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The Fashionable Lampoon
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carlo mazzoni

Dallo Streetwear allo Snobwear

Chiara Hovland – photography Cameron McCool, styling Fausto Puglisi
Chiara Hovland, Andrei Coiana – photography Cameron McCool, styling Fausto Puglisi
Andrei Coiana – photography Cameron McCool, styling Fausto Puglisi

Text Carlo Mazzoni

Facciamo un passo indietro e ritroviamo la definizione di ‘Streetwear’, un abbigliamento sportivo per skate, surf e basket tra spiaggia e asfalto a Los Angeles negli anni Settanta, traslato per il tempo libero ed elaborato dalla community afroamericana nella comunicazione per musica rap e hip hop. Su questa base si mescolano il design giapponese e la sua sperimentazione, una costante rivisitazione della logomania e svariati dettagli di couture parigina. Tutto deve esser appariscente, tutto deve apparire in contrasto e con un tocco di ironia – la gonna a balze con le sneaker e i tacchi scultura sotto i pantaloni da jogging. Chi si veste così dà nell’occhio e i fotografi – appunto di streetwear ­– si eccitano come matti sui marciapiedi fuori dalle sfilate.

 

Fino a poco tempo addietro, scarpe, cappellini, pantaloni da ginnastica e canotte – l’abbigliamento sportivo in genere che compone la base di questo streetwear – è stato proposto da aziende di mass market: Nike e Adidas all’apice di una miriade di brand da grande magazzino. Nelle ultime stagioni le case del lusso li hanno proposti a loro volta sulle passerelle di Milano e Parigi – da Valentino a Louis Vuitton. Da non dimenticare, in parallelo, le edizioni limitate firmate dai rapper, proposte dai brand di mass market a prezzi di alto consumo. In questi ultimi anni, l’interesse della stampa era più legittimo: le tute in cotone plastificato per giocare a pallacanestro, addosso ai rapper e mescolate ai codici del lusso, al fatto a mano, alla ricerca su materiali e alla speculazione grafica erano materia di indagine e ragionamento.

 

La moda ha una regola soltanto: mai stare fermi. Sta nella sua definizione – per moda si intende quello che piace nel momento attuale. L’evoluzione è costante – appena un’estetica si consolida e si codifica, significa che sta per sopraggiungerne un’altra. La prima scossa arrivava a giugno durante le sfilate maschili (da notare che quasi tutti i cambiamenti appaiono prima sulle passerelle dell’uomo, poi su quelle della donna: il campo di azione sulla figura maschile è ridotto, la creatività si sforza e produce innovazione). Più precisamente e come spesso succede, dalla passerella di Prada – dal hype di Prada. Mentre tutte le case giocavano su cotoni elastici e plastici per il salto e il ballo, sport e spazio astronauta, Prada richiamava l’uomo anni Settanta. Pantaloni stretti e cavallo alto, accenno alla zampa, giacche corte quasi spioventi, spalle strutturate, colori umidi, stemmi da college inglese. Argomenti ricorrenti da Gucci, dove però non sono trattati con rigore della forma ma come riferimenti di costume, se vuoi di cultura. Prada è stata precisa in questa estetica: e nel panorama della moda attuale e mondiale, tale estetica affusolata e un po’ rock riporta a un nome – Hedi Slimane.

 

Prendendomi una libertà di retorica, è come se Prada volesse dare un plauso, un’introduzione al lavoro di Slimane, indovinandone alcune possibilità. È quello che tante altre case hanno fatto durante le sfilate femminili di settembre, come se tutti abbiano voluto dare un individuale visione di un Celine rivisto da Slimane, ognuno a modo proprio. Questo si può dire sia il bello della moda: una conversazione di immagini attuale, che coglie l’argomento del tempo e lascia a ognuno l’espressione del proprio punto di vista sul tema. Giornalismo di moda è saper cogliere questa filo conduttore che prosegue e conduce l’evoluzione estetica, segnando ciò che resta attuale e proiettato al futuro, rispetto a quanto viene segnato come superato.

 

Celine disegnato da Phoebe Philo era un riferimento per una donna vestita di volumi, sicura del proprio intelletto e poco interessata a piacere agli altri perché le interessava piacere a se stessa. Si supponeva che Slimane entrasse in questa visione borghese con il suo segno nero, la sua silhouette grafica, la sagoma tagliata, il lucido della notte e della motocicletta – una ragazza per bene e borghese che si fa viziata e superba nella sua educazione, culturale e intellettuale. Il primo è stato Riccardo Tisci a Londra, a dire la sua sull’argomento: la sfilata presentava forse troppe idee, perdendo il punto – ma le prime uscite segnavano una ragazza ben vestita, posata, ordinata – tutto l’opposto dallo Streetwear di cui parlavamo sopra e che il mondo si aspettava da Tisci per Burberry.

 

A Milano, di nuovo da Prada: nella sua rivisitazione di piccoli abiti neri, decolleté di vernice. Fendi nei tubini grafici di pelle, gonne longuette, cappotti e impermeabili di un armadio eterno (anche se qui, alcuni elementi sporty erano ben presenti). A Parigi, l’apertura scura di Dior per una sfilata di primavera è stata forse l’ultima conferma – certo, il fondamento di Dior resta un vestito semplice, ben tagliato, ma le prime due uscite potevano sembrare un tributo alla Philo, così come un vestito over e corto in quello che forse era taffetà, per poi stringersi in vita su gonne spioventi alla petite robe salutando Slimane, e quindi procedere su colori tra il bianco, la crema e i toni scuri. Anche nell’apertura di Valentino si poteva scorgere un segno alle strade di notte a Parigi – mentre tutto questo trovava naturale anche se ambiguamente legittima potenza in un Saint Laurent, che dagli ultimi due anni continua a piacere a tutti, pubblico e mercato.

L’unico che di Celine, della sua cultura e del suo riferimento se ne è completamente infischiato, è stato proprio Hedi Slimane. Come a dire, ha lasciato fare agli altri. Slimane ha presentato solo Slimane – con superbia sicuramente, quasi con spocchia, ha mandato in passerella abiti simili a quelli della sua ultima sfilata di Saint Laurent, ormai tempo addietro, proprio come se niente lo avesse sfiorato.

Oggi che scrivo restano aperte solo domande – d’altra parte, penso sempre siano più interessanti le domande piuttosto che le risposte. Le critiche sia di pubblico sia di stampa sono esplose contro il nuovo Celine (al di là dell’accento, inizieremo a chiamare Celine al maschile?). Si prevede che LVMH disponga molte risorse per il progetto di Slimane – e ricordo le stesse critiche feroci per la prima sfilata di Slimane da Saint Laurent quando poi, alla stagione successiva, tutti ne osannavano il genio e il mercato comprava senza freno alcuno. Una cosa è certa: quello che fa Slimane irrita, ma poi piace. La componente snobistica del sistema moda è dominante: piace quello che gli altri non hanno. Soprattutto oggi, quando il lusso è stato banalizzato e diffuso dalla comunicazione digitale. Slimane conosce le mosse di questo gioco. Quello che l’élite intellettuale vuole è quanto gli altri non hanno – e la storia insegna, quella più antica come quella recente, quanto l’élite intellettuale conduca la massa popolare (è da sottolineare che con ‘élite intellettuale’ non si intendono i ricchi o i figli dei ricchi di qualsiasi parte del mondo, ma precisamente si intende l’élite intellettuale e culturale europea). Scegliendo un claim forse un po’ banale (tutti i claim devono essere banali per essere claim) si potrebbe dire, ‘dallo streetwear allo snobwear’.

Cosa nascerà dal contrasto tra il segno e l’atteggiamento di Slimane e che tante case di moda riconoscono e il successo bombastico dello Streetwear. Non si deve pensare in termini di chi resta, di chi vince e di chi cade – ma bisogna chiedersi come le due estetiche possano reagire l’una con l’altra e come si evolveranno le richieste del mercato. Da notare qui, a complicare il ragionamento, è Nicolas Ghesquière per Louis Vuitton – l’unica casa tra le maggiori ad avere mandato in passerella una sfilata streetwear, forse per sostenere la strategia maschile scelta con Virgil Abloh. Louis Vuitton è la casa con il più alto fatturato annuale, circa nove miliardi, seguito da Chanel e Gucci, sui sei miliardi.

L’ultima domanda. Slimane non ha considerato Celine, presentando solo Slimane. Che sia su questo punto che il vaso di Pandora voglia restare scoperto? Che sia finito il tempo dei direttori creativi e sia tornato quello degli stilisti? Voglio dire: forse non ci saranno più direttori creativi a reinventare i brand, ma semplicemente brand che ospiteranno stilisti. Oggi i brand sono canali di distribuzione, vendita e media, con enormi risorse economiche a disposizione. I brand appaiono simili a broadcaster. Forse alla fine si tratta solo, sempre e comunque, di sobrietà: ognuno fa semplicemente quello che sa fare. Ognuno disegna quello che sa disegnare. Di tutto il resto poco importa – conta la sicurezza in se stessi, una dose di egocentrismo, la spocchia che nasce dalla propria bravura. Si tratta di snobwear.

Black Community supremacy

Diane Dixon wearing a Dapper Dan creation
ph. Stepan Kohli
Surfboard home decor, let's go surfin now – Encinitas California
Fashion tribes - ph. Daniele Tamagni
Off-White Resort 2019 – ph. Viktor Vauthier
Moschino SS1991
Lil Yachty – ph. Stepan Kohli
Gentlemen of Bacongo – ph. Daniele Tamagni
Elbee Thrie – ph. Stepan Kohli
ph. Daniele Tamagni
Off-White Resort 2017 – Fashion show
ph. Stepan Kohli
@surfinginc
Jada Pinkett Smith
Kendrick Lamar
ph. Stepan Kohli

Text Carlo Mazzoni

@carlomazzoni

 

Business of Fashion sembra sostenere che tutto quanto sia a lungo termine poco debba contare: serve cogliere il momento, quanto meno nell’industria moda (l’acronimo Bof in inglese significa il nostro Bla, abbaio di un cucciolo di labrador). Non sempre imparziale – sia sull’argomento digitale, sia sulle case del gruppo Kering –Bof resta indiscutibilmente un’attività di giornalismo che concede spunti di riflessione attuali come poche altre testate riescono oggi. Recentemente David Fischer, fondatore di High Snobiety, firma una rubrica su Bof dal titolo Ear to the Street – per confermare come lo Streetwear non sia un fenomeno passeggero.

La comunità afroamericana ha una predisposizione alla materia musicale (non c’è niente da fare, non siamo tutti uguali): le ossa più spesse e lunghe producono una maggior amplificazione delle frequenze sonore, la morfologia della bocca permette un’abilità muscolare nelle guance e della lingua. Talento in supremazia rap e potenza mediatica: la comunità afroamericana riesce a fare sistema – amicizie e collaborazioni spontanee compattano il gruppo, una tribù digitale nel momento in cui le loro esperienze sono condivise attraverso i propri canali – dal trash della Kardashian al talento di Drake, da Rihanna, a Kayne West. High Snobiety presenta quotidianamente la cronaca di questa collettività.

Virgil Abloh avrebbe potuto fare qualsiasi cosa da Louis Vuitton – non c’è stampa oggi, non c’è rischio alcuno a minare il suo lavoro – appunto, con una comunità come quella sopra descritta a sostenerlo, si annulla qualsiasi timore da un punto di vista commerciale. Non ti serve un esercito, quando hai amici così.

Serve ritrovare la precisa definizione di Streetwear: un abbigliamento sportivo per skate, surf e basket e per tutte le attività tipiche in una Los Angeles negli anni Settanta tra spiaggia e asfalto, traslato per il tempo libero ed elaborato dalla community afroamericana nella comunicazione per musica rap e hip hop, mescolato al design giapponese, e a una costante rivisitazione della logomania e a dettagli di couture parigina. Fino ad oggi gli abiti – scarpe, cappellini, pantaloni da ginnastica e canotte – riferibili a questo Streetwear sono sempre stati proposti da aziende di mass market: Nike e Adidas all’apice di una miriade di brand da grande magazzino. Le edizioni limitate firmate dai rapper, da anni ormai, sono vendute a prezzi abili al lusso – e così, di conseguenza e in epoca recente, le stesse case del lusso hanno iniziato a proporre l’intera estetica Streetwear nell’ambito delle sfilate. Per noi, quello che è interessante osservare, è l’incontro tra questi due mondi – lo Streetwear dei rapper che giocano a pallacanestro con abiti di cotone plastificato – e i codici del lusso: il fatto a mano, una ricerca continua su materiali e tessuti, l’azzardo dei ricami, la speculazione grafica.

Estraneo all’abito formale si dichiara Abloh. Nato nel 1980, cresciuto in Illinois indossando un paio di Levis, direttore creativo per Kanye West fino al lancio della sua prima label, Pyrex Vision – Abloh si presenta da Louis Vuitton non come direttore creativo, ma come direttore artistico. Amico di Dorothy, è stato insieme a lei nel magico mondo di Oz. Una formazione in architettura, la sua prima sfilata per Vuitton è stata un compendio di moda – riferimenti a Margela e Helmut Lang, ritrovando tratti degli anni Novanta, applicati coerentemente ai codici dello Streetwear.

Se per qualcuno sussiste il timore che Abloh possa trasformare Vuitton in un negozio di skate, quello che qui voglio sottolineare è che con questa collaborazione, lo Streetwear è consolidato nel sistema moda come uno standard drive di potere economico. Non si tratta più di argomento di nicchia: si tratta di main streaming regolamentato. I ragionamenti, i processi e le evoluzioni dello Streetwear sono propriamente quelli attivi nel sistema. L’atteggiamento alternativo e ribelle non esiste più: tutto è in ordine nelle vetrine delle vie centrali in città.

Gli Alberghi di Roma

Hotel d'Inghiterra
Hotel d'Inghiterra suite executive
Waldorf Astoria
Waldorf Astoria
Hotel de Russie
Hotel de Russie

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

L’Hotel d’Inghilterra dietro via Condotti, incastonato nella sua posizione davanti a Palazzo Torlonia, è uno degli indirizzi abituali per chi arriva a Roma di frequente. La moquette ricorda il lusso negli anni Novanta, mentre oggi appare in eterna attesa di esser pulita, o meglio, sostituita con un parquet (ricordate sempre, oggi la moquette in albergo definisce una bassa qualità alberghiera). Mi dicevano un tempo che l’albergo era in fase di ristrutturazione, un piano alla volta – forse, un piano a ventennio, in ogni caso un piano a su in cui io non sono ancora capitato, nonostante svariati soggiorni. Le camere sono piccole, in quelle a tariffa base sui 400 euro non c’è un tavolo dove appoggiare il computer – non è onesto – se le regole esistessero ancora, l’albergo non raggiungerebbe lo standard di un quattro stelle. L’ultima volta, un gabinetto non funzionava – mi hanno dato un’altra stanza più grande, senza luce.

Lampoon Agenda è la rubrica di viaggi su Lampoon, sia sul cartaceo che sul sito web, che recensisce alberghi e tappe di viaggi. La nostra ricerca non è concentrata sul lusso, ma su quello che definiamo piacere: qualità di vita, sapienza dell’ospitalità, tradizione italiana – gusto, semplicità, buone maniere e tanto buon senso. Abbiamo recensito alberghi piccoli e quasi segreti come Casa Fantini sul lago d’Orta così come Palazzo Alvino a Sorrento – due esempi dove il piacere di vivere vale il caro prezzo di una stanza a (sì, a volte molto caro). Allo stesso tempo, penso sia corretto su questa, dare avvertenza su quelle strutture che non sono corrette nella categoria che espongono, né sul rapporto qualità prezzo che non supera i minimi di decimale – così, proprio come succedeva un tempo su tutti i giornali.

Il nuovo Eden resta defilato, mal frequentato da blogger discutibili. Indichiamo come peggiore il Gran Melia al Gianicolo: forse un ex convento o un ex prigione, meglio non indagare per prevenzione all’incubo. La struttura propone camere che ricordano celle – non solo per l’ampiezza ai minimi, ma per le finestre ridotte e in alto, tipiche da detenzione, che fanno mancare l’aria a chi non ha mai avuto problemi di claustrofobia. Aprendo l’armadio, trovi le grucce disposte in orizzontale, parallele al fondo – come succede in camper. Scendi per la prima colazione, non fai in tempo a sederti che il maître non ti dice buongiorno, ma ti ricorda che le uova non sono incluse – mentre il cappuccino, fortuna vuole, sì. Le sedie sono dure di Kartell, quelle tipiche di un servizio standard di catering, e da qui un odore anomalo di plastica ti insegue – che tu speri sia stata almeno recuperata dagli oceani.

Dietro uno tra i tanti angeli di Piazza del Popolo, apre l’Hotel de Russie come un respiro fresco in questa fatica. Semplice nell’arredo, lascia parlare il contesto – il genius loci di Roma è quello di una storia universale, giocarci è stata la poesia di tanti fallimenti. L’Hotel de Russie riposa in una hall con volumi ampi e inediti per Roma, bianco e fiori – lo spazio ti permette il respiro, il sorriso. Nel cortile per i tavoli all’aperto. una colazione al sole anche a novembre. Una scalinata di pochi gradini sale in giardino, sul pendio del Pincio. La cucina resta semplice: le mozzarelle, i pomodori, la focaccia. Alcune stanze anche qui possono essere piccole compromettendo il livello dell’intero albergo, ma ce ne sono poche – la maggior parte delle camere è la stanza da letto che vorresti avere a casa tua. I soffitti sono alti, i soprammobili di falegnameria olandese si mescolano a grigi azzurri, pavimenti lucidi a coppale, i beige, la panna e rifiniture in nero. I prezzi certo, sono alti – ma quanto meno, c’è una professione e una serietà.

Il Waldorf Astoria – l’hotel Cavalieri a Monte Mario –  appare come una struttura di Las Vegas: la mole riporta agli alberghi famosi negli anni Novanta, mentre oggi il piacere cerca angoli riservati. Le gallerie di negozi si diramano dalla hall e producono il dejavu. I volumi, le camere ampie come dovrebbero essere in tutti gli alberghi a certi prezzi, le terrazze sul parco, la vista su Roma oltre le chiome dei pini. Una Spa di mille metri quadri con due piscine e ricchezza di spazio – che ti ricordi quale sia la definizione di Spa prima che ogni pozzanghera di cloro ne assumesse le sembianze. Il Waldorf è un albergo americano a Roma, l’unico resort in città – come tale, riporta a quegli anni Sessanta di costume che si continuano a rievocare. Per chi si lamenta del lay out fuori moda, bisogna replicare con una collezione d’arte di mille pezzi, dai caravaggeschi alle statue del Canova, dai mobili del re di Polonia ai pannelli del Tiepolo. Una nota per la scalinata a doppia elica nell’androne: bisogna accorgersene e fermarsi, leggere i contrasti di questo luogo e comprendere come la cultura si gioca sempre su tavoli diversi dal proprio.

Info.

 

Hotel de Russie è parte di Rocco Forte group – insieme a the Savoy a Firenze, e al Verdura, in Sicilia. Nuove aperture in programma.

 

Abbiamo omesso informazioni sugli hotel che non consigliamo.

Nostalgia di moda e cultura

ZEGNA SHOW AT OSCAR NIEMEYER BUILDING IN SEGRATE
ZEGNA MODELS
ZEGNA SS19

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

In Italia, Niemeyer ha firmato la sede della casa editrice Mondadori a Segrate. Maestro di un’architettura utile e funzionale, i suoi edifici testimoniano una evoluzione grafica che oggi appare così moderna da definire la poesia. A metà giugno, Ermenegildo Zegna ha fatto sfilare la collezione firmata da Alessandro Sartori lungo una passerella che attraversa il lago di fronte all’edificio – il pavimento specchiato riportava segni ramati, l’effetto mimava i riflessi dell’acqua.

In inglese ci si riferisce a una sfilata con il termine show anche quando appare forzato chiamare spettacolo un succedersi di modelli con abiti addosso. In questo caso, il termine appariva appropriato. Il set up e la location interagivano con gli abiti: i pantaloni morbidi si gonfiavano sui passi dei modelli come gli archi oblunghi e strutturali, i colori dei tessuti passavano del verde fango dello stagno all’oro della sabbia asciutta sulle rive, per poi salire ai grigi della pietra ei verdi bagnati del prato all’ombra sotto il tramonto – il sole, si rifletteva negli specchi e incontrava l’ocra e l’arancione. Sartori elaborava il codice sportivo sull’artigianalità italiana, senza spingersi nell’esibizionismo, lasciando alla scenografia l’effetto wow e puntando sulla buona fattura degli abiti. Nota a parte per le sneaker, che anche qui erano forzature poco sentite sia dalla casa sia dallo stilista: non diventeranno quei tanto desiderati Hot Item come possono riuscirci con tutta facilità quella prodotte della prima start up di universitari americani, e ci deprimeranno un poco quando le vedremo addosso ai soliti blogger provinciali sotto onorario.

Quel che serve raccontare oggi è come la sfilata di Zegna a Milano dello scorso giugno avesse portato un vento di nostalgia. Si trattava di bellezza: l’interazione tra moda e architettura sopra citata ritrovava quel respiro di un tempo a Milano, quando una sfilata era un mix di mondanità e cultura, di eccentricità e sapienza. Questo crogiolo non c’era tra gli spettatori quasi tutti provenienti dal settore – ma tanto bastava per evocare un’epoca in cui Leonardo Mondadori sarebbe stato seduto in prima fila vicino a Ermenegildo, quando gli scrittori della casa editrice si sarebbero mescolati ai giornalisti, e qualche cantautore socialista sarebbe arrivato con un abbraccio per un giovane Giorgio Gori. Questo tessuto così vivo, oggi non c’è – ma lì da Zegna ne se ne risentiva il profumo.

Poco distante, all’interno del parco Forlanini, c’è un ristorante nascosto tra i tigli, I Valtellina. Di solito è difficile trovare posto. Sotto la pergola, tra le candele e il ferro battuto, la proprietaria raccontava che dalla Mondadori di Segrate non arrivano più clienti come una volta, come se l’energia da lì fosse calata. In risposta raccontavo dello spettacolo cui avevo appena assistito, l’energia – ma la signora restava indifferente. Per la signora, oste di cuore e cucina, esiste la cultura e non la direzione creativa. Esiste un motore inclusivo, quando Mina vestiva Versace e Lorella Cuccarini lo stesso abito di Valentino con cui Julia Roberts avrebbe vinto un Oscar. Il pop si basava su sostanza e talento, oggi purtroppo su selfie sexy. Linguaggi diversi, già – e qui torna la nostalgia, perché ogni tanto la nostalgia fa bene al cuore. Oggi dobbiamo puntare sulla nostra cultura, è il miglior marketing con cui un’azienda possa procedere, anche se tante conferme in questo senso non sono ancora sufficienti ai manager poco capaci. Zegna, con la filata di giugno, è un caso illuminato. Non c’è differenza tra campi, l’energia è una e una soltanto, ed è questa nostra che si chiama Milano.

Grand Hotel Fasano

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Era un sabato di giugno, in tanti arrivavano sul lago di Garda – dal nord, dall’Austria, per abitudine; da Milano e dal Veneto, per gli open di Golf, da Roma per il matrimonio al Vittoriale di Francesco d’Annunzio e Giulia Mazzoni, vestita da Gucci tra farfalle e jacquard – qui si raccoglieva un mix da villeggiatura, da Roberto d’Agostino al Tg5, oltre il pettegolezzo sublimando il trash – fino addirittura a Michael Nyman, maestro pianista compositore, premio Oscar per The Piano, che con Giulia ha collaborato su più brani dei dischi di lei e sulle tournée in giro per il mondo con cui questa ragazza continua a viaggiare per i continenti.

Quel sabato, nel primo pomeriggio scendendo dal Vittoriale, la strada lungolago portava all’ingresso di un albergo che fu dimora reale della famiglia d’Asburgo – il Grand Hotel Fasano si lasciava alle spalle il clamore e il successo di quel sabato italiano, per sedersi a un tavolo apparecchiato all’ombra di una magnolia in fiore, a pochi metri dall’acqua. Le magnolie sono due e poco distanti, i rami si intersecano formando un ombrello di foglie per l’aria fresca. Il vento umido porta il sapore dolciastro e lacustre, mescolato al profumo del sole – il profumo del sole, per chi lo vuole riconoscere. I tavoli in ferro battuto, le anatre, germani nobili, camminano sul prato e sulla ghiaia chiedendo – con un poco di altezzosità – qualche briciola di un buon pane. Quelle magnolie e la loro ombra sulla tovaglia bianca, un piatto di vitello tonnato e una crema di pomodoro e basilico, hanno prodotto un’immagine che è la poesia di una primavera italiana.

Il Fasano è di proprietà dei fratelli Mayr, Olliver e Patrick – forse uno dei migliori alberghi che abbiamo recensito in questa rubrica, Lampoon Agenda. Le stanze affacciano sul lago a est per il risveglio: si intravede l’altra sponda e l’isola del Garda. Una barca a vela solitaria accelera sulla brezza, gli ospiti tedeschi nuotano al largo a loro agio. I cigni prendono il volo – la foschia dissolvendosi, mentre i raggi di luce girano sulla meridiana.

All’ultimo piano, la camera gioca sulle tonalità candide, tra la crema e il beige – c’è una peonia rossa e schiusa. La porta finestra rimane aperta oltre le tende che volano, in terrazzo sono disposte due sedie allungate, ereditate da Thomas Mann o dal principe Rodolfo. Il pavimento in cotto esagonale è tirato con tale abbondanza di cera che sembra coperto d’acqua, lucido come uno specchio, l’essenza del pulito. La mattina, la colazione è in terrazza, le fragole degli orti coltivati sui pendii scoscesi della zona. Il cuore s’innamora come ieri, l’aria delle dieci di mattina attraversa l’ombra dei tigli, dei cipressi, delle palme da lago – di quelle due magnolie in fiore – portando ancora e ancora, il profumo del sole.

Grand Hotel Fasano

Via Zanardelli, 190

25083 Gardone Riviera (BS)

T 0039 0365 290 220

hotelfasano.it

Il Rocker Poeta

Lampoon ha invitato 100 persone su una terrazza che affaccia su piazza San Fedele, poco lontano dalla Scala. In onore di Paul Smith, maestro di colori, designer londinese – aprì il suo primo negozio di pochi metri quadri a Nottingham alla fine degli anni Settanta. In pochi minuti, sir Paul Smith conosce tutti, tra sorrisi e calore, un mix tra Evelyn Waugh e un rocker poeta. Il dj mette la sua playlist – The Clash, Van Morrison. Milano risponde accogliente – questa nostra città che ti abbraccia con il circolo delle Alpi: le cime si vedono nella foschia dell’estate e nel giallo del tramonto.

In tanti sono arrivati, era l’ultima sera delle sfilate di moda maschile a Milano. Il tavolo lungo quasi quaranta metri, decorato con una striscia di fiori e candele, le palle di Allium violacee scelte da WhitePepper. Il cielo è rigato di rosa. Ci sono gli stilisti di talento, nostro orgoglio, Rocco Jannone, Lucio Vanotti, Andrea Pompilio, Massimiliano Giornetti, Andrea Incontri, le dame di estetica e cultura – da Nina Yashar a Susanna Cucco – e tanti altri ancora, dall’artista Emiliano Ponzi all’editore Andrea Rasoli, i fratelli Marzotto, Chiara Scelsi, Francesca Versace. Uno degli uomini più belli del mondo arrivava da Montecarlo apposta, Charlie Siem, il violinista inglese, talento e cultura – c’è un suo video che vale sempre la pena di cercare su Youtube, Scheherazade in Cape Verde. In mezzo a tanti altri, brillavano come sempre sanno e sapranno fare, due sorelle – Giada e Ilaria Tronchetti Provera, che tanto ci ricordano quel modo buono e sobrio di una bella società milanese.

Info e ringraziamenti.

 

Un ringraziamento speciale ad American Express che ci ha sostenuto in questo impegno, tra cultura e moda, americanexpress.com. I nostri partner, presenti e costanti: Moët & Chandon, moet.com; Belvedere Vodka, belvederevodka.com; i vini di Cloudy Bay, cloudybay.co.nz.

Pinaider, per i biglietti di invito – e la dicitura sul lato – printed with love, pineider.com.

Per i fiori, per tutta la loro fantasia e la ricerca, Cristina, Camilla e Lena di White Pepper Studio, whitepepper.it.

Il negozio di Paul Smith a Milano è in via Manzoni, 30 – paulsmith.com.

 

Il terrazzo in piazza San Fedele prende vita tutti i giorni con Taste on Top, al sesto piano del palazzo di fronte alla chiesa di San Fedele. Da lì si può vedere tutto, le guglie del Duomo, i nuovi grattacieli, e nelle serate migliori come l’altra sera, le Alpi d’estate. Taste on Top è un’idea temporary, nata dall’esperienza di Taste of Milano che ospita ogni settimana lo chef di un ristorante famoso. Per Lampoon ha cucinato Massimiliano Mandozzi, chef del CastaDiva resort sul lago di Como. tasteontop.it

Pitti report

PITTI 2018 - BONAVERI, A FAN OF PUCCI
PITTI 2018 - COLMAR
PITTI 2018 - CUCINELLI
PITTI 2018 - FRATELLI ROSSETTI
PITTI 2018 - WOOLRICH
PITTI 2018 - WOOLRICH
PITTI 2018 - TAGLIATORE
PITTI 2018 - CUCINELLI
PITTI 2018 - CORNELIANI
NUOVO STORE GIORGIO ARMANI - FIRENZE
PITTI 2018 - DORIANI
PITTI 2018 - DRUMHOR
PITTI 2018 - GALLO
PITTI 2018 - SERAPIAN

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Un giorno Pitti e Milano faranno team, e le giornate italiane avranno la priorità. Firenze e l’abbigliamento casual e di consumo – Milano e le case del lusso, reti monomarca. Al momento, Firenze cresce, Milano scende – ma le numeriche di American Express, trasversali rispetto al settore moda, danno il secondo in espansione rispetto al primo. Kiton, che solo di lusso vuole parlare, a Pitti non c’è da quattro anni, lasciando i due gemelli de Matteis a raccontare le linee sportive. Numeri, vendite e contraddizioni. Per gli stand, capi e accessori coperti di loghi, rincorrendo Vetements –  ma il logo è il sogno di ciò che non ci si può permettere di comprare. Tutti sognano, nessuno compra Vetmentes.

Da una parte lo streetwear, dall’altra la voglia di vestirsi come un Kennedy a Rhode Island. In un angolo sul lato, sono oggi seduti i Pitti Boys, superata è l’ostentazione in genere. Per chi ha vent’anni oggi, il digitale è scontato come l’aria: l’aria si respira sempre, e mica ci pensi. Non è più, e ancor più non sarà, una questione di selfie per ragazzotti disposti a tutto pur di fingere di essere famosi – vestirsi, in questa epoca di Balenciaga, è una sfida intellettuale sulla quale anche gli imprecisati millennials (semplicemente, i ragazzi più giovani) iniziano a cimentarsi. Pantaloni da rapper per gambe che ballano a Venice Beach, volumi che interagiscono con il corpo senza infastidirlo, i tessuti, grammatura e composizione, dopo un lavaggio o dieci, è argomento competitivo. In sintesi, come claim: si veste da figo chi ne sa di più.

Tra le voci più importanti del piano economico di ogni azienda di moda che si rispetti, c’è ricerca e sviluppo – e questo impegno, in particolare sulla moda maschile, a Pitti si può comprendere. Potrebbe essere uno dei motivi per cui le presentazioni di Firenze, dove si può toccare e studiare i tessuti e le confezioni, stanno prendendo piede rispetto al format di sfilata dove si rimane spettatori a distanza. Stefano Guadioso Tramonte ha spinto Corneliani sulla seta. Lino, cachemere, cotone sono mescolati a percentuali diverse con la seta: cambia la morbidezza, l’assorbimento del colore, la respirabilità, la luce. Lontano sul retro, fuori dal circuito principale, l’angolo di Sease: il progetto sceglie tessuti Loro Piana, in particolare il solaro, per lavorarli a un livello tecnico e impermeabile riferito al mondo della barca a vela. Si provano volumi e riflessi contro il sole e il grigio, da pensare in contrasto con il relax dello streetwear, presentando un’evoluzione di quanto Prada fece con Luna Rossa anni fa.

 


 

Riccardo Grassi annuncia un nuovo format, RG Man: metri quadrati con nuovi marchi sconosciuti. Woolrich si ispira al camouflage, in partnership con Goldwin – heritage americano e tecnologia giapponese. K-Way presenta una tela idrorepellente e antivento su cui sono disegnati i Caraibi con palme e pappagalli. Herno compie sessant’anni: un excursus storico sulle pietre miliari – dall’impermeabile ai capi Laminar – con l’installazione L.I.B.R.A.R.Y, acronimo di Let Imagination Break Rules and Reveal Yourself, nella Stazione Leopolda. Sebago – ex marchio americano, ora parte del torinese Basicnet (a cui appartengono anche Kappa e K-way) racconta le Citysides – i mocassini stringati si ispirano a James Dean, e le Docksides – la scarpa da barca dei paninari anni Ottanta, con variante in suede e tricolore. Giorgio Armani e la collezione nel nuovo negozio in via dei Tornabuoni. Cromatismi – la pavimentazione è diversa in ogni stanza, abbinata ai pannelli di seta delle pareti e ai tendaggi. Grigio, blu e verde smeraldo. Capelli brush back. Roberto Cavalli alla Certosa, a Firenze è nato questo marchio: Paul Surridge ha sbiancato il classico animalier – ma la sfilata è un déjà-vu, descrive cosa era la moda un tempo ma tace su ciò di cui si parla oggi. La fine di un’epoca – anche a Firenze non si trattava d’altro, l’altra sera alla cena di Brunello Cucinelli nel Tepidarium del Roster, (la serra più grande d’Italia costruita nella seconda metà dell’Ottocento): Tomas Maier, dopo diciassette anni, ha lasciato la direzione creativa di Bottega Veneta. @angelicarrara

 

Il «cubista» londinese Craig Green, Menswear Guest Designer della manifestazione, ha sfialto ai Boboli – prendendo poi parte anche a Moncler Genius, alla presenza di Hiroshi Fujiwara che ne è l’autore. La mostra Bonaveri a fan of Pucci – installazioni oniriche e ipercromatiche, mettendo insieme i petterns e i colori intensi del brand con un’armata di manichini, hanno invaso gran parte di palazzo Pucci, nella via omonima. Manichini intenti in mute conversazioni, danzanti in compost ginnici, addirittura incapsulati dentro bottiglie di profumo. Brunello Cucinelli rivisita le proporzioni di giacche e pantaloni con approccio più morbido e un fit vagamente anni Cinquanta e introduce sulla sua palette di greiges e beiges un inedito burgundy. Ermanno Daelli, a due passi da Palazzo Strozzi, ha attirato la nomenklatura locale, dal Sindaco Nardella fino a Renzi, per l’apertura del negozio di Scervino. Paltò di Luca Paganelli sovverte le linee classiche di parka ligi e impermeabili con graffiti urban culture. Druhmor incanta con i mischi di colori quasi poetici di lavorazioni e patterns minuti, impagina righe a forte contrasto, vibrazioni décalé e tartan sapienti, miscela cromie vivaci legate da toni di un rosa intenso, dal viola, dal fucsia. Un oggetto del desiderio è la sahariana-camicia seersucker del napoletano Finamore, che coniuga eleganza anglofila a una leggerezza e a un comfort sportivo, dando vita a giacche di freschezza assoluta off white, verdi, rosso papavero. @cesarecunaccia

Pitti Immagine Uomo, pittimmagine.com

Quella notte a Torino

Text Lampooners

 

Venerdì scorso a Torino, durante le giornate del Salone del Libro, abbiamo segnato i Sessanta anni dalla prima pubblicazione del romanzo di Truman Capote, Breakfast at Tiffany’s. Una novella che trova nella sua rotondità tanta della perfezione letteraria. La mattina, in un’aula di Palazzo Carignano, ha avuto luogo e tempo una tavola rotonda aperta al pubblico: in molti, tramite email e messaggi, si sono lamentati – alle dieci di mattina – impegnati sul lavoro, impossibilitati a esserci, lamentandosi di un orario così poco democratico – ma di Breakfast si trattava, e si usa farla dopo il risveglio. Non c’erano musi, ma sorrisi tra le quasi centocinquanta persone che hanno partecipato, magari prima di andare al Lingotto per proseguire una chiacchiera letteraria.

La sera sì, l’orario comodo per il tubino nero. I locali del Cambio non potevano dare accesso a tutti per questioni di sicurezza. Alcuni tra i protagonisti della buona società intellettuale di Torino – quella così schiva e riservata che il resto di Italia alza il ciglio – sedevano ai tavoli del Cambio in un mix disomogeneo abile a ogni festa: da Carolyn Christov Bakargiev a Dj Boosta, da Cristina Tardito a Massimiliano e Beatrice Marsiaj. Tra tutti, sagace e veloce di mente, brillava per natura propria Evelina Christillin, dama di ferro e fascino, che ricordava Capote antipatico come un ranocchio, e Marilyn Monroe primo casting per il film poi interpretato da Hepburn (algida e per niente sensuale, a sentire Luca Beatrice, eterosessuale granitico e presidente del Circolo dei Lettori).

Breakfast at Tiffany’s è la vicenda di una prostituta di alto bordo che poi è rimasta – grazie a Capote, alla Hepburn e a Tiffany – la donna più elegante della fantasia letteraria – cantando Moonriver con la chitarra sul davanzale di una finestra di New York. L’altra sera, era tardi la notte, qualcuno aveva bevuto un bicchiere di troppo e le note erano stonate sotto i balconi – tornavamo a piedi vestiti eleganti, tacchi alti, giovani e belli come le comparsi di quel romanzo, girando a vuoto e girandoci intorno: Torino e la sua storia, la nostra cultura – il mondo è qui, niente è più internazionale dell’Italia.

 

Un progetto reso possibile grazie a Tiffany & Co.

Parte della programmazione ufficiale
Salone OFF – Salone Internazionale del Libro di Torino

Con il supporto di American Express, che ci permette di raccontare questa storia con energia nuova.

Un ringraziamento speciale a Moët & Chandon, Belvedere Vodka
Coincidenze e dettagli

 

Era il 5 ottobre del 1757 quando davanti a Palazzo Carignano, capolavoro del Guarini datato 1680, un certo signor Vigna ottiene il permesso di costruire un edificio destinato a ospitare un caffè. Caffè del Cambio, forse per via del cambio dei cavalli della carrozza diretta a Parigi, o per allusione al cambio della moneta che si svolgeva nella piazza.

Il 5 ottobre del 1960. Proprio quella mattina fu girata la scena davanti alla vetrina di Tiffany & Co. sulla Fifth Avenue perché, come sanno bene i residenti (e anche i registi e gli scrittori), nelle mattinate d’ottobre a New York luce si riflette con toni di rosa e d’argento sui palazzi.

La sala del Risorgimento e i suoi affreschi del 1875, i marmi di Prali, la foglia d’oro che ricopre le boiserie, i grandi specchi, i lampadari di cristallo entrano così in contrasto con i tavoli e le sedie di Martino Gamper. Michelangelo Pistoletto, l’argentino Pablo Bronstein e l’israeliano-newyorkese Izhar Patkin – hanno allestito i nuovi spazi del Cambio.

Cavour era un habitué del Cambio tanto da avere un suo tavolo riservato dal quale poteva tenere d’occhio Palazzo Carignano, allora sede del Parlamento, ed essere avvertito quando era richiesta la sua presenza in aula, con un fazzoletto bianco sventolato da una finestrella di fronte.

Nel 2013, un miliardario russo ha speso ben 306mila dollari per aggiudicarsi all’asta il manoscritto di Truman Capote.

American Express – la velocità di pensiero e di collegamento, un grazie particolare ad American Express che ci permette di raccontare questa storia americana, in tutta Italia.

Innamorati e scapestrati

 

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Venerdì 11 maggio Lampoon va a Torino – sono i giorni del Salone de Libro – per parlare di un romanzo che per la prima volta fu pubblicato nel 1958, sessanta anni fa. Da quel momento in avanti, una semplice novella ha raccontato al mondo la libertà e l’azzardo di New York.

Nel 1957, David Attie aveva trentasei anni. Un illustratore – locandine, poster, copertine – faceva fatica: i giornali stavano passando dai disegni alle immagini, quando le strade di Soho e del Village erano luoghi per artisti innamorati e scapestrati, umanità varia e cangiante. David si iscrisse a un corso di fotografia tenuto da Alexey Brodovitch – art director e designer, pare sia suo il primo layout in doppia pagina.

David lasciò troppo a lungo i fogli nei liquidi di sviluppo – quando se ne accorse le immagini non erano bruciate, ma molto sovraesposte, troppo chiare. La lezione con Brodovitch all’indomani – David le montò una sopra l’altra, in un gioco di trasparenze e sovrapposizioni, un’idea qualsiasi per salvarsi la faccia. Brodovitch lo intese geniale. Gli commissionò il visual per una novella che sarebbe stata pubblicata su Harper’s Bazar a luglio, un testo di Truman Capote – non male come primo lavoro per un principiante. David ci lavorò due mesi – quando Capote vide il suo lavoro, ne fu felice.

I direttori di Hearst, la casa editrice di Harper’s Bazar, chiesero a Capote di modificare un poco la storia, e il suo linguaggio – era la storia di una ragazza che andava a letto con gli uomini per soldi. Capote obbedì, perché gli piacevano le foto di David Attie. Modificò il racconto – ma da Hearst ripresero a tergiversare – il timore era che Tiffany, uno dei più rilevanti investitori pubblicitari, potesse non gradire l’argomento. Capote diede il racconto a Esquire pretendendo che in ogni caso si usassero le immagini di Attie. Il racconto uscì sul numero di novembre. Si può sorridere oggi, pensando come non sia mai esistita in tutta la storia dell’editoria, una pubblicità più potente di quella che Capote regalò a Tiffany con quel libro. Non solo a Tiffany, ma a Fifth Avenue, a New York in primis e a tutta la bellezza d’America.

Tulipani, giacinti, qualsiasi bulbo olandese – intorno ai tronchi dei tigli, sugli angoli degli scalini, tra vanità di glicini egoisti – che sia una scena di Breat Easton Ellis o Rihanna che scende al Metropolitan – la primavera a New York ti innamora. Le ragazze vanno a letto con tutti tranne che con te, succede così. Sei sdraiato a leggere, su una panchina all’ombra, un campo da basket poco distante, in Sulivan Street. New York – leggerne nei libri, i film, sognare di viverci. Per sognare, bisogna addormentarsi, lasciare che le fotografie schiariscano – un sorriso e una consolazione: la storia più bella resta una novella che finisce sotto la pioggia di un temporale, inseguendo un gatto.

Video
Claudia Bellante

Music
Lancefield

Innamorati e scapestrati

Truman Capote
Breakfast at Tiffany’s
60th anniversary
Salone del Libro, Salone OFF
Palazzo Carignano, venerdì 11 maggio, alle ore 10
Ingresso libero

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Venerdì 11 maggio Lampoon va a Torino – sono i giorni del Salone de Libro – per parlare di un romanzo che per la prima volta fu pubblicato nel 1958, sessanta anni fa. Da quel momento in avanti, una semplice novella ha raccontato al mondo la libertà e l’azzardo di New York.

Nel 1957, David Attie aveva trentasei anni. Un illustratore – locandine, poster, copertine – faceva fatica: i giornali stavano passando dai disegni alle immagini, quando le strade di Soho e del Village erano luoghi per artisti innamorati e scapestrati, umanità varia e cangiante. David si iscrisse a un corso di fotografia tenuto da Alexey Brodovitch – art director e designer, pare sia suo il primo layout in doppia pagina.

David lasciò troppo a lungo i fogli nei liquidi di sviluppo – quando se ne accorse le immagini non erano bruciate, ma molto sovraesposte, troppo chiare. La lezione con Brodovitch all’indomani – David le montò una sopra l’altra, in un gioco di trasparenze e sovrapposizioni, un’idea qualsiasi per salvarsi la faccia. Brodovitch lo intese geniale. Gli commissionò il visual per una novella che sarebbe stata pubblicata su Harper’s Bazar a luglio, un testo di Truman Capote – non male come primo lavoro per un principiante. David ci lavorò due mesi – quando Capote vide il suo lavoro, ne fu felice.

I direttori di Hearst, la casa editrice di Harper’s Bazar, chiesero a Capote di modificare un poco la storia, e il suo linguaggio – era la storia di una ragazza che andava a letto con gli uomini per soldi. Capote obbedì, perché gli piacevano le foto di David Attie. Modificò il racconto – ma da Hearst ripresero a tergiversare – il timore era che Tiffany, uno dei più rilevanti investitori pubblicitari, potesse non gradire l’argomento. Capote diede il racconto a Esquire pretendendo che in ogni caso si usassero le immagini di Attie. Il racconto uscì sul numero di novembre. Si può sorridere oggi, pensando come non sia mai esistita in tutta la storia dell’editoria, una pubblicità più potente di quella che Capote regalò a Tiffany con quel libro. Non solo a Tiffany, ma a Fifth Avenue, a New York in primis e a tutta la bellezza d’America.

Tulipani, giacinti, qualsiasi bulbo olandese – intorno ai tronchi dei tigli, sugli angoli degli scalini, tra vanità di glicini egoisti – che sia una scena di Breat Easton Ellis o Rihanna che scende al Metropolitan – la primavera a New York ti innamora. Le ragazze vanno a letto con tutti tranne che con te, succede così. Sei sdraiato a leggere, su una panchina all’ombra, un campo da basket poco distante, in Sulivan Street. New York – leggerne nei libri, i film, sognare di viverci. Per sognare, bisogna addormentarsi, lasciare che le fotografie schiariscano – un sorriso e una consolazione: la storia più bella resta una novella che finisce sotto la pioggia di un temporale, inseguendo un gatto.

Intervengono:
Luca Beatrice, critico d’arte e presidente Circolo dei Lettori Torino;
Evelina Christillin, presidente del Museo Egizio di Torino, presidente Enit;
Piero Negri, giornalista La Stampa;
Paola Stroppiana, giornalista;
Enrico Remmert, scrittore.

Introducono:
Raffaella Banchero, amministratore delegato Tiffany & Co. Italia e Spagna
Carlo Mazzoni, direttore editoriale di The Fashionable Lampoon

Un progetto reso possibile grazie a Tiffany & Co.

Parte della programmazione ufficiale
Salone OFF – Salone Internazionale del Libro di Torino

Con il supporto di American Express

Un panfilo ancorato a Parigi

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La crociera è un viaggio in un posto esotico, quando si usava partire durante i mesi invernali – in Egitto o per i Caraibi. Il sapore del mare è diverso in ogni angolo del pianeta – lo riconosci tra gli scogli del Mediterraneo, nelle traversate in India con il Duca d’Edimburgo, tra la luce di Gibilterra. All’inizio del Novecento, Palermo era meta esotica per i sovrani scandinavi, una piccola Parigi italiana dove donna Florio faceva eco a quel poco che restava della Vienna asburgica.

Si potrebbe dire che la questione di uno stile da crociera sia stata inventata da Chanel, ma il primato verrebbe ridotto a una questione anagrafica. Chanel mise i pantaloni alle donne – quando pensò di vestirle alla marinara lo fece con un sorriso. Chanel diede inizio alla classe borghese del Novecento, quella del boom industriale e del lavoro come valore – quella borghesia sbeffeggiata in Italia dagli Agnelli, sia a colpi di cassa integrazione, sia per lo snobismo del libro ambientato in una Versilia più bella di qualsiasi terra fuori continente.

Ieri sera, un panfilo transatlantico è apparso a grandezza reale sotto la volta del Grand Palais. Una produzione pari a quella di un colossal hollywoodiano – la maggior parte del materiale per realizzarlo verrà riciclata in ottica ecosostenibile. La musica di un rave di Bali ha dato il segno dell’inizio: lungo il molo ha sfilato una collezione di quasi novanta pezzi. I nomi delle modelle compongono la lista più importante dell’industria attuale – ma da Chanel è solo dettaglio, poco importa, a confronto dello spettacolo.

I vestiti ritrovano le origini della moda per ogni crociera che Coco Chanel pensò la prima volta nel 1919: righe bianche alternate a strisce di blu Mediterraneo. Righe azzurre e sopra la plastica, righe rosse, navy e avorio. Jeans e perle. Abiti lunghi e neri da sera e guanti bianchi. Scarpe basse, baschi in tweed. Occhiali dalle lenti blu come il fondo di Capri. Accostamenti di rosa, argento e verde acqua. Una vecchia canzone di Celentano il molleggiato, sul finale il Go West dei Pet Shop Boys.

Cinquecento studenti visiteranno il Grand Palais per toccare il lavoro degli artigiani diretti da Lagerfeld: sarti e ricamatori, con tecnica fra l’antico e il laser – resta ancora difficile raccontare a parole quello che si comprende muovendo tra le dita la tessitura di qui pezzi di stoffa – se di stoffa si può definire una materia in tweed di metalli, sete, lane, plastiche – lavorati, tirati, annodati, rifiniti e intarsiati.

#ChanelCruise ha sfilato il 3 maggio davanti a un transatlantico ricostruito al Grand Palais.
La collezione Chanel Cruise 2018/19 è stata presentata a cinquecento studenti il 5 maggio al Grand Palais.

chanel.com

Courtesy of Press Office
chanel.com – @chanelofficial

La Madreperla di Milano

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Nel 2000 nasceva Armani/Casa: la morbidezza dei volumi, uno stile lineare, tra lana e lino e i giochi di parole. I colori ispirati ai riflessi dell’acqua componevano divani allungati, monocromatici e sfumati, pareti in damaschi di seta grigia che poi confondi con il cemento industriale, tavoli in legno lavorato ad avorio. L’immaginario di una borghesia che entrando si riscopriva poliglotta. Rispetto a Venezia, Roma e Firenze, i codici estetici di Milano avevano sempre, prima di allora, patito l’architettura fascista: tutto un tratto il mondo li riconosceva moderni.

I negozi di Armani/Casa sono specifici per quei distretti dedicati ai professionisti – solo in tre città aprono vetrine in strada: Milano, Parigi – e Londra da poche settimane, battezzato da Cate Blanchett in vece della Regina. Il dettaglio è un mosaico di madreperla che corre lungo gli spigoli, entra in contrasto con le pareti di stoffa che, come le giacche da uomo, toccano tutte le sfumature dell’oro. I marmi rosa e verdi si mescolano ai grigi, agli arancioni, ai verdi acidi e cangianti, ai blu azzurri della sfilata. In un discorso di moda oggi imperniato sui materiali, sulle pietre e sulle consistenze diverse di tessuto e marmo, questo ragionamento sulla madreperla dedicato ad Armani può segnarne una sintesi.

Oggetti e arredi sono stati presentati in un esercizio di alfabeto. Per ogni collezione una lettera: nel 2006, i divani Traviata, Tristano e Tarquinio, la poltrona Tchaikosky e il puf Talete. Sono poi apparsi in sincronia i tavoli Melrose e le libreria Musa – la collezione della E è quella della foglia in ferro dorato nominata Erika, per lettera L c’è il comodino Larry e il letto Land. Quest’anno, nel 2018, la lettera N – il tavolino Net, la lampada Notte, i vasi Narciso. In pochi si sono accorti di un virtuosismo da collezionista.

Armani/Casa

Milano, Corso Venezia 14 – Italy
Londra, 37 Sloane Street – UK
Parigi, 195 Boulevard Saint-Germain – France

armanicasa.com

Courtesy Press Office

Palazzo Avino

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Le ceramiche a Ravello hanno un disegno a spiga triangolare: petali di girasole o raggi di sole – il sole a Ravello è apparso la mattina di Pasqua, dopo la messa cantata. Padre Angelo stringe il segno della pace con ogni fedele in chiesa, salendo e scendendo la navata tre volte. Parla di luce sopra il buio – e le nuvole si scostano, la volta si illumina. Al termine della funzione, avverte che all’indomani passerà per ogni casa, per ogni abitazione, a conoscere e scoprire i talenti e le cure della gente. Sulla soglia del portone in bronzo, don Angelo ha un ovetto di cioccolato per ognuno di noi.

Una domenica italiana, quella che smuove cinema e poesia per la brama del mondo – la trovi qui, in un paese a quattrocento metri di altitudine, sospeso e a strapiombo sul mare, lungo la Costiera Amalfitana. Una repubblica marinara, un’influenza orientale, da Bisanzio all’Africa, un commercio per nave – ti affaccia sul balcone di Palazzo Avino. La primavera e le gemme sugli alberi, le rose potate, i pini marittimi nei loro colori ombrosi, gli ulivi in argento.

I muri sono rosa. Palazzo Avino è un albergo aperto dal 1997, indirizzo a Ravello, tra Positano e Vietri. All’ingresso un carrello di fiori, sul pianoforte i giacinti rosa, i profumi di Creed nella boutique. I mosaici sui pavimenti, scacchiere geometriche – le ceramiche brillanti sono verdi smeraldo nella piscina prima del bagno turco.

Il casatiello, il pane per Pasqua uscito dal forno, un uovo intatto nel guscio è mescolato all’impasto. I pomodori e le foglie di basilico – i confetti con ripieni di babà. Seduti sul divano, un pezzo di cioccolato – sul tavolo c’è un libro di Slim Aarons, e una retrospettiva di Olivier Theyskens. La camera ha tre grandi finestre, spalancate, le tende volano per la corrente. Le nuvole del temporale corrono ancora lungo i cigli, il mare è mosso – la salsedine resta lontana, in un vortice che ti sfiora la testa, mentre leggi un romanzo di Brunella Schisa sul letto, scrittrice napoletana. Il rumore dell’acqua di una fontana ti risveglia nel pomeriggio, il libro aperto tra le mani. Un po’ di frutta – una pastiera, la cannella e i fiori di arancio e i canditi.

 

Per informazioni utili ravello.it

Palazzo Avino palazzoavino.com

Courtesy of the hotel

Editor’s Letter – Shall We

Sedona Legge in jacket Fendi, shirt Nabil Nayal, headpiece Slim Barrett; Photography Rankin. Caroline Schürch in Pre Fall 2018 Dior Collection; Photography Marie Schuller

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La Corona Ferrea è custodita a Monza. La leggenda dice che uno dei chiodi della croce sia l’anima della sua struttura. Voluta da Teodolinda, incoronò Carlo Magno e i sovrani del Sacro Romano Impero – Napoleone scese in Italia e se la pose da solo sul capo. Una fascia di metallo bizantino, rielaborata nel medioevo, forse può essere intesa come la corona più nobile al mondo – perché anche tra corone c’è differenza, e quasi mai contano le pietre e la mole. Elisabetta II dice che le si sarebbe spezzato il collo sotto il peso di quella britannica – non in senso letterario, ma letterale: durante le cerimonie, la regina è sempre stata ben attenta a placare movimenti anomali della testa.

Affisse alle pareti della London Library, Evelyn Waugh ricopiava le regole di comportamento essenziali: «È severamente vietato scrivere balle con penna indelebile sui margini delle pagine dei libri presi in prestito. Non provocare le signorine impiegate in libreria su vizi promiscui. Se ubriachi, è lecito cadere in un lieve sonno di qualche tempo, ma rimane assolutamente proibito cantare. I fuochi d’artificio sono graditi nella sala lettura, purché divertano i soci onorari senza recare danni consistenti alla struttura». ***

L’eterosessualità un limite, l’omosessualità pure. Dalì e Garcia Lorca a Cadaques nel ’27 fecero smaniare una femmina e vacillare il maschio, portando entrambi a febbre e a desiderio. Roy Strong disegnava i giardini di Versace sul lago di Como, i Vanzina hanno girato Sapore di Mare, all’apparenza una storia scapestrata e senza spessore, in realtà un ballo con Virna Lisi fu la sintesi di un periodo che neanche si concluse e già produceva nostalgia.

Il sacro e il profano di Bocca di Rosa, cantata da Anna Oxa. Il mio confessore è mancato questo inverno. Un signore anziano, malato di ogni fatica – cuore, occhi, oncologia. Sotto controllo, ma in logorio costante. Andavo a casa sua per un’iniezione intramuscolare di vitamine o farmaci – io resto un medico – e per confessarmi in salotto. Gli dissi che mi sarebbe piaciuto andare a letto sia con Alain Delon sia con Romy Schneider – il confessore fino all’ultimo si applicò nel suo mestiere, portarmi all’interno della convenzione e tralasciare lingue, mammelle e inguini.

Come nelle migliori storie d’amore, non bisogna andare d’accordo su tutto. Le posizioni sono agli opposti, ma il dialogo è ciò che conta. Un litigio, un punto di vista diverso, una rigidità: niente mette a repentaglio una relazione forte, un matrimonio vero. Abomini del passato, precetti patetici, codici, istituzioni – quando sei innamorato, lo sai bene anche tu, niente conta. Dal pulpito, ai Ronchi in provincia di Massa, il parroco cominciava l’omelia: «La prima lettura lasciamola perdere che è deprimente, chi l’ha scritta soffriva di cattiva digestione».

L’oro e Bjork, le madonne del Trecento e Mies van de Rohe. Rankin ha ritratto una regina inedita, un mix tra «Shall we» di Claire Foy e le agitazioni di Cersei Lannister. La mostra del Met di maggio è stata presentata a Roma insieme al cardinale Ravasi – gli abiti di Capucci troveranno nuovo lustro a New York. Le foglie d’oro della Hall del Faena a Miami – in piazza Meda c’è la ruota di Pomodoro, la sintesi di Milano potrebbe essere la stilizzazione di una maschera fenicia trafugata in terra dei Maya.

La letteratura diventa stoffa, la pop art trova Kenzo, Dalida, Boris Vian e Juliette Gréco e Marie-Hélène Rothschild nel suo palazzo su l’Ile de Saint Louis. Per Saint Laurent e per Lagerfeld, gli amici sono un continuo stimolo estetico, un laboratorio di azzardi e coraggi. Moltiplicatori di fantasia, disinibizione e libertà. Un amante, una passione passeggera – dalla gelosia nasce la tensione che diventa creatività, instabilità mentale, fisica. La felicità non è la priorità, così come non lo è la salute e la tranquillità. Morire, decadere – sempre e solo bellezza.

***
«Never write “balls” with an indelible pencil on the margins of the books provided. Do not solicit the female librarians to acts of unnatural vice. When very drunk it is permissible to fall into a light doze but not to sing. Fireworks are always welcome in the reading-room but they should be of a kind likely to divert the older members rather than to cause permanent damage to the structure».

 

From The Fashionable Lampoon, Aprile 2018, Issue 13.
In tutte le edicole dal 19 aprile.
Abbonamenti e acquisti online su Lampoon.it

Relais San Maurizio

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La pioggia era forte a Milano, stai uscendo ad Asti – i colli si fanno aspri, le gomme si arrampicano e si divertono nelle Langhe. Castelli, torri di guardia – il Medioevo resta di moda. Un monastero le cui mura raccontano storie di monaci fin dal primo millennio, oggi è il Relais San Maurizio. Un gatto rosso non è castrato, di taglia piccola. Ci guarda con spocchia, fino quando non ci avviciniamo e il gatto realizza che può essere un passatempo, fare un giro con noi. I versanti sono ripidi, il parco è su un altopiano frastagliato e movimentato – il gatto ci indica un tronco di quercia – il cartello dice di sdraiarsi sul legno per sentire le vene dei secoli lungo le vertebre della nostra schiena. Un altro segnale indica la via dei monaci – querce, ulivi e cipressi, il sentiero è stretto tra cespugli potati. I profumi si mescolano nei giorni, prima che tra le stagioni. L’orto è protetto in una serra, per le erbe medicinali – ti aspetti di vedere una biscia nascosta.

La pioggia ci accompagna dentro stanze e camini accesi, fuori la foschia, dentro una scacchiera – le pareti affrescate, alcune a volta, qui il gatto si rifiuta di entrare, resta all’aria aperta, snob. Scendiamo le scale, in cantina non sai contare le bottiglie così come le venature della quercia in giardino. I migliori clienti le lasciano lì a invecchiare, dove l’umidità è controllata dai mattoni. Scendi nelle grotte del monastero – qui vivevano i monaci – oggi trovi vasche di acqua salata. Il potere termale prende forza dai minerali che si sciolgono e si mescolano – la prima vasca ha una densità già più alta di quella del Mar Morto: ti immergi e il corpo resta a galla, la pelle sfibrata intorno alle unghie un poco brucia. La seconda vasca è carica di magnesio, disinfettante – provi ad appoggiarne qualche goccia sul volto rasato. Fai fatica a tenere le gambe in verticale, l’acqua ti porta a galla con forza. La sauna è scavata nella roccia, colma di rami di rosmarino che scottano in profumo.

Di notte, suonano come stonature alcune voci del menù di un ristorante stellato per una ricerca di sofisticazione che qui diventa retorica – in un luogo che fu un monastero, dove ti aspetti la stanza piccola e spartana che trovi, dove ti svegli percependo il vigore delle radici, il sapore della terra, la ruvidità della pietra – e lontane, remote restano le assurdità in città.

Relais San Maurizio
Relais & Chateaux

Località San Maurizio, 39, Santo Stefano Belbo CN – Italia

800.15.63.00

info@relaissanmaurizio.it

relaissanmaurizio.it – @relaissanmaurizio

La forza di Versace

Johnny Zander, Jason Lewis, Naomi Campbell, Kristen McMenamy, Sascha, Christina Kruse and Trish Goff, New York, December 20th, 1995, Versace Home Spring/Summer 1996 – Ph. Richard Avedon, © The Richard Avedon Foundation

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Irregolarità contro simmetria, l’esotismo del set e una citazione dell’antico, la Magna Grecia, Delacroix e la decadenza di D’Annunzio, pop art, memorie neoclassiche e costumi da calcio americani. Una natività bizantina diventa Madonna la cantante. Non esiste il senso di colpa. Ella Fitzgerald, Patty Pravo su Tripoli, Sergio Bruni e Gloria Christian. Molteplice invece che unico. More is more. Barocco, Pop Up, Western in pelle selvaggia e frange, la Scozia in mini kilts, il demin, la stampa leopardata, i glitter – il Neo Barocco. Quanto è stato inventato da Gianni Versace, tanto è stato definito da Donatella Versace.

La semplicità della luce, un vestito di lamé, scintillante argentato. Le stampe si producevano in quadricromia – Versace è stato il primo a stampare con diciotto colori, a volte addirittura venti. Andy Warhol diede a Gianni il permesso di usare i suoi quadri su vestiti. Gianni Versace era ossessionato dal futuro, perché era un maestro di sartorialità antica. Le mani di Maria ritornano nella memoria di Gianni – come in quella di Donatella, è lecito pensare. Maria era una donna semplice che aveva qualcosa di magico nelle dita di artigiana, abili e nervose: la tradizione vecchia di secoli che dava vita a rilievi, trafori, arabeschi, trasformando le perle, i jais e i cristalli in cascate, fiori, e fogli in bassorilievi di ricamo. I viaggi a Messina, le vacanze in Aspromonte o al mare, Bagnara, Seminara e Scilla – i lavori di Maria sarebbero restati un riferimento per ogni nuovo campione di ricamo. Un disegno di Karl Lagerfeld ritrae Anna Piaggi, vestita con un mix di Chanel e Versace. Karl era il suo maestro, Anna la sua amica, tra ammirazione e talento in reciproco scambio – un disegno che sintetizza il concetto di moda e decorazione di un intero secolo. «I knew if I was going to do it, I had to do it full-on» – ha detto Donatella Versace introducendo la sfilata tributo a suo fratello, lo scorso settembre.

Donatella ama le persone che le dicono cose che non capisce. Donatella vive in un mondo suo, in un’intimità famigliare protetta, in un racconto dolce di dettagli. C’è Audrey, il suo Jack Russel. C’è un anello indiano che le ha regalato Allegra. C’è l’orgoglio per suo figlio Daniel, l’erede della collezione d’arte dello zio – Daniel oggi vive a Londra facendo il musicista. Senza concedere alcun cenno al privilegio della sua provenienza – tanto da sorridere, quando un suo amico gli disse che forse era riuscito a trovare due inviti alla sfilata di Versace, e chiedendo se gli sarebbe piaciuto andarci con lui.

La capacità di Donatella nel coinvolgere nuovi stilisti – futuro, cambiamento, nuovo talento. Le collaborazioni su Versus di Christopher Kane, JW Andreson – Salehe Bembury per le scarpe. Una continua ricerca di nomi nuovi – Lee Broom, Billy Cotton. Donatella è apparsa nella campagna di Givenchy, ed è stata la prima volta che una stilista di una grande casa ha prestato il suo volto per un brand in ogni caso competitor. Donatella è visionaria, conferma la sua forza di cross mind, la capacità di infischiarsene, di fare tutto quello che un desiderio muove – ovvero, l’unica vera chiave per il lusso. Alessandro Michele, Pier Paolo Piccioli, Anthony Vaccarello seduti per lei in prima fila. La capacità e la voglia di fare squadra. La casa Versace è indispensabile alla crescita di Milano, in bilico per colpa di una Camera della Moda debole, per la recente scomparsa di Franca Sozzani che – appunto, insieme ai fratelli Versace – tanto ha dato alla costruzione di Milano Moda. «I want to work together, support each other and make fashion a true global community» dice Donatella su The Guardian. «My name is Versace – I don’t know how to do things quietly, that is just my blood and my family».

Gianni nacque otto anni prima di Donatella. Un fratello maggiore ma non solo. «Ero la sua bambola e la sua migliore amica. Mi vestiva come voleva lui. Mi veniva a prendere e mi trascinava via dalle discoteche e dai club fin da quando avevo undici anni. Lo adoravo. È stata la parte migliore della mia vita». Donatella ha riaperto gli archivi: diecimila metri quadri a Novara, che conservano circa tredicimila pezzi firmati Versace. Le stampe, i leggings sono più che mai attuali. A Donatella poco importa del design, interessa il fit. Tutto deve esser provato, tutto deve star bene addosso. Una donna si deve sentire meglio, si deve sentire impenetrabile, sia in una 38 sia in una taglia 46. «Women! Women have the courage, you see. We need more women in politics, more women CEOs. Women becoming top models, that’s not enough».

Una corona reale e un microfono, il rock, l’underground. Tutto è glam, tutto è possibile. Classic e funk, Michael Jackson, metallo, tessuto che splende, blady, tattweed. La foga e fobia da first row, il glam nel senso più esteso, il metal mesh cocktail dress – Elizabeth Hurley non sarebbe diventata così famosa senza quel vestito puntato con spille da balia alla prima di Four Wedding and a Funeral, al fianco di Hugh Grant. A Londra, la regina vietò a Diana Spencer di presentare il libro Rock and Royalty – ma la regina madre compariva fra le pagine, in una foto di Cecil Beaton. «Valentino è il sarto che mi piace di più» disse il principe Carlo, «e lei non è il principe che mi piace di più» rispose Versace. Andre Leon Talley scriveva che per capire Versace bisogna riferirsi all’estasi pittorica: Fragonard, Jacques Louis David, i manifesti cinematografici, l’iconografia religiosa, l’art decò. Vestire Versace significa credere nella tensione drammatica, un modo che è allo stesso tempo wagneriano e warholiano. Un particolare delle Sabine del 1799 conservato a Louvre diventa una gonna, una fodera di una gonna, un’immensa gala. I nettuni nudi e le fontane di Versailles, dentro ci sono i coccodrilli – è una seta del 1993.

Le immagini di Avedon e Weber scattate per Versace hanno ritratto un’energia infinita, ossessionante: un uomo sensuale, sfacciatamente ammirato, da Querelle de Brest. Un maschio ha per primo se stesso come oggetto d’amore – poi, forse, la donna o altri uomini. Immagini provocanti fecero smaniare una femmina, vacillare le sicurezze di un maschio etero. La tentazione fra Dalì e Garcia Lorca a Cadaques nel ‘27, abbracciati, amanti coinvolti in un rapporto non esclusivo. Una meraviglia globale. Il sesso non fu più implicito. L’eterosessualità fu un limite, l’omosessualità pure. Niente paura della morte, niente paura di una malattia che arrivava da San Francisco. Potere, folgore e violenza. New York. È tutto subito. Arte, transavanguardia – i rumori del ristorante di Mr. Chow, le chiazze di colore, Dine e Calder. Madame Grès trovava posto al Metropolitan. Chic and shock: Diana Vreeland non tolse gli occhi di dosso a un ragazzo che controllava i vestiti un momento prima della sfilata. Andò a sedersi, alla fine applaudì e un po’ s’innamorò.

L’alfabeto per gli dei e Roberto Calasso, i libri con Leonardo Mondadori, le case disegnate da Renzo Mongiardino. Uno specchio magico – scrive Hamish Bowles – le corti di Luigi XVI e di Napoleone III, gli abbandoni di Poiret, Bakst e Klimt, la decadenza di Otto Dix. Millicent Rogers mescolava la sua identità americana con il genius loci del Messico. Versace ha sempre saputo usare la storia, reinventandola una volta in più. Gonne ampie da Impero Austro Ungarico, in un ritratto di Worth, mescolate all’Antica Grecia e restituite a un futuro costante. Si tratta di moda italiana. Versace firmò i costumi per Capriccio di Richard Strauss nel 1991, alla Royal Opera House di Covent Garden, lo spettacolo sponsorizzato da Goldman Sachs – era il 1991. Marsine, redingote – ricami glitterati, ultra-colorati. «Il potere del brand Versace nel mondo è molto più alto di quanto potrebbe emergere dal potere di vendita attuale della casa», dice Mario Ortelli, senior luxury goods analyst a Sanfrot C. Bernstein. Il brand Versace è tra i primi ranking della consapevolezza mondiale, insieme a Coca Cola e Google – che per un’azienda di moda è effettivamente un asset inaspettato e dal valore – quindi, dal potenziale – inaudito. Oggi il nome Versace è una delle parole più famose al mondo – grazie a Versace, se arrivi in Texas e parli di Milano, la gente ti risponde sulla città della moda.

Naomi spaventava le altre dicendo che la passerella era scivolosa, così le altre camminavano incerte, mentre Naomi sembrava una pantera. Mimmo Rotella e Turandot – Proust sempre e comunque. Se c’è uno scrittore che più d’altri può essere rapportato a Versace, è proprio Proust: per quella invenzione assurda di manipolare il tempo, di giocare con la memoria, di andare avanti e indietro a una velocità che è puramente umana, la velocità di una sinapsi neuronale. «Quel che si è fatto si rifà continuamente», scriveva Proust, appunto. La fantasia di Versace è sconvolgente, stravolgente – ed è normale che l’unica colonna possibile sia quella canzone, Freedom, urlata a squarciagola – come se a cantarla fosse Julia Robert in Pretty Woman. Prince e Picasso – quelle scene tratte, niente di meno, dal Parade con cui Cocteau stupì Diaghilev. Insieme a Maurice Béjart, Versace portò il teatro nelle strade, negli aeroporti, nei ristoranti: ogni donna era un ruolo per Greta Garbo e ogni maschio poteva essere interpretato da James Dean. Perché in fondo, cos’altro è il successo? Cos’altro è una città? Cos’altro è Milano se non il sogno di ambizioni, stupori e colori che quest’uomo trasportò nel mondo? Una macchina della polizia si fermava davanti al Pio Albergo Trivulzio, Craxi smetteva di eccitare l’Italia. Gianni Versace osservò semplicemente come la cravatta non fosse più un simbolo per bene, se la indossavano anche i banditi. Is this the real life or great fantasy? – la canzone fece esplodere i magistrati del tribunale.

Dinner parties, biggest dramas and fights, biggest love. Via Gesù è un centro energetico – come nel corpo umano, dentro le viscere cui nessuno ha accesso, dentro le cave delle arterie, le anse della linfa – la pulsazione si espande ovunque, per tutte le vie e le strade. Così è via Gesù, per Milano, un cuore che pulsa. I vetri dei negozi, le pozzanghere, i cofani delle macchine – sono tutti specchi che riflettono la vanità di un solo ragazzo. La vanità è la migliore fra le virtù. Elton John regalò a Gianni un pianoforte, glielo mandò al lago di Como. Frank Moore scrisse un racconto – le parole, gridate e impazienti, voglio ballare, voglio ballare. Clemente, Rotella, Paladino, Matta disegnarono meduse per Versace. Miami, quella fine. Naomi Campbell, vestita di rosa, scese la scalinata di Piazza di Spagna, le lacrime agli occhi. Fu la conclusione di un millennio di bellezza.
Le parole di Gianni: «Ho tante cose da scoprire, e ho sempre paura di non fare in tempo. Sono uno che non si ucciderebbe mai. Penso di essere stato fortunato, chi avrebbe mai detto che —

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

Aman Venice

The Mirror Lounge of Aman Venice Hotel

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

L’Aman Hotel ha trovato sede in uno degli edifici storici di Venezia. Con una mole e una metratura propria di un palazzo politico piuttosto che di una dimora privata, Palazzo Papadopoli affaccia sul Canal Grande nei pressi di Rialto. Appartiene tutt’oggi alla famiglia Arrivabene, che si è ritirata nel sottotetto – no, non si tratta di pianti per Cenerentole inconsolabili, il sottotetto racchiude un appartamento di due piani, con volte e volumi e angoli moderni. Dando luogo all’accordo con la collezione Aman, il restaurato è stato possibile in gloria: la facciata ha ritrovato un bianco latteo che si staglia nella decadenza della laguna, gli stucchi hanno scelto vigore e luce, le foglie oro sulle cornici e negli ornamenti sono state riposate. Come in tutti i palazzi veneziani, i pavimenti appaiono fluttuanti, adagiandosi su pendenze da valzer – ti ricorda che Venezia è una città galleggiante.

Per snobismo o casualità, l’Aman di Venezia è distante dagli altri grandi alberghi che si susseguono tra santa Maria del Giglio e il palazzo reale – ci arrivi in barca, certamente – o a piedi, all’alba, attraversando Dorsoduro. Le notti delle biennali, quando non dormi e continui a vagare, che sia una festa al Lido o all’Arsenale, a Venezia non fai altro che camminare. Le scarpe di vernice sembrano pantofole, l’aria è pulita anche nella dolcezza di una primavera – ogni anfratto ricorda un amore o qualcosa che somiglia al sesso. Che sia il compleanno di Valentino, una notte di temporale a settembre, un nuovo ballo di Beistegui, le nozze della figlia del marchese di Canossa, Mozart alla Fenice, un pranzo da Francesca d’Asburgo dopo una notte a Palazzo Volpi, la presentazione dell’alta gioielleria di Bulgari – quando fotografi, modelli giornalisti mangiavano in giardino in un giungo stranamente fresco, l’anno scorso, a Venezia – l’Aman è il fulcro di questa vita e di tanto romanzo.

A gennaio c’è la quiete. Al tramonto di gelo e c’è silenzio sul Canal Grande. Appare strano – lo specchio d’acqua fermo, i vaporetti distanti, i motoscafi attraccati. Venezia di inverno, fuori dal Carnevale e dal Natale. L’Aman è un camino acceso, un gioco a carte nel pomeriggio, una cena nei calli – la colazione sotto la luce bianca.

Aman Venice Hotel

Palazzo Papadopoli
Calle Tiepolo 1364, Sestiere San Polo – Venice, Italy

+39 041 2707333 or +39 041 2707714

amanvenice.res@aman.com

aman.com/resorts/aman-venice@aman_venice

Hermès, un gioco complicato

Detail of #69 untitled painting by Fleury Joseph Crépin, 1940

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

All’angolo tra via Condotti e Bocca di Leone entrerete in camere da gioco. Trucchi di prestigio, scherzi da cartomante, sedute spiritiche come negli anni Trenta, in un romanzo di Agatha Christie. Un indovinello, tra cervello e cultura. Si può dire Hermès sia l’unica casa di moda a spingersi in una dimensione complicata, per un’epoca dove le direzioni di marketing – marketing, che brutta parola tra queste righe – cercano solo la velocità, la semplificazione abile all’efficacia istantanea del digitale. Hermès gioca su un altro tavolo: quello della complicazione, della sofisticazione, dell’abilità intellettuale – d’altronde, è più logico discorrere di lusso e stile tra questi argomenti, piuttosto che su pose sexy, party e flash.

Complicato. Hermès è complicato, come un romanzo a più voci su tre assi di tempo. Jean-Eugène Robert-Houdin visse agli inizi del Novecento. Un prestigiatore, giocava con gli oggetti. Di passaggio a Roma, intrattenne i cardinali – ruppe un orologio da taschino che riapparve tra le vesti del papa. Robert-Houdin aveva una bella calligrafia. A Parigi visse al Palais Royal, nelle stanze di Richelieu. Ehrich Weisz si ispirò a lui per cercare un nome d’arte, decise Houdini. matali crasset, una donna con un caschetto di capelli grigi, occhiali dalla montatura nera e spessa, vuole che il suo nome non venga mai scritto con le iniziali maiuscole – è una designer industriale. Insieme a Stephane Correard, curatore d’arte contemporanea, crasset ha immaginato e ricreato quanto potesse esserci in un baule di Houdin recapitato a Roma. Un film, per prima cosa – cos’altro di meno complicato: il film mostra Houdin impegnato nei suoi numeri di prestigio nello studio di Emile Hermès, in quello che oggi si usa chiamare a Parigi il Museo Hermès. In questo baule ci sono i quadri di Fleury Joseph Crépin – tra leggenda e profezia, Crépin dipinse trecento quadri perché gli fu detto che il giorno in cui avrebbe dipinto la trecentesima tela, la guerra sarebbe finita – iniziò nel 1939, l’ultimo segna la data del 8 maggio 1945. Sempre secondo la profezia, a guerra conclusa Crépin avrebbe poi dovuto dipingere quarantacinque tableaux merveilleux.

Questo è solo un accenno di un primo capitolo dedicato al prestigiatore Houdin – in questa storia di meraviglia complicata che Hermès dedica al tema del gioco. Il secondo capitolo comincerà a giugno, per i giochi di luce di George Méliès, regista e illusionista attivo negli anni dei fratelli Lumière. Il terzo capitolo a settembre, con i giochi di parole di Raymond Roussel, maestro di Patafisica, cesellatore di parole e frasi, eccentrico per stile e modi di vita, letterato riconosciuto soltanto dai posteri.

I tre giochi di Hermès. A Roma, a cena a Palazzo Torlonia con Pierre Alexis Dumas, direttore creativo e proprietario insieme a tutta la sua famiglia della casa Hermès, prima di sedersi a tavola tra piatti sospesi su magneti, poesie in rima, bicchieri di cristallo storti, siamo andati sulla luna, un’astronave partiva per lo spazio come un tappo di champagne – era un cortometraggio del 1909, i cui venticinque frame al secondo furono colorati a mano, dipinti ad acquerello. Il film muto e il pianoforte a coda sotto il proiettore.

Una giacca di Giorgio Armani

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Una giacca è il titolo di un cortometraggio – è visibile sul sito di Armani Silos. Un film di dieci minuti che racconta un colloquio di assunzione per poter entrare nella redazione di un giornale, in un gioco di flashback e di ruoli. È il primo lavoro che esce da Armani / Laboratorio, la scuola di cinema dedicata alla ricerca di nuove maestranze nel settore. Per ogni disciplina, un artista come insegnante – Michele Placido alla Regia, Luca Bigazzi alla fotografia, il premio oscar Gabriella Pescucci ai costumi, e così discorrendo.

La storia di Una giacca rimanda a un capo di buon taglio. La pietra e la geometria degli edifici in Bergognone entrano in contrasto con il palazzo nobiliare di via Borgonuovo. L’alternanza di bianchi e neri enfatizza la luce lattea di una mattina invernale a Milano – le stesse sfumature dei tessuti morbidi e naturali, i colori della moda di Armani. Gli occhi di Lorenzo Richelmy.

A metà tempo, entra la voce di Ornella Vanoni. Ti accorgi che la storia di una giacca di Armani non è solo quella di una persona ambiziosa che vuole ottenere un posto di lavoro. È la storia di un lavoro che a Milano si trasmette nell’aria. Armani prese una giacca da uomo, ne ammorbidì le linee, i tagli, le cuciture. La giacca divenne liquida, poteva essere indossata da una donna. Armani continuò la destrutturazione, la giacca diventava una seconda pelle per chi l’avrebbe indossata.

Eternità, cantava la Vanoni: rappresentava l’essenza di una signora milanese che non avrebbe mai smesso di darsi da fare, di chiacchierare in un salotto, di cantare per via della Spiga, di amare chi le piaceva, di andare a letto con chi voleva. Con la stessa energia, gli artigiani furono spinti dai nuovi designer a sperimentare e perfezionare invenzioni ed evoluzioni. Si trattava del made in Italy.

Lungo i minuti di Una giacca, incontri le case popolari della geometria di periferia, una vecchia Fiat, un vestito rosso, la scarpa di Cenerentola raccolta scendendo le scale – il sogno del boom italiano. Ci sono le sigarette oggi spente, l’odore di un caffè versato, un’avance in bagno, gli specchi rococò, e la pioggia sull’asfalto, gli ombrelli e i capelli fradici. Il mondo e il modo di Milano.

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