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The Fashionable Lampoon
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bob krieger

Milano, Milano, Milano

BOB KRIEGER, VALENTINO ALTAMODA FOR HARPER'S BAZAR ITALIA, 1974
BOB KRIEGER, CAROL ALT FOR GUCCI, 1983
BOB KRIEGER, RUPERT EVERETT FOR GIANNI VERSACE, 1985

Text Cesare Cunaccia

 

«Eravamo come ubriachi di successo», afferma Bob Krieger: si riferisce all’esplosione del fashion italiano tra i Settanta e gli Ottanta, che ridisegna i connotati del capoluogo lombardo. Krieger, con il suo obiettivo così pulito e mai giudicante, con quel ponte tra estetica patinata, connotazione psicologica e glam da rotocalco che ha saputo costruire in modo libero e autonomo, ha ritratto molti dei protagonisti di questo periodo recente della storia italiana. Un epos che oggi ci appare paradossalmente lontano e datato. Eccole lì le sue fotografie, in bianco e nero soprattutto – ma anche a colori, come altrettante tessere di un mosaico che insegue un ideale classico di bellezza e decoro – che intessono un filo conduttore unitario. Una spiccata coerenza nel mettere insieme una pleiade di volti e differenti significazioni entro una medesima, poliforme comedie humaine. Bob Krieger documenta con partecipazione alterna, in una chiave di lettura molto caratterizzata, tra distacco, smalto allegorico e curiosità, figure nodali di vari milieu. Ci sono Ornella Vanoni, la signora scostante e irriconoscibile che recentemente ha saputo emozionare il palcoscenico di Sanremo, una morbida Valeria Marini all’apice del successo, il Presidente Cossiga e la giovanissima Simona Ventura. La Galleria comprende l’ironia feroce di Mariuccia Mandelli alias Krizia, con il marito Aldo Pinto, il guru dello stile Beppe Modenese – tra i primi a sostenere Krieger agli esordi – e l’editore e promotore culturale Leonardo Mondadori, con la sua fisionomia acuta e tormentata. Poi, Rupert Everett e Lucia Bosé, Indro Montanelli e Gerry Scotti. Non mancano protagonisti della moda, come Nicola Trussardi, Miuccia Prada e Raffaella Curiel, incisiva allure mitteleuropea e battuta rapida sferzante, occhi bistrati bizantini e gambe da danseuse. Quanto le assomiglia il suo ritratto! E ancora, i grandi amici Gianni Versace e Carolina Herrera, conosciuta a Caracas, Giorgio Armani, molte volte e in connotazioni differenti, Ottavio Missoni e Valentino, Calvin Klein e i dioscuri americani del mito, lo stilizzato Bill Blass e Geoffrey Beene.

Vibrava una dinamica di coesione, oramai definitivamente perduta, un’eruttiva voglia di mélange e di uscire da ranghi codificati. Si cercava di evadere da ruoli e recinti definiti e apparentemente invalicabili. Energia come un fiume in piena e anche eccessi e derive trash. Un’ondata eversiva che metteva insieme elementi, mentalità e provenienze, attitudini e concezioni sociali lontane. Tritatutto che frullava in un unico mixer cultura alta e bassa, un linguaggio nazional-popolare televisivo nuovo di zecca, personalità di spicco o effimere comete, scrittori-para-minimalisti e soubrette catodiche, burrose pornostar ed esponenti della politica. Soggetti e approcci all’esistenza e all’incidere sul reale, come in precedenza mai e poi mai avrebbero potuto e saputo convivere e confrontarsi. Un ventaglio di possibilità inaudite, la solita verve strapaesana e piaciona del Bel Paese che narcisistica si compiace di se stessa, ma che instaura inattesi rilanci internazionali, specie grazie al fenomeno del Made in Italy in piena parabola ascendente.

La borghesia meneghina, opulenta e spendacciona o mesta e sparagnina, di colpo è sferzata dall’arrivo di Andy Warhol in colloquio con Leonardo, che si ubriaca di bellezza sensuale con Gianni Versace e con le sue modelle semidee. Una borghesia miracolata come neanche a Lourdes grazie a Lady D, a Claudio Abbado alla Scala, al solito Strehler al Piccolo e alle orbite ipnotiche e pelviche del Boléro di Maurice Béjart. Questo che va dagli Ottanta ai Novanta, in fondo, è il tempo dell’osmosi, la tessitura di una trama iperpop onnicomprensiva e cangiante, una feria di affluenti o simil tali – morti di fama, li chiamava Marta Marzotto, trascinando le sue notti dal Nepentha di Milano – intanto, oltraggioso e pulp nasceva il Plastic in viale Umbria – al Tartarughino o al Gilda nella capitale. Erano i fasti di un Titanic impazzito e fantastico.

Un mosaico sociale e di attitudes che l’immaginario fotografico di Bob Krieger, come testimonia il volume Cento ritratti d’Italia, 1999, rende in modo calzante, al contempo epico e divertito, passando da patinate ispirazioni fashion a un suo stilema di portrait di vocazione anche ufficiale e rappresentativa. Basti pensare alla foto che cattura la maschera scolpita di rughe come cretti stupendi di Gianni Agnelli, il quale, come sottolinea l’autore, ci si riconosceva appieno. Fu voluta dalla sorella Susanna e immortala l’Avvocato in un gesto sospeso, di astratta marca militare, ripensando i suoi trascorsi di giovane ufficiale. Krieger ha aperto un territorio espressivo personale tramite la chiave della curiosità. Una curiosità mai manichea da eterno ragazzo, quella di uno super partes che in ogni caso si chiama fuori. Una visitor camera che osserva e scatta imparziale, ma che non resta in superficie. La Prima Repubblica e il suo empireo magnificamente picaresco di dignitari e boiardi di stato, di imprenditori rampanti e portaborse, di corrotti e corruttori, di nani e ballerine, sul finire dell’ottavo decennio del Novecento si incamminava giuliva verso la sua dissoluzione tangentiera, stordita e sorda a ogni richiamo, come l’aristocrazia francese prima dello scoppio della Rivoluzione. Catarsi finale, falò delle vanità nel divampare di una pira ideologica e di una gogna giudiziaria degna di Torquemada e dei suoi allegri inquisitori incappucciati.

A Milano, Bob arriva nel 1967 per non lasciarla più. Krieger, classe 1936, è stato corrispondente del New York Times per otto anni, ha collaborato con testate quali Vogue, Esquire e Harper’s Bazaar. Per tre volte ha avuto sue immagini sulla copertina di Time. Tra il 1970 e il 1975 è art director di Bazaar Italia. All’attivo ha grandi mostre, come quella all’Imago Art Gallery di Londra nel 2010 e la retrospettiva a Palazzo Reale di Milano l’anno seguente. Nell’epoca d’oro della rivista, quando costituiva un vero punto di riferimento per il costume, è stato in forza al settimanale Chi. «Negli Ottanta – racconta – lavoravo intorno a una figurazione più costruita e vorrei dire scultorea, mentre cercavo un contatto più diretto con la realtà, con il vissuto, scattando per esempio nel subway di New York. La femminilità di quel periodo era orgogliosa, esibita, prepotente. Spopolava la fisicità sensuale, tenera e sfacciata insieme, di Kelly LeBrock, divenuta universalmente celebre nel 1984, grazie al film The Woman in Red di Gene Wilder, mentre in Italia questa tipologia di trionfante icona sexy si incarnava in Carol Alt, nella brasiliana Dalma e in Clarissa Burt, che ho ritratto in un servizio dedicato a YSL. Erano sogni erotici collettivi, donne irraggiungibili. Il glam era ovunque, lo si avvertiva nell’aria e aggiungeva attesa e un’aura mitica agli eventi mondani e alle passerelle».

La prima passione fotografica di Bob Krieger scocca proprio per la moda. Fashion che subito lo affascina nei lontani anni Sessanta, i primi Sessanta per essere più esatti, quando ad Alessandria d’Egitto, la città cosmopolita e speziata in cui è nato nel 1936 e dove ha trascorso un’infanzia e una prima giovinezza che trascolorano nei toni di un romanzo orientalista, un bel giorno, all’Ibis Bar dell’Hotel Hilton, Bob, allora impegnato in un’attività nel tessile per Dupont de Nemours, per puro caso si imbatte in una donna meravigliosa, protagonista di uno shooting per Revlon, in manteau Capucci rosa shocking. Una folgorazione sulla via di Damasco che gli cambierà la vita per sempre. «Iniziai così tre anni di apprendistato tecnico tra Svizzera e Germania, per poi decidere di installarmi a Milano, allora in piena metamorfosi, anche se la destinazione più ovvia per me sarebbe stata Parigi».

È anche vero che ogni cosa ha una fine – ma dov’è finito mai quel tutti insieme appassionatamente tanto Ottanta, quella specie di macroscopico Studio 54 allargatosi a dismisura, travalicando perfino l’intimità di notti magiche, dissennate e pulsanti? Quanta forza vitale, quanto stravagante e fervido coinvolgimento, quanta modernità anche camp, si produceva in quell’epoca tanto dissennata e progettuale. Gianni De Michelis, grondante e boccoluto, danzava travestito da sanculotto con Camilla Nesbitt in miniskirt verde acido Alaïa, con Elton John e Laura Cherubini, nell’androne di Ca’ Barnabò a Venezia, laddove, tra salotti patrizio-culturali, intermittenze del cuore e valzer di alcove, iniziava l’inesorabile chanson de geste sgarbiana.

Marta Marzotto, grande odalisque romana, sui Lungotevere in festa cantati dai Matia Bazar sanremesi, tesseva sontuosa l’ennesimo compromesso storico e di seduzione poligonale, distesa su ottomane a palme tropicali nella fatata residenza al Pincio. Marina Ripa di Meana festeggiava i suoi primi quarant’anni con i fedeli Moravia e Parise, complice il grande carisma e il cinismo malinconico di Bettino Craxi. Il potere logora chi non ne ha, dichiarava profetico Giulio Andreotti. Borges si perdeva a Capri, con Adolfo Bioy Casares e la pitonessa del contemporaneo dagli occhi di smeraldo, Graziella Lonardi Buontempo. Pier Vittorio Tondelli scandisce il 1980 pubblicando Altri Libertini, per poi regalare favole postmoderne alla riviera adriatica della trasgressione disco balneare. Cadeva il muro di Berlino, ma forse l’Italia del bengodi se ne accorgeva poco. Il terremoto flagellava Napoli e l’accoppiata Jo Squillo-Sabrina Salerno gorgheggiava militante «oltre la gambe c’è di più». Perfino la stampa gossippara sembrava più bella, aveva un suo vero senso. Milano, soprattutto, brillava di una luce forse irreale e bruciante, cercava di corrispondere all’epica esagerata e noir di Sotto il vestito niente, in un fuoco d’artificio di creatività, di glamour e cocaina.

L’esistenza di Bob Krieger è piena di aneddoti e incontri. Vede la luce alla metà dei Trenta ad Alessandria d’Egitto, enclave dall’imprinting ellenico, orientale e francesizzante, in una famiglia colta, padre di nobili origini tedesche, mentre la madre, un cardine nodale nella sua educazione, anche per l’amore costante per la moda, per il verbum di Yves Saint Laurent e connessa con la scena culturale e creativa parigina, discende dall’ottocentesco pittore napoletano Michele Cammarano. «Il mio nome, Bob, era il nickname del mio padrino, un alto ufficiale coloniale britannico amico dei miei genitori. Ho conosciuto la coda di quel milieu locale dalle venature internazionali che aveva espresso Kavafis. Vivevamo come espatriati di lusso, in uno shangri-la di rituali e di suggestioni. Da bambino prendevo lezioni di equitazione presso un club ippico, l’Étrier, dalla principessa Iolanda di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro, i monarchi italiani esuli in Egitto. Amazzone severa e irascibile, con scatti addirittura violenti. Quelle atmosfere sono indelebili dentro di me. Credo si esplicitino nel mio occhio di fotografo. Sono un esteta.Vedo cose che forse gli altri non riescono a vedere, seguendo una sfida, un confronto probante. L’opera di Michelangelo, il David per esempio, il suo plasticismo dinamico e volumetrico, è un riferimento basilare e irrinunciabile. Klimt è un altro dei miei maestri. Milano mi ha accolto ed è diventata il mio luogo. Ne ho narrato storie e personalità, sensazioni e famiglie. Dino Fabbri mi invitò a ritrarlo, era alla fine degli anni Settanta, ma prima dovevo capire quale fosse il suo modo di vivere, testare la sua filosofia nel concepire l’esistenza. Fabbri era ‘larger than life’. Partimmo dagli stabilimenti milanesi della casa editrice di buon mattino. Mi ricevette al sole su un tetto a terrazzo davanti al suo ufficio, nudo e abbronzatissimo. Un cameriere impeccabile gli serviva la colazione. Con il suo aereo privato volammo a Parigi. Qui, a Le Bourget, una Rolls nera era pronta ad attenderci sulla pista. Una sosta nella dimora di Versailles colma di opere d’arte e di arredi principeschi e poi di nuovo in volo per la Costa Azzurra, per raggiungere lo yacht di Fabbri, dove campeggiavano dipinti di Matisse e Picasso. Allora pensai fossero falsi, mi sembrava folle. Invece era solo uno che era riuscito a trasformare la propria vita in capolavoro».

Le foto di Bob Krieger, bobkrieger.com