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cesare cunaccia

Art in a bag by Mr. Jeff Koons

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Definirlo è difficile. Ascetico e affabile, candido e caustico, capriccioso e disciplinato insieme, è un ermeneuta dell’impossibile e della proiezione onirica, un profeta del consumismo capace di inattese derive di poesia. Le sue evoluzioni d’idioma, sintesi fra alchimia semantica e metatesi, tra divinazione e raffronto, tracciano traiettorie che confondono provocazioni e riletture, intrecciando cultura alta, kitsch effimero e patinati quotes comics.

Gli excursus di riappropriazione e ridefinizione del passato nel contemporaneo, i cui contorni si ricompongono in ulteriori narrazioni, nel dibattito artistico di oggi sembrano essere un terreno di ispirazione suggestivo: costituiscono un milieu traboccante di evocazioni mitologiche e di avventurose metamorfosi. Jeff Koons, tra i primi, ha rivisitato in particolare la poetica di figure dell’arte lungo secoli di storia. Un itinerario abbracciato già nel 2015, con i trentacinque dipinti a olio di vaste dimensioni della serie Gazing Ball, grandi tele, in cui Koons il prestigiatore inseriva una grossa sfera di vetro blu Mikado, una di quelle palle iridescenti, le gazing balls appunto, rese universalmente popolari dalla predilezione dell’eccentrico ultimo re di Baviera, Ludwig II di Wittelsbach e ora più prosaicamente impiegate quali scintillanti ornamenti di orti e giardini. Sfere magiche e apotropaiche che nel Diciannovesimo secolo erano prodotte in special modo in Pennsylvania, terra di forte immigrazione tedesca e Stato americano del quale è originario Jeff Koons. «Prima di utilizzare l’arte antica come territorio d’ispirazione per la sua opera, Jeff ne è stato prima di tutto collezionista. Il suo rapporto con il lavoro è sempre intimo e autobiografico», fa notare Pepi Marchetti Franchi, director Gagosian Roma.

L’origine è la Gioconda di Leonardo – già dissacrata nella sua portata d’icona e consegnata alle Avanguardie da insigni agit-prop quali Marcel Duchamp e Andy Warhol, due perfetti antesignani del Nostro. Poi, la sensualità opulenta e cinquecentesca di Venere e Marte di Tiziano, El Greco e Rembrandt, la drammatica e teatrale Zattera della Medusa di Gericault, fino alle soffuse e vibratili texture cromatiche impressioniste. Un mosaico speciale e pieno di fragranze e riflessi teoretici, colmo di volatile evocazione e intessuto di ricerca pittorica, scandito da elementi smontati, centrifugati, letti in essenza e poi ricomposti in un apparente pedissequa osservanza che rifugge da ogni approccio d’après, si è sviluppato un progetto di collaborazione tra l’artista statunitense e la Maison Louis Vuitton, incentrato sul tema della borsa, di cui su queste pagine siamo già al secondo capitolo.

Un autentico manifesto koonsiano, una memoria ridisegnata e speculare che si rivela su una Louis Vuitton bag, accanto al charm, a un ciondolo a forma di attonito coniglietto specchiato di un rosso camp, tipica sigla di Koons qui miniaturizzata e al simbolo del brand reinterpretato a modo suo dall’artista. Vi si accavallano sequenze di formazione e ricordi affioranti dall’età infantile e dalla giovinezza, quasi scorrendo le pagine di un tumultuoso e analitico Bildungsroman, in un ventaglio di sensazioni e attrazione, di frissons sensuali e d’interesse e curiosità verso la storia e l’archeologia classica, rivissute come una favolosa fiction. Un Musée Secret portatile e squisitamente personale, anzi soggettivo, che con una nonchalance prettamente pop si dichiara appieno sul supporto di una borsa, surfando tra la settecentesca e morbida carnalità da boudoir rococò di François Boucher, il simbolismo di Paul Gauguin e la natura stupenda ed evanescente dei Gigli d’acqua di Claude Monet. Una carrellata estesa e sfuggente, che accosta l’arcadia ovidiana e classicista del Trionfo di Pan di François Poussin, francese nella Roma barocca e pittore filosofo per eccellenza – unico item, questo, in esclusiva presso la grande boutique parigina di Place Vendôme appena aperta – e la luce diafana e distillata della Roma Antica del romantico britannico Joseph Mallord William Turner.

Edouard Manet è la personalità che Jeff Koons considera di maggiore importanza rispetto al proprio percorso nell’arte. «Il Dejeuner sur l’herbe di Manet» – racconta – «mi ha dato la possibilità di dare senso e pregnanza a quello che da un artista può essere traslato a un altro o ad altri ancora. Il maestro impressionista nel realizzarlo ha guardato a capisaldi del rinascimento, quali il Concerto pastorale di Tiziano Vecellio e all’incisione di Raimondi raffigurante il Giudizio di Paride, basata su un disegno di Raffaello. Sono diventato un essere umano diverso dopo aver visto il lavoro di Edouard Manet».

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

 

Photography
Angela Improt

 

Creative Direction
Alessandro Fornaro

Editor
Carolina Fusi

Digital tech
Jacopo Contarini

Post-production
Davide Cattelan

Special thanks to
Illulian Carpet

The collection on louisvuitton.com

La matita, prima dell’abito

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

La Galleria degli Uffizi, in occasione della novantatreesima edizione di Pitti Immagine Uomo, presenta a Palazzo Pitti, nelle sale dell’Andito degli Angiolini, la mostra Capucci Dionisiaco, curata dallo stesso couturier romano. Questa volta, il lavoro e il segno di Capucci non si manifestano nelle sue magnifiche architetture tessili, nelle forme plastiche, radianti e volumetriche degli abiti-scultura che lo hanno reso noto in tutto il mondo, ma attraverso una sequenza di settantadue opere su carta di grande formato (cm. 70 x 50). Dalla sua sofisticata e iconica idea di femminile, Roberto Capucci sconfina in ambito maschile, lungo il racconto di disegni che rappresentano costumi teatrali dal carattere ambiguo, metamorfico e arcano.

Opere che datano a partire dagli anni Novanta e finora rigorosamente private, come fossero delle creature amate da proteggere, concettualmente ispirate da una messinscena onirica e concepite in un’estrema e svincolata libertà di esprimersi. Una teoria fibrillante di Follie, come Capucci stesso le ha definite, un corpus narrativo che gioca una partita con il fantastico e che risuona d’infiniti echi e suggestioni artistiche. Non a caso Capucci ha prescelto Firenze, per rivelare questa piega inedita del suo sconfinato immaginario.

Qui ha debuttato in passerella poco più che ragazzo nel 1951, con una sfilata ‘a sorpresa’ nell’ambito del First Italian High Fashion Show, organizzato dalla carismatica figura del marchese Giorgini, il vero padre della sorgente moda italiana. Erano gli anni pionieristici e generosi di creatività che diedero il via al fenomeno del Made in Italy, quelli che, visitando gli atelier di haute couture romani, fecero esclamare a Carmel Snow: «Everything is happening here!». Inoltre, come sottolinea ancora il couturier, Firenze vive nel solco di un’imperitura tradizione e densità culturale, dove sempre aperto è il dialogo tra passato, presente e futuro. La mostra rimane aperta fino al prossimo 14 febbraio.

Capucci dionisiaco

09 gennaio 2018 > 14 febbraio 2018

Palazzo Pitti
Piazza de’ Pitti, 1 – Firenze

Martedì > domenica, 08:15 > 18:50

Intero € 13
Ridotto € 6,50

Images courtesy of Press Office
operalaboratori.com 

Al ritmo della seta

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Presso il temporary store di Hermès, al civico 67 di via dei Condotti a Roma, inaugura oggi, 2 dicembre, per rimanere aperta fino al 31 gennaio 2018, una speciale idea di luogo effimero che prende ispirazione da un negozio di dischi. Per Silk Mix il piacere della musica si sovrappone a quello tattile ed estetico della seta, in un playground squisitamente maschile. I carré di seta da uomo siglano infatti le cover dei vinili a trentatrè giri, mentre i pattern ripetuti delle celebri cravatte vanno a impreziosire il fronte delle cassette. Complici di quest’avventura sensoriale composita e inattesa, Véronique Nichanian, direttore artistico del mondo maschile di Hermès, Christophe Goineau, creative director della seta uomo e Thierry Planelle, responsabile dell’ambito musicale e da oltre tre lustri autore delle colonne sonore delle sfilate prêt-à-porter homme Hermès.

Oltre ai dischi, ordinati in scomparti, vi sono appunto carré, di cui alcuni appesi alle pareti e cravatte, in una compenetrazione di esperienze e colori, di suoni, di emozioni e morbidezza serica. In Silk Mix ci si perde in una dimensione sognante. A ogni disco o carré è abbinato un pezzo del soundtrack di una passerella degli ultimi otto anni, a ogni cassetta invece – in corrispondenza con una determinata cravatta dallo stesso disegno, si riferisce un brano del 2017. I numeri la dicono lunga: duecento venticinque modelli e cinquantacinque motivi per i carré, centoventicinque modelli e venticinque motivi per quanto riguarda le cravatte.I temi, come da copione chez Hermès, sono numerosi ed evocativi, per dare vita a un racconto affidato alla seta che attraversa citazioni musicali, vibrazioni cromatiche astratte, purismo e décor, approccio grafico e libertà di segno. Poi ecco gli sport, in particolare quelli equestri e il gioco trattato in varie declinazioni, la letteratura e il respiro della natura e dell’arte, da associare secondo l’estro del momento al proprio gusto e temperamento, a un incontro e all’umore del giorno.

Lo studio di architettura Park associati ha trasformato i centoventi mq dello spazio Hermès di via Condotti in un ambiente dedicato all’ascolto, con pareti rivestite di gomma a simulare una sala di registrazione, strutture metalliche e riquadri luminosi al neon. Dopo l’esordio a Madrid e a Roma, Silk Mix farà tappa a Seoul e in altri luoghi lungo un tour intorno al globo.

Silk Mix

2 dicembre 2017 > 31 gennaio 2018

Hermès Pop Up Store
Via Condotti, 67 – Roma

Tutti i giorni, 10:30 > 19:00

Images courtesy of Press Office
hermes.com – @hermes

Il NYX Milan, l’hotel della street art

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Il suo nome si riferisce alla divinità ellenica della notte, il NYX Milan è un albergo inatteso e innovativo nel suo concept, nato in piazza IV Novembre da meno di un anno. Un hotel che offre svariate esperienze secondo un approccio diverso ed emozionale, contemporaneo e coinvolgente. Trecento camere su dodici piani di un edificio razionalista, noto come ex-palazzo Philips, al centro di una zona del capoluogo lombardo oggi investita da un forte vento di trasformazione. Dalle finestre dei diversi livelli diventa tangibile la metamorfosi continua che caratterizza Milano, si abbracciano gli edifici sempre più alti che ne disegnano lo skyline e che incastonano la vicina mole architettonica primo Novecento della stazione centrale.

NYX fa parte del Gruppo Fattal e costituisce la prima di una serie di nuove realtà alberghiere, dieci per l’esattezza, che verranno inaugurate nelle principali città italiane nei prossimi tre anni. Balza agli occhi la connotazione urban arsty, matrice che tramuta la struttura interna in una sorta di galleria diffusa affidata a street artist che hanno fatto la storia del writing internazionale. Peeta, Joys, Jair Martinez, Yama 11, tra gli altri, hanno lavorato site specific sull’arco di tre mesi in un incessante parabola di aggiornamento. Segni ed espressioni vibranti di contemporaneità che, fin dall’ingresso, diventano preponderanti, così come accade nel patio outdoor dominato dai murales di ventotto metri di altezza realizzati da Vesod, nelle colonne con i quarantacinque gradi di Joys e per la parete affrescata da Peeta e Yama 11.

La proposta di ospitalità NYX è lontana da cliché consolidati. Dai tour guidati, per scoprire le forme di urban art di una Milano quasi insospettabile, al tatuatore on demand. Da trucco, parrucchiere ed estetista in camera, fino alla ricerca di cucina del Clash restaurant, imperniata su uno street food miscelato a inserti vegani e vegetariani. Nei mesi a venire quest’ attitude metropolitana e giovane di NYX, verrà arricchita da ulteriori escursioni nell’attualità, con il cinema e lo yoga sul rooftop e un fuoco d’artificio di mostre ed eventi dedicato a linguaggi e sperimentazioni espressive del terzo millennio.

NYX Milan

Piazza Quattro Novembre, 3 – Milano

02 2217 5500

Images courtesy of NYX Hotel
nyx-hotels.it/milan – @nyxmilan

The bond of Fendi and Bernini

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Una mostra dedicata al genio poliedrico di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), in occasione dei vent’anni dalla riapertura della Galleria Borghese. Con Fendi come partner istituzionale. Ideata da Andrea Bacchi e Anna Coliva, direttrice dell’istituzione museale romana, con la collaborazione di un pool di studiosi e specialisti dell’opera del grande artista e della stagione del barocco a Roma, l’esposizione è imperniata intorno al fulcro della scultura di Bernini, figura che attraversa diversi campi creativi, spaziando dall’architettura, alla pittura e al teatro, come metteur en scène e drammaturgo. I prestiti prestigiosi, provenienti da musei e raccolte private di tutto il mondo, intorno al glorioso corpus berniniano, fanno della mostra un appuntamento sia per gli iniziati che per un pubblico più vasto. Drammatico è l’impatto del percorso attraverso le sale della palazzina che conteneva i tesori del cardinale Scipione Borghese, primo committente del Bernini, colui che lo volle autore di gruppi marmorei autonomi per ‘dare figura di immaginazione’ ad ogni stanza. L’itinerario espressivo berniniano si rivela a partire dalle prime opere eseguite con il padre Pietro fino al 1617, quando il giovanissimo Gian Lorenzo impone la sua caratura personale. Il marmo è il leitmotiv, toccando anche altri ambiti materici e mediatici, come la pittura, i bozzetti in terracotta, il disegno, i restauri sulla statuaria archeologica che tratteggia un ritratto a tutto tondo del grande artista e che giganteggia sull’Urbe durante il regno di diversi pontefici. Si aprono squarci europei con il bozzetto e la maquette in terracotta del monumento del sovrano francese Luigi XIV, mentre un caso a sé è rappresentato dalla Santa Bibiana, commissionata a Bernini da Urbano VIII Barberini nel 1624 a coronamento dei lavori intrapresi nell’antica chiesa sull’Esquilino, sottoposta a un accurato restauro a cantiere aperto presso l’atrio della Galleria e restituita alla sua piena integrità conservativa e valenza estetica. La mostra su Bernini testimonia il rafforzarsi del rapporto tra Fendi e la città di Roma, annunciando la partnership triennale con la Galleria Borghese. Un progetto ambizioso che prevede la costituzione del centro di ricerca Caravaggio Research Institute, presieduto da Anna Coliva, promosso e divulgato attraverso un programma espositivo internazionale sull’artista maudit, da Los Angeles all’Estremo Oriente e il sostegno da parte di Fendi sull’arco di tre anni consecutivi a tutti gli appuntamenti espositivi di Galleria Borghese.

BERNINI

Galleria Borghese
Piazzale Scipione Borghese, 5 – Roma

1 novembre 2017 > 4 febbraio 2018

Martedì > Domenica, 9.00 > 19.00

Images courtesy of Press Office
fendi.com – @Fendi

Fendi Studios

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Pietro Beccari, CEO, parla della bellezza, prima ancor della cultura, quale ragione prima per le mostre e per i grandi restauri del patrimonio dell’Urbe intrapresi dalla Maison negli ultimi anni.L’ultimo capitolo nasce dal legame del brand romano con il grande schermo, il tema di Fendi Studios, esposizione che apre oggi durante la Festa del Cinema di Roma presso il Palazzo della Civiltà Italiana, chiuderà il 25 marzo 2018.

Il concetto di interattivo: più che essere spettatore, chi visita la mostra ne diviene protagonista, immergendosi in un percorso multi-sensoriale che si rivela intorno a costumi, pellicce e accessori realizzati da Fendi per il cinema.

Al volante di una spider, dietro a voi si avvicendano scenari metropolitani nel primo ‘Studio’, dal titolo Easy Riders. Potrete entrare in slow-motion all’interno di un edificio newyorkese, apparire in scena come Madonna in Evita o Edward Norton e Tilda Swinton in Grand Budapest Hotel o compagnare Michelle Pfeiffer de L’Età dell’Innocenza di Martin Scorsese. Il vostro volto, in The Palazzo of Desires, è riprodotto in un modello in scala del Palazzo della Civiltà italiana. In FENDI’s Adventure in Tenenbaum Land, si passa attraverso un corridoio di specchi, in fondo al quale si finisce in una scena del film I Tenenbaum con Gwyneth Paltrow. Il suo visone anni Ottanta è lì a due passi, proprio come il mantello indossato da Catherine Deneuve in Princesse Marie, la pelliccia bianca a inserti metallici dorati di Sharon Stone in Basic Instinct o quella intarsiata e multicolore che Meryl Streep sbatte con violenza sul tavolo del suo ufficio in Il Diavolo veste Prada. In una sala di proiezione di sessantaquattro posti con poltrone di velluto rosso tutte queste pellicole sono di cartone.

L’opening ieri sera 26 ottobre. Una cena che segna anche l’apertura del Festa del Cinema a Roma. Attrici, registi e politici, il mondo di Roma trova ancora lustro, l’EUR di Fendi fa le veci di Cinecittà – tra tutti si faceva notare per grazia a capacità di ironia, tacchi bassi e fur ultra colored, occhiali dalla montatura scura, la principessa Martine Orsini.

Fendi Studios

27 ottobre 2017 > 25 marzo 2018

Palazzo della Civiltà Italiana
Quadrato della Concordia, 5 – Roma

Tutti i giorni, 10:00 > 20:00, ingresso libero
Proiezioni giornaliere alle 21:00 su prenotazione

Images courtesy of Press Office
fendi.com – @Fendi

Back to Italy

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

La scenografia inquadra un vasto corpus di dipinti, oggetti, sculture, abiti, scarpe e accessori, mobili, documenti, fotografie d’epoca e apparati video storici e contemporanei. Si riferisce all’epopea dorata delle grandi navi passeggere tra le due guerre mondiali. Ne è autore Maurizio Balò, in collaborazione con Andrea De Micheli. Il filo conduttore dell’esposizione è quello del ritorno in Italia dagli USA del giovane Salvatore Ferragamo, nel 1927, a bordo del Roma, transatlantico gioiello della Navigazione Generale Italiana. Dalla Campania in cui aveva visto la luce, a Bonito, in Irpinia, Salvatore era partito da emigrante appena diciassettenne su un piroscafo in terza classe. Non soltanto armato di coraggio e di speranze, ma già in pieno possesso di maestria di calzolaio.

Il Paese in cui Ferragamo rientra, forte della sua affermazione a Hollywood, allora sembrava stabile, più unito e proiettato verso il nuovo. Va sottolineato che il debutto del governo fascista era stato ben accolto in America. Ferragamo quindi decide di installarsi a Firenze, città che considera come un autentico simbolo di cultura, e di intrecciare la sua esperienza americana con la sapienza ancestrale degli artigiani toscani. Una dinamica che si sviluppa attorno a quel concetto di unità delle arti, urbanistica, architettura, tecnologia e artigianato, cui si collegava il recupero del mestiere e della tradizione della bottega rinascimentale quale ideale esempio di sincretismo. La figura dell’artista artiere riveste «un ruolo etico e politico di spirito guida dei tempi nuovi», come osserva Stefania Ricci nell’introduzione al catalogo. Sono anni, quelli tra i Venti e la metà dei Trenta, nei quali le arti applicate vivono una stagione fervida e di ricerca a tutto tondo. Nel 1922, a Monza, era stata varata l’Università delle Arti, mentre, dal 1923 al 1930, nella Villa Reale, hanno luogo le celebri mostre biennali che in seguito confluiscono nelle Triennali di Milano. Questo febbrile fermento, questa progettualità creativa poliforme e il profumo salmastro delle lunghe traversate tra USA ed Europa sul finire dell’età del jazz e prima della terribile crisi economica del 1929, lungo la linea narrativa della mostra si rivelano nel solco della rivoluzionaria visione estetica e produttiva di Salvatore Ferragamo.

La Firenze di quell’epoca, in trasformazione e come sospesa tra recupero del passato e tradizione, tra aggiornato modernismo e slancio architettonico razionalista, non rimane inerte. Lo comprova il dipinto di John Baldwin che raffigura la neonata stazione ferroviaria di Santa Maria Novella. Di rilievo sono l’istituzione dell’EAT (Ente Attività Toscane) e le Fiere d’arte del 1923 e 1924, ma soprattutto l’Istituto d’Arte di Porta Romana, fucina creativa di enorme importanza a livello nazionale, qui testimoniato dai gessi di Bruno Innocenti e Antonio Berti. Nella prima parte del percorso della mostra vi sono elementi della decorazione, affiches e brochures pubblicitarie della motonave Roma. Filmati, ritagli di giornale e documenti di espatrio del giovane Salvatore, oltre a una rassegna stampa che ne racconta i trionfi americani e il rapporto con le star quali Mary Pickford, Douglas Fairbanks e Dolores del Rio. Non a caso, in America era famoso come il ‘calzolaio delle stelle’. Ecco alcuni storici modelli di sue calzature, come la Francesina del 1929, che abbina la tomaia in capretto bluette al décor asimmetrico in lucertola; il sandalo Due Pezzi del 1930, in raso ricamato merletto di Tavarnelle o la décolleté Labirinto (1927-30) in capretto ricamato in filo di seta grigio perla a punto catenella. Creazioni di moda cariche di ispirazione e catalizzatori di suggestioni e semantiche artistiche identitarie contemporanee.

Un’avventura fatta di riappropriazione di linfe culturali, immaginarie ed emotive, il cui fil rouge s’impernia sul viaggio di ritorno in Italia di Salvatore Ferragamo. La carrellata prosegue incalzante. Si succedono gli arredi lignei, le terrecotte e le ceramiche di Duilio Cambellotti. I progetti di vetrate del veneziano Carlo Scarpa per il negozio fiorentino di Cappellin e le tarsie di stoffe colorate del futurista Fortunato Depero. I vetri incisi di Balsamo Stella per S.A.L.I.R.  Gli arazzi in seta di Vittorio Zecchin, seguace a Venezia del verbum neo-bizantino e secessionista viennese di Klimt. Una serie di splendidi costumi regionali contrasta con toilette e lingerie femminili. Una costellazione di foto delle protagoniste di quel tempo dialoga con i tessuti della Manifattura Lisio. Le maioliche di Dazzi e Tempestini per la Manifattura Cantagalli. Le urne e i piatti ceramici di Gio Ponti per Richard Ginori spiccano vicino a tele di Pippo Rizzo, di Giacomo Balla, di Giovanni Colaticci e Primo Conti. Gli scorci marini di Moses Levy e Mario Broglio. Il ritratto, raffinato, di Alma Fidora, Calma Argentea, di Domenico Guerello. Nell’esposizione affiora il tema della casa, a sfondo del dibattito sulla concezione organica dell’architettura, delineato dalla video-installazione dell’ultima sala con la riproposizione dei tre moduli progettati in quegli anni: la Casa d’Artista di Balla e Depero, la Casa Neoclassica di Gio Ponti e la Casa Razionale di Terragni e del Gruppo 7 che si incarna nella Casa Elettrica presentata a Monza nel 1930. Infine, un’ulteriore tessera di questo mosaico di riferimenti legati all’ambito di Firenze e ai suoi imprestiti internazionali durante i due conflitti mondiali, sono le variegate personalità artistiche dei due fratelli Ernesto e Ruggero Alberto Michahelles, alias Thayaht. Assai nota la sua collaborazione con Madeleine Vionnet e Ram, figure libere e sperimentali, a cavallo di linguaggi e concezioni stilistiche avanzate.

1927 Il ritorno in Italia

19 maggio 2017 – 2 maggio 2018

Museo Salvatore Ferragamo, Palazzo Spini Feroni
Piazza Santa Trinità 5 – Firenze

Tutti i giorni, 10 – 19:30

From The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

Charlie Siem, the magic violinist

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

«Astrazione. Per me la musica è tempo e suono. È stata ed è il mio canale privilegiato, la mia essenza. La qualità del violino è come quella della voce umana. Perfetta, ideale per esprimere sentimenti, differenti temperature emotive». Charlie Siem è un ragazzo d’oro londinese di trentuno anni basato nel Principato di Monaco, che, specie nell’ultimo decennio, si è imposto come uno dei violinisti classici più celebri al mondo. Ha suonato senza alcun timore con i Who e Miley Cyrus. Superstar fin dal 2001, dotato di carisma da vendere, magnifico comunicatore. La sofferenza, il dolore e la catarsi, se ci sono – e di certo è così – li sa nascondere dietro l’ombra di un sorriso e di uno smagliante uso di mondo very british. Charlie è diretto e affabile, ma s’intuisce la sua complessità interiore e magari un filo di malinconia, da puro Capricorno qual è. Su di lui, oggi, riflettori più che mai puntati, sfatando in toto il cliché del musicista dannato, tormentato e consunto dalla propria arte e dal genio che lo abita.

La musica e il violino – il suo è un prezioso Guarnieri del Gesù detto d’Egville del 1735, in precedenza appartenuto al grande Yehudi Menuhin, non si stanca mai di ripetere, sono il perno della sua intera esistenza. Costituiscono il suo massimo divertimento. «Poi c’è l’ambizione, che talvolta vince addirittura sul talento e la disciplina – ce l’hai o non ce l’hai. Anch’essa è un elemento innato e fondamentale. Così come una salutare e severa autocritica. Senza esagerare». Questo divertirsi, il fun, è un concetto che Charlie Siem, alle spalle scuole d’eccellenza come Eton e il Girton College a Cambridge, ribadisce continuamente. «Se così non fosse, se suonare questo strumento non mi divertisse e non mi appartenesse più – aggiunge perentorio – metterei subito e senza alcun rimpianto la parola fine alla mia carriera. Non potrei seguitare a dialogare con me stesso, né rivolgermi agli altri, al pubblico che mi sostiene, senza dare verità, senza tentare di esprimermi al massimo, quantomeno secondo una gradazione sperimentale e metamorfica. L’imperativo è di perseguire quel quid necessario che fa la differenza e che supera e infrange il consueto. Un itinerario work in progress che non finisce mai. La musica per me, fin dall’infanzia non voleva dire abbracciare una professione, ma semplicemente poter suonare il concerto per violino di Beethoven».

Decisamente bello, talentuoso, giovane e sportivo, Charlie inoltre è corteggiato dall’universo della moda, cui ha prestato il proprio volto per alcune campagne pubblicitarie, segnatamente per Burberry, Dunhill e Hugo Boss, per il profumo di Armani Eau de Nuit nel 2013, immagini scattate da Inez e Vinoodh, per Dior, fotografato dall’amico Karl Lagerfeld – «un raffinato conoscitore specie del repertorio tedesco, sua madre suonava abilmente il violino a livello amatoriale». È apparso nel film di Bruce Weber per Dior Homme Can I Make the Music Fly. La moda, è evidente, a Charlie Siem piace, lo interessa e lo diverte. Gentleman look impeccabile, di rado con qualche grammatura di stravaganza dandysh. Non è raro vederlo, in compagnia dell’altrettanto avvenente e solare sorella Loulou, scultrice. All’ultima tornata parigina di couture del luglio scorso sedeva in prima fila agli show di Chanel, di Giambattista Valli o di Armani Privé – qui cercato dai fotografi quasi quanto l’iconica ultima diva Sophia Loren, accanto a lui al Palais de Chaillot.

Un’aria scanzonata e insieme compunta. Tratti aristocratici, regolari e disegnati. Occhi interrogativi, dal colore luminoso e indefinibile, affabile, simpatico e misurato ma pieno di humour. Non spreca mai parole, esprime concetti pregnanti, precisi e affilati come un’antica lama di Toledo. Viaggia su una rombante Porsche arancio, o meglio rosso lampadina, acquistata per soddisfare un irresistibile colpo di testa poco più di un anno fa. Un vezzo questo, che lo accumuna al sulfureo charme di Herbert von Karajan, indimenticabile direttore d’orchestra austriaco malato di velocità sia in campo automobilistico che nautico e aereo. Siem gira il globo come una trottola per far fronte a una popolarità crescente, specie in Paesi lontani e di diversa cultura. La sua preparazione fisica richiede regolari sessioni in palestra. «La pratica del violino, conferma, ti sbilancia, va a carico di una sola parte del corpo, investito da una dinamica in torsione originata da sinistra, quindi nasce forte l’esigenza di recuperare armonia ed equilibrio e di lavorare sulla postura».

«A fine giornata, per dirmi sul serio soddisfatto, devo avere raggiunto un risultato nuovo. Un qualcosa, un riflesso che non mi aspettavo di trovare. La sfida consiste nel tirare fuori dal testo musicale, che tanti prima di te hanno studiato, amato, combattuto, analizzato ed eseguito, una fragranza inattesa. Un chiaroscuro o un’angolazione inedita e piena di un ulteriore significato. Devi riuscire ad aprire una tua strada personale, indipendente, solo tua, per maneggiare staccato, vibrato, interruzione multipla e controllo dell’arco. Suonare il violino, ben oltre la tecnica anche più eccelsa, è un fatto individuale, in cui non puoi non superarti e superare certi snodi, certi riferimenti assodati. Nessun altro può riuscire a spiegarti in quale maniera reagirà il tuo corpo o risponderanno le tua mani. E non puoi più esimerti dal prendere rischi e di sbagliare, se occorre».

Sulla vita privata, l’ineffabile Charlie, adorato dal pubblico femminile – per quella sua aria concentrata e romantica insieme, senza contare il potere d’attrazione del suono lieve, accorato, spirituale e struggente di un violino, tiene la bocca ben chiusa, se la ride e non si lascia sfuggire un solo commento rispetto ai tanti flirt anche illustri che gli sono stati attribuiti. Cresciuto in una famiglia cosmopolita e di vaste possibilità economiche, è nato a Londra il 14 gennaio 1986, padre norvegese, il businessman Kristian Siem e madre di origine sudafricana, Karen Ann Moross. Già all’età di tre anni, come una specie di piccolo Mozart, lascia intravedere il suo naturale trasporto verso la musica. Tra gli otto e i nove anni inizia il suo vero training, una pratica dura e quotidiana di almeno quattro ore al giorno, sotto la guida di maestri virtuosi, quali Itzhak Rashkovsky al Royal College of Music o il celebre Shlomo Mintz, e presso scuole e seminari di alto livello in ogni parte del mondo. Appena quindicenne, parte da solo per Rio de Janeiro per esibirsi con un’orchestra, mentre tre anni dopo riceve il suo battesimo in palcoscenico a Londra con la Royal Philarmonic. Rashkovsky e Mintz, suoi docenti, diventati mentori e amici. «Da bambino, c’era in me come un senso, un moto dell’anima che dovevo esprimere. Un’attitude, un’urgenza che ti viene da dentro, una dote naturale. Poi, è vero, esistono la ritualità dell’apprendimento e l’affinamento progressivo della tecnica, un mezzo di cui ti devi impadronire alla perfezione, oltre al necessario allenamento fisico. Sembrerà strano ma nella nostra storia familiare anche remota non esisteva alcun precedente, a parte la lontana ascendenza del violinista e compositore norvegese Ole Bull. Né si può dire vi fosse una particolare predisposizione alla cultura musicale. Da noi, in famiglia, c’erano avvocati, uomini di legge e d’affari. Io sono un musicista e le mie tre sorelle, con le quali, e in un modo singolare e personale con ognuna di loro, ho un rapporto profondo e di enorme scambio e affetto, sono tutte variamente legate al mondo dell’arte o della musica».

Firenze è la città dove ha deciso di vivere. Lo incontro in quello che forse è il giorno più torrido dell’anno. È appena arrivato da Cap Ferrat, dove è andato a visitare la sua famiglia, che risiede principalmente in Costa Azzurra. S’intuisce che il suo pensiero, la tensione mentale e la concentrazione spesso lo portano altrove. «Sto preparando il Concerto Numero 1 per violino e orchestra in sol minore Opera 26 del tedesco Max Bruch. Lo eseguirò in pubblico a Harbin (Manciuria, Cina nord-orientale), per la prima volta il 10 agosto prossimo, con Zubin Mehta come direttore e la Israel Philarmonic Orchestra, un organico con cui da molto tempo sognavo di collaborare. Un lavoro di scavo e di ermeneutica su un pezzo dalle infinite sfumature e segreti, pervaso da un romanticismo lirico che termina su uno spericolato accelerando. Vanta una storia controversa: debuttò nel 1866, fu revisionato e redatto nella forma in cui è universalmente conosciuto per il violinista József Joachim con esordio a Brema il 5 gennaio 1868. A Harbin, una metropoli di quasi dieci milioni di abitanti, l’attenzione per la cultura musicale è alta. Forse non sarà una platea sofisticata come lo sono altre in Europa e America, ma il livello di conoscenza e l’entusiasmo di un pubblico ampio e variegato, stanno via via crescendo costantemente. La tournée estiva cinese peraltro inizia a Nanjing the giorni prima. Presso la University of the Arts di Nanjing e il Leeds College of Music dove sono visiting professor».

Charlie ha deciso di coronare un suo vecchio desiderio e di trascorrere lunghi periodi in Italia, più segnatamente a Firenze. «Come per tanti ragazzi di educazione inglese, l’Italia è una meta del cuore, un luogo, una specie di sogno forse più vagheggiato che reale. È il Paese del Rinascimento, del divino Claudio Monteverdi». Memorabile una performance di Siem al London Science Museum di Londra per un evento intitolato Beyond the Stars, del monteverdiano Pur ti miro, Pur ti Godo dall’Incoronazione di Poppea, in occasione del quattrocentocinquantesimo anniversario dalla nascita del compositore cremonese, di Paganini e di Rossini, del bel canto, della Camerata de’ Bardi che, proprio nella città dei Medici ha inventato il genere operistico in età barocca. «L’Italia è una sublime cultura del cibo e la radiazione inestinguibile, sensuale e fascinosa della Dolce Vita. Da piccolo sono stato a lungo a Spoleto durante le mie vacanze estive, ospite del fotografo Derry Moore che ci viveva. Volevo recuperare quella gioia di vivere, quella sprezzatura e quella libertà bohémien vagamente eversiva che ricordavo con vera gioia. Penso che l’Italia mi aiuterà a scoprire me stesso, a rompere degli schemi, a liberarmi e a rendermi indipendente da tante costruzioni e sovrastrutture ormai forse inutili o non più necessarie nel mio percorso esistenziale e di musicista».

The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

Capri c’est pas fini

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

«Capri c’est fini» – cantava anni orsono Hervé Vilard. Uno struggente tormentone estivo 1965 che sembra rispecchiarsi in un altro classico riferimento letterario, quello di Capri e non più Capri di Raffaele La Capria. Eppure, alla faccia di tutti, Capri davvero non muore mai.  Ogni anno, la leggenda dell’Isola delle Sirene cresce di più, a dispetto delle ciabattanti e fastidiose masse turistiche giornaliere eruttate senza posa da colossali navi da crociera nel porto di Napoli e di un glamour e show-off strombazzato ormai piuttosto sopra le righe. Ogni mega-yacht del mondo, qui ci deve fare almeno una sosta, non ultimo il gigantesco Rising Sun, 138 metri di lunghezza, proprietà di David Geffen, alla fonda vicino ai Faraglioni solo pochi giorni fa. Difficile competere con un’escalation di notorietà, di lusso e di eccessi vari, di mance faraoniche e di flagship store al posto di vecchi bar e gelaterie, che pare inarrestabile e inevitabile. Molti nostalgici habitué lamentano la perdita dello charme d’antan, dell’anima profonda e ancestrale e dei ritmi antichi e avvolgenti di questo mitico scoglio.

È vero, verissimo che a Capri non si sono mai viste tante guardie del corpo come durante la recente visita della coppia del momento, ‘Ferragni-Fedez’, assediati da ragazzini urlanti, che si sono assiepati come un coro da tragedia greca per almeno un paio d’ore fuori dal Restaurant Aurora, dove i due stavano gustando la celebre e brevettata ‘Pizza all’acqua’, prediletta da schiere di VIP internazionali. Proprio lo stesso luogo, per inciso, dove qualche anno fa, Al Gore e Steven Spielberg, in short e flip flop, mangiando, conversavano amabilmente, seduti a un tavolino esterno, senza alcun bisogno di bodyguard o simili. Mona Bismarck e Jacqueline Kennedy Onassis o Maria Callas, si godevano quella forzata normalizzazione democratica che è parte del sogno caprese, passeggiando e facendo shopping come comuni mortali per le vie e viuzze isolane nei classici sandali locali flat o in espadrilles. Ben lontane dall’issare se stesse su zeppe da Kabuki o tacco venti di quelli che la sera inalberano certe fashioniste de noantri, orgogliosamente caracollanti per il teatrino della Piazzetta, dove se ne vedono d’ogni colore e look. Chiaramente o deliberatamente ignare dell’insidioso impiantito stradale e delle pendenze anche pronunciate che caratterizzano il centro caprese.

Ok i tempi sono cambiati. Ma Capri, e chissenefrega di matrimoni-monster cafonal-promozionali e di para-presenzialismo modaiolo, custodisce gelosa il suo spirito più autentico e profondo. Un humour corrosivo e uno snobismo che miscela sanguigna verve paesana e la sofisticazione estrema di chi per secoli ha visto passare ogni cosa. Basta uscire dal solito circuito turistico, perdendosi tra gli orti rigogliosi prima di Villa Jovis, rifugiandosi nel panorama mozzafiato di Villa Lysis e delle sue chiaroscurali memorie ‘d’amore e dolore’. A Capri esiste tuttora la biblioteca di Maksim Gor’ckij, che vi trascorse un lunghissimo periodo, si avverte prepotente il retaggio culturale dei Cerio e alligna l’eredità di charme aristocratico di figure quali Pupetto Sirignano, celata, quest’ultima, in un sublime e inaccessibile giardino murato da fiaba. E se Peppino (di Capri), talvolta accade, accompagnandosi al piano, all’improvviso vi intona Luna Caprese come lui solo sa fare, la magia, potete crederci ritorna a manifestarsi integra e più viva che mai.

Image from Google

Just (and almost) married

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Proprio un anno di matrimoni, questo 2017 arrivato al fatidico giro di boa di Ferragosto. Di ‘matrimonioni’ soprattutto, di quelli attesi, coinvolgenti e a puntate come fiction, che ingenerano sindromi da esclusione proustiana, che provocano una mitragliata di nervose chiamate telefoniche e una generale isteria da presenzialismo.

Due esempi per tutti, il recente four-days-wedding di Lucilla Bonaccorsi di Reburdone con Filippo Richeri in val di Noto, Sicilia, e quello che sarà celebrato alla metà di settembre, a Genova, tra Matteo Marenghi Vaselli e Margherita Puri Negri. Le nozze sicule, precedute da una quasi messianica trepidazione in tutta Italia, hanno brillato grazie a una sposa che difficilmente poteva essere più bella e romantica, in una specie di sogno neo-ottocentesco di dentelle bianco corredato da velo ancestrale, ordito dall’infaticabile e demiurgica madre di lei, Luisa Beccaria.

La cifra stilistica di Luisa Beccaria, strati di tulle pastello e ricami o pattern fioriti, siglava quasi tutte le signore presenti, trasformando di fatto la cerimonia e il ballo black tie tenutosi nella serata del giorno successivo – deflagrati come una bomba nei social media, in un massiccio spot della maison di moda familiare. Arduo immaginare una scenografia così sofisticata e perfetta e una tanto sentita partecipazione amicale. Complice, come sempre, l’irripetibile cornice dell’avita tenuta di Castelluccio, incastonata in un paesaggio fiabesco e restaurata con amore e filologico rispetto da Lucio e Luisa Bonaccorsi. Il caldo atroce e improvviso, tenendosi il mariage all’una di pomeriggio di un torrido giorno di metà giugno nel cuore della Trinacria gattopardesca – ve lo ricordate il tormentato viaggio dei Salina a Donnafugata, di letteraria memoria? Immerso in una cappa africana e trapassato dal solleone, ha però creato non pochi disguidi e nervosismi, specie agli sventurati in morning suit, accresciuti dalla dilatata tempistica della tabella di marcia. Era un mosaico di eleganze contemporanee, di tappeti di petali di rosa damascena e di aristocratico chic d’antan, dove spiccava anche qualche presenza bizzarra – quali un personaggio mediatico in smoking avorio e straordinario bow-tie in piume di poiana – di giorno? E un ineffabile tight blu elettrico da domatore da circo vetero-bolscevico. Inalberato, come fiera bandiera di gusto, da un piacente giovanotto milanese. Che dire? Forse si tratta di incongruenze che ancor più hanno fatto risaltare l’atmosfera onirica di questa esemplare kermesse matrimoniale.

Quanto alle prossime nozze settembrine, già sdoganate da un grande cocktail dalla precisione elvetica e dalle suggestioni mediterranee, dato a Roma a Palazzo Ruspoli, dimora del nonno dello sposo, dalla madre Patrizia Memmo Ruspoli, se ne parla tantissimo sotto gli ombrelloni capalbiesi e in altri patinati resort. Si vocifera che, secondo lo stile anglofilo e molto genovese di Casa Puri Negri, la consegna sia verso una raffinata e sobria semplicità. Ma intanto, pare che l’abito dell’adorabile sposa, che porta una firma illustre e perfino araldica, avrà un lungo strascico e che addirittura, per il cocktail che precede il W-Day verrà riaperta per l’occasione una residenza privata cinquecentesca di via Garibaldi da un cugino dal lato materno. Sobrietà sì, dunque, ma con giudizio.

Image courtesy of the author

Cover illustration by Davide Bonazzi – @davidebonazzi24

Haute Couture Fall Winter 2017-18

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Si è appena conclusa la settimana dell’haute couture parigina con tutto il suo carico simbolico e di prestigio. Chanel ha narrato un plot avvincente fatto di tweed e gonne in gazar, solcate da pieghe scultoree costruite mirabilmente. Volumi ampi e applicazioni di piume intrise nelle textures tessili. Gonne longuette e mini-abiti finestrati disegnati sul corpo per sofisticate jeune filles. La sera procede per astrazioni e riflessi lunari. Karl Lagerfeld proprio non invecchia mai. Un’evocazione di temi squisitamente Chanel. E di Parigi, la sua. Incarnata dalla Tour Eiffel che dominava la nave colossale del Grand Palais, perdendosi in un cielo filato di nubi chiaroscurali. E Parigi, tramite il sindaco Anne Hidalgo, ha ricambiato la dichiarazione d’amore di Kaiser Karl con il conferimento, commovente davvero, della Médaille Grand Vermeil de la Ville de Paris, la massima onorificenza cittadina, alla fine del défilé.

Dior affascina per coerenza e complessità. Maria Grazia Chiuri, direttore artistico della maison, impagina un viaggio alla scoperta del mondo. Dell’heritage Dior e di se stessa. Un ritorno alle origini che si nutre di tessuti maschili in chiaroscuro, di chiffon tortora e tulle impressionista. Di sete rosa cenere e di velluti dai colori profondi e notturni. Fiori e tarocchi a ricamo che si rispecchiano nella volta celeste e nella terra immaginate da Pietro Ruffo. Quanto sia brillante questo itinerario di Maria Grazia Chiuri, lo si comprende ancor più visitando la splendida e complessa mostra ‘Dior couturier du rêve’ – al Musée Les Arts Décoratifs, fino al 7 gennaio 2018, celebra i 70 anni dalla fondazione della maison.

Valentino, per Pierpaolo Piccioli, si trasfigura nel valore più astratto e concettuale dell’haute couture: il non visibile. Liturgie ieratiche, linearità monacale, bianco e nero domenicano, casule, cappe, cappucci e piviali. Poi intarsi, taffetà rosa mistico, mussolina incenso e chiffon nero. Ornati romanici da medioevo iberico, medaglioni araldici in lana cerata e ricami sovrapposti. Esplode d’un tratto una pulsazione barocca e classicista ‘Grand Siècle’ – sarebbe piaciuta alla Montpensier durante la Fronda, e anche a Madame de Montespan a Versailles – in un fluttuare di organza volantée di un cremisi sacrale e sensuale. Rossy de Palma ruota come un derviscio nell’atrio marmoreo dell’Hôtel Salomon de Rothschild, mentre Marisa Berenson e Rosario Nadal, Daphne Guinness e Sofia Coppola conversano amabilmente nel Salon IV.

Armani Privé, al Palais de Chaillot, combina geometrie e vertigine decorativa colorista. Un rigo musicale si apre sul ‘Liebestodt’ del Tristano e Isotta di Richard Wagner, eseguito al piano nella versione di Liszt. Sotto l’occhio attento di Sophia Loren e Naomi Watts, incedono lente le incuranti modelle del violinista star britannico Charlie Siem e di Isabelle Huppert.

Fendi Haute Fourrure è un miracolo di maestria in continuo superamento. Pellicce non pellicce, di una duttilità quasi aerea. Il ‘Prélude à l’après-midi d’un faune ’ di Claude Debussy su fondale simbolista e fiorito in penombra. Trame di geometrie, arcobaleni cromatici, accrochage floreali, pointillisme e loriche microscopici. Intrecci, ricami, sottrazioni, tricot a rete, broderies e intagli. Alla fine Karl Lagerfeld, peraltro in forma smagliante, è costretto da una standing ovation, mentre la sala entusiasta scandisce il suo nome, a ripresentarsi ben tre volte sul palco del Théâtre des Champs Elysées. Il CEO Pietro Beccari sorride accanto alla moglie Elisabetta e Bernard Arnault. Non si è mai visto tanto affabile e ben disposto a rilasciare dichiarazioni e interviste. Un vero successo.

June is for men

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Giugno è il mese ‘dell’uomo’ per il popolo della moda. Il grand tour maschile inizia con Pitti, a Firenze, quest’anno flagellato da un caldo tropicale. Tante le highlights della manifestazione fiorentina, costellata di eventi e cocktail. La cena di Brunello Cucinelli, ai piedi di Fiesole a Villa Palmieri, tra siepi di bosso, piante secolari, statue e fontane. Cucinelli che ha proposto pantaloni morbidi e sportivi, giacche avvitate e sartoriali. Cena con vista anche da Canada Goose, sulla terrazza del Museo dell’Opera del Duomo. Fra un trionfo di limoni e la cupola del Brunelleschi, giusto lì.

Milano risponde a tono. In un brevissimo volgere di giorni. Moncler Gamme Rouge mette in scena una liturgia wasp, unisce matrice sportiva e tayloring con Thom Browne, sulla colonna sonora delle vivaldiane ‘Quattro stagioni’. In risalto coat neri. Di quel nero che disegna i contorni. Giorgio Armani guarda alla sua poetica classica, con riferimenti che vanno dagli anni Trenta ai Cinquanta. E con nuova energia. Inattesa la palette: il rosa ciclamino è mescolato al verde distillato. Prada ha pavesato il suo spazio di macro comics. Una passerella nata dalla collaborazione con il video artista taiwanese James Jean e il giovane fumettista belga Ollie Schrauwen. Stampe a fumetto, jump-suits, short da Tintin, scarpe da ciclista in città e tocchi rockabilly. Fendi è più che mai Fendi. Password: freschezza. Gioca per citazioni anni Sessanta e Settanta, ma anche per sottrazione e leggerezza nei suit dalle proporzioni rivisitate. Trasparenze e colori chiari, accessori al top che spiccano in uno scrigno di marmo solenne. Andrea Pompiliosi racconta una visione fluida e reinventa una osservanza delle regole del vestire maschile. Rossi e gialli improvvisi nei raincoat di Canali. Alternanza di camou grafico e cromie vivide da Woolrich. Toni terra e sabbia, avana e tabacco su sovrapposizioni e variazioni costruttive per Corneliani. Intrepida ricerca di materiali e contrasti per Paul & Shark. Arthur Arbesser crea per Yoox una serie di stampe ispirazione Jugendstil e decorativismo finis Austriae.

«Parigi val bene una messa!» – la celebre frase di Enrico IV, il primo Borbone sul trono di Francia, riassume quel che succede sulle passerelle francesi. La dicitura Atelier Dior racchiude il senso più profondo della collezione firmata da Kris Van Assche per Dior Homme. Uno sguardo all’heritage di sei decenni di lavoro della maison, insieme a un ventaglio di pulsanti ispirazioni streetwear. Blazer e ampi pantaloni, silhouette aderenti al corpo, sovrapposizioni e capispalla strutturati, bomber metropolitani e giacche che diventano gilet smanicati. Sportswear è il mantra di Louis Vuitton. Blouson in pelle tagliata a vivo, parka di nylon, suit a scatola, blazer e cardigan over. Kim Jones, direttore artistico, miscela maglie in tessuto scuba con print hawaiani. Da Valentino, Pierpaolo Piccioli da di mood sportivo e atelier una sola dimensione. Linearità lieve e scivolata dal contenuto tecnico. Tonalità pastello sferzate da vividi toni gialli, rosso e arancione. Chez Hermès, l’uomo della prossima stagione estiva si vota a uno stile rilassato e un po’ flâneur.  Cerruti 1881 reinventa suggestioni preppy nel contemporaneo. Freschezza décontractée e contorni anni Cinquanta mai marcati sull’anatomia. Un camaïeu di grigi azzurrati, sabbia e rosa tenui. Si avverte un’aria giovane, scanzonata e da campus. Un profumo di vacanza anche in città. Per Sarah Burton, Alexander McQueen significa gotico. Rigore brit dal risvolto sportivo. Giacche intarsiate, trench stile vittoriano. La pelle è protagonista e la divisa dona un imprinting ottocentesco. Così incrocia poesia e romanticismo. Astrazione e atmosfere dark.

YTALIA: Energia Pensiero Bellezza

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Ytalia inaugura il 2 giugno – data emblematica, positivamente retorica, per una mostra così titolata. Il Forte Belvedere è il sito principale, per il quale satelliti, gli angoli di Firenze multidimensionale – se Roma è eterna, Firenze è indelebile. Dodici protagonisti, per Ytalia – viene da definirlo cast, leggendo i nomi degli artisti coinvolti, una grande produzione hollywoodiana tradotta nella culla della civiltà mondiale: Jannis Kounellis, Luciano Fabro, Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Giovanni Anselmo, Gino De Domenicis, Remo Salvadori, Marco Bagnoli, Domenico Bianchi, Nunzio, Mimmo Paladino, Mario Merz. Una mostra, uno show mi piacerebbe chiamarlo, ideato e curato da Sergio Risaliti e prodotto dal Mus.e di Firenze insieme al Comune.

I dodici artisti, la cui arte in ogni contingenza supera la vita rispettando primaria definizione, trovano l’energia antica e futura, ancora e sempre in Italia – Ytalia – gli occhi si abbacinano davanti a questa grafia. A gennaio, durante la cena per l’annuncio della mostra, parlavo con Luciano Massari, direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Carrara. Una conversazione che mi riportava alla lettura de Il Tormento e l’Estasi: il marmo bianco scultoreo della cava di Michelangelo resterà il più pregiato per la durezza e la luce dei suoi cristalli, girando poi nelle variazioni di grigio fino allo scuro, fino alla pietra e ai graniti delle Apuane. Se bianco è a Carrara, il marmo verde proviene dalla Val d’Aosta, il marmo rosa dalle montagne spagnole – mentre La Veranda Fabbrica del Duomo di Milano è proprietaria di un’intera cava per la propria fornitura esclusiva. Il marmo, materia prima, suprema italiana, viva di quanta arte, di quanta commozione – seguitemi, ve ne prego – pensate al marmo, a una sua venatura particolare, e alla grafia di una Y come iniziale d’Italia: il breve bagliore che si produce è la mia migliore introduzione a questa mostra.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Alcune mostre diventano pura narrazione, trascolorano in un epos emblematico scandito da racconti e intuizioni folgoranti. Un plot colmo di evocazioni e riflessi immaginari. Percorsi espositivi e semantici che innanzitutto e perfino loro malgrado, più che obbedire alle mere ragioni di una funzionalità rappresentativa e filologica, riescono a ordire un filo conduttore attraverso le opere e il segno di artisti diversi, arrivando a concepire una corale e mirabilmente unitaria mappatura sentimentale. Storie che identificano un capzioso mosaico sensitivo, capace di annullare le paratie del tempo e di coinvolgerti, di attrarti in un cerchio sospeso e ipnotico come in un mandala magico e luminoso. Tutto, in questo caso, sta nella possente e scarnita Y iniziale di un’antica grafia del nome di questo Paese, come appare su una delle volte della Basilica Superiore di Assisi accanto alla rappresentazione di una città, con ogni probabilità Roma, l’Urbs imperiale e papale dalle mille significazioni e allegorie, in un affresco di Cimabue che data agli ultimi decenni del XIII secolo. Siamo dunque agli albori di quella che sarà l’abbagliante vicenda della pittura italiana lungo un arco di secoli, proprio al debutto di un’esperienza che chiara e integra, per analogie e impalpabili fragranze, riemerge nel lavoro degli artisti contemporanei che compongono l’itinerario di questa mostra fiorentina.

Una Y, questa di Ytalia, è insieme astrazione, mistica sacralità e dichiarazione programmatica, diviene arcano suggello e password ermeneutica, sofisticato arcaismo tenacemente bizantino e sconcertante apertura, anzi, premonizione, di una modernità che si risolve in un tempo circolare, centripeto ed eternamente ritornante. Le Temps revient, il tempo ritorna e si rinnova, recitava il motto di Lorenzo il Magnifico che accompagnava la figurazione del fatidico broncone d’alloro mediceo. La mostra si tiene a Firenze, un luogo da sempre deputato al confronto dialettico, devoluto all’incontro, al dialogo e alla sovrapposizione ecumenica e contraddittoria di civiltà e pensiero, come già dichiara un avvenimento cruciale del primo rinascimento, il Concilio fiorentino del 1439, struggente e generoso tentativo di ricomposizione tra oriente e occidente che oggi, alla luce di quanto sta accadendo nel mondo che viviamo, assume valenze ancor più profonde e profetiche. Forse l’Italia, nella sua vicenda storica unitaria in fondo assai recente, risultanza di spiccate, autonome e orgogliose identità regionali, non ha raggiunto una forte coscienza comune e tuttora non è permeata appieno da un senso di reale appartenenza nazionale.

Esiste un dato connettivo, un vincolo costante nella complessa dinamica di formazione di uno stato e di un’intera progressiva visione politica. Si tratta della bellezza, del legante fondamentale dell’arte e di una poliforme emanazione creativa mai venuta meno. È questa la chiave concettuale della mostra Ytalia, un’imponente texture collettiva nata da una forte intuizione del suo curatore e ideatore Sergio Risaliti, che ha come epicentro il Forte Belvedere, ma che si allarga nella trama urbana del centro storico di Firenze con appendici agli Uffizi, a Santa Croce, a Palazzo Vecchio, nel Giardino di Boboli e a Palazzo Pitti, al Museo Novecento e presso il Museo Marino Marini. Una galleria diffusa, che si snoda attraverso oltre cento opere, realizzate a partire dagli anni Sessanta e talvolta site-specific, che ingloba tre generazioni di artisti, instaurando un serrato e interrogativo colloquio, una koinè dialektos ideale ed osmotica tra questi e i grandi maestri del passato.

I protagonisti sono Mario Merz con il suo segno monumentale e sconcertante, la materializzazione delle energie fisiche, statiche e dinamiche di Giovanni Anselmo, il tellurico e drammatico idioma di Jannis Kounellis, recentemente scomparso, che quasi si amplifica sullo sfondo solcato da gigli di Francia aurei su campo azzurro della Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio. Ecco Luciano Fabro, il cui epocale Spirato del 1972 è posizionato nella brunelleschiana Cappella Pazzi a Santa Croce, la sofisticata, poetica e imprendibile cifra espressiva di Alighiero Boetti, il bianco elegiaco di Giulio Paolini che si raffronta alla Venera Italica di Canova alla Palatina e il negromantico e sulfureo talento di Gino De Dominicis. Poi, Remo Salvadori con due nuove sculture pensate appositamente per uno dei bastioni del Forte Belvedere, Mimmo Paladino che interloquisce con la tersa geometria umanistica di Leon Battista Alberti nella Cappella Rucellai, il teorema d’acciaio, di specchio, d’acqua e di marmo di Marco Bagnoli, Nunzio nella cripta del Museo Marino Marini e l’incessante mirabile sperimentalismo di Domenico Bianchi. Un arazzo, quello di Ytalia, dove affiorano affinità, comunanze sottese e valori condivisi, nel quale leggere individualità e tratti molto originali e ostinatamente differenti nel quadro di un contesto e di tanti frammenti di racconto, nel cangiante divenire delle varie poetiche.

Images courtesy of press office
www.musefirenze.it – @musefirenze

The Dot Circle 2017 – The Event

Milano, giovedì 4 maggio

The DOT Circle

 

Se hai sofferto puoi capire di Giovanni F. con Francesco Casolo, edizioni Chiarelettere, è il vincitore di The DOT Circle. Ieri sera, giovedì 4 maggio, ha avuto luogo la cena di gala per 100 persone sedute alla tavola del Dot Circle, per la premiazione del vincitore.

Tiffany & Co. ha sostenuto The DOT Circle e l’impegno culturale che il premio persegue, in occasione del lancio della nuova collezione Tiffany City HardWear dedicata alla città, al tessuto urbano cittadino che oggi si vuole intendere come tessuto cerebrale.

Insieme all’amministratore delegato di Tiffany Italia e Spagna, Raffaella Banchero, e il direttore di The Fashionable Lampoon, Carlo Mazzoni, tra gli ospiti intervenuti: Filippo Timi, Asia Argento, Margherita Missoni, Arisa, Arthur Arbesser, Martina Colombari, Matteo Perego di Cremnago, Daniele Calcaterra, Nicolas Vaporidis, italo Rota, Italo Marzotto, Lina Sotis, Gian Paolo Barbieri, LaPina, Lucrezia Rospigliosi Borromeo, Piero Maranghi, Giovanni Caccamo.

Carlo Mazzoni e la modella Chiara Scelsi hanno consegnato il premio all’editor di Chiarelettere Maurizio Donati, che ha ritirato il premio in nome di Giovanni F., che resta anonimo. Andrea Faustini, tra i vincitori di X Factor UK, si è esibito live, pianoforte e voce al termine della cena.

Un ringraziamento speciale a Moet & Chandon e Belvedere Vodka, che ancora e come sempre, sono partner di ogni evento di Lampoon.
Un grazie ai partner tecnici della serata, Alfa Romeo e l’hotel Principe di Savoia. Un grazie Marinella Rossi, per la cena seduta, presso Mari & Co. 

 

The DOT Circle
La Giuria

Maria Luisa Agnese
Asia Argento
Arisa
Gian Paolo Barbieri
Camilla Baresani
Benedetta Barzini
Pier Giorgio Bellocchio
Francesco Bianconi, Baustelle
Giovanni Caccamo
Sandra Ceccarelli
Martina Colombari
Cesare Cunaccia
Denis Curti
Andrea Faustini
Andrea Incontri
La Pina
Luca Lucini
Fabio Mancini
Daniele Manusia
Angelo Miotto
Margherita Missoni
Diamara Parodi Delfino
Diego Passoni
Andrea Pinna
Italo Rota
Chiara Scelsi
Stefano Senardi
Gian Paolo Serino
Pupi Solari
Francesco Sole
Lina Sotis
Filippo Timi
Jacopo Tondelli
Nicolas Vaporidis
Raffaella Banchero
Tiffany & Co. Managing Director Italia e Spagna

 

Carlo Mazzoni
Editor in Chief The Fashionable Lampoon

Digital Visual Wave 

L’arte nelle sue forme contemporanee si diffonde attraverso l’utilizzo dei Social Network con l’illustrazione artistica in formato digitale. Sono stati scelti da Lampoon.it gli artisti che hanno realizzato ed interpretato The DOT Circle.

Illustration by: 

Lucia Emanuela Curzi @ludiary – www.luandme.com
NunoDaCosta @nuno_da_costa_illustration – www.illustrationweb.com/artists/NunoDaCosta
Barbara Dziadosz @barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz
Alina Grinpauka @grinpauka – www.Alinagrinpauka.com
Lena Ker @lenaker – lenaker.com
Alena Lavdovskaya @alenalavdovskaya
Jowy Maasdamme @iseejowy – jowymaasdamme.studio
Holly Nichols @hnicholsillustration – www.hnicholsillustration.com
Maxim Sergeev @sergeev1_maxim
Vin Servillon @findvin
Studio Iva @studio_iva
Mèlique Street @mèliquestreet
Anna Tsvell @anna_tsvell
Poppy Waddilove @poppywaddilove

Photo Marco Piraccini, Giulia Mantovani e Lodovico Colli

Location
Mari&Co. Via Ampola 18, Milan
www.marienco.it

Special Thanks to
Tiffany & Co.
www.tiffany.it – @tiffanyandco

Belvedere Vodka
www.belvederevodka.com – @belvederevodkaitalia

Moët & Chandon
www.moet.com

A PARISIAN WEEK

Testo Cesare Cunaccia

@cesarecunacciaofficial

 

Una settimana parigina sferzata da una pioggia uggiosa, incessante e a tratti violenta, che ha comunque raccontato alcune pagine di moda molto interessanti, fino al gran finale, con la mostra L’oeuvre au noir, dedicata al genio di Cristobal Balenciaga al Musée Bourdelle, all’incredibile decollo del razzo Chanel sotto le volte vetrate del Grand Palais e all’emblematico approdo al Louvre di Vuitton , «Viviamo in un’epoca in cui la gente non può più pensare a lungo termine – osserva intanto Guram Gvasalia, osannato guru di Vetements e designer di Balenciaga – anche le strategie di business sono diventate così. Nessuno può più immaginare strutture a lungo termine, tutti sono concentrati su oggi e subito, soltanto sulle vendite odierne». Senso di precarietà, brividi e ombre verso un domani incerto, in un mondo globalizzato e sempre più arduo da comprendere e leggere nei suoi contorni? A questa domanda sembrava voler rispondere Miuccia Prada, con la sua sofisticata, composita ed ironica esercitazione per Miu Miu del 7 marzo.

Tra le vere highlights della Fashion Week Parigina Autunno/Inverno 2017, la sfilata Dior, leggendaria Maison francese guidata dall’italiana Maria Grazia Chiuri, ha scelto di declinare un unico tema cromatico: il blu. Rapsody in Blue o Blue Moon, la voce roca e intensa di Nina Simone come soundtrack. ‘Fra tutti gli altri colori – scriveva Christian Dior nel suo Petit Dictionnaire de la mode – il blue navy è il solo che può competere con il nero. Un lavoro magnifico, quello di MGC chez Dior che ha riscritto frammenti basilari della poetica del brand. Il mitico modello Chevrier del 1949, ad esempio,ispirato alle tuniche dei pastori pirenaici e dotato di un ampio cappuccio, si è trasformato in una teoria di giacche, di abiti, gonne,mantelle, cappotti e piccoli bomber dalle fragranze sportive, con materie quali taffettà, velluto, panno spigato da coperta e maglia. Ecco le divise no gender, il rigore geometrico che s’intreccia con echi emotivi ed onirici nella trasversalità del blu. Issey Miyake con Yoshiyuki Miyamae, nel fasto storicistico e dorato dell Hôtel de Ville si ispira alla toccante bellezza dell’aurora boreale. Ed è subito poesia, anzi haiku, grazie alla lana grezza di pecore Shetland nate e allevate nelle pallide luci nordiche, tinte in cinque diversi colori combinati in un unico filo, dei superbi cappotti cocoon. Combinazioni architettoniche e paradossalmente lievi di Baked stretch e Steam stretch, il vocabolario della Maison, plissées curvi e concentriche concrezioni tessili dagli effetti ottici estranianti. Chanel è Chanel, che altro dire. Lo show è un evento, la consacrazione sempre potente e nuova di una mitologia della modernità. Questa volta si estrinseca in un’esplosiva connotazione spaziale, in un omaggio all’epopea degli astronauti siglato dal razzo bianco e nero con logo che alla fine del défilé, dal Centre de lancement N.5, dove sono assiepate duemilaseicento persone, schizza dalle rampe dritto verso il cielo. C’e un’aria giovane, divertita, leggera come il vento. Bisogna mantenere la propria identità e rinnovarla di continuo, afferma Karl Lagerfeld in backstage. Lui ci riesce appieno.

Nadège Vanhee-Cybulski, Creative Director di Hermès, continua il suo viaggio ermeneutico all’insegna di una freschezza giovane e fluida. La sua è una lettura per sottrazione e condensazione di un segno inimitabile, che però nulla toglie all’osservanza di un linguaggio e di un approccio che sono patrimonio basilare dell’heritage di Hermès. Gli abiti fluttuano siglati dalle stampe dei celebri carreés traslate a effetto sinopia sulla seta, stretti in vita da cinture sottili. I piccoli e graziosi duvet si portano sul tubino ritmato da zip,minigonne e top sono abbinati ad allungati caban. Splendide le bag in pelle e canvas, quanto le borse a tracolla in struzzo e gli alti stivali allacciati. Moncler Gamme Rouge guarda a un Canada autunnale incendiato di gialli e di rossi divampanti. Il décor è letterale: foglie morte accumulate, proiezioni all over di paesaggi e boschi sulle pareti, le Giubbe Rosse della gendarmeria reale schierate a celebrare il finale. Giambattista Valli, il Direttore Artistico di Gamme Rouge, ha interpretato il tema in modo mirabile e composito, incrociando outdoor e sofisticate fragranze metropolitane, sport e grazia soffusa, forte della sperimentale alchimia e ricerca di materiali che è un elemento portante di Moncler. I doudones sono peso piuma, arricchiti e per converso ulteriormente alleggeriti da ricami e intrecci di applicazioni rébrodées. Non mancano cappotti di tweed dalla carrure infantile, frangi-vento stampati a fiori selvaggi, stupendi pullover in shetland e foulard annodati un po’ ovunque. Le ballerine in tweed lievemente ottocentesche accompagnate dalle calze grosse, si accostano a zaini in nylon. La fluviale Fashion week F/W 2017-18 di Parigi si chiude in bellezza con la sfilata Louis Vuitton, tra scalinate scenografiche e solenni gruppi scultorei, nella Cour Marly del Louvre. Un luogo superbo a livello estetico e di profonda pregnanza storica per un evento che non ha precedenti. Bernard Arnault e LVMH hanno infatti firmato un accordo biennale con Jean-Luc Martinez, President del celeberrimo Museo, per potervi organizzare gli show del marchio. Nicolas Ghesquière, Direttore Creativo di LV, si lancia in un’esercitazione dai contorni espressivi liberi e poco definibili. Sottovesti da sera a effetto laccato, pellicce e montoni di soffuso sapore etnico ma, di nuovo, non riconoscibile o ascrivibile a una zona geografica certa o a una determinata cultura. Focus sulle borse e sui bijoux d’argento- notevoli le catene multiple- molto presenti, dinamici e perfino preponderanti in una forma linguistica che si declina totalmente sul verbum del proprio demiurgo.

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