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carlo mazzoni

#LVxKoons

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

L’altra sera, a Parigi, c’era tutto il potere del mondo. Plauso e riverenza a Bernard Arnauld, personificazione positiva di un monarca. Intorno a lui, il governo di Louis Vuitton e dell’impero LVMH, di cui Vuitton è epitome non solo nel nome – Nicolas Ghesquière, Michelle Williams, Jennifer Aniston – chi lo rappresenta e chi ne rappresenta l’immagine. Jeff Koons firma Maestri, collezione di borse che riporta a Leonardo da Vinci, Fragonard, Rubens, Tiziano, Van Gogh.

Centosessanta persone arrivate da ogni luogo, sedute a una tavola allestita nella sala che è il cuore del museo del Louvre: niente di meno, la stanza che custodisce la Gioconda. Un cuore pulsante, il potere morbido, the Soft Power – come lo definisce Michael Burke – così tanto morbido da confonderlo con l’aria che respiri. Il potere morbido è il potere del commercio, che si è sempre contrapposto a quello dell’esercito, il potere di Venezia nei secoli, di Vuitton oggi. Jeff Koons si è preso il fine settimana, prima di rispondere alla proposta di Bernard Arnault. «Non che la risposta non sarebbe stata affermativa», Koons ha aggiunto veloce. Era in piedi, parlava davanti a tutti gli ospiti seduti e in silenzio, dopo l’introduzione e il benvenuto di Arnault. Il tempo sarebbe servito a Koons per rispondere con un’idea degna. Così prendeva prima forma Maestri: la sostanza è oggi al Louvre – per Louis Vuitton. Notare le assonanze.

Ogni nazione aveva la sua delegazione, non di diritto certamente, ma di estetica e autorità di racconto – bellezza e cronaca, materie prime di oggi. Seduti vicino a Carine Roitfeld, Matilde Borromeo e Antonius von Furstenberg personificano un nuovo costume di aristocrazia: pacati, semplici nella loro quiete, per una parola in più, un sorriso in più – una meraviglia in più davanti all’incoronazione di Napoleone a Notre Dame, in un riflesso blu sotto la Vittoria Alata. Serena Cattaneo, mente e anima di Gagosian a Parigi, raccontava che quella stanza, li dove eravamo tutti seduti a cena, potrebbe salvare la Gioconda da ogni sorta di calamità o bombardamento. Il Soft Power definisce la difesa, il miglior attacco.

Images courtesy of press office

At the Raphaël

Text Carlo Mazzoni

@carlomazzoni

 

Un taxista mi chiede chi è che dormiva qui. È vero, il Raphaël resta uno dei luoghi iconici per la storia politica recente Italiana – quella degli anni Ottanta, una capitale vivace e ambigua, piena di vita e contraddizioni – ma io non voglio tornare lì, a ripetere quella vicenda.

Voglio parlare del glicine, il primo che vedo in fiore questa primavera. Sta fiorendo – ci sono solo petali lilla e tronchi – le foglie verdi arriveranno tra poco, prima intruse, poi incombenti. Conta il preambolo del futuro, non la memoria del passato – qui al Raphaël.

Tornavamo da una festa – in smoking, era martedì sera. L’immagine di quella Roma degli anni Ottanta oggi è nuova nel film di Sorrentino – Piazza Navona e Largo Febo non parlano più di monete, ma di Isabella Ferrari in un appartamento con l’eco sulla piazza. Roma è questo glicine che si arrampica – non su una facciata qualsiasi, ma sulla facciata del Raphaël. La pianta non è potata, è infestante, come la bellezza di Roma. Il glicine sale, le radici, i tronchi vecchi antichi, sale per tutti i piani – una jungla di bellezza intorno a un edificio angolare, irto su uno scoglio cittadino, sopra promontorio con i tavoli per l’estate. Lussureggiante, un dipinto di epoca romantica, passionale, scenografico – sì, come Roma. Entriamo – è molto tardi per esser martedì sera.

Il disegno di Richard Meier. Le balaustre in acciaio splendente. Le camere di legno chiaro, morbido, come le panche di una chiesa di Los Angeles, o le sedute sul ponte di uno Yacht per un giovane Niarchos. Il velluto rosso di una cornice sopra la testa del letto è una virgola, nel moderno, nel pulito. La camera angolare, quattro finestre affacciano sulla via – il glicine si appoggia come a comporre le tende – il glicine continua a salire.

La mattina presto saliamo al sesto piano, per uscire sulla terrazza. Da lì un’altra scala. È ancora freddo per la colazione all’aperto – un uomo sta ritoccando la vernice delle ringhiere. Oltre il balcone, il glicine è in agguato, arrampicandosi in alto. I campanili – intorno – San Pietro, Il Vittoriale, Castel Sant’Angelo. I gabbiani malvagi che mangiano i cuccioli di gatto, i terrazzi estesi come nuove piazze sospese, gli attici sono eufemismi.

Roma è così, come il glicine del Raphaël: sotterrata da una massa infestante di bellezza, profumo e fiori, a proteggere un’anima composta di tubi scintillanti di acciaio, angolare, protesa verso l’alto – quell’alto che a me piace, ancora una volta, chiamare futuro.

Hotel Raphael è parte di Relais & Châteaux, una selezione di oltre cinquecentocinquanta hotel di charme e ristoranti gourmet, gestita da un gruppo di proprietari indipendenti – hôteliers e chefs.
 
 
Images Lampooners and courtesy of Hotel Raphaël Rome www.raphaelhotel.com

Lampoon e le tute per San Vittore

Testo Carlo Mazzoni

 

Ho fondato Lampoon due anni fa. Un giornale, uno strumento mediatico – fino a oggi, le risorse sono state impiegate per creare una testata che le persone riconoscessero, quindi con un buon numero di lettori. Oggi, forte di conferme in termini di numero, Lampoon può calibrarsi sulla dimensione che gli appartiene: quella leggera serietà che fonda la letteratura e che rende credibile ogni impegno.

Lampoon è una parola inglese che può essere tradotta in italiano come libello. Pungente, intelligente. Attraverso l’estetica, Lampoon vuole raccontare il tempo che scorre e la sensibilità della gente. Oggi, dopo l’epoca della sobrietà, la gente sta vivendo l’epoca della serietà – ed è qui che vogliamo ricordarci di come non ci sia niente di più serio dell’impegno.

Una goccia in più cambia il peso del mare. Che sia una parafrasi di Madre Teresa o il ritornello di una nuova canzone di Francesco Renga, questa è la definizione di serietà: una piccola, sacrosanta verità, che vive della propria sincerità indipendentemente dalla considerazione che le verrà accordata dal mondo.

Gli istituti di detenzione trattengono individui pericolosi per la società. Oltre che di detenzione, sono istituti di recupero, e rieducazione. Mi ha chiamato Lina Sotis, attenta e attiva alle tematiche sociali con la sua associazione Quartieri Tranquilli: risultavano necessari nuovi capi di abbigliamento da lavoro, per i detenuti, a San Vittore – Lampoon parla di estetica, di moda, di vestiti – potevamo certamente dare una mano procurando le tute di lavoro a San Vittore.

Abbiamo chiamato Alessandro Moro, che qualche anno fa, insieme ai suoi soci Paolo Restelli e Dado Schapira, ha fondato Adventures, ditta specializzata nella produzione di uniformi e divise scolastiche. A me piacciono le storie precise, quelle che hanno un senso nel loro racconto – che ritrovo qui pensando a un carcere come a una scuola nuova.

Images Enrico Baj, Perso, 1967 from Guggenheim-venice 

The Queen of Milan

Testo Carlo Mazzoni @carlomazzoni   Il freddo scendeva nelle ossa. Milano, senza la sua Regina – Franca – la Franca, come in tanti la chiamavano usando l’articolo. La gente la amava – neanche Franca forse se ne è resa mai conto, nonostante i numeri la circondassero, le code per una firma sul libro. Era una figura che innamorava la grande massa – per il sorriso e la parola che aveva per tutti – ti chiamava Amore se ti conosceva un poco. Mi sono chiesto perché, in una messa in Duomo, con tutte le possibilità di un evento pubblico, l’accesso alla cattedrale era consentito solo su invito. Era temuta – da chi lavora nell’industria della moda. Sorrideva, ti chiamava Amore se forse non ricordava il tuo nome. Ogni competizione aveva un senso se c’era Franca oltre il traguardo – irraggiungibile, certo, ma meta di ogni destinazione. Oggi che non c’è, l’energia è implosa: invece che cambiare direzione, invadere le strade, dar vita alla rivoluzione, abbiamo smesso di correre. Nessuna rivoluzione senza di lei, ma un’implosione. La dama di ferro e acciaio, scrisse Lina Sotis. Circa millecinquecento persone credo siano entrate in Duomo, lunedì scorso. Tante che non c’erano, ne avrebbero avuto diverso e miglior titolo. L’incomprensione davanti al dolore era già sufficiente. C’era Matteo Renzi e il Re di Norvegia, Anna Wintour, tutti gli stilisti italiani tranne Dolce e Gabbana. C’era la classe dirigente, sociale e economica di Milano, c’era tutta la stampa mondiale. Non c’erano blogger, a Franca non sono mai piaciuti – non li chiamava Amore nonostante non avesse mai saputo come si chiamassero. La sua fotografia nel libretto della messa. Nell’incipit, l’arciprete del Duomo, ha confuso il nome di Franca con quello di sua sorella, scusandosi poi e richiamando la buona sorte divina sul legame eterno di una vita. Suo figlio, sua nipote. Tutti noi avevamo una panca assegnata, tutto era organizzato. Rispetto. C’era un punto di calore – la sua amica che a tutti muove durezza, forse antipatia – vicino a Franca no: un sorriso e una voce pacata, lacrime e confidenza – Emanuela, la sua energia fiera. È un’epoca non conclusa, l’età di Franca, Regina di Milano.

Image Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Aristofunk – THE Gala Rave

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Sabato scorso, al Teatro Principe di Milano. Andava in scena Aristofunk, lo abbiamo chiamato un Gala Rave – a metà tra un gala dove ci si veste sopra le righe e quegli scantinati dove si balla musica elettronica. Non volevamo la solita gente, volevamo soltanto quelli che ci piacevano di più – e qualche fan di Lampoon.

Il teatro aveva spazio per 700 persone, noi ne abbiamo invitati 500, sono arrivati comunque in 700 – io avevo paura che ci fosse troppa gente. I drappi dalla balconata erano uno diverso dall’altro – in disordine, di colori diversi – inserti di damaschi. Gli acrobati ballavano nei cerchi appesi ai soffitti. C’erano i tulipani che facevano a pugni con le pareti glitterate – di pugni si trattava – c’era il ring coperto di fiori e tulle nero. C’erano i rossetti nel filo di ferro – per tutta la settimana prima dell’evento, dalla Francia, dalla Germania e dal Texas, sono arrivati i poster degli Art Instagrammer – sono pubblicati tutti qui, in questo articolo – alcuni di questi Art Instagrammer li abbiamo contatti noi, altri sono arrivati spontaneamente, usando l’hashtag #YSLnotInnocent – l’hashtag di Yves Saint Laurent Beautè, che ha supportato la produzione del Gala Rave.

Non volevo il photocall con i loghi di Lampoon, non volevo più il gioco di sentirsi divi – volevo ci fossero gli Aristofunk, non i wannabeceleb, non gli influencer che oggi sono gli influenced. Il photocall è diventato il photo-shot: uno shot di vodka e una foto, sperando ti si rilassasse il volto. Gli shot erano di Belvedere Vodka, che è affianco a Lampoon in tutte le sue feste, fin dalla prima.

I selfies erano vietati. Quelli che mi sono piaciuti meno sono tutti quelli che sono arrivati vestiti senza considerare il codice sull’invito – Tuxedos rock the Peacocks – era una frase insensata che aveva il senso della vanità, della bellezza, del gioco – e anche della cultura estetica. Simone De Kunovich ha suonato per la prima parte della serata, quando le luci si muovevano nei loro colori diversi a un ritmo più tranquillo. A mezzanotte in punto, le luci si sono fermate e accese di rosso – Elisa Balbo ha cantato Your Love di Morricone – in rosso da Dior, il vestito più iconico di questa primavera. Dopo di lei, la musica è cambiata con Joss Moog, arrivato lo stesso pomeriggio da Parigi – e gli acrobati continuavano a volare in aria.

#theAristofunkGalaRave
Milan – February 25th

 

Event Partner Yves Saint Laurent Beautè and Belvedere Vodka
www.ysl.com
www.belvederevodka.com

Special thanks to
Fashion Model Management www.fashionmodel.it
Models @giordanapieri, @chiaranorischiorda, @korlanmadi, @matteoguidarelli, @bibiana.alfonso and  @dilettagomezgane
Ottaviani
T’a Milano
Sofas Divani Chesterlfied
Serikos Collezioni & Tessili S.r.l
Eliana Ziliani, Art Factory Luxury
Boxing gloves www.amazon.it

IED Moda Milano

Event Images Alfonso Catalano @ SGPItalia – Jacopo Raule, Victor Boyko @ Getty, Marco Piraccini, Thomas Daloiso

#ARISTOFUNK MOODBOARD

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Da Maria Antonietta a Caterina di Russia, da Filippo d’Orléans, il fratello del Re Sole, a Enrico di Valois, da Morgana di Camelot ai fratelli Borgia fino a Maria Sofia, l’ultima regina di Napoli. Nella storia, gli aristocratici detengono un privilegio di diritto, e i migliori sono sempre stati quelli che di tale privilegio non hanno tenuto risparmio, in virtù o in vizio.

Oggi non esiste più il privilegio di diritto. Esiste solo un privilegio di intelletto, si chiama talento. Chi lo possiede appartiene all’unica aristocrazia che conta oggi – ma ugualmente a quanto vale nella storia, i migliori esponenti restano quelli che di tale privilegio, il talento, non hanno tenuto risparmio, in virtù o vizio.

Sabato 25 febbraio, al Teatro Principe di Milano, avrà luogo il party Aristofunk. L’evento in occasione della Settimana della Moda di Milano e dell’uscita in edicola del nuovo numero di The Fashionable Lampoon. La famiglia reale di Bangkok e la regina Elisabetta, Hillary Clinton e le dinastie aristocratiche a Washington. La Bella e la Bestia a Versailles, i macaron di Madame de Pompadour e gli Aristogatti. La libertà di pensiero ègentile, il coraggio è una forma d’amore. Le modelle e i pugili sul ring, i rossetti di Yves Saint Laurent, metri di tulle – gli abiti lunghi, i papillon degli smoking slacciati dopo poco. Il buio dell’anfratto, una balconata rosso fuoco, il viola e le pareti di glitter come argento. Velluti, damaschi, sete – i fiori si saranno seccati, i fari blu si muoveranno veloci. Gli acrobati balleranno sui candelabri, la musica spinta, il volume del Teatro Principe. I vestiti sopra ogni riga del pentagramma – strascichi, maschere, trucchi sugli occhi degli uomini, sulle labbra delle donne. Gioielli, baci feroci. Questo sarà l’Aristofunk di Lampoon. Sul sito, nei prossimi giorni saranno pubblicati articoli, video, immagini che comporranno un racconto interattivo – tra il magazine The Fashionable Lampoon e tutte le favole, le ironie, le magie e le suggestioni che gireranno intorno a questo evento al centro della settimana delle sfilate di Milano. Una notte dedicata a tutto quanto abbia ispirato regalità negli ultimi anni, all’unica forma di aristocrazia oggi attuale, che è il talento, a chi ha saputo cercarlo, volerlo e sostenerlo, il talento, alla Moda – e all’unica vera Regina di tutto questo, che oggi non c’è più. Esclusivamente su invito, il Gala Rave Aristofunk avrà luogo al Teatro Principe di Milano, sede di incontri di pugilato fin dal dopoguerra, scelto da Luchino Visconti come set di Rocco e i suoi fratelli. Il Gala Rave Aristofunk Main è realizzato con il supporto di Yves Saint Laurent Beauté. The Fashionable Lampoon #8 uscirà in tutte le edicole, in Italia e nel mondo, da giovedì 15 febbraio 2017 Un ringraziamento speciale a Belvedere Vodka Italia che come sempre è partner di tutti gli eventi di The Fashionable Lampoon. Si ringraziano anche Art Factory Luxury di Eliana Ziliani www.artfactoryluxury.it Serikos collezioni & tessili s.r.l.www.serikos.com Ottaviani www.ottaviani.com T’A Milanowww.tamilano.com

YTALIA

Testo Carlo Mazzoni @carlomazzoni Sabato sera, a Palazzo Vecchio, il sindaco di Firenze Dario Nardella si è alzato in piedi e ha parlato davanti a più di cento persone sedute a tavola nel Salone delle Armi: con un breve discorso ha introdotto Ytalia, la mostra che inaugurerà il 2 giugno – data retorica per una mostra così titolata – al Forte Belvedere. Viene da definirlo cast, leggendo i nomi degli artisti coinvolti: Jannis Kounellis, Luciano Fabro, Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Giovanni Anselmo, Gino De Domenicis, Remo Salvadori, Marco Bagnoli, Domenico Bianchi, Nunzio, Mimmo Paladino, Mario Merz. Una mostra, uno show, ideato e curato da Sergio Risaliti e prodotto dal Mus.e di Firenze insieme al Comune. Dodici artisti per dodici tavoli – al tavolo dedicato a De Domenicis, sedeva Luciano Massari, direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Carrara, dotata di una marmoteca leggendaria, sede di una recente mostra di anatomia umana. Riportava alla lettura de Il Tormento e l’Estasi – il marmo bianco scultoreo della cava di Michelangelo resta il più pregiato per la durezza e la luce dei suoi cristalli, girando poi nelle variazioni di grigio fino allo scuro, fino alla pietra e ai graniti delle Apuane. Se bianco è a Carrara, il marmo verde proviene dalla Val d’Aosta, il marmo rosa dalle montagne spagnole – mentre La Veranda Fabbrica del Duomo di Milano è proprietaria di un’intera fabbrica per la propria fornitura esclusiva. Luciano Massari, oltre alla direzione dell’Accademia, è fondatore e titolare di un laboratorio a Carrara specializzato nella produzione dei lavori degli artisti contemporanei, con tutte le ambizioni e le provocazioni nell’abilità della scultura che per definizione non si possono immaginare. È lecito intuire quanto Massari sarà coinvolto in prima linea nella realizzazione delle opere di Ytalia.

La mostra Ytalia sarà inaugurata il 2 giugno e ospiterà opere all’aperto negli spazi di Forte Belvedere, del giardino di Boboli, di Palazzo Vecchio e di altri luoghi del centro di Firenze. Rimarrà aperta al pubblico fino a settembre 2017.

Images courtesy of press office musefirenze.it

ARISTOFUNK – GALA RAVE

Sabato 25 febbraio, al Teatro Principe di Milano, avrà luogo il party Aristofunk.

L’evento in occasione della Settimana della Moda di Milano e dell’uscita in edicola del nuovo numero di The Fashionable Lampoon.

La famiglia reale di Bangkok e la regina Elisabetta, Hillary Clinton e le dinastie aristocratiche a Washington. La Bella e la Bestia a Versailles, i macaron di Madame de Pompadour e gli Aristogatti. La libertà di pensiero è gentile, il coraggio è una forma d’amore.

Le modelle e i pugili sul ring, i rossetti di Yves Saint Laurent, metri di tulle – gli abiti lunghi, i papillon degli smoking slacciati dopo poco. Il buio dell’anfratto, una balconata rosso fuoco, il viola e le pareti di glitter come argento. Velluti, damaschi, sete – i fiori si saranno seccati, i fari blu si muoveranno veloci. Gli acrobati balleranno sui candelabri, la musica spinta, il volume del Teatro Principe. I vestiti sopra ogni riga del pentagramma – strascichi, maschere, trucchi sugli occhi degli uomini, sulle labbra delle donne. Gioielli, baci feroci. Questo sarà l’Aristofunk di Lampoon.

Sul sito, nei prossimi giorni saranno pubblicati articoli, video, immagini che comporranno un racconto interattivo – tra il magazine The Fashionable Lampoon e tutte le favole, le ironie, le magie e le suggestioni che gireranno intorno a questo evento al centro della settimana delle sfilate di Milano. Una notte dedicata a tutto quanto abbia ispirato regalità negli ultimi anni, all’unica forma di aristocrazia oggi attuale, che è il talento, a chi ha saputo cercarlo, volerlo e sostenerlo, il talento, alla Moda – e all’unica vera Regina di tutto questo, che oggi non c’è più.

Esclusivamente su invito, il Gala Rave Aristofunk avrà luogo al Teatro Principe di Milano, sede di incontri di pugilato fin dal dopoguerra, scelto da Luchino Visconti come set di Rocco e i suoi fratelli.

Il Gala Rave Aristofunk Main è realizzato con il supporto di Yves Saint Laurent Beauté.

The Fashionable Lampoon #8 uscirà in tutte le edicole, in Italia e nel mondo, da giovedì 15 febbraio 2017

Un ringraziamento speciale a Belvedere Vodka Italia che come sempre è partner di tutti gli eventi di The Fashionable Lampoon.

Si ringraziano anche
Art Factory Luxury di Eliana Ziliani www.artfactoryluxury.it
Serikos collezioni & tessili s.r.l. www.serikos.com
Ottaviani www.ottaviani.com
T’A Milano www.tamilano.com

Aristofunk Gala Rave
Saturday, February 25th
Teatro Principe, Milan
By invitation only

Fendi, Penone, Gagosian

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

A Roma troviamo la nuova Versailles d’Europa: il Palazzo della Civiltà Italiana. Niente più capricci del Re Sole, ma precisioni e direzioni, visioni e angoli, di Fendi. Sull’angolo destro dell’edificio c’è un albero spoglio i cui rami sono bloccati da aste come linee di inchiostro nero su un ricamo. Si tratta di Fendi Matrice, opera inedita di Giuseppe Penone creata per la mostra che si sviluppa all’interno, curata da Massimiliano Gioni.

Giovedì sera, all’inaugurazione, l’atmosfera era leggera – le contesse romane non soffocavano nei volumi dei loro salotti, ma giravano leggere sul marmo rosso, tra i tronchi grafici. Le persone avevano spazio, tra le opere, in una scena de Le fate Ignoranti, tra incroci d’amore e di destino. Non c’era pesantezza, non autocompiacimento, ma attenzione e voglia di comprensione: per quegli alberi vuoti, dalle trame di vene fitte nei circoli stratigrafi degli anni. Ritrovavi l’arbusto giovane, all’interno della corteccia secolare. C’era un senso di freschezza, già di primavera – scendendo le scale, ora, di marmo verde, fino alla mensa di Palazzo Fendi, quando mensa trova un tono di poesia industriale, intellettuale di fatica e rigore. I materiali smaltati sui legni grezzi. Fendi Matrice è questo: damaschi e futuro, rococò e geometrie, livelli di garze e trame.

La sera dopo, venerdì, Gagosian invitava a casa di Sallustio. Dal livello del suolo, si scendeva per una decina di metri lungo un sentiero dentro una crepa, le candele nei vetri sugli scalini si rompevano sotto i tacchi delle dame di qui sopra. In parallelo, alleanza e sintonia alla mostra di Fendi, Gagosian inaugurava Equivalenze, ancora una monografica di Giuseppe Penone nella galleria di via Francesco Crispi. I tavoli erano apparecchiati sotto le volte recuperate dagli scavi romani, la condensa si intravedeva sotto il pavimento in vetro sopra le fondamenta profonde.

Pepi Marchetti, direttrice di Gagosian a Roma, alzava un brindisi a Penone, restio a queste forme di piacere mondano – forse a ragione considerando alcune figure romane ancora perse in una palude che, finalmente in questi giorni, un vento mite di gennaio spazza via. Per Penone a Roma, è riapparsa quella linfa che correva costante negli anni Settanta. Oggi inaspettata: una Roma brillante, composta in nuovi contrasti, a tagli di società, nobiltà, costume e popolo. Una nuova generazione, una nuova bellezza – non più grande, ma ben più potente. Oggi, questo crogiolo di energia gira intorno, via via sempre più concentrandosi, a una giovane coppia. Sono belli e hanno movimenti pacati, con un modo antico e gentile. Pietro e Elisabetta Beccari riprendono, dalla storia, quei decenni di rinascite culturali, quando due nuovi principi salivano su un trono spento da troppo tempo, per vuoto o vecchiaia. Insieme e a fianco l’uno all’altra, hanno un modo di fermarti, di non lasciarti andare via, di restare ancora un po’, per un sorriso e una parola in più – per notare, ancora un po’ di più, quanto sia bella ed eterna la luce di una volta e di un cielo di mattina, blu, a Roma.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

Rome houses the new Versailles of Europe: Palazzo della Civiltà Italiana. Not the Sun King’s eccentric caprice but Fendi’s precision and direction, views and corners. Standing by the right corner of the building is a bare tree whose branches are hindered by copper pipes like black ink strokes across an embroidery. This is Fendi Matrice, the latest work by Giuseppe Penone created to accompany the exhibition that takes place inside, which is curated by Massimiliano Gioni.

On Thursday evening, the day of the inauguration, the atmosphere was light: the Roman countesses were not stifled by the imposing presence of their parlors but wandered, with a light step, across the red marble, surrounded by graphic tree trunks. There was breathing space among people, and between people and the artworks, which evoked a scene from Ferzan Özpetek’s His Secret Life (Le Fate Ignoranti) in a crossing of love and fates. There was no heaviness, no complacency but attention for and the desire to understand those stripped trees, their dense growth rings like age-revealing veins. A young tree inside a centuries-old bark. There was a sense of freshness in the air, of forewarning spring: walking down the green marble stairs to the canteen of Palazzo Fendi, where canteen acquires an industrial poetic tone, an intellectual temper that originates from labor and rigor. The waxed textures against the raw wood. This is Fendi Matrice: damasks and future, rococo and geometries, gauze and textures.

The following evening, on Friday, Gagosian had invited us to Sallustio’s. We descended about ten meters from the ground level, walking along a path into a crack, the candles laid onto the glass stairs breaking under the pressure of the ladies’ heels. Simultaneously – in alliance with and in accord to the exhibition at Fendi, Gagosian was opening Equivalenze, another solo exhibition by Giuseppe Penone at the gallery on Via Francesco Crispi. The tables had been set under the restored vaults of the Roman archaeological site, the condensation clearly visible underneath the glass flooring providing a view of the excavations below. Pepi Marchetti, Director of the Gagosian Gallery in Rome, raised the glass and toasted a reluctant Penone, disinclined to indulge in such form of frivolous pleasures, and perhaps rightly so given that some Roman personalities appear to be still lost in a morass that, finally, over the last few days, the mild January wind seemed to have swept away. In honor of Penone, Rome has seen the resurgence of that nourishing lymph that flew abundant in the Seventies. Its comeback is unexpected today: Rome is agleam, composed of new contrasts, crosscuts of society, of nobility, of customs and people. A new generation, a new beauty – not greater but way more powerful. Today, this amalgam of energy spins around, increasingly polarizing around a young couple. They are beautiful and move gently, displaying yesteryear-graceful manners. Pietro and Elisabetta Beccari draw from history, echoing those decades of cultural renaissance when a new Prince and Princess ascended a throne that had been devoid of any light and life for too long, out of a political void or old age. Together, next to each other, they have a way of stopping you, of not letting you go, of persuading you to stay a little longer, for a smile, a brief exchange. To acknowledge and appreciate a moment longer how beautiful and eternal is the light of a vault, of a blue, morning, Roman sky.

Fendi Matrice
26 January – 16 July
Palazzo della Civiltà Italiana
Quadrato della Concordia, 3 – Rome, Italy
Open every day from 10:00 am to 8:00 pm

Equivalenze
27 January – 15 April
Gagosian Gallery – Rome
Open Tue – Sat 10:30 am to 7:00 pm

 

Images courtesy of press office
www.fendi.com – www.gagosian.com

HERMÈS FAUBOURG SAINT-HONORÉ

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

La pre-collezione di Hermès ha sfilato nel negozio di Feabourg St Honorè – in quell’angolo di Parigi che appartiene e definisce Hermès da quasi centocinquant’anni. Regola vuole che gli abiti delle pre-collezioni arrivino in negozio a fine luglio – si tratta infatti degli abiti autunnali. Oggi, la moda è forte di un’attenzione e di un lavoro tali – da parte del pubblico e della stampa – da portare i vestiti autunnali nei negozi già da giugno (per qualche casa, addirittura ad aprile). Le persone che vivono nella moda – clienti o narratori – sono tanto ubique nel mondo da annientare le stagioni ancor prima di un ragionamento sull’emergenza climatica.

Questo preambolo per spiegare, per antipodi, quanto Hermès rimanga invece oltre le scadenza, oltre le frammentazioni del tempo, del luogo e del commercio. Ogni capo di Hermès è quieto, calmo – vive nei suoi anni, nell’uso e nella cura. Il disegno è sempre lineare e sapiente, pacato – che oggi significa poetico. Hermès è la calma di una novella, è il ritmo di Proust. I colori sono una tavola coerente, gli accostamenti sono note su partiture di Bach.

La sfilata dell’altro giorno era un susseguirsi di abiti da giorno – Hermès non ha mai fatto abiti da sera. La morbidezza, sì – la morbidezza è la tendenza di tutta la moda delle prossime stagioni – una morbidezza che incontra l’essenza di Hermès, trovando Hermès oggi riferimento, non solo codice.

La pelle è martellata o liscia – naturale anche se colorata. Gli stivali alti. Le borse piccole. Le gonne a giro, di lana, bloccata da moschettoni presi dal mondo, ormai proprio, dell’equitazione. I colori. Arancione e grigio, mattone e bordeaux. Il verde bosco dei pantaloni diventa muschio di quercia dal profumo umido e antico. Il lilla sul caramello. Il bianco scivola nella crema. Le perle di acciaio sono intarsi in cinture e gioielli di cuoio. Il tartan rosso. La forma è liquida – davvero, è l’inchiostro dei poeti.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

Hermès Resort Collection took the runway in the Faubourg Saint-Honoré boutique in that corner of Paris that belongs to and has defined Hermès for the last one hundred and fifty years. As a rule, pre-collections’ clothes – those for Fall – hit the stores in late July. Present day’s attention and commitment to fashion – on the part of the public and the press – is so strong that Fall clothes are stocked in stores as early as June (some fashion houses stock them even in April). The people who live in fashion the clients or the narrators are ubiquitous around the world, so much they wipe out the seasons even before starting a reflection on climate emergency.

This foreword to explain, by contrast, that Hermès stays beyond the deadlines, beyond the fragmentation of time, place and business. Each Hermès garment is quiet and serene embracing its own time, as regards its use and accurateness. The design is always linear and skilful, understated– which, today, equals to poetic. Hermès conveys the quietude of a short story, Proust’s tempo. The color palette is consistent, the combinations are like notes on a Bach score.

The other day’s show featured a sequence of daywear outfits Hermès has never designed eveningwear. The loose cut, yes, the loose cut is a trend for all fashion in upcoming seasons that relates to Hermès’ essence, as a reference, not just a code.

Leather is hammered or smooth – looking natural even when it’s dyed. The thigh-high boots. The small bags. The woolen wraparound skirts kept in place with straps borrowed from the equestrian world, a classic Hermès reference. The hues. Orange and gray, brick red and burgundy. The forest green of the pants turn into an oak moss nuance, giving off an old, humid scent. Lilac on caramel. White glides into cream. Leather belts and jewelry pieces feature steel bead intarsia. Red tartan. The shapes are liquid – it’s true, like poets’ ink.

Images courtesy of press office
www.hermes.com

DIOR HC SS17

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La prima sfilata Haute Couture di Dior di Maria Grazia Chiuri. Si torna a un romanticismo rinascimentale, nel vestire femminile – bisogna ammetterlo come se già lo sapessimo, come se già fosse impresso nei nostri occhi, già nella nostra memoria. Lo vedete in giro, ovunque, Botticelli: linee morbide, veli e layer, strutture non più sopra il corpo della donna ma intorno al corpo della donna. C’è una voglia di nostalgia che diventa energia – con qualche tocco di violenza che si chiama futuro. Si recuperano gli archetipi degli abiti e le gonne nell’armadio della nonna. C’è la voglia di persone per bene, nel mondo e negli occhi, e di vestirsi di conseguenza. La ricchezza è nel dettaglio, nel taglio, nel piccolo ricamo ripetuto, nell’intarsio, nel piccolo riflesso.

Le forme iconiche di Christian Dior. La sfilata di Chiuri è uno studio sull’estetica del fondatore, con considerazioni su Galliano. Le prime uscite sono nere. Tessuti spessi, di taglio e forma, redingote grafiche. Caterina de’ Medici vestiva di nero, come fece la regina Vittoria senza Albert. Dalla serietà del lutto all’incognito di Venezia. Le maschere e le piume. I vestiti monacali e protestanti e gli smoking di Cole Porter – di nuovo i tagli ripidi. Trame pesanti per vestiti di altri tempi, plissé giganti. Una carta astrale con i tarocchi, una cappa di velluto nero con il cappuccio da Inquisizione. Poi il rosso apre lo schema, ne fuoriesce la luce dell’Impero: rulli di oro con le stelle, i giardini e i fiori di mughetto, i pavoni e le farfalle.

Tra i dettagli più precisi, ancora studio d’identità Dior, gli intarsi di velluto sulle gonne di tulle. Gli aghi delle piume costruiscono il filo spinato per Charlize Theron – tra J’Adore e la Regina Ravenna. Le crinoline diventano cappotti fino ai piedi, le ali di farfalle sono piccole piume – fino al vestito per Giunone, volumi di petali, tra tulipani, campanule – e tutto il giardino sulla Manica, a Granville, che tanto restava nelle cure di Christian Dior.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Maria Grazia Chiuri’s Couture debut for Dior. Back to a Renaissance-like romanticism, in women’s style – we have to acknowledge it, as if we knew it already, as if it were already impressed in our eyes, in our memory. Botticelli is everywhere, as one can see; in the soft lines, in the veils and layering, in the structures that do not rest on the female body, but around the female body. This urge for nostalgia turns into energy – with a few fierce touches, it’s called future. The gowns’ archetypes and the skirts from grandma’s wardrobe are retrieved. One senses the need to have good people around, in the world, in one’s eyes, and to dress accordingly. The richness lies in the cuts, in the recurring small embroidery, in the intarsia, in the slight reflections.

The iconic silhouettes of Christian Dior. Chiuri’s runway show is based on a research on the founder’s aesthetics, with a few considerations on Galliano. The first outfits to come out are black. Thick textiles, the thickness is in the cut and the shape, graphic frock-coats. Catherine de’ Medici used to wear black, just like Queen Victoria without Albert. From the severity of mourning to going incognito in Venice. The masks and the feathers. The monastic and protestant garments, and Cole Porter’s tuxedos – those slanting cuts again. Heavy textures for garments of yore, giant pleats. Astral charts with tarots, a black velvet cape with an Inquisition-style hood. Then red appears, breaking the scheme, the Imperial light pours out: golden spoils with stars, the gardens, the lilies of the valley, the peacocks and the butterflies. The most accurate details, from an exploration of Dior’s identity, are the velvet intarsia on the tulle skirts. The feathers’ barbules form the barbed wire for Charlize Theron – halfway between J’Adore and Queen Ravenna. Crinolines turn into floor-length coats, the butterfly wings are tiny feathers– and the Juno dress features volumes created with petals, tulips and bluebells – and the whole garden overlooking the English Channel, in Granville, that Christian Dior cherished so much.

Images and video courtesy of press office
www.dior.com

MILAN FASHION WEEK: A POINT OF VIEW

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Armani codifica la moda maschile. Si può dire quel che si vuole, sulle collezioni femminili di Armani, sulla rilevanza attuale di Milano – ma quando si tratta di moda maschile, Armani rimane a dir poco primario. Con il casting migliore – Ton Heukels, Fabio Mancini, Alessio Pozzi – Emporio introduce definendo la prossima stagione: scarpe grandi con suole alte e massicce ma leggere verso la caviglia restandone al di sotto, senza diventare boot (che se in italiano lo chiami stivale non rende). I pantaloni morbidi, e larghi. Lane calde, tessuti spessi, sempre morbidi lungo tutta la gamba (qui da Emporio sono a volte corti, mentre il mercato li vorrà lunghi). Poi felpe, maglioni, chiodi – tutti sopra la vita e stretti intorno al busto – perché se la gamba è morbida e ampia, il busto rimane strutturato. Compaiono i pattern, così presenti per la moda femminile, invaderanno presto anche le collezioni dell’uomo. Mina e Celentano nel soundtrack cantano Amami – Armani.

Christian Pellizzari ha idee potenti, dalle giacche damascate alle scarpe borchiate. La ricerca dei tessuti deve puntare a una morbidezza maggiore – sì, la morbidezza è il massimo comune denominatore oggi – e a un taglio più artistico. Il potenziale c’è ed è solido. Neil Barrett rende orgogliosi. A Bangkok è tra gli stilisti più venduti. La sfilata ha una presenza notevole di buyer più che di stampa – buyer internazionali, appunto, soprattutto asiatici. Una sfilata di quasi cento capi, logicamente più commerciale che creativa per quanto notato prima, ma l’identità di riferimento è precisa: una moda maschile tra l’Asia e la Germania, con riferimenti a Raf Simons e ai sei di Anversa, con un twist su inserti di colori, grafiche e segni e forme geometriche cosi precisi da creare un codice.

Marcelo Burlon è considerato come uno dei momenti più interessanti. Lo show riesce meglio della collezione. C’è una coerenza estremamente precisa sui riferimenti alla Patagonia, al guerriero che balla in un rave sotterraneo, a un eroe digitale costruito di terra – ma c’è il rischio che tutto diventi un costume. La basi ci sono e sono fondamenta, ma sembra manchi la fantasia per esplodere, per divertirsi – che pensando al designer, appare come un vero controsenso.

Marni ha perso la direzione e non l’ha ritrovata, con una comunicazione troppo legata alla labilità dei cosiddetti web influencer che degrada il brand a un’azienda di secondo ordine. Moschino è ormai ripetitivo – non è immaginifico, non è più irrisorio. Gli inserti di pelliccia da Santoni sono patetici – una voglia di essere internazionale porta a una scopiazzata da Gucci (un peccato, considerando che si tratta di scarpe italiane tremendamente belle). Una delle immagini peggiori è la ressa al Mandarin Hotel per il cocktail di Lamborghini, i piatti sporchi ammassati sui davanzali delle finestre.

Federico Curradi è una buona promessa. Pantaloni morbidi quasi poetici come lo show. Frasi scritte al posto della fascia da smoking laterale che ormai è dettaglio per il pantalone quotidiano (a considerare che i modelli sfilano senza scarpe e che parte della bellezza di una pantalone si comprende proprio nel contatto con la scarpa). Fili sfilati come decoro. Il soundtrack all’inizio commuovente, alla fine ridondante.

Andrea Pompilio possiede la capacità di giocare con le linee e i volumi, riuscendo a spingersi a un’elettricità e a un’ingegneria che altri, nel suo stesso metodo, non trovano. Linee rilassate nelle forme e geometriche delle stampe – questo è Pompilio. La ricerca dei tessuti, la banda da smoking sulla vigogna, una garza di lana infeltrendosi ha prodotto una texture rigata e morbida.

Ferragamo con una nuova direzione artistica di Guillame Meilland. Le scarpe sono bellissime, presentano borchie basse tagliate dal pavimento. Dettagli di colore su grigio e nero – una maglia rossa fuoriesce dal giubbotto di panno ed è un tocco di genio. Felpe e golfini su pantaloni formali.
Un maxi cappotto con un enorme bavero blu navy è l’uscita finale. Sarebbe bello un lieve twist di moda, anche fosse solo per lo show, in mezzo alla qualità imprescindibile di ogni capo.

Damir Doma – a parte alcuni influencer ancora più brutti di quelli a cui siamo abituati – qui vediamo come i a pantaloni larghi si alzano sopra la vita. Il primo cappotto è lungho e morbido e stupendo. Ricorda Haider Ackerman ma più consistente – gli stessi riflessi blu petrolio e rosa amaro arancio arrugginito su velluto. Le maglie sdrucite e bucate sono già viste. All’inizio dello show la collezione è potente, poi si perde via.

Da Missoni ci sono troppi blogger che ispirano una stupidità che stride con la cultura e la tradizione nobile della casa. Quest’anno vediamo appliques tipiche di Dries van Noten – ma non si tratta d’altro se non di una legacy che spetterebbe a Missoni di pieno diritto. La prima maglia sa di spettacolo – poi ce ne sono altre che si mescolano a tanto, forse a troppo, tartan. La morbidezza qui da Missoni non può che toccare meraviglia.

Daks e la sfilata teatrale. Hai modo di vedere tutta la collezione insieme – ma rischi la noia che la fretta della sfilata scansa. Daks è fuori dal coro, parla di Matthew Goode in Downton Abby: un pilota di macchine negli anni Trenta che sposa una contessa altera. Vestiti tagliati sul corpo, comodi perché aderenti – ma non rilassati – c’è una distanza del discorso di moda di oggi.

Prada. Lily Collins. I modelli somigliano tutti a Clement Chabernaud – che sfila verso la fine. Maglioni in patchwork: quel senso di nonna che Prada sa sempre tirare fuor. La nonna borghese della casa in città, non in campagna – no, non è la nonna – qui c’è la zia borghese che era giovane quando tu avevi quattro anni e che resta nei tuoi occhi ogni domenica pomeriggio di novembre. Il color ruggine su vigogne e pelle – molta pelle, come le lenzuola in pelle delle sedute alla sfilata. Sotto il ruggine, un verde acceso di prato bagnato, mocassini rosso sangue. I pantaloni sono tipici di Prada, una sigaretta che si apre in fondo ma senza diventare zampa, e avvolgono il sedere potenziandone le rotondità. Un cappello di pelo viola, una giacca di pelo rosso sangue bordo. Appliques su lana sono belle come da Missoni. Peccato che davanti a tutto questo, una fila di ragazze, la migliore selezione di Prada, non fa altro che scattarsi selfie in coppia come fanno le bambine sul muretto della metropolitana.

Moncler. Lo show è immaginifico, al limite del cinematografico, epocale, con rimandi al temibile, al cupo, all’apocalittico. Una fila di uomini legati da cime da barca, portate in montagna tra la neve funi da risalita libera – è l’unione tra amici in uno stesso destino. Lo show è immagine, pathos leggenda – in showroom trovi pezzi che vorresti mettere sempre. Tornano in mente gli show di una volta di McQueen forse, e il dettaglio forte è che non so tratta di couture ma di sportswear.

Dsquared2. Un pattern di fiori ricamato scintillante a margherite per il giubbotto. La donna e l’uomo sono quasi vestiti uguali. Totalmente fuori dal tempo, ma coerenti con questa loro immagine di canadesi sportivi, mascotte del Montana trasportati su un tappeto rosso, e ricoperti di diamanti.

Fendi ritorna sobrio – ma sulle giacche c’è scritto Fantastic Fendi, Think Fendi. Pensateci – non c’è niente di più fantastico, scientificamente parlando, dell’intelletto. Giacche corte. La banda da smoking sale azzurra sulla giacca. Non più blogger, ma fotografi. Non più streetstyle, ma lusso pieno. Appare un cappotto iper-colorato a righe che va sul bavero gigante – pantaloni a vento, la striscia sulla manica è un’idea bella più che mai.

Apre Emporio, chiude Giorgio Armani. Il verde è sui velluti e sa di boschi e di smeraldi. Le giacche corte, le lane morbide – tutto è morbido, anche se i pantaloni si sono stringono un poco rispetto a tutto quanto visto in questo giorni, per ritrovare un classicismo formale che Armani vuole mantenere per la sua prima linea uomo forte di un visual tra gli anni Trenta e Richard Gere alla fine degli Ottanta. La donna ha le scarpe basse come vuole la sobrietà di Armani.

Text  Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Armani codifies menswear. Anything can be said about Armani’s womenswear collection, about Milan’s current relevance – but when we’re talking menswear, Armani is still leading, to say the least. Hiring the best cast – Ton Heukels, Fabio Mancini, Alessio Pozzi – Emporio introduces and defines the next season: big shoes with chunky, high soles, but lighter around the ankles, without becoming actual boots. Pants are wide and loose. Cozy wool, thick fabrics, loose along the whole leg (here at Emporio pants are sometimes cropped, while the market will want them longer). And then sweatshirts, jumpers, biker jackets – all cropped and fitted around the chest – while the leg is loose and wide, the chest is still structured. Patterns crop up, just like for womenswear, they will soon invade men’s collections, too. Mina and Celentano, from the soundtrack, sing Amami, Love me – Armani. 

Christian Pellizzari displays some powerful ideas, from the damask jackets to the studded shoes. The research on textiles must focus on a greater looseness– yes, looseness is the constant thread today – and on a more artsy cut. There is potential here, and it is solid. Neil Barrett makes us proud. He is one of the best-selling brand in Bangkok. His show is attended by buyers rather than the press – international buyers, that is, in particular from Asia. A collection of almost a hundred pieces, reasonably more commercial than creative, due to what I was saying before, but the references are accurate: men’s fashion between Asia and Germany, with references to Raf Simons and to the Antwerp Six, with inserts of colors, graphic motifs and signs and geometric shapes so precise they create a new code.

Marcelo Burlon is considered one of the most interesting moments. The show is more impactful than the collection itself. There is an extremely precise consistence in the references to Patagonia, to the warrior dancing at an underground rave, to a digital hero made of soil – but the risk is that it all becomes mere costume. The premises are there as solid foundations, but what seems to be lacking here is the imagination to explode, to have fun – and, knowing the designer, this appears like a true contradiction.

Marni has lost its direction and hasn’t found it yet, communication is too much dependent on the ephemeral nature of the so-called web influencers that downgrade the brand to second-rank company. Moschino is becoming repetitive – it’s not imaginative, it’s not derisive. The fur inserts spotted at Santoni are pathetic – a desire to get an international image leads to a bad copy of Gucci (it’s a shame, considering the brand crafts tremendously beautiful Italian shoes). One of the worst sights is the hordes amassing at the Mandarin Hotel to attend the Lamborghini cocktail event, the dirty dishes piling up on the window sills.

 Francesco Curradi looks promising. Loose pants, almost as poetic as the show. Slogans in place of the tuxedo side band, now a detail for everyday pants (just think that models are not wearing shoes and that the beauty of a pair of pants is partly appreciated observing how they touch the shoes). Snagged threads as embellishments. The soundtrack is touching at first, then becomes redundant. 

 Andrea Pompilio has the ability to play with lines and volumes, successfully achieving an electricity/energy and engineering that others with his same method cannot find. Relaxed shapes and geometric prints – this is Pompilio. The research on textiles, the tuxedo side band on the vicuna, a matted wool gauze makes a striped, soft texture. 

 New creative director Guillame Meilland makes his debuts at Ferragamo. The shoes are stunning, they feature studs embellishing the lower part of the soles, touching the ground. Color accents on gray and black– a red sweater peeps out of a wool cloth jacket, and it’s a touch of genius. Sweatshirts and little jumpers are sported over formal pants.
A navy blue maxi coat with huge lapels is the final outfit. A slightly trendy twist may have been a good thing, even just for the show, amidst the inescapable quality of each garment.

 At Damir Doma – apart from a few influencers even uglier than those we’re used to – the wide pants become high-waisted. The first coat is long and loose and magnificent. It reminds of Haider Ackerman but it’s more substantial – the same petrol blue and acid pink and rusty orange reflections on velvet. The stretched out and distressed tops are nothing new. The collection is more powerful at the beginning of the show, then it loses it.

 At Missoni too many bloggers inspire a sense of stupidity that clashes with the house’s elevated culture and heritage. This year we spot appliqué which are signature Dries van Noten – but it’s only a legacy that would pertain to Missoni by right. The first sweater is spectacular – followed by others mixed with lots of tartan, maybe too much of it. Softness here at Missoni can only be marvelous to touch.

 Daks and the dramatic runway show. This way one can sell the whole collection – but risks generating boredom that the fast-paced show avoids. Daks stands out from the crowd, the collection is inspired by Matthew Goode in Downton Abbey: a race car driver in the Thirties who marries a haughty countess. The clothes adhere to the body, they are comfy because they are fitted – yet not relaxed – distancing themselves from the trend du jour.

 Prada. Lily Collins. All the models look like Clement Chabernaud – who takes the runway towards the end. Patchwork sweaters: evoking your grandma the way only Prada does every time. The bourgeois grandmother living in the town house, not in the countryside – no, it’s not the grandma – it’s rather the bourgeois aunt who was young when you were four years old, whose image stuck in your mind every Sunday afternoon of November. The rusty tone of vicuna and leather – lots of leather, like the leather sheets on the seats at the show. Underneath the rust lies a bright, wet grass green, oxblood loafers. The pants are signature Prada, a cigarette silhouette that opens up at the bottom without flaring out, and envelop the rear, enhancing its curve. A purple fur hat, an oxblood fur jacket. The appliqué on wool is beautiful just like Missoni’s. It’s a shame that, with all this going on, a few girls sitting in a row, Prada’s best selection, keep taking selfies in pairs, like little girls waiting to get on the subway. 

 Moncler. The show is highly imaginative, verging on the cinematic, epoch-making, hinting at the fearsome, the ominous, the apocalyptic. A row of men tied together by nautical ropes, brought up in the mountains like climbing ropes – friends sharing the same destiny. The show is evoking, poignant, legendary – on display at the showroom are pieces one may want to wear forever. It calls to mind maybe McQueen’s long-ago shows, and the strongest detail is that I’m aware it’s not couture, it’s sportswear.

 Dsquared. A scintillating daisy pattern embroidered on a jacket. Men and women are almost dressed alike. Totally out of time, yet consistent with this image of sporty Canadians, like mascots from Montana transferred onto a red carpet and covered with diamonds.

 Fendi is back to understatement – yet the jackets feature slogans like Fantastic Fendi, Think Fendi. Think about it – there is nothing more fantastic, scientifically speaking, than the intellect. Cropped jackets. The tuxedo side band is blue and climbs up the blazer. No more bloggers, but photographers. No more street style, but total luxury. A super-colorful coat that goes over the big lapel – windbreaker pants, the stripe on the sleeves is an amazing idea.

 Emporio opens, Giorgio Armani closes. The green tones on the velvets bring to mind forests and emeralds. The cropped jackets, the soft wools – everything is soft, although pants are slightly tighter than all we have seen these days, going back to a formal classic style that Armani wants to keep for his menswear main line, inspired by visual references going back to a period between the Thirties and Richard Gere to the late Eighties. The women wear flat footwear, as in classic, understated Armani.

 

Images from photographers Giulia Mantovani  – Marco Piraccini – Carlotta Coppo and Pinterest

LAMPOON ITALIA – CHAPTER 4

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Siamo partiti cercando la V – la V che disegnano le rondini quando fanno l’amore. Tutto comincia con una V – Verona, Valpolicella, Venezia, Villa Igiea, Verdura, la Valle dei Templi. È il quarto capitolo di una Vita in Italia.

La corte di Giulietta è imbrattata di scritte – lucchetti su quanti ponti spariscono a confronto. La polenta con il lardo e il gorgonzola, Castelvecchio al tramonto – l’Adda quasi a secco. I Signori della Scala si sarebbero poi sottomessi a Venezia. Per le colline della Valpolicella, fino a San Giorgio: una piccola trattoria, trattoria Dalla Rosa – costava poco, ogni soldo per l’amarone. Si poteva dormire lì.

A Capodanno, a Dorsoduro, a casa di Matteo e Jérôme con il loro circolo gentile, e con Cesare. Corsini, Loredan, Rothschild – palazzo Mocenigo era un’orchestra di luci e sapori da tavola. Raffaella Curiel, non l’avevo mai conosciuta prima: aveva per me una lettera, mi scriveva di Lampoon – non esistono regali all’ultimo dell’anno, ma questa lettera ha inventato il migliore.

La mattina all’alba, il motoscafo per l’aeroporto – al sole. Il primo gennaio appare così in ogni sogno. Schizzi e scintille, l’acqua e l’oro – Venezia. Un aereo per Palermo, un’ora e mezzo di volo. La messa alla Cattedrale. Michi, Cia – un gruppo di ragazze in una casa disegnata dall’architetto che la abita: una lunga scala nera taglia il bianco di una città normanna ribaltata in futuro.

In macchina verso il Verdura, terra di duchi – Fulco di Verdura, l’amico di Chanel, di cui Robi spero stia studiando vita e miracoli – morte no, perché i gioielli non muoiono mai. L’albergo è un miraggio di verde, azzurro e palme. Una torre sulla spiaggia. Le piscine all’aperto di acqua salata, la caponata e il sorbetto al limone. I mandarini profumano sulla spiaggia che non c’è. Risaliamo in macchina, Agrigento e la Valle dei Templi – non ti immagini potessero essere così belli, e così offesi.

Vanità e Vergogna – ancora le V. Attraversi la Sicilia e ti si taglia il cuore – non si stringe più. La vanità per questa terra nostra, che non ha bisogno di alcuno sforzo – la vergogna che ogni italiano deve provare per il massacro che questa terra ha subito. Se non c’è vergogna, non può esistere alcun orgoglio – e per quanto noi abbiamo bisogno del nostro orgoglio, dobbiamo infangarci fino all’ultimo neurone con questa vergogna.

Le ceramiche di Caltagirone – in cima alla scala di Santa Maria c’è uno spiazzo. Piastrelle verdi ceramiche decorano le balconate, sembra la città di smeraldo del Mago di Oz, un re che non esiste. Ti si apre il cuore. Ogni bottega è una produzione diversa, ogni bottega al proprio forno. Andiamo alla ricerca di pigne – grandi, blu o verdi, lavorate chiuse, o con i pinoli cadute. All’inizio sembrano tutte uguali – poi riconosci migliaia di differenze, lo spessore delle dita che hanno lavorato le sfere, i volumi.

L’aereo da Catania, siamo in anticipo. Vaghiamo per il centro della città senza conoscerla. Il Teatro Massimo. Leggi bene – è titolato a Bellini – sorrido, maestro – Vincenzo Bellini – l’ultima V di questo, di ogni Viaggio.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

We started off by looking for the V – the V drawn by swallows in the act of making love. Everything starts with a V – Verona, Valpolicella, Venice, Villa Igiea, Verdura, Valley of the Temples. It is the fourth chapter of a Life in Italy. The walls leading to Juliet’s courtyard are smeared with love graffiti, so many in fact that the amount makes the love locks tied on bridges’ parapets pale in comparison. Polenta with lard and gorgonzola cheese, Castelvecchio at sunset and the Adda river almost dried up. The Scaliger family, Lords of Verona, would later on submit to Venice. The journey continues through the Valpolicella hills to San Giorgio and its cozy trattoria Dalla Rosa: it was so affordable, which meant that most of the bill went on the amarone. Plus, it had the added bonus of doubling as an inn, which meant we could sleep there.

New Year’s Eve was spent in Dorsoduro, at Matteo and Jérôme’s, joined by their genteel circle of friends and Cesare. Corsini, Loredan, Rothschild – Palazzo Mocenigo was an orchestra of light and flavors to be savored at the table. I was introduced to Raffaella Curiel: she had a letter for me. A letter with her thoughts about Lampoon. There is no New Year gift exchange tradition, yet this letter presented me with the best present. The morning after, at dawn, the sun accompanied our motorboat ride to the airport. This is how the first day of January makes its appearance in any dream. Splashes and sunlight flickering, water and gold – Venice. Then Palermo welcomes us after an hour and a half flight. The service at the Cathedral. Michi, Cia – a group of girls in a house designed by the architect that lives there: a long black staircase cuts through the white of a Norman city looking into its future. The drive towards the Verdura resort, a land of Dukes. The land of Coco Chanel’s friend, Fulco di Verdura, whom – I hope – Robi is researching and studying everything there is to know ‘life, death and miracles’ as the Italian saying goes, though I would leave out the death given that jewels never die. The hotel is a mirage in green, light blue and palm trees. A tower on the beach. Seawater swimming pools, Sicilian caponata and lemon sorbet. A waft of tangerine oranges on the never, never, never beach. 

Then back on the road, to Agrigento and the Valley of the Temples: I had not imagined they could be so breath-taking and defiled at the same time. Vanity and vileness: the Vs are back. Driving through Sicily is a cut right through your heart, which leaves it wounded, unable to function, to be moved. The vanity of having this land of ours that does not require any effort. And the shame every Italian should feel over the marauding of this land. Without shame there cannot be pride. And as much as we need our pride, we ought to soak our entire being in this shame. The majolica of Caltagirone: the staircase of Santa Maria del Monte leads to a square. Green ceramic tiles ornate the balconies evoking the emerald city of the Wizard of Oz, a king that does not exist. The heart reawakens and starts beating again. Every small shop has its own distinctive ceramics, its own kiln. We begin our search for pinecones: large, blue or green, closed or open with their seeds released. They appear alike at first, then you start to appreciate the endless differences, the touch of the fingers that worked them, the volumes. There is still plenty of time ahead of our flight from Catania. We roam through the town center without knowing the place. The Teatro Massimo. We rest our eyes on it a little longer: it is named after Bellini – I smile – composer Vincenzo Bellini, to be precise.
The last V of this – of any – Voyage.

Images Lampooners

FRANCA

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Franca restava in ufficio fino a tardi. Erano le otto e mezza, quella sera, nell’ufficio di Vogue in piazza Castello. Ero solo uno stagista – avevo 23 anni, quattordici anni fa. Stavo portando avanti un progetto dentro il Duomo, e io quella sera avevo un problema e nessun’altra possibilità se non chiedere a lei come risolverlo. Tremavo, non avevo saliva. Franca diceva che noi dovevamo portarle soluzioni, non problemi – Franca era il capo. Franca era da sola nel suo ufficio. Io busso anche se la porta è aperta – sarà stata la quarta o quinta volta che le parlavo, o meglio, che le balbettavo qualche cosa. Entro, Franca mi considera quel poco necessario ad ascoltarmi. Le balbetto in velocità la questione – come potesse capirmi, non so ancora – si volta, mi guarda, mi vede agitato, sorride: «Non importa, non sai quante volte ci provano».

Il 12 di agosto, era Franca al telefono. Gli altri in vacanza, Franca furiosa – io di corsa, in treno o in macchina, indietro a Milano per poi non servirle a niente. Vorrei continuare a imparare da lei. Quante rose rosse le ho mandato, quante ancora ne manderei. Su cento fotografie ne sceglieva una, subito. Uscivo di casa, li in via Bagutta – Franca andava a cena da qualcuno nel mio palazzo – io le aprivo la porta, il cuore a mille, un bambino con una cotta pazzesca. Ero laureato in odontoiatria – non sapevo cosa avrei voluto fare nella vita. Volevo scrivere romanzi. In una delle interviste che mi fecero per I Postromantici mi chiesero chi fosse la persona che più ammirassi – Franca Sozzani. Me l’hanno chiesto altre volte, ho risposto uguale. Mi batteva il cuore quando a tavola, il mio posto fu accanto a lei. Mi batteva il cuore, ogni volta che la incontravo – ogni volta, davvero ogni singola volta, che l’ho incontrata. Franca è sempre stata davanti al mio cervello – lontano e davanti, avanti. Tutte le volte che ne ho avuto il coraggio, ho sperato di fare un passo nella sua direzione. Non sapevo cosa avrei fatto nella vita, ma avrei voluto fare, vorrei fare, quello che ha fatto Franca.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Franca would stay in the office until late. It was 8.30 pm, that night, in the Vogue offices. I was just an intern – I was 23 – fourteen years ago. She had assigned me a project to be carried out at the Duomo, and that night I had a problem, and the only thing I could do was ask her how to solve it. I was shaking, my mouth was dry. Franca used to say we had to bring her solutions, not problems. Franca was alone in her office. I knocked at her door, although it was open – it was probably the fourth or fifth time I spoke to her or, better, that I stammered something to her. I walked in, Franca considered me just enough to listen to what I was saying. I stammered out quickly what it was about – how could she understand was I was saying, I don’t know yet – she turned around, looked at me, saw how tense I was, she smiled.

On August 12, it was Franca on the phone. Everybody else was on vacation, Franca was furious – I was in a rush, by train or by car, back to Milan, without being of help at all. I wish I could keep learning from her. All the red roses I sent her, all the roses I would still send to her. Out of a hundred photographs, she would pick just one, right away. I would leave my apartment, in via Bagutta – Franca was invited to dinner by someone living in my building – I would hold the door open for her, my heart beating furiously, I was like a kid with a wild crush. I has a degree in dentistry – I didn’t know what to do in my life. I wanted to be a novelist. When I was interviewed for I Postromantici, they asked me who was the person I admired the most – Franca Sozzani. I was asked other times, I replied the same every time. My heart was beating fast when I sat next to her at a dinner. My heart would beat every time I met her – really – every single time I met her. Franca had always been ahead of my brain – faraway and ahead, forward. Every time I had the guts I hoped I could take a step in her direction. I didn’t know what I would do in my life, but I would have like do to, I still would like to do, what Franca did. 

Image Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Luke Evans

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Luke Evans trova una dimensione particolare tra cinema di azione e cinema autoriale. Per il grande pubblico, il suo debutto è stato relativamente tardivo. Nel 2010 interpreta Apollo, in Clash of the Titans. Un anno dopo, interpreta Zeus in Immortals. Evans è adesso nelle sale con The Girl on the Train, di Scott Hipwell – la trasposizione al cinema di uno dei libri gialli meglio riusciti degli ultimi anni.

Evans è ambasciatore della casa Bulgari, portandone al polso gli orologi, affiancandone il supporto a Save The Children. La vicinanza a Valentino, Ferragamo – soprattutto alla maison Dior. Non è pertinente parlare di moda – è più corretto scegliere un termine più ampio, che dia possibilità a un ragionamento più leggero: an aesthetic playground, un gioco estetico. «Lavorando in grandi produzioni cinematografiche, ho avuto la possibilità di interagire con il ragionamento degli stilisti, degli imprenditori dell’immagine. Ne ho conosciuti alcuni personalmente, molti dei quali in Italia. Il concetto di estetica vuol dire tanto, se non tutto: come vesti, come abiti, quale macchina guidi, il cibo che mangi, le vacanze che scegli. L’estetica è un modo di vivere, la ritrovi in un tuxedo e in un paio di jeans». L’estetica è propriamente una filosofia. «Sì, una filosofia. Una materia di studio. Pochi giorni fa è stata annunciata la mia parte nel film che racconta la storia di William Moulton Marston». Il film avrà il titolo di Professor Marston & The Wonder Woman. È incentrato sulla vita di colui che indagò il collegamento tra la pressione sanguigna e l’emotività osservando casi di temperamento femminile. Marston contribuì alla creazione e alla legislatura del poligrafo (o più comunemente chiamato la macchina della verità). Fu una vita particolare, quella di Marston: in una relazione a tre con due donne, sua moglie e la sua segretaria, producendo scandalo e creando il personaggio e il fumetto di Wonder Woman. Evans non avrebbe potuto rispondere meglio, su qualsiasi gioco estetico.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Luke Evans occupies a special space between action films and independent productions. He came to the attention of the wider public relatively late in his career. In 2010 he played Apollo, in Clash of the Titans. A year later, he played Zeus in Immortals. Evans is currently in cinemas with The Girl on the Train, by Scott Hipwell – the film interpretation of one of the most successful thriller novels of recent years.

Evans is an ambassador for Bulgari, wearing the brand’s watches in support of its partnership with Save The Children. He is close to Valentino, Ferragamo and, above all, to the maison Dior. References to fashion are inadequate – a broader term, one that allows a less serious discussion, is more accurate: an aesthetic playground. «Working on large film productions, I have had the chance to engage with how designers and image entrepreneurs think. I have met some of them in person, many of them in Italy. The concept of aesthetics means a lot, if not everything: what you wear, how you live, what you drive, the food you eat, the vacations you choose. Aesthetics is a way of life; you find it in a tuxedo and a pair of jeans.» Aesthetics is a genuine philosophy. «Yes, a philosophy. A subject for study. A few days ago, my part in the film telling the story of William Moulton Marston was announced.» The title of the film will be Professor Marston & The Wonder Woman. It is based on the life of the man who explored the connection between blood pressure and emotion by observing women’s moods. Marston contributed towards inventing the polygraph (more commonly known as the lie detector) and having it used for legal purposes. Marston led an unusual life: he had an extended relationship with two women, his wife and his secretary, causing scandal and inspiring the Wonder Woman character and comic book series. Evans could not have responded better, on any aesthetic playground.

 

The full interview on The Fashionable Lampoon Issue 7 – to the newsstands from November 3rd

Video Isabella Giossi
Styling and Art Direction Alexander Beckoven
Fashion assistants Carolina Fusi and Ludovica Misciattelli
Grooming Barbara Bertuzzi @ Freelancer Agency using Bumble and Bumble
Music Chemical Reaction – Chill Carrier

The Aesthetic Playground

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Non si tratta mai di ironia – anche se, secondo Carsten Höller, è impossibile scendere giù da uno scivolo senza sorridere.

 

Il mondo è una giostra. Lo scivolo lungo cinquantotto metri installato nella Turbine Hall della Tate Modern a Londra tra il 2006 e il 2007 si chiamava Test Site – era finanziato da Unilever, parte dei sette lavori commissionati in The Unilever Series. Uno scivolo simile a questo domina e gioca negli uffici di Prada a Milano. Carsten Höller trasforma il mondo in un luogo dove tutto è possibile – dove la fantasia non deve avere limiti né di ragione, né di quotidianità.

Fino alla fine di luglio, all’Hangar Bicocca di Milano, è rimasta aperta al pubblico Doubt, e come episodio di questa, l’installazione Two Roaming Beds (Grey). Avevo mandato due Lampooners a dormire dentro l’Hangar. I due letti avrebbero tracciato grafici sul pavimento seguendo le linee magnetiche emanate da un sogno alterato dal fluoro. Io non avrei dormito dentro l’Hangar – mi limitavo ad accompagnare i due Lampooners come un genitore che porta i bimbi alla festa. Siamo nella semiologia di Höller. Correvo in motorino tenendomi a catene inesistenti per non attraversare gli incroci sul semaforo rosso. Höller mi aspettava sulla soglia. Un fito-patologista nato a Bruxelles nel 1961. Höller vive e lavora tra Stoccolma e Biriwa, in Ghana. Ha un dottorato in scienza dell’agricoltura, si è laureato con una tesi sulla comunicazione olfattiva tra gli insetti, è specializzato in ecologia chimica.

Quando un uomo scende giù da uno scivolo, lungo e con le capriole, non prova soltanto divertimento – prova anche paura, fastidio, fatica, piacere fisico. Su uno scivolo, l’essere umano è distratto da tutto questo – e proprio con questo preciso grado di distrazione, tra divertimento e tensione nella giusta dose di uno scivolo, Carsten Höller ritiene sia il momento buono infilarsi sotto ogni tentativo di comprensione della realtà.

Non si tratta mai di ironia – Höller dice che è impossibile scendere giù da uno scivolo senza sorridere. Il Willy Wonka dell’arte contemporanea. La colonna infinita di Brancusi. I dipinti di Brueghel il vecchio. A kind of voluptuous panic upon an otherwise lucid mind – scrisse Roger Caillois negli anni Cinquanta descrivendo uno scivolo.

Da bambini, abbiamo troppe cose da fare. Un aquilone da far volare, una biglia da rigirare, una parola ancora da dire. «Prova a pensare a un’onda del mare, e poi subito, veloce, pensa alla neve» ti metti a ridere, da bambino, «il silenzio ti tappa le orecchie, vero? Avanti, prova». Se Carsten Höller fosse un personaggio immaginario di un mio romanzo, me lo immaginerei a Venezia, al traguardo di ogni coraggio, sveglio per mille notti in mille angoli. Lo immaginerei lì, come se mi stesse aspettando ancora – mi direbbe di non dar troppo retta in giro. Di non credere a quelli che ti ripetono che… «Si vive una volta sola, perché se è vero che si vive una volta sola, almeno quella volta, questa vita, bisogna viverla». Mi direbbe… «quando cammini al fianco di quella persona che ti conosce da sempre e ti assale un brivido perché ti commuovi a vederlo camminare lì, vicino a te, senza nessun motivo – non impedirla, la lacrima. Non cercare di comprendere. Semplicemente, fai di tutto, combatti, implora, per non ritrovarti a versare ogni lacrima in un giorno solo – nell’unico giorno in cui quella persona muore».

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

It’s never about irony – even if it’s impossible, according to Carsten Höller, to go down a slide without smiling.

 

The world is a playground. The 58-meter slide installed in Turbine Hall of the Tate Modern Gallery in London between 2006 and 2007 was called Test Site: financed by Unilever, it was one of the seven works commissioned in the Unilever Series. Today similar slide playfully dominates Prada’s Milanese offices. Carsten Höller transforms the world into a place where anything is possible and where fantasy has no limits of reason or normality.

The Show Doubt was open to the public at Hangar Bicocca in Milan until the end of July and the Two Roaming Beds (Grey) installation was an episode of it. I sent two Lampooners to sleep inside the Hangar. The two beds moved in space, tracing graphic shapes on the floor, perhaps following the magnetic lines emanated by a fluoride-altered dream. I wouldn’t have slept in the Hangar: I just accompanied the two Lampooners like a parent accompanying the kids to a party, and I would have returned to pick them up after the party was over. We are in Höller’s semiotics. I was late: riding my motorbike, I was held in check by invisible restraints so I wouldn’t race across the intersection at red lights. Höller was waiting for me at the door. A phytopathologist born in Brussels in 1961, Höller currently lives and works in both Stockholm and Biriwa, Ghana. He has a PhD in Agricultural Science and graduated with a thesis on the olfactive communication between insects. He is also specialized in chemical ecology.

When a man descends a long, round slide, tumbling along the way, he not only has fun, but he also feels fear, irritation, exertion, and physical pleasure. A human being is distracted by all of this on a slide, and with this precise amount of distraction – a combination of the right amount of fun and tension on the slide – Carsten Höller feels it is the right moment for slipping beneath any attempt to understand reality.

It’s never about irony – even if Höller says that it’s impossible to go down a slide without smiling. He’s the Willy Wonka of contemporary art and the infinite column of Brancusi. A kind of voluptuous panic upon an otherwise lucid mind – wrote Roger Caillois in the fifties, describing a slide.

As children, we have too many things to do: we are so distracted – a kite to fly, a marble to roll, a word to say. «Try thinking of a wave in the sea and then quickly think of snow.» You laugh like a child. «Silence closes your ears, right? Go ahead. Try it.» If Carsten Höller were a fictional character in my book, I’d imagine him in Venice, on the verge of courageous deeds, wide awake for a thousand nights in a thousand corners. The steps of the Chiesa della Salute, a marble stage and a white waltz. I’d imagine him there, as if he were still waiting for me. He’d tell me not to pay too much attention to others and to not believe what others tell you… «You only live once. If it’s true that you only live once, at least this time, you have to live this life.» He’d tell me… «When you walk beside a person who has always known you and you feel a shiver because you’re moved seeing him walk there next to you, without a reason, don’t stop that tear from falling. Don’t try to understand it. Simply, do everything, fight, and beg, so you won’t find yourself shedding all your tears in one day – on the day that person dies.»

Negli ultimi vent’anni,
 Carsten Höller ha esposto il suo lavoro presso: Hayward Gallery – Southbank Centre, Londra (2015); Thyssen-Bornemisza
 Art Contemporary, Vienna (2014); New Museum, New York (2011); Hamburger Bahnhof Museum für Gegenwart, Berlino (2011); MoMA P.S.1 Contemporary Art Center, New York (2006); ICA, Boston (2003); Fondazione Prada, Milano (2000). Nel 2006, ha presentato l’installazione Test Site all’interno del progetto The Unilever Series della Turbine Hall in Tate Modern. 
Ha partecipato a quattro edizioni della Biennale di Venezia, 2015, 2009, 2005, 2003.

Over the past twenty years, Carsten Höller has shown his work at: Hayward Gallery – Southbank Centre, London (2015); Thyssen-Bornemisza Art Contemporary, Vienna (2014); New Museum, New York (2011); Hamburger Bahnhof Museum für Gegenwart, Berlin (2011); MoMA P.S.1 Contemporary Art Center, New York (2006); ICA, Boston (2003); Fondazione Prada, Milan (2000). In 2006, he presented the Test Site installation which is part of the Unilever Series project at Turbine Hall in the Tate Modern Gallery. He participated in four editions of the Venice Biennial Expo: 2015, 2009, 2005, 2003.

From The Fashionable Lampoon Issue 6
Carsten Höller wearing Tom Ford glasses
Photographer Alex John Beck

SPRING/SUMMER 2017

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

L’estetica della moda italiana oggi è precisa: si tratta di quella fattura nei tessuti, nei ricami, nei tagli e nelle cuciture – in una parola, nei piccoli segni, nei pattern di materia e colori. Marco De Vincenzo oggi personifica questa estetica nella sua ascesa, rinnovando i codici inventati una volta da Missoni e da Prada.

C’è un’attenzione al potere, nell’aria – è facile collegarsi all’elezione americana. C’è desiderio di civiltà, e di serietà, appunto, potere – non più di spettacolo. Regalia e maestà – tra le grandi case a Milano, Fendi ha segnato questa voglia. Gli inserti d’oro, i ricami nella seconda parte della sfilata sono rivisitazioni di un’aristocrazia nera posta a festa – così come gli intarsi di velluto prodotti dalla tessitura Bevilacqua di Venezia per Valentino sintetizzano tre secoli di storia, tra Italia, Francia e Adriatico.

Giorgio Armani ha rafforzato lo stile della prima linea, lasciando un ruolo più commerciale a Emporio: si tratta ancora di stile, non di moda – uno stile che partendo dall’uomo resta il più forte, identificativo lungo questi ultimi due secoli – così come partendo dalla donna, solo Chanel ha saputo produrre in ugual potenza.

Ghesquière è ancora uno dei migliori designer in circolazione – Louis Vuitton rimane intellettuale e volutamente non facile (cosa che forse stride con la monumentalità dell’impero aziendale): la sfilata è una presentazione di capi e accessori e non solo un estro di styling, e centra pienamente questa voglia di fantascienza anni Ottanta che percepiamo per i prossimi anni, una Storia infinita, regale e stratosferica che si rinnova.

La tensione va su Maria Grazia Chiuri che ha cominciato con Dior un grande progetto di cui a noi ha dato di capire solo il preambolo, che prelude alla prossima rivoluzione, e che rende un italiano come me orgoglioso come sempre vorrebbe restare.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

As of now, the aesthetics of Italian fashion is rather clear: it lies in the craftsmanship of fabrics, in the embroideries, the cuts and the stitching – in a nutshell, in the details, the patters of materials and colours. Currently Marco De Vincenzo embodies such aesthetic in his ascent to success and does so by re-writing the codes that were once imagined by Missoni and Prada. There is a focus surrounding power in the air; it is easy to see a link with the American election. There is a desire for civility, for professionalism and – indeed – power and no longer for mere entertainment. Regality and magnificence: in Milan, among the greatest Italian fashion houses Fendi symbolized such propensity. The golden inserts and the embroideries of the second half of the collection are a reinterpretation of a decked out Black Aristocracy brought out to party. Similarly, the velvet intarsia crafted for Valentino by the Venetian fabric manufacturer Bevilacqua encapsulate three centuries of Italian, French and Adriatic history.

Giorgio Armani strengthened the style of his main line leaving Emporio to a more commercial role: it is still style we are talking about, not fashion; a style that informed by menswear continues to remain the strongest and most recognisable through time, just like, with women in mind, only Chanel succeeded with the same power and prowess. Ghesquière continues to be one of the best designers out there: his Louis Vuitton remains intellectual and intentionally not easy (which is likely to grate with the mighty nature of corporate business): the fashion show is a presentation of clothes and accessories and not a display of flair and styling and perfectly hits the target of that penchant for Eighties style sci-fi that we envisaged for the upcoming years: a regal, extraordinary NeverEnding Story that gets renewed with every season. There was anxiety and trepidation surrounding the debut of Maria Grazia Chiuri who, at Dior, started a project of which we have been offered only a glimpse into the preamble. An introduction that hints at the upcoming revolution and that makes an Italian man, like myself, very proud. As I would like to continue to be.

Images from Pinterest 

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