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The Fashionable Lampoon
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breakfast at tiffany’s

Quella notte a Torino

Text Lampooners

 

Venerdì scorso a Torino, durante le giornate del Salone del Libro, abbiamo segnato i Sessanta anni dalla prima pubblicazione del romanzo di Truman Capote, Breakfast at Tiffany’s. Una novella che trova nella sua rotondità tanta della perfezione letteraria. La mattina, in un’aula di Palazzo Carignano, ha avuto luogo e tempo una tavola rotonda aperta al pubblico: in molti, tramite email e messaggi, si sono lamentati – alle dieci di mattina – impegnati sul lavoro, impossibilitati a esserci, lamentandosi di un orario così poco democratico – ma di Breakfast si trattava, e si usa farla dopo il risveglio. Non c’erano musi, ma sorrisi tra le quasi centocinquanta persone che hanno partecipato, magari prima di andare al Lingotto per proseguire una chiacchiera letteraria.

La sera sì, l’orario comodo per il tubino nero. I locali del Cambio non potevano dare accesso a tutti per questioni di sicurezza. Alcuni tra i protagonisti della buona società intellettuale di Torino – quella così schiva e riservata che il resto di Italia alza il ciglio – sedevano ai tavoli del Cambio in un mix disomogeneo abile a ogni festa: da Carolyn Christov Bakargiev a Dj Boosta, da Cristina Tardito a Massimiliano e Beatrice Marsiaj. Tra tutti, sagace e veloce di mente, brillava per natura propria Evelina Christillin, dama di ferro e fascino, che ricordava Capote antipatico come un ranocchio, e Marilyn Monroe primo casting per il film poi interpretato da Hepburn (algida e per niente sensuale, a sentire Luca Beatrice, eterosessuale granitico e presidente del Circolo dei Lettori).

Breakfast at Tiffany’s è la vicenda di una prostituta di alto bordo che poi è rimasta – grazie a Capote, alla Hepburn e a Tiffany – la donna più elegante della fantasia letteraria – cantando Moonriver con la chitarra sul davanzale di una finestra di New York. L’altra sera, era tardi la notte, qualcuno aveva bevuto un bicchiere di troppo e le note erano stonate sotto i balconi – tornavamo a piedi vestiti eleganti, tacchi alti, giovani e belli come le comparsi di quel romanzo, girando a vuoto e girandoci intorno: Torino e la sua storia, la nostra cultura – il mondo è qui, niente è più internazionale dell’Italia.

 

Un progetto reso possibile grazie a Tiffany & Co.

Parte della programmazione ufficiale
Salone OFF – Salone Internazionale del Libro di Torino

Con il supporto di American Express, che ci permette di raccontare questa storia con energia nuova.

Un ringraziamento speciale a Moët & Chandon, Belvedere Vodka
Coincidenze e dettagli

 

Era il 5 ottobre del 1757 quando davanti a Palazzo Carignano, capolavoro del Guarini datato 1680, un certo signor Vigna ottiene il permesso di costruire un edificio destinato a ospitare un caffè. Caffè del Cambio, forse per via del cambio dei cavalli della carrozza diretta a Parigi, o per allusione al cambio della moneta che si svolgeva nella piazza.

Il 5 ottobre del 1960. Proprio quella mattina fu girata la scena davanti alla vetrina di Tiffany & Co. sulla Fifth Avenue perché, come sanno bene i residenti (e anche i registi e gli scrittori), nelle mattinate d’ottobre a New York luce si riflette con toni di rosa e d’argento sui palazzi.

La sala del Risorgimento e i suoi affreschi del 1875, i marmi di Prali, la foglia d’oro che ricopre le boiserie, i grandi specchi, i lampadari di cristallo entrano così in contrasto con i tavoli e le sedie di Martino Gamper. Michelangelo Pistoletto, l’argentino Pablo Bronstein e l’israeliano-newyorkese Izhar Patkin – hanno allestito i nuovi spazi del Cambio.

Cavour era un habitué del Cambio tanto da avere un suo tavolo riservato dal quale poteva tenere d’occhio Palazzo Carignano, allora sede del Parlamento, ed essere avvertito quando era richiesta la sua presenza in aula, con un fazzoletto bianco sventolato da una finestrella di fronte.

Nel 2013, un miliardario russo ha speso ben 306mila dollari per aggiudicarsi all’asta il manoscritto di Truman Capote.

American Express – la velocità di pensiero e di collegamento, un grazie particolare ad American Express che ci permette di raccontare questa storia americana, in tutta Italia.

Innamorati e scapestrati

 

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Venerdì 11 maggio Lampoon va a Torino – sono i giorni del Salone de Libro – per parlare di un romanzo che per la prima volta fu pubblicato nel 1958, sessanta anni fa. Da quel momento in avanti, una semplice novella ha raccontato al mondo la libertà e l’azzardo di New York.

Nel 1957, David Attie aveva trentasei anni. Un illustratore – locandine, poster, copertine – faceva fatica: i giornali stavano passando dai disegni alle immagini, quando le strade di Soho e del Village erano luoghi per artisti innamorati e scapestrati, umanità varia e cangiante. David si iscrisse a un corso di fotografia tenuto da Alexey Brodovitch – art director e designer, pare sia suo il primo layout in doppia pagina.

David lasciò troppo a lungo i fogli nei liquidi di sviluppo – quando se ne accorse le immagini non erano bruciate, ma molto sovraesposte, troppo chiare. La lezione con Brodovitch all’indomani – David le montò una sopra l’altra, in un gioco di trasparenze e sovrapposizioni, un’idea qualsiasi per salvarsi la faccia. Brodovitch lo intese geniale. Gli commissionò il visual per una novella che sarebbe stata pubblicata su Harper’s Bazar a luglio, un testo di Truman Capote – non male come primo lavoro per un principiante. David ci lavorò due mesi – quando Capote vide il suo lavoro, ne fu felice.

I direttori di Hearst, la casa editrice di Harper’s Bazar, chiesero a Capote di modificare un poco la storia, e il suo linguaggio – era la storia di una ragazza che andava a letto con gli uomini per soldi. Capote obbedì, perché gli piacevano le foto di David Attie. Modificò il racconto – ma da Hearst ripresero a tergiversare – il timore era che Tiffany, uno dei più rilevanti investitori pubblicitari, potesse non gradire l’argomento. Capote diede il racconto a Esquire pretendendo che in ogni caso si usassero le immagini di Attie. Il racconto uscì sul numero di novembre. Si può sorridere oggi, pensando come non sia mai esistita in tutta la storia dell’editoria, una pubblicità più potente di quella che Capote regalò a Tiffany con quel libro. Non solo a Tiffany, ma a Fifth Avenue, a New York in primis e a tutta la bellezza d’America.

Tulipani, giacinti, qualsiasi bulbo olandese – intorno ai tronchi dei tigli, sugli angoli degli scalini, tra vanità di glicini egoisti – che sia una scena di Breat Easton Ellis o Rihanna che scende al Metropolitan – la primavera a New York ti innamora. Le ragazze vanno a letto con tutti tranne che con te, succede così. Sei sdraiato a leggere, su una panchina all’ombra, un campo da basket poco distante, in Sulivan Street. New York – leggerne nei libri, i film, sognare di viverci. Per sognare, bisogna addormentarsi, lasciare che le fotografie schiariscano – un sorriso e una consolazione: la storia più bella resta una novella che finisce sotto la pioggia di un temporale, inseguendo un gatto.

Video
Claudia Bellante

Music
Lancefield

TO AUDREY WITH LOVE

Testo Alessandro Guasti

 

Ci si commuove come di fronte a una dichiarazione d’amore nel ricordare l’unicità di quel sodalizio, umano e professionale, che ha scandito per lungo tempo e di certo rivoluzionato la storia della moda e del cinema del Novecento. È allo stesso Hubert de Givenchy, il più raffinato esponente della couture francese, oggi quasi novantenne, che si deve proprio in questi giorni il merito di aver rievocato e celebrato, in una mostra curata da lui stesso, al Gementeemuseum de L’Aja, in Olanda, in programma fino al 26 Marzo 2017, il legame forse più imprescindibile per la sua carriera, quello con l’amica e musa Audrey Hepburn. Decine di creazioni originali, alcune mai esposte sino ad oggi, selezionate personalmente dallo stilista fra quelle realizzate ad hoc per le pellicole dell’attrice, da Sabrina a Come rubare un milione di dollari e vivere felici, passando per il tubino nero di Colazione da Tiffany, e poi ancora schizzi, disegni, fotografie e registrazioni video, tutto materiale che assume le sembianze di un tributo al fascino indimenticato e irraggiungibile di una delle dive più ammirate.

Una bellezza universale quella di Audrey Hepburn – magnetismo, fragilità, i lineamenti impeccabili su di un corpo minuto – così distante dal modello fisicità prorompente di allora, eppure consegnata alla storia anche per merito di Givenchy, che ne ha saputo valorizzare l’eleganza, strappandola all’estetica transitoria del momento per elevarla al rango di mito eterno. È la filosofia ancor’oggi seguita dalla maison, lasciata da monsieur Hubert nel 1995 e da oltre dieci anni guidata da Riccardo Tisci, che nel tempo ha fatto leva sui canoni anticonvenzionali di alcuni volti della moda, da Mariacarla Boscono a Lea T, o sul potere mediatico – e un po’inflazionato – di personaggi come Madonna o Kim Kardashian. To Audrey with love, appunto: ad Audrey, con amore. Con un briciolo di comprensibile nostalgia.

Text Alessandro Guasti

 

It is as touching as a declaration of love to recall that unique partnership, both human and professional, that has marked for so long, and definitely revolutionized, fashion history and cinema in the 1900s. We have to give credit to Hubert de Givenchy himself, the most refined French couturier, now almost ninety, for evoking and celebrating today, with an exhibition he curated- running at the Gementeemuseum in The Hague through March 26, 2017 – possibly the ultimate bond in his career, the one with friend and muse Audrey Hepburn. Dozens of original creations, some never exhibited before, were handpicked by the designer among those expressly created for Hepburn’s movies, from Sabrina to How to Steal a Million through the little black dress donned in Breakfast at Tiffany’s, as well and as design sketches, drawings, photographs and video recordings, that all together resemble a real tribute to the never forgotten and unparalleled charm of the much admired diva.

Audrey Hepburn’s universal beauty – charismatic and fragile, flawless feature on a petite figure – was so distant from the shapely body type that was so popular at her time, yet it went down in history thanks to Givenchy, who knew how to highlight her elegance, seizing it from the fleeting aesthetics du jour to elevate it to the status of everlasting myth. And this very philosophy is embraced still today by the house, launched in 1995 by monsieur Hubert, guided for the last ten years by Riccardo Tisci, who, with time, has leveraged the unconventional standards of a number of names in fashion, from Mariacarla Boscono to Lea T, or the media power – a little over-exposed – of celebrities like Madonna or Kim Kardashian. To Audrey with love, indeed. With a hint of understandable nostalgia.

To Audrey With Love
Open until March 26th
Gemeentemuseum Den Haag
Stadhouderslaan 41
2517 HV Den Haag

Images courtesy of press office
www.gemeentemuseum.nl