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carlo mazzoni

I castelli d’Aosta

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Salendo in macchina verso le Alpi, la pianura si inclina dopo Ivrea – lì ti accorgi del primo, il Castello di Pavone, sopraelevato, tra la Dora e il lago. Basta fare anche solo poca attenzione, ma ci si accorge di un telefono senza fili che ha funzionato per secoli. Guidando lungo l’autostrada, riesci a vedere i castelli che non si perdono di vista: uno dopo l’altro, alzano torri che trasmisero segnali a una velocità per noi oggi incomprensibile, ma che rappresentò un servizio di connessione tra i più audaci della storia. La Val d’Aosta segnata da queste rocche, alcune grandi altre più piccole – era il dazio, il confine, la porta d’ingresso – di un territorio che ha dato i natali a una delle famiglie che poi sarebbe diventata la casa reale d’Italia e che oggi ci appare così incerta nel rispetto di qualsivoglia araldica.

Davanti al volante, il Monte Bianco. C’è da comprendere come in molti si spaventassero davanti a una simile mole, e che si cercasse una via alternativa a un muro di quattromila metri. Si volgeva a sinistra. La Thuile è un villaggio in una valle che è passo per la Francia – abitato fin dal primo millennio. Un panettone bianco di piste da sci è quello che vedi quando la seggiovia oltrepassa il ciglio – mentre il paese resta nell’ombra lungo il torrente e il ghiaccio.

In questo pendio di ombra invernale e di fresco estivo, un nuovo albergo è la meta di questo viaggio lungo i castelli d’Aosta – il Nira Montana è una questione di dettagli: il profumo di legno delle stanze nuove, la ciniglia degli accappatoi, le pantofole di velluto lungo come pelo – e i libri, nelle sale, come nelle stanza, segnano un luogo che sa raccontare la montagna che segna un passaggio.

Images courtesy of the hotel

Image cover Castello Savoia, Gressoney, Aosta Valley – Italy

Anna Dello Russo

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Il rigore. Al secondo piano di un edificio borghese su piazza Castello, erano i miei primi giorni di lavoro in una redazione. Non avevo scrivania né seggiola. Ero uno dei tanti stagisti, avevo ventidue anni. Lungo il corridoio, le pareti erano vestite da scaffali di libri. La polvere – nell’aria c’era un costante odore di fotocopiatrice, d’inchiostro caldo per stampante. Rullini in acetato, pagine patinate di prova – fotografie appese o posate sui banchi in confusione. Anna dello Russo era il direttore de L’Uomo Vogue dal 2000. «Sei precisa, organizzata e devota» le aveva detto Franca Sozzani, quando le aveva offerto quel posto. Dal corridoio scuro e polveroso della redazione, mi fermavo a osservare l’ufficio di Anna. Immagini, appunti o note appesi su una bacheca a muro, disposti in geometria rigida. Le riviste impilate alla perfezione del millimetro. Bianco e nero, c’era molta luce. Era un laboratorio scientifico di chimica estetica: si produceva bellezza per il mondo esterno – lì, nel cuore, nel motore acceso, vigeva il rigore maniacale.

Vestiva di nero. Niente trucco in viso. Uno scatto di Helmut Newton del 1996 la coglie, mentre attraversa camminando il cortile del Palazzo di Brera. Un cappotto nero e lungo di Yoshji Yamamoto, sigaretta in bocca, portamento signorile, scarpe basse da uomo. «La mancanza di professionalità mi manda in bestia» – Anna mi ha spiegato come sia necessario studiare le sfilate maschili per comprendere quelle femminili. La destrutturazione di Armani, i volumi giapponesi, l’avanguardia olandese dei ‘Sei di Anversa’, la ruvidezza tedesca di Raf Simons. Mi raccontava come i cambiamenti nella moda siano sempre apparsi prima con l’uomo, poi con la donna: per far breccia nell’immaginario maschile, più solido e composto per tradizione e virilità, la crepa deve essere sottile e profonda – è naturale che questa poi sappia arrivare alle fondamenta. Era il gennaio del 2014, poco dopo la prima sfilata uomo di Alessandro Michele: uno shock di sagome effimere anni Settanta per un hipster nostalgico che un mese dopo, a Milano Donna, sarebbe esploso per poi condurre la moda di queste ultime stagioni. Anna mi disse che il mio progetto per Lampoon coincideva con quanto era appena successo da Gucci.

L’incontenibile voglia di nuovo. Un anno dopo, mi ricordo il suo diniego, quando a una cena di Lampoon, Anna se ne andò – mi disse che c’era gente troppo vecchia, troppo noiosa. Lo sponsor mi aveva costretto a una lista di suoi potenziali clienti che stridevano con l’atteggiamento che stavo costruendo per Lampoon – ma non potevo usare paraventi: mi fu chiaro e cristallino che era già tempo di cambiare. Subito, veloce. I giornali sono fatti di pagine da voltare. Lampoon aveva poco più di un anno – io aprii la porta e fuori tutti. Quel movimento, quel concetto di tribe digitale, che avevamo lanciato per primi e che le aziende iniziavano a pianificare come strategia commerciale, da Lampoon doveva essere dismesso. Lampoon era ed è rigore e futuro – nei contrasti intellettuali, nei colori e nei dettagli.

Cambiare – Anna mi ha insegnato il concetto. La moda è la letteratura del tempo che scorre, quel laboratorio scientifico di estetica ha regole ferree, quanto quelle della chimica. «La moda sembra un circo: in realtà si tratta di lavoro duro e assoluto». Anna lasciò la direzione de L’Uomo Vogue nel 2006. Poco tempo dopo apparve in un video, ballando con una caravella in testa. Cercai di capire se dentro la caravella che usava come copricapo si nascondessero i puffi. Da samurai ascetico s’inventò Pompadour d’arcobaleno. Stava cominciando l’epoca del pop, non culturale, ma letterale: quello che era riservato a pochi diventava accessibile a tutti – tramite il web. Anna ne percepì l’impatto prima dell’esplosione dei social media. Ciò significa che Anna ne comprese l’essenza prima che questa prendesse sostanza. È stata Anna a inventare ciò che oggi si definisce street style, la voglia di vestirsi indipendentemente dal contesto. Gli abiti lunghi di prima mattina. Il chiodo con la couture, i veli con gli anfibi, i jeans con le redingote, i volumi con i cappelli da baseball. Mai un accostamento, sempre un esperimento. Ironia, deriva poliglotta semi dislessica, dialogo sfacciato e marcato accento pugliese. Il claim è una frase che mi disse per il primo numero di Lampoon – una frase che resta il suo motto: «Gli altri si drogano, io mi vesto». Una velocità che era possibile solo sferzandone la tempra d’acciaio. Anna si alza alle sei di mattina, sempre – per una lezione di yoga o una sessione di nuoto. Quella fotografia di Helmut Newton che la ritrae come un soldato dell’editing non sbiadisce, non si perde in nessun universo di colori e sorrisi.

Questo libro potrebbe essere un baule riposto in soffitta – quando un Goonie o un Orsetto del Cuore lo apre, il baule si spalanca e ne fuoriesce un mondo di fulmini, scintille, suoni e musiche rock. La favola ha inizio: il libro sa raccontare lo stato dell’arte di Anna dello Russo. Un diario, un album di figurine da collezione. Le sue campagne storiche, i suoi editoriali – le fotografie che i maestri le hanno fatto. I suoi appunti su come ci si dovrebbe presentare a un matrimonio, i suoi buoni propositi per ogni anno a venire. Anna seduta in prima fila a fianco ad Anna Piaggi – rivedendole tra queste pagine, le due hanno molto in comune. Carine Roitfled e Mickey Rourke – una cover Brad Pitt sul set per Achille. Virna Lisi e la divina Sofia con i diamanti di Bulgari. Una raccolta di etichette – le più belle restano quelle di Fiorucci.

Un’immensa voglia di leggerezza. I vestiti di organza la lasciano quasi nuda, in mezzo a corso Venezia, nel gelo di febbraio. Il brunch al Radetzky nel cuore di Milano, nel quartiere dietro porta Garibaldi. La sua casa in Puglia, d’estate, AdR sul fondo della piscina. Kitch, click & chic. Angelo, il suo fidanzato al suo fianco. Cucciolina, il pinscher, sempre con lei – e così un esercito di amici, ragazzi con una fame pazzesca di sentirla parlare, di farle raccontare un po’ di tutto quanto Anna ha sempre da dire. In campagna, a dicembre davanti al camino, si mise a cantare il ritornello del singolo di Mengoni quando lo vide entrare nella stanza piena di gente. Se un ragazzo è bello, non c’è niente da fare – Jon Kortajarena sarà comunque più bello.

Gli abiti sono pronti per essere battuti all’asta da Christie’s – Anna vuole liberarsi del suo archivio. Detesta il vintage, detesta quello che rimane fermo. Vuole che i vestiti prendano nuova vita – devono tornare a muoversi, viaggiare, essere indossati da altre gambe, toccare i marciapiedi di altre strade. Scrivere nuove storie, creare nuove immagini. È ancora il medesimo concetto: fare moda significa cambiare. I giornali sono pagine da voltare. Gli armadi hanno bisogno di nuovo spazio. Il ricavato delle vendite del suo archivio andrà a finanziare borse di studio a Londra – perché per ogni leggerezza che Anna ha voluto cogliere, ti colpisce la stessa scossa elettrica, la stessa fonte energetica: il suo studio, il suo lavoro. «Sei precisa, organizzata e devota» – ancora. Oltre questo tripudio di colori, ritorna la foto di Helmut Newton del 1996.

Il successo di Anna è decretato anche da una variegata quantità di gente improvvisata e diversamente intellettuale che sogna di diventare come lei. C’è una differenza sostanziale tra Anna e le sue adepte: la serietà della sua preparazione. La proprietà della materia. «Hai un fidanzato? Dimenticalo. Non sai l’inglese? Imparalo» – fu un’altra conversazione, in unica voce, con Franca Sozzani. L’ironia sparisce pensando come tante ragazze che vorrebbero diventare Anna dello Russo abbiano basato i loro tentativi sull’aggancio di un fidanzato giusto. Fotocopie, emulatrici. Ereditiere allegre sono cittadine del mondo o firmatarie di rubriche di gossip a New York. Miuccia Prada l’ha detto: basta ossessione per lo sharing digitale. Milioni di cuoricini, exploit commerciali reggono una stagione, ma uno zero moltiplicato per zero fa sempre zero. La moda no – la moda è sostanza. La moda è l’evoluzione di una tradizione pittorica che nacque nel Quattrocento, si definì nel Rinascimento e da lì in avanti non ha più smesso la speculazione estetica. Quando Burberry commissiona a Mario Testino un’immagine di Kate Moss con il trench iconico di Jackie Kennedy, si attiva lo stesso identico procedimento di creazione ed economia secondo il quale papa Borgia richiese al Pinturicchio un ritratto di Lucrezia nelle sembianze di Caterina d’Alessandria. Caravelle incluse.

La storia di Anna dimostra come la moda non possa essere ridotta a una strategia di pubbliche relazioni, di feste e contatti. La moda è un lavoro duro, uno sforzo di osservazione – prima ancora, ci sono il coraggio e il talento. Quella fotografia di Newton del 1996 – il filo conduttore di questo articolo. Quell’intercedere sul selciato, quello stesso viso concentrato, il mento lievemente abbassato. Era il 26 febbraio 2017, un anno fa pressappoco. Stavo uscendo dal duomo di Milano, dopo la commemorazione per la morte di Franca Sozzani. Mi accorsi che Anna mi stava camminando pochi metri avanti, da sola in silenzio. Indossava i tacchi alti, un tailleur. Un velo nero e sobrio ne adornava il copricapo. Si può dire l’opposto di quel cappotto lungo sopra i mocassini da uomo della foto di Newton, l’antitesi della regina di ogni street style – eppure, quella donna era Anna, in tutta la sua sintesi. Ne percepii il potere e la forza. Nonostante l’affetto e la confidenza, non osai avvicinarmi.

AdR Book: Beyond Fashion

Anna Dello Russo
Phaidon, p. 552, € 175

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

Editor’s Letter – Dionysus

L: lina hoss, cape chanel, Photography Nikolay Biryukov; nastya sten, dress chanel, Photography Kahn & Selsenick; harleth kuusik, jacket louis vuitton, Photography Ralph Mecke

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

A dicembre, a tre mesi dall’apertura, duecentocinquanta mila biglietti d’ingresso erano già stati staccati per la mostra di Caravaggio, al Palazzo Reale di Milano. Non era più possibile prenotare la visita – tutti i posti esauriti fino al 28 gennaio, giorno di chiusura. L’unica possibilità per entrare era mettersi in coda.

Dalle ombre del Merisi nascono gli scintillii di Sølve Sundsbø, da un baratro di rocce scure sorge la Torre d’Avorio di un’Infanta Imperatrice de La Storia infinita – per interpretarla, abbiamo voluto Lina Hoss. La moda di questa primavera è composta di luccichii e bagliori che nascono dai chiaroscuri, dal buio di un inverno concluso. Nel corso del 2018, Fendi sostiene il progetto di catalogo digitale di tutte le opere del Caravaggio, lavorando con la direzione della Galleria Borghese – insieme a un programma di mostre nei musei del mondo, per i prossimi due anni.

Caravaggio, divino e demoniaco. La massima grazia dell’arte e una vita in rivolta, contro i costumi e contro la legge. Dipinse la santità e visse la sensualità – i suoi quadri turbano, perché nessun altro fu così capace di produrne la sintesi. Un dio greco gli fece da eco, scusate la rima – il titolo è Dionysus, ed è un invito a reagire contro quest’epoca di Trump: un momento vago per la cultura e per la civiltà americana, in balia di un sexy trash che appare addirittura su Love mentre sarebbe meglio rimanesse esclusivo della sua alcova d’orgine, nei pressi dell’indirizzo delle sorelle Kardashian.

Il sesso per Caravaggio è un fare sincero. Libero, perverso e promiscuo – o anche cattolico, prolifico e simbolico – sempre potente. In Italia come in Europa, si evince un calo dell’uso dei preservativi tra i ragazzi giovani ed eterosessuali, convinti che di AIDS non si muoia più. Dionysus è la divinità dell’estasi orgasmica e orgiastica: fate l’amore con chi volete, provate tutto quelle che c’è da provare, prima lo fate meglio è – l’unica regola che vale in amore è il preservativo. I preservativi si usano: sono la prima forma di rispetto verso voi stessi, verso chi vi piace – e verso una donna.

Dioniso indossa le scarpe Armadillo di Alexander McQueen. L’Italia è rimasta a bocca aperta davanti a un ragazzo di vent’anni, Damiano, front man dei Maneskin, che ha eccitato il paese – donne, nonne, uomini, incerti – compresa Alba Parietti. Damiano ha gli occhi truccati, le guance scavate, la sensualità della pelle – salirà su quel palco con le scarpe di McQueen.

Credere nella bellezza significa credere nel sudore: della pelle, della fatica, del lavoro. La sincerità è la leva per spostare i pesi della bilancia. «Da qualche parte lassù c’è una stella con sopra il tuo nome. Forse non sarò capace di aiutarti a trovarla, ma le mie spalle sono forti e puoi salirci sopra mentre la cerchi» – è Dioniso che sta parlando a Caravaggio. Proprio come quel gigante di Gil Reyes per dare nuova forza ad Andre Agassi.

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

Gulbenkian – it’s a Lisboom

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Lo chiamavano Mr. Five Per Cent, perché aveva il diritto di esigere il cinque per cento sulle transazioni petrolifere. Calouste Gulbenkian, origine persiana, s’innamorò di Lisbona e vi lasciò una collezione di mobili, dipinti e pezzi d’arte. Costruì un edificio e diede sede alla Fundação Calouste Gulbenkian, che ti ricorda quanto Lisbona non sia la città decadente di cui ti innamori per i vicoli dell’Alfama. Non mancate di visitarla: una maiolica di margherite azzurre proveniente dal medioevo della Turchia è la matrice di tutta l’estetica di Lampoon, petali bianchi salgono come rami dell’Eufrate – mentre in una stanza defilata, ci sono i pezzi di Lalique. In una collezione si racchiude l’essenza di una città e la sua proiezione nel futuro.

I collezionisti sono individui che acquistano oggetti della più ampia varietà – non li scelgono con una destinazione, li cercano perché questi appaiono loro esteticamente e intellettualmente rilevanti. Nel ritmo delle epoche d’oro e rosa, la figura del collezionista popola gli anni umanistici, di preparazione rinascimentale. Lorenzo il Magnifico prima del Rinascimento, Winckelmann prima del Neoclassicismo, Charles Ephrussi prima della rivoluzione elettrica, Calouste Gulbenkian prima dell’Europa unita. Si tratta di generalizzazioni – ma servono a considerare quanto la figura del collezionista sia focale per l’evoluzione culturale e sociale di una città.

Oggi si parla di Lisboom – un termine apparso su Artribune. La generazione 3s – startupper, studenti e surfer. Lisbona è una nuova Berlino. Residenze, immigrazione sono regolati di modo che molti stranieri extra europei, dalla Cina principalmente, portino i loro conti correnti presso banche portoghesi. Le condizioni fiscali sono vantaggiose per i pensionati, le case costano meno – Mario Centeno, ministro delle Finanze, è stato chiamato alla presidenza dell’Eurogruppo. Visitate la Gulbenkiann, cercate le collezioni nel mondo – troverete tutta l’energia che vi serve.

Calouste Gulbenkian Foundation
Av. de Berna 45 A – Lisboa
gulbenkian.pt/en

Calouste Gulbenkian Museum
R. Dr. Nicolau Bettencourt – Lisboa
Mercoledì > Lunedì, 10:00 > 18:00
gulbenkian.pt/museu/en
Intero € 10
Ridotto € 5
Sotto i 12 anni Gratis

Image from Calouste Gulbenkian Museum, Calouste Gulbenkian Foundation

L’uomo più bello del mondo

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Acqua di Giò è il profumo italiano – come il N°5 sta alla Francia per una donna, Acqua di Giò c’è in Italia per un uomo. Uno dei profumi più venduti al mondo, perennemente ai vertici delle classifiche di vendita. Celebre nella sua freschezza, nella sua semplicità – quel profumo di pulito, di energia – acqua che sia di torrente di montagna o di mare in Liguria.

Negli anni, Armani ha scelto volti maschili che ne rappresentassero l’essenza nelle immagini pubblicitarie. Succedeva negli anni Novanta: le ragazzine appendevano in stanza i poster insieme alle macro cover dei dischi dei Nirvana. Le campagne di Acqua di Giò hanno portato alle prime svolte per il desiderio collettivo: se ci pensate, prima la brama di pelle e bellezza era rivolta solo al corpo femminile – con Acqua di Giò è riapparsa quella ricerca per il corpo maschile che non si vedeva dai tempi di Prassitele. È stato uno dei movimenti estetici che hanno segnato un’epoca e che ancora oggi tengono salda l’immagine di Armani per l’uomo come icona di bellezza da ogni tipo di maschio, virile o efebico, in ogni parte del globo, oltre ogni distinzione di stile. Acqua di Giò è, nel mondo del profumo, quel bicchiere d’acqua che con tanta pace bevi la mattina appena sveglio, quelle gocce di doccia in un’alba calda d’estate. A Milano, sembra si possa confonderlo con il profumo dei tigli quando arriva maggio.

All’Armani Hotel si celebrava una nuova edizione, una nuova pagina di un’enciclopedia di luce. Da circa otto anni, Roberto Serafini è a capo di L’Oreal Luxe ed è la mente che sta dietro questo successo: la capacità al sorriso, le parole pacate, una gentilezza nei gesti. L’altra sera sembrava finalmente tutto così distante da una comunicazione troppo digitale e solo per mass market che non si comprende come possa raccontare la poesia di un profumo.

Il surrealismo di Dior

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Una scacchiera bianca e nera posata nel parco del Musée Rodin è la passarella della sfilata di alta moda dedicata al surrealismo. Alfieri e regine, la femminilità dei fiori di Dior cede la diagonale a divise militari per una guerra di scacchi. Un frangente più maschile che Dior propose già nei suoi anni: si collega alla tradizione del blu scuro, all’abito composto. Le vecchie uniformi del dopo guerra incontrano una geometria iperattiva: le gonne si muovono su pieghe e tagli, come cassetti che diventano liquidi uscendo da un comò. Le lancette di un pendolo girano per il mondo invece che in un quadrante. Occhi di pavone montati in roccaforti.

Il surrealismo di Dior nasce da uno studio dell’arte del fondatore, dalla sua curiosità per la materia paranormale e esoterica – e che appare ancor più nella collezione per l’autunno: sia i richiami alle volumetrie di Galliano per i tailleur da giorno, sia gli abiti intarsiati dai colletti bianchi che sono la prima firma di Chiuri sono inevitabili. Il rigore e la sobrietà di Maria Grazia è evidente siano alla base della moda delle prossime sfilate. Una sensibilità attuale: lo show di comunicazione digitale si sta dimostrando sempre più distante dai codici del lusso – d’altra parte, è lecito chiedersi cosa possa avere in comune l’esercito dei selfie con questo scacco d’intelletto surreale che resta l’unico valore, l’unica giustificazione a una dimensione così elitaria per la moda.

La sera, la scacchiera si trasforma in una pista da ballo. I papillon degli smoking si annodano soltanto a mano. Dai soffitti, le mani di Dalì, gli orologi tagliati a metà, le gabbie per pettirossi ubriachi. Sul palco Willow Smith – mentre ai bordi verso i tavoli brilla una ragazza italiana – in tanti si chiedono chi sia, in un certo senso nuova per la clique Dior – più bella per ogni mese che passa, Costanza Beccari.

Music: Nils Frahm, All Music

Courtesy of Press Office
dior.com – @dior

Un amore al Suvretta

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

In Engadina ci arrivi salendo per il passo del Maloja. Oltre il muro e il dirupo del castello di Grayskull, ti sembra di planare su un altopiano fatato di Tolkien. Il drago riposa sul muschio, sotto la neve. Dopo l’ultima collina sul ciglio dell’acqua, tra gli abeti appare l’albergo più bello del mondo, il Suvretta Hotel. Somiglia a una reggia di Ludwig, ma senza delirio. Volge a ovest, verso il sole e verso il suo tramonto – in viso al lago di Silvaplana, dando le spalle allo scintillio di St. Moritz posata sul pendio che ne segue.

Ci saranno alberghi più lussuosi, più incredibili per tecnologie e avanguardia – il Suvretta rimarrà il più bello, per quanto ogni relatività possa concedere. La sua mole da reggia per l’imperatrice Elizabeth, forse un poco casa per le cure di Thomas Mann sulla sua Montagna Incantata, il suo profumo di legno e di stoffa, quei corridoi lunghi e le camere rotonde, la sala dorata del ristorante, la stufa gigantesca nella foresteria, una piscina di acqua bollente all’aperto sotto le stelle. Il Suvretta fa parte dei Leading Hotels of the World, la collezione di alberghi di lusso indipendenti e superiori che rappresenta benchmark, certezza e saper vivere – certo, per chi può permettersi di scegliere.

Non servono i colori delle Dolomiti. Qui la natura è così potente, a duemila metri, che l’ossigeno ti entra nei polmoni e ti apre la testa come non ricordavi di saper fare. Ci venivo quando ero piccolo – svegliarsi presto, all’alba, una colazione con uova e brioche svizzere al burro, poca frutta e tanta crema di cioccolato. Su per le piste, ero un bambino, con il maestro e gli altri ragazzini della scuola di sci. Al Suvretta, la seggiovia parte fuori dalla porta dell’albergo. Per una settimana, così bianca in montagna, la macchina non mi ricordavo neanche mi avesse portato fino a lì. Tutto a piedi, tutto limpido – fino in alto, il Piz Nair: a gennaio fa troppo freddo, ma a febbraio si può fare. Sciavamo fino all’una, poi tornavamo a mangiare giù – prima di lunch, un bagno in piscina con la nonna – poi una maglietta pulita, nello stomaco altre uova, di nuovo su in alto, su e giù per le piste.

St. Moritz, si dice Top of the World – il sole con raggi gotici, tedeschi, nel logo. Crescendo, negli anni dell’università, a questa velocità le notti le perdevamo al Dracula, senza dormire, Belvedere e Rose’s. Una vita da sogno – mai gli occhi chiusi, tornavamo alle quattro, alle nove eravamo in piedi, di nuovo sulle piste – con clemenza sì, ma entro le dieci. Eravamo solo figli di papà, non avevamo soldi nostri – ma la merenda con il caviale riuscivamo a farcela offrire da qualcuno. Ubriachi, gli shot alcolici al Corviglia. Aspettavamo a scendere, gli impianti chiusi – e così negli occhi senza maschere perché la luce era dolce, scendevamo a valle – il tramonto oltre le vette, sopra il lago ghiacciato, bianco.

Che vita! Charles Ephrussi arrivato da Parigi – prima che tutto questo sogno s’infrangesse, si rompesse come vetro, in ogni vita adulta – ma le schegge di cristallo brillano lo stesso, e se le polverizzi diventano materia di stelle. Il Suvretta si erge roccaforte davanti alle ville dell’Engadina. Un paese per lo Scia di Persia, per Onassis, per tutto quel mondo del secolo scorso composto di diamanti, per chi oggi ne comprende il vanto della decadenza. Chi ne discende, oggi, non potrà avere mai quel trascorso, quel saper fare, quel successo. Al Suvretta, le camere sono nuove, le hanno rimodernate. Tutta questa fantasia, questa mia meraviglia, tra un principe Asburgo e Soraya, esiste e resiste. Torni al Suvretta, è identico. Quei pomeriggi di neve al sole, per un bambino timido o per un ragazzino strafottente, sono ancora lì. La nostalgia sparisce, il tempo si ferma, il sole ti abbaglia – al Suvretta, l’albergo più bello del mondo.

Hotel Suvretta House St. Moritz
Via Chasellas 1
CH-7500 St. Moritz
Tel: +41 81 836 36 36

suvrettahouse.ch/en

Part of LHW – The Leading Hotels of the World
lhw.com

Architettura in Tweed

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Amburgo, dicembre 2017. Studenti e ricercatori ti fanno notare i dettagli: gli edifici cercano la luce, le finestre sono incastonate nei mattoni scuri posati secondo assi diverse. A scacchiera, a spina di pesce, i mattoni cambiano moduli e direzioni, fuoriescono come spine. Ogni facciata prende una tridimensionalità, una ruvidità – assomiglia a un tessuto – o meglio, a un tweed. Nella moda, emblema di tweed è Chanel – che qui ad Amburgo ha presentato i suoi Métiers d’Art. Sono abiti di prêt à porter talmente elaborati da porre in difficoltà la produzione, avvicinandosi alla natura di couture. In passerella le donne di adesso: Vittoria Ceretti e Kaia Gerber, in platea, Kristen Stewart e Tilda Swinton.

In questa terra gelida e buia d’inverno, battuta dal vento e sconfitta dal mondo per due volte in meno di cinquanta anni, nel 1933 nacque Karl Lagerfeld. Qui il fiume Alster entra nell’Elba – si rompe in un crogiolo di laghi, canali primari e secondari: quando la marea risale dall’oceano, il corso del fiume si inverte e il livello dell’acqua può alzarsi anche di tre metri. I canali sono per questa ragione molto profondi – se ti affacci sembrano baratri. I ponti sono alti, anche cinque e sei metri. Amburgo era città stato, prima dell’unione tedesca nel 1871 – capitale energetica, l’acqua permetteva la produzione di vapore, i primi motori del secolo scorso. Oggi Amburgo è una speculazione urbanistica.

Bruno Zevi insegnava come l’architettura sia la scienza del vuoto, il ragionamento tramite il quale un vuoto possa essere incastonato da una forma abitabile. Chanel ha sfilato i suoi Métiers d’Art dentro la Elbphilharmonie di Herzog & de Meuron, il simbolo della ricerca in architettura sul territorio di Amburgo: all’esterno, una base in mattoni rossi della tradizione secolare, ancora – sopra i mattoni una costruzione a punte e curve di specchi, involucro per un volume di aria e di musica. Tutto è fluido. I vetri sono bombati, per moltiplicare i giochi di riflessi, come è uso nell’alta Germania fin dagli anni Venti: amplificano i raggi come superfici di gemme. Si è sempre trattato di cercare la luce, le forme dei cristalli, qui ad Amburgo. I fili di argento e metallo mescolati nell’ordito dei tweed di Chanel portano nuovi bagliori.

Chi usa il cuore parlando di cultura nella moda, sa che la supremazia di Chanel è una questione di tessuto. Trame e orditi, a volte ancora usati a mano. Filati pesanti, spessi, nascono da un mix di lavorazioni in metallo, lana e seta, nastri e nuove materie – sembra quasi fantascienza, futuro di un artigianato che raggiunge abilità di matematica scientifica. L’architettura è questa: costruzioni in materia tessile, per delimitare quello spazio vuoto riempito dal corpo di una donna.

Il legame con i Métiers d’Art risale ai tempi di Gabrielle, che collaborava con i più grandi artigiani dell’epoca. Nel 2020, un nuovo spazio Chanel dedicato ai suoi Métiers d’Art verrà inaugurato a Porte d’Aubervilliers. Un edificio di 25.550 mq progettato dell’architetto Rudy Ricciotti, vincitore del Grand Prix National d’Architecture, riunirà tutti i maestri d’arte in un unico luogo. L’idea è rendere i laboratori creativi integrati con quelli di produzione. Creare un flusso lavorativo che seguirà i bisogni e le logistiche di ciascuna attività. La struttura si svilupperà intorno a uno spazio verde e rispecchierà i moderni standard sul comfort dei dipendenti durante le stagioni. L’esoscheletro, che rimanderà al mondo dei tessuti, sarà il punto focale della struttura e lo renderà immediatamente riconoscibile.

Images courtesy of Press Office
chanel.com – @chanelofficial

I cigni di Lugano

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Sulla sponda del lago di Lugano è approdato un gruppo di cigni. Una decina, forse anche una ventina. Entrano ed escono dall’acqua, si posano sull’erba curata dai giardinieri del Comune: invece che un tratto selvatico sotto un promontorio disabitato, questi cigni hanno scelto di riparare sul lungolago in città, poco distante dai negozi di Louis Vuitton e di Dior, invadendo la passeggiata pedonale, tra panchine e pontili per gozzi, salici piangenti e ristoranti. I cigni accettano le carezze – sì, restano un poco ritrosi – insieme alle briciole dei passanti. Tale è l’agio con cui la cittadina svizzera consola chi vi capita, che i cigni hanno pensato di addentrarsi per le vie del centro: nei negozi sotto i portici, fermandosi ai banchi e allungando il collo con tutta l’eleganza pacata che li distingue, per poi riprendere lo struscio lungo il corso. Mi sembra fosse il 17 novembre, quando sul Corriere del Ticino, erano pubblicate le fotografie dei cigni mondani e socievoli, impegnati in disquisizioni cordiali con bambini ammaliati.

Siamo andati a conoscerli, questi cigni: erano lì, seduti a prendere il sole tra le aiuole, dondolando tra le seggiole delle caffetterie. Tutto brilla, a Lugano, pulito e senza polvere. Ne è valso il viaggio – perché il nostro approdo, in faccia a ogni cigno, lo abbiamo trovato in un nuovo albergo sul pendio ripido nel primo rialzo di collina: il The View affaccia sulla città incantata. Di notte, le luci lontane dei lampioni brillanti indispettiscono i cigni nella loro ombra – ma dalla finestra di The View lo scintillio diventa riverbero nell’acqua, ovattato dalle nuvole bianche ancorate tra le alpi. Una cucina di valore, in ogni piatto – peccato per la stanza da pranzo, troppo anonima. Tutt’altro da dire per le camere da letto: un teak lucido da yacht sul pavimento, a listelli sulle pareti lasciando luce a uno specchio fumé. La piscina coperta – e una parete rivestita in mattoni rosa, tagliati da una cava di sale rosa dell’Himalaya: respirare per trenta minuti l’aria che su quei mattoni rimbalza, equivale a trascorrere tre giornate in riva al mare. Dondolando pigramente o spalancando le ali e la maestà, i cigni arriveranno qui al The View, presto o tardi che sia, comodamente posandosi.

THE VIEW Lugano Boutique Hotel

Via Guidino, 29 – Lugano

Tel: +41 91 210 0000
E-mail: info@theviewlugano.com

Photo cover Raphael Schaller – IG @raphaelphoto.ch

Sea Society at South Beach

Details of the carpet in a suite of the Faena Hotel in Miami Beach

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Sì, la Sea Society si raduna a Miami a Dicembre. Design Miami e Art Basel accendono la conversazione dell’industria mediatica e sofisticata – per quanto il lusso possa permettere sofisticazione. Le tradizioni. Una Sea Society si definisce sopra le tradizioni di un luogo sviluppatosi in riva al mare che mal sopporta le nuove aperture, le evoluzioni e i cambiamenti. Il Casa Tua rientra in quella lista di luoghi che simbolizzano la costa su cui sono aperti – la Cave du Roy a Saint Tropez, il Dracula a Sankt Moritz, Annabelle a Londra, Cipriani di West Broadway a New York. Al primo piano del Casa Tua c’è il club – sulla porta, l’elenco dei membri. Lo snobismo è massimo – ma poi resta sempre relativo, ricordandoci Roberto Cavalli e la sua clique rimasta cool solo negli anni Novanta. Miami resta un po’ ancora a quel suo passato di lusso eccessivo, tra yacht e paparazzi – ma in questo turbinio, il calore e la carne del Casa Tua te ne fanno ricordare la poesia di una foto di Slim Aarons.

Il proprietario, Miky Grendene, ferma il tempo. Torni al Casa Tua, tutte le volte che sei a Miami, e la sera ti ritrovi lì. Lo staff è italiano, scelto con ogni cura, non ultima la bellezza – uno dei maitre, Beni, con una camicia bianca interpreta il sogno erotico di qualsiasi Eva Longoria che da disperata casalinga ha sempre voluto soddisfarsi.

Spostandosi verso nord dell’isola allungata, verso il Fontainebleau celebre ormai troppi anni fa, appare il Faena Hotel. Un quartiere, più che un albergo, un incrocio sulla Collins per gli investimenti della famiglia argentina Faena – di cui tra gli eredi è Sebastian, il fotografo sempre scelto da Carine Roitfeld, immerso in una clique di bellezza maschile ispanica, non per caso, amico di Jon Kortajarena. Davanti alla spiaggia, alla fine del giardino oltre la piscina, una teca di vetro racchiude lo scheletro di elefante dorato, opera di Damien Hirst. La foglia d’oro riappare nella lobby, ovunque intorno agli affreschi, dipinti o murales in stile Gucci – Guccy, a ragion veduta. Così nel ristorante, su un podio di eccesso che trova meraviglia, un’altra opera di Hirst: un unicorno, su un lato ancora dorato, sull’altro anatomicamente a vista.

L’albergo è il vecchio Saxony, un edificio preso dal set di Magic City e riportato a nobiltà con un design che – se è vero nelle grandi hall tocca un poco di kitsch – nelle stanza diventa un esercizio molto buono. Il dettaglio rosso è il filo del racconto – dai divani ai pattern del tappeto dove si mescola a un turchese acceso e moderno come la migliore moda di Prada o di Gucci – qui senza finale. Gli ombrelloni in spiaggia, rossi, ti riportano negli anni Quaranta, da dove attinge ancora energia il progetto di fascino a South Beach.

I cantieri sono aperti – c’è un museo, il grattacielo di Norman Foster, e il Casa Faena – forse a far rima e rivalità al Casa Tua di qui sopra, novità contro tradizione. Come il primo, Casa Faena si presenta come una più piccola residenza coloniale – qui non italiana, ma cubana, tra sedie in vimine e finestre a ogiva spagnola, e tanta letteratura che riporta alla Parigi dei Caraibi, dimenticandosi, forse a svista in questo progetto apparentemente senza freni, un giardino all’aperto.

Casa tua
1700 James Avenue – Miami Beach, Florida USA
305 673 0973
casatualifestyle.com/miami

Faena Hotel Miami Beach
3201 Collins Ave – Miami Beach, Florida USA
1 305 534 8800
faena.com/miami-beach

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

Editor’s Letter – Magnifico

Jazzelle Zanaughtti on The Fashionable Lampoon 11 cover – Ph. Nick knight

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La copertina di Nick Knight, la sceneggiatura di Fitzgerald, le marionette di Billie Achilleos, Jeff Koons e Jack London. La critica di Émile Zola, una casa di Mongiardino, i marmi italiani. Questo è magnifico, il nostro nuovo modo – il nuovo Lampoon.

Le immagini gli esplosero in testa, ed egli cominciò a uscire di sé in picchiata silenziosa. Magnifico e Malaparte. L’uomo è magnifico nel suo errore, nel suo rialzarsi – non è mai piaciuto a nessuno l’uomo seduto sul suo trono, staccato dalla terra, intriso nelle sue nuvole. Noi stiamo qui, nei nostri peccati di carne e di furia, in una Napoli che mai tornerà bella com’è stata, in un’Italia che resta il centro del mondo. Solo gli italiani non ne sono consapevoli. We didn’t know our own strenght, cantava Whitney Houston nel pieno della sua rovina, prima della fine. L’uomo è magnifico nella miseria e nell’umiliazione. L’uomo nella fortuna, l’uomo seduto sul trono del suo orgoglio, della sua potenza, della sua felicità, l’uomo vestito dei suoi orpelli e della sua insolenza di vincitore, è uno spettacolo ripugnante – non magnifico.

La parola ‘Olio’ è magnifica. Gli occhi maniaci – scriveva Lampedusa – sono occhi magnifici. Siamo mobili e cangianti come l’oceano inchinato ai nostri piedi, un verde malsano e agitato. Michelangelo, papa Medici, Maria Luigia fu l’ultima regina. Palazzo Pitti a Firenze rimbalza sulla decadenza di Lisbona, la California di Dior, il Duomo di Milano per Prada. Lo scontro tra la forza di lui e la fantasia di lei sprigionava più incanto dei discorsi di infinite generazioni di amanti.

Joseph Conrad, William Burroughs, Jonathan Coe. La letteratura e la moda. Tu sei magnifico quando vieni giù, a terra, nei cocci e nel fango – crolla come una rovina, cadi come una tazzina. La felicità è per le persone semplici, non è interesse degli Dei – o di chi arriva ad assomigliare loro – dei divi. Chi chiede di creare, impressionare e decidere – in cambio deve essere disposto a morire. Gli Dei non hanno mai paura di morire, perché sanno che la loro vita è meno importante di quanto hanno fatto e detto, di quello che sono stati.

I limiti esistono soltanto nell’anima di chi è a corto di sogni. Tu lo sai. C’è un posto, su questa terra, un posto che è un senso, il centro di ogni orgoglio, un posto che brilla e che riflette la luce di stelle chiare. Questo posto è la fine. Le vie, le vite arrivano a una fine. Soltanto il cielo – soltanto il cielo – il cielo è l’unica forma d’infinito concessa all’uomo. Noi uomini siamo raggi di luce che si perdono in questo cielo – raggi che fino all’ultimo, sperano nell’unica cosa che sanno fare – come me adesso – parlare d’amore.

The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico
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La Signora del Lago d’Orta

San Giulio island, The view from Casa Fantini hotel, Lake Orta

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Il rayon è una fibra simile alla seta che si ottiene lavando la cellulosa con ammoniaca. Un accordo tra Italia e Germania, prima della Seconda Guerra Mondiale, concesse alla ditta Bemberg di installarne una produzione industriale sulle sponde del lago d’Orta: era necessaria una grande quantità di acqua e appunto un lago valeva il caso. Le valli a Nord di Novara, tra Verbania e Varallo, erano da sempre sedi di fonderie in ottone – tradizione dell’arte antica di fusione in terra per campane da chiesa. L’ammoniaca rilasciata dalla Bemberg reagiva con il rame e i metalli pesanti scartati dai processi di cromatura. Il danno ambientale esplose negli anni Trenta e spense il lago: nessuna forma di vita nell’acqua. Ai bambini fu proibito fare il bagno.

Passò molto tempo. Solo negli anni Ottanta, l’Istituto per lo Studio degli Ecosistemi di Pallanza, parte del CNR, recuperò da una cava vicina tonnellate di bicarbonato e le riversò nel lago. Il PH dell’acqua si stabilizzò, i metalli si depositarono sotto il limo. Una storia di rinascita, Daniela Fantini ricorda bene: il primo a tornare fu il persico reale, con tutto il coraggio di maestà. Nel giro di poco arrivarono le anguille e le carpe. Le anatre selvatiche e i cigni. In riva si ritrovarono i gamberi d’acqua dolce, sul fondo le cozze di lago, che lentamente hanno lavorato ripulendo il sottosuolo dai metalli silenti. Oggi il Lago d’Orta è uno dei bacini più puliti d’Italia, a dieci metri di profondità l’acqua è potabile. Il distretto di rubinetteria che si sviluppa lungo le sue sponde e nelle valli intorno, è evoluto e attento agli impatti ambientali.

Daniela Fantini è la Signora di questo Lago – se per Signora vogliamo ritrovare quell’accezione protettrice e benevola che ricordiamo dalle saghe medioevali. La Signora ha chiesto a Piero Lissoni di progettare la nuova sede della Fantini Rubinetterie: una costruzione in vetro, lieve tra salici e ginestre. Sul bordo del parco della casa padronale, Lissoni ha poi disegnato un piccolo albergo che somiglia a un diamante, che brilla nell’ombra fresca. Sulla darsena, nel centro di Pella, Casa Fantini ha aperto agli ospiti lo scorso agosto, dopo cinquecento giorni di lavori – è dedicata agli architetti che da tutto il mondo vengono a visitare l’azienda, a conoscere le nuove idrauliche che fanno della Fantini una prima linea di design per l’acqua. Casa Fantini è un edificio di pietra e luce, incastonato nel verde della riva, le linee sono moderne ma gentili. Chi vi soggiorna respira l’aria buona, insieme alle libellule dell’Isola di San Giulio – il vescovo che arrivò dalla Grecia per fondare cento chiese.

Saremmo rimasti ore ad ascoltare queste storie di acqua e di pace. Una parola buona per tutti, una in più per un signore che ha appena compiuto cent’anni – quando domenica mattina abbiamo attraversato il paese con lei, Daniela Fantini, Signora del Lago.

Hotel casaFantini/lake time

Piazza Motta, angolo Via Roma, 2 – Pella (NO)

0322 969893

Il Sangue Blu di Napoli

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

I colori di Napoli del Seicento si schiariscono con la luce del Settecento – quando qui c’era una corte più brillante del giro di Parigi e di Madrid. Lucia Pica a Napoli è nata e ha vissuto, prima che un percorso la portasse tra Londra e Parigi, da artista del trucco a direttrice creativa delle collezioni di bellezza di Chanel. A Posillipo, a Villa Lauro, Lucia Pica raccontava come i colori per gli smalti, per le ciprie e per i rossetti, fossero mescolati fra le sfumature più complicate delle cromie di Napoli – nei suoi contrasti e nelle tensioni di una città di gioia e rancore, vicoli di gloria, vigore e sconfitta.

Inchiostro nobile e nero, un taglio nel vetro. Le gocce cangianti si muovono dal rosso al viola. I colori di Napoli sono i riflessi dei rivoli di sangue della gente che qui vive, persa nel fuoco e nel destino della città. Una scala di porpora, cardinali, rose di orchidee e velluti per regine. Capodimonte. Il riflesso cangiante di un taffetà di seta, di una ceramica soffiata – del mare nel golfo, sotto gli scogli di Capri. Un riverbero che amalgama e tutto condensa, liquido, che si trasforma nel Manierismo.

I colori di Napoli sono quelli della ruggine, sul ferro, vicino al rame. Funghi blu, viola e verdi. Ombre su intonaci scrostati, ombre di fili tirati sopra la via per lenzuola da appendere. Poster rotti come li voleva Mimmo Rotella, stralci di mosaici romani. Spiagge di zolfo su spume di onde turchesi, petrolio e catrame, cavi elettrici sopra i fili di un tram. Il verde azzurro delle muffe antiche si espande sulle borchie di pietra di un portale di chiesa, nei piedistalli delle guglie.

Le code delle sirene, i veli delle sibille, le umidità basse di un’ombra. Le fessure dei mosaici, l’azzurro delle cenere che resta da una brace, da una lava. Il verde totale di un albero di fico beniamino. Le erbe crescono sulle rovine, sui cigli, tra le impalcature di un cantiere fermo. Le alghe, il calcare, i coralli verdi – gli occhi dei pavoni, le persiane chiuse sul balcone sotto le nuvole di pioggia, nelle ore prime di un pomeriggio stanco, di smalto. Il giallo ocra delle maioliche di Santa Chiara, nelle ombre dei drappi in pietra nei bassorilievi, i pistilli di una margherita selvatica che cresce tra i san pietrini sul confine del quartiere, tra i graffiti e i ceri votivi.

Ancora il rosso, alla fine – il rosso è ovunque, sulle labbra e sulle guance, sulle unghie e tra le ciglia. Il rosso della lava del Vesuvio, quello certo e antico di Pompei, dei fili delle reti da pesca, il rosso dei cornini, peperoncini, i mattoni a vista sui tetti piatti come in Africa – i pistilli di zafferano rossi sul rosa – il tramonto dall’altra parte di Sorrento, le boe per i gozzi al largo. Ecco, sì, volevo scrivere questo, solo questo: i colori di Napoli, per le labbra di Gabrielle Chanel, in una nuova primavera.

Images courtesy of Press Office
chanel.com – @chanelofficial

Cartoline per la Duchessa

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

È una delle stanze più grandi dell’Hotel de Russie. Sul tavolo, la scatola di Louis Vuitton – dentro una collezione di cartoline. Cartoline che riportano a un’epoca trascorsa: queste cartoline le trovavi davanti ai concierge dei grandi alberghi, disegni a olio di una promenade o di un balcone miramonti che riassumevano l’eleganza propria solo a chi piace girare per il mondo. Il rimando è a un tempo in cui gli alberghi erano scene di un romanzo di Agatha Christie per Poirot, Miss Marple al Bertram Hotel. Sono molte queste cartoline: profumano di ogni infanzia, le scorro tra le mani e sembrano titoli di libri gialli o d’amore – quei volumi che ti porti appresso quando parti per un viaggio.

È un mio vezzo entrando in una camera d’albergo: cercare la piantina del piano per le vie di evacuazione e controllare l’ampiezza della stanza dove mi trovo rispetto alle altre. Ragiono su come un tempo, negli alberghi con le cinque stelle, le camere fossero più grandi. Il Negresco, il Bristol, il Continental, l’Imperiale – ricorrono in molte città e località, di mare o di Alpi. Una nomenclatura nobile o comune, che riappare sul lungomare di tutta Europa, nelle tappe di Jules Verne di un giro del mondo in settantanove giorni, nei quadri di Monopoli.

Alla fine di ogni vacanza, mia madre mi dava cinquemila lire – la cartolina costava cento o duecento lire, il francobollo, settecento – con cinquemila lire forse arrivavo a sei. Le compravo dal concierge – me ne dava qualcuna in regalo, così che riuscissi a prendere un francobollo in più – il concierge mi suggeriva di farle addebitare sul conto, mia madre non se ne sarebbe accorta, ma io non volevo. Era un gioco degli anni delle elementari, ereditava una tradizione antica del Novecento. La prima cartolina che ricevetti fu quella che mio nonno mi spedì durante un suo viaggio da Marrakech – nell’immagine, un fez da che mi avrebbe portato in regalo.

Roma, Hotel de Russie. Siamo qui per l’apertura di un nuovo angolo di Louis Vuitton alla Rinascente, oltre i negozi di via Condotti e di San Lorenzo in Lucina. Il nome Rinascente, gli anni Venti in Italia: il viaggio era lungo e il bagaglio era un’entità, la villeggiatura da aristocratica diventava borghese producendo un’etichetta non più di corte ma da albergo. Lampoon ricerca il piacere, mai il lusso: il piacere estetico di D’Annunzio – fu il vate a coniare la parola Rinascente – il piacere di saper cogliere le tracce degli altri, non solo di lasciare le proprie.

The Art of Travel through Hotel Labels. Claridge’s a Londra, il Governor a New York, Mamounia a Marrakech, The Biltmore a Los Angeles, L’Inglaterra a L’Avana, il Bristol al Cairo, Astor House a Shangai. Le cartoline diventano adesivi disegnati su nuovi bauli che Louis Vuitton ha prodotto per l’apertura alla Rinascente di Roma, bauli che sembrano appena scesi da una stanza dei Grand Hotel di Biarritz, al seguito di una duchessa di Guermantes scesa a Roma dopo un viaggio sull’Orient Express, in coincidenza da Venezia. Il gaston di turno incollava lo stampo dell’Hotel Flora – uno in più – sui bagagli appena registrati all’arrivo.

Fra le mani, in questa grande stanza del De Russie, scorro e passo le cartoline fra le dita come fossero carte da gioco. A Natale comprerò francobolli – molti, più di quanti riuscissi a comprare con cinquemila lire. Scriverò auguri un po’ come farei su tutti i muri. Le farò cadere nelle buche delle lettere, quelle di metallo rosso laccato.

Louis Vuitton, the new store opening at La Rinascente in Rome. Video MadelStudio

Image cover: The Art of Travel through vintage Louis Vuitton Hotel Labels – Ph. Carlo Mazzoni

Il Movimento di Milano

Salvatore Ferragamo fashion show set, 2017, Palazzo Mezzanotte, Milan – ph. Carlo Mazzoni

I punti migliori e quelli peggiori di Milano Moda

 

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Si usa dire «prima quelle brutte» per poi trovare conforto in «poi quelle belle» – in questo caso, cominciamo dalle «belle» perché per quelle brutte di conforto non ce n’è alcuno.

 

«Prima quelle belle».

 

1 – Piazza della Scala

Era bellissima. Milano appariva come se fosse gestita da chi governa Stoccolma. Temporaneamente, sono stati posati novecento cinquanta metri di prato, quasi tremila allori, ottocento felci. Due conti di budget, due domande, due fonti – per capire chi e quanto sia stato pagato per progettare un giardino all’italiana – temporaneo. Altri due minuti per intuire quanto poco sarebbe bastato in più per costruirlo permanente. Il prato ha bisogno di pochi decimetri di terra, l’impianto d’irrigazione si attacca a quello per i tigli di Leonardo. La manutenzione, se libera da tangenti, può costare quindici mila euro all’anno. Invece: camion e sprechi, occasioni mancate. L’allestimento di un giardino all’italiana era il set per un evento tributo all’eco sostenibilità, addirittura. Regalare un giardino a Milano non era possibile.

 

2 – Il mondo di Fendi

Da Fendi si legge la misura, il senso del pudore che accompagna il valore del commercio – quel modo della signora di Milano la cui eleganza si basa sulla laboriosità borghese. Nella moda, questa signora di Milano è stata definita da Prada – da qualche anno a questa parte, Fendi ne evolve l’immagine in maniera più incisiva. Fendi è un’alleanza, più che una famiglia: Karl Lagerfeld, le Venturini (Leonetta con i capelli corti, da schianto), Pietro ed Elisabetta Beccari. Insieme portano Fendi a una dinamicità inedita – fino a sostenere Marco De Vincenzo, capendone l’azzardo così preciso sull’estetica italiana che oggi Fendi definisce.

 

3 – Vogue Italia

Un rave che si è risolto in un meeting di pubbliche relazioni. Il commento più simpatico suggeriva che «bisogna rivedere il concetto di party blindato». La festa di Vogue Italia – come succede sempre a quelle riuscite bene – ha rubato l’attenzione che deve esser lasciata al lavoro di Emanuele Farneti sul magazine. Si tratta di movimento – di un motore che sta prendendo i giri, con fatica e lentezza dovuta, allontanandosi da una Versailles ormai disabitata, cercando nuovi approdi – che si suppone non siano le Tuileries. Si tratta di un fiume la cui corrente sta prendendo vigore – e tutti, come gocce pulite, siamo felici di alimentarne il carico.

 

4 – Lucio Fontana

Sozzani diceva che la moda non deve parlare solo di abiti e modelle, che la moda coinvolge l’arte e ogni espressione dialettica, estetica, politica. All’Hangar Bicocca, lo stesso giorno in cui cominciavano le sfilate, apriva una mostra di Lucio Fontana. I quadri diventano tridimensionali, cubi in cui entrare e muoversi. Giochi ottici e illusioni tra simmetrie e asimmetrie, rosso fuoco di spazi il cui taglio non è dato comprendere – appunto: stiamo scrivendo di moda.

 

5 – Le sfilate

Su The New York Times, Vanessa Friedman si è chiesta se Milano sia ancora rilevante. Godfrey Deeny non ha apprezzato la sfilata di Ferragamo. Siamo felici che la stampa abbia ancora l’indipendenza per inveire come cobra iniettati di adrenalina, considerando quanto l’ossequio dei giornali sia la spina nel fianco dell’editoria– ma Milano è rilevante, e la sfilata di Ferragamo è da difendere. Si chiama Made in Italy: il più importante drive di tutto il sistema moda mondiale – non c’è Made in France, non c’è Made in AnyWhere che tenga il passo. Il mondo sogna quello che in Italia è normale: gli artigiani toscani, le botteghe napoletane. Il mondo compra quello che l’Italia sogna – è sempre stato così nella storia, e continuerà a essere così. Tutte le aziende che trascurano l’Italia rivolgendo agli altri mercati la maggior parte dei loro sforzi, scivoleranno verso il basso di ogni rating commerciale e finanziario – notate il caso Ralph Lauren. La sfilata di Ferragamo era caotica, tra i veli dei vestiti troppo romantici ce n’era forse uno d’ingenuità – ma l’entropia è l’energia del sole: c’era una nuova fibrillazione su quelli che sono codici tradizionali della casa di Firenze, c’era il movimento – quello nuovo, quello che conta.

 

Ora «quelle brutte», purtroppo.

 

1 – Swarovski

L’autista ci raccontava che il servizio di catering aveva dato buca il pomeriggio stesso. Quasi un’ora di macchina per arrivare in una villa oltre Monza senza un pensiero di posteggio. Anna Tatangelo, Silvio Berlusconi, Simona Ventura. Sugli schermi, scorrevano a rotazione video di ragazze che ballavano agitate. Sul settimanale Chi è apparso un articolo con strillo in copertina.

 

2 – Bella Hadid

L’essere ovunque moltiplica la noia. Per giustificare i compensi richiesti, i suoi agenti ricordano la potenza del suo account Instagram. Sensuale a dismisura – chi la sfiora con un dito sa raccontare l’estasi. Parole di Burro era una vecchia canzone di Carmen Consoli – piaceva a tutti. I più grandi chef sanno che il burro, anche il più soffice e di migliore produzione, dopo qualche giorno – figurarsi dopo due anni – ingiallisce come plastica.

 

3 – Missoni

La strategia di marketing e comunicazione si basa sul racconto di una famiglia e di molti amici – per poi offendere quegli amici che ci sono stati per vent’anni. Io tra loro – sfiorato da una stilettata lì in basso, dietro la schiena – ma non importa: il movimento elude i colpi, l’affetto resta intatto. Sempre su The New York Times, Vanessa Friedman ha scritto quanto è evidente per tutti: Missoni è debole. Incredibile: Missoni, la casa titolare della più rilevante legacy di estetica italiana, è debole. Missoni – con tutta la sua meraviglia, oggi si riduce a essere un brand dedicato ai peggiori blogger in circolazione.

 

4 – amfAR

È un imbarazzo per Milano, un tale sotto tono rispetto alle edizioni di Cannes, New York e Parigi. Il main sponsor, Harry Winston, è carente su mercato italiano – blocca l’intervento di altre case di gioielleria che su Milano sarebbero partner più proattivi. L’arrivo è un mix tra una sfilata di Victoria’s Secret e il banco per le veline di Striscia la Notizia. Un susseguirsi di modelle – vestite o svestite non è dato comprendere, ma ci si stranisce a ricordare come amfAR nasca per la raccolta fondi per la lotta all’AIDS. Durante quella notte, finita la festa, Milano si è prodotta nell’emblema di qualcosa che purtroppo sta tornando comune: un festino di cocaina in una casa privata in via Palestro.

 

5 – La Camera della Moda

Arrivando alle sfilate – in Corso Venezia, un passante sul marciapiede impreca: «Toglietevi di mezzo, razza d’idioti». In via Solari, un ragazzo in motorino sbraita: «Tutto questo casino per due stronze». I cittadini di Milano detestano il sistema moda, non ragionano su quale motore sia, in termine di commercio e d’immagine, la moda per Milano. La Camera della Moda non ha l’autorità per gestire un calendario con la considerazione degli spostamenti –le sfilate sono da una parte all’altra della città senza coerenza, senza percorso. La Camera della Moda non ha la capacità di collaborare con l’amministrazione comunale sull’impegno dei suoli pubblici. L’abilità della Camera della Moda sta nel diminuirle fino a farle sparire, queste giornate di presentazioni e sfilate – che è precisamente il contrario dello scopo primario del suo ruolo. Non resta altro che festeggiare: l’evento tributo all’eco sostenibilità, in piazza della Scala (di cui scrivevo all’inizio) è stato organizzato dalla Camera della Moda. Centinaia di piante, posate e smontate – quanti camion, quanto spreco, quanto consumo. Da ripetere l’anno prossimo, certamente – e ancora, nessun giardino per Milano.

V come Villa Igiea

Villa Igiea, lo storico albergo di Palermo, che si staglia sopra il Porto dell’Acquasanta, nell’omonima borgata

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Siamo partiti cercando la V – la V che disegnano le rondini quando fanno l’amore. Tutto comincia con una V – Verona, Valpolicella, Venezia, Villa Igiea, Verdura, la Valle dei Templi. È il quarto capitolo di una Vita in Italia. La corte di Giulietta è imbrattata di scritte – lucchetti su quanti ponti spariscono a confronto. La polenta con il lardo e il gorgonzola, Castelvecchio al tramonto – l’Adda quasi a secco. I Signori della Scala si sarebbero poi sottomessi a Venezia. Per le colline della Valpolicella, fino a San Giorgio: una piccola trattoria, trattoria Dalla Rosa – costava poco, ogni soldo per l’Amarone. Si poteva dormire lì. A Capodanno, a Dorsoduro, a casa di Matteo Corvino e Jérôme Zieseniss con il loro circolo gentile, e con Cesare. Corsini, Loredan, Rothschild – palazzo Mocenigo era un’orchestra di luci e sapori da tavola.Raffaella Curiel aveva una lettera, scriveva di Lampoon – non esistono regali all’ultimo dell’anno, ma questa lettera ha inventato il migliore.

La mattina all’alba, il motoscafo per l’aeroporto – al sole. Il primo gennaio appare così in ogni sogno. Schizzi e scintille, l’acqua e l’oro – Venezia. Un aereo per Palermo, un’ora e mezzo di volo. La messa alla Cattedrale. In macchina verso il Verdura, terra di duchi – Fulco di Verdura, l’amico di Chanel. Una torre sulla spiaggia. Le piscine all’aperto di acqua salata, la caponata e il sorbetto al limone. I mandarini profumano sulla spiaggia che non c’è. Agrigento e la Valle dei Templi – non ti immagini potessero essere così belli, e così offesi. Vanità e Vergogna – ancora le V. Attraversi la Sicilia e ti si taglia il cuore. La vanità per questa terra nostra, che non ha bisogno di alcuno sforzo – la vergogna che ogni italiano deve provare per il massacro che questa terra ha subito. Se non c’è vergogna, non può esistere alcun orgoglio, dobbiamo infangarci fino all’ultimo neurone con questa vergogna.

Le ceramiche di Caltagirone – in cima alla scala di Santa Maria c’è uno spiazzo. Piastrelle verdi, ceramiche decorano le balconate, sembra la città di smeraldo del Mago di Oz. Ogni bottega è una produzione diversa. Andiamo alla ricerca di pigne – grandi, blu o verdi, lavorate chiuse, o con i pinoli cadute. All’inizio sembrano tutte uguali – poi riconosci lo spessore delle dita che hanno lavorato le sfere, i volumi. L’aereo da Catania, siamo in anticipo. Vaghiamo per il centro della città senza conoscerla. Il Teatro Massimo. Leggi bene – è titolato a Bellini – sorrido, maestro – Vincenzo Bellini – l’ultima V di questo, di ogni Viaggio.

Verdura Resort

S.S. 115, Km 131 – Sciacca, Agrigento IT
+39 0925 998180
roccofortehotels.com/verdura-resort – @verduraresortsicily


Grand Hotel Villa Igiea

Salita Belmonte 43 – Palermo IT
+39 091 6312111
villa-igiea.com – @grandhotelvillaigiea

From The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

Le radici delle Langhe

Luci e ombre: la piscina del Boscareto a Serralunga d’Alba

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Le Langhe. Ogni collina ha una torre – potrebbe essere un set pacifico di Game of Thrones. Tra una di queste torri e l’altra, su un pendio comunque rialzato – appare un colosseo futuristico – no, non si può dire bello, può somigliare anche a una stazione sciistica – ma se guardi bene, l’edificio rimanda a una grande barrique.

Il Boscareto è un albergo tra le viti che producono l’uva per le cantine dallo stesso nome – nelle Langhe, che tutto il mondo ci invidia, che ancora nessun film ha saputo raccontare bene quanto Bertolucci è riuscito a fare della Toscana con Io Ballo Da Sola. Forse non spetta a un regista, la narrazione – ma a una ragazza con gli occhi dello stesso colore di Liv Tyler: si chiama Valentina Dogliani, del Boscareto è la signora. Ne cura ogni angolo: la piscina che ritrova la moda di Armani, il ristorante diretto da Pasquale Laera in collaborazione con Antonino Cannavacciuolo. C’è un dettaglio che avvalora e definisce un albergo – la prima colazione. A distanza di anni, la prima colazione del Boscareto, per la qualità della frutta e del pane, la varietà tra brioche e focacce e pizze – di colazioni buone e ricche così ultimamente non se ne trovano più.

L’albergo non ha il fascino che ti aspetteresti in un luogo del genere, tra castelli in mattoni su ogni ciglio, e cascine e vigneti – ma il contesto che permette di entrare in una nuova dimensione. Valentina Dogliani parla delle gite in bicicletta lì nei dintorni, che trenta chilometri servono di riscaldamento – due ore non bastano mai – poco prima di andare a Torino e tornare come una duchessa di un romanzo che Fenoglio vuole ancora scrivere.

Poco distante, più a nord, c’è il Castello di Guarene, visibile da tutta la valle, romantico, sembra una reggia. Peccato la cura sia così scarsa: il tavolo nel giardino all’italiana, in mezzo ai fiori e su una vista mozzafiato, è apparecchiato male, così male che neanche a casa tua quando hai il frigo vuoto. La sera, intorno al castello, tutto sembra abbandonato, e quello che potrebbe essere l’aperitivo più bello per il giorno di Pasqua, semplicemente non c’è.

Boscareto Resort & Spa

Via Roddino, 21 – Serralunga d’Alba, Cuneo IT
+39 0173 613036
ilboscaretoresort.it – @ilboscaretoresort

From The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

Editor’s letter – Grace & Graphic

L: Erika Linder, blouse Issey Miyake, Photography Amanda Demme; Kirin Dejonckheere, fur and blouse Fendi, jewellery Tiffany & Co., Photography Zach Gold; Charlie Siem, jumper Issey Miyake, dress Emporio Armani, Photography Michael Avedon. Creative hadwriting Anna Tsvell

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La bellezza salverà il mondo, l’ambiguità salverà gli uomini. La Grazia e la Grafia. Maschio e femmina. Libertà dei costumi e sobrietà dei consumi sono la stessa cosa.

I veli sono leggeri, garze che si muovono all’aria – sopra inserti di seta geometrici, intagli di damasco moderno. Vale per l’uomo, la morbidezza e l’inserto grafico rosso che segnava Raf Simons sopra un’idea di Prada. Nella moda c’è la morbidezza, c’è il romanticismo – ma con il diritto alla deriva, volontà ferrea da acrobata. Il femminismo è un graffio, prima ancora di un diritto.

Le donne devono riappropriarsi di carattere – in Italia c’è ancora lo smacco della cultura di Berlusconi: troppe ragazze sognano ancora di essere veline per Mediaset – o blogger, che ne sono la esatta evoluzione. La moda funziona da avamposto, come sempre – e definisce il carattere nella donna che diventerà di massa tra qualche anno. Lo sforzo di Maria Grazia Chiuri merita ogni racconto: il miglior simbolo di moda italiana, davanti agli eccessivi sforzi commerciali di Gucci, davanti alla nostalgia di Missoni. Il lavoro di Chiuri definisce la supremazia della moda italiana. Miuccia Prada si conferma l’origine di un’estetica continuamente e ripetutamente rivista dagli altri – Prada resta l’originale, la signora borghese di Milano che ancora non ha uguali e che della francesina di rive gauche, dell’artista intellettuale o della grande dama al Crillon, può tranquillamente infischiarsene.

All’inizio di luglio, Massimo Gramellini raccontava di quanto fosse difficile per un suo conoscente albergatore assumere una cameriera italiana durante l’estate – la stragrande maggioranza rispondeva sulla rima di le vacanze le faccio io, dopo magari mi occupo di quelle degli altri – l’albergatore sospirava – dalla parte opposta della strada su cui affaccia la sua attività c’è la sede di un istituto alberghiero con novecento iscritti. Offrire un lavoro oggi è offrire qualcosa di cui la maggior parte dei giovani sembra poter fare a meno. C’è la crisi, la disoccupazione, tutto quello che si vuole – ma il sabato mattina tutti in spiaggia. La bellezza salverà il mondo, l’ambiguità salverà gli uomini – ma non sarà né la cultura, né l’istruzione a sconfiggere l’ignoranza. L’unica arma che può sconfiggere l’ignoranza è la curiosità.

Godard scriveva che non è da dove prendi le cose, ma dove le porti. Siamo anime per acrobati. La certezza che l’innamoramento dia luogo a una storia che deve finire, anzi, che finirà presto. Il senso d’inizio e di energia, quando t’innamori e ti sembra che tutto sia per sempre, e che il paradiso sia in quell’amore – eppure, sai già che finirà. La fine. La Grazia e la Grafia – un graffio. Quante abbiamo desiderato, sognato, lottato per averle e per viverle – e quando divengono realtà sappiamo già bene che non dureranno. Call me by your name – un libro che tornerà attuale,: «Quando saremo vecchi, parleremo di noi di come siamo oggi, di noi due giovani come se fossimo due sconosciuti che abbiamo incontrato sul treno, che ammiriamo e vorremmo aiutare. Ci verrà da chiamarla invidia, perché chiamarlo rimpianto ci spezzerebbe il cuore».

Non è vero, mi dici tu, esistono le storie d’amore che durano per sempre – hai ragione, dico io: sono i matrimoni più belli – ma la fine arriva in ogni caso. Quando una storia d’amore è per sempre, significa che la fine è la morte. Una lunga storia d’amore – l’ha scritta Gino Paoli, l’ha cantata Mina – la fine è la morte. Mi torna in mente Thornton Wilder, quando diceva che «anche quando tutto sarà passato, tutti i moti d’amore tornano all’amore che li ha creati… l’amore è il solo significato, la sola sopravvienza» – e ancora Aciman, con queste sue frasi di quel libro così incredibilmente noioso, che ti spiazzano e che raccontano tutta la nostalgia della mia vita – tu, amore mio: «Se ti ricordi tutto, volevo dirgli, e se sei davvero come me, allora domani prima di partire o quando sei pronto per chiudere la portiera del taxi e hai già salutato gli altri e non c’è più nulla da dire in questa vita, allora, una volta soltanto, girati verso di me, anche per scherzo, o perché ci hai ripensato, e, come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo – e chiamami con il tuo nome».

The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic