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cesare cunaccia

Enrico Medioli – Una vita per il cinema

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

È scomparso nell’aprile dello scorso anno, andandosene con quella discrezione da vero gentleman che ha distinto tutta la sua vita. Enrico Medioli, uomo di vero fascino e bellezza atemporale, nato a Parma il 17 marzo 1925, negli ultimi trent’anni vissuto soprattutto a Orvieto, è stato uno dei maggiori sceneggiatori italiani, soprattutto in ambito cinematografico, ma anche per la televisione. Parma è stata un crogiolo di figure nodali, ma sempre piuttosto appartate e in fondo splenetiche del Novecento italiano. Personalità diverse e affini, come il poeta Attilio Bertolucci, padre dei registi Bernardo e Giuseppe e mentore fondamentale nella formazione di Medioli, o, ancora, il musicologo e raffinato collezionista Luigi Magnani, uscito dalla grande borghesia agricola locale, cui si devono scritti sublimi e quella raccolta di tesori artistici custodita dalla fondazione che ha creato, la Magnani Rocca, tra le colline di Mamiano di Traversetolo.

Una ‘parmitudine’, un’appartenenza culturale e temperamentale dalle fragranze vagamente proustiane, che spesso affiora nel lavoro di Medioli, lungo una formidabile carriera in cui ha firmato sette film di Luchino Visconti, ma anche script per Valerio Zurlini, Sergio Leone – lo struggente C’era una volta in America, Liliana Cavani, Mauro Bolognini, Alberto Lattuada, Vittorio Caprioli. Ha vinto il Nastro d’Argento nel 1961 per la sceneggiatura del viscontiano Rocco e i suoi fratelli e nel 1969 ha avuto una nomination all’Oscar per il cupo e decadente plot de La caduta degli Dei, ancora di Luchino Visconti. Per la televisione italiana ha prestato la sua opera per sceneggiati rimasti epocali, come La Certosa di Parma, diretta da Mauro Bolognini nel 1982, I promessi sposi, riduzione per il piccolo schermo di Salvatore Nocita del 1989, Cime Tempestose, regia di Fabrizio Costa, del 2004.

Enrico Medioli è il protagonista del docufilm Ritratto di sceneggiatore in un interno, regia di Rocco Talucci, che ne è anche il produttore, presentato in anteprima nazionale nel luglio 2013 al Festival di Spoleto. Una narrazione nella quale, vincendo la sua proverbiale riservatezza, Medioli parla della sua vita e della genesi delle sue sceneggiature, tramite memorie brillanti e acute, a tratti con divertita ironia. Ne esce un vivido ritratto di decenni e personalità che hanno segnato con forza indelebile il solco culturale italiano del XX secolo, una storia dalle infinite connessioni, suggestioni e significati. Un profilo critico sulla sua opera, la sua biografia completa e filmografia sono raccolti nell’unica monografia che gli è dedicata, Il costruttore di immagini. Enrico Medioli sceneggiatore, uscita nel 2015, a cura di Francesca Medioli e Roberto Mancini, ricca di testimonianze e con diversi contributi importanti, tra gli altri di Gian Luigi Rondi, Irene Bignardi, Franca Valeri, Roberta Mazzoni, Laurence Schifano, Giorgio Treves e Rocco Talucci.

A quest’ultimo, regista e ricercatore dell’ambito teatrale e cinematografico, che negli ultimi anni è stato molto vicino a Enrico Medioli, abbiamo chiesto di tracciarne un ritratto, accanto al quale vi è un piccolo e affettuoso contributo di Adriana Asti, attrice tra le più iconiche di cinema e teatro. Nel suo testo, Talucci, autore di altri film documentari appunto su Adriana Asti e su Peppino Patroni Griffi, oltre al suo ricordo personale, sottolinea il ruolo fondamentale della musica e della letteratura nell’esistenza privata e professionale di Enrico Medioli.

Il costruttore di immagini. Enrico Medioli sceneggiatore

Roberto Mancini, Francesca Medioli

Aska Edizioni, 2015, p. 144, €25.00

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

Fendi per Caravaggio – un atto d’amore per Roma

St Jerome, 1610, Galleria Borghese, Rome

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Una vicenda di mecenatismo romano, uomini proiettati in una dimensione di avveniristica sfida culturale che, tra la fine del Cinquecento e il primo decennio del secolo successivo ha concorso allo sviluppo della carriera e della fama di Caravaggio. Sono il cardinale Francesco Maria del Monte, Tiberio Cerasi, Matteo Contarelli, il marchese Vincenzo Giustiniani, un banchiere di origine genovese e il fratello cardinale Benedetto; sono i Borghese, specie l’onnivoro Scipione, l’inventore di quello scrigno di tesori che è la palazzina incastonata nella Villa familiare sul Pincio. Oggi la Maison Fendi si riannoda a questo solco di apertura culturale.

Fendi, nella convinzione che la bellezza debba essere testimoniata e diffusa, prosegue infatti nel suo itinerario di mecenatismo avviato con il restauro della Fontana di Trevi nel 2015 e continuato con interventi di ripristino e manutenzione delle principali fontane capitoline, seguito dall’apertura al pubblico del Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR e da un ventaglio di mostre quali la personale di Giuseppe Penone, la recente Fendi Studios e, ultima cronologicamente, la rassegna dedicata a Gian Lorenzo Bernini alla Galleria Borghese. «La Borghese è il Museo romano per antonomasia. Di fatto nessun’altra tra le istituzioni cittadine riflette con tanta evidenza le qualità artistiche dell’Urbe, la sua complessa stratificazione di fasi storiche e stilistiche», sottolinea Pietro Beccari, Presidente e Amministratore Delegato di Fendi, forse al suo ultimo atto ufficiale a Roma, essendo stato, nel frattempo, nominato CEO della Maison Dior.

Boy with a Basket of Fruit, 1593, Galleria Borghese, Rome

La Galleria Borghese di Roma custodisce il corpus pittorico più consistente e cronologicamente meglio rappresentato di Caravaggio, ovvero sei dipinti. Qui avrà vita e sede il Caravaggio Research Center. Un progetto fervido, ideato da Anna Coliva, direttrice della Galleria Borghese e ancora sostenuto dall’attenzione di Fendi.

Il Caravaggio Research Center prevede la creazione di una piattaforma digitale capace di delineare una banca dati online relativa all’artista, una fonte di informazioni e aggiornamenti bibliografici, documentari, archivistici, filologici, storiografici, iconografici, dotata di un corredo diagnostico in forma digitale. Il piano di lavoro punta sulla costituzione di un centro di studi, di diagnostica e ricerca artistica su Caravaggio e sulla sua opera, che diventi il più completo esistente, in modo da porsi quale riferimento primario e insostituibile per ogni dinamica di indagine caravaggesca a livello mondiale. Per divulgare un tale innovativo slancio di ricerca e la portata di assoluto riferimento del centro, la Galleria Borghese e Fendi hanno concepito un mosaico espositivo sull’artista che nel corso di tre anni. Prima tappa, dal 21 novembre scorso, al Getty Museum di Los Angeles, dove si sono potute ammirare tre opere di Caravaggio provenienti dalla Galleria Borghese: il San Girolamo, il Giovane con canestro di frutta e il David con la testa di Golia.

La validità scientifica delle attività svolte dal Caravaggio Research Institute è assicurata da un Comitato Scientifico che comprende professionalità prescelte tra le figure di eccellenza nel campo degli studi caravaggeschi, al fine di renderlo un valido strumento a uso degli specialisti del settore per una corretta lettura attributiva. Saranno avviati partenariati scientifici con ogni museo, pinacoteca, fondazione, chiesa e collezione privata che ospita nel mondo opere di Caravaggio, dando vita a un network di collegamenti nazionali e internazionali. «Se è vero – afferma Anna Coliva – che il progetto è rivolto soprattutto a storici dell’arte, restauratori, conservatori, professionisti museali, diagnosti, storici, studenti universitari, prende un’importanza particolare il coinvolgimento nelle varie fasi di raccolta e analisi dei dati un cospicuo numero di giovani ricercatori. Gli studiosi potranno accedere alla banca dati attraverso livelli e modalità di consultazione anche personalizzate. Il CRI si pone quale collettore ultimo di un organismo inter-istituzionale, il suo formato digitale offrirà l’opportunità di una conoscenza sinottica e integrata di dati che altrimenti, svolti in senso lineare e consecutivo, mancherebbero di esattezza e densità».

Il database caravaggesco permetterà di conoscere per ciascuna opera, in tempi rapidissimi, foto, tecnica esecutiva, datazione, dimensioni, provenienza, mostre in cui sia stata esibita, bibliografia, scheda sulla storia conservativa, immagini e reports scritti su molteplici esami diagnostici, nonché la data dell’ultimo aggiornamento effettuato. «Il Caravaggio Research Institute – conclude Anna Coliva, enucleando un approccio che viene da definire in controtendenza – intende reintrodurre nei musei la ricerca più avanzata per farne dei produttori di cultura e non solo dei ‘mostrifici’. C’è anche una similitudine d’intenti, perché Fendi è una Maison che ha basato la sua espressione creativa sulla ricerca dei materiali, sulla qualità e sull’apporto tecnico».

Boy Bitten by a Lizard, 1593–94, National Gallery, London

Dioniso non elargisce il suo carisma in assenza di una spinta di insofferenza anarcoide e di un grido lancinante di ribellione. Michelangelo Merisi, il Caravaggio, rappresenta in assoluto questo ossimoro-connubio. Da qui deriva la adamantina atemporalità ed emerge quell’ineluttabile vibrazione che distingue il suo fare di artista fin dal suo primo apparire, alla fine del Sedicesimo secolo. Caravaggio parla un idioma abbagliante. Il tempo cui appartiene, travagliato da guerre, da pestilenze ed eresie, in fondo assomiglia al nostro, vieppiù dominato da una medesima ansiosa inquietudine del domani. Epoca di passaggio, specchio di immagini sibilline, distorte e tremendamente reali. Caravaggio sfida ogni databilità: ha precorso il cinema, si pone quale frontiera contemporanea naturale e in perenne incremento e ridefinizione nei codici. Uguale a se stesso, per cambiare ogni istante. Iconico, contro ogni ieratica staticità d’icona. Mitico, nel furibondo sottrarsi a qualsiasi categorizzazione. Dioniso è in lui, ne accompagna il percorso e la catalizzante rivoluzionaria valenza energetica. Talento, è il caso di dirlo, Caravaggio ne aveva da vendere. Non riusciva nemmeno a gestirlo, questo flusso medianico e dionisiaco di creatività ed energia al calor bianco. Una nevrosi che lo possedeva e lo perturbava come una magmatica kundalini in agguato, come un demone infocato.

La sua storia è un picaresco romanzo d’avventura e di morte, cha trasformato questo pittore lombardo nel più autentico prototipo del maudit. Michelangelo Merisi emana una radiazione pittorica che scaturisce dal terroir culturale della Milano borromaica. Comincia quale allievo del tardo-manierista lombardo Simone Peterzano, si misura probabilmente per esperienza diretta con il primato artistico della Venezia cinquecentesca. Esplode come dinamite nella sperimentale Roma seicentesca e poi nella Napoli vicereale asburgica.

Caravaggio, secondo il biografo Bellori «d’ingegno torbido e contenzioso», è l’antesignano di Rimbaud e di Baudelaire, il vero predecessore di Van Gogh, di Modigliani e di Jean-Michel Basquiat. Ha sdoganato ogni eccesso sessuale e comportamentale, ogni deriva auto-distruttiva connaturata alla sfera dell’arte e della creazione e sospesa tra violenza ed estasi, tra tormento interiore e misticismo. Derek Jarman, regista inglese di omosessualità militante, nel 1986 gli ha dedicato un film dalla smaltata portata estetica che, oltre all’immaginario artistico, ne ripercorre e ridisegna liberamente i contraddittori risvolti erotici e la tormentata relazione con la cortigiana Lena. Controversa fu per Caravaggio la liaison con Fillide Melandroni, che sfocia alla fine di maggio del 1606 nell’assassinio del rivale Ranuccio Tomassoni durante una partita di pallacorda in Campo Marzio. Un fatto di sangue che gli valse la condanna a morte per decapitazione, cui Michelangelo si sottrae fuggendo dall’Urbe sotto la protezione del principe Filippo I Colonna, che gli diede asilo nei suoi feudi di Marino, Palestrina, Zagarolo e Paliano.

David with the head of Goliath, 1606-07, Galleria Borghese, Rome

Una vita folle e itinerante, quella di Caravaggio, senza pace possibile, all’ultimo respiro e tarantolata da un destino livido e implacabile. Duelli al coltello e agguati, processi e detenzioni, debiti e querele, un susseguirsi di risse e malattie misteriose, vergognose, un feuilleton di passioni amorose sfrenate e letali, con donne o uomini che fosse. Aspri contrasti e incomprensioni con i committenti e un milieu bohémien di bari e prostitute, nelle tenebre di una notte fra osterie e anfratti archeologici. Paria sociali, bohémiens e marginali che assurgono a principali attori della poetica pittorica di Michelangelo Merisi, quando impersonano santi proletari dai piedi lerci scesi nel fango delle strade romane e carnali madonne, impudenti e popolane, eppure sublimi. La luce caravaggesca è un miracolo salvifico e insieme pozione magica: accarezza i volumi, li estrae dalla tela, incardina e definisce la composizione e la liturgia della narrazione, apportandovi un senso di sovrannaturale che travalica la stessa prosaica realtà oggettiva che pretende di rappresentare. Scene evangeliche che rammentano gli autos sacramentales di Calderón de la Barca, dramma psichico e fluttuante, metafisica sospesa e corriva. Bacco come un bulletto di periferia del Tiburtino III uscito da un frame di Mamma Roma, la canestra di frutta è una natura morta comunque viziata da una vibrazione implosiva e mortifera. Materia di pittura per Peter Greenaway, navigatore di flutti barocchi, concitato e freddo ermeneuta cinematografico di arcani maggiori e minori.

L’avventura di Malta e il rapporto con l’Ordine ospedaliero e cavalleresco che ne porta il nome, termina in un carcere, quello di Sant’Angelo a La Valletta, da cui Merisi riesce a fuggire fortunosamente il 6 ottobre 1608. Eccolo rifugiarsi stremato a Siracusa, inaugurando l’estremo lembo della sua carriera, con il chiaroscuro sempre più drammatico e inquietante e le ossessioni macabre di un linguaggio che deflagra in espressionismo disperato, mentre la febbre entropica del cupio dissolvi si fa incalzante. Delitto e castigo, ogni possibile ereticale colpo di scena, pure la longa manus del perdono papale da parte di Paolo V Borghese, forse ispirato da grandi casati alleati sull’asse dinastico tra Roma e la Lombardia ispanica, ossia i Borromeo e i Colonna, o dalla bramosia collezionistica del cardinal ‘nepote’ Scipione. È tardi però, per arrestare questa fatidica corsa verso l’abisso. Fino all’ultimo atto, mai del tutto chiarito, quello della sua morte, misteriosa e parossistica, il 18 luglio 1610, sulla spiaggia di Porto Ercole, degna di una pagina di Pasolini o delle lancinanti allucinazioni e dei flashes di sincopata memoria che attraversano il plot di Improvvisamente l’estate scorsa di Tennessee Williams.

La madre di Caravaggio è sempre incinta, così si intitola un corrosivo pamphlet di Tomaso Montanari del 2012, che racconta alcune di quelle bufale e scoperte fasulle che oggi, di tanto in tanto, fanno scalpore nel mondo dell’arte rimbalzando sui media. Innumerevoli e improbabili risultano in specie le attribuzioni e quei fortuiti ritrovamenti che, regolarmente, vengono collegati all’opera di Michelangelo Merisi, invero piuttosto esigua nel novero dei dipinti autografi rimasti. Toccare Caravaggio e l’intero immaginario che si porta cucito addosso, è un po’ come sconfinare in un’area sacra, come infrangere la consistenza ieratica e ortodossa di un totem. Intanto, nelle sale italiane, è appena uscito il film d’arte Caravaggio – L’anima e il sangue, un excursus narrativo e visivo attraverso i luoghi in cui l’artista ha vissuto e quelli che ancora oggi custodiscono alcune fra le sue opere più note.

Valentino manierista

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

È come una dichiarazione: basta con il cool a tutti i costi, riprendiamoci lo chic. Vissi d’arte, l’aria della Tosca si ripete quale frammentato refrain nei saloni dell’Hôtel Salomon de Rothschild. La collezione di Pierpaolo Piccioli delinea una meditazione sul tema dell’alta moda, un libero compendio dei codici più ortodossi: dalla vocazione geometrica di don Cristóbal e da plastiche strutture tessili di Monsieur Yves, fino alle flessuose metamorfosi zen di Issey Miyake. Volumi possenti e aerei, forme smaterializzate costruite di colori imprendibili. Quelli del manierista fiorentino Jacopo Pontormo, bizzarramente chiamato Andrea nel pamphlet della sfilata (!). Una palette rubata alla Deposizione amata da Pasolini, ispirata alla Visitazione di Carmignano, laboratorio di cromie pittoriche anti-naturalistiche fino all’alchimia. Il gioco lambiva l’architettura-colore di Barragan e la stilistica patrizia di Charles James. Rivisitava – forse – i binomi e le triadi cromatiche metafisiche di madame Grés, sottolineate da obi di impeto barocco. Macro-imprimé floreali e rouches come onde, verde Peridot e Veronese. Un rosso geranio e quello lampadina Valentino, miscelato con ghiaccio e azzurro bronzinesco. Taffetas, organza, crêpe de Chine, pizzi, strati di tulle e moiré, trame di intarsi e maxi volant sovrapposti. «È ora di ridare glamour alla moda, all’haute couture soprattutto», affermava Giancarlo Giammetti in backstage – menre dal moodboard gli faceva eco Audrey Hepburn, soffusa in un origami serico a petali frementi dei tardi Sessanta uscito dall’atelier di Piazza Mignanelli. I cappelli di piume di Philip Treacy sembravano meduse oniriche e sfrangiate, o crisantemi imperiali japonisant, mentre l’en-tête della cappa teatrale oversize Giada, giocava con il fantastico. In prima fila, Donatella Versace, Olivia Palermo, Adriana Abascal e Kate Hudson. Peccato mancassero Pauline e Marie-Hélène de Rothschild, Jacqueline de Ribes e Lisa Fonssangrives, loro sì che avrebbero compreso questa esercitazione di allure sartoriale.

Courtesy of Press Office
valentino.com – @maisonvalentino

Dior – Paolo Roversi

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

È stato presentato il 24 gennaio presso la libreria Galignani in rue de Rivoli a Parigi, il libro Dior Images: Paolo Roversi, che celebra il rapporto tra la Maison e il fotografo ravennate, approdato nella capitale francese nel 1973. Personalità appartata, introversa e volutamente lontana dai riflettori, Roversi persegue un’idea assai concettuale e un’incessante linea di ricerca nella fotografia. Non a caso, egli stesso ha affermato che «la fotografia non è mera rappresentazione, ma rivelazione». Il volume, edito da Rizzoli, intesse un viaggio per immagini intorno all’universo dell’haute couture Dior, raccontato dal poetico e soffuso obiettivo di Paolo Roversi.

L’immersione di Roversi nell’alta moda inizia nel 1990 e lo porta a realizzare servizi e singoli scatti per i magazine internazionali. Nell’arco di quarant’anni, Roversi ha dato forma a un suo peculiare ambito di rappresentazione, trasposto in un delicato ed evocativo onirismo, usando pellicola Polaroid e una macchina a largo formato. Così è arrivato a creare quel segno di fragile grazia, quella cifra sospesa e vibrante di densi e indefiniti chiaroscuri, che rende il suo stile immediatamente riconoscibile. Un senso di abbandono, di assenza e di naturalezza concentrata e simbolica. Un’attitude interiorizzata e una fuga nel fantastico che rompono con i classici schemi di posa dell’immagine di moda.

Sono scatti realizzati per varie riviste negli ultimi ventisette anni e che immortalano modelle come Naomi Campbell, Natalia Vodianova e Letizia Casta. L’uso frequente dello sfumato, la magica poetica delle sfocature, ritorna alle origini dell’arte fotografica e cerca di annullare la cesura tra il corpo delle modelle e il mondo che lo circonda. Gli abiti del fondatore Christian Dior e dei suoi successori alla guida della Maison, Yves Saint Lauren, Marc Bohan, Gianfranco Ferré, John Galliano, Raf Simons e Maria Grazia Chiuri, pagina dopo pagina, sembrano circonfusi da una luminosità che emanano dall’interno. Il libro comprende una selezione di creazioni significative e storiche di Christian Dior, documentati durante una sessione di lavoro della stylist americana Grace Coddington.

Paolo Roversi, Emanuele Coccia
Dior Images: Paolo Roversi

Rizzoli International Publications, 2018, 168 p.

Images courtesy of Press Office
dior.com – @dior

Chanel Hyper Couture

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Il talento multiforme e innovativo di Karl Lagerfeld lascia ancora una volta senza fiato. Non certo per la barba candida con cui si è manifestato alla fine dello show haute couture Chanel P/E 2018. Una carrellata, quella andata in scena ieri mattina al Grand Palais, di sessantanove abiti che non si possono che definire magistrali, nel segno di un’ispirazione floreale e romantica cui alludevano i treillages voltati percorsi da pallide rose antiche, le pelouse e la fontana centrale, elementi che mettevano in scena un giardino di Bagatelle fantastico sotto la volta vetrata del Grand Palais. Il fatto è che Lagerfeld è un couturier senza pari e davvero the last of a kind. Come nessuno, ben al di là perfino delle incredibili incrostazioni di canottiglie e dei delicati ricami Lesage a microscopiche corolle e boccioli, a ghirlande rocaille o a nuvolette tonali in micro-paillettes pastello, come nessuno sa costruire e impaginare quella forma e quel gioco strutturale e dinamico che incarnano l’essenza ultima e più iconica dell’haute couture.

Gonne a tulipano, in variazioni di morfologia, di ampiezza e di lunghezze, ma anche pantaloni e inediti shorts. Le spalle dei tailleur, l’emblema di Chanel, enfatizzate e arrotondate guardando agli anni Ottanta, silhouette a trapezio e a cloche ammorbidite da applicazioni di piume fluttuanti, bagliori di strass su balze a petalo di organza. Tulle per sfumare, per intonare un inno alla leggerezza: quella più significante, concettuale e virtuosistica. Tweed imprendibili di varie tramature, combinazioni e nuances, talvolta en suite con gli stivaletti dal platform in perspex trasparente. Mille-fleurs pastello neo-vittoriani, una tavolozza di rosa tenui e luminosi, di ciclamino, di verdi d’ogni gradazione, fino al peridoto e allo smeraldo, con tocchi di bluette e nero, di avorio e acqua. Soprabiti disegnati e tuniche vagamente inizio Novecento, jump-suits siderali in paillettes argento vivo, pizzo soffuso, gocce di rugiada sul tulle point-d’esprit delle velette fermate in alto da piccoli bouquet. Infine, la sposa, una moschettiera in bianco ottico dai cuissard sensuali e guasconi, ammantata da una montagna di piume candide e golose come panna montata.

Courtesy of Press Office
chanel.com – @chanelofficial

Art in a bag by Mr. Jeff Koons

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Definirlo è difficile. Ascetico e affabile, candido e caustico, capriccioso e disciplinato insieme, è un ermeneuta dell’impossibile e della proiezione onirica, un profeta del consumismo capace di inattese derive di poesia. Le sue evoluzioni d’idioma, sintesi fra alchimia semantica e metatesi, tra divinazione e raffronto, tracciano traiettorie che confondono provocazioni e riletture, intrecciando cultura alta, kitsch effimero e patinati quotes comics.

Gli excursus di riappropriazione e ridefinizione del passato nel contemporaneo, i cui contorni si ricompongono in ulteriori narrazioni, nel dibattito artistico di oggi sembrano essere un terreno di ispirazione suggestivo: costituiscono un milieu traboccante di evocazioni mitologiche e di avventurose metamorfosi. Jeff Koons, tra i primi, ha rivisitato in particolare la poetica di figure dell’arte lungo secoli di storia. Un itinerario abbracciato già nel 2015, con i trentacinque dipinti a olio di vaste dimensioni della serie Gazing Ball, grandi tele, in cui Koons il prestigiatore inseriva una grossa sfera di vetro blu Mikado, una di quelle palle iridescenti, le gazing balls appunto, rese universalmente popolari dalla predilezione dell’eccentrico ultimo re di Baviera, Ludwig II di Wittelsbach e ora più prosaicamente impiegate quali scintillanti ornamenti di orti e giardini. Sfere magiche e apotropaiche che nel Diciannovesimo secolo erano prodotte in special modo in Pennsylvania, terra di forte immigrazione tedesca e Stato americano del quale è originario Jeff Koons. «Prima di utilizzare l’arte antica come territorio d’ispirazione per la sua opera, Jeff ne è stato prima di tutto collezionista. Il suo rapporto con il lavoro è sempre intimo e autobiografico», fa notare Pepi Marchetti Franchi, director Gagosian Roma.

L’origine è la Gioconda di Leonardo – già dissacrata nella sua portata d’icona e consegnata alle Avanguardie da insigni agit-prop quali Marcel Duchamp e Andy Warhol, due perfetti antesignani del Nostro. Poi, la sensualità opulenta e cinquecentesca di Venere e Marte di Tiziano, El Greco e Rembrandt, la drammatica e teatrale Zattera della Medusa di Gericault, fino alle soffuse e vibratili texture cromatiche impressioniste. Un mosaico speciale e pieno di fragranze e riflessi teoretici, colmo di volatile evocazione e intessuto di ricerca pittorica, scandito da elementi smontati, centrifugati, letti in essenza e poi ricomposti in un apparente pedissequa osservanza che rifugge da ogni approccio d’après, si è sviluppato un progetto di collaborazione tra l’artista statunitense e la Maison Louis Vuitton, incentrato sul tema della borsa, di cui su queste pagine siamo già al secondo capitolo.

Un autentico manifesto koonsiano, una memoria ridisegnata e speculare che si rivela su una Louis Vuitton bag, accanto al charm, a un ciondolo a forma di attonito coniglietto specchiato di un rosso camp, tipica sigla di Koons qui miniaturizzata e al simbolo del brand reinterpretato a modo suo dall’artista. Vi si accavallano sequenze di formazione e ricordi affioranti dall’età infantile e dalla giovinezza, quasi scorrendo le pagine di un tumultuoso e analitico Bildungsroman, in un ventaglio di sensazioni e attrazione, di frissons sensuali e d’interesse e curiosità verso la storia e l’archeologia classica, rivissute come una favolosa fiction. Un Musée Secret portatile e squisitamente personale, anzi soggettivo, che con una nonchalance prettamente pop si dichiara appieno sul supporto di una borsa, surfando tra la settecentesca e morbida carnalità da boudoir rococò di François Boucher, il simbolismo di Paul Gauguin e la natura stupenda ed evanescente dei Gigli d’acqua di Claude Monet. Una carrellata estesa e sfuggente, che accosta l’arcadia ovidiana e classicista del Trionfo di Pan di François Poussin, francese nella Roma barocca e pittore filosofo per eccellenza – unico item, questo, in esclusiva presso la grande boutique parigina di Place Vendôme appena aperta – e la luce diafana e distillata della Roma Antica del romantico britannico Joseph Mallord William Turner.

Edouard Manet è la personalità che Jeff Koons considera di maggiore importanza rispetto al proprio percorso nell’arte. «Il Dejeuner sur l’herbe di Manet» – racconta – «mi ha dato la possibilità di dare senso e pregnanza a quello che da un artista può essere traslato a un altro o ad altri ancora. Il maestro impressionista nel realizzarlo ha guardato a capisaldi del rinascimento, quali il Concerto pastorale di Tiziano Vecellio e all’incisione di Raimondi raffigurante il Giudizio di Paride, basata su un disegno di Raffaello. Sono diventato un essere umano diverso dopo aver visto il lavoro di Edouard Manet».

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

 

Photography
Angela Improt

 

Creative Direction
Alessandro Fornaro

Editor
Carolina Fusi

Digital tech
Jacopo Contarini

Post-production
Davide Cattelan

Special thanks to
Illulian Carpet

The collection on louisvuitton.com

Al ritmo della seta

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Presso il temporary store di Hermès, al civico 67 di via dei Condotti a Roma, inaugura oggi, 2 dicembre, per rimanere aperta fino al 31 gennaio 2018, una speciale idea di luogo effimero che prende ispirazione da un negozio di dischi. Per Silk Mix il piacere della musica si sovrappone a quello tattile ed estetico della seta, in un playground squisitamente maschile. I carré di seta da uomo siglano infatti le cover dei vinili a trentatrè giri, mentre i pattern ripetuti delle celebri cravatte vanno a impreziosire il fronte delle cassette. Complici di quest’avventura sensoriale composita e inattesa, Véronique Nichanian, direttore artistico del mondo maschile di Hermès, Christophe Goineau, creative director della seta uomo e Thierry Planelle, responsabile dell’ambito musicale e da oltre tre lustri autore delle colonne sonore delle sfilate prêt-à-porter homme Hermès.

Oltre ai dischi, ordinati in scomparti, vi sono appunto carré, di cui alcuni appesi alle pareti e cravatte, in una compenetrazione di esperienze e colori, di suoni, di emozioni e morbidezza serica. In Silk Mix ci si perde in una dimensione sognante. A ogni disco o carré è abbinato un pezzo del soundtrack di una passerella degli ultimi otto anni, a ogni cassetta invece – in corrispondenza con una determinata cravatta dallo stesso disegno, si riferisce un brano del 2017. I numeri la dicono lunga: duecento venticinque modelli e cinquantacinque motivi per i carré, centoventicinque modelli e venticinque motivi per quanto riguarda le cravatte.I temi, come da copione chez Hermès, sono numerosi ed evocativi, per dare vita a un racconto affidato alla seta che attraversa citazioni musicali, vibrazioni cromatiche astratte, purismo e décor, approccio grafico e libertà di segno. Poi ecco gli sport, in particolare quelli equestri e il gioco trattato in varie declinazioni, la letteratura e il respiro della natura e dell’arte, da associare secondo l’estro del momento al proprio gusto e temperamento, a un incontro e all’umore del giorno.

Lo studio di architettura Park associati ha trasformato i centoventi mq dello spazio Hermès di via Condotti in un ambiente dedicato all’ascolto, con pareti rivestite di gomma a simulare una sala di registrazione, strutture metalliche e riquadri luminosi al neon. Dopo l’esordio a Madrid e a Roma, Silk Mix farà tappa a Seoul e in altri luoghi lungo un tour intorno al globo.

Silk Mix

2 dicembre 2017 > 31 gennaio 2018

Hermès Pop Up Store
Via Condotti, 67 – Roma

Tutti i giorni, 10:30 > 19:00

Images courtesy of Press Office
hermes.com – @hermes

La matita, prima dell’abito

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial


La Galleria degli Uffizi, in occasione della novantatreesima edizione di Pitti Immagine Uomo, presenta a Palazzo Pitti, nelle sale dell’Andito degli Angiolini, la mostra Capucci Dionisiaco, curata dallo stesso couturier romano. Questa volta, il lavoro e il segno di Capucci non si manifestano nelle sue magnifiche architetture tessili, nelle forme plastiche, radianti e volumetriche degli abiti-scultura che lo hanno reso noto in tutto il mondo, ma attraverso una sequenza di settantadue opere su carta di grande formato (cm. 70 x 50). Dalla sua sofisticata e iconica idea di femminile, Roberto Capucci sconfina in ambito maschile, lungo il racconto di disegni che rappresentano costumi teatrali dal carattere ambiguo, metamorfico e arcano.

Opere che datano a partire dagli anni Novanta e finora rigorosamente private, come fossero delle creature amate da proteggere, concettualmente ispirate da una messinscena onirica e concepite in un’estrema e svincolata libertà di esprimersi. Una teoria fibrillante di Follie, come Capucci stesso le ha definite, un corpus narrativo che gioca una partita con il fantastico e che risuona d’infiniti echi e suggestioni artistiche. Non a caso Capucci ha prescelto Firenze, per rivelare questa piega inedita del suo sconfinato immaginario.

Qui ha debuttato in passerella poco più che ragazzo nel 1951, con una sfilata ‘a sorpresa’ nell’ambito del First Italian High Fashion Show, organizzato dalla carismatica figura del marchese Giorgini, il vero padre della sorgente moda italiana. Erano gli anni pionieristici e generosi di creatività che diedero il via al fenomeno del Made in Italy, quelli che, visitando gli atelier di haute couture romani, fecero esclamare a Carmel Snow: «Everything is happening here!». Inoltre, come sottolinea ancora il couturier, Firenze vive nel solco di un’imperitura tradizione e densità culturale, dove sempre aperto è il dialogo tra passato, presente e futuro. La mostra rimane aperta fino al prossimo 14 febbraio.

Capucci dionisiaco

09 gennaio 2018 > 14 febbraio 2018

Palazzo Pitti
Piazza de’ Pitti, 1 – Firenze

Martedì > domenica, 08:15 > 18:50

Intero € 13
Ridotto € 6,50

Images courtesy of Press Office
operalaboratori.com 

Il NYX Milan, l’hotel della street art

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Il suo nome si riferisce alla divinità ellenica della notte, il NYX Milan è un albergo inatteso e innovativo nel suo concept, nato in piazza IV Novembre da meno di un anno. Un hotel che offre svariate esperienze secondo un approccio diverso ed emozionale, contemporaneo e coinvolgente. Trecento camere su dodici piani di un edificio razionalista, noto come ex-palazzo Philips, al centro di una zona del capoluogo lombardo oggi investita da un forte vento di trasformazione. Dalle finestre dei diversi livelli diventa tangibile la metamorfosi continua che caratterizza Milano, si abbracciano gli edifici sempre più alti che ne disegnano lo skyline e che incastonano la vicina mole architettonica primo Novecento della stazione centrale.

NYX fa parte del Gruppo Fattal e costituisce la prima di una serie di nuove realtà alberghiere, dieci per l’esattezza, che verranno inaugurate nelle principali città italiane nei prossimi tre anni. Balza agli occhi la connotazione urban arsty, matrice che tramuta la struttura interna in una sorta di galleria diffusa affidata a street artist che hanno fatto la storia del writing internazionale. Peeta, Joys, Jair Martinez, Yama 11, tra gli altri, hanno lavorato site specific sull’arco di tre mesi in un incessante parabola di aggiornamento. Segni ed espressioni vibranti di contemporaneità che, fin dall’ingresso, diventano preponderanti, così come accade nel patio outdoor dominato dai murales di ventotto metri di altezza realizzati da Vesod, nelle colonne con i quarantacinque gradi di Joys e per la parete affrescata da Peeta e Yama 11.

La proposta di ospitalità NYX è lontana da cliché consolidati. Dai tour guidati, per scoprire le forme di urban art di una Milano quasi insospettabile, al tatuatore on demand. Da trucco, parrucchiere ed estetista in camera, fino alla ricerca di cucina del Clash restaurant, imperniata su uno street food miscelato a inserti vegani e vegetariani. Nei mesi a venire quest’ attitude metropolitana e giovane di NYX, verrà arricchita da ulteriori escursioni nell’attualità, con il cinema e lo yoga sul rooftop e un fuoco d’artificio di mostre ed eventi dedicato a linguaggi e sperimentazioni espressive del terzo millennio.

NYX Milan

Piazza Quattro Novembre, 3 – Milano

02 2217 5500

Images courtesy of NYX Hotel
nyx-hotels.it/milan – @nyxmilan

La collezione dei Cavalieri

La scalinata del Rome Cavalieri Waldorf Astoria

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Lo scalone a doppia rampa ellittica domina il finale a sorpresa dell’episodio Eritrea di Luigi Comencini, nel film collettivo La mia Signora, del 1964, che esalta la misterica allure di Silvana Mangano, protagonista anche degli altri quattro episodi, diretti da Mauro Bolognini e da Tinto Brass. Protagonista quei ruggenti anni Sessanta, il periodo del boom, il Rome Cavalieri Waldorf Astoria fu costruito su progetto di Ugo Luccichenti, Emilio Piferi e Alberto Ressa, con una collaborazione di Pier Luigi Nervi. Il nome Cavalieri intendeva rendere omaggio a quegli antichi cavalieri che giungevano nella Città Eterna dalla via Francigena e che da questi spalti collinari, dove si fermavano per fare riposare i loro destrieri prima di accedervi.

Non è un dato comune il poter vivere un’ospitalità in colloquio diretto con splendori artistici di tale impatto: una collezione di pezzi che idealmente prende vita con i pittori del Cinquecento e barocchi per spingersi fino a quelli del Novecento e del contemporaneo. Vetri Gallé e costumi teatrali di Rudolf Nureev. La comode ornata di bronzi di Jacques Caffieri, apparteneva in origine a Federico Augusto II, Elettore di Sassonia e poi re di Polonia con il nome di Augusto III, passato alla storia tra l’altro per essere stato l’inventore della Manifattura ceramica di Meissen. È sormontata da una jardiniére in ottone e argento su fondo di tartaruga dei primi del Diciottesimo secolo, un capolavoro della bottega di Charles-André Boulle, maestro ebanista prediletto della corte di Luigi XIV. Vi sono sculture dell’artista neoclassico danese Berthel Thorwaldsen, l’antagonista di Canova nella Roma papale dei primi dell’Ottocento, segnatamente Il Pastorello e il cane, accanto al Minosse marmoreo del fiorentino Cesare Zocchi, eseguito alla fine del Diciannovesimo secolo. Il Bacio, ancora in marmo, realizzato nel 1861 dal lombardo Antonio Tantardini. Gli arazzi sono il vanto della collezione dell’hotel: dagli scorci del Seicento, votati a un ricercato esotismo di fiaba, dai colori di smalto e pietra dura, della serie Histoire de l’Empereur de Chine, al Trionfo di Marte, su cartone di Jan van Orley e di ben otto metri di lunghezza.

La pittura si racconta con il guizzante e intenso colorismo di Giuseppe Bazzani che qui è rappresentato da ben due dipinti a soggetto mitologico – uno dei due è il Giudizio di Paride, posto a destra dell’ingresso alla galleria. Il clou della visita coincide con le tre vaste tele del veneziano Giambattista Tiepolo, dipinte nel 1725 per palazzo Sandi a Venezia, su committenza dei proprietari che volevano celebrare adeguatamente la loro recente acquisizione al patriziato della Serenissima. Il Giuditta e Oloferne che Francesco Cairo dipinse al debutto del XVII secolo è un quadro arcano e ipnotico come certe siderali arie da opera barocca, un qualcosa di magnetico e stregato. Lo sguardo altero della protagonista, è incorniciato dalla seta del turbante e da dettagli preziosi, resi con compiacimento dal Cairo, formatosi sulla scia della cultura borromaica nella Milano vicereale spagnola.

Rome Cavalieri Waldorf Astoria

Via Alberto Cadlolo, 101 – Roma IT
+39 06 3509 1
romecavalieri.com – @romecavalieri

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

The bond of Fendi and Bernini

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Una mostra dedicata al genio poliedrico di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), in occasione dei vent’anni dalla riapertura della Galleria Borghese. Con Fendi come partner istituzionale. Ideata da Andrea Bacchi e Anna Coliva, direttrice dell’istituzione museale romana, con la collaborazione di un pool di studiosi e specialisti dell’opera del grande artista e della stagione del barocco a Roma, l’esposizione è imperniata intorno al fulcro della scultura di Bernini, figura che attraversa diversi campi creativi, spaziando dall’architettura, alla pittura e al teatro, come metteur en scène e drammaturgo. I prestiti prestigiosi, provenienti da musei e raccolte private di tutto il mondo, intorno al glorioso corpus berniniano, fanno della mostra un appuntamento sia per gli iniziati che per un pubblico più vasto. Drammatico è l’impatto del percorso attraverso le sale della palazzina che conteneva i tesori del cardinale Scipione Borghese, primo committente del Bernini, colui che lo volle autore di gruppi marmorei autonomi per ‘dare figura di immaginazione’ ad ogni stanza. L’itinerario espressivo berniniano si rivela a partire dalle prime opere eseguite con il padre Pietro fino al 1617, quando il giovanissimo Gian Lorenzo impone la sua caratura personale. Il marmo è il leitmotiv, toccando anche altri ambiti materici e mediatici, come la pittura, i bozzetti in terracotta, il disegno, i restauri sulla statuaria archeologica che tratteggia un ritratto a tutto tondo del grande artista e che giganteggia sull’Urbe durante il regno di diversi pontefici. Si aprono squarci europei con il bozzetto e la maquette in terracotta del monumento del sovrano francese Luigi XIV, mentre un caso a sé è rappresentato dalla Santa Bibiana, commissionata a Bernini da Urbano VIII Barberini nel 1624 a coronamento dei lavori intrapresi nell’antica chiesa sull’Esquilino, sottoposta a un accurato restauro a cantiere aperto presso l’atrio della Galleria e restituita alla sua piena integrità conservativa e valenza estetica. La mostra su Bernini testimonia il rafforzarsi del rapporto tra Fendi e la città di Roma, annunciando la partnership triennale con la Galleria Borghese. Un progetto ambizioso che prevede la costituzione del centro di ricerca Caravaggio Research Institute, presieduto da Anna Coliva, promosso e divulgato attraverso un programma espositivo internazionale sull’artista maudit, da Los Angeles all’Estremo Oriente e il sostegno da parte di Fendi sull’arco di tre anni consecutivi a tutti gli appuntamenti espositivi di Galleria Borghese.

BERNINI

Galleria Borghese
Piazzale Scipione Borghese, 5 – Roma

1 novembre 2017 > 4 febbraio 2018

Martedì > Domenica, 9.00 > 19.00

Images courtesy of Press Office
fendi.com – @Fendi

Fendi Studios

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Pietro Beccari, CEO, parla della bellezza, prima ancor della cultura, quale ragione prima per le mostre e per i grandi restauri del patrimonio dell’Urbe intrapresi dalla Maison negli ultimi anni.L’ultimo capitolo nasce dal legame del brand romano con il grande schermo, il tema di Fendi Studios, esposizione che apre oggi durante la Festa del Cinema di Roma presso il Palazzo della Civiltà Italiana, chiuderà il 25 marzo 2018.

Il concetto di interattivo: più che essere spettatore, chi visita la mostra ne diviene protagonista, immergendosi in un percorso multi-sensoriale che si rivela intorno a costumi, pellicce e accessori realizzati da Fendi per il cinema.

Al volante di una spider, dietro a voi si avvicendano scenari metropolitani nel primo ‘Studio’, dal titolo Easy Riders. Potrete entrare in slow-motion all’interno di un edificio newyorkese, apparire in scena come Madonna in Evita o Edward Norton e Tilda Swinton in Grand Budapest Hotel o compagnare Michelle Pfeiffer de L’Età dell’Innocenza di Martin Scorsese. Il vostro volto, in The Palazzo of Desires, è riprodotto in un modello in scala del Palazzo della Civiltà italiana. In FENDI’s Adventure in Tenenbaum Land, si passa attraverso un corridoio di specchi, in fondo al quale si finisce in una scena del film I Tenenbaum con Gwyneth Paltrow. Il suo visone anni Ottanta è lì a due passi, proprio come il mantello indossato da Catherine Deneuve in Princesse Marie, la pelliccia bianca a inserti metallici dorati di Sharon Stone in Basic Instinct o quella intarsiata e multicolore che Meryl Streep sbatte con violenza sul tavolo del suo ufficio in Il Diavolo veste Prada. In una sala di proiezione di sessantaquattro posti con poltrone di velluto rosso tutte queste pellicole sono di cartone.

L’opening ieri sera 26 ottobre. Una cena che segna anche l’apertura del Festa del Cinema a Roma. Attrici, registi e politici, il mondo di Roma trova ancora lustro, l’EUR di Fendi fa le veci di Cinecittà – tra tutti si faceva notare per grazia a capacità di ironia, tacchi bassi e fur ultra colored, occhiali dalla montatura scura, la principessa Martine Orsini.

Fendi Studios

27 ottobre 2017 > 25 marzo 2018

Palazzo della Civiltà Italiana
Quadrato della Concordia, 5 – Roma

Tutti i giorni, 10:00 > 20:00, ingresso libero
Proiezioni giornaliere alle 21:00 su prenotazione

Images courtesy of Press Office
fendi.com – @Fendi

Back to Italy

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

La scenografia inquadra un vasto corpus di dipinti, oggetti, sculture, abiti, scarpe e accessori, mobili, documenti, fotografie d’epoca e apparati video storici e contemporanei. Si riferisce all’epopea dorata delle grandi navi passeggere tra le due guerre mondiali. Ne è autore Maurizio Balò, in collaborazione con Andrea De Micheli. Il filo conduttore dell’esposizione è quello del ritorno in Italia dagli USA del giovane Salvatore Ferragamo, nel 1927, a bordo del Roma, transatlantico gioiello della Navigazione Generale Italiana. Dalla Campania in cui aveva visto la luce, a Bonito, in Irpinia, Salvatore era partito da emigrante appena diciassettenne su un piroscafo in terza classe. Non soltanto armato di coraggio e di speranze, ma già in pieno possesso di maestria di calzolaio.

Il Paese in cui Ferragamo rientra, forte della sua affermazione a Hollywood, allora sembrava stabile, più unito e proiettato verso il nuovo. Va sottolineato che il debutto del governo fascista era stato ben accolto in America. Ferragamo quindi decide di installarsi a Firenze, città che considera come un autentico simbolo di cultura, e di intrecciare la sua esperienza americana con la sapienza ancestrale degli artigiani toscani. Una dinamica che si sviluppa attorno a quel concetto di unità delle arti, urbanistica, architettura, tecnologia e artigianato, cui si collegava il recupero del mestiere e della tradizione della bottega rinascimentale quale ideale esempio di sincretismo. La figura dell’artista artiere riveste «un ruolo etico e politico di spirito guida dei tempi nuovi», come osserva Stefania Ricci nell’introduzione al catalogo. Sono anni, quelli tra i Venti e la metà dei Trenta, nei quali le arti applicate vivono una stagione fervida e di ricerca a tutto tondo. Nel 1922, a Monza, era stata varata l’Università delle Arti, mentre, dal 1923 al 1930, nella Villa Reale, hanno luogo le celebri mostre biennali che in seguito confluiscono nelle Triennali di Milano. Questo febbrile fermento, questa progettualità creativa poliforme e il profumo salmastro delle lunghe traversate tra USA ed Europa sul finire dell’età del jazz e prima della terribile crisi economica del 1929, lungo la linea narrativa della mostra si rivelano nel solco della rivoluzionaria visione estetica e produttiva di Salvatore Ferragamo.

La Firenze di quell’epoca, in trasformazione e come sospesa tra recupero del passato e tradizione, tra aggiornato modernismo e slancio architettonico razionalista, non rimane inerte. Lo comprova il dipinto di John Baldwin che raffigura la neonata stazione ferroviaria di Santa Maria Novella. Di rilievo sono l’istituzione dell’EAT (Ente Attività Toscane) e le Fiere d’arte del 1923 e 1924, ma soprattutto l’Istituto d’Arte di Porta Romana, fucina creativa di enorme importanza a livello nazionale, qui testimoniato dai gessi di Bruno Innocenti e Antonio Berti. Nella prima parte del percorso della mostra vi sono elementi della decorazione, affiches e brochures pubblicitarie della motonave Roma. Filmati, ritagli di giornale e documenti di espatrio del giovane Salvatore, oltre a una rassegna stampa che ne racconta i trionfi americani e il rapporto con le star quali Mary Pickford, Douglas Fairbanks e Dolores del Rio. Non a caso, in America era famoso come il ‘calzolaio delle stelle’. Ecco alcuni storici modelli di sue calzature, come la Francesina del 1929, che abbina la tomaia in capretto bluette al décor asimmetrico in lucertola; il sandalo Due Pezzi del 1930, in raso ricamato merletto di Tavarnelle o la décolleté Labirinto (1927-30) in capretto ricamato in filo di seta grigio perla a punto catenella. Creazioni di moda cariche di ispirazione e catalizzatori di suggestioni e semantiche artistiche identitarie contemporanee.

Un’avventura fatta di riappropriazione di linfe culturali, immaginarie ed emotive, il cui fil rouge s’impernia sul viaggio di ritorno in Italia di Salvatore Ferragamo. La carrellata prosegue incalzante. Si succedono gli arredi lignei, le terrecotte e le ceramiche di Duilio Cambellotti. I progetti di vetrate del veneziano Carlo Scarpa per il negozio fiorentino di Cappellin e le tarsie di stoffe colorate del futurista Fortunato Depero. I vetri incisi di Balsamo Stella per S.A.L.I.R.  Gli arazzi in seta di Vittorio Zecchin, seguace a Venezia del verbum neo-bizantino e secessionista viennese di Klimt. Una serie di splendidi costumi regionali contrasta con toilette e lingerie femminili. Una costellazione di foto delle protagoniste di quel tempo dialoga con i tessuti della Manifattura Lisio. Le maioliche di Dazzi e Tempestini per la Manifattura Cantagalli. Le urne e i piatti ceramici di Gio Ponti per Richard Ginori spiccano vicino a tele di Pippo Rizzo, di Giacomo Balla, di Giovanni Colaticci e Primo Conti. Gli scorci marini di Moses Levy e Mario Broglio. Il ritratto, raffinato, di Alma Fidora, Calma Argentea, di Domenico Guerello. Nell’esposizione affiora il tema della casa, a sfondo del dibattito sulla concezione organica dell’architettura, delineato dalla video-installazione dell’ultima sala con la riproposizione dei tre moduli progettati in quegli anni: la Casa d’Artista di Balla e Depero, la Casa Neoclassica di Gio Ponti e la Casa Razionale di Terragni e del Gruppo 7 che si incarna nella Casa Elettrica presentata a Monza nel 1930. Infine, un’ulteriore tessera di questo mosaico di riferimenti legati all’ambito di Firenze e ai suoi imprestiti internazionali durante i due conflitti mondiali, sono le variegate personalità artistiche dei due fratelli Ernesto e Ruggero Alberto Michahelles, alias Thayaht. Assai nota la sua collaborazione con Madeleine Vionnet e Ram, figure libere e sperimentali, a cavallo di linguaggi e concezioni stilistiche avanzate.

1927 Il ritorno in Italia

19 maggio 2017 – 2 maggio 2018

Museo Salvatore Ferragamo, Palazzo Spini Feroni
Piazza Santa Trinità 5 – Firenze

Tutti i giorni, 10 – 19:30

From The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

Charlie Siem, the magic violinist

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

«Astrazione. Per me la musica è tempo e suono. È stata ed è il mio canale privilegiato, la mia essenza. La qualità del violino è come quella della voce umana. Perfetta, ideale per esprimere sentimenti, differenti temperature emotive». Charlie Siem è un ragazzo d’oro londinese di trentuno anni basato nel Principato di Monaco, che, specie nell’ultimo decennio, si è imposto come uno dei violinisti classici più celebri al mondo. Ha suonato senza alcun timore con i Who e Miley Cyrus. Superstar fin dal 2001, dotato di carisma da vendere, magnifico comunicatore. La sofferenza, il dolore e la catarsi, se ci sono – e di certo è così – li sa nascondere dietro l’ombra di un sorriso e di uno smagliante uso di mondo very british. Charlie è diretto e affabile, ma s’intuisce la sua complessità interiore e magari un filo di malinconia, da puro Capricorno qual è. Su di lui, oggi, riflettori più che mai puntati, sfatando in toto il cliché del musicista dannato, tormentato e consunto dalla propria arte e dal genio che lo abita.

La musica e il violino – il suo è un prezioso Guarnieri del Gesù detto d’Egville del 1735, in precedenza appartenuto al grande Yehudi Menuhin, non si stanca mai di ripetere, sono il perno della sua intera esistenza. Costituiscono il suo massimo divertimento. «Poi c’è l’ambizione, che talvolta vince addirittura sul talento e la disciplina – ce l’hai o non ce l’hai. Anch’essa è un elemento innato e fondamentale. Così come una salutare e severa autocritica. Senza esagerare». Questo divertirsi, il fun, è un concetto che Charlie Siem, alle spalle scuole d’eccellenza come Eton e il Girton College a Cambridge, ribadisce continuamente. «Se così non fosse, se suonare questo strumento non mi divertisse e non mi appartenesse più – aggiunge perentorio – metterei subito e senza alcun rimpianto la parola fine alla mia carriera. Non potrei seguitare a dialogare con me stesso, né rivolgermi agli altri, al pubblico che mi sostiene, senza dare verità, senza tentare di esprimermi al massimo, quantomeno secondo una gradazione sperimentale e metamorfica. L’imperativo è di perseguire quel quid necessario che fa la differenza e che supera e infrange il consueto. Un itinerario work in progress che non finisce mai. La musica per me, fin dall’infanzia non voleva dire abbracciare una professione, ma semplicemente poter suonare il concerto per violino di Beethoven».

Decisamente bello, talentuoso, giovane e sportivo, Charlie inoltre è corteggiato dall’universo della moda, cui ha prestato il proprio volto per alcune campagne pubblicitarie, segnatamente per Burberry, Dunhill e Hugo Boss, per il profumo di Armani Eau de Nuit nel 2013, immagini scattate da Inez e Vinoodh, per Dior, fotografato dall’amico Karl Lagerfeld – «un raffinato conoscitore specie del repertorio tedesco, sua madre suonava abilmente il violino a livello amatoriale». È apparso nel film di Bruce Weber per Dior Homme Can I Make the Music Fly. La moda, è evidente, a Charlie Siem piace, lo interessa e lo diverte. Gentleman look impeccabile, di rado con qualche grammatura di stravaganza dandysh. Non è raro vederlo, in compagnia dell’altrettanto avvenente e solare sorella Loulou, scultrice. All’ultima tornata parigina di couture del luglio scorso sedeva in prima fila agli show di Chanel, di Giambattista Valli o di Armani Privé – qui cercato dai fotografi quasi quanto l’iconica ultima diva Sophia Loren, accanto a lui al Palais de Chaillot.

Un’aria scanzonata e insieme compunta. Tratti aristocratici, regolari e disegnati. Occhi interrogativi, dal colore luminoso e indefinibile, affabile, simpatico e misurato ma pieno di humour. Non spreca mai parole, esprime concetti pregnanti, precisi e affilati come un’antica lama di Toledo. Viaggia su una rombante Porsche arancio, o meglio rosso lampadina, acquistata per soddisfare un irresistibile colpo di testa poco più di un anno fa. Un vezzo questo, che lo accumuna al sulfureo charme di Herbert von Karajan, indimenticabile direttore d’orchestra austriaco malato di velocità sia in campo automobilistico che nautico e aereo. Siem gira il globo come una trottola per far fronte a una popolarità crescente, specie in Paesi lontani e di diversa cultura. La sua preparazione fisica richiede regolari sessioni in palestra. «La pratica del violino, conferma, ti sbilancia, va a carico di una sola parte del corpo, investito da una dinamica in torsione originata da sinistra, quindi nasce forte l’esigenza di recuperare armonia ed equilibrio e di lavorare sulla postura».

«A fine giornata, per dirmi sul serio soddisfatto, devo avere raggiunto un risultato nuovo. Un qualcosa, un riflesso che non mi aspettavo di trovare. La sfida consiste nel tirare fuori dal testo musicale, che tanti prima di te hanno studiato, amato, combattuto, analizzato ed eseguito, una fragranza inattesa. Un chiaroscuro o un’angolazione inedita e piena di un ulteriore significato. Devi riuscire ad aprire una tua strada personale, indipendente, solo tua, per maneggiare staccato, vibrato, interruzione multipla e controllo dell’arco. Suonare il violino, ben oltre la tecnica anche più eccelsa, è un fatto individuale, in cui non puoi non superarti e superare certi snodi, certi riferimenti assodati. Nessun altro può riuscire a spiegarti in quale maniera reagirà il tuo corpo o risponderanno le tua mani. E non puoi più esimerti dal prendere rischi e di sbagliare, se occorre».

Sulla vita privata, l’ineffabile Charlie, adorato dal pubblico femminile – per quella sua aria concentrata e romantica insieme, senza contare il potere d’attrazione del suono lieve, accorato, spirituale e struggente di un violino, tiene la bocca ben chiusa, se la ride e non si lascia sfuggire un solo commento rispetto ai tanti flirt anche illustri che gli sono stati attribuiti. Cresciuto in una famiglia cosmopolita e di vaste possibilità economiche, è nato a Londra il 14 gennaio 1986, padre norvegese, il businessman Kristian Siem e madre di origine sudafricana, Karen Ann Moross. Già all’età di tre anni, come una specie di piccolo Mozart, lascia intravedere il suo naturale trasporto verso la musica. Tra gli otto e i nove anni inizia il suo vero training, una pratica dura e quotidiana di almeno quattro ore al giorno, sotto la guida di maestri virtuosi, quali Itzhak Rashkovsky al Royal College of Music o il celebre Shlomo Mintz, e presso scuole e seminari di alto livello in ogni parte del mondo. Appena quindicenne, parte da solo per Rio de Janeiro per esibirsi con un’orchestra, mentre tre anni dopo riceve il suo battesimo in palcoscenico a Londra con la Royal Philarmonic. Rashkovsky e Mintz, suoi docenti, diventati mentori e amici. «Da bambino, c’era in me come un senso, un moto dell’anima che dovevo esprimere. Un’attitude, un’urgenza che ti viene da dentro, una dote naturale. Poi, è vero, esistono la ritualità dell’apprendimento e l’affinamento progressivo della tecnica, un mezzo di cui ti devi impadronire alla perfezione, oltre al necessario allenamento fisico. Sembrerà strano ma nella nostra storia familiare anche remota non esisteva alcun precedente, a parte la lontana ascendenza del violinista e compositore norvegese Ole Bull. Né si può dire vi fosse una particolare predisposizione alla cultura musicale. Da noi, in famiglia, c’erano avvocati, uomini di legge e d’affari. Io sono un musicista e le mie tre sorelle, con le quali, e in un modo singolare e personale con ognuna di loro, ho un rapporto profondo e di enorme scambio e affetto, sono tutte variamente legate al mondo dell’arte o della musica».

Firenze è la città dove ha deciso di vivere. Lo incontro in quello che forse è il giorno più torrido dell’anno. È appena arrivato da Cap Ferrat, dove è andato a visitare la sua famiglia, che risiede principalmente in Costa Azzurra. S’intuisce che il suo pensiero, la tensione mentale e la concentrazione spesso lo portano altrove. «Sto preparando il Concerto Numero 1 per violino e orchestra in sol minore Opera 26 del tedesco Max Bruch. Lo eseguirò in pubblico a Harbin (Manciuria, Cina nord-orientale), per la prima volta il 10 agosto prossimo, con Zubin Mehta come direttore e la Israel Philarmonic Orchestra, un organico con cui da molto tempo sognavo di collaborare. Un lavoro di scavo e di ermeneutica su un pezzo dalle infinite sfumature e segreti, pervaso da un romanticismo lirico che termina su uno spericolato accelerando. Vanta una storia controversa: debuttò nel 1866, fu revisionato e redatto nella forma in cui è universalmente conosciuto per il violinista József Joachim con esordio a Brema il 5 gennaio 1868. A Harbin, una metropoli di quasi dieci milioni di abitanti, l’attenzione per la cultura musicale è alta. Forse non sarà una platea sofisticata come lo sono altre in Europa e America, ma il livello di conoscenza e l’entusiasmo di un pubblico ampio e variegato, stanno via via crescendo costantemente. La tournée estiva cinese peraltro inizia a Nanjing the giorni prima. Presso la University of the Arts di Nanjing e il Leeds College of Music dove sono visiting professor».

Charlie ha deciso di coronare un suo vecchio desiderio e di trascorrere lunghi periodi in Italia, più segnatamente a Firenze. «Come per tanti ragazzi di educazione inglese, l’Italia è una meta del cuore, un luogo, una specie di sogno forse più vagheggiato che reale. È il Paese del Rinascimento, del divino Claudio Monteverdi». Memorabile una performance di Siem al London Science Museum di Londra per un evento intitolato Beyond the Stars, del monteverdiano Pur ti miro, Pur ti Godo dall’Incoronazione di Poppea, in occasione del quattrocentocinquantesimo anniversario dalla nascita del compositore cremonese, di Paganini e di Rossini, del bel canto, della Camerata de’ Bardi che, proprio nella città dei Medici ha inventato il genere operistico in età barocca. «L’Italia è una sublime cultura del cibo e la radiazione inestinguibile, sensuale e fascinosa della Dolce Vita. Da piccolo sono stato a lungo a Spoleto durante le mie vacanze estive, ospite del fotografo Derry Moore che ci viveva. Volevo recuperare quella gioia di vivere, quella sprezzatura e quella libertà bohémien vagamente eversiva che ricordavo con vera gioia. Penso che l’Italia mi aiuterà a scoprire me stesso, a rompere degli schemi, a liberarmi e a rendermi indipendente da tante costruzioni e sovrastrutture ormai forse inutili o non più necessarie nel mio percorso esistenziale e di musicista».

The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

Graffio / Amanda Demme

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Totemica e carica di significazioni, catalizzatrice di risvolti simbolici e di onirismo, di messaggi e di presagi universali – l’hanno chiamata la Tigre di Cremona. Non solo, va sottolineato, in ambito pop e camp: Mina costituisce una semantica a parte. È la maga dal gesto sinuoso, astratto e imprendibile tracciato nell’aria. È la pioggia di marzo e madama Doré. È un capzioso gioco di specchi e un sortilegio allegorico tra sincerità tagliente e mistificazione abbagliante. Mina, alias Mina Anna Mazzini. Lombarda, nata a Busto Arsizio il 25 marzo 1940. Cantante, conduttrice televisiva, attrice e produttrice discografica – recita l’enciclopedia più attuale. Ruggenti gli esordi padani in balera appena adolescente col nome di Baby Gate tra gli urlatori sul finire degli anni Cinquanta, mentre esplode come una bomba la morgana del boom economico (si esibiva nelle balere del cremonese con la sua prima band, gli Happy Boys. Fu il titolare della Italdisc, Davide Matalon, a metterla sotto contratto dopo averla ascoltata a Casteldidone – n.d.r.). Grazie alla sua voce, unica e proverbiale, a una fisicità mutante e al contempo canonica, al suo intramontabile e sfaccettato carisma, Mina attraversa con il vento in poppa oltre mezzo secolo di storia italiana e seguita, anche nascosta dietro le quinte di una privacy invalicabile, a esercitare un regale dominio sull’intero immaginario del Bel Paese. Dell’Italia e delle sue infinite contraddizioni, Mina, in una sorta di ossimoro profetico, è il suggello e insieme l’antitesi. Popolare e sofisticata, romantica e femminista. Libera, incurante dei cliché e del perbenismo, assomma provocazione e indipendenza, metempsicosi e slancio di futuro. Per paradosso è insieme signora borghese appartata dalla placida vocazione casalinga e ragazzaccia geniale.

Ribelle, bizantina e lussureggiante icona gay. Infaticabile. In fourreau nero e catenina d’oro, sul palco fino alla catarsi e alla consumazione di sé, forse in fondo capricciosa e pigra. Ha rinunciato a una carriera internazionale, dicendo di no a Frank Sinatra che la voleva in America (si dice, per l’invincibile paura che le incutono gli aerei). Onnivora nel repertorio. Poliglotta, ha inciso dischi in spagnolo, portoghese e inglese, in turco e in giapponese, vedi il manga-song Sette mari, di sconcertante modernità metafisica. Ha cantato in napoletano, indimenticabile la sua criptica e sommersa versione di Sciummo di Concina e Bonagura. E in genovese. Ha sconfinato nel sacro. Flirtato leggera e irridente con il diavolo in persona e inneggiato a una mica tanto arcana robina qua scatologica con divertito humour bambinesco e vagamente snob. La galleria dei suoi successi non finisce mai. La sua discografia si frantuma in mille riflessi e seduzioni, spalanca file onusti di ricordi ed emozioni. Calzante, immancabilmente. Sentimentale e mélo. Carica di suggestioni e interrogativi. Sconsolatamente vera e sontuosamente fictional. Parole parole, in un rimpiattino implacabile con Alberto Lupo. Il sognante ottativo di E se domani. La trama onomatopeica e fiabesca delle Mille bolle blu. L’ivresse cristallina e l’ardua escursione di note in scala dal basso all’alto e viceversa dell’impareggiabile Brava. Poi, le atmosfere sessuali esplicite e l’allusione orgasmica de L’importante è finire. La struggente e conflittuale Bugiardo e Incosciente di Paolo Limiti. Neve, Vivere, Volami nel cuore, remake di Samuele Bersani e di Manuel Agnelli. I duetti con il vecchio amico Adriano Celentano. Capace di mille virtuosistici funambolismi vocali, proprio come una divina creatura transgender uscita dai fasti dell’opera barocca, Mina, suo malgrado, è diventata il fil rouge e lo specchio ustorio di vizi e virtù italiote, in un divampante falò di tic e vanità, in un vortice opulento di pura rappresentazione.

Un cocktail di imprevedibilità e delirio divistico che sfiora sfere mistiche e kabuki, che polverizza l’aggregante kermesse canora del Festival di Sanremo, tormentone che ogni anno, come un vaticinio, ci regala un differente ritratto della nazione. Mina che imbroccava le registrazioni al primo colpo, sicura, senza esitazione alcuna. Mina che ha capito tutto. Medianica pitonessa del vinile, ha previsto in largo anticipo la valanga di greve volgarità che avrebbe travolto tutto quel mondo televisivo patinato, rarefatto e in fondo ingenuo. Tutta quella garbata e gloriosa definizione di star system che le apparteneva. Si è portata via. Si è votata a un’esistenza di donna normale, consegnandosi però a un’aura mitologica quando, nel 1978, come una Greta Garbo nostrana, si è sottratta alle scene celandosi dietro le pesanti cortine purpuree della sua stessa leggenda. Volatilizzandosi del tutto dai media, da quel piccolo schermo di cui nella magica stagione tra i Sessanta e i Settanta catodici ormai sdoganati pure da Francesco Vezzoli, è stata l’incontrastata regina del sabato sera. Mina si è trasformata in luminoso fantasma dalle manifestazioni cruciali. Attesissime, proprio perché diverse. Sideralmente opposte nel senso e talvolta mirabilmente kitsch, permettendo che soltanto le grafiche e le fantasiose rielaborazioni del suo volto per le cover, in particolare di Tallarini e di Balletti, fossero il luogo della celebrazione e del pubblico riconoscimento del suo verbum. (Le copertine della discografia ufficiale di Mina sono 108 – n.d.r.).

È rimasta nella storia l’estrema apparizione televisiva di Mina: risale al 1974, lungo la collana delle puntate tematiche di Milleluci, regia dell’insuperato maestro del genere Antonello Falqui. Milleluci, l’ultimo grande varietà italiano in sublime bianco e nero, in cui Mina divideva la conduzione con un altro mostro sacro d’ogni generazione, Raffaella Carrà. Specie la sigla finale, Non gioco più, dove magrissima, quasi emaciata, elegante come non mai, con acconciatura un po’ Marella Agnelli e pesante trucco espressionista degno della Lulu di Pabst e della prima Marlene Dietrich, tra lurex e piume, aspirando fumo da un lungo bocchino, recitava non senza ironia il ruolo di cinica femme fatale. Il refrain, annoiato e ipnotico, magari già preannunciava il suo imminente ritiro, avvenuto appunto nel 1978 e reso memorabile dai 14 recital d’addio sold out alla Bussola di Viareggio. Antonello Falqui, grande ermeneuta del sabato sera della RAI monocanale, l’aveva capito subito di che pasta fosse fatta la signora Mazzini. Nel 1964 la dovettero richiamare a furor di popolo perfino dopo l’esilio per la nascita del figlio Massimiliano avuto dal bel tenebroso Corrado Pani, attore sposato e fedifrago, fatto che produsse enorme fragore di scandalo e pruriginosa curiosità nell’Italietta bigotta e perbenista di allora. La TV era controllata da una censura inquisitoria, che paludava le prodigiose gambe delle gemelle Kessler in spessi e castigati collant neri, temendone gli effetti peccaminosi. (La storia con Corrado Pani non rimane l’unica che Mina sceglierà di vivere secondo le proprie regole. Nel 1970, a pochi giorni dal primo incontro con il giornalista Virgilio Crocco, il più classico dei colpi di fulmine si trasforma in un matrimonio lampo. Nasce la seconda figlia, Benedetta – n.d.r.).

Verranno Teatro 10 e Canzonissima ’68, con una teoria di veri capolavori tra cui La voce del silenzio, Io innamorata e Vorrei che fosse Amore. (La quinta puntata di Teatro 10 entra nella storia della televisione italiana per i nove minuti in cui Mina – abito nero lungo e maniche trasparenti, chioma fiammeggiante e leonina – e Lucio Battisti dividono il palco e il repertorio. Le prove non erano andate bene, con la band di Lucio arrivata da Roma in treno per risparmiare sul volo e che, per la stanchezza, non riesce a trovare il giusto feeling sul palco. Adriano Celentano, che era nei paraggi con l’orecchio teso, ironizza: «Oh, se vi serve qualcuno io sono qui» – n.d.r.). Mina, come nessuno, ha saputo cambiare di continuo, entrando e uscendo da estetiche, da generi e da ruoli musicali. Surfando tra le attese e le esigenze di un consumo di massa e di una ricerca personale punteggiata da interpretazioni epocali e cult da brivido. «Non conosce vergogna, ha proprio cantato di tutto, povera ragazza», sibilava di recente e malignamente una sua scorata collega, antica compagna di battaglia ancor oggi in attività. È proprio questa la forza di Mina: l’aver cantato tutto e di tutto. Quasi con sconsideratezza dégagé. Con orgogliosa e infantile impudenza, trasformando ogni hit in un qualcosa che appartiene solo a lei e che si trasfigura in una dimensione altra. Ogni tanto scopri una canzone che ti era sfuggita. Come quel piccolo incalzante gioiello estivo scritto da Augusto Martelli, Noi due, che è quasi la sinopia di una sceneggiatura di Godard o di un film di Antonioni.

Mila Schön, così come Germana Marucelli e Jole Veneziani, la vestiva spesso nell’âge d’or dei Sessanta e affermava che a Mina non importava niente degli abiti che avrebbe indossato. Era talmente immersa nella musica e nel suo mondo che non se ne curava per niente. Rimane inossidabile il suo contributo d’ispirazione e di riferimento per la moda, frequentata con assiduità e facoltà di reinvenzione sperimentale soprattutto nel sesto decennio del Novecento. Basti pensare alla serie dei caroselli Barilla, messi in scena da Piero Gherardi nel 1967 in location insolite e folgoranti, quali le architetture littorie dell’EUR a Roma o il grattacielo Pirelli. Non si può dimenticare Mina che intona l’impervia e trascendentale struttura di Se telefonando. Evergreen del 1966 che incrocia il compositore Ennio Morricone con i lyric del duo Maurizio Costanzo – Ghigo De Chiara, avvolta in un groviglio di cavi telefonici, misterica e quasi klimtiana sul tetto della stazione di Napoli Centrale ancora in costruzione. La sua voce echeggiante di sonorità metalliche ne L’ultima occasione, sullo sfondo di un arcadico paesaggio fra Poussin e Pasolini e delle rovine di un ponte a Tor di Nona. Infine, la Mina-geisha di Ebb tide. Atemporale. In fluttuante kimono off-white e smisurato ventaglio che ondeggia come una farfalla pop sul molo di cemento industriale della spiaggia deserta davanti agli stabilimenti dell’Italsider di Bagnoli, oggi non più esistenti.

From The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

 

Photography
Amanda Demme

 

Editor
Alessandro Fornaro

Model
Erika Linder @nextmodels

Stylist
Phillip Morrison

Fashion Market Editing
Costanza Maglio

Hair
Serena Radaelli @cloutier remix

Make-up
KathyJueng @forward artist agency

Photography assistant
Dale Gold

Digital tech
Hugo

Fashion assistant
Devon Jefferson

Special thanks to
Misha Gibb

Capri c’est pas fini

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

«Capri c’est fini» – cantava anni orsono Hervé Vilard. Uno struggente tormentone estivo 1965 che sembra rispecchiarsi in un altro classico riferimento letterario, quello di Capri e non più Capri di Raffaele La Capria. Eppure, alla faccia di tutti, Capri davvero non muore mai. Ogni anno, la leggenda dell’Isola delle Sirene cresce di più, a dispetto delle ciabattanti e fastidiose masse turistiche giornaliere eruttate senza posa da colossali navi da crociera nel porto di Napoli e di un glamour e show-off strombazzato ormai piuttosto sopra le righe. Ogni mega-yacht del mondo, qui ci deve fare almeno una sosta, non ultimo il gigantesco Rising Sun, 138 metri di lunghezza, proprietà di David Geffen, alla fonda vicino ai Faraglioni solo pochi giorni fa. Difficile competere con un’escalation di notorietà, di lusso e di eccessi vari, di mance faraoniche e di flagship store al posto di vecchi bar e gelaterie, che pare inarrestabile e inevitabile. Molti nostalgici habitué lamentano la perdita dello charme d’antan, dell’anima profonda e ancestrale e dei ritmi antichi e avvolgenti di questo mitico scoglio.

È vero, verissimo che a Capri non si sono mai viste tante guardie del corpo come durante la recente visita della coppia del momento, ‘Ferragni-Fedez’, assediati da ragazzini urlanti, che si sono assiepati come un coro da tragedia greca per almeno un paio d’ore fuori dal Restaurant Aurora, dove i due stavano gustando la celebre e brevettata ‘Pizza all’acqua’, prediletta da schiere di VIP internazionali. Proprio lo stesso luogo, per inciso, dove qualche anno fa, Al Gore e Steven Spielberg, in short e flip flop, mangiando, conversavano amabilmente, seduti a un tavolino esterno, senza alcun bisogno di bodyguard o simili. Mona Bismarck e Jacqueline Kennedy Onassis o Maria Callas, si godevano quella forzata normalizzazione democratica che è parte del sogno caprese, passeggiando e facendo shopping come comuni mortali per le vie e viuzze isolane nei classici sandali locali flat o in espadrilles. Ben lontane dall’issare se stesse su zeppe da Kabuki o tacco venti di quelli che la sera inalberano certe fashioniste de noantri, orgogliosamente caracollanti per il teatrino della Piazzetta, dove se ne vedono d’ogni colore e look. Chiaramente o deliberatamente ignare dell’insidioso impiantito stradale e delle pendenze anche pronunciate che caratterizzano il centro caprese.

Ok, i tempi sono cambiati, ma Capri – e chissenefrega di matrimoni-monster cafonal-promozionali e di para-presenzialismo modaiolo – custodisce gelosa il suo spirito più autentico e profondo. Un humour corrosivo e uno snobismo che miscela sanguigna verve paesana e la sofisticazione estrema di chi per secoli ha visto passare ogni cosa. Basta uscire dal solito circuito turistico, perdendosi tra gli orti rigogliosi prima di Villa Jovis, rifugiandosi nel panorama mozzafiato di Villa Lysis e delle sue chiaroscurali memorie ‘d’amore e dolore’. A Capri esiste tuttora la biblioteca di Maksim Gor’ckij, che vi trascorse un lunghissimo periodo, si avverte prepotente il retaggio culturale dei Cerio e alligna l’eredità di charme aristocratico di figure quali Pupetto Sirignano, celata, quest’ultima, in un sublime e inaccessibile giardino murato da fiaba. E se Peppino (di Capri), talvolta accade, accompagnandosi al piano, all’improvviso vi intona Luna Caprese come lui solo sa fare, la magia, potete crederci ritorna a manifestarsi integra e più viva che mai.

Image from Google

Just (and almost) married

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Proprio un anno di matrimoni, questo 2017 arrivato al fatidico giro di boa di Ferragosto. Di ‘matrimonioni’ soprattutto, di quelli attesi, coinvolgenti e a puntate come fiction, che ingenerano sindromi da esclusione proustiana, che provocano una mitragliata di nervose chiamate telefoniche e una generale isteria da presenzialismo.

Due esempi per tutti, il recente four-days-wedding di Lucilla Bonaccorsi di Reburdone con Filippo Richeri in val di Noto, Sicilia, e quello che sarà celebrato alla metà di settembre, a Genova, tra Matteo Marenghi Vaselli e Margherita Puri Negri. Le nozze sicule, precedute da una quasi messianica trepidazione in tutta Italia, hanno brillato grazie a una sposa che difficilmente poteva essere più bella e romantica, in una specie di sogno neo-ottocentesco di dentelle bianco corredato da velo ancestrale, ordito dall’infaticabile e demiurgica madre di lei, Luisa Beccaria.

La cifra stilistica di Luisa Beccaria, strati di tulle pastello e ricami o pattern fioriti, siglava quasi tutte le signore presenti, trasformando di fatto la cerimonia e il ballo black tie tenutosi nella serata del giorno successivo – deflagrati come una bomba nei social media, in un massiccio spot della maison di moda familiare. Arduo immaginare una scenografia così sofisticata e perfetta e una tanto sentita partecipazione amicale. Complice, come sempre, l’irripetibile cornice dell’avita tenuta di Castelluccio, incastonata in un paesaggio fiabesco e restaurata con amore e filologico rispetto da Lucio e Luisa Bonaccorsi. Il caldo atroce e improvviso, tenendosi il mariage all’una di pomeriggio di un torrido giorno di metà giugno nel cuore della Trinacria gattopardesca – ve lo ricordate il tormentato viaggio dei Salina a Donnafugata, di letteraria memoria? Immerso in una cappa africana e trapassato dal solleone, ha però creato non pochi disguidi e nervosismi, specie agli sventurati in morning suit, accresciuti dalla dilatata tempistica della tabella di marcia. Era un mosaico di eleganze contemporanee, di tappeti di petali di rosa damascena e di aristocratico chic d’antan, dove spiccava anche qualche presenza bizzarra – quali un personaggio mediatico in smoking avorio e straordinario bow-tie in piume di poiana – di giorno? E un ineffabile tight blu elettrico da domatore da circo vetero-bolscevico. Inalberato, come fiera bandiera di gusto, da un piacente giovanotto milanese. Che dire? Forse si tratta di incongruenze che ancor più hanno fatto risaltare l’atmosfera onirica di questa esemplare kermesse matrimoniale.

Quanto alle prossime nozze settembrine, già sdoganate da un grande cocktail dalla precisione elvetica e dalle suggestioni mediterranee, dato a Roma a Palazzo Ruspoli, dimora del nonno dello sposo, dalla madre Patrizia Memmo Ruspoli, se ne parla tantissimo sotto gli ombrelloni capalbiesi e in altri patinati resort. Si vocifera che, secondo lo stile anglofilo e molto genovese di Casa Puri Negri, la consegna sia verso una raffinata e sobria semplicità. Ma intanto, pare che l’abito dell’adorabile sposa, che porta una firma illustre e perfino araldica, avrà un lungo strascico e che addirittura, per il cocktail che precede il W-Day verrà riaperta per l’occasione una residenza privata cinquecentesca di via Garibaldi da un cugino dal lato materno. Sobrietà sì, dunque, ma con giudizio.

Image courtesy of the author

Cover illustration by Davide Bonazzi – @davidebonazzi24

Haute Couture Fall Winter 2017-18

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Si è appena conclusa la settimana dell’haute couture parigina con tutto il suo carico simbolico e di prestigio. Chanel ha narrato un plot avvincente fatto di tweed e gonne in gazar, solcate da pieghe scultoree costruite mirabilmente. Volumi ampi e applicazioni di piume intrise nelle textures tessili. Gonne longuette e mini-abiti finestrati disegnati sul corpo per sofisticate jeune filles. La sera procede per astrazioni e riflessi lunari. Karl Lagerfeld proprio non invecchia mai. Un’evocazione di temi squisitamente Chanel. E di Parigi, la sua. Incarnata dalla Tour Eiffel che dominava la nave colossale del Grand Palais, perdendosi in un cielo filato di nubi chiaroscurali. E Parigi, tramite il sindaco Anne Hidalgo, ha ricambiato la dichiarazione d’amore di Kaiser Karl con il conferimento, commovente davvero, della Médaille Grand Vermeil de la Ville de Paris, la massima onorificenza cittadina, alla fine del défilé.

Dior affascina per coerenza e complessità. Maria Grazia Chiuri, direttore artistico della maison, impagina un viaggio alla scoperta del mondo. Dell’heritage Dior e di se stessa. Un ritorno alle origini che si nutre di tessuti maschili in chiaroscuro, di chiffon tortora e tulle impressionista. Di sete rosa cenere e di velluti dai colori profondi e notturni. Fiori e tarocchi a ricamo che si rispecchiano nella volta celeste e nella terra immaginate da Pietro Ruffo. Quanto sia brillante questo itinerario di Maria Grazia Chiuri, lo si comprende ancor più visitando la splendida e complessa mostra ‘Dior couturier du rêve’ – al Musée Les Arts Décoratifs, fino al 7 gennaio 2018, celebra i 70 anni dalla fondazione della maison.

Valentino, per Pierpaolo Piccioli, si trasfigura nel valore più astratto e concettuale dell’haute couture: il non visibile. Liturgie ieratiche, linearità monacale, bianco e nero domenicano, casule, cappe, cappucci e piviali. Poi intarsi, taffetà rosa mistico, mussolina incenso e chiffon nero. Ornati romanici da medioevo iberico, medaglioni araldici in lana cerata e ricami sovrapposti. Esplode d’un tratto una pulsazione barocca e classicista ‘Grand Siècle’ – sarebbe piaciuta alla Montpensier durante la Fronda, e anche a Madame de Montespan a Versailles – in un fluttuare di organza volantée di un cremisi sacrale e sensuale. Rossy de Palma ruota come un derviscio nell’atrio marmoreo dell’Hôtel Salomon de Rothschild, mentre Marisa Berenson e Rosario Nadal, Daphne Guinness e Sofia Coppola conversano amabilmente nel Salon IV.

Armani Privé, al Palais de Chaillot, combina geometrie e vertigine decorativa colorista. Un rigo musicale si apre sul ‘Liebestodt’ del Tristano e Isotta di Richard Wagner, eseguito al piano nella versione di Liszt. Sotto l’occhio attento di Sophia Loren e Naomi Watts, incedono lente le incuranti modelle del violinista star britannico Charlie Siem e di Isabelle Huppert.

Fendi Haute Fourrure è un miracolo di maestria in continuo superamento. Pellicce non pellicce, di una duttilità quasi aerea. Il ‘Prélude à l’après-midi d’un faune ’ di Claude Debussy su fondale simbolista e fiorito in penombra. Trame di geometrie, arcobaleni cromatici, accrochage floreali, pointillisme e loriche microscopici. Intrecci, ricami, sottrazioni, tricot a rete, broderies e intagli. Alla fine Karl Lagerfeld, peraltro in forma smagliante, è costretto da una standing ovation, mentre la sala entusiasta scandisce il suo nome, a ripresentarsi ben tre volte sul palco del Théâtre des Champs Elysées. Il CEO Pietro Beccari sorride accanto alla moglie Elisabetta e Bernard Arnault. Non si è mai visto tanto affabile e ben disposto a rilasciare dichiarazioni e interviste. Un vero successo.