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Perché sta crescendo
la borghesia in Bolivia

An example of the new Andean architecture by Freddy Mamani
An example of the new Andean architecture by Freddy Mamani

Text Claudia Bellante / Photo reportage by Mirko Cecchi

Jeaneth, Mineyva e Liceth arrivano sempre con mezz’ora di ritardo al corso che Doña Rosario Aguilar tiene ogni sabato pomeriggio in un salone dell’antico Hotel Torino, nel centro di La Paz. Non salutano, ridono, spettegolano e passano un altro quarto d’ora chiuse in bagno per prepararsi – lo scialle di alpaca, la spilla per tenerlo chiuso sulle spalle, le trecce lunghe fino alla vita e il cappello borsalino inclinato con equilibrio. Solo ora sono pronte per raggiungere la classe del professor Ramirez. A volte con pazienza, altre con irritazione, ma sempre senza aspettarsi grandi risultati, il professore mostra loro come sfilare sulle passerelle: devono ammiccare alle telecamere, fare piroette sulle punte delle ballerine e flirtare con il pubblico mostrando i tesori che indossano. Le ragazze lo raccontano allegramente e confessano il loro desiderio di diventare modelle e lavorare in televisione. Quello che non dicono è che i loro abiti possono valere oltre mille dollari – sono il simbolo di una classe media in ascesa, quella Aymara, potente e ambiziosa, che dopo anni di emarginazione sociale, è arrivata a governare la Bolivia (Popolazione indigena delle Ande, gli Aymara vivono in Bolivia, Perù e Cile. I loro antenati furono as- soggettati agli Inca e più tardi agli spagnoli. In seguito alle Guerre ispanoamericane, divennero sudditi nelle nuove nazioni della Bolivia e del Perù, n.d.r.).

Il cambiamento ha inizio nel 2006, quando Evo Morales, detto El indio, conquista la presidenza,  accendendo i riflettori della storia sugli ultimi: i contadini, i minatori, i piccoli commercianti. Elettori che da allora non lo abbandonano e che potrebbero assicurargli il quarto mandato alle elezioni del 2019. El Alto, la città gemella di La Paz, costruita intorno al suo aeroporto appena tre decenni fa e luogo di insediamento degli indigeni provenienti dalle aree rurali, è da sempre il feudo del presidente. Nei vetri smerigliati che ricoprono gli stravaganti palazzi progettati dall’architetto Freddy Mamani, si rispecchia la storia recente della Bolivia e della sua nuova borghesia. Mamani non porta occhiali alla moda, non ha in tasca una Montblanc per improvvisare uno schizzo su un tovagliolo. È un uomo semplice – camicia di flanella a quadri e scarpe dalla suola spessa, ma in pochi anni la sua fama supera i confini di El Alto, dove ha progettato oltre sessanta palazzi, e raggiunge l’Argentina, il Cile, gli Stati Uniti. Quest’anno Mamani arriva a Parigi, alla Fondazione Cartier, dove la riproduzione di un suo edificio apre la mostra Southern Geometries, from Mexico to Patagonia, inaugurata lo scorso 14 ottobre.

«Tutti i miei palazzi hanno la stessa struttura – spiega Freddy – al piano terra ci sono le gallerie di negozi e le sale da ballo, sopra uno spazio commerciale, una palestra o un ristorante, e piccoli appartamenti che vengono affittati dal proprietario, che spesso non vive nell’edificio». È il caso del sarto Alejandro Chino Quispe, originario di Achacachi e proprietario del palazzo di sette piani Príncipe Alexander, tra la Avenida Bolivia e Cochabamba, uno dei più appariscenti e maestosi di El Alto: ospita due saloni per le feste e un campo da calcio coperto –vale intorno ai due milioni di dollari. «Io vivo giù, a La Paz, dove ho la mia attività», spiega Chino, che dopo ripetute insistenze accetta di mostrare le stanze all’ultimo piano del palazzo riservate alla sua famiglia e si lascia fare un ritratto nel salone di casa. La differenza rispetto alle stanze ai primi due piani è palese. Sotto, nei locali per matrimoni, battesimi e comunioni, per cui si fa pagare 7.800 boliviani a notte (più di mille dollari), ci sono colonne finemente decorate, ampi specchi alle pareti e candelabri importati dalla Cina per quattromila dollari l’uno. Sopra, letti sfatti, mobili di scarso valore, scatole vuote di elettrodomestici sparse. Don Alejandro sembra non fare caso a un simile contrasto, si accomoda sulla poltrona e abbozza un sorriso soddisfatto.

Capire da dove provengono le enormi fortune degli Aymara è una sfida. «Gli Aymara non perseguono un accumulo piramidale del denaro – spiega Jorge Viaña, sociologo del Centro di studi sociali della Vicepresidenza della Nazione ­– un anno possono guadagnare 10 e l’anno successivo 4, ma a loro non importa, sono più legati alle reti familiari, alle alleanze. Un capitale che può sembrare perduto viene in realtà reinvestito in altre attività, magari portate avanti da un figlio o da un cugino. È loro abitudine muoversi, cambiare, emigrare. La stessa popolazione di El Alto è variabile: ci sono persone che vivono lì per sei mesi per lavorare e poi tornano al campo quando è il momento di seminare o raccogliere. È raro che paghino le tasse sui profitti e quasi mai depositano soldi in banca». Anche questo aspetto, che ha reso per secoli gli Aymara dei reietti, esclusi dalle istituzioni e invisibili al sistema, sta cambiando. Nella ricerca Making silver without silver di Nico Tassi, dottore in antropologia dell’Università di Londra, si evidenzia che «tra il 2004 e il 2012 i depositi bancari di questo gruppo sociale si sono moltiplicati per quattro, passando da $ 2,559 milioni a $ 9,983 milioni. Le istituzioni dominanti hanno sempre associato gli Aymara all’illegalità, alla mancanza di istruzione e igiene, all’emarginazione. Fattori che hanno generato in loro un rifiuto verso i processi di integrazione e i codici della borghesia dominante, spingendoli a cercare modi diversi di manifestare il proprio status sociale».

«Avremmo dovuto venire qui dieci anni fa per vedere cosa stava succedendo», ammette una ragazza prima di salire su un autobus che dal centro di La Paz porta alcuni visitatori a El Alto per un evento legato all’arte e all’architettura della città, con show cooking e sfilate. «Avremmo dovuto essere più curiosi e meno snob», aggiunge. «Non ci aspettavamo così tante persone, lo stile di Freddy ha finalmente superato i pregiudizi e risveglia l’interesse della stessa classe alta paceña (di la Paz)», esclama entusiasta Marco Quispe, il braccio destro dell’architetto e organizzatore dell’evento. «I miei clienti si identificano con i loro palazzi e ogni volta che consegniamo uno si organizza una cerimonia in onore della Pachamama, la madre terra, per battezzarlo», spiega Mamani. La casa di Olympia Cóndor, una delle tappe della visita guidata, si chiama Crucero del Sur, perché lei e i suoi figli l’hanno voluta come il Titanic e quando la si guarda da fuori, proprio all’angolo di due strade, davvero ricorda una grande nave pronta a cavalcare le onde nella tempesta di un mare che la Bolivia ha sempre voluto e non ha mai conquistato. Joaquín, uno dei suoi sette figli, racconta: «Mia madre vende poncho di vicuña ed è vedova da molti anni. Per costruire questo edificio ognuno di noi fratelli ha messo una quota. Volevamo un bel posto dove ritrovarci tutti assieme».

Olympia ha 63 anni, ma l’aspetto e l’espressione di una ragazzina: piccola, rotonda e con due trecce che le arrivano fino alla cintura. Se ne sta in disparte mentre degli sconosciuti visitano la sua casa scattando fotografie e ascoltando le giovani guide che illustrano ‘un tipico esempio della nuova architettura andina’. Il salone di Olympia ha gli stessi colori della gonna che indossa e merita una visita per la sua atmosfera da mille e una notte. «La tavolozza blu/giallo e verde/arancio utilizzata da Mamani proviene dalla cultura taiwanese pre-colombiana e si trova nei tessuti che le donne portano sulle spalle per trasportare merci e bambini. Le forme disegnate rappresentano animali e oggetti della mitologia come il condor andino, la farfalla, il ragno, la torcia», spiegano le guide. Tra il pubblico, anche molte signore di quella classe medio-alta boliviana che fino all’arrivo di Morales hanno dominato il paese e nelle cui vene scorre sangue spagnolo. Hanno viaggiato e vissuto all’estero. Risiedono nella zona sud di La Paz, lontano dalla confusione del centro. I nativi le chiamano kharas, con disprezzo, per indicare la loro pelle bianca e il potere che hanno sempre esercitato. Carla Berdegué è una di loro, di recente è tornata in Bolivia, dopo oltre vent’anni passati a Caracas. «Questi edifici mi sembrano di cattivo gusto, ma questa è la nuova società boliviana. Il nostro paese è cambiato, dobbiamo accettarlo. Mio figlio si sposerà in uno di questi saloni con una ragazza Aymara, vestita con gonne ampie e multicolore».

«Quello che sta accadendo è un fenomeno che già era in corso, ma che l’arrivo di Morales ha accelerato. Siamo un paese molto lento e troppo pacifico – continua il sociologo Viaña – La schiavitù in Bolivia è stata abolita solo nel 1952. Fino ad allora, gli indigeni non erano nemmeno considerati cittadini». Oggi tutto questo è superato, nessun Aymara si sente escluso. Al contrario, tra i bianchi meticci della borghesia o di discendenza spagnola, c’è chi denuncia una crescente discriminazione: «Sì, è vero – conferma Viaña – ora molti luoghi come le istituzioni pubbliche sono occupati da indios che hanno una sorta di priorità. Ma quando lottavamo per una società più giusta e democratica era esattamente questo che volevamo, ora non possiamo tornare indietro». Superare le differenze, ‘unire vite’ che si sono a lungo ignorate, è il motto della teleferica che unisce in soli 34 minuti La Paz e El Alto. Viaggiando in profondo silenzio si osserva il paesaggio che cambia. I contrasti ci sono – le baracche che si aggrappano alle montagne non hanno nulla a che fare con le ville con piscina della zona Sud, ma le cholitas con le gonne colorate possono permettersi di fare una passeggiata domenicale nei centri commerciali dei kharas, così come le ricche donne bianche possono vantarsi di aver comprato ottima frutta e verdura al mercato del sabato.

«Una signora vestita da chola ­– mi racconta a bassa voce Carla Berdegué – un giorno ha bussato alla porta di un’amica che vive nella zona Sud di La Paz e le ha offerto una borsa piena di dollari per comprare la sua casa. L’aveva vista scendendo con la funivia e la voleva perché era vicino alla scuola di suo figlio. La mia amica ha rifiutato, ma il giorno dopo la donna è tornata con ancora più soldi e alla fine ha comprato la casa». Sembra una leggenda, ma Carla assicura che è vero. I bianchi conquistarono la Bolivia con le armi e gli indigeni compiono ora la loro riconquista con il denaro.

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