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carlo mazzoni

La buona società

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

I convenevoli, quelli prima di scegliere se andare da Cova o da Saint Ambroeus, compongono una conversazione per pochi. I loghi dorati sulle tende blu sono i bottoni di quel doppio petto che Berlusconi non ha mai saputo scegliere. Sono le frasi di un circolo chiuso, di quel salotto buono della Milano che conta o che contava, delle grandi famiglie borghesi degli anni Cinquanta la cui progenie ha goduto del boom degli anni Ottanta. Un salotto di gente che aveva in mano l’industria e la pubblicità – in un substrato più fluido e consistente della moda internazionale di Franca Sozzani. Il salotto buono vestiva Doriani nei giardini nascosti dietro Portorotondo, girava in barca a vela in Sicilia, cresceva i figli al Bagno America a Forte dei Marmi – vestiva Jhonny Lambs, ironia e vezzo su Gianni Agnelli. Le sorelle Collini, Loro Piana, Koelliker – alcuni non ci sono più, Carlo Schapira, Hans Tiefenbacher, io me li ricordo la sera, a casa di mio nonno, o a casa di Noris e Carlo Orsi. Il lunch sempre al Paper Moon. Era la società di Paolo Mieli, al Corriere della Sera – quando le pagine della cronaca di Milano davano spazio ai trafiletti di Lina Sotis, che tra la gentilezza di un complimento e la violenza di una freddezza, raccontava il correre del tempo, e il colore della città, di Milano. Quei trafiletti, li leggevano tutti – era incredibile.

La mattina, in quella sfida, in quella scelta, tra un convenevole e una posa, tra Cova e Sant Ambroeus si riassumeva l’appartenenza a questo salotto privato, in cui era tanto difficile entrare, ma poi quasi impossibile uscirne – io ero un bambino, un piccolo erede senza impero, che apprendevo più di quanto osservassi, dal basso della mia statura all’alto di quello snobismo. Uno snobismo perfetto, davvero, su un caffè da Cova o da Sant Ambroeus – di un circolo che Bastianello e Marchesi non potranno mai vantare ai propri tavoli – chiunque li nominasse, per automatismo, dimostrerebbe di non appartenere, a quel circolo. I cioccolatini più buoni, i panettoni più soffici – la tradizione da Cova, il lusso da Sant Ambroeus. Lo snobismo vive nella decadenza, non potrebbe fare altrimenti – patisce ogni forma di cambiamento: ma noi sappiamo quanto né lo snobismo né la nostalgia siano poi così preziosi.

Una sera, all’inizio di giugno, Cova ha festeggiato duecento anni. Montenapoleone era propriamente arredato come un salotto, il cortile interno, su cui si affaccia Missoni, era gremito di gente. Pagine nuove, stanze nuove. Meno poesia, più energia. Non c’è colore più acceso del nuovo blu delle sue tende – non più un doppio petto, ma un abito tagliato da Dior. Milano rinasce. Il salotto buono non c’è più, forse è un covo di vipere, chissà, ma l’elettricità si sparge smaniosa. All’angolo tra Montenapoleone e Sant’Andrea, nel cuore di Milano, tra le parole della Sotis o tra le mie, Cova continua e continuerà a portare in scena la retorica della società.

Images in exclusive courtesy of Press Office
www.secrp.com

F is For Fendi

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Non un semplice magazine on line. F is For… è la nuova piattaforma digitale di Fendi voluta dai millennials e dedicata alla cronaca della loro generazione.

Mi piacerebbe definirlo un legame. Legame, in inglese bond. Il legame che unisce una generazione. The Fendi Bond – unisce un’estetica, un atteggiamento, una rivoluzione. Il mondo a una città – Roma. Appare come un magazine online. Entrando da Fendi.com, si accede alla pagina di F is For… L’emoji sorride arcigno e fosforescente – e come per un’esplosione, la pagina si riempie di colori, grafiche, fotografie in movimento, animazioni visual, video, suoni, finestre che scorrono. Un crogiolo di energie, un mondo a parte. In un magazine l’utente è un lettore – in una piattaforma, l’utente in qualche modo inserisce propri input per trovare una formattazione automatica e istantanea del sito su quanto stia cercando o abbia dimostrato interesse. Tutti i siti web stanno evolvendosi in piattaforme, con una dimensione in più – come può essere un manifesto che codifica un’identità nella quale riconoscersi – e riconoscerci.

Cristiana Monfardini, capo comunicazione worldwide di Fendi, racconta: «F is For… è un punto di vista», Cristiana Monfardini ne segue la curatela e la direzione, usando cuore e coraggio. «Brand awareness completa, senza strategia di vendita. Quando ho parlato di questo mio progetto al presidente di Fendi Pietro Beccari, la sua unica indicazione è stata l’ambizione. Se doveva essere nuovo e forte, sarebbe dovuto esserlo in piena potenza». Un patto, una vibrazione, un’onda. «È una piattaforma dedicata ai millennials e fatta dai millennials. Voglio cercare il loro punto di vista e riuscire a potenziare l’autenticità che appartiene alla loro freschezza intellettuale, impiegando la struttura e la forza d’immagine di Fendi». L’entusiasmo di Cristiana Monfardini è contagioso. «I millennials sono molte volte intesi in un senso di vuotezza: sono giovani ma già adulti, e sono consapevoli di saper gestire la loro vita virtuale meglio della realtà. Io voglio approfondire l’autenticità di questo loro approccio».

Un anno fa, Cristiana Monfardini ha iniziato a lavorare al progetto di F is For… «Ho scelto un team di ragazzi nuovi per l’azienda Fendi. Li ho trovati nei settori diversi della moda – nell’economia, nella ricerca. Poliglotti e globocentrici, l’efficacia era il codice ancor prima della velocità. Il vuoto significa spazio, molto spazio. Ho trovato ragazzi liberi da schemi, pronti a tutto sul lavoro, con il sorriso ogni mattina. Continuavo a chiedermi come potessi comunicare loro i valori dell’heritage di Fendi, la cultura dell’artigianalità e del dettaglio, del fare a mano. Tenevo in mente un concetto di verticalità, da raccontare attraverso l’architettura di Palazzo della Civiltà Italiana, l’headquarter di Fendi per noi così iconico. I millennials li ho intesi verticali, appunto. Comprendere diventa comprare. La loro sapienza non è vasta, ma vertiginosa. Vivono ogni giorno, da quando hanno memoria, con una sfera di cristallo in mano cui chiedere ogni cosa gli passi per la testa». Sì, curiosità invece che conoscenza – ed è la curiosità che sconfigge l’ignoranza, non la cultura.

I millennials sono per definizione quelli nati nei primi anni Ottanta – qualcuno intende fino a chi oggi ha 34 anni, altri si fermano a chi ne ha 30 o 32 anni. Sono i ragazzi a cavallo del 2000, quelli che hanno vissuto la nascita e l’esplosione dell’era della connessione, ma che hanno ancora un sensore di come fosse prima. I millennials sono già oggi, e sempre di più nei prossimi anni, il principale potere di acquisto per i brand di immagine – e non sono da intendersi solo come quelli nati dopo il 2000, che non hanno neanche la più vaga idea di cosa sia un telefono senza fili, e che definiscono piuttosto la cosiddetta Generazione Zeta.

C’è un manifesto per F is For… che dichiara quanto i millennials siano titolati, e abbiano il merito, dell’autenticità; quanto i Millennials abbiano l’abilità, forse l’arte, di trasformare il passato in futuro. Concetti che stridono con la percezione del collo piegato verso il telefonino – e cervicali conseguenti ed epidemiche. Carolina Beccari fa parte del gruppo di riferimento al quale Cristiana Monfardini si è rivolta per la costruzione di F is For…: «Mi sento in pieno una millennials. Percepisco la tecnologia come una tensione energetica rivolta al futuro», Carolina spiega parlando un po’ in italiano e un po’ in inglese, perché alcuni concetti sono immediati con la seconda: «Condividere invece che vivere: può essere la nostra debolezza – ma noi non ne conosciamo alternativa. Ogni amico, ogni persona è a portata di clic. Noi non sappiamo come potesse esser prima – ma la vediamo in positivo: la possibilità immediata di dialogo ci porta a parlare senza filtro, con meno timidezza adolescenziale». Non c’è orgoglio o presunzione alcuna, in questa priorità data alla connessione costante – c’è una razionale sincerità che diventa subito adulta, fredda consapevolezza. Una maturità inaspettata per ragazzi così giovani: «Il posting non è spontaneo, neanche per noi», prosegue Carolina. «Nel posting anche noi dobbiamo ritrovare una voglia di esibizione. Certamente non è quella di chi ha voluto crearne una professione, come i blogger o i cosiddetti influencer – noi non usiamo lo stesso atteggiamento, la stessa esigenza che per loro è urgenza – anzi ne prendiamo la distanza. Per noi è tutto più automatico, per noi tutto è più quieto perché spontaneo – resta il gioco, più che la voglia, di mettersi in vista». Con la stessa precisione, Carolina Beccari osserva l’evoluzione dei contenuti. «Non è tanto la lettura che viene a mancare nella nostra quotidianità – questa rimane un dovere imprescindibile che riconosciamo. Ciò che i social media annientano è la televisione, la prima nemica della lettura. Le serie tv che qualche anno fa presidiavano il nostro intrattenimento, oggi iniziano a essere soppiantate dalla continua condivisione, dal continuo dialogo fra di noi».

Il video di F is For… – forse una sigla di apertura del progetto – è a quota un milione di visualizzazioni su YouTube. Roma – non c’è storia più affascinante. F is For… è anche una guida, una mappa del tesoro, per trovare angoli nascosti come rubini nei mattoni. F is For… non cerca il lusso, le cucine stellate. Dismette vocabolari cui appartengono parole come cool e wacky. Questa è una Roma Freak – la F di Freaks è la prima lettera di questo alfabeto a un’unica sillaba. F come Fulgore – una parola italiana fuori dalla dialettica smart indica la sezione dei servizi di moda – tutti scattati con iPhone7, mescolando pezzi di archivio Fendi, con capi delle nuove collezioni. Fulgore – è il discorso qui appena sopra: si vuole contare sulla curiosità che la rete soddisfa facilmente cercando un significato – ed è vero, ultimamente molte parole non inglesi stanno tornando nei titoli facendo leva proprio sulla capacità di ricerca che i millennials gestiscono con proprietà di diritto. Così discorrendo, troviamo tutta la dialettica in F – Faces per i ritratti, fotografici e letterari, Freedom indica i luoghi per questi Freaks New Goonies. La musica è fondamentale – per Fendi è un tratto di DNA. Fearless è la sezione che raccoglie le live performance. Montaggi minimi costruiscono video clip inediti girati sul rooftop di Palazzo della Civiltà Italiana. Cantanti e performer come NxWorries e Kelela con la luce dei tramonti secolari di Roma. Gli specchi verticali sono un set up minimale e ben calibrato – così come i fumogeni colorati.

F is For… Futuro. Il lancio della piattaforma, il nodo di questo legame, è stato stretto a New York, lo scorso 10 febbraio, al Fulton Market Building, verso il ponte di Brooklyn. Non è giusto definirlo party, o show – ancora, era qualcosa di diverso. «It’s a space that’s open and conductive to people getting together and enjoying the music and the other people. It’s not stuffy fashion typical luxury brand Fashion Week event. Instead of closing in, they opened it up», rispondeva Mia Moretti a un giornalista di Vogue. Era un viaggio al termine della notte in questo 2017, tra richiami geometrici in marmo ripresi dal disegno di Palazzo Fendi a Roma. Al posto dell’acqua delle fontane c’era lo scorrere dell’Hudson. Si esibivano i rapper da tutto il mondo, come Migos, 21 Savage, Lil Uzi Vert, Bhoan Phoenix, Meuko! Meuko!, Peggy Gou e molti altri. Il riscontro più che positivo era centrato: Fendi ha saputo cogliere l’evoluzione del tempo, collaborando «with the unexpected. They understand that they have to evolve to not become irrelevant» scriveva Winston Peters sul suo account Instagram.

First, Fab, Far-far-away. F is For… Fragilità, un senso che si trova nella non perfezione. Le modelle sono riprese nel backstage dopo la prima uscita, nell’intervallo prima del line up. L’autenticità è la scommessa, la vittoria dei millennials, più veloci e meno esperti. Scandagli nuovi, più fragili ma più sensibili – come direbbe Marcel Proust nel suo perenne domani.

Freak, fulgore, faces, freedom, fearless. Sono le parole d’ordine con cui Fendi ridisegna la sua comunicazione digitale. Contenuti native, banditi i ritocchi, F is For… è libertà, realtà senza filtri.

The Fashionable Lampoon Issue 9 Babylon – Digital Visual Wave

YTALIA: Energia Pensiero Bellezza

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Ytalia inaugura il 2 giugno – data emblematica, positivamente retorica, per una mostra così titolata. Il Forte Belvedere è il sito principale, per il quale satelliti, gli angoli di Firenze multidimensionale – se Roma è eterna, Firenze è indelebile. Dodici protagonisti, per Ytalia – viene da definirlo cast, leggendo i nomi degli artisti coinvolti, una grande produzione hollywoodiana tradotta nella culla della civiltà mondiale: Jannis Kounellis, Luciano Fabro, Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Giovanni Anselmo, Gino De Domenicis, Remo Salvadori, Marco Bagnoli, Domenico Bianchi, Nunzio, Mimmo Paladino, Mario Merz. Una mostra, uno show mi piacerebbe chiamarlo, ideato e curato da Sergio Risaliti e prodotto dal Mus.e di Firenze insieme al Comune.

I dodici artisti, la cui arte in ogni contingenza supera la vita rispettando primaria definizione, trovano l’energia antica e futura, ancora e sempre in Italia – Ytalia – gli occhi si abbacinano davanti a questa grafia. A gennaio, durante la cena per l’annuncio della mostra, parlavo con Luciano Massari, direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Carrara. Una conversazione che mi riportava alla lettura de Il Tormento e l’Estasi: il marmo bianco scultoreo della cava di Michelangelo resterà il più pregiato per la durezza e la luce dei suoi cristalli, girando poi nelle variazioni di grigio fino allo scuro, fino alla pietra e ai graniti delle Apuane. Se bianco è a Carrara, il marmo verde proviene dalla Val d’Aosta, il marmo rosa dalle montagne spagnole – mentre La Veranda Fabbrica del Duomo di Milano è proprietaria di un’intera cava per la propria fornitura esclusiva. Il marmo, materia prima, suprema italiana, viva di quanta arte, di quanta commozione – seguitemi, ve ne prego – pensate al marmo, a una sua venatura particolare, e alla grafia di una Y come iniziale d’Italia: il breve bagliore che si produce è la mia migliore introduzione a questa mostra.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Alcune mostre diventano pura narrazione, trascolorano in un epos emblematico scandito da racconti e intuizioni folgoranti. Un plot colmo di evocazioni e riflessi immaginari. Percorsi espositivi e semantici che innanzitutto e perfino loro malgrado, più che obbedire alle mere ragioni di una funzionalità rappresentativa e filologica, riescono a ordire un filo conduttore attraverso le opere e il segno di artisti diversi, arrivando a concepire una corale e mirabilmente unitaria mappatura sentimentale. Storie che identificano un capzioso mosaico sensitivo, capace di annullare le paratie del tempo e di coinvolgerti, di attrarti in un cerchio sospeso e ipnotico come in un mandala magico e luminoso. Tutto, in questo caso, sta nella possente e scarnita Y iniziale di un’antica grafia del nome di questo Paese, come appare su una delle volte della Basilica Superiore di Assisi accanto alla rappresentazione di una città, con ogni probabilità Roma, l’Urbs imperiale e papale dalle mille significazioni e allegorie, in un affresco di Cimabue che data agli ultimi decenni del XIII secolo. Siamo dunque agli albori di quella che sarà l’abbagliante vicenda della pittura italiana lungo un arco di secoli, proprio al debutto di un’esperienza che chiara e integra, per analogie e impalpabili fragranze, riemerge nel lavoro degli artisti contemporanei che compongono l’itinerario di questa mostra fiorentina.

Una Y, questa di Ytalia, è insieme astrazione, mistica sacralità e dichiarazione programmatica, diviene arcano suggello e password ermeneutica, sofisticato arcaismo tenacemente bizantino e sconcertante apertura, anzi, premonizione, di una modernità che si risolve in un tempo circolare, centripeto ed eternamente ritornante. Le Temps revient, il tempo ritorna e si rinnova, recitava il motto di Lorenzo il Magnifico che accompagnava la figurazione del fatidico broncone d’alloro mediceo. La mostra si tiene a Firenze, un luogo da sempre deputato al confronto dialettico, devoluto all’incontro, al dialogo e alla sovrapposizione ecumenica e contraddittoria di civiltà e pensiero, come già dichiara un avvenimento cruciale del primo rinascimento, il Concilio fiorentino del 1439, struggente e generoso tentativo di ricomposizione tra oriente e occidente che oggi, alla luce di quanto sta accadendo nel mondo che viviamo, assume valenze ancor più profonde e profetiche. Forse l’Italia, nella sua vicenda storica unitaria in fondo assai recente, risultanza di spiccate, autonome e orgogliose identità regionali, non ha raggiunto una forte coscienza comune e tuttora non è permeata appieno da un senso di reale appartenenza nazionale.

Esiste un dato connettivo, un vincolo costante nella complessa dinamica di formazione di uno stato e di un’intera progressiva visione politica. Si tratta della bellezza, del legante fondamentale dell’arte e di una poliforme emanazione creativa mai venuta meno. È questa la chiave concettuale della mostra Ytalia, un’imponente texture collettiva nata da una forte intuizione del suo curatore e ideatore Sergio Risaliti, che ha come epicentro il Forte Belvedere, ma che si allarga nella trama urbana del centro storico di Firenze con appendici agli Uffizi, a Santa Croce, a Palazzo Vecchio, nel Giardino di Boboli e a Palazzo Pitti, al Museo Novecento e presso il Museo Marino Marini. Una galleria diffusa, che si snoda attraverso oltre cento opere, realizzate a partire dagli anni Sessanta e talvolta site-specific, che ingloba tre generazioni di artisti, instaurando un serrato e interrogativo colloquio, una koinè dialektos ideale ed osmotica tra questi e i grandi maestri del passato.

I protagonisti sono Mario Merz con il suo segno monumentale e sconcertante, la materializzazione delle energie fisiche, statiche e dinamiche di Giovanni Anselmo, il tellurico e drammatico idioma di Jannis Kounellis, recentemente scomparso, che quasi si amplifica sullo sfondo solcato da gigli di Francia aurei su campo azzurro della Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio. Ecco Luciano Fabro, il cui epocale Spirato del 1972 è posizionato nella brunelleschiana Cappella Pazzi a Santa Croce, la sofisticata, poetica e imprendibile cifra espressiva di Alighiero Boetti, il bianco elegiaco di Giulio Paolini che si raffronta alla Venera Italica di Canova alla Palatina e il negromantico e sulfureo talento di Gino De Dominicis. Poi, Remo Salvadori con due nuove sculture pensate appositamente per uno dei bastioni del Forte Belvedere, Mimmo Paladino che interloquisce con la tersa geometria umanistica di Leon Battista Alberti nella Cappella Rucellai, il teorema d’acciaio, di specchio, d’acqua e di marmo di Marco Bagnoli, Nunzio nella cripta del Museo Marino Marini e l’incessante mirabile sperimentalismo di Domenico Bianchi. Un arazzo, quello di Ytalia, dove affiorano affinità, comunanze sottese e valori condivisi, nel quale leggere individualità e tratti molto originali e ostinatamente differenti nel quadro di un contesto e di tanti frammenti di racconto, nel cangiante divenire delle varie poetiche.

Images courtesy of press office
www.musefirenze.it – @musefirenze

Foglie di Pietra

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Settimio è la cucina del miglior salotto di Roma – una di quelle trattorie romane all’angolo su cuore e potere. Una sera di novembre del 2015, Pietro Beccari sedeva con Giuseppe Penone. Su un foglio semplice, su tovaglia e tra posate, l’artista ha gettato un primo schizzo: un blocco di marmo, sorretto da esili tronchi spogli di un albero. Un anno dopo, era gennaio, la mostra di Penone a Palazzo Fendi era appena stata inaugurata – Pietro mi mostrava questo ormai vecchio schizzo, lo teneva sul fondo del baule della sua macchina – mi è sembrato come non ci fosse custodia migliore: un luogo sopra un motore acceso, un vano circondato di energia.

Pietro Beccari mi accennava ai lavori, alla messa in posa dell’opera. I dettagli li ho avuti dopo: un taglio di marmo bianco delle Apuane sopra Pietrasanta, immagino non distante da quella che fu la cava di Michelangelo, all’interno del sito di estrazione di Carrara – il marmo più pregiato al mondo. Il blocco avrebbe avuto un peso di circa undici tonnellate, un pezzo che Penone aveva già trovato anni prima, messo da parte per un’opera che ne valesse la bellezza. Sarebbe stato sospeso a cinque metri di altezza, nel centro di Largo Goldoni, fulcro del Tridente romano, uno dei luoghi pedonali più trafficati. A reggerlo, un albero in bronzo – tronco e pochi rami esili forgiati in fonderia, ancora a Pietrasanta – una squadra di quindici artigiani lo avrebbe realizzato. Il contrasto sarebbe stato folle: un enorme sasso sorretto da un esile arbusto. Foglie di Pietra sarebbe stato il titolo dell’opera – per mantenerla in sicurezza e renderla solida, si sarebbe arrivati a circa trenta metri sotto il suolo per predisporre griglie e fondamenta capaci di reggerla. Ci hanno lavorato cinquanta operai, per due mesi.

L’altra sera, l’opera era completa e ancora nascosta da una sorta di fiore stilizzato. Una musica alta, i petali si sono sfilati per svelarla. Il marmo e il bronzo: Foglie di Pietra sì è mostrata nella sua imponente fragilità, nel suo spettacolo sottomesso. Era difficile fotografarla, riprodurne la grandezza. Il codice di Penone è preciso: guardare dentro, dentro i tronchi, la forza sta nella venatura interna, libera dalle superfice, dai giri di età, da ogni difesa di corteccia o armatura. L’anima e la linfa reggono ogni peso, ogni fatica.

Foglie di Pietra è una della commissioni artistiche più importanti degli ultimi anni. Ricorda il mecenatismo autentico e imperiale – si tratta di marmo, dicevamo, qui a Roma, un sorriso, Giulio II e Michelangelo – il Della Rovere di Irving Stone – un altro sorriso, stone in italiano, è pietra – un libro, Il Tormento e L’Estasi, che sembra così vicino per storia e vicenda a tutto quanto gira intorno all’opera di Penone e la volontà di Beccari. Il rapporto con la Francia, sostegno e sfida positiva, un comandante italiano visionario – sussistono la dedizione all’arte e la forza del suo messaggio, il talento, la voglia e il coraggio di volere sempre di più, di osare di più, di puntare ancora più in alto. L’avevo già scritto, Maestà e Rinascimento.

Gallo x Augustus

La nostalgia è una forma di energia che a Forte dei Marmi – quando il cielo si fa terso a maggio, il mare si rompe oceanico, le Apuane virano in cristallo – diventa gloria. Giuseppe Colombo e Titti Maschietto sono amici da tempo: due ragazzi, due signori, che sanno cogliere questa gloria da ogni venatura di corteccia, da ogni pino marittimo, da ogni arbusto in Versilia. Pochi anni fa, un tornado ha abbattuto gran parte della pineta: nel giardino dell’Augustus sono caduti trentacinque pini, Titti Maschietto ne ha ripiantati quaranta.

Giuseppe Colombo è l’anima e il motore di Gallo. All’incirca due decenni fa, Giuseppe si trovò tra le mani una produzione di calze scure formali: ne ha creato un modo, prima di un mondo. Calze di ogni colore, a righe – sopra le righe, Giuseppe ha richiamato rondini, fiori, ventagli e palme, ininterrottamente, ieri è già domani. La calza non come complemento al vestire, diventa dettaglio – dettaglio, nel vestire, si sa cosa significhi. Dicevamo un modo, poi un mondo: oltre le calze, sono confezionate cravatte, cappelli, i golf e i golfini, le sciarpe – e certamente, i costumi da bagno.

Questo breve scritto prende spunto da qui: da una linea di costumi da bagno che Giuseppe Colombo ha disegnato e prodotto giocando con righe blu e rosse sul bianco. Questi colori a bande altro non sono che il segno iconico dell’Augustus – l’albergo storico, per tanti (più di tanti) l’unico, il vero albergo di Forte dei Marmi – diretto e condotto familiarmente da Titti Maschietto. Soltanto sull’Augustus potrei scrivere pagine, tra la Cederna e Lina Sotis, ma spero troverò altro momento.

Alle due di pomeriggio, l’ora di colazione di ogni sabato mattina a Forte dei Marmi, sedevamo con Giuseppe Colombo e Titti Maschietto a un tavolo apparecchiato sulla spiaggia, sotto le vele bianche, con i nostri nuovi costumi fradici dopo il primo bagno, e un golf di lana per l’aria di maggio. Ordinavamo un’insalata tiepida di mare, con un poco d’insalata verde raccomandandoci che non andasse a coprire il sapore del pesce: sappiamo bene che per quella sensazione di acqua salata, di arsella pescata ogni mattina, anche se indelebile, serve premura.

Parlavamo di Forte dei Marmi, e anche se era così chiaro cosa stessimo raccontando, le parole non sembravano sufficienti per spiegare agli altri seduti a tavola con noi. Non un luogo, non un mondo, soltanto, davvero, un modo. Le biciclette, il profumo del pitosforo in anticipo sul gelsomino. Il mercato in centro il mercoledì la mattina, le meduse che potevi spostare con le mani nuotando fino alla boa. I pattini di legno colorati. Gli armadi chiusi, gli abiti e le scarpe che ritrovi dalla stagione scorsa, un cotone ruvido, stopposo, reso pesante dall’umidità e dalla naftalina, dal buio dell’ombra che solo a giugno si asciuga un po’, per poi ribagnarsi al primo temporale estivo, con le gocce di una pozzanghera dove cade la luce – soltanto la luce, nessun arcobaleno meraviglioso – niente wow, non vogliamo stupore, qui a Forte dei Marmi, soltanto pace. Forte dei Marmi è un modo di silenzio e amore, di cortesia e rispetto.

Non abbiamo fatto cenno, o rimando, alla Capannina. Non abbiamo raccontato di come un tempo, tra le parole, sorrisi e sospiri, in Capannina restava un profumo di dolci all’una di notte, di soufflé alla crema e al cioccolato, il barman con i guanti bianchi, il gin tonic nel bicchiere di vetro con la foglia di menta, i divani rossi e verdi, la luce soffusa, e le seggiole di rattan. La Capannina era aperta tutta l’estate – oggi se ci passi davanti un lunedì di luglio, trovi il buio. Un tempo c’era Otello, c’era la sfida per entrare – la camicia, le scarpe eleganti, eccezioni per il cuoio da barca. Forte dei Marmi era ristoro di una classe sociale solida nel proprio lavoro, quella borghesia che aveva portato l’Italia al boom – poca aria per arrivisti, per ricchezze volatili o transitorie, per eredità malamente fortunate. L’attuale proprietario, Gherardo Guidi, non ha voluto conservare niente di tutto questo – o forse, più semplicemente, non è stato capace di farlo.

All’improvviso, un temporale sciacquava via tutto. La prima pesca di questa estate, e gli amici del bar di Gino Paoli sorridevano al tavolo affianco, quando ci siamo alzati per portare le biciclette al riparo dalla pioggia, dicendo abbiamo le spalle larghe, a Forte dei Marmi. La nostalgia è una forma di energia. La villa dell’ammiraglio Morin – le lottizzazioni della pineta erano concesse ai comandanti di flotta dalla Regia Marina – la abita Fabio de Michele che vuole un leccio potato ogni anno per non coprire la vista del mare – il leccio si espande in larghezza invece che crescere in altezza (chi legge immagino sappia ricordare come l’ombra del leccio sia l’ombra più fitta che la natura produce attraverso un albero). In bicicletta alla casa di Carlo Carrà, il futurista, il pittore, parte di quella società di arte e letteratura che popolava la pineta dal mare a Pietrasanta – una signora gentile, sua nipote ci ha aperto le finestre dello studio dell’artista: un pavimento di piastrelle rosse e blu e azzurre, su stoffe vecchie gialle, di divani e tessuti ancora ruvidi, piani di tavolo anni Cinquanta in vetro verde.

Vorrei, potrei scrivere pagine e pagine su Forte dei Marmi – l’Augustus, le vie, le siepi e le ceste in vimini, i cicli Maggi e la focaccia dura e salata, le more di rovo – su tutto quanto Forte dei Marmi rappresenti ancora per lo stile italiano – come dicevo prima, ci saranno altre occasioni. Penso sia il senso del giornalismo di moda oggi: riuscire con le parole a riportare le immagini, manipolare memorie, per raccontare la creatività di una casa, di una produzione tessile italiana. La spiaggia, un costume da bagno e i colori delle cabine, un albergo e una dimora famigliare, lo studio di Carlo Carrà e le piastrelle in contrasto, il pitosforo e i gerani rossi sul balcone – a Forte dei Marmi, a maggio, fa ancora un po’ freddo la sera, ai piedi un paio di calze. È così ovvio che questo articolo volesse solo raccontare l’arte di Gallo.

Images from Lampooners

Rubeus Venetia

Text Lampooners

 

Durante i giorni che hanno preceduto l’apertura della Biennale di Venezia, l’atelier di alta moda Rubeus Milano ha presentato una nuova collezione Venetia di borse, scarpe e soprabiti realizzati con i tessuti di Bevilacqua, una tra le più leggendarie manifatture tessili di Venezia, con inserti in coccodrillo, rubini e smeraldi – tutto rifinito e cucito dai maestri artigiani di Firenze. Per celebrare questo grande impegno per il made in Italy sostenuto da Nataliya Bondarenko, direttore creativo di Rubeus Milano, il direttore di Lampoon ha svolto il ruolo di co-host per un dinner place al Gritti Palace, il più leggendario albergo sul Canal Grande da pochi anni completamente restaurato e parte di The Luxury Collection del gruppo Starwood. Al tavolo imperiale allestito nel Club del Doge, si sono mescolate le società moscovita e quella veneziana.

Images courtesy of Rubeus rubeusmilano.com

Video Squarepeople.tv

Thanks to www.thegrittipalace.com

Biennale Arte 2017

Text Ornella Fusco

 

Di abitudine, una mostra prevede con una serata d’inaugurazione il giorno prima dell’apertura al pubblico. La Biennale dell’Arte di Venezia vuole un’intera settimana di mattine con la testa sopra i postumi di notti in giro con scarpe di vernice nera per abiti da festa. Venezia non è un pesce, in questa settimana, ma un salotto: la sagoma della città è la stanza da ballo per sovrane in transito alla ricerca di tempi perduti – riedizioni di Sofia di Napoli, Cristina di Svezia, Elisabetta d’Asburgo. Ducati e feudi che oggi si manifestano su poteri simili per economia ma reattivi per immagine.

 

Martedì sera, due regni dello stesso impero. Per Louis Vuitton sedevano alle due tavole nel salone d’onore del Museo Correr, parte di quello che resta il Palazzo Reale di Venezia, quasi tutta la famiglia Memmo: due sorelle, Daniela d’Amelio e Patrizia Ruspoli, per due generazioni di una dinastia che ha saputo trasformare la furia della società capitolina in un codice di eleganza, arte e understament – tra Londra e Roma.

 

Damien Hirst a Palazzo Grassi. Sussisteva un chiacchiericcio insistente, prima che aprissero i battenti: il riscatto di Hirst in polemica e in declino. Nessuna delusione. Hirst ha ritrovato in fondo all’oceano un relitto di un vascello custode di ori antichi, busti romani, oracoli orientali – inaspettatamente, niente di meno, il primo reperto riproduceva le sembianze di Monsier Pinault. Hirst ha ritrovato nel mare, aggredite da coralli e alghe che ne aumentano la bellezza dei volumi, statue in bronzo di Mowgli e a Baloo da Il Libro della Giungla. Dagli abissi, sono riapparse teste di Medusa stile Caravaggio, ante tempo per l’antichità presupposta; colossi caduti da Rodi – il più grande ricostruito nell’androne centrale del palazzo. Archeologia stonata dal genio. Le fotografie – le opere più vendibili – si basano su un blu oceanico, le sfumature sui volti di divinità indù. Il bottino. Damien Hirst ha saputo giocare sul confine tra storia e finzione, proprio lì dove nasce la definizione di letteratura.

 

Mercoledì sera, per tradizione, Monsieur Pinault invitava in onore di tutto quanto questo. La Fondazione Cini brillava per le finestre di una Versailles riapparsa, sul sagrato, a fondamenta dell’isola. Un agrumeto conduceva all’ingresso – se c’è un Re Sole a questo mondo, lo si trovava sulla porta a stringerti la mano. Tutti i generali del gruppo Kering. Marco Bizzari, alto due metri, a capo dell’ammiraglia Gucci. Francesca Bellettini, Ceo di Saint Laurent, Sabina Belli per Pomellato, Cristiano De Lorenzo per Christie’s, anche questa casa parte del gruppo di Pinault. Uno schieramento, il senso di maestà, tra Charlotte Rampling e l’imperatrice dell’Iran, Farah Dibah. Un gruppo di principesse forse decadute si aggirava per i chiostri: qualche anno fa brillavano per voglia e sorrisi, l’altra sera apparivano più appassite di quanto potrebbe imporre loro qualsiasi età. Senza smalto, vagavano dismesse queste Swan che la sera prima Sotheby’s si ostinava a proclamare iconiche di un’alta società che queste per prime non saprebbero definire.

 

Giovedì sera, Theodor Currentzis è salito sul palco del Teatro Goldoni per la VAC Foundation di Leonid Mikhelson. Ha diretto Mahler, la Sinfonia numero 1. Un’orchestra enorme, più elementi di quanto il teatro potesse contenere. Metà della platea era stata occupata da una struttura per dare spazio ai violini e a tutti gli archi. L’effetto è stato plateale, nel senso più preciso del predicato – in sala, la musica avvolgeva come non siamo più abituati a percepirla in un’esecuzione dal vivo – era potente quanto il suono amplificato dall’ultimo sistema Pioneer. Il ricevimento dopo l’opera, a Dorsoduro – c’era l’acqua alta a Venezia, e sotto alcuni ponti i motoscafi non riuscivano a passare. Un giardino nascosto era stato illuminato a piccole fiamme come lucciole per la regia di Matteo Corvino. Victoria Mikhelson, giovane, bionda, carattere particolare, non ha permesso ci fosse musica in alcun angolo – il rumore dei piatti e della cena ricordava l’ambiente di una mensa scolastica.

 

Venerdì sera, il Gritti Palace. Lampoon invitava insieme a Nataliya e Vicktor Bondarenko in occasione del lancio di una collezione di capi e accessori firmata da Rubeus e realizzati con i tessuti della tessitura Bevilacqua, tra le botteghe più leggendarie di Venezia. Una tavola lunga per cinquanta persone era allestita nel Club del Doge, il vento di primavera girava con vortici gentili sulla terrazza davanti alla Salute. La società moscovita si mescolava a quella veneziana, tra tutti brillavano come brillano sempre, le due sorelle, Viola e Vera Arrivabene Valenti Gonzaga. I broccati rossi con inserti in vetro e pietre preziose secondo l’arte di Nataliya Bondarenko, direttrice artistica di Rubeus Milano, era lo spartito emotivo per i violini – quanti violini a Venezia – i cocktail rosa, pesci di laguna le sfere di cioccolato.

Images courtesy of press office and @sgp Italia 

The Dot Circle 2017 – The Event

Milano, giovedì 4 maggio

The DOT Circle

 

Se hai sofferto puoi capire di Giovanni F. con Francesco Casolo, edizioni Chiarelettere, è il vincitore di The DOT Circle. Ieri sera, giovedì 4 maggio, ha avuto luogo la cena di gala per 100 persone sedute alla tavola del Dot Circle, per la premiazione del vincitore.

Tiffany & Co. ha sostenuto The DOT Circle e l’impegno culturale che il premio persegue, in occasione del lancio della nuova collezione Tiffany City HardWear dedicata alla città, al tessuto urbano cittadino che oggi si vuole intendere come tessuto cerebrale.

Insieme all’amministratore delegato di Tiffany Italia e Spagna, Raffaella Banchero, e il direttore di The Fashionable Lampoon, Carlo Mazzoni, tra gli ospiti intervenuti: Filippo Timi, Asia Argento, Margherita Missoni, Arisa, Arthur Arbesser, Martina Colombari, Matteo Perego di Cremnago, Daniele Calcaterra, Nicolas Vaporidis, italo Rota, Italo Marzotto, Lina Sotis, Gian Paolo Barbieri, LaPina, Lucrezia Rospigliosi Borromeo, Piero Maranghi, Giovanni Caccamo.

Carlo Mazzoni e la modella Chiara Scelsi hanno consegnato il premio all’editor di Chiarelettere Maurizio Donati, che ha ritirato il premio in nome di Giovanni F., che resta anonimo. Andrea Faustini, tra i vincitori di X Factor UK, si è esibito live, pianoforte e voce al termine della cena.

Un ringraziamento speciale a Moet & Chandon e Belvedere Vodka, che ancora e come sempre, sono partner di ogni evento di Lampoon.
Un grazie ai partner tecnici della serata, Alfa Romeo e l’hotel Principe di Savoia. Un grazie Marinella Rossi, per la cena seduta, presso Mari & Co. 

 

The DOT Circle
La Giuria

Maria Luisa Agnese
Asia Argento
Arisa
Gian Paolo Barbieri
Camilla Baresani
Benedetta Barzini
Pier Giorgio Bellocchio
Francesco Bianconi, Baustelle
Giovanni Caccamo
Sandra Ceccarelli
Martina Colombari
Cesare Cunaccia
Denis Curti
Andrea Faustini
Andrea Incontri
La Pina
Luca Lucini
Fabio Mancini
Daniele Manusia
Angelo Miotto
Margherita Missoni
Diamara Parodi Delfino
Diego Passoni
Andrea Pinna
Italo Rota
Chiara Scelsi
Stefano Senardi
Gian Paolo Serino
Pupi Solari
Francesco Sole
Lina Sotis
Filippo Timi
Jacopo Tondelli
Nicolas Vaporidis
Raffaella Banchero
Tiffany & Co. Managing Director Italia e Spagna

 

Carlo Mazzoni
Editor in Chief The Fashionable Lampoon

Digital Visual Wave 

L’arte nelle sue forme contemporanee si diffonde attraverso l’utilizzo dei Social Network con l’illustrazione artistica in formato digitale. Sono stati scelti da Lampoon.it gli artisti che hanno realizzato ed interpretato The DOT Circle.

Illustration by: 

Lucia Emanuela Curzi @ludiary – www.luandme.com
NunoDaCosta @nuno_da_costa_illustration – www.illustrationweb.com/artists/NunoDaCosta
Barbara Dziadosz @barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz
Alina Grinpauka @grinpauka – www.Alinagrinpauka.com
Lena Ker @lenaker – lenaker.com
Alena Lavdovskaya @alenalavdovskaya
Jowy Maasdamme @iseejowy – jowymaasdamme.studio
Holly Nichols @hnicholsillustration – www.hnicholsillustration.com
Maxim Sergeev @sergeev1_maxim
Vin Servillon @findvin
Studio Iva @studio_iva
Mèlique Street @mèliquestreet
Anna Tsvell @anna_tsvell
Poppy Waddilove @poppywaddilove

Photo Marco Piraccini, Giulia Mantovani e Lodovico Colli

Location
Mari&Co. Via Ampola 18, Milan
www.marienco.it

Special Thanks to
Tiffany & Co.
www.tiffany.it – @tiffanyandco

Belvedere Vodka
www.belvederevodka.com – @belvederevodkaitalia

Moët & Chandon
www.moet.com

The Dot Circle 2017

I cinque libri in gara

The DOT Circle 2017

La seconda edizione del premio letterario è dedicato al Doc Fiction, il racconto tra cronaca e finzione. La linea editoriale è curata da The Fashionable Lampoon. L’iniziativa e l’impegno culturale è reso possibile grazie al sostegno di Tiffany & Co.

Quando. Cinque romanzi in gara a partire da giovedì 19 aprile. Il vincitore sarà proclamato il 4 maggio e premiato durante una cena di gala, su invito.

I libri. La ricerca di una letteratura precisa: il Doc Fiction, anche definito come New Journalism – quando la letteratura incontra la realtà.

A seguire i 5 libri in concorso:

Storie dal mondo nuovo, di Daniele Rielli, Adelphi
Trentacinque secondi ancora, di Lorenzo Iervolino, 66thand2nd
Se hai sofferto puoi capire, di Giovanni F. con Francesco Casolo, Chiarelettere
Vivere, di Ugo Bertotti, Fandango
Io sono con te, di Melania G. Mazzucco, Einaudi

Tiffany & Co. sostiene The DOT Circle e l’impegno culturale che il premio persegue, in occasione del lancio della nuova collezione Tiffany City HardWear dedicata alla città, al tessuto urbano cittadino che oggi si vuole intendere come tessuto cerebrale. Le città sono catene di energia, lavoro e bellezza.

La votazione. Aperta a tutti, su questo sito, cliccando il libro scelto sulle schede di questa pagina. Su Instagram, mettendo un like sotto la foto del libro scelto postata su @TheFashionableLampoon il giorno di apertura del concorso – giovedì 20 aprile. Alla votazione pubblica sarà sommata la votazione della giura di The DOT Circle.

I Membri della Giuria.

Maria Lusia Agnese
Asia Argento
Arisa
Gian Paolo Barbieri
Camilla Baresani
Benedetta Barzini
Pier Giorgio Bellocchio
Francesco Bianconi, Baustelle
Giovanni Caccamo
Sandra Ceccarelli
Martina Colombari
Cesare Cunaccia
Denis Curti
Andrea Faustini
Andrea Incontri
La Pina
Luca Lucini
Fabio Mancini
Daniele Manusia
Angelo Miotto
Margherita Missoni
Diamara Parodi Delfino
Diego Passoni
Andrea Pinna
Italo Rota
Chiara Scelsi
Stefano Senardi
Gian Paolo Serino
Pupi Solari
Francesco Sole
Lina Sotis
Filippo Timi
Jacopo Tondelli
Nicolas Vaporidis
Raffaella Banchero

Tiffany & Co. Managing Director Italia e Spagna
Carlo Mazzoni
Editor in Chief The Fashionable Lampoon

Per ulteriori informazioni:
Alberta Vianello
alberta.vianello@memorianetwork.com
+39.02.8707.5680

On Cover Illlustration by Barbara Dziados @Barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz

Inside Illustration by Anna Tsvell @anna_tsvell  – annatsvell.com

Photography Angela Improta @angela_improta – www.angelaimprota.com 

The Dot Circle 2017 – 1

I cinque libri in gara

The DOT Circle 2017. La seconda edizione del premio letterario è dedicato al Doc Fiction, il racconto tra cronaca e finzione. La linea editoriale è curata da The Fashionable Lampoon. L’iniziativa e l’impegno culturale è reso possibile grazie al sostegno di Tiffany & Co.

Quando. Cinque romanzi in gara a partire da giovedì 19 aprile. Il vincitore sarà proclamato il 4 maggio e premiato durante una cena di gala, su invito.

I libri. La ricerca di una letteratura precisa: il Doc Fiction, anche definito come New Journalism – quando la letteratura incontra la realtà.

A seguire i 5 libri in concorso:

Storie dal mondo nuovo, di Daniele Rielli, Adelphi
Trentacinque secondi ancora, di Lorenzo Iervolino, 66thand2nd
Se hai sofferto puoi capire, di Giovanni F. con Francesco Casolo, Chiarelettere
Vivere, di Ugo Bertotti, Fandango
Io sono con te, di Melania G. Mazzucco, Einaudi

Tiffany & Co. sostiene The DOT Circle e l’impegno culturale che il premio persegue, in occasione del lancio della nuova collezione Tiffany City HardWear dedicata alla città, al tessuto urbano cittadino che oggi si vuole intendere come tessuto cerebrale. Le città sono catene di energia, lavoro e bellezza.

La votazione. Aperta a tutti, su questo sito, cliccando il libro scelto sulle schede di questa pagina. Su Instagram, mettendo un like sotto la foto del libro scelto postata su @TheFashionableLampoon il giorno di apertura del concorso – giovedì 20 aprile. Alla votazione pubblica sarà sommata la votazione della giura di The DOT Circle.

I Membri della Giuria.

Maria Lusia Agnese
Asia Argento
Arisa
Gian Paolo Barbieri
Camilla Baresani
Benedetta Barzini
Pier Giorgio Bellocchio
Francesco Bianconi, Baustelle
Giovanni Caccamo
Sandra Ceccarelli
Martina Colombari
Cesare Cunaccia
Denis Curti
Andrea Faustini
Andrea Incontri
La Pina
Luca Lucini
Fabio Mancini
Daniele Manusia
Angelo Miotto
Margherita Missoni
Diamara Parodi Delfino
Diego Passoni
Andrea Pinna
Italo Rota
Chiara Scelsi
Stefano Senardi
Gian Paolo Serino
Pupi Solari
Francesco Sole
Lina Sotis
Filippo Timi
Jacopo Tondelli
Nicolas Vaporidis
Raffaella Banchero

Tiffany & Co. Managing Director Italia e Spagna
Carlo Mazzoni
Editor in Chief The Fashionable Lampoon

Text Claudia Bellante

 

Storie dal mondo nuovo, Daniele Rielli
Ed. Adelphi

Storie da mondo nuovo è una raccolta di dieci reportage che Daniele Rielli ha pubblicato tra il 2014 e il 2016 su diverse testate italiane come IL, il venerdì di Repubblica, Internazionale, e due scritti inediti.

«Il filo rosso che li lega» – spiega Raelli – «è l’esplorazione di due aspetti complementari del nostro tempo: la coabitazione di isole di innovazione tecnologica spinta e di altre dove invece a farla da padrone sono ancora credenze arcaiche e pre-scientifiche». Emisferi opposti, costretti a coesistere a lungo perché l’ambivalenza tratteggiata da Rielli è connaturata nell’essere umano, che da una parte spinge verso la scoperta e l’evoluzione e dall’altro trova rifugio nelle certezze dogmatiche.

Il mondo nuovo di Rielli, che richiama il romanzo più celebre di Aldous Huxley nel quale lo scrittore americano anticipava temi quali lo sviluppo delle tecnologie della riproduzione, l’eugenetica e il controllo mentale, è abitato, tra gli altri, da promotori di startup, pokeristi online, indiani ricchi che si sposano nel Salento e writer. Tutti personaggi che l’autore avvicina e racconta solo dopo un’accurata fase di ricerca. «Devono essere cose di cui conosco i contorni ma di cui vorrei sapere di più, mi interessando soprattutto piccoli mondi con i loro simbolismi, i loro equilibri di potere, i loro linguaggi specifici».

Per immergersi nelle situazioni «l’importante è ascoltare davvero le persone e studiare i documenti con mente aperta, il modo migliore per fare un lavoro pessimo è arrivare in un luogo per confermare una tesi che ci si è fatti prima ancora di partire».

Per riportare poi quello che ha vissuto Rielli lavora sul ritmo e sulla pulizia della scrittura:«provo ad usare una lingua priva dei luoghi comuni giornalistici, che sia in grado di adeguarsi all’oggetto della narrazione, senza iper-semplificazioni e senza barocchismi, che poi sono due facce dello stesso problema. Detto così sembra facile, non sempre lo è. Comunque lo scopo principale per quanto mi riguarda è raccontare una storia nella maniera più efficace, senza tormentare inutilmente il lettore. Se chi ha in mano il libro si chiede, fra tutte le altre cose, anche Come andrà a finire? io sono molto contento».

L’io narrante di Rielli è sempre presente ma, come sottolinea lui stesso, «è rilevante nella dimensione della storia che stiamo affrontando» ovvero se quello che lui sente e gli accade ha un legame diretto con la realtà che si sta raccontando.

Le storie spesso hanno un inizio ma raramente incontrano una fine. L’autore sceglie di raccontarne una parte, un frammento, un intermezzo, fino a che una conclusione diventa necessaria. Ben sapendo però che il punto messo può essere solo di sospensione perché «da una storia non si va mai via davvero: se succedono cose nuove, e in genere succedono quasi sempre, puoi riaprire il faldone e ricominciare a lavorarci sopra».

Text Claudia Bellante

 

Trentacinque secondi ancora, Lorenzo Iervolino
ed. 66tha2nd

Tommie Smith e John Carlos non erano amici da tutta la vita, anzi, uno veniva dai campi della California e l’altro dalle strade di Harlem, uno era pacato, studioso, l’altro uno scavezzacollo. Eppure quella foto li ha uniti per sempre, con i loro pugni alzati avvolti da un guanto nero a sfidare l’America ipocrita e razzista dal podio delle Olimpiadi di Città del Messico il 16 ottobre 1968. Quell’immagine li ha trasformati nel simbolo di una lotta che non è ancora finita e che anzi, ciclicamente ritorna, a fare nuove vittime. Lorenzo Iervolino quella foto l’ha staccata dall’album, l’ha ritagliata dai giornali e strappata dalle copertine dei libri. Se l’è messa in tasca ed è partito per andare a raccontare le vite che ci sono dietro quello scatto. Trentacinque secondi ancora – «il tempo necessario per scendere dal podio e raggiungere gli spogliatoi – nasce dal sentirsi ossessionati da una storia prima ancora di capire se si è in grado di raccontarla. Prima che buttasse giù la prima parola sono passati nove mesi, di studio e ricerca. Sono stato ospite dell’archivio della San Jose State University dove Tommie e John si sono conosciuti e poi ho viaggiato andando a ritrovare i luoghi che gli sono appartenuti». Iervolino parte con l’idea di scrivere un romanzo di finzione ma quello che ne viene fuori è un testo ibrido nel quale inventa dialoghi e situazioni rispettando però sempre la veridicità dei fatti.«Mettere la propria voce è un elemento che ti richiama alla realtà ma io mi pongo come uno scrittore non come un giornalista. Non mi sono mai preoccupato dell’appeal che la storia poteva o meno avere sul pubblico anche perché la lontananza nello spazio e nel tempo è relativa: quell’immagine non ha mai smesso di parlare».

«Quella di Tommie e John è la storia di un’integrazione fallita all’interno di uno stesso paese che per decenni ha riservato agli atleti afroamericani una cittadinanza a statuto speciale, senza permettere loro di godere della ricchezza che generavano con le loro vittorie». Applauditi in pista e sul podio ma ghettizzati nelle aule, nei bar e negli alloggi studenteschi. Obbligati alla gratitudine verso un paese arrogante, convinto di avergli fatto un favore a permettergli di arrivare fino a quella medaglia e che non ha perdonato quel gesto di sfida statuario: la testa bassa in memoria dei troppi yes sir e il pugno che squarcia il cielo urlando la sua dignità.

«Raccontare significa anche decidere cosa non raccontare» spiega Iervolino, ed è per questo che il suo incontro con Tommie e John nel libro non c’è: Avrebbe spostato l’attenzione su di me, su quell’unico momento carico di aspettative, mentre a me interessava dare ai due protagonisti una credibilità atemporale», come fossero un testimone da passare a qualcun altro oggi e domani».
Prime di Trentacinque secondi ancora Iervolino è stato autore di Un giorno triste così felice nel quale aveva raccontato la storia di Socrates, calciatore rivoluzionario nel Brasile degli anni ottanta. «Non mi voglio recintare dentro la narrazione sportiva però in questo modo mi sembra di poter parlare a un pubblico più vasto, che travalica i cosiddetti lettori forti o gli addetti ai lavori. Raggiungo i giovani e gli appassionati, per i quali lo sport è una sintesi di umanità e politica. Credo che la solidarietà e il coraggio interessino a tutti».

Text Marta Abbà

 

Se hai sofferto puoi capire, Giovanni F. e Francesco Casolo
ed. ChiareLettere

E’ un piccolo romanzo di formazione, una storia normale di un ragazzino che cresce. Poteva essere timido, poteva essere obeso, e invece è sieropositivo, ma è, e resta, un romanzo di formazione.

Francesco Casolo, editor e co autore di Se hai sofferto puoi capire ci tiene a precisarlo, ancora prima di raccontare come è nato il libro e come ha conosciuto Giovanni F. il nome che il giovanissimo protagonista si è dato, ispirandosi al magistrato Falcone.
Tutto parte da un blog e dalla voglia del team di psicologi del reparto di Infettivologia pediatrica dell’ospedale Sacco di Milano di«dare possibilità ai ragazzi di raccontare le proprie esistenze e sensazioni». Il libro è «un modo per farli uscire dall’anonimato, senza svelare i loro nomi, ma dando voce alla frustrazione e ai problemi familiari legati all’HIV e anche alla tristezza nel vedere amici e partner che fuggono» spiega Casolo.
Il ‘guerriero’ Giovanni, 12 anni, «mi è stato segnalato come il più adatto per la sua personalità forte, da combattente, e perché aveva appena saputo di essere sieropositivo quindi poteva avere meglio presente come ci si sente e come si gestisce la situazione, e che futuro ci si aspetta». Casolo ha seguito live questo momento di Giovanni e l’ha potuto per questo raccontare ‘da vicino’, senza gli abbellimenti che a volte la memoria regala. Non c’è niente di sfuocato nel racconto di Giovanni F., al contrario ci sono battute, riflessioni strampalate, c’è la voce di un dodicenne senza filtri né censure.
Attorno a lui ci sono altre storie, anche di adulti che continuano a frequentare il Sacco perché, presto orfani, è lì che sono cresciuti. Casolo intreccia le loro vicende con quelle del protagonista mostrando come ci siano molte differenti ragioni per cui si nasce, o ci si ritrova, sieropositivi, provando poi la sensazione comune di ‘sentirsi sbagliati, guasti’.
Frequentando per vari mesi l’Ospedale Sacco «ho avuto l’assurda sensazione che mi vedessero quasi come un salvatore: non ne possono più di doversi nascondere e hanno capito che libri come questo possono essere utili a informare correttamente sui progressi fatti finora nel trattare l’HIV e a far capire che chi si ammala non è destinato necessariamente a un’esistenza di sofferenze e di esclusione.
Lavorando al libro ho trovato molte analogie con l’omosessualità, per come veniva percepita una decina di anni fa. Perché le cose inizino a cambiare, ci vuole qualcuno che ci metta la faccia e che dimostri che si può fare una vita normale. Ci sono invece ancora ragazzi sieropositivi che vengono esclusi dal gruppo di atletica, o lavoratori che perdono il posto».
Passerà, Casolo ne è sicuro, e nelle sue pagine lo si percepisce, mentre racconta di Giovanni F., «un bambino coi baffetti che ha pensieri da grande, anche se non lo è ancora del tutto».

Text Claudia Bellante

 

Vivere, Ugo Bertotti
Ed. Coconino Press – Fandango

Selma arriva in Italia su un barcone, ha lasciato la Siria, è passata dall’Egitto ed è a un passo da una nuova vita. Ma il suo piede non trova un appoggio sicuro e la fa cadere, picchiando la testa durante quell’interminabile viaggio in mare. A Palermo viene ricoverata in un ospedale dove un medico palestinese l’ascolta, la conforta e rivive con lei le sensazioni di chi non ha più una casa a cui tornare, una terra che possa dire sua. Selma muore e la sua famiglia, in quel momento di estremo dolore, quando sarebbe stato lecito e comprensibile richiudersi in sé stessi e sfogare tutta la propria rabbia, fa un gesto di estrema umanità e: decide di donare gli organi di quella donna, madre e sposa. E così la nuova vita Selma la regala a Don Vito – un prete cattolico, che ironia – a Mimmo – un ex militare, anche qui la ruota della sorte ha colpito – e a Maria, madre, sposa e donna, come lei.

Ugo Bertotti racconta quest’intreccio di storie dopo averle ascoltate da vicino. Lo fa con una graphic novel realizzata in collaborazione con l’ISMETT (Istituto mediterraneo per i trapianti e terapie ad alta specializzazione) di Palermo per volere del direttore Bruno Gridelli.«All’inizio avevamo pensato a un’animazione che avesse come oggetto la donazione ma poi il progetto è cambiato. E’ stato un lavoro lungo durato due anni. Di questi i primi tre, quattro mesi sono stati solo di incontri e testimonianze raccolte per entrare nei loro vissuti in punta di piedi» racconta Bertotti che con il medico arabo Hasan Hawad ha stretto un’amicizia che ancora dura e che l’ha accompagnato persino a Malta, a trovare il fratello di Selma e a vedere dove la donna è stata sepolta.

«La difficoltà, per chi fa fumetti come me, è riuscire a dare il giusto peso al racconto utilizzando un linguaggio che invece per sua natura è liberatorio, eccessivo, urlato, nel quale è più importante il segno rispetto al contenuto e stride con concetti impegnativi» spiega Bertotti«Quello di Vivere è un disegno intuitivo, veloce, più che un’analisi profonda, se avessi raccontato in maniera analitica rischiava di diventare noioso. Il colore mi sembrava un’ingerenza, il bianco e nero invece mi aiutava a stare stretto sui dettagli a non cedere alla decorazione» e così Bertotti è riuscito a farci vedere l’invisibile.

«Mi sono preso qualche libertà narrativa, nei dialoghi ad esempio, ma quando i familiari di Selma li ha letti mi hanno detto: Io non ti ho raccontato questo, eppure è così. E’ stata una bella sensazione, voleva dire che li avevo capiti».

«Affrontando storie di questo tipo si entra in una nuova dimensione e quindi il fumetto diventa ricerca sperimentale per trovare un compromesso di sintesi, di asciuttezza, di completezza delle brevi cose che si dicono senza essere freddi. Ma quelle poche parole che usiamo devono essere precise, piene. Storie di questo genere sono dei fotogrammi, delle folate emotive, dei respiri che cercano di descrivere dei frammenti di vita e questi frammenti devono racchiudere l’intera esistenza di una persona».

«All’inizio di questo lavoro sono andato un po’ in crisi perché la preoccupazione era quella di fare una cosa in cui prevalesse l’aspetto medicale. Ho visitato l’ospedale per giorni, l’intenzione era di calcare di più la mano su quell’aspetto però poi mi sono allontanato perché il senso era un altro: raccontare storie di vite che vengono accomunate da un gesto civile, intelligente, generoso. Nella vicenda di Selma c’è un valore simbolico molto alto. E’ come se le rispettive identità dei singoli si siano mescolate e abbiano confluito l’una nell’altra». Dando vita, non c’è dubbio, a esseri umani migliori.

Text Claudia Bellante & Marta Abbà

 

Io sono con te. Storia di Brigitte, Melania Mazzucco
Ed. Einaudi

Ancora non so se riuscirò mai a scrivere la sua storia. Ma sono sicura che, se potrò farlo, sarà solo perché lei sarà stata se stessa con me, e anch’io con lei. Allora io potrò essere anche lei e riuscirò a trovare le parole. E’ questo l’obiettivo di Melania Mazzucco, che lei esplicita sin dalla prime, pagine e del suo ultimo romanzo Io sono con te. Storia di Brigitte: incontrare l’altro e conoscerlo a tal punto da poterne intuire i pensieri, sentire sotto pelle le sue sensazioni e percorrere la sua strada, con i suoi vestiti addosso. Nel caso di Brigitte i vestiti che porta quando arriva alla Stazione Termini, nel gennaio del 2013, non sono nemmeno sufficienti a difenderla dal gelo. Cinque gradi registra Roma quel giorno, la città che sempre immaginiamo assolata, illuminata da un tempo eterno che ci sospende e ci rende immortali. Questo però è un privilegio riservato ad altri, non certo a lei, fuggita dal Congo, torturata per mesi dai militari governativi per aver curato i nemici. Brigitte Zebé, 40 anni, vedova, madre di quattro figli, nel suo paese era un’infermiera e gestiva due cliniche, ora non ha più niente. Solo un paio di jeans blu scuri e una giacca nera. Non sono abbastanza per proteggerla dall’inverno.

«Per capire chi è Brigitte» – afferma la Mazzucco – «bisogna leggere un po’ di pagine perché la storia comincia quando lei è letteralmente una naufragata a Roma. E’ una donna nera, lacera, affamata, che dorme per terra, che non sa perché è lì e dunque è un nessuno».

Melania la incontra e decide di raccontare la sua storia. Lo fa con uno stile asciutto, che non si lascia andare mai a pietismi. Usa parole dirette, che ti permettono di vivere le situazioni, non semplicemente di immaginarle. Se Brigitte mangia dalla pattumiera ecco che anche il lettore ne sente il sapore e lo schifo. Non aggiunge tragedia alla tragedia, perché non ce n’è bisogno, e non insegue i luoghi comuni nemmeno quando ritrae la varietà umana che incontra quella donna, che l’aiuta, la evita, la ignora. Non ci sono né buoni né cattivi, ci siamo noi, con i nostri slanci di comprensione e i nostri momenti no, perché anche se Brigitte è la protagonista ed è a lei che rivolgiamo la nostra attenzione, non è l’unica da avere dei problemi. Io sono con te è un libro denso, pieno di fatti, che riesce in poche pagine a raccontare un’intera vita e ci fa rendere conto che dietro a ogni immigrato, richiedente asilo, profugo (tutte categorie che usiamo generalizzando) c’è una storia che meriterebbe un libro. La Mazzucco racconta Brigitte perché è Brigitte che incontra. Le si avvicina poco a poco e le loro voci si fondono in una narrazione che diventa continua. Senza abbracci, senza una tenerezza ostentata che può suonare fasulla. La Mazzucco rimane fedele all’obiettivo di raccontare, non cerca di guidare il lettore ma lo lascia libero di farsi un’opinione, su Brigitte, sugli stranieri che ogni giorno sbarcano in Italia, sul razzismo che li accompagna. Perché sta a noi, e solo a noi, decidere cosa fare quando il fantasma di un uomo o di una donna ci apparirà davanti, naufragato in una qualunque delle nostre fredde città.

Per ulteriori informazioni:
Alberta Vianello
alberta.vianello@memorianetwork.com
+39.02.8707.5680

On Cover Illlustration by Barbara Dziados @Barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz

Video Directed by @CriSeresini – Diana Film Sudio, Music Here Comes The Wave by Silence is Sexy
Thanks to Milano Porta Nuova CoimaSGR PNSC Vivi Porta Nuova and ACTLAB, Dipartimento ABC, Politecnico di Milano

Inside Illustration by Anna Tsvell @anna_tsvell  – annatsvell.com

Photography Angela Improta @angela_improta – www.angelaimprota.com 

Supported by @Tiffany&Co. – Introducing Tiffany City HardWear collection. – www.tiffany.it

Babylon

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni
Le palme davanti al Duomo di Milano. Babilonia è il luogo del litigio – i Diadochi, i generali di Alessandro Magno si sarebbero dati alle guerre a i fuochi, uno contro l’altro. Versace e Givenchy, Chanel all’attacco delle stelle, Louis Vuitton e Fendi, i loro eserciti, Hermès e la cavalleria araldica, Dolce e Gabbana in pupazzi, Moncler e un’armata scout – questo mondo dove cadono i monarchi e le Regine dall’Acropoli. Bebe Vio alle sfilate di Dior: Maria Grazia Chiuri l’ha indicata come una principessa, il simbolo della forza di ogni donna – qualche mese dopo, è parso così vago vederla a Montecarlo con Valentino. A Milano, intanto, abbiamo una donna adorabile sui suoi tacchi borghesi: la nostra Sally Spectra italiana, fuoriuscita dalla soap per girovagare nella realtà, ancora copiando collezioni della stagione scorsa, attenta a ricordare i giorni della settimana con la maglia.
Nabuchodonosor, i giardini pensili e Mongiardino, quante meraviglie. I lapislazzuli azzurri, blu cobalto di Persia – le porte ricostruite a Berlino. Agrigento, il ricordo di Atene – l’estetica italiana è composta di ricami, segmenti di colori e mosaici di tessuto. Un orecchino Tiffany City HardWear, Lady Gaga scende dal cielo per il Super Bowl. Qui a Babilonia, chi non si evolve si elimina, un re persiano contro l’imperatore dell’universo. Efestione aveva regalato uno smeraldo ad Alessandro: la leggenda dice che lo smeraldo si spegnesse opaco se in vicinanza di una sostanza velenosa, per monito di allarme. Alessandro non si tolse mai lo smeraldo di Efestione – nonostante ciò, un’altra leggenda vuole che Alessandro sia morto di stricnina – quando, stanco di dolore per la morte di Efestione, non si accorse di quella luce cupa nello smeraldo.
Non c’è niente di più internazionale dell’Italia. Tutte le aziende che hanno tolto il presidio dall’Italia per concentrarsi sui mercati asiatici hanno poi sofferto – in Asia vogliono quello che in Italia sogniamo, l’essenza made in Italy resta il primo riferimento mondiale del lusso. Tutte le aziende che hanno declinato la stampa cartacea, convinte di dover puntare tutto sul web, si sono ritrovate nel vuoto. Errore che Dario non avrebbe mai fatto, neanche se già sconfitto. Il see now buy now diventa see now buy never. Le case vendono il lusso, il lusso è il sogno della massa – se la massa non sogna, il lusso non esiste. Chi può, vuole comprarsi quello che gli altri possono solo sognare. Oggi, Tom Ford fa dietro front, mentre Ralph Lauren rimane nel limbo e Burberry si agita. Nessuno si rende conto che questo see now buy now non è niente di nuovo. Non è un’innovazione, non è novità, non è scossa – semplicemente, è qualcosa che esiste da sempre e che abbiamo sempre chiamato couture, con tutti i suoi valori e meccanismi. «Mia madre, una povera donna che confondeva lo chic con il beige», diceva Ira von Fürstenberg.
Alla radio di ogni auto che gira per Babilonia si trasmette una canzonetta che parla del karma degli occidentali. Quasi una filastrocca, ci ricorda che siamo solo scimmie – che anche in quanto scimmie abbiamo più dignità di una massa che produce in fa selfie con il telefonino. Selfies Strictly Forbidden – si legge all’ingresso della città di Babilonia, tra le palme di Los Angeles, Ba Bla Land – non c’è autorità, non c’è stupido muro che Trump possa mantenere di fronte al primo dei monologhi di Meryl Streep. L’intelligenza è tornata di moda, l’arguzia con sostanza – senza diventare manieristica, non maniera, come da Gucci (anche se è vero, Gucci ci piace). Siamo semplicemente stufi di vedere tante fotografie inutili una dopo l’altra, semplicemente, stufi. Abbiamo voglia di tornare a leggere romanzi. I wanna die on Mars, possibly not landing.
Digital Visual Wave. Dalla California, il messaggio è chiaro: Instagram è una piattaforma di ricerca visual. L’arte figurativa è la sintesi e il destino di ogni moda. Il web sarà presto inondato da questi produttori di visual – artisti, disegnatori, graphic designer, artisti digitali, maghi del tridimensionale, fumettisti, pittori, dal New Zealand al South Africa. Avevano un seguito di poche migliaia di followers. Instagram li ha segnati come potrebbe firmarli una qualsiasi agenzia creativa e, come fossero in un portfolio, li ha presentati alle grandi aziende che hanno saputo scegliere quelli per tratto e stile già vicini alla loro estetica, iniziando a commissionarne il lavoro. Nel giro di una settimana, Instagram ha convogliato su questi artisti visuali un following di centinaia di migliaia di followers – con uno schiocco di dita – trasformandoli in Art Instagrammer. Noi siamo tutti a bocca aperta, tra passato e contemporaneo – nuovi, forti, inaspettati. Si chiama Digital Visual Wave, o meglio, noi la chiamiamo così. Nella storia, l’arte è sempre esplosa dopo un’epoca di vuoto: appunto nuovo illuminismo digitale che nasce dal manierismo, stupendo e nostalgico, di Gucci.
Babilonia in fiamme. La marmoteca dell’Accademia delle Belle Arti di Carrara è in riparo. Un’eredità di ambra e avorio, di Edmund de Waal. La mostra Ytalia alla fortezza Belvedere di Firenze. La strafottenza, tu hai gli occhi verdi. Jerry Maguire entra nella stanza – Bridget Jones è diventata più bella, in quel film, dopo tutti questi anni – Tom Cruise inizia a parlare: niente ha senso senza di te, a dirigere l’estetica della mia vita – ma ora basta, ho capito, stai zitto, tu stai zitto – «you had me at hello».

The Fashionable Lampoon Issue 9

Babylon introducing a Digital Visal Wave featured Daphne Groeneveld

Photography Zoey Grossman

Artwork by Nataša Kekanovic @kekartna  @natasa_kekanovic_art 

Animation by Gabriella Cardillo 

#LVxKoons

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

L’altra sera, a Parigi, c’era tutto il potere del mondo. Plauso e riverenza a Bernard Arnauld, personificazione positiva di un monarca. Intorno a lui, il governo di Louis Vuitton e dell’impero LVMH, di cui Vuitton è epitome non solo nel nome – Nicolas Ghesquière, Michelle Williams, Jennifer Aniston – chi lo rappresenta e chi ne rappresenta l’immagine. Jeff Koons firma Maestri, collezione di borse che riporta a Leonardo da Vinci, Fragonard, Rubens, Tiziano, Van Gogh.

Centosessanta persone arrivate da ogni luogo, sedute a una tavola allestita nella sala che è il cuore del museo del Louvre: niente di meno, la stanza che custodisce la Gioconda. Un cuore pulsante, il potere morbido, the Soft Power – come lo definisce Michael Burke – così tanto morbido da confonderlo con l’aria che respiri. Il potere morbido è il potere del commercio, che si è sempre contrapposto a quello dell’esercito, il potere di Venezia nei secoli, di Vuitton oggi. Jeff Koons si è preso il fine settimana, prima di rispondere alla proposta di Bernard Arnault. «Non che la risposta non sarebbe stata affermativa», Koons ha aggiunto veloce. Era in piedi, parlava davanti a tutti gli ospiti seduti e in silenzio, dopo l’introduzione e il benvenuto di Arnault. Il tempo sarebbe servito a Koons per rispondere con un’idea degna. Così prendeva prima forma Maestri: la sostanza è oggi al Louvre – per Louis Vuitton. Notare le assonanze.

Ogni nazione aveva la sua delegazione, non di diritto certamente, ma di estetica e autorità di racconto – bellezza e cronaca, materie prime di oggi. Seduti vicino a Carine Roitfeld, Matilde Borromeo e Antonius von Furstenberg personificano un nuovo costume di aristocrazia: pacati, semplici nella loro quiete, per una parola in più, un sorriso in più – una meraviglia in più davanti all’incoronazione di Napoleone a Notre Dame, in un riflesso blu sotto la Vittoria Alata. Serena Cattaneo, mente e anima di Gagosian a Parigi, raccontava che quella stanza, li dove eravamo tutti seduti a cena, potrebbe salvare la Gioconda da ogni sorta di calamità o bombardamento. Il Soft Power definisce la difesa, il miglior attacco.

Images courtesy of press office

At the Raphaël

Text Carlo Mazzoni

@carlomazzoni

 

Un taxista mi chiede chi è che dormiva qui. È vero, il Raphaël resta uno dei luoghi iconici per la storia politica recente Italiana – quella degli anni Ottanta, una capitale vivace e ambigua, piena di vita e contraddizioni – ma io non voglio tornare lì, a ripetere quella vicenda.

Voglio parlare del glicine, il primo che vedo in fiore questa primavera. Sta fiorendo – ci sono solo petali lilla e tronchi – le foglie verdi arriveranno tra poco, prima intruse, poi incombenti. Conta il preambolo del futuro, non la memoria del passato – qui al Raphaël.

Tornavamo da una festa – in smoking, era martedì sera. L’immagine di quella Roma degli anni Ottanta oggi è nuova nel film di Sorrentino – Piazza Navona e Largo Febo non parlano più di monete, ma di Isabella Ferrari in un appartamento con l’eco sulla piazza. Roma è questo glicine che si arrampica – non su una facciata qualsiasi, ma sulla facciata del Raphaël. La pianta non è potata, è infestante, come la bellezza di Roma. Il glicine sale, le radici, i tronchi vecchi antichi, sale per tutti i piani – una jungla di bellezza intorno a un edificio angolare, irto su uno scoglio cittadino, sopra promontorio con i tavoli per l’estate. Lussureggiante, un dipinto di epoca romantica, passionale, scenografico – sì, come Roma. Entriamo – è molto tardi per esser martedì sera.

Il disegno di Richard Meier. Le balaustre in acciaio splendente. Le camere di legno chiaro, morbido, come le panche di una chiesa di Los Angeles, o le sedute sul ponte di uno Yacht per un giovane Niarchos. Il velluto rosso di una cornice sopra la testa del letto è una virgola, nel moderno, nel pulito. La camera angolare, quattro finestre affacciano sulla via – il glicine si appoggia come a comporre le tende – il glicine continua a salire.

La mattina presto saliamo al sesto piano, per uscire sulla terrazza. Da lì un’altra scala. È ancora freddo per la colazione all’aperto – un uomo sta ritoccando la vernice delle ringhiere. Oltre il balcone, il glicine è in agguato, arrampicandosi in alto. I campanili – intorno – San Pietro, Il Vittoriale, Castel Sant’Angelo. I gabbiani malvagi che mangiano i cuccioli di gatto, i terrazzi estesi come nuove piazze sospese, gli attici sono eufemismi.

Roma è così, come il glicine del Raphaël: sotterrata da una massa infestante di bellezza, profumo e fiori, a proteggere un’anima composta di tubi scintillanti di acciaio, angolare, protesa verso l’alto – quell’alto che a me piace, ancora una volta, chiamare futuro.

Hotel Raphael è parte di Relais & Châteaux, una selezione di oltre cinquecentocinquanta hotel di charme e ristoranti gourmet, gestita da un gruppo di proprietari indipendenti – hôteliers e chefs.
 
 
Images Lampooners and courtesy of Hotel Raphaël Rome www.raphaelhotel.com

Lampoon e le tute per San Vittore

Testo Carlo Mazzoni

 

Ho fondato Lampoon due anni fa. Un giornale, uno strumento mediatico – fino a oggi, le risorse sono state impiegate per creare una testata che le persone riconoscessero, quindi con un buon numero di lettori. Oggi, forte di conferme in termini di numero, Lampoon può calibrarsi sulla dimensione che gli appartiene: quella leggera serietà che fonda la letteratura e che rende credibile ogni impegno.

Lampoon è una parola inglese che può essere tradotta in italiano come libello. Pungente, intelligente. Attraverso l’estetica, Lampoon vuole raccontare il tempo che scorre e la sensibilità della gente. Oggi, dopo l’epoca della sobrietà, la gente sta vivendo l’epoca della serietà – ed è qui che vogliamo ricordarci di come non ci sia niente di più serio dell’impegno.

Una goccia in più cambia il peso del mare. Che sia una parafrasi di Madre Teresa o il ritornello di una nuova canzone di Francesco Renga, questa è la definizione di serietà: una piccola, sacrosanta verità, che vive della propria sincerità indipendentemente dalla considerazione che le verrà accordata dal mondo.

Gli istituti di detenzione trattengono individui pericolosi per la società. Oltre che di detenzione, sono istituti di recupero, e rieducazione. Mi ha chiamato Lina Sotis, attenta e attiva alle tematiche sociali con la sua associazione Quartieri Tranquilli: risultavano necessari nuovi capi di abbigliamento da lavoro, per i detenuti, a San Vittore – Lampoon parla di estetica, di moda, di vestiti – potevamo certamente dare una mano procurando le tute di lavoro a San Vittore.

Abbiamo chiamato Alessandro Moro, che qualche anno fa, insieme ai suoi soci Paolo Restelli e Dado Schapira, ha fondato Adventures, ditta specializzata nella produzione di uniformi e divise scolastiche. A me piacciono le storie precise, quelle che hanno un senso nel loro racconto – che ritrovo qui pensando a un carcere come a una scuola nuova.

Images Enrico Baj, Perso, 1967 from Guggenheim-venice 

The Queen of Milan

Testo Carlo Mazzoni @carlomazzoni   Il freddo scendeva nelle ossa. Milano, senza la sua Regina – Franca – la Franca, come in tanti la chiamavano usando l’articolo. La gente la amava – neanche Franca forse se ne è resa mai conto, nonostante i numeri la circondassero, le code per una firma sul libro. Era una figura che innamorava la grande massa – per il sorriso e la parola che aveva per tutti – ti chiamava Amore se ti conosceva un poco. Mi sono chiesto perché, in una messa in Duomo, con tutte le possibilità di un evento pubblico, l’accesso alla cattedrale era consentito solo su invito. Era temuta – da chi lavora nell’industria della moda. Sorrideva, ti chiamava Amore se forse non ricordava il tuo nome. Ogni competizione aveva un senso se c’era Franca oltre il traguardo – irraggiungibile, certo, ma meta di ogni destinazione. Oggi che non c’è, l’energia è implosa: invece che cambiare direzione, invadere le strade, dar vita alla rivoluzione, abbiamo smesso di correre. Nessuna rivoluzione senza di lei, ma un’implosione. La dama di ferro e acciaio, scrisse Lina Sotis. Circa millecinquecento persone credo siano entrate in Duomo, lunedì scorso. Tante che non c’erano, ne avrebbero avuto diverso e miglior titolo. L’incomprensione davanti al dolore era già sufficiente. C’era Matteo Renzi e il Re di Norvegia, Anna Wintour, tutti gli stilisti italiani tranne Dolce e Gabbana. C’era la classe dirigente, sociale e economica di Milano, c’era tutta la stampa mondiale. Non c’erano blogger, a Franca non sono mai piaciuti – non li chiamava Amore nonostante non avesse mai saputo come si chiamassero. La sua fotografia nel libretto della messa. Nell’incipit, l’arciprete del Duomo, ha confuso il nome di Franca con quello di sua sorella, scusandosi poi e richiamando la buona sorte divina sul legame eterno di una vita. Suo figlio, sua nipote. Tutti noi avevamo una panca assegnata, tutto era organizzato. Rispetto. C’era un punto di calore – la sua amica che a tutti muove durezza, forse antipatia – vicino a Franca no: un sorriso e una voce pacata, lacrime e confidenza – Emanuela, la sua energia fiera. È un’epoca non conclusa, l’età di Franca, Regina di Milano.

Image Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Aristofunk – THE Gala Rave

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Sabato scorso, al Teatro Principe di Milano. Andava in scena Aristofunk, lo abbiamo chiamato un Gala Rave – a metà tra un gala dove ci si veste sopra le righe e quegli scantinati dove si balla musica elettronica. Non volevamo la solita gente, volevamo soltanto quelli che ci piacevano di più – e qualche fan di Lampoon.

Il teatro aveva spazio per 700 persone, noi ne abbiamo invitati 500, sono arrivati comunque in 700 – io avevo paura che ci fosse troppa gente. I drappi dalla balconata erano uno diverso dall’altro – in disordine, di colori diversi – inserti di damaschi. Gli acrobati ballavano nei cerchi appesi ai soffitti. C’erano i tulipani che facevano a pugni con le pareti glitterate – di pugni si trattava – c’era il ring coperto di fiori e tulle nero. C’erano i rossetti nel filo di ferro – per tutta la settimana prima dell’evento, dalla Francia, dalla Germania e dal Texas, sono arrivati i poster degli Art Instagrammer – sono pubblicati tutti qui, in questo articolo – alcuni di questi Art Instagrammer li abbiamo contatti noi, altri sono arrivati spontaneamente, usando l’hashtag #YSLnotInnocent – l’hashtag di Yves Saint Laurent Beautè, che ha supportato la produzione del Gala Rave.

Non volevo il photocall con i loghi di Lampoon, non volevo più il gioco di sentirsi divi – volevo ci fossero gli Aristofunk, non i wannabeceleb, non gli influencer che oggi sono gli influenced. Il photocall è diventato il photo-shot: uno shot di vodka e una foto, sperando ti si rilassasse il volto. Gli shot erano di Belvedere Vodka, che è affianco a Lampoon in tutte le sue feste, fin dalla prima.

I selfies erano vietati. Quelli che mi sono piaciuti meno sono tutti quelli che sono arrivati vestiti senza considerare il codice sull’invito – Tuxedos rock the Peacocks – era una frase insensata che aveva il senso della vanità, della bellezza, del gioco – e anche della cultura estetica. Simone De Kunovich ha suonato per la prima parte della serata, quando le luci si muovevano nei loro colori diversi a un ritmo più tranquillo. A mezzanotte in punto, le luci si sono fermate e accese di rosso – Elisa Balbo ha cantato Your Love di Morricone – in rosso da Dior, il vestito più iconico di questa primavera. Dopo di lei, la musica è cambiata con Joss Moog, arrivato lo stesso pomeriggio da Parigi – e gli acrobati continuavano a volare in aria.

#theAristofunkGalaRave
Milan – February 25th

 

Event Partner Yves Saint Laurent Beautè and Belvedere Vodka
www.ysl.com
www.belvederevodka.com

Special thanks to
Fashion Model Management www.fashionmodel.it
Models @giordanapieri, @chiaranorischiorda, @korlanmadi, @matteoguidarelli, @bibiana.alfonso and  @dilettagomezgane
Ottaviani
T’a Milano
Sofas Divani Chesterlfied
Serikos Collezioni & Tessili S.r.l
Eliana Ziliani, Art Factory Luxury
Boxing gloves www.amazon.it

IED Moda Milano

Event Images Alfonso Catalano @ SGPItalia – Jacopo Raule, Victor Boyko @ Getty, Marco Piraccini, Thomas Daloiso

#ARISTOFUNK MOODBOARD

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Da Maria Antonietta a Caterina di Russia, da Filippo d’Orléans, il fratello del Re Sole, a Enrico di Valois, da Morgana di Camelot ai fratelli Borgia fino a Maria Sofia, l’ultima regina di Napoli. Nella storia, gli aristocratici detengono un privilegio di diritto, e i migliori sono sempre stati quelli che di tale privilegio non hanno tenuto risparmio, in virtù o in vizio.

Oggi non esiste più il privilegio di diritto. Esiste solo un privilegio di intelletto, si chiama talento. Chi lo possiede appartiene all’unica aristocrazia che conta oggi – ma ugualmente a quanto vale nella storia, i migliori esponenti restano quelli che di tale privilegio, il talento, non hanno tenuto risparmio, in virtù o vizio.

Sabato 25 febbraio, al Teatro Principe di Milano, avrà luogo il party Aristofunk. L’evento in occasione della Settimana della Moda di Milano e dell’uscita in edicola del nuovo numero di The Fashionable Lampoon. La famiglia reale di Bangkok e la regina Elisabetta, Hillary Clinton e le dinastie aristocratiche a Washington. La Bella e la Bestia a Versailles, i macaron di Madame de Pompadour e gli Aristogatti. La libertà di pensiero ègentile, il coraggio è una forma d’amore. Le modelle e i pugili sul ring, i rossetti di Yves Saint Laurent, metri di tulle – gli abiti lunghi, i papillon degli smoking slacciati dopo poco. Il buio dell’anfratto, una balconata rosso fuoco, il viola e le pareti di glitter come argento. Velluti, damaschi, sete – i fiori si saranno seccati, i fari blu si muoveranno veloci. Gli acrobati balleranno sui candelabri, la musica spinta, il volume del Teatro Principe. I vestiti sopra ogni riga del pentagramma – strascichi, maschere, trucchi sugli occhi degli uomini, sulle labbra delle donne. Gioielli, baci feroci. Questo sarà l’Aristofunk di Lampoon. Sul sito, nei prossimi giorni saranno pubblicati articoli, video, immagini che comporranno un racconto interattivo – tra il magazine The Fashionable Lampoon e tutte le favole, le ironie, le magie e le suggestioni che gireranno intorno a questo evento al centro della settimana delle sfilate di Milano. Una notte dedicata a tutto quanto abbia ispirato regalità negli ultimi anni, all’unica forma di aristocrazia oggi attuale, che è il talento, a chi ha saputo cercarlo, volerlo e sostenerlo, il talento, alla Moda – e all’unica vera Regina di tutto questo, che oggi non c’è più. Esclusivamente su invito, il Gala Rave Aristofunk avrà luogo al Teatro Principe di Milano, sede di incontri di pugilato fin dal dopoguerra, scelto da Luchino Visconti come set di Rocco e i suoi fratelli. Il Gala Rave Aristofunk Main è realizzato con il supporto di Yves Saint Laurent Beauté. The Fashionable Lampoon #8 uscirà in tutte le edicole, in Italia e nel mondo, da giovedì 15 febbraio 2017 Un ringraziamento speciale a Belvedere Vodka Italia che come sempre è partner di tutti gli eventi di The Fashionable Lampoon. Si ringraziano anche Art Factory Luxury di Eliana Ziliani www.artfactoryluxury.it Serikos collezioni & tessili s.r.l.www.serikos.com Ottaviani www.ottaviani.com T’A Milanowww.tamilano.com

YTALIA

Testo Carlo Mazzoni @carlomazzoni Sabato sera, a Palazzo Vecchio, il sindaco di Firenze Dario Nardella si è alzato in piedi e ha parlato davanti a più di cento persone sedute a tavola nel Salone delle Armi: con un breve discorso ha introdotto Ytalia, la mostra che inaugurerà il 2 giugno – data retorica per una mostra così titolata – al Forte Belvedere. Viene da definirlo cast, leggendo i nomi degli artisti coinvolti: Jannis Kounellis, Luciano Fabro, Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Giovanni Anselmo, Gino De Domenicis, Remo Salvadori, Marco Bagnoli, Domenico Bianchi, Nunzio, Mimmo Paladino, Mario Merz. Una mostra, uno show, ideato e curato da Sergio Risaliti e prodotto dal Mus.e di Firenze insieme al Comune. Dodici artisti per dodici tavoli – al tavolo dedicato a De Domenicis, sedeva Luciano Massari, direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Carrara, dotata di una marmoteca leggendaria, sede di una recente mostra di anatomia umana. Riportava alla lettura de Il Tormento e l’Estasi – il marmo bianco scultoreo della cava di Michelangelo resta il più pregiato per la durezza e la luce dei suoi cristalli, girando poi nelle variazioni di grigio fino allo scuro, fino alla pietra e ai graniti delle Apuane. Se bianco è a Carrara, il marmo verde proviene dalla Val d’Aosta, il marmo rosa dalle montagne spagnole – mentre La Veranda Fabbrica del Duomo di Milano è proprietaria di un’intera fabbrica per la propria fornitura esclusiva. Luciano Massari, oltre alla direzione dell’Accademia, è fondatore e titolare di un laboratorio a Carrara specializzato nella produzione dei lavori degli artisti contemporanei, con tutte le ambizioni e le provocazioni nell’abilità della scultura che per definizione non si possono immaginare. È lecito intuire quanto Massari sarà coinvolto in prima linea nella realizzazione delle opere di Ytalia.

La mostra Ytalia sarà inaugurata il 2 giugno e ospiterà opere all’aperto negli spazi di Forte Belvedere, del giardino di Boboli, di Palazzo Vecchio e di altri luoghi del centro di Firenze. Rimarrà aperta al pubblico fino a settembre 2017.

Images courtesy of press office musefirenze.it

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