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carlo mazzoni

Editor’s Letter – Shall We

Sedona Legge in jacket Fendi, shirt Nabil Nayal, headpiece Slim Barrett; Photography Rankin. Caroline Schürch in Pre Fall 2018 Dior Collection; Photography Marie Schuller

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La Corona Ferrea è custodita a Monza. La leggenda dice che uno dei chiodi della croce sia l’anima della sua struttura. Voluta da Teodolinda, incoronò Carlo Magno e i sovrani del Sacro Romano Impero – Napoleone scese in Italia e se la pose da solo sul capo. Una fascia di metallo bizantino, rielaborata nel medioevo, forse può essere intesa come la corona più nobile al mondo – perché anche tra corone c’è differenza, e quasi mai contano le pietre e la mole. Elisabetta II dice che le si sarebbe spezzato il collo sotto il peso di quella britannica – non in senso letterario, ma letterale: durante le cerimonie, la regina è sempre stata ben attenta a placare movimenti anomali della testa.

Affisse alle pareti della London Library, Evelyn Waugh ricopiava le regole di comportamento essenziali: «È severamente vietato scrivere balle con penna indelebile sui margini delle pagine dei libri presi in prestito. Non provocare le signorine impiegate in libreria su vizi promiscui. Se ubriachi, è lecito cadere in un lieve sonno di qualche tempo, ma rimane assolutamente proibito cantare. I fuochi d’artificio sono graditi nella sala lettura, purché divertano i soci onorari senza recare danni consistenti alla struttura». ***

L’eterosessualità un limite, l’omosessualità pure. Dalì e Garcia Lorca a Cadaques nel ’27 fecero smaniare una femmina e vacillare il maschio, portando entrambi a febbre e a desiderio. Roy Strong disegnava i giardini di Versace sul lago di Como, i Vanzina hanno girato Sapore di Mare, all’apparenza una storia scapestrata e senza spessore, in realtà un ballo con Virna Lisi fu la sintesi di un periodo che neanche si concluse e già produceva nostalgia.

Il sacro e il profano di Bocca di Rosa, cantata da Anna Oxa. Il mio confessore è mancato questo inverno. Un signore anziano, malato di ogni fatica – cuore, occhi, oncologia. Sotto controllo, ma in logorio costante. Andavo a casa sua per un’iniezione intramuscolare di vitamine o farmaci – io resto un medico – e per confessarmi in salotto. Gli dissi che mi sarebbe piaciuto andare a letto sia con Alain Delon sia con Romy Schneider – il confessore fino all’ultimo si applicò nel suo mestiere, portarmi all’interno della convenzione e tralasciare lingue, mammelle e inguini.

Come nelle migliori storie d’amore, non bisogna andare d’accordo su tutto. Le posizioni sono agli opposti, ma il dialogo è ciò che conta. Un litigio, un punto di vista diverso, una rigidità: niente mette a repentaglio una relazione forte, un matrimonio vero. Abomini del passato, precetti patetici, codici, istituzioni – quando sei innamorato, lo sai bene anche tu, niente conta. Dal pulpito, ai Ronchi in provincia di Massa, il parroco cominciava l’omelia: «La prima lettura lasciamola perdere che è deprimente, chi l’ha scritta soffriva di cattiva digestione».

L’oro e Bjork, le madonne del Trecento e Mies van de Rohe. Rankin ha ritratto una regina inedita, un mix tra «Shall we» di Claire Foy e le agitazioni di Cersei Lannister. La mostra del Met di maggio è stata presentata a Roma insieme al cardinale Ravasi – gli abiti di Capucci troveranno nuovo lustro a New York. Le foglie d’oro della Hall del Faena a Miami – in piazza Meda c’è la ruota di Pomodoro, la sintesi di Milano potrebbe essere la stilizzazione di una maschera fenicia trafugata in terra dei Maya.

La letteratura diventa stoffa, la pop art trova Kenzo, Dalida, Boris Vian e Juliette Gréco e Marie-Hélène Rothschild nel suo palazzo su l’Ile de Saint Louis. Per Saint Laurent e per Lagerfeld, gli amici sono un continuo stimolo estetico, un laboratorio di azzardi e coraggi. Moltiplicatori di fantasia, disinibizione e libertà. Un amante, una passione passeggera – dalla gelosia nasce la tensione che diventa creatività, instabilità mentale, fisica. La felicità non è la priorità, così come non lo è la salute e la tranquillità. Morire, decadere – sempre e solo bellezza.

***
«Never write “balls” with an indelible pencil on the margins of the books provided. Do not solicit the female librarians to acts of unnatural vice. When very drunk it is permissible to fall into a light doze but not to sing. Fireworks are always welcome in the reading-room but they should be of a kind likely to divert the older members rather than to cause permanent damage to the structure».

 

From The Fashionable Lampoon, Aprile 2018, Issue 13.
In tutte le edicole dal 19 aprile.
Abbonamenti e acquisti online su Lampoon.it

Un gatto

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La pioggia era forte a Milano, stai uscendo ad Asti – i colli si fanno aspri, le gomme si arrampicano e si divertono nelle Langhe. Castelli, torri di guardia – il Medioevo resta di moda. Un monastero le cui mura raccontano storie di monaci fin dal primo millennio, oggi è il Relais San Maurizio. Un gatto rosso non è castrato, di taglia piccola. Ci guarda con spocchia, fino quando non ci avviciniamo e il gatto realizza che può essere un passatempo, fare un giro con noi. I versanti sono ripidi, il parco è su un altopiano frastagliato e movimentato – il gatto ci indica un tronco di quercia – il cartello dice di sdraiarsi sul legno per sentire le vene dei secoli lungo le vertebre della nostra schiena. Un altro segnale indica la via dei monaci – querce, ulivi e cipressi, il sentiero è stretto tra cespugli potati. I profumi si mescolano nei giorni, prima che tra le stagioni. L’orto è protetto in una serra, per le erbe medicinali – ti aspetti di vedere una biscia nascosta.

La pioggia ci accompagna dentro stanze e camini accesi, fuori la foschia, dentro una scacchiera – le pareti affrescate, alcune a volta, qui il gatto si rifiuta di entrare, resta all’aria aperta, snob. Scendiamo le scale, in cantina non sai contare le bottiglie così come le venature della quercia in giardino. I migliori clienti le lasciano lì a invecchiare, dove l’umidità è controllata dai mattoni. Scendi nelle grotte del monastero – qui vivevano i monaci – oggi trovi vasche di acqua salata. Il potere termale prende forza dai minerali che si sciolgono e si mescolano – la prima vasca ha una densità già più alta di quella del Mar Morto: ti immergi e il corpo resta a galla, la pelle sfibrata intorno alle unghie un poco brucia. La seconda vasca è carica di magnesio, disinfettante – provi ad appoggiarne qualche goccia sul volto rasato. Fai fatica a tenere le gambe in verticale, l’acqua ti porta a galla con forza. La sauna è scavata nella roccia, colma di rami di rosmarino che scottano in profumo.

Di notte, suonano come stonature alcune voci del menù di un ristorante stellato per una ricerca di sofisticazione che qui diventa retorica – in un luogo che fu un monastero, dove ti aspetti la stanza piccola e spartana che trovi, dove ti svegli percependo il vigore delle radici, il sapore della terra, la ruvidità della pietra – e lontane, remote restano le assurdità in città.

Relais San Maurizio
Relais & Chateaux

Località San Maurizio, 39, Santo Stefano Belbo CN – Italia

800.15.63.00

info@relaissanmaurizio.it

relaissanmaurizio.it – @relaissanmaurizio

La forza di Versace

Johnny Zander, Jason Lewis, Naomi Campbell, Kristen McMenamy, Sascha, Christina Kruse and Trish Goff, New York, December 20th, 1995, Versace Home Spring/Summer 1996 – Ph. Richard Avedon, © The Richard Avedon Foundation

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Irregolarità contro simmetria, l’esotismo del set e una citazione dell’antico, la Magna Grecia, Delacroix e la decadenza di D’Annunzio, pop art, memorie neoclassiche e costumi da calcio americani. Una natività bizantina diventa Madonna la cantante. Non esiste il senso di colpa. Ella Fitzgerald, Patty Pravo su Tripoli, Sergio Bruni e Gloria Christian. Molteplice invece che unico. More is more. Barocco, Pop Up, Western in pelle selvaggia e frange, la Scozia in mini kilts, il demin, la stampa leopardata, i glitter – il Neo Barocco. Quanto è stato inventato da Gianni Versace, tanto è stato definito da Donatella Versace.

La semplicità della luce, un vestito di lamé, scintillante argentato. Le stampe si producevano in quadricromia – Versace è stato il primo a stampare con diciotto colori, a volte addirittura venti. Andy Warhol diede a Gianni il permesso di usare i suoi quadri su vestiti. Gianni Versace era ossessionato dal futuro, perché era un maestro di sartorialità antica. Le mani di Maria ritornano nella memoria di Gianni – come in quella di Donatella, è lecito pensare. Maria era una donna semplice che aveva qualcosa di magico nelle dita di artigiana, abili e nervose: la tradizione vecchia di secoli che dava vita a rilievi, trafori, arabeschi, trasformando le perle, i jais e i cristalli in cascate, fiori, e fogli in bassorilievi di ricamo. I viaggi a Messina, le vacanze in Aspromonte o al mare, Bagnara, Seminara e Scilla – i lavori di Maria sarebbero restati un riferimento per ogni nuovo campione di ricamo. Un disegno di Karl Lagerfeld ritrae Anna Piaggi, vestita con un mix di Chanel e Versace. Karl era il suo maestro, Anna la sua amica, tra ammirazione e talento in reciproco scambio – un disegno che sintetizza il concetto di moda e decorazione di un intero secolo. «I knew if I was going to do it, I had to do it full-on» – ha detto Donatella Versace introducendo la sfilata tributo a suo fratello, lo scorso settembre.

Donatella ama le persone che le dicono cose che non capisce. Donatella vive in un mondo suo, in un’intimità famigliare protetta, in un racconto dolce di dettagli. C’è Audrey, il suo Jack Russel. C’è un anello indiano che le ha regalato Allegra. C’è l’orgoglio per suo figlio Daniel, l’erede della collezione d’arte dello zio – Daniel oggi vive a Londra facendo il musicista. Senza concedere alcun cenno al privilegio della sua provenienza – tanto da sorridere, quando un suo amico gli disse che forse era riuscito a trovare due inviti alla sfilata di Versace, e chiedendo se gli sarebbe piaciuto andarci con lui.

La capacità di Donatella nel coinvolgere nuovi stilisti – futuro, cambiamento, nuovo talento. Le collaborazioni su Versus di Christopher Kane, JW Andreson – Salehe Bembury per le scarpe. Una continua ricerca di nomi nuovi – Lee Broom, Billy Cotton. Donatella è apparsa nella campagna di Givenchy, ed è stata la prima volta che una stilista di una grande casa ha prestato il suo volto per un brand in ogni caso competitor. Donatella è visionaria, conferma la sua forza di cross mind, la capacità di infischiarsene, di fare tutto quello che un desiderio muove – ovvero, l’unica vera chiave per il lusso. Alessandro Michele, Pier Paolo Piccioli, Anthony Vaccarello seduti per lei in prima fila. La capacità e la voglia di fare squadra. La casa Versace è indispensabile alla crescita di Milano, in bilico per colpa di una Camera della Moda debole, per la recente scomparsa di Franca Sozzani che – appunto, insieme ai fratelli Versace – tanto ha dato alla costruzione di Milano Moda. «I want to work together, support each other and make fashion a true global community» dice Donatella su The Guardian. «My name is Versace – I don’t know how to do things quietly, that is just my blood and my family».

Gianni nacque otto anni prima di Donatella. Un fratello maggiore ma non solo. «Ero la sua bambola e la sua migliore amica. Mi vestiva come voleva lui. Mi veniva a prendere e mi trascinava via dalle discoteche e dai club fin da quando avevo undici anni. Lo adoravo. È stata la parte migliore della mia vita». Donatella ha riaperto gli archivi: diecimila metri quadri a Novara, che conservano circa tredicimila pezzi firmati Versace. Le stampe, i leggings sono più che mai attuali. A Donatella poco importa del design, interessa il fit. Tutto deve esser provato, tutto deve star bene addosso. Una donna si deve sentire meglio, si deve sentire impenetrabile, sia in una 38 sia in una taglia 46. «Women! Women have the courage, you see. We need more women in politics, more women CEOs. Women becoming top models, that’s not enough».

Una corona reale e un microfono, il rock, l’underground. Tutto è glam, tutto è possibile. Classic e funk, Michael Jackson, metallo, tessuto che splende, blady, tattweed. La foga e fobia da first row, il glam nel senso più esteso, il metal mesh cocktail dress – Elizabeth Hurley non sarebbe diventata così famosa senza quel vestito puntato con spille da balia alla prima di Four Wedding and a Funeral, al fianco di Hugh Grant. A Londra, la regina vietò a Diana Spencer di presentare il libro Rock and Royalty – ma la regina madre compariva fra le pagine, in una foto di Cecil Beaton. «Valentino è il sarto che mi piace di più» disse il principe Carlo, «e lei non è il principe che mi piace di più» rispose Versace. Andre Leon Talley scriveva che per capire Versace bisogna riferirsi all’estasi pittorica: Fragonard, Jacques Louis David, i manifesti cinematografici, l’iconografia religiosa, l’art decò. Vestire Versace significa credere nella tensione drammatica, un modo che è allo stesso tempo wagneriano e warholiano. Un particolare delle Sabine del 1799 conservato a Louvre diventa una gonna, una fodera di una gonna, un’immensa gala. I nettuni nudi e le fontane di Versailles, dentro ci sono i coccodrilli – è una seta del 1993.

Le immagini di Avedon e Weber scattate per Versace hanno ritratto un’energia infinita, ossessionante: un uomo sensuale, sfacciatamente ammirato, da Querelle de Brest. Un maschio ha per primo se stesso come oggetto d’amore – poi, forse, la donna o altri uomini. Immagini provocanti fecero smaniare una femmina, vacillare le sicurezze di un maschio etero. La tentazione fra Dalì e Garcia Lorca a Cadaques nel ‘27, abbracciati, amanti coinvolti in un rapporto non esclusivo. Una meraviglia globale. Il sesso non fu più implicito. L’eterosessualità fu un limite, l’omosessualità pure. Niente paura della morte, niente paura di una malattia che arrivava da San Francisco. Potere, folgore e violenza. New York. È tutto subito. Arte, transavanguardia – i rumori del ristorante di Mr. Chow, le chiazze di colore, Dine e Calder. Madame Grès trovava posto al Metropolitan. Chic and shock: Diana Vreeland non tolse gli occhi di dosso a un ragazzo che controllava i vestiti un momento prima della sfilata. Andò a sedersi, alla fine applaudì e un po’ s’innamorò.

L’alfabeto per gli dei e Roberto Calasso, i libri con Leonardo Mondadori, le case disegnate da Renzo Mongiardino. Uno specchio magico – scrive Hamish Bowles – le corti di Luigi XVI e di Napoleone III, gli abbandoni di Poiret, Bakst e Klimt, la decadenza di Otto Dix. Millicent Rogers mescolava la sua identità americana con il genius loci del Messico. Versace ha sempre saputo usare la storia, reinventandola una volta in più. Gonne ampie da Impero Austro Ungarico, in un ritratto di Worth, mescolate all’Antica Grecia e restituite a un futuro costante. Si tratta di moda italiana. Versace firmò i costumi per Capriccio di Richard Strauss nel 1991, alla Royal Opera House di Covent Garden, lo spettacolo sponsorizzato da Goldman Sachs – era il 1991. Marsine, redingote – ricami glitterati, ultra-colorati. «Il potere del brand Versace nel mondo è molto più alto di quanto potrebbe emergere dal potere di vendita attuale della casa», dice Mario Ortelli, senior luxury goods analyst a Sanfrot C. Bernstein. Il brand Versace è tra i primi ranking della consapevolezza mondiale, insieme a Coca Cola e Google – che per un’azienda di moda è effettivamente un asset inaspettato e dal valore – quindi, dal potenziale – inaudito. Oggi il nome Versace è una delle parole più famose al mondo – grazie a Versace, se arrivi in Texas e parli di Milano, la gente ti risponde sulla città della moda.

Naomi spaventava le altre dicendo che la passerella era scivolosa, così le altre camminavano incerte, mentre Naomi sembrava una pantera. Mimmo Rotella e Turandot – Proust sempre e comunque. Se c’è uno scrittore che più d’altri può essere rapportato a Versace, è proprio Proust: per quella invenzione assurda di manipolare il tempo, di giocare con la memoria, di andare avanti e indietro a una velocità che è puramente umana, la velocità di una sinapsi neuronale. «Quel che si è fatto si rifà continuamente», scriveva Proust, appunto. La fantasia di Versace è sconvolgente, stravolgente – ed è normale che l’unica colonna possibile sia quella canzone, Freedom, urlata a squarciagola – come se a cantarla fosse Julia Robert in Pretty Woman. Prince e Picasso – quelle scene tratte, niente di meno, dal Parade con cui Cocteau stupì Diaghilev. Insieme a Maurice Béjart, Versace portò il teatro nelle strade, negli aeroporti, nei ristoranti: ogni donna era un ruolo per Greta Garbo e ogni maschio poteva essere interpretato da James Dean. Perché in fondo, cos’altro è il successo? Cos’altro è una città? Cos’altro è Milano se non il sogno di ambizioni, stupori e colori che quest’uomo trasportò nel mondo? Una macchina della polizia si fermava davanti al Pio Albergo Trivulzio, Craxi smetteva di eccitare l’Italia. Gianni Versace osservò semplicemente come la cravatta non fosse più un simbolo per bene, se la indossavano anche i banditi. Is this the real life or great fantasy? – la canzone fece esplodere i magistrati del tribunale.

Dinner parties, biggest dramas and fights, biggest love. Via Gesù è un centro energetico – come nel corpo umano, dentro le viscere cui nessuno ha accesso, dentro le cave delle arterie, le anse della linfa – la pulsazione si espande ovunque, per tutte le vie e le strade. Così è via Gesù, per Milano, un cuore che pulsa. I vetri dei negozi, le pozzanghere, i cofani delle macchine – sono tutti specchi che riflettono la vanità di un solo ragazzo. La vanità è la migliore fra le virtù. Elton John regalò a Gianni un pianoforte, glielo mandò al lago di Como. Frank Moore scrisse un racconto – le parole, gridate e impazienti, voglio ballare, voglio ballare. Clemente, Rotella, Paladino, Matta disegnarono meduse per Versace. Miami, quella fine. Naomi Campbell, vestita di rosa, scese la scalinata di Piazza di Spagna, le lacrime agli occhi. Fu la conclusione di un millennio di bellezza.
Le parole di Gianni: «Ho tante cose da scoprire, e ho sempre paura di non fare in tempo. Sono uno che non si ucciderebbe mai. Penso di essere stato fortunato, chi avrebbe mai detto che —

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

L’inverno di Venezia

The Mirror Lounge of Aman Venice Hotel

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

L’Aman Hotel ha trovato sede in uno degli edifici storici di Venezia. Con una mole e una metratura propria di un palazzo politico piuttosto che di una dimora privata, Palazzo Papadopoli affaccia sul Canal Grande nei pressi di Rialto. Appartiene tutt’oggi alla famiglia Arrivabene, che si è ritirata nel sottotetto – no, non si tratta di pianti per Cenerentole inconsolabili, il sottotetto racchiude un appartamento di due piani, con volte e volumi e angoli moderni. Dando luogo all’accordo con la collezione Aman, il restaurato è stato possibile in gloria: la facciata ha ritrovato un bianco latteo che si staglia nella decadenza della laguna, gli stucchi hanno scelto vigore e luce, le foglie oro sulle cornici e negli ornamenti sono state riposate. Come in tutti i palazzi veneziani, i pavimenti appaiono fluttuanti, adagiandosi su pendenze da valzer – ti ricorda che Venezia è una città galleggiante.

Per snobismo o casualità, l’Aman di Venezia è distante dagli altri grandi alberghi che si susseguono tra santa Maria del Giglio e il palazzo reale – ci arrivi in barca, certamente – o a piedi, all’alba, attraversando Dorsoduro. Le notti delle biennali, quando non dormi e continui a vagare, che sia una festa al Lido o all’Arsenale, a Venezia non fai altro che camminare. Le scarpe di vernice sembrano pantofole, l’aria è pulita anche nella dolcezza di una primavera – ogni anfratto ricorda un amore o qualcosa che somiglia al sesso. Che sia il compleanno di Valentino, una notte di temporale a settembre, un nuovo ballo di Beistegui, le nozze della figlia del marchese di Canossa, Mozart alla Fenice, un pranzo da Francesca d’Asburgo dopo una notte a Palazzo Volpi, la presentazione dell’alta gioielleria di Bulgari – quando fotografi, modelli giornalisti mangiavano in giardino in un giungo stranamente fresco, l’anno scorso, a Venezia – l’Aman è il fulcro di questa vita e di tanto romanzo.

A gennaio c’è la quiete. Al tramonto di gelo e c’è silenzio sul Canal Grande. Appare strano – lo specchio d’acqua fermo, i vaporetti distanti, i motoscafi attraccati. Venezia di inverno, fuori dal Carnevale e dal Natale. L’Aman è un camino acceso, un gioco a carte nel pomeriggio, una cena nei calli – la colazione sotto la luce bianca.

Aman Venice Hotel

Palazzo Papadopoli
Calle Tiepolo 1364, Sestiere San Polo – Venice, Italy

+39 041 2707333 or +39 041 2707714

amanvenice.res@aman.com

aman.com/resorts/aman-venice@aman_venice

Complicato

Detail of #69 untitled painting by Fleury Joseph Crépin, 1940

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

All’angolo tra via Condotti e Bocca di Leone entrerete in camere da gioco. Trucchi di prestigio, scherzi da cartomante, sedute spiritiche come negli anni Trenta, in un romanzo di Agatha Christie. Un indovinello, tra cervello e cultura. Si può dire Hermès sia l’unica casa di moda a spingersi in una dimensione complicata, per un’epoca dove le direzioni di marketing – marketing, che brutta parola tra queste righe – cercano solo la velocità, la semplificazione abile all’efficacia istantanea del digitale. Hermès gioca su un altro tavolo: quello della complicazione, della sofisticazione, dell’abilità intellettuale – d’altronde, è più logico discorrere di lusso e stile tra questi argomenti, piuttosto che su pose sexy, party e flash.

Complicato. Hermès è complicato, come un romanzo a più voci su tre assi di tempo. Jean-Eugène Robert-Houdin visse agli inizi del Novecento. Un prestigiatore, giocava con gli oggetti. Di passaggio a Roma, intrattenne i cardinali – ruppe un orologio da taschino che riapparve tra le vesti del papa. Robert-Houdin aveva una bella calligrafia. A Parigi visse al Palais Royal, nelle stanze di Richelieu. Ehrich Weisz si ispirò a lui per cercare un nome d’arte, decise Houdini. matali crasset, una donna con un caschetto di capelli grigi, occhiali dalla montatura nera e spessa, vuole che il suo nome non venga mai scritto con le iniziali maiuscole – è una designer industriale. Insieme a Stephane Correard, curatore d’arte contemporanea, crasset ha immaginato e ricreato quanto potesse esserci in un baule di Houdin recapitato a Roma. Un film, per prima cosa – cos’altro di meno complicato: il film mostra Houdin impegnato nei suoi numeri di prestigio nello studio di Emile Hermès, in quello che oggi si usa chiamare a Parigi il Museo Hermès. In questo baule ci sono i quadri di Fleury Joseph Crépin – tra leggenda e profezia, Crépin dipinse trecento quadri perché gli fu detto che il giorno in cui avrebbe dipinto la trecentesima tela, la guerra sarebbe finita – iniziò nel 1939, l’ultimo segna la data del 8 maggio 1945. Sempre secondo la profezia, a guerra conclusa Crépin avrebbe poi dovuto dipingere quarantacinque tableaux merveilleux.

Questo è solo un accenno di un primo capitolo dedicato al prestigiatore Houdin – in questa storia di meraviglia complicata che Hermès dedica al tema del gioco. Il secondo capitolo comincerà a giugno, per i giochi di luce di George Méliès, regista e illusionista attivo negli anni dei fratelli Lumière. Il terzo capitolo a settembre, con i giochi di parole di Raymond Roussel, maestro di Patafisica, cesellatore di parole e frasi, eccentrico per stile e modi di vita, letterato riconosciuto soltanto dai posteri.

I tre giochi di Hermès. A Roma, a cena a Palazzo Torlonia con Pierre Alexis Dumas, direttore creativo e proprietario insieme a tutta la sua famiglia della casa Hermès, prima di sedersi a tavola tra piatti sospesi su magneti, poesie in rima, bicchieri di cristallo storti, siamo andati sulla luna, un’astronave partiva per lo spazio come un tappo di champagne – era un cortometraggio del 1909, i cui venticinque frame al secondo furono colorati a mano, dipinti ad acquerello. Il film muto e il pianoforte a coda sotto il proiettore.

Una giacca di Giorgio Armani

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Una giacca è il titolo di un cortometraggio – è visibile sul sito di Armani Silos. Un film di dieci minuti che racconta un colloquio di assunzione per poter entrare nella redazione di un giornale, in un gioco di flashback e di ruoli. È il primo lavoro che esce da Armani / Laboratorio, la scuola di cinema dedicata alla ricerca di nuove maestranze nel settore. Per ogni disciplina, un artista come insegnante – Michele Placido alla Regia, Luca Bigazzi alla fotografia, il premio oscar Gabriella Pescucci ai costumi, e così discorrendo.

La storia di Una giacca rimanda a un capo di buon taglio. La pietra e la geometria degli edifici in Bergognone entrano in contrasto con il palazzo nobiliare di via Borgonuovo. L’alternanza di bianchi e neri enfatizza la luce lattea di una mattina invernale a Milano – le stesse sfumature dei tessuti morbidi e naturali, i colori della moda di Armani. Gli occhi di Lorenzo Richelmy.

A metà tempo, entra la voce di Ornella Vanoni. Ti accorgi che la storia di una giacca di Armani non è solo quella di una persona ambiziosa che vuole ottenere un posto di lavoro. È la storia di un lavoro che a Milano si trasmette nell’aria. Armani prese una giacca da uomo, ne ammorbidì le linee, i tagli, le cuciture. La giacca divenne liquida, poteva essere indossata da una donna. Armani continuò la destrutturazione, la giacca diventava una seconda pelle per chi l’avrebbe indossata.

Eternità, cantava la Vanoni: rappresentava l’essenza di una signora milanese che non avrebbe mai smesso di darsi da fare, di chiacchierare in un salotto, di cantare per via della Spiga, di amare chi le piaceva, di andare a letto con chi voleva. Con la stessa energia, gli artigiani furono spinti dai nuovi designer a sperimentare e perfezionare invenzioni ed evoluzioni. Si trattava del made in Italy.

Lungo i minuti di Una giacca, incontri le case popolari della geometria di periferia, una vecchia Fiat, un vestito rosso, la scarpa di Cenerentola raccolta scendendo le scale – il sogno del boom italiano. Ci sono le sigarette oggi spente, l’odore di un caffè versato, un’avance in bagno, gli specchi rococò, e la pioggia sull’asfalto, gli ombrelli e i capelli fradici. Il mondo e il modo di Milano.

Images courtesy of Press Office
armanisilos.com – @armanisilos

Lungarno d’inverno

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Una mostra sul viaggio di un calzolaio, che dall’America tornò in Italia, racconta una storia italiana che si chiama Salvatore Ferragamo. Da Piazza Santa Trinità via Tornabuoni corre placida, come fosse una diramazione dell’Arno in pietra chiara. Una cena in pochi alla cantina Antinori, prima che si sposti nell’altra ala del palazzo su via Tornabuoni: di notte è una passeggiata quieta.

La casa di Massimo Listri dietro borgo San Frediano ai più sembrerà una novella di un romanzo mai scritto – Listri cammina a braccetto con l’amico di una vita, confabulando su pezzi d’antiquariato da recuperare in una villa in Versilia. Il giardino dei Torrigiani. Un architetto e un editore – l’appartamento di Cesare custodisce piccoli oggetti, pietre dure e piatti cinesi, una mirabilia di libri e qualche pezzo di Gabriella Crespi. Massimo Giornetti disegna nuove traiettorie, tra Firenze e Hong Kong.

A Prato si va in taxi – o con una car to go – il Museo del Tessuto racconta la storia dell’industria che rappresenta la seconda voce del Pil italiano – la differenza tra le fibre, come queste siano torte e su quale giro – canapa, cotone, lana merino, angora – quelle artificiali e quelle sintetiche. Il valore del Museo del Tessuto ha un punto epico della nostra terra – mentre la mostra sui costumi per il film su Maria Antonietta girato da Sofia Coppola resta solo un pretesto vago.

Al centro di tanto, come un perno di una bilancia che tiene tutto in ordine e in orbita, un albergo lungo l’Arno affaccia sul Ponte Vecchio – il Portrait di Firenze. Volge a oriente, la mattina il sole entra da una vetrata spalancata sulla stanza al terzo piano. Il design di Michele Bonan sintetizza il gusto fiorentino – la capacità di sintesi, tra un genius loci così forte come davvero in nessun altro luogo al mondo, e un respiro che Firenze ha sempre saputo spirare dalla Cina all’Argentina. Il bianco luce tenue con inserti dorati, ben rifilati. I grigi argentati – non sai dire sia per il crepuscolo o per il riflesso dell’acqua del fiume. Nei corridoi, le fotografie di Listri riappaiono come ritornelli di una melodia semi pop.

Il Portrait fa parte della Lungarno Collection, couture di alberghi voluta dalla famiglia Ferragamo per le prossime tappe di un viaggio cominciato con un ritorno. La prossima apertura non è distante, affatto – sarà a Milano, nel cuore del quadrilatero: il Seminario Arcivescovile copre una metratura più ampia di Palazzo Reale, più del Duomo. Per ora, tutto è nascosto alla vista tra corso Venezia, via Sant’Andrea e via Bagutta. Pochi sanno comprendere la rivoluzione che da Firenze scorrerà a Milano, lungarno.

Images courtesy of the hotel

Heavenly Bodies, waiting for Met Gala

Text Maria Antonietta Crespi

 

Confronto di ritualità nella mostra Heavenly Bodies, Fashion and the Catholic Imagination che andrà in scena a New York dal 7 maggio, tra il Met e altri luoghi dedicati e che è stata presentata a Palazzo Colonna di Roma, alla presenza di Anna Wintour, muta, ma in un abito cardinalizio. La confusione è sublime quanto l’attrazione di un nuovo accostamento. Non-luogo ideale per un situazionismo pop che confronta vesti papali a abiti surreali, l’illusione profana e il misticismo sacrale.

Le domande che sottendono sono rimaste parzialmente inevase: quanto la Chiesa ha bisogno di permeare settori a lei contrari per antonomasia? Quanto la provocazione degli stilisti che cuciono croci e immagini votive su abiti da cocktail sarà di beneficio alla Chiesa? Perché, sia chiaro, qui di spiritualità non si tratta, bensì di potere temporale che ha bisogno di fare proselitismo in chiave contemporanea, spalancare nuove porte per esorcizzare i mali di una secolarizzazione potente. La moda allora diventa un campo perfetto da arare, da mungere, comunque da praticare.

Il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ha accettato l’invito del curatore della mostra Andrew Bolton e dalla sagrestia della Cappella Sistina ha fatto partire per le Americhe quaranta paramenti sacri, pezzi storici come la Mitra di Leone XIII un trionfo di pietre preziose applicate e la Tiara di Pio IX, anche qui, diamanti, smeraldi e zaffiri che testimoniano ben quindici papati, pezzi mai usciti prima dalle mura sacre e che si troveranno a confrontarsi con ciò che di meno trascendente esista: i vestiti griffati.

Difficile doppiare tanta opulenza, ma i convitati in mostra ci hanno provato, da Lanvin a Saint Laurent, da Valentino a Dolce e Gabbana, da Gaultier a Lacroix, forti di una teoria di citazioni bibliche: madonne addolorate, crocifissi, bambinelli, angeli e qualsivoglia immagine votiva traslata in camicia di seta. Tanto avanti è la nuova Chiesa che persino il Papa in terra di Cattelan è un gioco benefico da chierichetti. Lo stesso Ravasi ribadisce il suo credo: si colpisce ciò che si riconosce, dunque la figura sacrale, perché è fatto incisivo. La superficialità e la mondanità che addolorano Papa Francesco vanno in secondo piano. La mostra si rappresenta e non è tempo di sacrifici.

Heavenly Bodies, Fashion and the Catholic Imagination

10 maggio > 8 ottobre 2018

The Met Fifth Avenue
1000 Fifth Avenue – New York City, NY

Domenica > Giovedì, 10:00 > 17:30
Venerdì e Sabato, 10:00 > 21:00

Adulti $25
Over 65 $17
Studenti $12
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Images courtesy of Press Office
metmuseum.org – @metmuseum

Sea Society at South Beach

Details of the carpet in a suite of the Faena Hotel in Miami Beach

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Sì, la Sea Society si raduna a Miami a Dicembre. Design Miami e Art Basel accendono la conversazione dell’industria mediatica e sofisticata – per quanto il lusso possa permettere sofisticazione. Le tradizioni. Una Sea Society si definisce sopra le tradizioni di un luogo sviluppatosi in riva al mare che mal sopporta le nuove aperture, le evoluzioni e i cambiamenti. Il Casa Tua rientra in quella lista di luoghi che simbolizzano la costa su cui sono aperti – la Cave du Roy a Saint Tropez, il Dracula a Sankt Moritz, Annabelle a Londra, Cipriani di West Broadway a New York. Al primo piano del Casa Tua c’è il club – sulla porta, l’elenco dei membri. Lo snobismo è massimo – ma poi resta sempre relativo, ricordandoci Roberto Cavalli e la sua clique rimasta cool solo negli anni Novanta. Miami resta un po’ ancora a quel suo passato di lusso eccessivo, tra yacht e paparazzi – ma in questo turbinio, il calore e la carne del Casa Tua te ne fanno ricordare la poesia di una foto di Slim Aarons.

Il proprietario, Miky Grendene, ferma il tempo. Torni al Casa Tua, tutte le volte che sei a Miami, e la sera ti ritrovi lì. Lo staff è italiano, scelto con ogni cura, non ultima la bellezza – uno dei maitre, Beni, con una camicia bianca interpreta il sogno erotico di qualsiasi Eva Longoria che da disperata casalinga ha sempre voluto soddisfarsi.

Spostandosi verso nord dell’isola allungata, verso il Fontainebleau celebre ormai troppi anni fa, appare il Faena Hotel. Un quartiere, più che un albergo, un incrocio sulla Collins per gli investimenti della famiglia argentina Faena – di cui tra gli eredi è Sebastian, il fotografo sempre scelto da Carine Roitfeld, immerso in una clique di bellezza maschile ispanica, non per caso, amico di Jon Kortajarena. Davanti alla spiaggia, alla fine del giardino oltre la piscina, una teca di vetro racchiude lo scheletro di elefante dorato, opera di Damien Hirst. La foglia d’oro riappare nella lobby, ovunque intorno agli affreschi, dipinti o murales in stile Gucci – Guccy, a ragion veduta. Così nel ristorante, su un podio di eccesso che trova meraviglia, un’altra opera di Hirst: un unicorno, su un lato ancora dorato, sull’altro anatomicamente a vista.

L’albergo è il vecchio Saxony, un edificio preso dal set di Magic City e riportato a nobiltà con un design che – se è vero nelle grandi hall tocca un poco di kitsch – nelle stanza diventa un esercizio molto buono. Il dettaglio rosso è il filo del racconto – dai divani ai pattern del tappeto dove si mescola a un turchese acceso e moderno come la migliore moda di Prada o di Gucci – qui senza finale. Gli ombrelloni in spiaggia, rossi, ti riportano negli anni Quaranta, da dove attinge ancora energia il progetto di fascino a South Beach.

I cantieri sono aperti – c’è un museo, il grattacielo di Norman Foster, e il Casa Faena – forse a far rima e rivalità al Casa Tua di qui sopra, novità contro tradizione. Come il primo, Casa Faena si presenta come una più piccola residenza coloniale – qui non italiana, ma cubana, tra sedie in vimine e finestre a ogiva spagnola, e tanta letteratura che riporta alla Parigi dei Caraibi, dimenticandosi, forse a svista in questo progetto apparentemente senza freni, un giardino all’aperto.

Casa tua
1700 James Avenue – Miami Beach, Florida USA
305 673 0973
casatualifestyle.com/miami

Faena Hotel Miami Beach
3201 Collins Ave – Miami Beach, Florida USA
1 305 534 8800
faena.com/miami-beach

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

Anna Dello Russo

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Il rigore. Al secondo piano di un edificio borghese su piazza Castello, erano i miei primi giorni di lavoro in una redazione. Non avevo scrivania né seggiola. Ero uno dei tanti stagisti, avevo ventidue anni. Lungo il corridoio, le pareti erano vestite da scaffali di libri. La polvere – nell’aria c’era un costante odore di fotocopiatrice, d’inchiostro caldo per stampante. Rullini in acetato, pagine patinate di prova – fotografie appese o posate sui banchi in confusione. Anna dello Russo era il direttore de L’Uomo Vogue dal 2000. «Sei precisa, organizzata e devota» le aveva detto Franca Sozzani, quando le aveva offerto quel posto. Dal corridoio scuro e polveroso della redazione, mi fermavo a osservare l’ufficio di Anna. Immagini, appunti o note appesi su una bacheca a muro, disposti in geometria rigida. Le riviste impilate alla perfezione del millimetro. Bianco e nero, c’era molta luce. Era un laboratorio scientifico di chimica estetica: si produceva bellezza per il mondo esterno – lì, nel cuore, nel motore acceso, vigeva il rigore maniacale.

Vestiva di nero. Niente trucco in viso. Uno scatto di Helmut Newton del 1996 la coglie, mentre attraversa camminando il cortile del Palazzo di Brera. Un cappotto nero e lungo di Yoshji Yamamoto, sigaretta in bocca, portamento signorile, scarpe basse da uomo. «La mancanza di professionalità mi manda in bestia» – Anna mi ha spiegato come sia necessario studiare le sfilate maschili per comprendere quelle femminili. La destrutturazione di Armani, i volumi giapponesi, l’avanguardia olandese dei ‘Sei di Anversa’, la ruvidezza tedesca di Raf Simons. Mi raccontava come i cambiamenti nella moda siano sempre apparsi prima con l’uomo, poi con la donna: per far breccia nell’immaginario maschile, più solido e composto per tradizione e virilità, la crepa deve essere sottile e profonda – è naturale che questa poi sappia arrivare alle fondamenta. Era il gennaio del 2014, poco dopo la prima sfilata uomo di Alessandro Michele: uno shock di sagome effimere anni Settanta per un hipster nostalgico che un mese dopo, a Milano Donna, sarebbe esploso per poi condurre la moda di queste ultime stagioni. Anna mi disse che il mio progetto per Lampoon coincideva con quanto era appena successo da Gucci.

L’incontenibile voglia di nuovo. Un anno dopo, mi ricordo il suo diniego, quando a una cena di Lampoon, Anna se ne andò – mi disse che c’era gente troppo vecchia, troppo noiosa. Lo sponsor mi aveva costretto a una lista di suoi potenziali clienti che stridevano con l’atteggiamento che stavo costruendo per Lampoon – ma non potevo usare paraventi: mi fu chiaro e cristallino che era già tempo di cambiare. Subito, veloce. I giornali sono fatti di pagine da voltare. Lampoon aveva poco più di un anno – io aprii la porta e fuori tutti. Quel movimento, quel concetto di tribe digitale, che avevamo lanciato per primi e che le aziende iniziavano a pianificare come strategia commerciale, da Lampoon doveva essere dismesso. Lampoon era ed è rigore e futuro – nei contrasti intellettuali, nei colori e nei dettagli.

Cambiare – Anna mi ha insegnato il concetto. La moda è la letteratura del tempo che scorre, quel laboratorio scientifico di estetica ha regole ferree, quanto quelle della chimica.

 

(More on The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus)

AdR Book: Beyond Fashion

Anna Dello Russo
Phaidon, p. 552, € 175

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

Editor’s Letter – Dionysus

L: lina hoss, cape chanel, Photography Nikolay Biryukov; nastya sten, dress chanel, Photography Kahn & Selsenick; harleth kuusik, jacket louis vuitton, Photography Ralph Mecke

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

A dicembre, a tre mesi dall’apertura, duecentocinquanta mila biglietti d’ingresso erano già stati staccati per la mostra di Caravaggio, al Palazzo Reale di Milano. Non era più possibile prenotare la visita – tutti i posti esauriti fino al 28 gennaio, giorno di chiusura. L’unica possibilità per entrare era mettersi in coda.

Dalle ombre del Merisi nascono gli scintillii di Sølve Sundsbø, da un baratro di rocce scure sorge la Torre d’Avorio di un’Infanta Imperatrice de La Storia infinita – per interpretarla, abbiamo voluto Lina Hoss. La moda di questa primavera è composta di luccichii e bagliori che nascono dai chiaroscuri, dal buio di un inverno concluso. Nel corso del 2018, Fendi sostiene il progetto di catalogo digitale di tutte le opere del Caravaggio, lavorando con la direzione della Galleria Borghese – insieme a un programma di mostre nei musei del mondo, per i prossimi due anni.

Caravaggio, divino e demoniaco. La massima grazia dell’arte e una vita in rivolta, contro i costumi e contro la legge. Dipinse la santità e visse la sensualità – i suoi quadri turbano, perché nessun altro fu così capace di produrne la sintesi. Un dio greco gli fece da eco, scusate la rima – il titolo è Dionysus, ed è un invito a reagire contro quest’epoca di Trump: un momento vago per la cultura e per la civiltà americana, in balia di un sexy trash che appare addirittura su Love mentre sarebbe meglio rimanesse esclusivo della sua alcova d’orgine, nei pressi dell’indirizzo delle sorelle Kardashian.

Il sesso per Caravaggio è un fare sincero. Libero, perverso e promiscuo – o anche cattolico, prolifico e simbolico – sempre potente. In Italia come in Europa, si evince un calo dell’uso dei preservativi tra i ragazzi giovani ed eterosessuali, convinti che di AIDS non si muoia più. Dionysus è la divinità dell’estasi orgasmica e orgiastica: fate l’amore con chi volete, provate tutto quelle che c’è da provare, prima lo fate meglio è – l’unica regola che vale in amore è il preservativo. I preservativi si usano: sono la prima forma di rispetto verso voi stessi, verso chi vi piace – e verso una donna.

Dioniso indossa le scarpe Armadillo di Alexander McQueen. L’Italia è rimasta a bocca aperta davanti a un ragazzo di vent’anni, Damiano, front man dei Maneskin, che ha eccitato il paese – donne, nonne, uomini, incerti – compresa Alba Parietti. Damiano ha gli occhi truccati, le guance scavate, la sensualità della pelle – salirà su quel palco con le scarpe di McQueen.

Credere nella bellezza significa credere nel sudore: della pelle, della fatica, del lavoro. La sincerità è la leva per spostare i pesi della bilancia. «Da qualche parte lassù c’è una stella con sopra il tuo nome. Forse non sarò capace di aiutarti a trovarla, ma le mie spalle sono forti e puoi salirci sopra mentre la cerchi» – è Dioniso che sta parlando a Caravaggio. Proprio come quel gigante di Gil Reyes per dare nuova forza ad Andre Agassi.

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

La Signora del Lago d’Orta

San Giulio island, The view from Casa Fantini hotel, Lake Orta

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Il rayon è una fibra simile alla seta che si ottiene lavando la cellulosa con ammoniaca. Un accordo tra Italia e Germania, prima della Seconda Guerra Mondiale, concesse alla ditta Bemberg di installarne una produzione industriale sulle sponde del lago d’Orta: era necessaria una grande quantità di acqua e appunto un lago valeva il caso. Le valli a Nord di Novara, tra Verbania e Varallo, erano da sempre sedi di fonderie in ottone – tradizione dell’arte antica di fusione in terra per campane da chiesa. L’ammoniaca rilasciata dalla Bemberg reagiva con il rame e i metalli pesanti scartati dai processi di cromatura. Il danno ambientale esplose negli anni Trenta e spense il lago: nessuna forma di vita nell’acqua. Ai bambini fu proibito fare il bagno.

Passò molto tempo. Solo negli anni Ottanta, l’Istituto per lo Studio degli Ecosistemi di Pallanza, parte del CNR, recuperò da una cava vicina tonnellate di bicarbonato e le riversò nel lago. Il PH dell’acqua si stabilizzò, i metalli si depositarono sotto il limo. Una storia di rinascita, Daniela Fantini ricorda bene: il primo a tornare fu il persico reale, con tutto il coraggio di maestà. Nel giro di poco arrivarono le anguille e le carpe. Le anatre selvatiche e i cigni. In riva si ritrovarono i gamberi d’acqua dolce, sul fondo le cozze di lago, che lentamente hanno lavorato ripulendo il sottosuolo dai metalli silenti. Oggi il Lago d’Orta è uno dei bacini più puliti d’Italia, a dieci metri di profondità l’acqua è potabile. Il distretto di rubinetteria che si sviluppa lungo le sue sponde e nelle valli intorno, è evoluto e attento agli impatti ambientali.

Daniela Fantini è la Signora di questo Lago – se per Signora vogliamo ritrovare quell’accezione protettrice e benevola che ricordiamo dalle saghe medioevali. La Signora ha chiesto a Piero Lissoni di progettare la nuova sede della Fantini Rubinetterie: una costruzione in vetro, lieve tra salici e ginestre. Sul bordo del parco della casa padronale, Lissoni ha poi disegnato un piccolo albergo che somiglia a un diamante, che brilla nell’ombra fresca. Sulla darsena, nel centro di Pella, Casa Fantini ha aperto agli ospiti lo scorso agosto, dopo cinquecento giorni di lavori – è dedicata agli architetti che da tutto il mondo vengono a visitare l’azienda, a conoscere le nuove idrauliche che fanno della Fantini una prima linea di design per l’acqua. Casa Fantini è un edificio di pietra e luce, incastonato nel verde della riva, le linee sono moderne ma gentili. Chi vi soggiorna respira l’aria buona, insieme alle libellule dell’Isola di San Giulio – il vescovo che arrivò dalla Grecia per fondare cento chiese.

Saremmo rimasti ore ad ascoltare queste storie di acqua e di pace. Una parola buona per tutti, una in più per un signore che ha appena compiuto cent’anni – quando domenica mattina abbiamo attraversato il paese con lei, Daniela Fantini, Signora del Lago.

Hotel casaFantini/lake time

Piazza Motta, angolo Via Roma, 2 – Pella (NO)

0322 969893

Gulbenkian – it’s a Lisboom

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Lo chiamavano Mr. Five Per Cent, perché aveva il diritto di esigere il cinque per cento sulle transazioni petrolifere. Calouste Gulbenkian, origine persiana, s’innamorò di Lisbona e vi lasciò una collezione di mobili, dipinti e pezzi d’arte. Costruì un edificio e diede sede alla Fundação Calouste Gulbenkian, che ti ricorda quanto Lisbona non sia la città decadente di cui ti innamori per i vicoli dell’Alfama. Non mancate di visitarla: una maiolica di margherite azzurre proveniente dal medioevo della Turchia è la matrice di tutta l’estetica di Lampoon, petali bianchi salgono come rami dell’Eufrate – mentre in una stanza defilata, ci sono i pezzi di Lalique. In una collezione si racchiude l’essenza di una città e la sua proiezione nel futuro.

I collezionisti sono individui che acquistano oggetti della più ampia varietà – non li scelgono con una destinazione, li cercano perché questi appaiono loro esteticamente e intellettualmente rilevanti. Nel ritmo delle epoche d’oro e rosa, la figura del collezionista popola gli anni umanistici, di preparazione rinascimentale. Lorenzo il Magnifico prima del Rinascimento, Winckelmann prima del Neoclassicismo, Charles Ephrussi prima della rivoluzione elettrica, Calouste Gulbenkian prima dell’Europa unita. Si tratta di generalizzazioni – ma servono a considerare quanto la figura del collezionista sia focale per l’evoluzione culturale e sociale di una città.

Oggi si parla di Lisboom – un termine apparso su Artribune. La generazione 3s – startupper, studenti e surfer. Lisbona è una nuova Berlino. Residenze, immigrazione sono regolati di modo che molti stranieri extra europei, dalla Cina principalmente, portino i loro conti correnti presso banche portoghesi. Le condizioni fiscali sono vantaggiose per i pensionati, le case costano meno – Mario Centeno, ministro delle Finanze, è stato chiamato alla presidenza dell’Eurogruppo. Visitate la Gulbenkiann, cercate le collezioni nel mondo – troverete tutta l’energia che vi serve.

Calouste Gulbenkian Foundation
Av. de Berna 45 A – Lisboa
gulbenkian.pt/en

Calouste Gulbenkian Museum
R. Dr. Nicolau Bettencourt – Lisboa
Mercoledì > Lunedì, 10:00 > 18:00
gulbenkian.pt/museu/en
Intero € 10
Ridotto € 5
Sotto i 12 anni Gratis

Image from Calouste Gulbenkian Museum, Calouste Gulbenkian Foundation

L’uomo più bello del mondo

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Acqua di Giò è il profumo italiano – come il N°5 sta alla Francia per una donna, Acqua di Giò c’è in Italia per un uomo. Uno dei profumi più venduti al mondo, perennemente ai vertici delle classifiche di vendita. Celebre nella sua freschezza, nella sua semplicità – quel profumo di pulito, di energia – acqua che sia di torrente di montagna o di mare in Liguria.

Negli anni, Armani ha scelto volti maschili che ne rappresentassero l’essenza nelle immagini pubblicitarie. Succedeva negli anni Novanta: le ragazzine appendevano in stanza i poster insieme alle macro cover dei dischi dei Nirvana. Le campagne di Acqua di Giò hanno portato alle prime svolte per il desiderio collettivo: se ci pensate, prima la brama di pelle e bellezza era rivolta solo al corpo femminile – con Acqua di Giò è riapparsa quella ricerca per il corpo maschile che non si vedeva dai tempi di Prassitele. È stato uno dei movimenti estetici che hanno segnato un’epoca e che ancora oggi tengono salda l’immagine di Armani per l’uomo come icona di bellezza da ogni tipo di maschio, virile o efebico, in ogni parte del globo, oltre ogni distinzione di stile. Acqua di Giò è, nel mondo del profumo, quel bicchiere d’acqua che con tanta pace bevi la mattina appena sveglio, quelle gocce di doccia in un’alba calda d’estate. A Milano, sembra si possa confonderlo con il profumo dei tigli quando arriva maggio.

All’Armani Hotel si celebrava una nuova edizione, una nuova pagina di un’enciclopedia di luce. Da circa otto anni, Roberto Serafini è a capo di L’Oreal Luxe ed è la mente che sta dietro questo successo: la capacità al sorriso, le parole pacate, una gentilezza nei gesti. L’altra sera sembrava finalmente tutto così distante da una comunicazione troppo digitale e solo per mass market che non si comprende come possa raccontare la poesia di un profumo.

La nostalgia di Forte dei Marmi

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La nostalgia è una forma di energia che a Forte dei Marmi – quando il cielo si fa terso a maggio, il mare si rompe oceanico, le Apuane virano in cristallo – diventa gloria. Giuseppe Colombo e Titti Maschietto sono amici da tempo: due ragazzi, due signori, che sanno cogliere questa gloria da ogni venatura di corteccia, da ogni pino marittimo, da ogni arbusto in Versilia. Pochi anni fa, un tornado ha abbattuto gran parte della pineta: nel giardino dell’Augustus sono caduti trentacinque pini, Titti Maschietto ne ha ripiantati quaranta.

Giuseppe Colombo è l’anima e il motore di Gallo. All’incirca due decenni fa, Giuseppe si trovò tra le mani una produzione di calze scure formali: ne ha creato un modo, prima di un mondo. Calze di ogni colore, a righe – sopra le righe, Giuseppe ha richiamato rondini, fiori, ventagli e palme, ininterrottamente, ieri è già domani. La calza non come complemento al vestire, diventa dettaglio – dettaglio, nel vestire, si sa cosa significhi. Dicevamo un modo, poi un mondo: oltre le calze, sono confezionate cravatte, cappelli, i golf e i golfini, le sciarpe – e certamente, i costumi da bagno.

Questo breve scritto prende spunto da qui: da una linea di costumi da bagno che Giuseppe Colombo ha disegnato e prodotto giocando con righe blu e rosse sul bianco. Questi colori a bande altro non sono che il segno iconico dell’Augustus – l’albergo storico, per tanti (più di tanti) l’unico, il vero albergo di Forte dei Marmi – diretto e condotto familiarmente da Titti Maschietto. Soltanto sull’Augustus potrei scrivere pagine, tra la Cederna e Lina Sotis, ma spero troverò altro momento.

Alle due di pomeriggio, l’ora di colazione di ogni sabato mattina a Forte dei Marmi, sedevamo con Giuseppe Colombo e Titti Maschietto a un tavolo apparecchiato sulla spiaggia, sotto le vele bianche, con i nostri nuovi costumi fradici dopo il primo bagno, e un golf di lana per l’aria di maggio. Ordinavamo un’insalata tiepida di mare, con un poco d’insalata verde raccomandandoci che non andasse a coprire il sapore del pesce: sappiamo bene che per quella sensazione di acqua salata, di arsella pescata ogni mattina, anche se indelebile, serve premura.

Parlavamo di Forte dei Marmi, e anche se era così chiaro cosa stessimo raccontando, le parole non sembravano sufficienti per spiegare agli altri seduti a tavola con noi. Non un luogo, non un mondo, soltanto, davvero, un modo. Le biciclette, il profumo del pitosforo in anticipo sul gelsomino. Il mercato in centro il mercoledì mattina, le meduse che potevi spostare con le mani nuotando fino alla boa. I pattini di legno colorati. Gli armadi chiusi, gli abiti e le scarpe che ritrovi dalla stagione scorsa, un cotone ruvido, stopposo, reso pesante dall’umidità e dalla naftalina, dal buio dell’ombra che solo a giugno si asciuga un po’, per poi ribagnarsi al primo temporale estivo, con le gocce di una pozzanghera dove cade la luce – soltanto la luce, nessun arcobaleno meraviglioso – niente wow, non vogliamo stupore, qui a Forte dei Marmi, soltanto pace. Forte dei Marmi è un modo di silenzio e amore, di cortesia e rispetto.

Non abbiamo fatto cenno, o rimando, alla Capannina. Non abbiamo raccontato di come un tempo, tra le parole, sorrisi e sospiri, in Capannina restava un profumo di dolci all’una di notte, di soufflé alla crema e al cioccolato, il barman con i guanti bianchi, il gin tonic nel bicchiere di vetro con la foglia di menta, i divani rossi e verdi, la luce soffusa, e le seggiole di rattan. La Capannina era aperta tutta l’estate – oggi se ci passi davanti un lunedì di luglio, trovi il buio. Un tempo c’era Otello, c’era la sfida per entrare – la camicia, le scarpe eleganti, eccezioni per il cuoio da barca. Forte dei Marmi era ristoro di una classe sociale solida nel proprio lavoro, quella borghesia che aveva portato l’Italia al boom – poca aria per arrivisti, per ricchezze volatili o transitorie, per eredità malamente fortunate. L’attuale proprietario, Gherardo Guidi, non ha voluto conservare niente di tutto questo – o forse, più semplicemente, non è stato capace di farlo.

All’improvviso, un temporale sciacquava via tutto. La prima pesca di questa estate, e gli amici del bar di Gino Paoli sorridevano al tavolo a fianco, quando ci siamo alzati per portare le biciclette al riparo dalla pioggia, dicendo abbiamo le spalle larghe, a Forte dei Marmi. La nostalgia è una forma di energia. La villa dell’ammiraglio Morin – le lottizzazioni della pineta erano concesse ai comandanti di flotta dalla Regia Marina – la abita Fabio de Michele che vuole un leccio potato ogni anno per non coprire la vista del mare – il leccio si espande in larghezza invece che crescere in altezza (chi legge immagino sappia ricordare come l’ombra del leccio sia l’ombra più fitta che la natura produce attraverso un albero). In bicicletta alla casa di Carlo Carrà, il futurista, il pittore, parte di quella società di arte e letteratura che popolava la pineta dal mare a Pietrasanta – una signora gentile, sua nipote ci ha aperto le finestre dello studio dell’artista: un pavimento di piastrelle rosse e blu e azzurre, su stoffe vecchie gialle, di divani e tessuti ancora ruvidi, piani di tavolo anni Cinquanta in vetro verde.

Vorrei, potrei scrivere pagine e pagine su Forte dei Marmi – l’Augustus, le vie, le siepi e le ceste in vimini, i cicli Maggi e la focaccia dura e salata, le more di rovo – su tutto quanto Forte dei Marmi rappresenti ancora per lo stile italiano – come dicevo prima, ci saranno altre occasioni. Penso sia il senso del giornalismo di moda oggi: riuscire con le parole a riportare le immagini, manipolare memorie, per raccontare la creatività di una casa, di una produzione tessile italiana. La spiaggia, un costume da bagno e i colori delle cabine, un albergo e una dimora famigliare, lo studio di Carlo Carrà e le piastrelle in contrasto, il pitosforo e i gerani rossi sul balcone – a Forte dei Marmi, a maggio, fa ancora un po’ freddo la sera, ai piedi un paio di calze. È così ovvio che questo articolo volesse solo raccontare l’arte di Gallo.

Images from Lampooners

Il surrealismo di Dior

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Una scacchiera bianca e nera posata nel parco del Musée Rodin è la passarella della sfilata di alta moda dedicata al surrealismo. Alfieri e regine, la femminilità dei fiori di Dior cede la diagonale a divise militari per una guerra di scacchi. Un frangente più maschile che Dior propose già nei suoi anni: si collega alla tradizione del blu scuro, all’abito composto. Le vecchie uniformi del dopo guerra incontrano una geometria iperattiva: le gonne si muovono su pieghe e tagli, come cassetti che diventano liquidi uscendo da un comò. Le lancette di un pendolo girano per il mondo invece che in un quadrante. Occhi di pavone montati in roccaforti.

Il surrealismo di Dior nasce da uno studio dell’arte del fondatore, dalla sua curiosità per la materia paranormale e esoterica – e che appare ancor più nella collezione per l’autunno: sia i richiami alle volumetrie di Galliano per i tailleur da giorno, sia gli abiti intarsiati dai colletti bianchi che sono la prima firma di Chiuri sono inevitabili. Il rigore e la sobrietà di Maria Grazia è evidente siano alla base della moda delle prossime sfilate. Una sensibilità attuale: lo show di comunicazione digitale si sta dimostrando sempre più distante dai codici del lusso – d’altra parte, è lecito chiedersi cosa possa avere in comune l’esercito dei selfie con questo scacco d’intelletto surreale che resta l’unico valore, l’unica giustificazione a una dimensione così elitaria per la moda.

La sera, la scacchiera si trasforma in una pista da ballo. I papillon degli smoking si annodano soltanto a mano. Dai soffitti, le mani di Dalì, gli orologi tagliati a metà, le gabbie per pettirossi ubriachi. Sul palco Willow Smith – mentre ai bordi verso i tavoli brilla una ragazza italiana – in tanti si chiedono chi sia, in un certo senso nuova per la clique Dior – più bella per ogni mese che passa, Costanza Beccari.

Music: Nils Frahm, All Music

Courtesy of Press Office
dior.com – @dior

Un amore al Suvretta

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

In Engadina ci arrivi salendo per il passo del Maloja. Oltre il muro e il dirupo del castello di Grayskull, ti sembra di planare su un altopiano fatato di Tolkien. Il drago riposa sul muschio, sotto la neve. Dopo l’ultima collina sul ciglio dell’acqua, tra gli abeti appare l’albergo più bello del mondo, il Suvretta Hotel. Somiglia a una reggia di Ludwig, ma senza delirio. Volge a ovest, verso il sole e verso il suo tramonto – in viso al lago di Silvaplana, dando le spalle allo scintillio di St. Moritz posata sul pendio che ne segue.

Ci saranno alberghi più lussuosi, più incredibili per tecnologie e avanguardia – il Suvretta rimarrà il più bello, per quanto ogni relatività possa concedere. La sua mole da reggia per l’imperatrice Elizabeth, forse un poco casa per le cure di Thomas Mann sulla sua Montagna Incantata, il suo profumo di legno e di stoffa, quei corridoi lunghi e le camere rotonde, la sala dorata del ristorante, la stufa gigantesca nella foresteria, una piscina di acqua bollente all’aperto sotto le stelle. Il Suvretta fa parte dei Leading Hotels of the World, la collezione di alberghi di lusso indipendenti e superiori che rappresenta benchmark, certezza e saper vivere – certo, per chi può permettersi di scegliere.

Non servono i colori delle Dolomiti. Qui la natura è così potente, a duemila metri, che l’ossigeno ti entra nei polmoni e ti apre la testa come non ricordavi di saper fare. Ci venivo quando ero piccolo – svegliarsi presto, all’alba, una colazione con uova e brioche svizzere al burro, poca frutta e tanta crema di cioccolato. Su per le piste, ero un bambino, con il maestro e gli altri ragazzini della scuola di sci. Al Suvretta, la seggiovia parte fuori dalla porta dell’albergo. Per una settimana, così bianca in montagna, la macchina non mi ricordavo neanche mi avesse portato fino a lì. Tutto a piedi, tutto limpido – fino in alto, il Piz Nair: a gennaio fa troppo freddo, ma a febbraio si può fare. Sciavamo fino all’una, poi tornavamo a mangiare giù – prima di lunch, un bagno in piscina con la nonna – poi una maglietta pulita, nello stomaco altre uova, di nuovo su in alto, su e giù per le piste.

St. Moritz, si dice Top of the World – il sole con raggi gotici, tedeschi, nel logo. Crescendo, negli anni dell’università, a questa velocità le notti le perdevamo al Dracula, senza dormire, Belvedere e Rose’s. Una vita da sogno – mai gli occhi chiusi, tornavamo alle quattro, alle nove eravamo in piedi, di nuovo sulle piste – con clemenza sì, ma entro le dieci. Eravamo solo figli di papà, non avevamo soldi nostri – ma la merenda con il caviale riuscivamo a farcela offrire da qualcuno. Ubriachi, gli shot alcolici al Corviglia. Aspettavamo a scendere, gli impianti chiusi – e così negli occhi senza maschere perché la luce era dolce, scendevamo a valle – il tramonto oltre le vette, sopra il lago ghiacciato, bianco.

Che vita! Charles Ephrussi arrivato da Parigi – prima che tutto questo sogno s’infrangesse, si rompesse come vetro, in ogni vita adulta – ma le schegge di cristallo brillano lo stesso, e se le polverizzi diventano materia di stelle. Il Suvretta si erge roccaforte davanti alle ville dell’Engadina. Un paese per lo Scia di Persia, per Onassis, per tutto quel mondo del secolo scorso composto di diamanti, per chi oggi ne comprende il vanto della decadenza. Chi ne discende, oggi, non potrà avere mai quel trascorso, quel saper fare, quel successo. Al Suvretta, le camere sono nuove, le hanno rimodernate. Tutta questa fantasia, questa mia meraviglia, tra un principe Asburgo e Soraya, esiste e resiste. Torni al Suvretta, è identico. Quei pomeriggi di neve al sole, per un bambino timido o per un ragazzino strafottente, sono ancora lì. La nostalgia sparisce, il tempo si ferma, il sole ti abbaglia – al Suvretta, l’albergo più bello del mondo.

Hotel Suvretta House St. Moritz
Via Chasellas 1
CH-7500 St. Moritz
Tel: +41 81 836 36 36

suvrettahouse.ch/en

Part of LHW – The Leading Hotels of the World
lhw.com

Architettura in Tweed

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Amburgo, dicembre 2017. Studenti e ricercatori ti fanno notare i dettagli: gli edifici cercano la luce, le finestre sono incastonate nei mattoni scuri posati secondo assi diverse. A scacchiera, a spina di pesce, i mattoni cambiano moduli e direzioni, fuoriescono come spine. Ogni facciata prende una tridimensionalità, una ruvidità – assomiglia a un tessuto – o meglio, a un tweed. Nella moda, emblema di tweed è Chanel – che qui ad Amburgo ha presentato i suoi Métiers d’Art. Sono abiti di prêt à porter talmente elaborati da porre in difficoltà la produzione, avvicinandosi alla natura di couture. In passerella le donne di adesso: Vittoria Ceretti e Kaia Gerber, in platea, Kristen Stewart e Tilda Swinton.

In questa terra gelida e buia d’inverno, battuta dal vento e sconfitta dal mondo per due volte in meno di cinquanta anni, nel 1933 nacque Karl Lagerfeld. Qui il fiume Alster entra nell’Elba – si rompe in un crogiolo di laghi, canali primari e secondari: quando la marea risale dall’oceano, il corso del fiume si inverte e il livello dell’acqua può alzarsi anche di tre metri. I canali sono per questa ragione molto profondi – se ti affacci sembrano baratri. I ponti sono alti, anche cinque e sei metri. Amburgo era città stato, prima dell’unione tedesca nel 1871 – capitale energetica, l’acqua permetteva la produzione di vapore, i primi motori del secolo scorso. Oggi Amburgo è una speculazione urbanistica.

Bruno Zevi insegnava come l’architettura sia la scienza del vuoto, il ragionamento tramite il quale un vuoto possa essere incastonato da una forma abitabile. Chanel ha sfilato i suoi Métiers d’Art dentro la Elbphilharmonie di Herzog & de Meuron, il simbolo della ricerca in architettura sul territorio di Amburgo: all’esterno, una base in mattoni rossi della tradizione secolare, ancora – sopra i mattoni una costruzione a punte e curve di specchi, involucro per un volume di aria e di musica. Tutto è fluido. I vetri sono bombati, per moltiplicare i giochi di riflessi, come è uso nell’alta Germania fin dagli anni Venti: amplificano i raggi come superfici di gemme. Si è sempre trattato di cercare la luce, le forme dei cristalli, qui ad Amburgo. I fili di argento e metallo mescolati nell’ordito dei tweed di Chanel portano nuovi bagliori.

Chi usa il cuore parlando di cultura nella moda, sa che la supremazia di Chanel è una questione di tessuto. Trame e orditi, a volte ancora usati a mano. Filati pesanti, spessi, nascono da un mix di lavorazioni in metallo, lana e seta, nastri e nuove materie – sembra quasi fantascienza, futuro di un artigianato che raggiunge abilità di matematica scientifica. L’architettura è questa: costruzioni in materia tessile, per delimitare quello spazio vuoto riempito dal corpo di una donna.

Il legame con i Métiers d’Art risale ai tempi di Gabrielle, che collaborava con i più grandi artigiani dell’epoca. Nel 2020, un nuovo spazio Chanel dedicato ai suoi Métiers d’Art verrà inaugurato a Porte d’Aubervilliers. Un edificio di 25.550 mq progettato dell’architetto Rudy Ricciotti, vincitore del Grand Prix National d’Architecture, riunirà tutti i maestri d’arte in un unico luogo. L’idea è rendere i laboratori creativi integrati con quelli di produzione. Creare un flusso lavorativo che seguirà i bisogni e le logistiche di ciascuna attività. La struttura si svilupperà intorno a uno spazio verde e rispecchierà i moderni standard sul comfort dei dipendenti durante le stagioni. L’esoscheletro, che rimanderà al mondo dei tessuti, sarà il punto focale della struttura e lo renderà immediatamente riconoscibile.

Images courtesy of Press Office
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