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La XVI Biennale di architettura

Text Cesare Cunaccia

 

Una Biennale dell’architettura, questa sedicesima edizione della mostra veneziana, che delinea una mappatura via dell’epoca in radicale cambiamento in cui viviamo. Architettura come dibattito principe dello Zeitgeist, attraverso una scelta curatoriale – quella delle irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNamara – sì rigorosa, ma anche luminosa, venata di humour. Libera concettualmente. Non a caso la tematica prescelta portava il titolo di Freespace, con tutto quanto ne consegue, a partire da un mantra significativo: «Freespace rappresenta la generosità di spirito e il senso di umanità che l’architettura pone al centro della propria agenda, incentrando l’attenzione sulla qualità stessa dello spazio». A differenza dei presagi di dissoluzione che attraversano l’arte di oggi, qui l’accento viene dato a una fiducia che spalanca il futuro e alla capacità del pensiero dell’architettura di soddisfare desideri inespressi e spinte oniriche, quanto di enfatizzare i doni offerti dalla natura. 

Caldo torrido e sole ferragostano. E se la temperatura mondana sta salendo alle stelle anche in questo appuntamento un tempo appannaggio dei soli addetti ai lavori, imperversano ancora i vecchi birkenstock con calzino – sdoganati pure dai fashionistas – e i passeggini per infanti acculturati che intasano le navate delle Corderie e i tondelli all’ingresso. Immergendosi nel tour biennalizio si può abbracciare una felice libertà immaginaria, proiettata tra passato, presente e futuro, con un approccio in apparenza poco programmatico e di autentico scambio, anche emozionale. 

Bello il Padiglione Centrale ai Giardini, forte di un mosaico variegato cui contribuiscono assi come Peter Zumthor, David Chipperfield e Odile Decq, oltre all’omaggio a Caccia Dominioni, realizzato da Cino Zucchi e alla poetica installazione del cinese Amateur Studio. Le estetiche si incrociano attraverso le scelte nazionali. Dalla Confederazione Elvetica, vincitrice del Leone d’Oro con Svizzera 240: House Tour, che celebra la calvinista promessa dell’immagine disadorna e quasi astratta di un eterno domestico, indicandone la controparte teatrale, al valore di mediazione e dialogo incarnato da In Statu Quo. Structures of Negotiation, proposto dal Padiglione di Israele fino all’onirico e compatto blu Klein dei giovani belgi di architecten de vylder vinck tallieu, che hanno conquistato il Leone d’Argento. 

Menzione speciale al Regno Unito per Island – curators Caruso St Joh Architect e Marcus Taylor, che hanno voluto un rifugio o esilio edenico sul tetto terrazzato del padiglione, nascosto da impalcature e lasciato vuoto e pieno di echi, creando un luogo d’incontro e una presa di vista su Venezia, sui Giardini e sull’area di Sant’Elena. Leone d’Oro alla carriera al britannico Kenneth Frampton e ancora un Leone d’Oro quale migliore partecipante, al portoghese Eduardo Soto de Moura, alle Corderie dell’Arsenale come i graffismi mozarabico-pop di Benedetta Tagliabue Miralles e a Andra Matin, Indonesia, altro premio speciale con RMA Architects di Mumbai e Boston. La vera sorpresa è stato il varo del primo Padiglione del Vaticano, sull’Isola di San Giorgio, inaugurato in uno spolvero di porpora e tonache eccellenti, capitanato dal cardinale Ravasi. Dieci progetti di cappelle affidati ad altrettanti archistar, tra cui Norman Foster, Francesco Cellini , Smiljan Radic e Eduardo Souto de Moura. A settembre in Laguna ci sarà un grande evento di found raising per poterle tradurre in vera architettura. Che sia una risposta cattolica di forte contemporaneità versus l’estetica halloween del Metgala?