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carlo mazzoni

Architettura

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Amburgo, dicembre 2017. Studenti e ricercatori ti fanno notare i dettagli: gli edifici cercano la luce, le finestre sono incastonate nei mattoni scuri posati secondo assi diverse. A scacchiera, a spiga di pesce, i mattoni cambiano moduli e direzioni, fuoriescono come spine. Ogni facciata prende una tridimensionalità, una ruvidità – assomiglia a un tessuto – o meglio, a un tweed. Nella moda, emblema di tweed è Chanel – che qui ad Amburgo ha presentato i suoi Métiers d’Art. Sono abiti di prêt à porter talmente elaborati da porre in difficoltà la produzione, avvicinandosi alla natura di couture. In passerella le donne di adesso: Vittoria Ceretti e Kaia Gerber, in platea, Kirsten Stuart e Tilda Swinton.

In questa terra gelida e buia d’inverno, battuta dal vento e sconfitta dal mondo per due volte in meno di cinquanta anni, nel 1933 nacque Karl Lagerfeld. Qui il fiume Alster entra nell’Elba – si rompe in un crogiolo di laghi, canali primari e secondari: quando la marea risale dall’oceano, il corso del fiume si inverte e il livello dell’acqua può alzarsi anche di tre metri. I canali sono per questa ragione molto profondi – se ti affacci sembrano baratri. I ponti sono alti, anche cinque e sei metri. Amburgo era città stato, prima dell’unione tedesca nel 1871 – capitale energetica, l’acqua permetteva la produzione di vapore, i primi motori del secolo scorso. Oggi Amburgo è una speculazione urbanistica.

Bruno Zevi insegnava come l’architettura sia la scienza del vuoto, il ragionamento tramite il quale un vuoto possa essere incastonato da una forma abitabile. Chanel ha sfilato i suoi Métiers d’Art dentro la Elbphilharmonie di Herzog & de Meuron, il simbolo della ricerca in architettura sul territorio di Amburgo: all’esterno, una base in mattoni rossi della tradizione secolare, ancora – sopra i mattoni una costruzione a punte e curve di specchi, involucro per un volume di aria e di musica. Tutto è fluido. I vetri sono bombati, per moltiplicare i giochi di riflessi, come è uso nell’alta Germania fin dagli anni Venti: amplificano i raggi come superfici di gemme. Si è sempre trattato di cercare la luce, le forme dei cristalli, qui ad Amburgo. I fili di argento e metallo mescolati nell’ordito dei tweed di Chanel portano nuovi bagliori.

Chi usa il cuore parlando di cultura nella moda, sa che la supremazia di Chanel è una questione di tessuto. Trame e orditi, a volte ancora usati a mano. Filati pesanti, spessi, nascono da un mix di lavorazioni in metallo, lana e seta, nastri e nuove materie – sembra quasi fantascienza, futuro di un artigianato che raggiunge abilità di matematica scientifica. L’architettura è questa: costruzioni in materia tessile, per delimitare quello spazio vuoto riempito dal corpo di una donna.

Images courtesy of Press Office
chanel.com – @chanelofficial

I cigni di Lugano

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Sulla sponda del lago di Lugano è approdato un gruppo di cigni. Una decina, forse anche una ventina. Entrano ed escono dall’acqua, si posano sull’erba curata dai giardinieri del Comune: invece che un tratto selvatico sotto un promontorio disabitato, questi cigni hanno scelto di riparare sul lungolago in città, poco distante dai negozi di Louis Vuitton e di Dior, invadendo la passeggiata pedonale, tra panchine e pontili per gozzi, salici piangenti e ristoranti. I cigni accettano le carezze – sì, restano un poco ritrosi – insieme alle briciole dei passanti. Tale è l’agio con cui la cittadina svizzera consola chi vi capita, che i cigni hanno pensato di addentrarsi per le vie del centro: nei negozi sotto i portici, fermandosi ai banchi e allungando il collo con tutta l’eleganza pacata che li distingue, per poi riprendere lo struscio lungo il corso. Mi sembra fosse il 17 novembre, quando sul Corriere del Ticino, erano pubblicate le fotografie dei cigni mondani e socievoli, impegnati in disquisizioni cordiali con bambini ammaliati.

Siamo andati a conoscerli, questi cigni: erano lì, seduti a prendere il sole tra le aiuole, dondolando tra le seggiole delle caffetterie. Tutto brilla, a Lugano, pulito e senza polvere. Ne è valso il viaggio – perché il nostro approdo, in faccia a ogni cigno, lo abbiamo trovato in un nuovo albergo sul pendio ripido nel primo rialzo di collina: il The View affaccia sulla città incantata. Di notte, le luci lontane dei lampioni brillanti indispettiscono i cigni nella loro ombra – ma dalla finestra di The View lo scintillio diventa riverbero nell’acqua, ovattato dalle nuvole bianche ancorate tra le alpi. Una cucina di valore, in ogni piatto – peccato per la stanza da pranzo, troppo anonima. Tutt’altro da dire per le camere da letto: un teak lucido da yacht sul pavimento, a listelli sulle pareti lasciando luce a uno specchio fumé. La piscina coperta – e una parete rivestita in mattoni rosa, tagliati da una cava di sale rosa dell’Himalaya: respirare per trenta minuti l’aria che su quei mattoni rimbalza, equivale a trascorrere tre giornate in riva al mare. Dondolando pigramente o spalancando le ali e la maestà, i cigni arriveranno qui al The View, presto o tardi che sia, comodamente posandosi.

THE VIEW Lugano Boutique Hotel

Via Guidino, 29 – Lugano

Tel: +41 91 210 0000
E-mail: info@theviewlugano.com

Photo cover Raphael Schaller – IG @raphaelphoto.ch

Editor’s Letter – Magnifico

Jazzelle Zanaughtti on The Fashionable Lampoon 11 cover – Ph. Nick knight

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La copertina di Nick Knight, la sceneggiatura di Fitzgerald, le marionette di Billie Achilleos, Jeff Koons e Jack London. La critica di Émile Zola, una casa di Mongiardino, i marmi italiani. Questo è magnifico, il nostro nuovo modo – il nuovo Lampoon.

Le immagini gli esplosero in testa, ed egli cominciò a uscire di sé in picchiata silenziosa. Magnifico e Malaparte. L’uomo è magnifico nel suo errore, nel suo rialzarsi – non è mai piaciuto a nessuno l’uomo seduto sul suo trono, staccato dalla terra, intriso nelle sue nuvole. Noi stiamo qui, nei nostri peccati di carne e di furia, in una Napoli che mai tornerà bella com’è stata, in un’Italia che resta il centro del mondo. Solo gli italiani non ne sono consapevoli. We didn’t know our own strenght, cantava Whitney Houston nel pieno della sua rovina, prima della fine. L’uomo è magnifico nella miseria e nell’umiliazione. L’uomo nella fortuna, l’uomo seduto sul trono del suo orgoglio, della sua potenza, della sua felicità, l’uomo vestito dei suoi orpelli e della sua insolenza di vincitore, è uno spettacolo ripugnante – non magnifico.

La parola ‘Olio’ è magnifica. Gli occhi maniaci – scriveva Lampedusa – sono occhi magnifici. Siamo mobili e cangianti come l’oceano inchinato ai nostri piedi, un verde malsano e agitato. Michelangelo, papa Medici, Maria Luigia fu l’ultima regina. Palazzo Pitti a Firenze rimbalza sulla decadenza di Lisbona, la California di Dior, il Duomo di Milano per Prada. Lo scontro tra la forza di lui e la fantasia di lei sprigionava più incanto dei discorsi di infinite generazioni di amanti.

Joseph Conrad, William Burroughs, Jonathan Coe. La letteratura e la moda. Tu sei magnifico quando vieni giù, a terra, nei cocci e nel fango – crolla come una rovina, cadi come una tazzina. La felicità è per le persone semplici, non è interesse degli Dei – o di chi arriva ad assomigliare loro – dei divi. Chi chiede di creare, impressionare e decidere – in cambio deve essere disposto a morire. Gli Dei non hanno mai paura di morire, perché sanno che la loro vita è meno importante di quanto hanno fatto e detto, di quello che sono stati.

I limiti esistono soltanto nell’anima di chi è a corto di sogni. Tu lo sai. C’è un posto, su questa terra, un posto che è un senso, il centro di ogni orgoglio, un posto che brilla e che riflette la luce di stelle chiare. Questo posto è la fine. Le vie, le vite arrivano a una fine. Soltanto il cielo – soltanto il cielo – il cielo è l’unica forma d’infinito concessa all’uomo. Noi uomini siamo raggi di luce che si perdono in questo cielo – raggi che fino all’ultimo, sperano nell’unica cosa che sanno fare – come me adesso – parlare d’amore.

The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico
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La Signora del Lago d’Orta

San Giulio island, The view from Casa Fantini hotel, Lake Orta

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Il rayon è una fibra simile alla seta che si ottiene lavando la cellulosa con ammoniaca. Un accordo tra Italia e Germania, prima della Seconda Guerra Mondiale, concesse alla ditta Bemberg di installarne una produzione industriale sulle sponde del lago d’Orta: era necessaria una grande quantità di acqua e appunto un lago valeva il caso. Le valli a Nord di Novara, tra Verbania e Varallo, erano da sempre sedi di fonderie in ottone – tradizione dell’arte antica di fusione in terra per campane da chiesa. L’ammoniaca rilasciata dalla Bemberg reagiva con il rame e i metalli pesanti scartati dai processi di cromatura. Il danno ambientale esplose negli anni Trenta e spense il lago: nessuna forma di vita nell’acqua. Ai bambini fu proibito fare il bagno.

Passò molto tempo. Solo negli anni Ottanta, l’Istituto per lo Studio degli Ecosistemi di Pallanza, parte del CNR, recuperò da una cava vicina tonnellate di bicarbonato e le riversò nel lago. Il PH dell’acqua si stabilizzò, i metalli si depositarono sotto il limo. Una storia di rinascita, Daniela Fantini ricorda bene: il primo a tornare fu il persico reale, con tutto il coraggio di maestà. Nel giro di poco arrivarono le anguille e le carpe. Le anatre selvatiche e i cigni. In riva si ritrovarono i gamberi d’acqua dolce, sul fondo le cozze di lago, che lentamente hanno lavorato ripulendo il sottosuolo dai metalli silenti. Oggi il Lago d’Orta è uno dei bacini più puliti d’Italia, a dieci metri di profondità l’acqua è potabile. Il distretto di rubinetteria che si sviluppa lungo le sue sponde e nelle valli intorno, è evoluto e attento agli impatti ambientali.

Daniela Fantini è la Signora di questo Lago – se per Signora vogliamo ritrovare quell’accezione protettrice e benevola che ricordiamo dalle saghe medioevali. La Signora ha chiesto a Piero Lissoni di progettare la nuova sede della Fantini Rubinetterie: una costruzione in vetro, lieve tra salici e ginestre. Sul bordo del parco della casa padronale, Lissoni ha poi disegnato un piccolo albergo che somiglia a un diamante, che brilla nell’ombra fresca. Sulla darsena, nel centro di Pella, Casa Fantini ha aperto agli ospiti lo scorso agosto, dopo cinquecento giorni di lavori – è dedicata agli architetti che da tutto il mondo vengono a visitare l’azienda, a conoscere le nuove idrauliche che fanno della Fantini una prima linea di design per l’acqua. Casa Fantini è un edificio di pietra e luce, incastonato nel verde della riva, le linee sono moderne ma gentili. Chi vi soggiorna respira l’aria buona, insieme alle libellule dell’Isola di San Giulio – il vescovo che arrivò dalla Grecia per fondare cento chiese.

Saremmo rimasti ore ad ascoltare queste storie di acqua e di pace. Una parola buona per tutti, una in più per un signore che ha appena compiuto cent’anni – quando domenica mattina abbiamo attraversato il paese con lei, Daniela Fantini, Signora del Lago.

Hotel casaFantini/lake time

Piazza Motta, angolo Via Roma, 2 – Pella (NO)

0322 969893

Il Sangue Blu di Napoli

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

I colori di Napoli del Seicento si schiariscono con la luce del Settecento – quando qui c’era una corte più brillante del giro di Parigi e di Madrid. Lucia Pica a Napoli è nata e ha vissuto, prima che un percorso la portasse tra Londra e Parigi, da artista del trucco a direttrice creativa delle collezioni di bellezza di Chanel. A Posillipo, a Villa Lauro, Lucia Pica raccontava come i colori per gli smalti, per le ciprie e per i rossetti, fossero mescolati fra le sfumature più complicate delle cromie di Napoli – nei suoi contrasti e nelle tensioni di una città di gioia e rancore, vicoli di gloria, vigore e sconfitta.

Inchiostro nobile e nero, un taglio nel vetro. Le gocce cangianti si muovono dal rosso al viola. I colori di Napoli sono i riflessi dei rivoli di sangue della gente che qui vive, persa nel fuoco e nel destino della città. Una scala di porpora, cardinali, rose di orchidee e velluti per regine. Capodimonte. Il riflesso cangiante di un taffetà di seta, di una ceramica soffiata – del mare nel golfo, sotto gli scogli di Capri. Un riverbero che amalgama e tutto condensa, liquido, che si trasforma nel Manierismo.

I colori di Napoli sono quelli della ruggine, sul ferro, vicino al rame. Funghi blu, viola e verdi. Ombre su intonaci scrostati, ombre di fili tirati sopra la via per lenzuola da appendere. Poster rotti come li voleva Mimmo Rotella, stralci di mosaici romani. Spiagge di zolfo su spume di onde turchesi, petrolio e catrame, cavi elettrici sopra i fili di un tram. Il verde azzurro delle muffe antiche si espande sulle borchie di pietra di un portale di chiesa, nei piedistalli delle guglie.

Le code delle sirene, i veli delle sibille, le umidità basse di un’ombra. Le fessure dei mosaici, l’azzurro delle cenere che resta da una brace, da una lava. Il verde totale di un albero di fico beniamino. Le erbe crescono sulle rovine, sui cigli, tra le impalcature di un cantiere fermo. Le alghe, il calcare, i coralli verdi – gli occhi dei pavoni, le persiane chiuse sul balcone sotto le nuvole di pioggia, nelle ore prime di un pomeriggio stanco, di smalto. Il giallo ocra delle maioliche di Santa Chiara, nelle ombre dei drappi in pietra nei bassorilievi, i pistilli di una margherita selvatica che cresce tra i san pietrini sul confine del quartiere, tra i graffiti e i ceri votivi.

Ancora il rosso, alla fine – il rosso è ovunque, sulle labbra e sulle guance, sulle unghie e tra le ciglia. Il rosso della lava del Vesuvio, quello certo e antico di Pompei, dei fili delle reti da pesca, il rosso dei cornini, peperoncini, i mattoni a vista sui tetti piatti come in Africa – i pistilli di zafferano rossi sul rosa – il tramonto dall’altra parte di Sorrento, le boe per i gozzi al largo. Ecco, sì, volevo scrivere questo, solo questo: i colori di Napoli, per le labbra di Gabrielle Chanel, in una nuova primavera.

Images courtesy of Press Office
chanel.com – @chanelofficial

Cartoline per la Duchessa

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

È una delle stanze più grandi dell’Hotel de Russie. Sul tavolo, la scatola di Louis Vuitton – dentro una collezione di cartoline. Cartoline che riportano a un’epoca trascorsa: queste cartoline le trovavi davanti ai concierge dei grandi alberghi, disegni a olio di una promenade o di un balcone miramonti che riassumevano l’eleganza propria solo a chi piace girare per il mondo. Il rimando è a un tempo in cui gli alberghi erano scene di un romanzo di Agatha Christie per Poirot, Miss Marple al Bertram Hotel. Sono molte queste cartoline: profumano di ogni infanzia, le scorro tra le mani e sembrano titoli di libri gialli o d’amore – quei volumi che ti porti appresso quando parti per un viaggio.

È un mio vezzo entrando in una camera d’albergo: cercare la piantina del piano per le vie di evacuazione e controllare l’ampiezza della stanza dove mi trovo rispetto alle altre. Ragiono su come un tempo, negli alberghi con le cinque stelle, le camere fossero più grandi. Il Negresco, il Bristol, il Continental, l’Imperiale – ricorrono in molte città e località, di mare o di Alpi. Una nomenclatura nobile o comune, che riappare sul lungomare di tutta Europa, nelle tappe di Jules Verne di un giro del mondo in settantanove giorni, nei quadri di Monopoli.

Alla fine di ogni vacanza, mia madre mi dava cinquemila lire – la cartolina costava cento o duecento lire, il francobollo, settecento – con cinquemila lire forse arrivavo a sei. Le compravo dal concierge – me ne dava qualcuna in regalo, così che riuscissi a prendere un francobollo in più – il concierge mi suggeriva di farle addebitare sul conto, mia madre non se ne sarebbe accorta, ma io non volevo. Era un gioco degli anni delle elementari, ereditava una tradizione antica del Novecento. La prima cartolina che ricevetti fu quella che mio nonno mi spedì durante un suo viaggio da Marrakech – nell’immagine, un fez da che mi avrebbe portato in regalo.

Roma, Hotel de Russie. Siamo qui per l’apertura di un nuovo angolo di Louis Vuitton alla Rinascente, oltre i negozi di via Condotti e di San Lorenzo in Lucina. Il nome Rinascente, gli anni Venti in Italia: il viaggio era lungo e il bagaglio era un’entità, la villeggiatura da aristocratica diventava borghese producendo un’etichetta non più di corte ma da albergo. Lampoon ricerca il piacere, mai il lusso: il piacere estetico di D’Annunzio – fu il vate a coniare la parola Rinascente – il piacere di saper cogliere le tracce degli altri, non solo di lasciare le proprie.

The Art of Travel through Hotel Labels. Claridge’s a Londra, il Governor a New York, Mamounia a Marrakech, The Biltmore a Los Angeles, L’Inglaterra a L’Avana, il Bristol al Cairo, Astor House a Shangai. Le cartoline diventano adesivi disegnati su nuovi bauli che Louis Vuitton ha prodotto per l’apertura alla Rinascente di Roma, bauli che sembrano appena scesi da una stanza dei Grand Hotel di Biarritz, al seguito di una duchessa di Guermantes scesa a Roma dopo un viaggio sull’Orient Express, in coincidenza da Venezia. Il gaston di turno incollava lo stampo dell’Hotel Flora – uno in più – sui bagagli appena registrati all’arrivo.

Fra le mani, in questa grande stanza del De Russie, scorro e passo le cartoline fra le dita come fossero carte da gioco. A Natale comprerò francobolli – molti, più di quanti riuscissi a comprare con cinquemila lire. Scriverò auguri un po’ come farei su tutti i muri. Le farò cadere nelle buche delle lettere, quelle di metallo rosso laccato.

Louis Vuitton, the new store opening at La Rinascente in Rome. Video MadelStudio

Image cover: The Art of Travel through vintage Louis Vuitton Hotel Labels – Ph. Carlo Mazzoni

Il Movimento di Milano

Salvatore Ferragamo fashion show set, 2017, Palazzo Mezzanotte, Milan – ph. Carlo Mazzoni

I punti migliori e quelli peggiori di Milano Moda

 

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Si usa dire «prima quelle brutte» per poi trovare conforto in «poi quelle belle» – in questo caso, cominciamo dalle «belle» perché per quelle brutte di conforto non ce n’è alcuno.

 

«Prima quelle belle».

 

1 – Piazza della Scala

Era bellissima. Milano appariva come se fosse gestita da chi governa Stoccolma. Temporaneamente, sono stati posati novecento cinquanta metri di prato, quasi tremila allori, ottocento felci. Due conti di budget, due domande, due fonti – per capire chi e quanto sia stato pagato per progettare un giardino all’italiana – temporaneo. Altri due minuti per intuire quanto poco sarebbe bastato in più per costruirlo permanente. Il prato ha bisogno di pochi decimetri di terra, l’impianto d’irrigazione si attacca a quello per i tigli di Leonardo. La manutenzione, se libera da tangenti, può costare quindici mila euro all’anno. Invece: camion e sprechi, occasioni mancate. L’allestimento di un giardino all’italiana era il set per un evento tributo all’eco sostenibilità, addirittura. Regalare un giardino a Milano non era possibile.

 

2 – Il mondo di Fendi

Da Fendi si legge la misura, il senso del pudore che accompagna il valore del commercio – quel modo della signora di Milano la cui eleganza si basa sulla laboriosità borghese. Nella moda, questa signora di Milano è stata definita da Prada – da qualche anno a questa parte, Fendi ne evolve l’immagine in maniera più incisiva. Fendi è un’alleanza, più che una famiglia: Karl Lagerfeld, le Venturini (Leonetta con i capelli corti, da schianto), Pietro ed Elisabetta Beccari. Insieme portano Fendi a una dinamicità inedita – fino a sostenere Marco De Vincenzo, capendone l’azzardo così preciso sull’estetica italiana che oggi Fendi definisce.

 

3 – Vogue Italia

Un rave che si è risolto in un meeting di pubbliche relazioni. Il commento più simpatico suggeriva che «bisogna rivedere il concetto di party blindato». La festa di Vogue Italia – come succede sempre a quelle riuscite bene – ha rubato l’attenzione che deve esser lasciata al lavoro di Emanuele Farneti sul magazine. Si tratta di movimento – di un motore che sta prendendo i giri, con fatica e lentezza dovuta, allontanandosi da una Versailles ormai disabitata, cercando nuovi approdi – che si suppone non siano le Tuileries. Si tratta di un fiume la cui corrente sta prendendo vigore – e tutti, come gocce pulite, siamo felici di alimentarne il carico.

 

4 – Lucio Fontana

Sozzani diceva che la moda non deve parlare solo di abiti e modelle, che la moda coinvolge l’arte e ogni espressione dialettica, estetica, politica. All’Hangar Bicocca, lo stesso giorno in cui cominciavano le sfilate, apriva una mostra di Lucio Fontana. I quadri diventano tridimensionali, cubi in cui entrare e muoversi. Giochi ottici e illusioni tra simmetrie e asimmetrie, rosso fuoco di spazi il cui taglio non è dato comprendere – appunto: stiamo scrivendo di moda.

 

5 – Le sfilate

Su The New York Times, Vanessa Friedman si è chiesta se Milano sia ancora rilevante. Godfrey Deeny non ha apprezzato la sfilata di Ferragamo. Siamo felici che la stampa abbia ancora l’indipendenza per inveire come cobra iniettati di adrenalina, considerando quanto l’ossequio dei giornali sia la spina nel fianco dell’editoria– ma Milano è rilevante, e la sfilata di Ferragamo è da difendere. Si chiama Made in Italy: il più importante drive di tutto il sistema moda mondiale – non c’è Made in France, non c’è Made in AnyWhere che tenga il passo. Il mondo sogna quello che in Italia è normale: gli artigiani toscani, le botteghe napoletane. Il mondo compra quello che l’Italia sogna – è sempre stato così nella storia, e continuerà a essere così. Tutte le aziende che trascurano l’Italia rivolgendo agli altri mercati la maggior parte dei loro sforzi, scivoleranno verso il basso di ogni rating commerciale e finanziario – notate il caso Ralph Lauren. La sfilata di Ferragamo era caotica, tra i veli dei vestiti troppo romantici ce n’era forse uno d’ingenuità – ma l’entropia è l’energia del sole: c’era una nuova fibrillazione su quelli che sono codici tradizionali della casa di Firenze, c’era il movimento – quello nuovo, quello che conta.

 

Ora «quelle brutte», purtroppo.

 

1 – Swarovski

L’autista ci raccontava che il servizio di catering aveva dato buca il pomeriggio stesso. Quasi un’ora di macchina per arrivare in una villa oltre Monza senza un pensiero di posteggio. Anna Tatangelo, Silvio Berlusconi, Simona Ventura. Sugli schermi, scorrevano a rotazione video di ragazze che ballavano agitate. Sul settimanale Chi è apparso un articolo con strillo in copertina.

 

2 – Bella Hadid

L’essere ovunque moltiplica la noia. Per giustificare i compensi richiesti, i suoi agenti ricordano la potenza del suo account Instagram. Sensuale a dismisura – chi la sfiora con un dito sa raccontare l’estasi. Parole di Burro era una vecchia canzone di Carmen Consoli – piaceva a tutti. I più grandi chef sanno che il burro, anche il più soffice e di migliore produzione, dopo qualche giorno – figurarsi dopo due anni – ingiallisce come plastica.

 

3 – Missoni

La strategia di marketing e comunicazione si basa sul racconto di una famiglia e di molti amici – per poi offendere quegli amici che ci sono stati per vent’anni. Io tra loro – sfiorato da una stilettata lì in basso, dietro la schiena – ma non importa: il movimento elude i colpi, l’affetto resta intatto. Sempre su The New York Times, Vanessa Friedman ha scritto quanto è evidente per tutti: Missoni è debole. Incredibile: Missoni, la casa titolare della più rilevante legacy di estetica italiana, è debole. Missoni – con tutta la sua meraviglia, oggi si riduce a essere un brand dedicato ai peggiori blogger in circolazione.

 

4 – amfAR

È un imbarazzo per Milano, un tale sotto tono rispetto alle edizioni di Cannes, New York e Parigi. Il main sponsor, Harry Winston, è carente su mercato italiano – blocca l’intervento di altre case di gioielleria che su Milano sarebbero partner più proattivi. L’arrivo è un mix tra una sfilata di Victoria’s Secret e il banco per le veline di Striscia la Notizia. Un susseguirsi di modelle – vestite o svestite non è dato comprendere, ma ci si stranisce a ricordare come amfAR nasca per la raccolta fondi per la lotta all’AIDS. Durante quella notte, finita la festa, Milano si è prodotta nell’emblema di qualcosa che purtroppo sta tornando comune: un festino di cocaina in una casa privata in via Palestro.

 

5 – La Camera della Moda

Arrivando alle sfilate – in Corso Venezia, un passante sul marciapiede impreca: «Toglietevi di mezzo, razza d’idioti». In via Solari, un ragazzo in motorino sbraita: «Tutto questo casino per due stronze». I cittadini di Milano detestano il sistema moda, non ragionano su quale motore sia, in termine di commercio e d’immagine, la moda per Milano. La Camera della Moda non ha l’autorità per gestire un calendario con la considerazione degli spostamenti –le sfilate sono da una parte all’altra della città senza coerenza, senza percorso. La Camera della Moda non ha la capacità di collaborare con l’amministrazione comunale sull’impegno dei suoli pubblici. L’abilità della Camera della Moda sta nel diminuirle fino a farle sparire, queste giornate di presentazioni e sfilate – che è precisamente il contrario dello scopo primario del suo ruolo. Non resta altro che festeggiare: l’evento tributo all’eco sostenibilità, in piazza della Scala (di cui scrivevo all’inizio) è stato organizzato dalla Camera della Moda. Centinaia di piante, posate e smontate – quanti camion, quanto spreco, quanto consumo. Da ripetere l’anno prossimo, certamente – e ancora, nessun giardino per Milano.

Editor’s letter – Grace & Graphic

L: Erika Linder, blouse Issey Miyake, Photography Amanda Demme; Kirin Dejonckheere, fur and blouse Fendi, jewellery Tiffany & Co., Photography Zach Gold; Charlie Siem, jumper Issey Miyake, dress Emporio Armani, Photography Michael Avedon. Creative hadwriting Anna Tsvell.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La bellezza salverà il mondo, l’ambiguità salverà gli uomini. La Grazia e la Grafia. Maschio e femmina. Libertà dei costumi e sobrietà dei consumi sono la stessa cosa.

I veli sono leggeri, garze che si muovono all’aria – sopra inserti di seta geometrici, intagli di damasco moderno. Vale per l’uomo, la morbidezza e l’inserto grafico rosso che segnava Raf Simons sopra un’idea di Prada. Nella moda c’è la morbidezza, c’è il romanticismo – ma con il diritto alla deriva, volontà ferrea da acrobata. Il femminismo è un graffio, prima ancora di un diritto.

Le donne devono riappropriarsi di carattere – in Italia c’è ancora lo smacco della cultura di Berlusconi: troppe ragazze sognano ancora di essere veline per Mediaset – o blogger, che ne sono la esatta evoluzione. La moda funziona da avamposto, come sempre – e definisce il carattere nella donna che diventerà di massa tra qualche anno. Lo sforzo di Maria Grazia Chiuri merita ogni racconto: il miglior simbolo di moda italiana, davanti agli eccessivi sforzi commerciali di Gucci, davanti alla nostalgia di Missoni. Il lavoro di Chiuri definisce la supremazia della moda italiana. Miuccia Prada si conferma l’origine di un’estetica continuamente e ripetutamente rivista dagli altri – Prada resta l’originale, la signora borghese di Milano che ancora non ha uguali e che della francesina di rive gauche, dell’artista intellettuale o della grande dama al Crillon, può tranquillamente infischiarsene.

All’inizio di luglio, Massimo Gramellini raccontava di quanto fosse difficile per un suo conoscente albergatore assumere una cameriera italiana durante l’estate – la stragrande maggioranza rispondeva sulla rima di le vacanze le faccio io, dopo magari mi occupo di quelle degli altri – l’albergatore sospirava – dalla parte opposta della strada su cui affaccia la sua attività c’è la sede di un istituto alberghiero con novecento iscritti. Offrire un lavoro oggi è offrire qualcosa di cui la maggior parte dei giovani sembra poter fare a meno. C’è la crisi, la disoccupazione, tutto quello che si vuole – ma il sabato mattina tutti in spiaggia. La bellezza salverà il mondo, l’ambiguità salverà gli uomini – ma non sarà né la cultura, né l’istruzione a sconfiggere l’ignoranza. L’unica arma che può sconfiggere l’ignoranza è la curiosità.

Godard scriveva che non è da dove prendi le cose, ma dove le porti. Siamo anime per acrobati. La certezza che l’innamoramento dia luogo a una storia che deve finire, anzi, che finirà presto. Il senso d’inizio e di energia, quando t’innamori e ti sembra che tutto sia per sempre, e che il paradiso sia in quell’amore – eppure, sai già che finirà. La fine. La Grazia e la Grafia – un graffio. Quante abbiamo desiderato, sognato, lottato per averle e per viverle – e quando divengono realtà sappiamo già bene che non dureranno. Call me by your name – un libro che tornerà attuale,: «Quando saremo vecchi, parleremo di noi di come siamo oggi, di noi due giovani come se fossimo due sconosciuti che abbiamo incontrato sul treno, che ammiriamo e vorremmo aiutare. Ci verrà da chiamarla invidia, perché chiamarlo rimpianto ci spezzerebbe il cuore».

Non è vero, mi dici tu, esistono le storie d’amore che durano per sempre – hai ragione, dico io: sono i matrimoni più belli – ma la fine arriva in ogni caso. Quando una storia d’amore è per sempre, significa che la fine è la morte. Una lunga storia d’amore – l’ha scritta Gino Paoli, l’ha cantata Mina – la fine è la morte. Mi torna in mente Thornton Wilder, quando diceva che «anche quando tutto sarà passato, tutti i moti d’amore tornano all’amore che li ha creati… l’amore è il solo significato, la sola sopravvienza» – e ancora Aciman, con queste sue frasi di quel libro così incredibilmente noioso, che ti spiazzano e che raccontano tutta la nostalgia della mia vita – tu, amore mio: «Se ti ricordi tutto, volevo dirgli, e se sei davvero come me, allora domani prima di partire o quando sei pronto per chiudere la portiera del taxi e hai già salutato gli altri e non c’è più nulla da dire in questa vita, allora, una volta soltanto, girati verso di me, anche per scherzo, o perché ci hai ripensato, e, come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo – e chiamami con il tuo nome».

The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

#KeepOnShining

A noi di Lampoon piacciono le storie, non perdiamo mai occasione per inventarne di nuove. Questa si chiama The Venice Waltz – ed è stata dedicata alla musica. A tutta la musica che è stata suonata a Venezia, al Conservatorio Benedetto Marcello, a tutti i talenti, artisti, musicisti che sono stati con noi l’altra sera, tanti e di ogni abilità.

Un grazie a chi ha reso tutto quanto possibile – perché negli ultimi due anni, una persona ci ha insegnato a pensare ancora più in grande di quanto pensavamo esser capaci di fare. L’amministratore delegato di Tiffany & Co. in Italia e in Spagna, Raffaella Banchero. Da due anni ormai, Lampoon e Tiffany producono insieme una sinergia stupenda che abbiamo intitolato Keep On Shining e che ci rende molto orgogliosi e onorati. Un ringraziamento a tutto il team di Tiffany & Co., che ha lavorato con noi a questo progetto, Flavia Menapace, Allegra Ziletti – e Francesca Scarrone, executive producer della festa.

Grazie a Moët & Chandon e a Belvedere Vodka, che ancora una volta, ci hanno aiutato a dare energia luce e fuoco a questo notte a Venezia.

Grazie alla delegazione del film Diva! che ci ha raggiunto al Conservatorio e che ha preso parte a The Venice Waltz. Il giorno stesso, poche ore prima, film di Francesco Patierno tributo alla vita e all’arte di Valentina Cortese, è stato presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema

Grazie a tutti gli studenti del Conservatorio, che hanno suonato in un’orchestra diffusa, nel campo fuori dal palazzo, nei cortili, qui sul palco – sotto la guida del direttore Franco Rossi. Grazie a Giulia Mazzoni che si è esibita al pianoforte, a Violante Placido e alla sua chitarra, ai Counterfeit e a Jamie Campbell Bower che hanno fatto brillare tutto quanto era illuminato. Grazie a Ladyvette, e alla loro Paradiso dedicata a The Venice Waltz.

The Venice Waltz

 

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Incontrammo Margherita a Venezia. Un palazzo pieno di gente, le volte del Settecento e gli affreschi. Dal canale, l’aria entrò per le finestre, inebriò la folla, scivolò sul marmo, sugli stucchi, sugli stipiti di pietra e di maniera. Gli invitati indossarono maschere, le dame portarono strascichi e diademi sui capelli grigi, i bambini vestirono come rockstar. Un impulso elettronico e stregato si propagò come in un sogno confuso – come la festa dei Capuleti del 1996: le magie danzarono con le ore, le sete con le sirene, Ingres con Atena. Tutto intorno a noi sfolgorò. Alzasti il braccio per indicarmi qualcuno – lei – dall’altra parte del salone. Io seguii la direzione del tuo dito. Margherita. Osservammo Margherita ballare lenta, i suoi movimenti come spirali, un vestito di specchi, i capelli lunghi cosparsi di gocce di vetro. Tu mi dicesti: «Chi è?», con un’ingenuità che non ti riconobbi. Una forza strana ti aprì il cammino. La folla si spostò, smise di ballare per lasciarti passare. Ti fermasti a un metro di distanza. Margherita si voltò. Ti vide. Respirò piano.

Margherita sorrise, tenne il gioco e quel ritmo, appoggiò la mano contro la tua: «I santi hanno labbra, sante, come mani» tu la baciasti dietro l’orecchio. Margherita ti toccò le labbra e se ne andò. Passarono i minuti. Ti accompagnai in bagno a sciacquarti la faccia. Ci bagnammo i capelli per toglierci il caldo – respirasti a fondo, appoggiasti la schiena all’acquario – sì, un acquario in bagno, un acquario enorme mai visto, pieno di pesci viola e piovre. Non riuscisti neanche a fare due respiri – Margherita entrò.

Margherita ci ignora. Si avvicina al lavandino, tira fuori una matita scura, si disegna il contorno sotto le ciglia. Due sue amiche la raggiungono di fronte allo specchio. Margherita domanda a quella alla sua destra: «Darling, where did you forget all your colours, some golds, your diamonds?». Se ne vanno offese. «Volevo appunto liberarmene» Margherita dice e fa un passo verso di noi: «Posso truccarvi gli occhi?». Tu sei pallido. Io ho la gola secca. Abbiamo di fronte una psicopatica oppure la donna più affascinante del pianeta.

Ci facemmo truccare gli occhi. Lasciammo quel palazzo pomposo. In barca, seduta sul retro, Margherita disse: «Dobbiamo aspettare Sonia» – ci spiegò di come tale Sonia avesse tanti fidanzati sparsi qua e là, in ogni città, di come Sonia riuscisse a litigare con ognuno di loro, di come quello di turno sembrasse in procinto di nevrosi esagerata, di come Sonia avesse quindi bisogno di noi. Margherita rispose al telefono – alcune urla all’altro capo – Margherita sospirò, sbadigliò di nuovo, disse: «È qui».

Sonia corre verso la nostra barca. Dietro di lei, un ragazzo impreca: «Devi sta’ zitta, che con tutti ‘ei lifting non riesci più a parlare» – e Sonia ribatte: «Non vedi che sto urlando?»«Sì, e ppari Ciripirippikoda». «E tu Tutankhamon, tiè», Sonia sale in barca, ci si getta dentro – supplica il barcaiolo: «Vai, vai» – tu ingrani la marcia, parti, scappi dallo stalker di Sonia che dice: «Io non li capisco questi che vanno a travestiti, a me piacerebbe tanto andare a troie», quindi si presenta a noi: «Ciao, io sono Sonia, ciao, prima degli ormoni ero Sandro, ma Sandra lo detesto, sono Sonia, piacere» e si sistema con la gonna sul sedile, finalmente in pace.

Scendemmo all’Accademia. Margherita s’incamminò con il suo vestito di specchi, le sue gocce di vetro fra i capelli. Attraversammo il ponte. Sonia mi ricordò la protagonista di una canzone di Baglioni: nono troppo alta, i capelli biondi, un maglione largo di lana su due tette perfette, la gonna lunga fino ai piedi, leggera. Ci sedemmo sugli scalini davanti a una calle, un po’ di prato sotto due cipressi. Sonia parlò del suo fidanzato, di come ultimamente stesse diventando un vero frocio: «Sembra una donna, che palle, sai le donne che vedono i porno sperando che i due protagonisti si sposino?».

Io le chiesi di poterle fare qualche foto, Sonia rispose certo, vanesia – si addormentò. Tu e io raccontammo a Margherita delle notti in giro per l’Italia, della musica nelle orecchie, della voglia: «I periodi dell’oro sono quelli in cui si racconta la vita, la decadenza è quando si racconta l’arte» le dicesti. «Tu quale scegli?» le chiesi io. Margherita rispose di come per dormire le servisse un papavero sotto il cuscino. Margherita imparò a smontarci, subito. Margherita fu una catalisi, un acceleratore nucleare di noi due. Disse che l’amore è una fortuna che quasi mai capita alle persone che si sposano – che la bellezza non è amore, non è mai amore, è qualcosa di più: la bellezza, come l’ira di Dio, rende orfani, persi, rende liberi. «Non esiste sentimento più assurdo dell’amicizia di due maschi», Margherita disse: «L’amicizia fra due maschi è qualcosa che tutti pensano di conoscere, invece esiste una volta su un milione. Quando c’è, è difficile sopportarla. È quell’amore di cui Dio ha detto non ne esiste di più grande – ma appunto, forse solo gli Dei ne sono capaci. Due amici sono i maschi più incredibili mai apparsi sulla Terra».

La nostalgia di Forte dei Marmi

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La nostalgia è una forma di energia che a Forte dei Marmi – quando il cielo si fa terso a maggio, il mare si rompe oceanico, le Apuane virano in cristallo – diventa gloria. Giuseppe Colombo e Titti Maschietto sono amici da tempo: due ragazzi, due signori, che sanno cogliere questa gloria da ogni venatura di corteccia, da ogni pino marittimo, da ogni arbusto in Versilia. Pochi anni fa, un tornado ha abbattuto gran parte della pineta: nel giardino dell’Augustus sono caduti trentacinque pini, Titti Maschietto ne ha ripiantati quaranta.

Giuseppe Colombo è l’anima e il motore di Gallo. All’incirca due decenni fa, Giuseppe si trovò tra le mani una produzione di calze scure formali: ne ha creato un modo, prima di un mondo. Calze di ogni colore, a righe – sopra le righe, Giuseppe ha richiamato rondini, fiori, ventagli e palme, ininterrottamente, ieri è già domani. La calza non come complemento al vestire, diventa dettaglio – dettaglio, nel vestire, si sa cosa significhi. Dicevamo un modo, poi un mondo: oltre le calze, sono confezionate cravatte, cappelli, i golf e i golfini, le sciarpe – e certamente, i costumi da bagno.

Questo breve scritto prende spunto da qui: da una linea di costumi da bagno che Giuseppe Colombo ha disegnato e prodotto giocando con righe blu e rosse sul bianco. Questi colori a bande altro non sono che il segno iconico dell’Augustus – l’albergo storico, per tanti (più di tanti) l’unico, il vero albergo di Forte dei Marmi – diretto e condotto familiarmente da Titti Maschietto. Soltanto sull’Augustus potrei scrivere pagine, tra la Cederna e Lina Sotis, ma spero troverò altro momento.

Alle due di pomeriggio, l’ora di colazione di ogni sabato mattina a Forte dei Marmi, sedevamo con Giuseppe Colombo e Titti Maschietto a un tavolo apparecchiato sulla spiaggia, sotto le vele bianche, con i nostri nuovi costumi fradici dopo il primo bagno, e un golf di lana per l’aria di maggio. Ordinavamo un’insalata tiepida di mare, con un poco d’insalata verde raccomandandoci che non andasse a coprire il sapore del pesce: sappiamo bene che per quella sensazione di acqua salata, di arsella pescata ogni mattina, anche se indelebile, serve premura.

Parlavamo di Forte dei Marmi, e anche se era così chiaro cosa stessimo raccontando, le parole non sembravano sufficienti per spiegare agli altri seduti a tavola con noi. Non un luogo, non un mondo, soltanto, davvero, un modo. Le biciclette, il profumo del pitosforo in anticipo sul gelsomino. Il mercato in centro il mercoledì mattina, le meduse che potevi spostare con le mani nuotando fino alla boa. I pattini di legno colorati. Gli armadi chiusi, gli abiti e le scarpe che ritrovi dalla stagione scorsa, un cotone ruvido, stopposo, reso pesante dall’umidità e dalla naftalina, dal buio dell’ombra che solo a giugno si asciuga un po’, per poi ribagnarsi al primo temporale estivo, con le gocce di una pozzanghera dove cade la luce – soltanto la luce, nessun arcobaleno meraviglioso – niente wow, non vogliamo stupore, qui a Forte dei Marmi, soltanto pace. Forte dei Marmi è un modo di silenzio e amore, di cortesia e rispetto.

Non abbiamo fatto cenno, o rimando, alla Capannina. Non abbiamo raccontato di come un tempo, tra le parole, sorrisi e sospiri, in Capannina restava un profumo di dolci all’una di notte, di soufflé alla crema e al cioccolato, il barman con i guanti bianchi, il gin tonic nel bicchiere di vetro con la foglia di menta, i divani rossi e verdi, la luce soffusa, e le seggiole di rattan. La Capannina era aperta tutta l’estate – oggi se ci passi davanti un lunedì di luglio, trovi il buio. Un tempo c’era Otello, c’era la sfida per entrare – la camicia, le scarpe eleganti, eccezioni per il cuoio da barca. Forte dei Marmi era ristoro di una classe sociale solida nel proprio lavoro, quella borghesia che aveva portato l’Italia al boom – poca aria per arrivisti, per ricchezze volatili o transitorie, per eredità malamente fortunate. L’attuale proprietario, Gherardo Guidi, non ha voluto conservare niente di tutto questo – o forse, più semplicemente, non è stato capace di farlo.

All’improvviso, un temporale sciacquava via tutto. La prima pesca di questa estate, e gli amici del bar di Gino Paoli sorridevano al tavolo a fianco, quando ci siamo alzati per portare le biciclette al riparo dalla pioggia, dicendo abbiamo le spalle larghe, a Forte dei Marmi. La nostalgia è una forma di energia. La villa dell’ammiraglio Morin – le lottizzazioni della pineta erano concesse ai comandanti di flotta dalla Regia Marina – la abita Fabio de Michele che vuole un leccio potato ogni anno per non coprire la vista del mare – il leccio si espande in larghezza invece che crescere in altezza (chi legge immagino sappia ricordare come l’ombra del leccio sia l’ombra più fitta che la natura produce attraverso un albero). In bicicletta alla casa di Carlo Carrà, il futurista, il pittore, parte di quella società di arte e letteratura che popolava la pineta dal mare a Pietrasanta – una signora gentile, sua nipote ci ha aperto le finestre dello studio dell’artista: un pavimento di piastrelle rosse e blu e azzurre, su stoffe vecchie gialle, di divani e tessuti ancora ruvidi, piani di tavolo anni Cinquanta in vetro verde.

Vorrei, potrei scrivere pagine e pagine su Forte dei Marmi – l’Augustus, le vie, le siepi e le ceste in vimini, i cicli Maggi e la focaccia dura e salata, le more di rovo – su tutto quanto Forte dei Marmi rappresenti ancora per lo stile italiano – come dicevo prima, ci saranno altre occasioni. Penso sia il senso del giornalismo di moda oggi: riuscire con le parole a riportare le immagini, manipolare memorie, per raccontare la creatività di una casa, di una produzione tessile italiana. La spiaggia, un costume da bagno e i colori delle cabine, un albergo e una dimora famigliare, lo studio di Carlo Carrà e le piastrelle in contrasto, il pitosforo e i gerani rossi sul balcone – a Forte dei Marmi, a maggio, fa ancora un po’ freddo la sera, ai piedi un paio di calze. È così ovvio che questo articolo volesse solo raccontare l’arte di Gallo.

Images from Lampooners

Meraviglia a Luglio

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Una Festa – Bulgari ha usato la parola italiana per raccontare una collezione di cento pezzi esposta a Venezia: lo zaffiro è la pietra simbolo della casa in supremazia sulle altre per i colori delle gemme. Lo zaffiro birmano, quello di Ceylon – lo zaffiro del Kashmir – la miniera è esaurita – questo zaffiro è più fondo degli altri, assorbe la luce e la trattiene, imprigionando i bagliori azzurri in eterno. Bulgari è una grande famiglia, energia e sinergia – ha stonato molto, Bella Hadid arrivando in ritardo per la sfilata – è stata lasciata fuori dalla porta.

A Parigi, Dior inaugura al Louvre, alle Arts Décoratifs, la retrospettiva sui suoi settanta anni compiuti – è una delle mostre di abiti più rilevante mai composta, dal giorno dopo code di centinaia di metri per il biglietto. Le pareti all’inizio del percorso, divise per cromia raccontano i dettagli, gli accessori, i gioielli – tutti quei frammenti che compongono la moda, quella che nessuno stylist in circolazione si ricorda di imparare. Tra i giornalisti, c’è chi si è messo a piangere, per la commozione. Un tributo d’onore per Karl Lagerfeld è stato dato dal sindaco di Parigi a piedi di una Torre Eiffel ricostruita nel Grand Palais – a dimensione reale, perdendosi nella nebbia e nella volta. Per l’alta moda di Chanel, c’erano le donne più precise del momento. Kristen Stewart e Cara Delevingne, con i capelli corti e ossigenati, maschili ed efebiche: l’ambiguità, tra grazia e graficità, è moderna – insieme alla bellezza, salverà il mondo. C’era anche la passione al femminile, Julianne Moore.

Questo è il terzo anno che Fendi presenta una collezione di Alta Pellicceria: di là dalle polemiche (che ormai bisogna almeno ritenere legittime da chi le porta), Fendi ha presentato la collezione di abiti più bella della stagione. Arte sublima artigianato in meraviglia – davvero, si tratta di Fendi. Niente Roma questa volta. Negli ultimi due anni, Fendi e Valentino avevano lasciato a turno Parigi per sfilare nella capitale e dare un supporto ad Alta Roma. Uno sforzo notevole, ammirevole: significa rinunciare ai servizi fotografici prodotti per logistica a Parigi da quasi tutti i giornali del mondo, (nei giorni subito dopo le sfilate, prima che gli abiti, pezzi unici, siano venduti e consegnati alle clienti), oltre che a dover farsi carico del viaggio di tanta stampa da Parigi su Roma (un sorriso sovviene, quando Fendi smarcava Valentino, muovendo su un aereo privato mentre l’altro si produceva con un volo charter). Alta moda, alta gioielleria, alta pellicceria – e teatro.

A Palermo, Dolce & Gabbana mette in scena uno spettacolo, non una sfilata. Fuori dagli schemi, quasi come un boomerang – mentre la comunicazione istituzionale della casa si evolve nella simpatia che sprigiona da un account instagram. Tutto è tanto. In dieci giorni, ogni anno all’inizio di luglio, si sintetizza il lusso mondiale – in gioielli e abiti. Un giro economico da far impallidire ogni snobismo di banchiere omofobico.

Tra tanti che personificano il concetto, una lo interpreta: Bianca di Savoia Aosta, principessa reale della casa d’Italia, sposata con Gilberto Arrivabene Valenti Gonzaga, madre di cinque figli, tra cui le prime, Viola e Vera, splendide creature. Bianca riesce a raccontare, nel suo apparire ricercatamente dismesso, in una noncuranza quasi nervosa di fronte al potere, nella dedizione operativa e retribuitile che stride con la nobiltà della sua ascendenza, il perfetto riferimento di un mondo del lusso che ogni giorno deve ridefinirsi sul mercato.

Christian Dior, couturier du rêve

Musée des Arts décoratifs
107, rue de Rivoli – Parigi

5 luglio 2017 – 7 gennaio 2018

Orari: Martedì – Domenica 11.00 – 18.00

Giovedì 11.00 – 21.00

La buona società

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

I convenevoli, quelli prima di scegliere se andare da Cova o da Sant Ambroeus, compongono una conversazione per pochi. I loghi dorati sulle tende blu sono i bottoni di quel doppio petto che Berlusconi non ha mai saputo scegliere. Sono le frasi di un circolo chiuso, di quel salotto buono della Milano che conta o che contava, delle grandi famiglie borghesi degli anni Cinquanta la cui progenie ha goduto del boom degli anni Ottanta. Un salotto di gente che aveva in mano l’industria e la pubblicità – in un substrato più fluido e consistente della moda internazionale di Franca Sozzani. Il salotto buono vestiva Doriani nei giardini nascosti dietro Portorotondo, girava in barca a vela in Sicilia, cresceva i figli al Bagno America a Forte dei Marmi – vestiva Johnny Lambs, ironia e vezzo su Gianni Agnelli. Le sorelle Collini, Loro Piana, Koelliker – alcuni non ci sono più, Carlo Schapira, Hans Tiefenbacher. Il lunch sempre al Paper Moon. Era la società di Paolo Mieli, al Corriere della Sera – quando le pagine della cronaca di Milano davano spazio ai trafiletti di Lina Sotis, che tra la gentilezza di un complimento e la violenza di una freddezza, raccontava il correre del tempo, e il colore della città, di Milano. Quei trafiletti, li leggevano tutti – era incredibile.

La mattina, in quella sfida, in quella scelta, tra un convenevole e una posa, tra Cova e Sant Ambroeus si riassumeva l’appartenenza a questo salotto privato, in cui era tanto difficile entrare, ma poi quasi impossibile uscirne – io ero un bambino, un piccolo erede senza impero, che apprendevo più di quanto osservassi, dal basso della mia statura all’alto di quello snobismo. Uno snobismo perfetto, davvero, su un caffè da Cova o da Sant Ambroeus – di un circolo che Bastianello e Marchesi non potranno mai vantare ai propri tavoli – chiunque li nominasse, per automatismo, dimostrerebbe di non appartenere, a quel circolo. I cioccolatini più buoni, i panettoni più soffici – la tradizione da Cova, il lusso da Sant Ambroeus. Lo snobismo vive nella decadenza, non potrebbe fare altrimenti – patisce ogni forma di cambiamento: ma noi sappiamo quanto né lo snobismo né la nostalgia siano poi così preziosi.

Una sera, all’inizio di giugno, Cova ha festeggiato duecento anni. Montenapoleone era propriamente arredato come un salotto, il cortile interno, su cui si affaccia Missoni, era gremito di gente. Pagine nuove, stanze nuove. Meno poesia, più energia. Non c’è colore più acceso del nuovo blu delle sue tende – non più un doppio petto, ma un abito tagliato da Dior. Milano rinasce. Il salotto buono non c’è più, forse è un covo di vipere, chissà, ma l’elettricità si sparge smaniosa. All’angolo tra Montenapoleone e Sant’Andrea, nel cuore di Milano, tra le parole della Sotis o tra le mie, Cova continua e continuerà a portare in scena la retorica della società.

Images in exclusive courtesy of Press Office
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F is For Fendi

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Non un semplice magazine on line. F is For… è la nuova piattaforma digitale di Fendi voluta dai millennials e dedicata alla cronaca della loro generazione.

Mi piacerebbe definirlo un legame. Legame, in inglese bond. Il legame che unisce una generazione. The Fendi Bond – unisce un’estetica, un atteggiamento, una rivoluzione. Il mondo a una città – Roma. Appare come un magazine online. Entrando da Fendi.com, si accede alla pagina di F is For… L’emoji sorride arcigno e fosforescente – e come per un’esplosione, la pagina si riempie di colori, grafiche, fotografie in movimento, animazioni visual, video, suoni, finestre che scorrono. Un crogiolo di energie, un mondo a parte. In un magazine l’utente è un lettore – in una piattaforma, l’utente in qualche modo inserisce propri input per trovare una formattazione automatica e istantanea del sito su quanto stia cercando o abbia dimostrato interesse. Tutti i siti web stanno evolvendosi in piattaforme, con una dimensione in più – come può essere un manifesto che codifica un’identità nella quale riconoscersi – e riconoscerci.

Cristiana Monfardini, capo comunicazione worldwide di Fendi, racconta: «F is For… è un punto di vista», Cristiana Monfardini ne segue la curatela e la direzione, usando cuore e coraggio. «Brand awareness completa, senza strategia di vendita. Quando ho parlato di questo mio progetto al presidente di Fendi Pietro Beccari, la sua unica indicazione è stata l’ambizione. Se doveva essere nuovo e forte, sarebbe dovuto esserlo in piena potenza». Un patto, una vibrazione, un’onda. «È una piattaforma dedicata ai millennials e fatta dai millennials. Voglio cercare il loro punto di vista e riuscire a potenziare l’autenticità che appartiene alla loro freschezza intellettuale, impiegando la struttura e la forza d’immagine di Fendi». L’entusiasmo di Cristiana Monfardini è contagioso. «I millennials sono molte volte intesi in un senso di vuotezza: sono giovani ma già adulti, e sono consapevoli di saper gestire la loro vita virtuale meglio della realtà. Io voglio approfondire l’autenticità di questo loro approccio».

Un anno fa, Cristiana Monfardini ha iniziato a lavorare al progetto di F is For… «Ho scelto un team di ragazzi nuovi per l’azienda Fendi. Li ho trovati nei settori diversi della moda – nell’economia, nella ricerca. Poliglotti e globocentrici, l’efficacia era il codice ancor prima della velocità. Il vuoto significa spazio, molto spazio. Ho trovato ragazzi liberi da schemi, pronti a tutto sul lavoro, con il sorriso ogni mattina. Continuavo a chiedermi come potessi comunicare loro i valori dell’heritage di Fendi, la cultura dell’artigianalità e del dettaglio, del fare a mano. Tenevo in mente un concetto di verticalità, da raccontare attraverso l’architettura di Palazzo della Civiltà Italiana, l’headquarter di Fendi per noi così iconico. I millennials li ho intesi verticali, appunto. Comprendere diventa comprare. La loro sapienza non è vasta, ma vertiginosa. Vivono ogni giorno, da quando hanno memoria, con una sfera di cristallo in mano cui chiedere ogni cosa gli passi per la testa». Sì, curiosità invece che conoscenza – ed è la curiosità che sconfigge l’ignoranza, non la cultura.

I millennials sono per definizione quelli nati nei primi anni Ottanta – qualcuno intende fino a chi oggi ha 34 anni, altri si fermano a chi ne ha 30 o 32 anni. Sono i ragazzi a cavallo del 2000, quelli che hanno vissuto la nascita e l’esplosione dell’era della connessione, ma che hanno ancora un sensore di come fosse prima. I millennials sono già oggi, e sempre di più nei prossimi anni, il principale potere di acquisto per i brand di immagine – e non sono da intendersi solo come quelli nati dopo il 2000, che non hanno neanche la più vaga idea di cosa sia un telefono senza fili, e che definiscono piuttosto la cosiddetta Generazione Zeta.

C’è un manifesto per F is For… che dichiara quanto i millennials siano titolati, e abbiano il merito, dell’autenticità; quanto i Millennials abbiano l’abilità, forse l’arte, di trasformare il passato in futuro. Concetti che stridono con la percezione del collo piegato verso il telefonino – e cervicali conseguenti ed epidemiche. Carolina Beccari fa parte del gruppo di riferimento al quale Cristiana Monfardini si è rivolta per la costruzione di F is For…: «Mi sento in pieno una millennials. Percepisco la tecnologia come una tensione energetica rivolta al futuro», Carolina spiega parlando un po’ in italiano e un po’ in inglese, perché alcuni concetti sono immediati con la seconda: «Condividere invece che vivere: può essere la nostra debolezza – ma noi non ne conosciamo alternativa. Ogni amico, ogni persona è a portata di clic. Noi non sappiamo come potesse esser prima – ma la vediamo in positivo: la possibilità immediata di dialogo ci porta a parlare senza filtro, con meno timidezza adolescenziale». Non c’è orgoglio o presunzione alcuna, in questa priorità data alla connessione costante – c’è una razionale sincerità che diventa subito adulta, fredda consapevolezza. Una maturità inaspettata per ragazzi così giovani: «Il posting non è spontaneo, neanche per noi», prosegue Carolina. «Nel posting anche noi dobbiamo ritrovare una voglia di esibizione. Certamente non è quella di chi ha voluto crearne una professione, come i blogger o i cosiddetti influencer – noi non usiamo lo stesso atteggiamento, la stessa esigenza che per loro è urgenza – anzi ne prendiamo la distanza. Per noi è tutto più automatico, per noi tutto è più quieto perché spontaneo – resta il gioco, più che la voglia, di mettersi in vista». Con la stessa precisione, Carolina Beccari osserva l’evoluzione dei contenuti. «Non è tanto la lettura che viene a mancare nella nostra quotidianità – questa rimane un dovere imprescindibile che riconosciamo. Ciò che i social media annientano è la televisione, la prima nemica della lettura. Le serie tv che qualche anno fa presidiavano il nostro intrattenimento, oggi iniziano a essere soppiantate dalla continua condivisione, dal continuo dialogo fra di noi».

Il video di F is For… – forse una sigla di apertura del progetto – è a quota un milione di visualizzazioni su YouTube. Roma – non c’è storia più affascinante. F is For… è anche una guida, una mappa del tesoro, per trovare angoli nascosti come rubini nei mattoni. F is For… non cerca il lusso, le cucine stellate. Dismette vocabolari cui appartengono parole come cool e wacky. Questa è una Roma Freak – la F di Freaks è la prima lettera di questo alfabeto a un’unica sillaba. F come Fulgore – una parola italiana fuori dalla dialettica smart indica la sezione dei servizi di moda – tutti scattati con iPhone7, mescolando pezzi di archivio Fendi, con capi delle nuove collezioni. Fulgore – è il discorso qui appena sopra: si vuole contare sulla curiosità che la rete soddisfa facilmente cercando un significato – ed è vero, ultimamente molte parole non inglesi stanno tornando nei titoli facendo leva proprio sulla capacità di ricerca che i millennials gestiscono con proprietà di diritto. Così discorrendo, troviamo tutta la dialettica in F – Faces per i ritratti, fotografici e letterari, Freedom indica i luoghi per questi Freaks New Goonies. La musica è fondamentale – per Fendi è un tratto di DNA. Fearless è la sezione che raccoglie le live performance. Montaggi minimi costruiscono video clip inediti girati sul rooftop di Palazzo della Civiltà Italiana. Cantanti e performer come NxWorries e Kelela con la luce dei tramonti secolari di Roma. Gli specchi verticali sono un set up minimale e ben calibrato – così come i fumogeni colorati.

F is For… Futuro. Il lancio della piattaforma, il nodo di questo legame, è stato stretto a New York, lo scorso 10 febbraio, al Fulton Market Building, verso il ponte di Brooklyn. Non è giusto definirlo party, o show – ancora, era qualcosa di diverso. «It’s a space that’s open and conductive to people getting together and enjoying the music and the other people. It’s not stuffy fashion typical luxury brand Fashion Week event. Instead of closing in, they opened it up», rispondeva Mia Moretti a un giornalista di Vogue. Era un viaggio al termine della notte in questo 2017, tra richiami geometrici in marmo ripresi dal disegno di Palazzo Fendi a Roma. Al posto dell’acqua delle fontane c’era lo scorrere dell’Hudson. Si esibivano i rapper da tutto il mondo, come Migos, 21 Savage, Lil Uzi Vert, Bhoan Phoenix, Meuko! Meuko!, Peggy Gou e molti altri. Il riscontro più che positivo era centrato: Fendi ha saputo cogliere l’evoluzione del tempo, collaborando «with the unexpected. They understand that they have to evolve to not become irrelevant» scriveva Winston Peters sul suo account Instagram.

First, Fab, Far-far-away. F is For… Fragilità, un senso che si trova nella non perfezione. Le modelle sono riprese nel backstage dopo la prima uscita, nell’intervallo prima del line up. L’autenticità è la scommessa, la vittoria dei millennials, più veloci e meno esperti. Scandagli nuovi, più fragili ma più sensibili – come direbbe Marcel Proust nel suo perenne domani.

Freak, fulgore, faces, freedom, fearless. Sono le parole d’ordine con cui Fendi ridisegna la sua comunicazione digitale. Contenuti native, banditi i ritocchi, F is For… è libertà, realtà senza filtri.

The Fashionable Lampoon Issue 9 Babylon – Digital Visual Wave

YTALIA: Energia Pensiero Bellezza

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Ytalia inaugura il 2 giugno – data emblematica, positivamente retorica, per una mostra così titolata. Il Forte Belvedere è il sito principale, per il quale satelliti, gli angoli di Firenze multidimensionale – se Roma è eterna, Firenze è indelebile. Dodici protagonisti, per Ytalia – viene da definirlo cast, leggendo i nomi degli artisti coinvolti, una grande produzione hollywoodiana tradotta nella culla della civiltà mondiale: Jannis Kounellis, Luciano Fabro, Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Giovanni Anselmo, Gino De Domenicis, Remo Salvadori, Marco Bagnoli, Domenico Bianchi, Nunzio, Mimmo Paladino, Mario Merz. Una mostra, uno show mi piacerebbe chiamarlo, ideato e curato da Sergio Risaliti e prodotto dal Mus.e di Firenze insieme al Comune.

I dodici artisti, la cui arte in ogni contingenza supera la vita rispettando primaria definizione, trovano l’energia antica e futura, ancora e sempre in Italia – Ytalia – gli occhi si abbacinano davanti a questa grafia. A gennaio, durante la cena per l’annuncio della mostra, parlavo con Luciano Massari, direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Carrara. Una conversazione che mi riportava alla lettura de Il Tormento e l’Estasi: il marmo bianco scultoreo della cava di Michelangelo resterà il più pregiato per la durezza e la luce dei suoi cristalli, girando poi nelle variazioni di grigio fino allo scuro, fino alla pietra e ai graniti delle Apuane. Se bianco è a Carrara, il marmo verde proviene dalla Val d’Aosta, il marmo rosa dalle montagne spagnole – mentre La Veranda Fabbrica del Duomo di Milano è proprietaria di un’intera cava per la propria fornitura esclusiva. Il marmo, materia prima, suprema italiana, viva di quanta arte, di quanta commozione – seguitemi, ve ne prego – pensate al marmo, a una sua venatura particolare, e alla grafia di una Y come iniziale d’Italia: il breve bagliore che si produce è la mia migliore introduzione a questa mostra.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Alcune mostre diventano pura narrazione, trascolorano in un epos emblematico scandito da racconti e intuizioni folgoranti. Un plot colmo di evocazioni e riflessi immaginari. Percorsi espositivi e semantici che innanzitutto e perfino loro malgrado, più che obbedire alle mere ragioni di una funzionalità rappresentativa e filologica, riescono a ordire un filo conduttore attraverso le opere e il segno di artisti diversi, arrivando a concepire una corale e mirabilmente unitaria mappatura sentimentale. Storie che identificano un capzioso mosaico sensitivo, capace di annullare le paratie del tempo e di coinvolgerti, di attrarti in un cerchio sospeso e ipnotico come in un mandala magico e luminoso. Tutto, in questo caso, sta nella possente e scarnita Y iniziale di un’antica grafia del nome di questo Paese, come appare su una delle volte della Basilica Superiore di Assisi accanto alla rappresentazione di una città, con ogni probabilità Roma, l’Urbs imperiale e papale dalle mille significazioni e allegorie, in un affresco di Cimabue che data agli ultimi decenni del XIII secolo. Siamo dunque agli albori di quella che sarà l’abbagliante vicenda della pittura italiana lungo un arco di secoli, proprio al debutto di un’esperienza che chiara e integra, per analogie e impalpabili fragranze, riemerge nel lavoro degli artisti contemporanei che compongono l’itinerario di questa mostra fiorentina.

Una Y, questa di Ytalia, è insieme astrazione, mistica sacralità e dichiarazione programmatica, diviene arcano suggello e password ermeneutica, sofisticato arcaismo tenacemente bizantino e sconcertante apertura, anzi, premonizione, di una modernità che si risolve in un tempo circolare, centripeto ed eternamente ritornante. Le Temps revient, il tempo ritorna e si rinnova, recitava il motto di Lorenzo il Magnifico che accompagnava la figurazione del fatidico broncone d’alloro mediceo. La mostra si tiene a Firenze, un luogo da sempre deputato al confronto dialettico, devoluto all’incontro, al dialogo e alla sovrapposizione ecumenica e contraddittoria di civiltà e pensiero, come già dichiara un avvenimento cruciale del primo rinascimento, il Concilio fiorentino del 1439, struggente e generoso tentativo di ricomposizione tra oriente e occidente che oggi, alla luce di quanto sta accadendo nel mondo che viviamo, assume valenze ancor più profonde e profetiche. Forse l’Italia, nella sua vicenda storica unitaria in fondo assai recente, risultanza di spiccate, autonome e orgogliose identità regionali, non ha raggiunto una forte coscienza comune e tuttora non è permeata appieno da un senso di reale appartenenza nazionale.

Esiste un dato connettivo, un vincolo costante nella complessa dinamica di formazione di uno stato e di un’intera progressiva visione politica. Si tratta della bellezza, del legante fondamentale dell’arte e di una poliforme emanazione creativa mai venuta meno. È questa la chiave concettuale della mostra Ytalia, un’imponente texture collettiva nata da una forte intuizione del suo curatore e ideatore Sergio Risaliti, che ha come epicentro il Forte Belvedere, ma che si allarga nella trama urbana del centro storico di Firenze con appendici agli Uffizi, a Santa Croce, a Palazzo Vecchio, nel Giardino di Boboli e a Palazzo Pitti, al Museo Novecento e presso il Museo Marino Marini. Una galleria diffusa, che si snoda attraverso oltre cento opere, realizzate a partire dagli anni Sessanta e talvolta site-specific, che ingloba tre generazioni di artisti, instaurando un serrato e interrogativo colloquio, una koinè dialektos ideale ed osmotica tra questi e i grandi maestri del passato.

I protagonisti sono Mario Merz con il suo segno monumentale e sconcertante, la materializzazione delle energie fisiche, statiche e dinamiche di Giovanni Anselmo, il tellurico e drammatico idioma di Jannis Kounellis, recentemente scomparso, che quasi si amplifica sullo sfondo solcato da gigli di Francia aurei su campo azzurro della Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio. Ecco Luciano Fabro, il cui epocale Spirato del 1972 è posizionato nella brunelleschiana Cappella Pazzi a Santa Croce, la sofisticata, poetica e imprendibile cifra espressiva di Alighiero Boetti, il bianco elegiaco di Giulio Paolini che si raffronta alla Venera Italica di Canova alla Palatina e il negromantico e sulfureo talento di Gino De Dominicis. Poi, Remo Salvadori con due nuove sculture pensate appositamente per uno dei bastioni del Forte Belvedere, Mimmo Paladino che interloquisce con la tersa geometria umanistica di Leon Battista Alberti nella Cappella Rucellai, il teorema d’acciaio, di specchio, d’acqua e di marmo di Marco Bagnoli, Nunzio nella cripta del Museo Marino Marini e l’incessante mirabile sperimentalismo di Domenico Bianchi. Un arazzo, quello di Ytalia, dove affiorano affinità, comunanze sottese e valori condivisi, nel quale leggere individualità e tratti molto originali e ostinatamente differenti nel quadro di un contesto e di tanti frammenti di racconto, nel cangiante divenire delle varie poetiche.

Images courtesy of press office
www.musefirenze.it – @musefirenze

Foglie di Pietra

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Settimio è la cucina del miglior salotto di Roma – una di quelle trattorie romane all’angolo su cuore e potere. Una sera di novembre del 2015, Pietro Beccari sedeva con Giuseppe Penone. Su un foglio semplice, su tovaglia e tra posate, l’artista ha gettato un primo schizzo: un blocco di marmo, sorretto da esili tronchi spogli di un albero. Un anno dopo, era gennaio, la mostra di Penone a Palazzo Fendi era appena stata inaugurata – Pietro mi mostrava questo ormai vecchio schizzo, lo teneva sul fondo del baule della sua macchina – mi è sembrato come non ci fosse custodia migliore: un luogo sopra un motore acceso, un vano circondato di energia.

Pietro Beccari mi accennava ai lavori, alla messa in posa dell’opera. I dettagli li ho avuti dopo: un taglio di marmo bianco delle Apuane sopra Pietrasanta, immagino non distante da quella che fu la cava di Michelangelo, all’interno del sito di estrazione di Carrara – il marmo più pregiato al mondo. Il blocco avrebbe avuto un peso di circa undici tonnellate, un pezzo che Penone aveva già trovato anni prima, messo da parte per un’opera che ne valesse la bellezza. Sarebbe stato sospeso a cinque metri di altezza, nel centro di Largo Goldoni, fulcro del Tridente romano, uno dei luoghi pedonali più trafficati. A reggerlo, un albero in bronzo – tronco e pochi rami esili forgiati in fonderia, ancora a Pietrasanta – una squadra di quindici artigiani lo avrebbe realizzato. Il contrasto sarebbe stato folle: un enorme sasso sorretto da un esile arbusto. Foglie di Pietra sarebbe stato il titolo dell’opera – per mantenerla in sicurezza e renderla solida, si sarebbe arrivati a circa trenta metri sotto il suolo per predisporre griglie e fondamenta capaci di reggerla. Ci hanno lavorato cinquanta operai, per due mesi.

L’altra sera, l’opera era completa e ancora nascosta da una sorta di fiore stilizzato. Una musica alta, i petali si sono sfilati per svelarla. Il marmo e il bronzo: Foglie di Pietra sì è mostrata nella sua imponente fragilità, nel suo spettacolo sottomesso. Era difficile fotografarla, riprodurne la grandezza. Il codice di Penone è preciso: guardare dentro, dentro i tronchi, la forza sta nella venatura interna, libera dalle superfici, dai giri di età, da ogni difesa di corteccia o armatura. L’anima e la linfa reggono ogni peso, ogni fatica.

Foglie di Pietra è una della commissioni artistiche più importanti degli ultimi anni. Ricorda il mecenatismo autentico e imperiale – si tratta di marmo, dicevamo, qui a Roma, un sorriso, Giulio II e Michelangelo – il Della Rovere di Irving Stone – un altro sorriso, stone in italiano, è pietra – un libro, Il Tormento e L’Estasi, che sembra così vicino per storia e vicenda a tutto quanto gira intorno all’opera di Penone e la volontà di Beccari. Il rapporto con la Francia, sostegno e sfida positiva, un comandante italiano visionario – sussistono la dedizione all’arte e la forza del suo messaggio, il talento, la voglia e il coraggio di volere sempre di più, di osare di più, di puntare ancora più in alto. L’avevo già scritto, Maestà e Rinascimento.

Rubeus Venetia

Text Lampooners

 

Durante i giorni che hanno preceduto l’apertura della Biennale di Venezia, l’atelier di alta moda Rubeus Milano ha presentato una nuova collezione Venetia di borse, scarpe e soprabiti realizzati con i tessuti di Bevilacqua, una tra le più leggendarie manifatture tessili di Venezia, con inserti in coccodrillo, rubini e smeraldi – tutto rifinito e cucito dai maestri artigiani di Firenze. Per celebrare questo grande impegno per il made in Italy sostenuto da Nataliya Bondarenko, direttore creativo di Rubeus Milano, il direttore di Lampoon ha svolto il ruolo di co-host per un dinner place al Gritti Palace, il più leggendario albergo sul Canal Grande da pochi anni completamente restaurato e parte di The Luxury Collection del gruppo Starwood. Al tavolo imperiale allestito nel Club del Doge, si sono mescolate le società moscovita e quella veneziana.

Images courtesy of Rubeus rubeusmilano.com

Video Squarepeople.tv

Thanks to www.thegrittipalace.com

Biennale Arte 2017

Text Ornella Fusco

 

Di abitudine, una mostra prevede con una serata d’inaugurazione il giorno prima dell’apertura al pubblico. La Biennale dell’Arte di Venezia vuole un’intera settimana di mattine con la testa sopra i postumi di notti in giro con scarpe di vernice nera per abiti da festa. Venezia non è un pesce, in questa settimana, ma un salotto: la sagoma della città è la stanza da ballo per sovrane in transito alla ricerca di tempi perduti – riedizioni di Sofia di Napoli, Cristina di Svezia, Elisabetta d’Asburgo. Ducati e feudi che oggi si manifestano su poteri simili per economia ma reattivi per immagine.

Martedì sera, due regni dello stesso impero. Per Louis Vuitton sedevano alle due tavole nel salone d’onore del Museo Correr, parte di quello che resta il Palazzo Reale di Venezia, quasi tutta la famiglia Memmo: due sorelle, Daniela d’Amelio e Patrizia Ruspoli, per due generazioni di una dinastia che ha saputo trasformare la furia della società capitolina in un codice di eleganza, arte e understament – tra Londra e Roma

Damien Hirst a Palazzo Grassi. Sussisteva un chiacchiericcio insistente, prima che aprissero i battenti: il riscatto di Hirst in polemica e in declino. Nessuna delusione. Hirst ha ritrovato in fondo all’oceano un relitto di un vascello custode di ori antichi, busti romani, oracoli orientali – inaspettatamente, niente di meno, il primo reperto riproduceva le sembianze di Monsier Pinault. Hirst ha ritrovato nel mare, aggredite da coralli e alghe che ne aumentano la bellezza dei volumi, statue in bronzo di Mowgli e a Baloo da Il Libro della Giungla. Dagli abissi, sono riapparse teste di Medusa stile Caravaggio, ante tempo per l’antichità presupposta; colossi caduti da Rodi – il più grande ricostruito nell’androne centrale del palazzo. Archeologia stonata dal genio. Le fotografie – le opere più vendibili – si basano su un blu oceanico, le sfumature sui volti di divinità indù. Il bottino. Damien Hirst ha saputo giocare sul confine tra storia e finzione, proprio lì dove nasce la definizione di letteratura.

Mercoledì sera, per tradizione, Monsieur Pinault invitava in onore di tutto quanto questo. La Fondazione Cini brillava per le finestre di una Versailles riapparsa, sul sagrato, a fondamenta dell’isola. Un agrumeto conduceva all’ingresso – se c’è un Re Sole a questo mondo, lo si trovava sulla porta a stringerti la mano. Tutti i generali del gruppo Kering. Marco Bizzari, alto due metri, a capo dell’ammiraglia Gucci. Francesca Bellettini, Ceo di Saint Laurent, Sabina Belli per Pomellato, Cristiano De Lorenzo per Christie’s, anche questa casa parte del gruppo di Pinault. Uno schieramento, il senso di maestà, tra Charlotte Rampling e l’imperatrice dell’Iran, Farah Dibah. Un gruppo di principesse forse decadute si aggirava per i chiostri: qualche anno fa brillavano per voglia e sorrisi, l’altra sera apparivano più appassite di quanto potrebbe imporre loro qualsiasi età. Senza smalto, vagavano dismesse queste Swan che la sera prima Sotheby’s si ostinava a proclamare iconiche di un’alta società che queste per prime non saprebbero definire.

Giovedì sera, Theodor Currentzis è salito sul palco del Teatro Goldoni per la VAC Foundation di Leonid Mikhelson. Ha diretto Mahler, la Sinfonia numero 1. Un’orchestra enorme, più elementi di quanto il teatro potesse contenere. Metà della platea era stata occupata da una struttura per dare spazio ai violini e a tutti gli archi. L’effetto è stato plateale, nel senso più preciso del predicato – in sala, la musica avvolgeva come non siamo più abituati a percepirla in un’esecuzione dal vivo – era potente quanto il suono amplificato dall’ultimo sistema Pioneer. Il ricevimento dopo l’opera, a Dorsoduro – c’era l’acqua alta a Venezia, e sotto alcuni ponti i motoscafi non riuscivano a passare. Un giardino nascosto era stato illuminato a piccole fiamme come lucciole per la regia di Matteo Corvino. Victoria Mikhelson, giovane, bionda, carattere particolare, non ha permesso ci fosse musica in alcun angolo – il rumore dei piatti e della cena ricordava l’ambiente di una mensa scolastica.

Venerdì sera, il Gritti Palace. Lampoon invitava insieme a Nataliya e Vicktor Bondarenko in occasione del lancio di una collezione di capi e accessori firmata da Rubeus e realizzati con i tessuti della tessitura Bevilacqua, tra le botteghe più leggendarie di Venezia. Una tavola lunga per cinquanta persone era allestita nel Club del Doge, il vento di primavera girava con vortici gentili sulla terrazza davanti alla Salute. La società moscovita si mescolava a quella veneziana, tra tutti brillavano come brillano sempre, le due sorelle, Viola e Vera Arrivabene Valenti Gonzaga. I broccati rossi con inserti in vetro e pietre preziose secondo l’arte di Nataliya Bondarenko, direttrice artistica di Rubeus Milano, era lo spartito emotivo per i violini – quanti violini a Venezia – i cocktail rosa, pesci di laguna le sfere di cioccolato.

Images courtesy of press office and @sgp Italia 

The Dot Circle 2017 – The Event

Milano, giovedì 4 maggio

The DOT Circle

 

Se hai sofferto puoi capire di Giovanni F. con Francesco Casolo, edizioni Chiarelettere, è il vincitore di The DOT Circle. Ieri sera, giovedì 4 maggio, ha avuto luogo la cena di gala per 100 persone sedute alla tavola del Dot Circle, per la premiazione del vincitore.

Tiffany & Co. ha sostenuto The DOT Circle e l’impegno culturale che il premio persegue, in occasione del lancio della nuova collezione Tiffany City HardWear dedicata alla città, al tessuto urbano cittadino che oggi si vuole intendere come tessuto cerebrale.

Insieme all’amministratore delegato di Tiffany Italia e Spagna, Raffaella Banchero, e il direttore di The Fashionable Lampoon, Carlo Mazzoni, tra gli ospiti intervenuti: Filippo Timi, Asia Argento, Margherita Missoni, Arisa, Arthur Arbesser, Martina Colombari, Matteo Perego di Cremnago, Daniele Calcaterra, Nicolas Vaporidis, italo Rota, Italo Marzotto, Lina Sotis, Gian Paolo Barbieri, LaPina, Lucrezia Rospigliosi Borromeo, Piero Maranghi, Giovanni Caccamo.

Carlo Mazzoni e la modella Chiara Scelsi hanno consegnato il premio all’editor di Chiarelettere Maurizio Donati, che ha ritirato il premio in nome di Giovanni F., che resta anonimo. Andrea Faustini, tra i vincitori di X Factor UK, si è esibito live, pianoforte e voce al termine della cena.

Un ringraziamento speciale a Moet & Chandon e Belvedere Vodka, che ancora e come sempre, sono partner di ogni evento di Lampoon.
Un grazie ai partner tecnici della serata, Alfa Romeo e l’hotel Principe di Savoia. Un grazie Marinella Rossi, per la cena seduta, presso Mari & Co. 

 

The DOT Circle
La Giuria

Maria Luisa Agnese
Asia Argento
Arisa
Gian Paolo Barbieri
Camilla Baresani
Benedetta Barzini
Pier Giorgio Bellocchio
Francesco Bianconi, Baustelle
Giovanni Caccamo
Sandra Ceccarelli
Martina Colombari
Cesare Cunaccia
Denis Curti
Andrea Faustini
Andrea Incontri
La Pina
Luca Lucini
Fabio Mancini
Daniele Manusia
Angelo Miotto
Margherita Missoni
Diamara Parodi Delfino
Diego Passoni
Andrea Pinna
Italo Rota
Chiara Scelsi
Stefano Senardi
Gian Paolo Serino
Pupi Solari
Francesco Sole
Lina Sotis
Filippo Timi
Jacopo Tondelli
Nicolas Vaporidis
Raffaella Banchero
Tiffany & Co. Managing Director Italia e Spagna

 

Carlo Mazzoni
Editor in Chief The Fashionable Lampoon

Digital Visual Wave 

L’arte nelle sue forme contemporanee si diffonde attraverso l’utilizzo dei Social Network con l’illustrazione artistica in formato digitale. Sono stati scelti da Lampoon.it gli artisti che hanno realizzato ed interpretato The DOT Circle.

Illustration by: 

Lucia Emanuela Curzi @ludiary – www.luandme.com
NunoDaCosta @nuno_da_costa_illustration – www.illustrationweb.com/artists/NunoDaCosta
Barbara Dziadosz @barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz
Alina Grinpauka @grinpauka – www.Alinagrinpauka.com
Lena Ker @lenaker – lenaker.com
Alena Lavdovskaya @alenalavdovskaya
Jowy Maasdamme @iseejowy – jowymaasdamme.studio
Holly Nichols @hnicholsillustration – www.hnicholsillustration.com
Maxim Sergeev @sergeev1_maxim
Vin Servillon @findvin
Studio Iva @studio_iva
Mèlique Street @mèliquestreet
Anna Tsvell @anna_tsvell
Poppy Waddilove @poppywaddilove

Photo Marco Piraccini, Giulia Mantovani e Lodovico Colli

Location
Mari&Co. Via Ampola 18, Milan
www.marienco.it

Special Thanks to
Tiffany & Co.
www.tiffany.it – @tiffanyandco

Belvedere Vodka
www.belvederevodka.com – @belvederevodkaitalia

Moët & Chandon
www.moet.com