Loading the content...
The Fashionable Lampoon
Tag archives for:

billie achilleos

Billie Achilleos, the maker of things

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Seduta per terra, impegnata nell’arte di fare cose. Maker of things – è la sua definizione. L’esordio a teatro, dove costruivi pupazzi e marionette. «Al Blind Summit Theatre, l’ho fatto per un paio d’anni, oltre a decorare le vetrine di Natale. Faccio cose per il piacere di farlo, mi ci è voluto un po’ per abituarmi all’idea di essere chiamata artista». Hai una visone distorta della realtà, gli oggetti sono pezzi di lego da assemblare per costruire qualcos’altro. «Vedo cose nelle cose. Una diversa forma di spettacolo di marionette. Come il burattinaio sa animare un pupazzo, io posso creare un personaggio senza doverlo muovere. Può sembrare naive, ma è la mia visione delle creazioni».

Sono famosi i tuoi animali. «Mi piacerebbe saper creare figure di persone, ma ogni volta che ci provo è un disastro. Forse perché ho tanti amici che lo sanno fare molto bene e paragonandomi a loro mi deprimo. Vorrei innamorami. Sarà l’età (trentadue, n.d.r.), o il bisogno di una nuova sfida. Credo di soffrire della sindrome dell’artista stanco. Fino a oggi ho lavorato per togliere il fiato alle persone. Spero di tornare a riscoprire l’arte per l’arte piuttosto che l’arte per la commissione». Com’era andata con Louis Vuitton? «Era il 2009, quando l’amica di un’amica mi chiamò, chiedendomi se volessi creare sei animali che finirono col diventare venti. Non avevo mai toccato la moda prima di allora, motivo per cui non avevo la minima inibizione nel fare buchi in borse costose e di valore. Una fan di Louis Vuitton non sarebbe mai riuscita a farlo. Ancora oggi ringrazio quella donna per aver visto del potenziale in me, chissà dove sarei ora». Le borse sono pezzi da costruzione e da collezione. «Sono la persona meno alla moda che conosca. Le uniche cose di marca che ho sono regali di Louis Vuitton, e di Smithson, oppure di seconda mano. Giacche vintage della boutique di mia zia Maria, aveva un negozio negli anni Ottanta, e altre giacche usate di charity shop. Nell’Essex, dove vivo, tutte sognano una borsa di Vuitton».

La pelle. «L’ho usata per così tanto tempo che ora mi annoia un po’. Alla fine del college impazzivo per il legno, forse dovrei tornare a intagliarlo. Ho comprato una saldatrice per lavorare il metallo. Da poco mi sono trasferita in uno studio-community ad Harlow. C’è chi soffia il vetro, c’è un fabbro, un falegname. Sto vivendo un momento in cui devo riscoprire il lato divertente del lavoro». Oggi, qui, è un buon momento. «Questo progetto è diverso. Mi chiedono sempre di creare animali e questa volta mi divertiva l’idea di poter cambiare. La sfida: non ho molto tempo e non posso tagliare alcuna borsa, metterò occhi ovunque e creerò personaggi». A me gli occhi. «A lezione di scultura ti insegnano ad aggiungere gli occhi come ultima cosa, perché è in quell’istante che l’opera prende vita. Le lenti del fotografo poi aggiungono un’altra dimensione».

Voce del verbo fare. «Quando mi danno una scatola, ci devo fare qualcosa. Faccio e basta, non penso. Non è un concetto troppo artistico. L’istante in cui sento l’energia. Non sono brava a rifinire o a perfezionare. Quello che ho creato oggi è un processo organico: dare carattere a un oggetto». Dovresti chiamare le tue opere per nome. «Dare un nome implicherebbe dare più importanza di quello che questi oggetti sono» – e se si animassero? «Sarebbe un sogno. A volte li guardo e vorrei iniziassero a muoversi e a camminare. Vorrei che le persone vedessero la follia in quello che creo. Credo che nella fotografia di accessori manchi un po’ di follia, anche borse e scarpe dovrebbero divertirsi come fanno le modelle». Una visionaria che guarda gli oggetti, ma vede tutt’altro.

Il posto magico. «Il bosco. La Epping Forest, è vicina a dove abito eppure non l’ho ancora esplorata tutta. Posso ancora perdermi lì dentro. Mi piace cercare i funghi. Mi affascina come un giorno non ci siano e quello dopo sbuchino fuori non si sa come. Mi diverte la loro forma, il loro colore». Potresti essere la nipote di Lewis Carroll. «La scorsa settimana ero alla ricerca d’ispirazione e mi sono costretta ad andare alla Tate Modern nonostante non ho mai pensato di trovare nell’arte una mia conversazione. I miei eroi sono personaggi del cinema, dei film, sono le marionette e l’animazione. Patrick Woodroffe – ho tutti i suoi libri da quando ero bambina, è l’illustratore più pazzo che ci sia. Terry Gilliam realizza le idee più folli. Le avventure del barone di Munchausen sono la mia ossessione». La tua energia. «Devo alternare un lavoro che creo per mio desiderio a uno commissionato. Socializzare è vitale. Ho sempre un lavoro part time, in un pub o al supermercato, per essere ispirata. Stare da sola in una stanza per una settimana non porta a nulla di buono. Ho bisogno di incontrare persone per tenere in moto la mia macchina creativa. L’odore dei libri usati, i negozi di antiquariato. Non resisto ai coffee-table book».

Un paio di forbici salverà il mondo. «Come si può vivere senza? Una volta stavo andando in vacanza, ai controlli in aeroporto mi fermarono per il Leatherman (il coltellino svizzero, n.d.r.) nella borsa. Sono tornata indietro a fare imbarcare la borsa a costo di averlo con me, rischiando di perdere il volo». Art attack – non hai mai avuto un impulso incontrollabile davanti a un oggetto e tu con le forbici in mano? «Ne ho avuto solo uno ed è finito in un heart attack: quando ci fu l’ennesimo attacco terrorista a Londra, al Borough Market – ero sconvolta, avevo lavorato al mercato per un periodo. Quella notte non riuscivo a dormire, riflettevo sull’arte attivista e la street art, non ne avevo mai fatta. A mezzanotte sono uscita di casa carica di stoffa e ho tappezzato la città con la scritta we stand together. Non una frase originale, ma non sono una scrittrice: volevo una frase tipica, che si usa da noi in Inghilterra, per darsi forza. Quella notte, al mio rientro ebbi la mia prima crisi di Addison e finii in ospedale».

From The Fashionable Lampoon Issue 10

 

Photography
Alexander Beckoven

 

Set Designer
Billie Achilleos

Editing and Coordination on Set
Angelica Carrara and Carolina Fusi

Photography assistant
Riccardo Ferri

Digital tech
Arnaldo Abba

Post-production
Luca Trevisani

Special thanks to
Le Fragole
di Campatelli Elisabetta