribute album is a brainchild of Giampaolo Pasquile and Michele Garruti who conceived the project by inviting only the most esteemed contemporary musicians, names of caliber of Peter Erskine, Darek Oles, Bob Mintzer, Kathleen Grace and Michael Stever. Pasquile’s artistic experience in the music business is such to inspire admiration: he was the one who set up Italian label PLAY in 2005. The collaboration and friendship with Michele Garruti led to establish Oracle Records Ltd and to the idea for this concept album.

«Never be ashamed to write a melody that people remember» this is very much part of Bacharach’s creed. Pasquile admits having the pop versions of the songs written by the prolific genius of Kansas City always readily available in his mind and he is finally turning this idea into music. The album features arrangements by jazz pianist Massimo Colombo while Giampaolo Pasquile is responsible for mixing and mastering: these aspects are to a music track the equivalent of the editing of a novel or the cutting of a film and are as crucial as the melody itself. The album is far from being a tribute with a wink but it is more a seductive piece of work and I am certain that, even people listening to a different music genre like punk, metal or rap, will be charmed. This is almost everything if it wasn’t for a few more necessary bits of information: the genres featured in W. A. L. B. B. are a mix of jazz, swing, funk & funky, Latin music down to cool jazz, bebop and ballads. The project is Pasquile’s personal take and seeks to bring the foundation of international music back to Italy.

Images courtesy of press office

TO AUDREY WITH LOVE

Testo Alessandro Guasti

 

Ci si commuove come di fronte a una dichiarazione d’amore nel ricordare l’unicità di quel sodalizio, umano e professionale, che ha scandito per lungo tempo e di certo rivoluzionato la storia della moda e del cinema del Novecento. È allo stesso Hubert de Givenchy, il più raffinato esponente della couture francese, oggi quasi novantenne, che si deve proprio in questi giorni il merito di aver rievocato e celebrato, in una mostra curata da lui stesso, al Gementeemuseum de L’Aja, in Olanda, in programma fino al 26 Marzo 2017, il legame forse più imprescindibile per la sua carriera, quello con l’amica e musa Audrey Hepburn. Decine di creazioni originali, alcune mai esposte sino ad oggi, selezionate personalmente dallo stilista fra quelle realizzate ad hoc per le pellicole dell’attrice, da Sabrina a Come rubare un milione di dollari e vivere felici, passando per il tubino nero di Colazione da Tiffany, e poi ancora schizzi, disegni, fotografie e registrazioni video, tutto materiale che assume le sembianze di un tributo al fascino indimenticato e irraggiungibile di una delle dive più ammirate.

Una bellezza universale quella di Audrey Hepburn – magnetismo, fragilità, i lineamenti impeccabili su di un corpo minuto – così distante dal modello fisicità prorompente di allora, eppure consegnata alla storia anche per merito di Givenchy, che ne ha saputo valorizzare l’eleganza, strappandola all’estetica transitoria del momento per elevarla al rango di mito eterno. È la filosofia ancor’oggi seguita dalla maison, lasciata da monsieur Hubert nel 1995 e da oltre dieci anni guidata da Riccardo Tisci, che nel tempo ha fatto leva sui canoni anticonvenzionali di alcuni volti della moda, da Mariacarla Boscono a Lea T, o sul potere mediatico – e un po’inflazionato – di personaggi come Madonna o Kim Kardashian. To Audrey with love, appunto: ad Audrey, con amore. Con un briciolo di comprensibile nostalgia.

Text Alessandro Guasti

 

It is as touching as a declaration of love to recall that unique partnership, both human and professional, that has marked for so long, and definitely revolutionized, fashion history and cinema in the 1900s. We have to give credit to Hubert de Givenchy himself, the most refined French couturier, now almost ninety, for evoking and celebrating today, with an exhibition he curated- running at the Gementeemuseum in The Hague through March 26, 2017 – possibly the ultimate bond in his career, the one with friend and muse Audrey Hepburn. Dozens of original creations, some never exhibited before, were handpicked by the designer among those expressly created for Hepburn’s movies, from Sabrina to How to Steal a Million through the little black dress donned in Breakfast at Tiffany’s, as well and as design sketches, drawings, photographs and video recordings, that all together resemble a real tribute to the never forgotten and unparalleled charm of the much admired diva.

Audrey Hepburn’s universal beauty – charismatic and fragile, flawless feature on a petite figure – was so distant from the shapely body type that was so popular at her time, yet it went down in history thanks to Givenchy, who knew how to highlight her elegance, seizing it from the fleeting aesthetics du jour to elevate it to the status of everlasting myth. And this very philosophy is embraced still today by the house, launched in 1995 by monsieur Hubert, guided for the last ten years by Riccardo Tisci, who, with time, has leveraged the unconventional standards of a number of names in fashion, from Mariacarla Boscono to Lea T, or the media power – a little over-exposed – of celebrities like Madonna or Kim Kardashian. To Audrey with love, indeed. With a hint of understandable nostalgia.

To Audrey With Love
Open until March 26th
Gemeentemuseum Den Haag
Stadhouderslaan 41
2517 HV Den Haag

Images courtesy of press office
www.gemeentemuseum.nl

JULIET AND HER ROMEO

Testo Micol Beltramini

 

Negli ultimi anni Nexo Digital ha portato nelle sale cinematografiche, seppure ogni volta per pochi giorni, una selezione di film degna di nota – Amy di Asif Kapadia, dedicato a Amy Winehouse; Amleto, con Benedict Cumberbatch; 20.000 giorni sulla terra e One more time with feelings, su Nick Cave; e quel viaggio che è Firenze e gli Uffizi 3D, per citarne alcuni. Quanto a Sir Kenneth Branagh, non ha bisogno di presentazioni. È probabile che non tutti sappiano, però, che oggi ha una compagnia teatrale – la Kenneth Branagh Theatre Company – e che nel corso del 2016 ha messo in scena al Garreth Theatre di Londra una serie di spettacoli realizzati per la proiezione al cinema. La prima volta che me ne hanno parlato ero perplessa al riguardo. Uno spettacolo teatrale filmato mentre viene messo in scena, per riprodurre fedelmente l’esperienza dello spettatore a teatro, ma al cinema. Colpo di genio o potenziale abbaglio? Meritava comunque la visione, se non altro per l’audacia del tentativo.

Così sono andata a vedere Il racconto d’inverno, di e con Kenneth Branagh, e Judi Dench nel ruolo di Paulina. A inizio film, come da copione, mi è stata mostrata la sala del Garreth Theatre di Londra; poi si è levato il sipario, e gli attori hanno iniziato a recitare secondo i dettami del teatro shakespeariano, voce stentorea e gesti affettati.

Per circa cinque minuti è stato quasi fastidioso. Poi è successo quello che Branagh sapeva, o sperava, che sarebbe successo. Ora era tutto chiaro: questo era Shakespeare. Niente adattamenti semicomici o messinscene psichedeliche; niente riferimenti al contemporaneo, nessun trucco per andare incontro al grande pubblico. Dopo il primo atto è calato di nuovo il sipario, e durante l’intervallo la camera fissa ha inquadrato per venti minuti la sala del Garreth Theatre. Quasi non volevo alzarmi, per paura di perdermi i gesti di una signora nel suo palco, o di una giovane coppia in prima fila. Il secondo atto è stato ancor più coinvolgente del primo, con finale e controfinale, non la finiva più di finire.

Tra pochi giorni si replica, stavolta con Romeo e Giulietta. Va in scena il 29 e il 30 novembre. Sento quasi il bisogno, di questi chiari di luna, che sir Branagh e i suoi mi raccontino questa storia. La storia di tutte le storie d’amore; o, per dirla con Shakespeare – con quel possessivo puerile che il titolo non riporta – di Giulietta e del suo Romeo.

Text Micol Beltramini

 

In the last few years Nexo Digital brought to movie theatres, albeit for just a few days, a selection of quality films – Amy by Asif Kapadia, dedicated to Amy Winehouse; Hamlet, with Benedict Cumberbatch; 20.000 days on earth and One more time with feeling, about Nick Cave; and that journey through Firenze and the Uffizi 3D, just to name a few. As far as Sir Kenneth Branagh goes, well, he doesn’t need presentations. However, not everyone knows that he has his own theatre company – the Kenneth Branagh Theatre Company – and that during 2016 at the Garreth Theatre of London he staged a series of performances especially for screening at the cinema. The first time I heard about this, I was a bit confused – a theatre performance that’s filmed on stage to then faithfully reproduce the theatre experience, but at the cinema. A stroke of genius or blunder? In any case, it deserved a look, if anything for the courage of the experiment.

Thus, I went to see The Winter’s Tale by and starring Kenneth Branagh and Judi Dench as Paulina. At the beginning of the film, as per script, I was shown the space of the Garreth Theatre of London; then the curtains rose, revealing actors who recited according to the decrees of Shakespeare’s theatre, complete with stentorian voice and highfalutin gestures.

For about five minutes this was almost annoying. Then something happened which Branagh already knew about, or at least hoped would happen. Now everything was clear – this is Shakespeare. No semi-comic adaptations or psychedelic staging; no references to the contemporary, no tricks to allure the general public. The curtain went down after the first act and during the pause the stationary camera framed the Garreth Theatre for twenty minutes. I almost didn’t want to get up for fear of losing out on the gestures of a woman on her own stage and a young couple in the first row. The second act was even more captivating and between the conclusion and epilogue – it just wouldn’t finish.

In a few days it’s Romeo and Juliet’s turn. It goes on stage on November 29th and 30th. This time I feel the need for that moonlight and Sir Branagh with his actors that tell me this story. A love story par excellence or, to say it in Shakespeare’s words, using the childish possessive which the title doesn’t give you – about Juliet and her Romeo.

Images courtesy of press office
www.nexodigital.it

THE KING IS DEAD

Testo Domenico Trapani
@glaucoellenico

 

La commistione fra vita e pittura. The King is Dead. Long Live the King è una serie di dipinti iperrealisti nati dalla collaborazione tra il pittore Ben Ashton e la moglie Fiona Garden, fotografa con cui nel 2012 nasce il progetto di direzione artistica The Fashtons, mediante il quale entrambi lavorano alla realizzazione di video musicali, opere visuali e di ritrattistica. Da ultima, la realizzazione e la direzione del video musicale Marionettes di Daphne Guinness.

The King is Dead. Long Live the King è la trasfigurazione della quotidianità e di quegli elementi che si alternano nella vita di ognuno: l’Apollineo, ossia il controllo del mondo, l’individualismo, il rigore artistico, e il Dionisiaco, inteso come caos creativo ed emozione dinamica. Oltre l’apparenza di pittore stereotipato, timido, con uno studio a soqquadro e i vestiti sporchi di colore, Ben Ashton scandaglia il metodo di creazione tramite gli insegnamenti di Cennino Cennini, pittore italiano del quindicesimo secolo che ne Il Libro dell’Arte disamina in lingua volgare tecniche, materiali pittorici e problemi della rappresentazione delle figure umane come ad esempio i canoni di proporzione e la luce temperata.

La vita creativa e procreativa della famiglia Ashton diviene il punto d’inizio del processo artistico, che si sviluppa dietro le maschere realizzate da Damselfrau – Magnhild Kennedy, amica e collaboratrice di Ashton. Le maschere, secondo Magnhild, sono un luogo in cui elementi diversi tra loro si combinano per dar vita a una situazione specifica: sono i fantasmi della creazione e i materiali stessi che segnano il processo creativo. Nell’anonimato delle maschere, attraverso la primordialità, Ashton riesce a rendere la storia della sua famiglia un messaggio universale nel tempo e nello spazio, perché dietro alle maschere potrebbe esserci il viso di chiunque: le figure rappresentate emergono da fondi neri che raccolgono le linee dei movimenti impressi per un tempo indefinito sulle tele. Alla base delle opere, un servizio fotografico realizzato nello studio dell’Artista con una tecnica di sovraesposizione dello scatto. Ancora una volta, le vite dei soggetti delle opere invadono prepotentemente la collezione: fotografia e pittura si sposano come al tempo fecero Fiona e Ben per generare un lavoro personale e universale, frutto del loro stesso vissuto, e segnare l’inizio di un nuovo periodo artistico, come la nascita del loro figlio, alla fine del 2014, ha segnato una rinascita nella loro vita coniugale.

I soggetti si muovono in maniera fluida dinanzi alla fotocamera per esser bloccati al termine di una danza primitiva e antica. Quasi come inseguiti dai fantasmi di sé medesimi. Recuperando l’abisso del passato l’uomo si identifica con Dioniso – G. Colli, La nascita della filosofia, Adelphi, 2014.

Text Domenico Trapani
@glaucoellenico

 

The mingling of life with painting. The King is Dead. Long Live the King is a series of hyper-realist paintings born out of the collaboration between visual artist Ben Ahston and his wife, Fiona Garden, a photographer with whom in 2012 he joined forces creating the art direction team behind The Fashtons. Together, they collaborate on music videos, visual and portraiture projects, the latest work being for the video of Daphne Guinness’s new single Marionettess.

The King is Dead. Long Live the King represents the transfiguration of daily life and of all those elements punctuating people’s life: the Apollonian and Dionysian duality where Apollo is synonymous with control over the universe, individualism and artistic rigour while Dionysus symbolises creative chaos and emotional dynamism. Beyond the appearance of your stereotypical, shy painter with the studio in disarray and the clothes stained with paint, Ben Ashton investigates painting method and techniques through the teachings of Cennino d’Andrea Cennini, a fifteenth century Italian painter who, in his Il Libro dell’Arte – the first text in Italian vernacular – examines painting techniques, mediums and the difficulties concerning the drawing of the human body, discussing canons, proportions and a system of light and shade.

The creative – and procreative – life of Ashton’s family is the starting point of the artistic process that comes to life and develops behind the masks created by Damselfrau (Magnhild Kennedy), Ashton’s collaborator and friend. In Magnhild’s view, the masks are that place where different elements come together to set up a very specific scenario: they are ghostly doubles of the artists and an integral part of the creative process. Through the anonymity allowed by the masks, and their primordial nature, Ashton succeeds in translating the history of his family into a universal message that travels through time and space given that behind the mask could be anybody’s face. The portrayed subjects emerge out of a dark background that gathers around the motion lines – translated onto canvas – of a photoshoot set up by the artist and his wife where they move about and play whilst using long exposure. Once again, the lives of the subjects inundate the artworks: photography and painting marries like Fiona and Ben did previously in order to give birth to a personal and universal project, the offspring of their joint life experiences, and mark the start of a new artistic period, just like the birth of their child – at the end of 2014 – marked the rebirth of their conjugal life.

The subjects move fluidly before the camera, captured in the midst of performing a primeval, primitive dance. As if chased by the ghosts of their own selves. By reclaiming the abyss of the past, humankind identifies with Dionysus. – G. Colli, The Birth of Philosophy, Adelphi, 2014.

Ben Ashton vive e lavora a Londra. I suoi lavori da sempre mescolano le tecniche tradizionali a spunti dall’arte performativa, che forniscono alla rappresentazione classica un substrato deciso e strutturato. I suoi lavori si collocano all’interno di un filone di drammatizzazione della vita che intende valorizzare il profilo della mondanità conferendo immortalità ai suoi collaboratori e familiari. Insignito del BP Portrait Award nel 2012, Ashton ha esposto, tra le altre gallerie, presso Simon Oldfield – At Home with the Ashtons, 2011, Studio Voltaire – The House of Voltaire, 2010, The Boundary Gallery – Figurative Painting Prize, 2008 e collaborato con GQ Style, Dazed, Notion Magazine, Rooms Magazine, V Man by V Magazine. La serie The King Is Dead, Long Live the King è stata ospitata dalla COB Gallery di Londra dal 4 al 29 ottobre 2016.

Ben Ashton lives and works in London. He is known for combining traditional techniques with elements inspired by performance art, which provide classical painting with a strong and structured under layer. His works have a place in the dramatization of life genre, which seeks to heighten the profile of worldliness by granting immortality to his collaborators and family. Honoured with the BP Portrait Award in 2012, Ashton’s works have been displayed, among others, at the Simon Oldfield gallery – At Home with the Ashtons, 2011; at Studio Voltaire – The House of Voltaire, 2010; at The Boundary Gallery – Figurative Painting Prize, 2008. In addition, he has collaborated with GQ Style, Dazed, Notion Magazine, Rooms Magazine and V Man by V Magazine. The series titled The King Is Dead, Long Live the King was on display at COB Gallery in London from 4th to 29th October 2016.

Images courtesy of press office
www.benashtonart.com

MIMMO ROTELLA REDISCOVERS MILAN

Testo Giovanni Gastel Jr.
@giovannigasteljr

 

Di pochi artisti si ha un’idea così legata all’opera tanto da risultare inscindibile dall’anima del creatore, eppure Mimmo Rotella rimette tutto in discussione. I suoi manifesti strappati, traslati dai muri cittadini alle sue tele, vengono superati dall’idea dei blanks, le ‘tele coperte’. Ci aspettiamo gli striscioni delle pubblicità, ma Rotella fa il contrario: copre, invece di svelare, censura per evocare, illumina lo sguardo perfino incupendolo e rendendolo consapevole e pieno, invece di provocare attraverso l’esposizione forzata agli occhi dello spettatore. Perché si parla di spettacolo, qui, non di mostra.

Se ci aveva abituato alla sdrucitura, alla provocazione attraverso gli striscioni delle pubblicità murali o sui cartelloni riportate fisicamente altrove, qui fa l’opposto. Folgorato dall’idea che le reclames avessero una durata limitata, oltre la quale le agenzie avrebbero coperto la il messaggio pubblicitario oscurandolo con carte monocrome, Rotella fa lo stesso, ma con una consapevolezza diversa dal bisogno di coprire per ragioni commerciali. Ci fa comprendere il valore sovvertito di ricoprire le immagini secondo il suo volere, assumendo anche il ruolo che ha di solito il tempo, diventando censura ma per scoprire il valore estetico di un messaggio. La scritta Cynar, così evocativa, anche legata all’esperienza fonetica di una voce che non si dimentica, scompare per ritornare allo sguardo direttamente nelle nostre menti, anche in fondo pregne di ovvietà linguistica. I suoi teli di copertura sono come quelli che avvolgono le automobili di pregio, specialmente quelle d’epoca: ne esaltano le curve, ci suggeriscono movimenti di carrozzeria e di arte possibili, ci invitano alla nudità, provocano i sensi fino a un orgasmo invocato come unica via, per salvezza e meraviglia. Un seno schermato da un velo ha un potere più forte di qualunque nuda integralità. Rotella copre le reclames come si coprono talvolta i cadaveri, cioè coloro che hanno ‘finito il proprio tempo’, anche con pudore.

Come Chrysto, suo collega e amico – con cui frequentò gli stessi moti culturali del neorealismo – copre qualcosa per esaltarne l’esistenza: le crepe – come rughe – di un muro, sono segni di vecchiaia insolubili, sono cicatrici di meraviglia. Rotella aggiunge significati di rottura proprio attraverso lo strappo fisico che diventa metafisico e semantico: coprire le tele raggiunge l’idea Celantiana della fotografia velata di Gastel, la ricerca della meraviglia esponendo il quotidiano, moltiplicandone i significati.

Chiedo di Blanks a Nicolò Cardi – della omonima galleria che ospita la mostra. «È una serie limitata, minimale e poco conosciuta», e si dice orgoglioso di portarla nella Milano di Rotella. «Il gusto personale è fondamentale. È più facile trasmettere emozioni se ciò che fai emoziona per primo te. I miei pezzi preferiti sono quelli in bianco e nero, mi piace ciò che è estremo, gli opposti». Aggiunge che questa è «la città adottiva dell’artista, tutto ciò che vedi è stato creato a Milano». La traduzione di Blanks è: bianco, indica lo spazio vuoto, l’assenza, indica la mancanza, ma credo piuttosto che per Rotella il termine inglese indichi l’essere vergine, come in attesa.

Text Giovanni Gastel Jr.
@giovannigasteljr

 

There aren’t many artists whose name is so connected to the art they make, that the work they do becomes inseparable from them, yet Mimmo Rotella finds a way of putting everything into question: his posters ripped off city walls and glued onto canvases are replaced by blanks, or ‘covered canvases’. We come looking for advertising bills and Rotella does just the opposite, covering instead of un-covering, censoring to evoke, illuminating our point-of-view making it complete instead of just parading provocative images. Really this is a show, not an art exhibition.

He got us used to seeing torn and distressed things, provocations through messages in street advertising, and yet now he has done the opposite. Rotella was struck by the idea that advertising has a very limited duration, that after a while ad agencies cover everything with monochrome paper and pass on to the next thing. So he decided to follow suite and do the same, but obviously for artistic and not commercial purposes. Mimmo communicates the subversive value of the act of covering up images, assuming at the same time the role of time, censoring yet re-elaborating the aesthetic value of an image. The extremely evocative Cynar sign, connected in our minds to a specific voice and phonetic experience, disappears from sight only to return vividly in our minds.

The covers of these canvases are like those used for luxury cars, especially the vintage ones. There’s a strong suggestion of what’s underneath, as seen through the curves of the car, the possible car body, asking for nudity, provoking the senses and inviting an orgasm of the imagination. Lightly concealed breasts are a lot more evocative than plain nudity. Rotella covers his reclames like some cover corpses, bodies out of time, with modesty and discretion.

Like colleague and friend Chrysto, with whom the artist was part of the neorealist movement, Rotella covers to uncover the true essence. After all, cracks in the wall, like wrinkles on a face, are signs of the past, marvellous scars of something that existed. Breakdown is connoted through physical signs, like ripping and tearing, only to become metaphysical and semantic – like Gastel’s covered photographs – searching for the incredible in the ordinary, multiplying and re-defining the sense of it all.

I asked Nicolò Cardi – from the gallery hosting the exhibition – about Blanks. «It’s a limited series, minimal and not widely known», he responds, adding that he’s proud to bring it to Rotella’s home city of Milan. «Personal taste is fundamental. It’s a lot easier to transmit emotions if what you do brings out emotions in you. My favourite pieces are the ones in black and white, I enjoy all that is extreme and in contrast, opposites»Cardi adds that this is «the artist’s adoptive city, all you see here was created in Milan». The translation of Blanks: white, empty space, absence, lack of, but I think Rotella attributes a more virginal quality to this English word, something like ‘in waiting’.

Mimmo Rotella.Blanks
Cardi Gallery
Corso di Porta Nuova 38, 20121 Milan
Open until December 22nd
Images courtesy
www.cardigallery.com

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