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The Fashionable Lampoon
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borghesia

Siate sobri, seri – e borghesi.
Sarete invincibili

Miu Miu Fall/Winter 2017 campaign, ph. by Alasdair McLellan
Norman Parkinson, the british model Celia Hammond wearing coat by French designer
Pierre Cardin for Queen magazine, February 1962
Raul33, Untitled, 2017, image Artrust
The living room of Pierre and Vera Székely, 1958

Text Elvira Seminara

 

Era l’insulto peggiore: «Sei un borghese». Se volevi offendere qualcuno con perfida eleganza, e dirgli insieme, con una sola emissione di fiato, «Sei meschino ottuso conformista gretto materialista ipocrita opportunista e bigotto», non c’era di meglio. Bastava dirlo piano, «Sei un borghese», senza nemmeno scomporsi (cioè con misura borghese), e il colpo arrivava dritto, ovunque – grazie anche al suono simile in francese o inglese.

È stato il 1968 a mostrarci non solo quanto fosse greve essere borghese (ancor peggio: piccolo borghese), ma quanto il virus fosse pericoloso, perché il borghese si nascondeva ovunque, era metamorfico, obliquo e infido tanto più decoroso e gentile, e dunque poteva influenzarti e corrompere. Tanto più se il borghese – con corna e coda e lingua biforcuta – allignava dentro di te.

Diciamolo, e senza vergogna: eravamo tutti borghesi inorriditi dall’essere borghesi, atterriti o vergognosi del bourgeois nascosto in noi. Lo spettro della borghesia alitava in ogni salotto e spiaggia italiana, tra camini accesi nell’attico e i falò in riva al mare, dove con la chitarra cantavi Gaber ma soprattutto De Andrè, Venditti, Vecchioni, De Gregori. Le rime più combattive, ancorché baciate, erano quelle di Claudio Lolli (‘Vecchia piccola borghesia / per piccina che tu sia / non so bene se fai più rabbia / pena, schifo o malinconia’) e in Francia tuonava Jacques Brel: ‘Les bourgeois c’est comme les cochons, plus ça devient vieux plus ça devient bête’ (I borghesi son come i maiali, più sono vecchi, più sono animali). Chi confondeva le carte era invece Lucio Battisti, che cantava le sue emozioni borghesi senza impegno sociale né etico, però aveva la voce spettinata e rude come i capelli, entrambi piuttosto antiborghesi.

Poi c’era il cinema, certo. Il borghese piccolo piccolo aveva il faccione umido, tronfio o servile dei personaggi di Alberto Sordi, arrampicatore moralista o succube, ma nessuno era immune dal contagio, e anche Vittorio Gassman faceva il borghese, però essendo bello e duro pareva meno borghese. C’era Franca Valeri, che nelle commedie derideva ridendo la deriva delle borghesi snob, dove Monica Vitti e Tognazzi inscenavano la noia e la nausea immergendo Sartre nel Tevere assieme a Emma Bovary, tanto borghese da aver battezzato un talento, il bovarismo.

A volte bastava sbagliare la foggia, la postura, il tocco. Il foulard annodato al collo era borghese, ma legato sulla fronte no. Il blazer abbottonato era borghese, ma sbottonato no. La pochette o la borsetta con manico erano borghesi e la tracolla no. Mocassini borghesi, zoccoli antiborghesi. Il cerchietto sui capelli era borghese, il fermaglio no. I collant borghesi e le calzamaglia no. A volte il confine era sul filo, più o meno ritorto. Il velluto a coste era antiborghese, ma quello liscio no. E c’era il discrimine dell’aderenza, al sagomato si opponeva il sadomaso.

Negli Anni Settanta fu Elio Fiorucci a salvare le fanciulle amanti della moda dall’anatema di borghesi, mostrando al mondo come un camicione a fiori poteva essere nel contempo firmato e femminista, folk e irriverente, industriale e nostalgico, e pure un filo filoamericano. C’era ambiguità, e anche dissimulazione. Eravamo più ingenui ma non poi tanto, e se non volevi rinunciare al cachemire bastava indossarlo tre taglie più in là, e già parevi alternativa. Anche gli spazi slittavano tra i piedi, e il tinello era borghese ma il soppalco no, ed erano borghesi i gioielli tranne quelli indiani, e le cravatte, i mobili antichi, il marmo, persino la plastica che seduceva tutti. Era borghese soprattutto definirsi antiborghese.

La confusione era tale, a dirla tutta, che c’era gente borghese di giorno, in banca con giacca e cravatta, e antiborghese la sera nella locanda off. Catherine Deneuve in Bella di giorno era signora perbene con tutti e prostituta per pochi. C’erano i borghesi nativi, diventati antiborghesi per autoanalisi ed espiazione, e i borghesi per aspirazione, per soldi, per posa. I poeti del Gruppo ’63 erano antiborghesi, ma la poesia (in quanto evasione) appariva borghese. Anche la leggerezza era borghese, ma la tristezza no, e un depresso ragionevolmente sciatto riusciva a passare per antiborghese senza sforzo. La verità è che gli umori si mescolavano e Moravia, interprete dei giovani borghesi, scriveva che in Italia non c’è mai stata una società borghese, con una sua identità e i suoi valori, ma una borghesia identificabile solo come classe economica.

Non abbiamo avuto la borghesia francese, che aveva tutta una visione e prassi del mondo, o quella tedesca. Non abbiamo avuto Thomas Mann che della grande borghesia tedesca ha tessuto esequie monumentali. I borghesi italiani secondo Tomasi di Lampedusa e il suo Gattopardo erano ‘sciacalli e iene’ –  parvenu, arrampicatori, opportunisti. Ibridi, uno nessuno e centomila, esteti di massa, individualisti senza ethos.

Eccola, infine la parola. Il ‘sano ethos borghese’, fondato sul lavoro, la famiglia, il senso civile e solidale. Era così presente e molesto in Italia da dovercene liberare come un danno, un limite o un marchio d’infamia? Forse no, ed è questo il nostro vero problema. Il fascino discreto della borghesia, che avvolgeva il delirio dei personaggi di Buñuel, ci seduceva ma non ci apparteneva. Borghesi autentici, nel senso dell’identità e dell’ingegneria sociale, veri eredi di Robinson Crusoe, mito fondante del cosmo borghese, forse noi non siamo stati mai. È stato dunque semplice e fatale, negli Anni Novanta, liberare il demone borghese e riconoscerci nel modello Yuppie e nel riesumato bon ton, in un’orgia di conformismo e consumismo per masse smaniose di sentirsi élites ed élites vogliose di imporre modelli.

L’aveva detto già nel ‘65 l’arguta Irene Brin nel suo Galateo dove le voci riguardano ogni atto, passando con grazia acrobatica da Acme ad Acne, da Foie gras a Formalismo. Sul quale appunto dice così: ‘Difesa utile, economica, senza rischi. In ogni momento della vita, in ogni difficoltà, accettate l’inamidato soccorso del formalismo. Siate formali e sarete invincibili, perché avrete applicato, forse grettamente, forse duramente, le norme del viver civile e non vi si potranno attribuire responsabilità diverse da quelle che vi siete assunte’. Insomma, un bene utile e ordinario molto spendibile sul mercato. Strana parabola del formalismo, da calamità borghese a calamita sociale.

Milano e il suo codice borghese
di buone maniere

Toby Coulson, Mother of Pearl, 13th November 2017. ph @tobycoulson
Alberto Moravia, Gli indifferenti, 1929. Front cover of a 1977 edition published by Club degli Editori
Paulette Goddard as Maria Grazia Ardengo in a scene from Citto Maselli's Gli Indefferenti, 1964
Tomas Milian as Michele Ardengo in a scene from Citto Maselli's Gli Indefferenti, 1964
Lina Sotis, Cose da sapere, Arnoldo Mondadori Editore, 1986. Cover designed by Miuccia Prada

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

Borghese può essere inteso con un’accezione negativa – diceva Moravia: un’attenzione convenzionale a dettagli relativi. Il borghese vuole sentirsi parte di un gruppo, in una società codificata sull’agio – piuttosto che sentirsi isolato e in qualche modo diverso o speciale. «Cuore? Quale cuore? Quella roba che serve a pompare veleno». Io sono cresciuto in un contesto borghese lottando contro il mio contesto borghese – così come tanti altri, cercando la poesia. Oggi comprendo che la mia educazione di ragazzo per bene, appunto inserito in un contesto di buone maniere, borghese, definisce un’appartenenza alla storia della città di Milano.

Immaginiamo una conversazione impossibile – quando a riprendere il discorso dovrebbe appunto essere Alberto Moravia: «Le cose peggiori, le vedevo in quella donna. Era avara, inibita e omofoba, rigida, snob, ignorante e sempre convinta, convenzionale e così via. Tutte queste cose poi le riassumeva con una sola parola: borghese. Io iniziavo a designare col termine borghese tutto ciò contro cui mi saliva la voglia di ribellarmi, di non accettare» – a tagliarlo via, forse troppo prolisso, entra Dorothy Parker: «Io odio le donne che si cuciono gli abiti da sole, quelle che spulciano i giornali alla ricerca della migliore ricetta, quelle che d’improvviso esclamano Oh devo correre a casa perché è arrivata l’ora di preparare il pranzetto. Anche gli uomini, però, non sono da meno» – strizzando l’occhio a Scott Fitzgerald perché anche questa volta sia Dorothy sia Scott finiranno a letto troppo ubriachi, per poter tentare una sessione di sesso soddisfacente. «È incredibile che l’unico essere umano» sbadiglia Fitzgerald «con cui non vado a letto, sia mia moglie».

I codici borghesi sono quelli cui Hedi Slimane si è riferito per inventare la donna parigina di Celine senza accento: «Rispetto significa considerare l’integrità di ogni individuo, riconoscere quello che spetta e appartiene agli altri con onestà e buonsenso» dice Slimane sulle pagine di Le Figaro. Codici borghesi che ci accorgiamo come fossero presenti anche in quella collezione di Yves Saint Laurent che invocava Liberation, nel 1961. Alla fine del Settecento, la rivoluzione francese fu una rivoluzione borghese – Parigi, città monarchica, accentratrice e dispotica, diede la scintilla al motore borghese che tramite Napoleone arrivò fino in Lombardia – la terra più fertile d’Europa, campo della controriforma laboriosa di Carlo Borromeo, già da due secoli terra agricola dalla produzione simil industriale. Quel Lombardo Veneto così ricco da esser indicato come il Tesoriere d’Europa.

In Italia eravamo abituati ad avere «una non disprezzabile educazione civica, una discreta consuetudine alle regole della convivenza e della libera discussione» – scrive Galli della Loggia, definendo la classe borghese e laboriosa italiana della seconda metà del Secolo Breve che ha avuto la fortuna di avere quattro scuole, quattro cardini, quattro fondamenti: la Chiesa, la leva militare, la scuola e la televisione pubblica. Andrea Carandini è l’ultimo della classe borghese. Il Grande Borghese si usa scrivere per riferirsi a Carandini: «Siamo sommersi dalle immagini, ci si fotografa anche nei momenti più intimi, privati, perfino — almeno un tempo — imbarazzanti. La scrittura e la lettura, l’apprendimento e lo studio, sembrano non avere più senso. Nel Medioevo si era ricchi di immagini proprio perché erano tutti analfabeti».

Credo nella bellezza e credo nel sudore. Sono i codici borghesi – quelli propri di Milano, della signora disegnata da Miuccia Prada, in quella copertina di Tullio Pericoli che ritraeva Lina Sotis con una penna di piuma più grande di lei, credo in un Corriere della Sera autorevole non quanto un rotocalco. Credo nella buona educazione, nel buon senso e nell’impegno. Milano è una città borghese, fondata sull’imprenditoria e sull’editoria – dalla Scala alla sua cattedrale che appunto resta una Fabbrica. La borghesia, fare squadra e sistema, con serietà e sobrietà. I codici borghesi non producono più reazione, ma consolazione e sicurezza in se stessi – permettono di riaccendere il motore. Usiamo parole più semplici – parole di una signora che ha fatto di un suo atteggiamento borghese la migliore cronaca di moda: «La traccia più bella la lasci con i figli, ma se tu la lasci indipendentemente da quella che è la tua famiglia, crei una storia» – e ci resta nelle orecchie, quella voce di Franca.

Se a comprare l’arte
non è più la borghesia

Damien Hirst, Treasures from the wreck of the Unbelievable, exhibition at Palazzo Grassi, Venice
Damien Hirst, Treasures from the wreck of the Unbelievable, exhibition at Palazzo Grassi, Venice. ph. Irene Fanizza
Damien Hirst, Demon with Bowl, 2017, Venice
Damien Hirst, The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living, 1991
Louvre Museum, Abu Dhabi. ph. Mohamed Somji

Text Giada Biaggi
@giadabgg

 

La scultura di 18 metri di Damien Hirst Demon with a Bowl, che campeggiava nell’atrio di Palazzo Grassi durante la monografica dell’artista britannico Treasures from the Wreck of the Unbelivable del 2017, è stata venduta per 14 milioni di dollari. L’originale sarà presto ricollocata a Las Vegas – quella che è stata esposta a Venezia, per ragioni logistiche, ovvero per non affondare, era stata realizzata in resina e non in bronzo.

Gli acquirenti dell’opera sono i due imprenditori alberghieri Frank e Lorenzo Fertitta che hanno dichiarato di volerla esporre nella piscina del loro Palms Casino Resort, ora in costruzione. A fare compagnia al demone, altre opere di quel che fu l’esponente principale del movimento dei Young British Artists, tra cui uno dei suoi squali in formaldeide. Damien Hirst avrà nel resort anche un bar a lui dedicato: The Unknown Bar. Martini, pool-party, palme, slot machine condividono lo spazio con seni rifatti e sculture di arte contemporanea.

Che rimane dell’arte quando non sono più i borghesi ad acquistarla? Per classe borghese si intende l’unione triadica di rigore intellettuale, moderatezza e disponibilità economica. Nel mondo contemporaneo disporre di soldi coincide sempre meno con l’avere un’istruzione e un gusto estetico, a sua volta chi ne dispone non ha i soldi per acquistare arte – il lavoro intellettuale è sempre più deprezzato. I numeri parlano chiaro. Nella classifica dei 200 collezionisti più influenti al mondo del 2018 redatta come ogni anno da Art News in cima abbiamo tre colletti bianchi: il magnate russo Roman Abramovich, con il quale il Chelsea ha vinto diciassette trofei ufficiali, l’investitore indonesiano Haryanto Adikoesoemo e l’iraniano Mohammed Afkhami, fondatore e managing partner della società di materie prime di Dubai MA Partners.

I ricchi delle economie emergenti (e già emerse) sono i detentori del gusto. Talvolta anche del cattivo gusto: nell’estate del 2015 in Germania sono stati venduti a milionari cinesi, russi e arabi per centinaia di migliaia di euro alcuni acquerelli raffiguranti castelli della Baviera, nature morte e fiorellini che portano la firma di Adolf Hitler. Una ricca coppia californiana, Mr. e Mrs. Lane, ha acquistato quest’estate opere dell’artista Andrea Chichesi che raffigurano Fedez e Chiara Ferragni come l’arcangelo Gabriele e la Madonna.

La cultura si sposta, emigra. Nel novembre 2017 il Louvre ha aperto una sua sede ad Abu Dhabi nel nuovo distretto culturale di Saadyat a largo della capitale degli Emirati Arabi. Il museo vestito dall’architettura del francese Jean Nouvelle ospita più di seicento capolavori tra dipinti, sculture e manufatti, più trecento altre opere d’arte ‘in prestito’ dal Louvre di Parigi e altri musei francesi. Cinquecentoventi milioni di dollari: questo il costo del brand Louvre, che gli emiri potranno usare per i prossimi trent’anni. Altri settecentoquarantasette milioni sono stati spesi in vista di consulenze e prestiti futuri dalla sede di rue de Rivoli. Il Louvre non è la sola istituzione culturale occidentale a essersi delocalizzata; anche la New York University ha aperto una sede ad Abu Dhabi. L’elenco non è finito: l’8 luglio 2006 Abu Dhabi aveva annunciato la firma del contratto stipulato con la Solomon Guggenheim Foundation per la costruzione di trentamila metri quadri di museo sempre sull’isola di Saadiayat. Il Guggenheim di Abu Dhabi aprirà quest’anno e il progetto porta la firma di Frank Ghery.

Perché sta crescendo
la borghesia in Bolivia

An example of the new Andean architecture by Freddy Mamani
An example of the new Andean architecture by Freddy Mamani

Text Claudia Bellante / Photo reportage by Mirko Cecchi

Jeaneth, Mineyva e Liceth arrivano sempre con mezz’ora di ritardo al corso che Doña Rosario Aguilar tiene ogni sabato pomeriggio in un salone dell’antico Hotel Torino, nel centro di La Paz. Non salutano, ridono, spettegolano e passano un altro quarto d’ora chiuse in bagno per prepararsi – lo scialle di alpaca, la spilla per tenerlo chiuso sulle spalle, le trecce lunghe fino alla vita e il cappello borsalino inclinato con equilibrio. Solo ora sono pronte per raggiungere la classe del professor Ramirez. A volte con pazienza, altre con irritazione, ma sempre senza aspettarsi grandi risultati, il professore mostra loro come sfilare sulle passerelle: devono ammiccare alle telecamere, fare piroette sulle punte delle ballerine e flirtare con il pubblico mostrando i tesori che indossano. Le ragazze lo raccontano allegramente e confessano il loro desiderio di diventare modelle e lavorare in televisione. Quello che non dicono è che i loro abiti possono valere oltre mille dollari – sono il simbolo di una classe media in ascesa, quella Aymara, potente e ambiziosa, che dopo anni di emarginazione sociale, è arrivata a governare la Bolivia (Popolazione indigena delle Ande, gli Aymara vivono in Bolivia, Perù e Cile. I loro antenati furono as- soggettati agli Inca e più tardi agli spagnoli. In seguito alle Guerre ispanoamericane, divennero sudditi nelle nuove nazioni della Bolivia e del Perù, n.d.r.).

Il cambiamento ha inizio nel 2006, quando Evo Morales, detto El indio, conquista la presidenza,  accendendo i riflettori della storia sugli ultimi: i contadini, i minatori, i piccoli commercianti. Elettori che da allora non lo abbandonano e che potrebbero assicurargli il quarto mandato alle elezioni del 2019. El Alto, la città gemella di La Paz, costruita intorno al suo aeroporto appena tre decenni fa e luogo di insediamento degli indigeni provenienti dalle aree rurali, è da sempre il feudo del presidente. Nei vetri smerigliati che ricoprono gli stravaganti palazzi progettati dall’architetto Freddy Mamani, si rispecchia la storia recente della Bolivia e della sua nuova borghesia. Mamani non porta occhiali alla moda, non ha in tasca una Montblanc per improvvisare uno schizzo su un tovagliolo. È un uomo semplice – camicia di flanella a quadri e scarpe dalla suola spessa, ma in pochi anni la sua fama supera i confini di El Alto, dove ha progettato oltre sessanta palazzi, e raggiunge l’Argentina, il Cile, gli Stati Uniti. Quest’anno Mamani arriva a Parigi, alla Fondazione Cartier, dove la riproduzione di un suo edificio apre la mostra Southern Geometries, from Mexico to Patagonia, inaugurata lo scorso 14 ottobre.

«Tutti i miei palazzi hanno la stessa struttura – spiega Freddy – al piano terra ci sono le gallerie di negozi e le sale da ballo, sopra uno spazio commerciale, una palestra o un ristorante, e piccoli appartamenti che vengono affittati dal proprietario, che spesso non vive nell’edificio». È il caso del sarto Alejandro Chino Quispe, originario di Achacachi e proprietario del palazzo di sette piani Príncipe Alexander, tra la Avenida Bolivia e Cochabamba, uno dei più appariscenti e maestosi di El Alto: ospita due saloni per le feste e un campo da calcio coperto –vale intorno ai due milioni di dollari. «Io vivo giù, a La Paz, dove ho la mia attività», spiega Chino, che dopo ripetute insistenze accetta di mostrare le stanze all’ultimo piano del palazzo riservate alla sua famiglia e si lascia fare un ritratto nel salone di casa. La differenza rispetto alle stanze ai primi due piani è palese. Sotto, nei locali per matrimoni, battesimi e comunioni, per cui si fa pagare 7.800 boliviani a notte (più di mille dollari), ci sono colonne finemente decorate, ampi specchi alle pareti e candelabri importati dalla Cina per quattromila dollari l’uno. Sopra, letti sfatti, mobili di scarso valore, scatole vuote di elettrodomestici sparse. Don Alejandro sembra non fare caso a un simile contrasto, si accomoda sulla poltrona e abbozza un sorriso soddisfatto.

Capire da dove provengono le enormi fortune degli Aymara è una sfida. «Gli Aymara non perseguono un accumulo piramidale del denaro – spiega Jorge Viaña, sociologo del Centro di studi sociali della Vicepresidenza della Nazione ­– un anno possono guadagnare 10 e l’anno successivo 4, ma a loro non importa, sono più legati alle reti familiari, alle alleanze. Un capitale che può sembrare perduto viene in realtà reinvestito in altre attività, magari portate avanti da un figlio o da un cugino. È loro abitudine muoversi, cambiare, emigrare. La stessa popolazione di El Alto è variabile: ci sono persone che vivono lì per sei mesi per lavorare e poi tornano al campo quando è il momento di seminare o raccogliere. È raro che paghino le tasse sui profitti e quasi mai depositano soldi in banca». Anche questo aspetto, che ha reso per secoli gli Aymara dei reietti, esclusi dalle istituzioni e invisibili al sistema, sta cambiando. Nella ricerca Making silver without silver di Nico Tassi, dottore in antropologia dell’Università di Londra, si evidenzia che «tra il 2004 e il 2012 i depositi bancari di questo gruppo sociale si sono moltiplicati per quattro, passando da $ 2,559 milioni a $ 9,983 milioni. Le istituzioni dominanti hanno sempre associato gli Aymara all’illegalità, alla mancanza di istruzione e igiene, all’emarginazione. Fattori che hanno generato in loro un rifiuto verso i processi di integrazione e i codici della borghesia dominante, spingendoli a cercare modi diversi di manifestare il proprio status sociale».

«Avremmo dovuto venire qui dieci anni fa per vedere cosa stava succedendo», ammette una ragazza prima di salire su un autobus che dal centro di La Paz porta alcuni visitatori a El Alto per un evento legato all’arte e all’architettura della città, con show cooking e sfilate. «Avremmo dovuto essere più curiosi e meno snob», aggiunge. «Non ci aspettavamo così tante persone, lo stile di Freddy ha finalmente superato i pregiudizi e risveglia l’interesse della stessa classe alta paceña (di la Paz)», esclama entusiasta Marco Quispe, il braccio destro dell’architetto e organizzatore dell’evento. «I miei clienti si identificano con i loro palazzi e ogni volta che consegniamo uno si organizza una cerimonia in onore della Pachamama, la madre terra, per battezzarlo», spiega Mamani. La casa di Olympia Cóndor, una delle tappe della visita guidata, si chiama Crucero del Sur, perché lei e i suoi figli l’hanno voluta come il Titanic e quando la si guarda da fuori, proprio all’angolo di due strade, davvero ricorda una grande nave pronta a cavalcare le onde nella tempesta di un mare che la Bolivia ha sempre voluto e non ha mai conquistato. Joaquín, uno dei suoi sette figli, racconta: «Mia madre vende poncho di vicuña ed è vedova da molti anni. Per costruire questo edificio ognuno di noi fratelli ha messo una quota. Volevamo un bel posto dove ritrovarci tutti assieme».

Olympia ha 63 anni, ma l’aspetto e l’espressione di una ragazzina: piccola, rotonda e con due trecce che le arrivano fino alla cintura. Se ne sta in disparte mentre degli sconosciuti visitano la sua casa scattando fotografie e ascoltando le giovani guide che illustrano ‘un tipico esempio della nuova architettura andina’. Il salone di Olympia ha gli stessi colori della gonna che indossa e merita una visita per la sua atmosfera da mille e una notte. «La tavolozza blu/giallo e verde/arancio utilizzata da Mamani proviene dalla cultura taiwanese pre-colombiana e si trova nei tessuti che le donne portano sulle spalle per trasportare merci e bambini. Le forme disegnate rappresentano animali e oggetti della mitologia come il condor andino, la farfalla, il ragno, la torcia», spiegano le guide. Tra il pubblico, anche molte signore di quella classe medio-alta boliviana che fino all’arrivo di Morales hanno dominato il paese e nelle cui vene scorre sangue spagnolo. Hanno viaggiato e vissuto all’estero. Risiedono nella zona sud di La Paz, lontano dalla confusione del centro. I nativi le chiamano kharas, con disprezzo, per indicare la loro pelle bianca e il potere che hanno sempre esercitato. Carla Berdegué è una di loro, di recente è tornata in Bolivia, dopo oltre vent’anni passati a Caracas. «Questi edifici mi sembrano di cattivo gusto, ma questa è la nuova società boliviana. Il nostro paese è cambiato, dobbiamo accettarlo. Mio figlio si sposerà in uno di questi saloni con una ragazza Aymara, vestita con gonne ampie e multicolore».

«Quello che sta accadendo è un fenomeno che già era in corso, ma che l’arrivo di Morales ha accelerato. Siamo un paese molto lento e troppo pacifico – continua il sociologo Viaña – La schiavitù in Bolivia è stata abolita solo nel 1952. Fino ad allora, gli indigeni non erano nemmeno considerati cittadini». Oggi tutto questo è superato, nessun Aymara si sente escluso. Al contrario, tra i bianchi meticci della borghesia o di discendenza spagnola, c’è chi denuncia una crescente discriminazione: «Sì, è vero – conferma Viaña – ora molti luoghi come le istituzioni pubbliche sono occupati da indios che hanno una sorta di priorità. Ma quando lottavamo per una società più giusta e democratica era esattamente questo che volevamo, ora non possiamo tornare indietro». Superare le differenze, ‘unire vite’ che si sono a lungo ignorate, è il motto della teleferica che unisce in soli 34 minuti La Paz e El Alto. Viaggiando in profondo silenzio si osserva il paesaggio che cambia. I contrasti ci sono – le baracche che si aggrappano alle montagne non hanno nulla a che fare con le ville con piscina della zona Sud, ma le cholitas con le gonne colorate possono permettersi di fare una passeggiata domenicale nei centri commerciali dei kharas, così come le ricche donne bianche possono vantarsi di aver comprato ottima frutta e verdura al mercato del sabato.

«Una signora vestita da chola ­– mi racconta a bassa voce Carla Berdegué – un giorno ha bussato alla porta di un’amica che vive nella zona Sud di La Paz e le ha offerto una borsa piena di dollari per comprare la sua casa. L’aveva vista scendendo con la funivia e la voleva perché era vicino alla scuola di suo figlio. La mia amica ha rifiutato, ma il giorno dopo la donna è tornata con ancora più soldi e alla fine ha comprato la casa». Sembra una leggenda, ma Carla assicura che è vero. I bianchi conquistarono la Bolivia con le armi e gli indigeni compiono ora la loro riconquista con il denaro.

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