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cesare cunaccia

Ballata di una monaca

céline delaugère in salvatore ferragamo dress, celine leather coat, vanessa seward blazer and malone souliers boots. Art Direction & Photography Sophie delaporte.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

La Monaca di Monza, ossia Maria Anna − o Marianna − de Leyva y Marino, divenuta suor Virginia Maria in omaggio al nome della madre prematuramente defunta, fu costretta senza vocazione alcuna a entrare nell’ordine benedettino poco più che bambina, a tredici anni come novizia, per poi prendere i voti sedicenne. Era nata nel 1575 nel capoluogo lombardo, nel sontuoso palazzo manierista eretto dal nonno materno, il ricchissimo mercante e finanziere Tommaso Marino, di origine genovese: un vasto e solenne edificio residenziale tardo-cinquecentesco − oggi nient’altro che la sede del Municipio milanese, Palazzo Marino. Una teoria di malversazioni, un accumulo d’intrighi e di spregiudicate controversie legali riuscirono a privare la piccola ereditiera del cospicuo lascito materno che le spettava di diritto, ovvero metà del patrimonio Marino, e a decretarne l’ingresso coatto nel convento di Santa Margherita a Monza. La vicenda oltremodo scandalosa della nostra Monaca, che davvero, nel genere noir non si fece mancare nulla, dalla complicità in assassinii plurimi fino al sacrilegio.

Monaca, Contessa e Signora di Monza, durante il regno di Filippo III di Spagna, donna Maria Anna amministrava la città lombarda alle porte di Milano e il territorio pertinente di oltre trenta chilometri quadrati e ne riscuoteva i tributi. Era figlia del feudatario locale, lo spagnolo don Martino de Leyva y de la Cueva-Cabrera, che viveva lontano, nel suo Paese d’origine, con la nuova moglie, Anna Viquez de Moncada. I de Leyva rappresentavano quella rapace, avida e altezzosa masnada di aristocratici spagnoli di grande o piccolo lignaggio, che in vari modi avevano fatto fortuna e si erano insediati nel milanese sotto il dominio imperiale iberico. Nella fattispecie i de Leyva erano divenuti per diritto ereditario conti di Monza, grazie ai meriti di guerra durante la battaglia di Pavia nel 1525 (quella che di fatto segnò l’eclisse finale delle ambizioni di Francesco I di Francia, che vi fu fatto prigioniero, in territorio italiano) di don Antonio, che fu investito del feudo monzese da Carlo V. Suo figlio Luigi, nonno di Maria Anna, divenne quindi primo Governatore Spagnolo di Milano.

Gli aristocratici iberici impalmavano ricche ereditiere autoctone o viceversa e riuscivano a inserirsi tra i casati lombardi. Il cosiddetto trattamento di don e di donna, che spetta ai nobili milanesi, è un retaggio della dominazione spagnola. I rapporti con il patriziato locale, spesso anche per contrasti dovuti a vuote questioni di precedenze di rango o di magniloquente rappresentatività, non sempre si rivelarono idilliaci. Il grande casato dei Borromeo, di lontana origine toscana, forte di alleanze parentali eccezionali e in possesso di quello che in pratica era uno stato nello stato intorno e sulle isole del lago Maggiore, assurse a ulteriore prestigio ai primi del diciassettesimo secolo, con la santificazione di Carlo Borromeo, già vescovo di Milano, e l’elevazione alla cattedra episcopale milanese e alla porpora cardinalizia del cugino Federico di manzoniana memoria. I Borromeo, potenti e autorevoli per patrimonio e splendore dinastico, per il mecenatismo e l’impegno sociale e culturale, nonché per la privilegiata relazione con la corte papale, portarono alto il vessillo della nobiltà locale, di cui spesso difesero gli interessi e il ruolo, nei confronti dei dominatori stranieri.

La Milano seicentesca non è solo decadenza e crisi politica, sotto l’egida di questi due protagonisti e veri campioni della Controriforma. Nacquero istituzioni tra le quali la Biblioteca Ambrosiana e il Collegio Elvetico. Vi operano architetti di vaglia, come il classicista Fabio Mangone e soprattutto il grande Francesco Maria Richini, cui subentrerà, più in là, la deriva barocchetta dell’estro brioso di Lorenzo Binago. Una forte battuta d’arresto, però, è data nel 1630 dall’epidemia di peste narrata dal Manzoni ne I Promessi Sposi, che dimezza la popolazione, causando la chiusura dell’Accademia Ambrosiana. È in questa occasione che si verifica la caccia agli untori, responsabili della diffusione del morbo secondo credenze superstiziose molto radicate nella popolazione. Ancora il Manzoni squarcia le tenebre di questa terribile vicenda ne La storia della Colonna Infame, 1840, con cui cerca di riabilitare due innocenti, il commissario di sanità Guglielmo Piazza e il barbiere Gian Giacomo Mora, torturati e messi a morte con il supplizio della ruota perché ritenuti colpevoli di aver diffuso il contagio pestilenziale tramite misteriose sostanze venefiche. Una spaventosa macchina di ingiustizia e menzogna che partì dalla denuncia di una donnicciola locale, tale Caterina Rosa.

Nel Seicento a Milano sorgono chiese ed edifici nobiliari, si aprono nuove piazze e arterie stradali. La pittura, in Lombardia, nel diciassettesimo secolo, prende avvio con una prima fase che è dominata da una triade folgorante: Giovan Battista Crespi detto il Cerano, Giulio Cesare Procaccini e Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone, accumunati dalla poderosa committenza borromaica, cui segue il talento variegato e sperimentale di Daniele Crespi (falciato anch’egli dalla peste), più tardi Giuseppe e Carlo Francesco Nuvolone, e la sofisticata cifra lirica e colorista di Francesco Cairo. Se esiste un’opera che riassuma in sé in modo emblematico il senso ultimo della Milano spagnola, tra sacro, fabula e prodigioso, non può che essere quella che raffigura il Martirio delle Sante Rufina e Seconda, più nota come Quadro delle tre mani, frutto del lavoro congiunto del Cerano, di Procaccini e Morazzone, databile al 1622-25 e custodito presso la Pinacoteca di Brera. L’opera è un avvicendarsi filmico di luci livide e ombre dense e metafisiche, tra sospensione mistica, abbagliante opulenza di colore, fantasmagorica saturazione spaziale da Auto sacramental e scintillante intento fiabesco, che unisce astratti rigori controriformistici a spettacolari annunci dell’imminente manifestarsi del barocco e delle sue infinite seduzioni e magniloquenze.

La Signora di Monza, a dispetto della fatwa lanciatale dal suo fiero casato d’origine, allora tra i maggiori del Milanese, è diventata famosa attraverso le pagine dall’intenso chiaroscuro emotivo e letterario che le dedica Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi. Una sorta di lunga digressione tra psicologismo, partecipazione emotiva e giudizio giansenista, ritmata da cadenze feuilleton fra trasporti di pietà e vibrante esecrazione. La povera e traviata Maria Anna, trasfigurata in Suor Gertrude, sulfurea e mercuriale, vi è identificata quale vittima di una crudele prassi sociale e di un implacabile culto dinastico. Diviene epitome di tutte le nequizie e le soperchierie, del malgoverno, della superbia e dei soprusi subiti dal ducato di Milano durante il rapace e sgangherato dominio ispanico.

«La Sventurata rispose» − è un periodo conciso, anzi icastico. Profezia che suona come un’epigrafe scolpita nella pietra, come un sinistro fragore di vetri infranti. È la laconica rassegnata frase di accettazione, il credo di completa sottomissione al letale charme e alla vertigine di corruzione dell’Osio, con cui Manzoni, nella sua fiction, segna l’inizio della relazione segreta fra i due caratteri portanti di questo capitolo. Fatale fino a perderli e a travolgerli in un crescendo di abiezione, d’impudenza e di carnalità, culminante nel delitto. La capitolazione della Sventurata si verifica dopo un laborioso corteggiamento, perfino favorito da congiunti e conoscenti e condotto sotto gli occhi di tutti. Chissà se sia andata realmente così? L’epilogo, quello vero, sarà esplosivo e degno del più efferato teatro di Marlowe, in una spaventosa catarsi tragica da castigo dostoevskiano.

Sottoposta a processo canonico per volere del cardinale Federico Borromeo, catturata, da vera discendente di guerrieri, dopo essersi difesa strenuamente, forsennata Bradamante, brandendo una lunga spada avita, la Signora di Monza fu condannata a essere murata viva in un camerino di appena un metro e mezzo per due e mezzo, per ventuno interminabili anni, presso il Ritiro delle Convertite di Santa Valeria a Milano, ricetto di prostitute, di mendicanti pustolose e poveracce. Come abbia potuto resistere a questo orrore, al buio, all’isolamento, alle condizione igieniche spaventose e alla mortificante tombale umiliazione del suo sangue orgoglioso e hidalgo, resta tuttora un grosso mistero. Il parco cibo e un filo d’aria passavano attraverso una stretta feritoia, una lancinante ferita nel muro. Liberata dopo quattordici anni invece che ventuno, nel 1622, sempre su istanza del cardinale Borromeo, per comprovato pentimento e completa contrizione, sopravvisse ancora a  lungo, fino al 1650, occupandosi di monache dalla vocazione vacillante e impegnandosi in vari atti di pietà, consumata dall’artrite reumatoide e dimenticata dalla famiglia. Il sapore acre dello scandalo e della cattiva reputazione che proiettava sull’albero dei Lari, bruciava ancora forte e mordeva come un taglio nel sale. Irrimediabilmente altera, distante, conscia di sé e, addirittura, si diceva allora che fosse in odore di santità. Redenzione consumata. Missa est.

Gian Paolo Osio, fuggiasco e condannato a morte in contumacia, nonché alla totale confisca dei beni, andrà incontro invece a un destino ben diverso, di rapida e concitata conclusione, tipo il sincopato e spiazzante finale da ecatombe del Trovatore verdiano. Don Gian Paolo sarà sbrigativamente eliminato a tradimento a suon di botte dagli amici Taverna, nei sotterranei del loro palazzo in Corso Monforte, presso cui si era rifugiato a Milano. La sua testa spiccata, gli occhi sorpresi e sbarrati nell’ultimo incredulo spasmo di dolore, con singolare tempismo subito rotolerà ai piedi del governatore Fuentes come macabro omaggio e sanguinoso pegno di alleanza futura. Una storia, questa reale e registrata nelle cronache del tempo in cui avvenne, assai più cupa e feroce della fiction manzoniana di cui sono comprimari Suor Gertrude e il tenebroso Egidio.

Un itinerario fatto di crudeltà e di violenza, di venefica ambiguità, d’impunità e di arrogante albagia patrizia. Osio, figura priva di qualsiasi scrupolo e propenso a una fiduciosa e fatalistica fede nella sorte, evidentemente provvisto di protezioni e amicizie che contano e teso all’azzardo della sfida più estrema, si dichiara come una specie di capetto mafioso titolato, sospeso tra don Giovanni e don Rodrigo. È un seduttore da strapazzo, un vitellone di provincia in fondo, con una certa posizione e qualche bene al sole, dalla coloritura criminale e con svariati e gravosi carichi penali impendenti, tra cui una condanna per omicidio. Già aveva amoreggiato con una ricca educanda adocchiata nei recinti del convento, evidentemente suo comodo e prediletto terreno di caccia, Isabella degli Hortensi che, per placare ogni chiacchiera, fu trasferita altrove dalla famiglia, su espressa richiesta della Signora di Monza in persona. La reazione dell’odio da parte di Gian Paolo Osio non si fa attendere e un certo Molteno, agente fiscale dei de Leyva, giusto a monito e intimidazione, in breve è ritrovato morto, ucciso a colpi d’archibugio.

Il gaglioffo ci sapeva fare. C’è poco altro da dire, crollata ogni resistenza, con Osio, pericoloso vicino del convento monzese, dotato di un affaccio privilegiato sull’appartamento privato della Signora, che viveva separata dalle consorelle e assistita, secondo il suo rango, da quattro suore ausiliarie e dame di compagnia che sembra trattasse con sprezzante alterigia arrivando anche a batterle, Maria Anna finirà per intrecciare un rapporto proibito, furiosamente vissuto e quasi ostentato alla luce del sole, da cui nascono almeno due creature. Il primo figlio, deceduto durante il parto o subito dopo, nel 1602; la seconda, Alma Francesca Margherita, che vede la luce nel 1604, è riconosciuta dal padre, battezzata in pompa magna con tanto di aristocratici e potenti padrini e affidata alle amorose cure della nonna paterna. Spesso sarà pure portata a fare visita alla madre.

È questo il dato surreale e incomprensibile di un accidentato scorcio narrativo. Come se nessuno abbia mai voluto vedere o accettare una semplice e lampante evidenza. Ipocrisia? Illusorio inganno del fato? Compensazione? Menefreghismo omertoso? Impunità? Sarebbe interessante scoprirlo. La tresca intanto precipita in catastrofe. Una povera monaca di umili origini, Suor Caterina, scoperto l’arcano, minaccia di denunciare, ricattandola bellamente, Maria Anna e le sue complici di sempre, le fedeli e sventate Suor Ottavia e Suor Benedetta. Osio però non perde tempo, con freddezza la alletta a un incontro e quindi la uccide a sangue freddo, colpendola alla testa più volte con un piede di legno. Ne nascose il corpo in un pollaio in attesa di rimuoverlo, simulando una fuga dal monastero. Poi, naturalmente, fu la volta di Ottavia e Benedetta, scomode testimoni coinvolte in vario modo e in tutte le fasi di questo gotico e implacabile romanzo d’appendice. Ottavia fu gettata senza indugio nel Lambro dal demoniaco Osio, riuscendo fortunosamente a salvarsi. Andò peggio a Benedetta, che scagliata in un pozzo, riuscì a campare ancora quel tanto da vuotare il sacco davanti alle autorità religiose. La ruota, stridendo, cominciò a girare e travolse nel suo sinistro orbitare ognuno degli attori di questa fosca e intricata vicenda.

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Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

La scenografia inquadra un vasto corpus di dipinti, oggetti, sculture, abiti, scarpe e accessori, mobili, documenti, fotografie d’epoca e apparati video storici e contemporanei. Si riferisce all’epopea dorata delle grandi navi passeggere tra le due guerre mondiali. Ne è autore Maurizio Balò, in collaborazione con Andrea De Micheli. Il filo conduttore dell’esposizione è quello del ritorno in Italia dagli USA del giovane Salvatore Ferragamo, nel 1927, a bordo del Roma, transatlantico gioiello della Navigazione Generale Italiana. Dalla Campania in cui aveva visto la luce, a Bonito, in Irpinia, Salvatore era partito da emigrante appena diciassettenne su un piroscafo in terza classe. Non soltanto armato di coraggio e di speranze, ma già in pieno possesso di maestria di calzolaio.

Il Paese in cui Ferragamo rientra, forte della sua affermazione a Hollywood, allora sembrava stabile, più unito e proiettato verso il nuovo. Va sottolineato che il debutto del governo fascista era stato ben accolto in America. Ferragamo quindi decide di installarsi a Firenze, città che considera come un autentico simbolo di cultura, e di intrecciare la sua esperienza americana con la sapienza ancestrale degli artigiani toscani. Una dinamica che si sviluppa attorno a quel concetto di unità delle arti, urbanistica, architettura, tecnologia e artigianato, cui si collegava il recupero del mestiere e della tradizione della bottega rinascimentale quale ideale esempio di sincretismo. La figura dell’artista artiere riveste «un ruolo etico e politico di spirito guida dei tempi nuovi», come osserva Stefania Ricci nell’introduzione al catalogo. Sono anni, quelli tra i Venti e la metà dei Trenta, nei quali le arti applicate vivono una stagione fervida e di ricerca a tutto tondo. Nel 1922, a Monza, era stata varata l’Università delle Arti, mentre, dal 1923 al 1930, nella Villa Reale, hanno luogo le celebri mostre biennali che in seguito confluiscono nelle Triennali di Milano. Questo febbrile fermento, questa progettualità creativa poliforme e il profumo salmastro delle lunghe traversate tra USA ed Europa sul finire dell’età del jazz e prima della terribile crisi economica del 1929, lungo la linea narrativa della mostra si rivelano nel solco della rivoluzionaria visione estetica e produttiva di Salvatore Ferragamo.

La Firenze di quell’epoca, in trasformazione e come sospesa tra recupero del passato e tradizione, tra aggiornato modernismo e slancio architettonico razionalista, non rimane inerte. Lo comprova il dipinto di John Baldwin che raffigura la neonata stazione ferroviaria di Santa Maria Novella. Di rilievo sono l’istituzione dell’EAT (Ente Attività Toscane) e le Fiere d’arte del 1923 e 1924, ma soprattutto l’Istituto d’Arte di Porta Romana, fucina creativa di enorme importanza a livello nazionale, qui testimoniato dai gessi di Bruno Innocenti e Antonio Berti. Nella prima parte del percorso della mostra vi sono elementi della decorazione, affiches e brochures pubblicitarie della motonave Roma. Filmati, ritagli di giornale e documenti di espatrio del giovane Salvatore, oltre a una rassegna stampa che ne racconta i trionfi americani e il rapporto con le star quali Mary Pickford, Douglas Fairbanks e Dolores del Rio. Non a caso, in America era famoso come il ‘calzolaio delle stelle’. Ecco alcuni storici modelli di sue calzature, come la Francesina del 1929, che abbina la tomaia in capretto bluette al décor asimmetrico in lucertola; il sandalo Due Pezzi del 1930, in raso ricamato merletto di Tavarnelle o la décolleté Labirinto (1927-30) in capretto ricamato in filo di seta grigio perla a punto catenella. Creazioni di moda cariche di ispirazione e catalizzatori di suggestioni e semantiche artistiche identitarie contemporanee.

Un’avventura fatta di riappropriazione di linfe culturali, immaginarie ed emotive, il cui fil rouge s’impernia sul viaggio di ritorno in Italia di Salvatore Ferragamo. La carrellata prosegue incalzante. Si succedono gli arredi lignei, le terrecotte e le ceramiche di Duilio Cambellotti. I progetti di vetrate del veneziano Carlo Scarpa per il negozio fiorentino di Cappellin e le tarsie di stoffe colorate del futurista Fortunato Depero. I vetri incisi di Balsamo Stella per S.A.L.I.R.  Gli arazzi in seta di Vittorio Zecchin, seguace a Venezia del verbum neo-bizantino e secessionista viennese di Klimt. Una serie di splendidi costumi regionali contrasta con toilette e lingerie femminili. Una costellazione di foto delle protagoniste di quel tempo dialoga con i tessuti della Manifattura Lisio. Le maioliche di Dazzi e Tempestini per la Manifattura Cantagalli. Le urne e i piatti ceramici di Gio Ponti per Richard Ginori spiccano vicino a tele di Pippo Rizzo, di Giacomo Balla, di Giovanni Colaticci e Primo Conti. Gli scorci marini di Moses Levy e Mario Broglio. Il ritratto, raffinato, di Alma Fidora, Calma Argentea, di Domenico Guerello. Nell’esposizione affiora il tema della casa, a sfondo del dibattito sulla concezione organica dell’architettura, delineato dalla video-installazione dell’ultima sala con la riproposizione dei tre moduli progettati in quegli anni: la Casa d’Artista di Balla e Depero, la Casa Neoclassica di Gio Ponti e la Casa Razionale di Terragni e del Gruppo 7 che si incarna nella Casa Elettrica presentata a Monza nel 1930. Infine, un’ulteriore tessera di questo mosaico di riferimenti legati all’ambito di Firenze e ai suoi imprestiti internazionali durante i due conflitti mondiali, sono le variegate personalità artistiche dei due fratelli Ernesto e Ruggero Alberto Michahelles, alias Thayaht. Assai nota la sua collaborazione con Madeleine Vionnet e Ram, figure libere e sperimentali, a cavallo di linguaggi e concezioni stilistiche avanzate.

1927 Il ritorno in Italia

19 maggio 2017 – 2 maggio 2018

Museo Salvatore Ferragamo, Palazzo Spini Feroni
Piazza Santa Trinità 5 – Firenze

Tutti i giorni, 10 – 19:30

From The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

Madame F.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Esotico. Una parola che ha perso molto del suo senso originale, in un mondo tanto globalizzato e veloce negli spostamenti – ma il fascino dell’esotico, anzi, degli esotici e degli infiniti estenuati esotismi che ne derivano, resta vivido e appassionante ancor oggi. Il ritmo incalza sinuoso, sincopato e avvolgente come una milonga di Paolo Conte, il tamburo che, sordo e tellurico, rimbomba soffuso sullo sfondo.

Una rapsodia sull’esotico – un flusso di suoni, immagini e rimandi ha luogo qui in queste pagine e oggi, come racconto della collezione di accessori in pellami esotici della maison Fendi. Patchwork, filamenti e fustelle lineari di pitone, coccodrillo, lizard e serpente raccontano geometrie fluide, fulminee e tridimensionali. Collage e commessi di granature e spessori, mosaici di pelle a pezzature minuscole o grosse. Effetti tessili e raggiere floreali di scaglie di rettile, i cui petali ogivali tremblant impaginano nuances fredde e distillate intorno alla F metallica, rovesciata e posta in diagonale, più grafica di sempre e circoscritta da un anello d’acciaio. Le zip campiscono superfici piane con quadrature in cerca d’astrazione, come fratelli e segmenti scarniti e guizzanti. Colorati e ricolorati, questi pellami esotici seguono una palette che accosta toni vividi e smaltati a sfumature dense e naturali, fino a inserti anni Settanta e pop di verde e rosso lacca warholiani.

Fendi non vuole mettere un punto fermo alla sua esigenza di metamorfosi e di febbrile sperimentazione su materiali, inserti, lavorazione di alto artigianato. Borse e clutches che, talvolta partendo da classici item della maison romana, ne rivisitano l’essenza. La frontiera ondeggia, il limite si sposta oltre, verso una sfida ulteriore. La lingua di Fendi è un sofisticato grammelot che definisce estetiche caleidoscopiche e avvincenti mai viste prima. Ieri e oggi, passato e futuro, quotes culturali e street style metropolitano in dinamico dialogo e sovrapposizione. Una centrifuga di segni e suggestioni tra pura geometria, texture pulsanti e polveri esoteriche dai toni saturi di speziature orientali.

Un profumo d’altrove, un’angolazione di pura fantasia, vicino o lontano non importa. Exotic è una dimensione che ti porta via, attraverso altri scenari dell’immaginazione, abbandonandosi a un volo che plana nel sogno, quale che sia il sogno che pretendi o rincorri. Tutto questo è esotico – che muta di accezione e di significato secondo i desideri, dell’ottica e della visionarietà di lettura di chi ne va in cerca. Exotique letterario d’avventura tropicale e dal retro-gusto coloniale, alla Pierre Loti e alla Kipling, fino al nostro Emilio Salgari, esegeta di un’India opulenta, feroce e misteriosa, quanto totalmente d’invenzione. Lo scrittore veronese non ebbe mai modo di visitare e conoscere l’India di persona. I viaggi del dandy inglese Robert Byron al Monte Athos, in Tibet o, nel 1937, lungo La via per l’Oxiana in Rolls-Royce e le peregrinazioni entomologiche e piene di humour di Patrick Leigh Fermor in direzione Bisanzio. Il tè nel deserto di Paul Bowles, anno 1949, sconcertante, una sola frase medianica a riassumerne il sortilegio, la struggente poesia e l’eversione: «una stella nera appare, un punto oscuro nel chiarore del cielo notturno».

Esotica e sensuale, ai primi del Novecento, in una stagione aurea e irripetibile, era la Palermo dominata da Franca Florio – F.F. bizzarra e fatidica assonanza in questo caso – una donna dalla bellezza magnetica e imperiosa, ritratta da Boldini in abito décolleté Worth con il suo sautoir di perle lucenti e il devant-de-corsage in diamanti. Gioielli esagerati, leggendari e capaci di far invidia a una sovrana. L’ultima imperatrice di Germania, Augusta Vittoria di Schleswig-Holstein-Sonderburg-Augustenburg, per gli intimi Dona, consorte del Kaiser Guglielmo II di Prussia, come tutta la società internazionale si recava in Sicilia attratta dalla mobile fiesta ordita senza soluzione di continuità dai Florio con grazia sontuosa e megalomane tra il capoluogo, Mondello e Favignana. Fu proprio l’imperatrice a battezzare la divina Franca come indiscussa regina di Palermo.

Numerose traiettorie di ambito esotico, fragranti di cardamomo e sandalo, di incenso, di ambra e di patchouli, che miscelano inserti mozarabici e moreschi, zagare in fiore e gelsomini, trionfi di corallo trapanesi e scrigni in bronzo e tartaruga. La Zisa e il pavimento cosmatesco a tessere marmoree policrome della Martorana trascolorano nella teatrale Alhambra toscana ottocentesca del Castello di Sammezzano e nelle narrative figurazioni musive tardo-romane della Villa del Casale a Piazza Armerina.

Vive a Bagheria nella settecentesca Villa Valguarnera, per la quale ha combattuto una durissima battaglia, Vittoria Alliata di Villafranca, autrice dell’indimenticabile Harem, memorie d’Arabia di una nobildonna siciliana, libro dalle lucide analisi sul mondo islamico, per tanti versi profetico e ora più che mai attuale, frutto di una cospicua serie di viaggi, di permanenze e vasta conoscenza.

Un immaginario abbagliante e poliforme diede vita all’estro magico del jewel-designer palermitano Fulco di Verdura – come rivela un libro autobiografico, The Happy Summer Days: A Sicilian Childhood (1978), che scrisse nella maturità per esorcizzare i ricordi e gli splendori patrizi della sua infanzia, trascorsa a Villa Niscemi e nel suo parco lussureggiante. Cosa potrebbe esserci di più esotico di questo bosco incantato traboccante di palme e rare specie tropicali, incastonato nella Favorita? Pienamente esotico è il trasporto di Fulco, bambino, fra deriva mistica e delirio di sensi, davanti al rutilare di marmi colorati, di argento dorato e pietre dure e all’horror vacui iper-barocco della Chiesa conventuale di Santa Caterina, dove ogni domenica assisteva alla messa nel banco di famiglia. Una ricchezza d’innumerevoli cromie.

From The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

Charlie Siem

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

«Astrazione. Per me la musica è tempo e suono. È stata ed è il mio canale privilegiato, la mia essenza. La qualità del violino è come quella della voce umana. Perfetta, ideale per esprimere sentimenti, differenti temperature emotive». Charlie Siem è un ragazzo d’oro londinese di trentuno anni basato nel Principato di Monaco, che, specie nell’ultimo decennio, si è imposto come uno dei violinisti classici più celebri al mondo. Ha suonato senza alcun timore con i Who e Miley Cyrus. Superstar fin dal 2001, dotato di carisma da vendere, magnifico comunicatore. La sofferenza, il dolore e la catarsi, se ci sono – e di certo è così – li sa nascondere dietro l’ombra di un sorriso e di uno smagliante uso di mondo very british. Charlie è diretto e affabile, ma s’intuisce la sua complessità interiore e magari un filo di malinconia, da puro Capricorno qual è. Su di lui, oggi, riflettori più che mai puntati, sfatando in toto il cliché del musicista dannato, tormentato e consunto dalla propria arte e dal genio che lo abita.

La musica e il violino – il suo è un prezioso Guarnieri del Gesù detto d’Egville del 1735, in precedenza appartenuto al grande Yehudi Menuhin, non si stanca mai di ripetere, sono il perno della sua intera esistenza. Costituiscono il suo massimo divertimento. «Poi c’è l’ambizione, che talvolta vince addirittura sul talento e la disciplina – ce l’hai o non ce l’hai. Anch’essa è un elemento innato e fondamentale. Così come una salutare e severa autocritica. Senza esagerare». Questo divertirsi, il fun, è un concetto che Charlie Siem, alle spalle scuole d’eccellenza come Eton e il Girton College a Cambridge, ribadisce continuamente. «Se così non fosse, se suonare questo strumento non mi divertisse e non mi appartenesse più – aggiunge perentorio – metterei subito e senza alcun rimpianto la parola fine alla mia carriera. Non potrei seguitare a dialogare con me stesso, né rivolgermi agli altri, al pubblico che mi sostiene, senza dare verità, senza tentare di esprimermi al massimo, quantomeno secondo una gradazione sperimentale e metamorfica. L’imperativo è di perseguire quel quid necessario che fa la differenza e che supera e infrange il consueto. Un itinerario work in progress che non finisce mai. La musica per me, fin dall’infanzia non voleva dire abbracciare una professione, ma semplicemente poter suonare il concerto per violino di Beethoven».

Decisamente bello, talentuoso, giovane e sportivo, Charlie inoltre è corteggiato dall’universo della moda, cui ha prestato il proprio volto per alcune campagne pubblicitarie, segnatamente per Burberry, Dunhill e Hugo Boss, per il profumo di Armani Eau de Nuit nel 2013, immagini scattate da Inez e Vinoodh, per Dior, fotografato dall’amico Karl Lagerfeld – «un raffinato conoscitore specie del repertorio tedesco, sua madre suonava abilmente il violino a livello amatoriale». È apparso nel film di Bruce Weber per Dior Homme Can I Make the Music Fly. La moda, è evidente, a Charlie Siem piace, lo interessa e lo diverte. Gentleman look impeccabile, di rado con qualche grammatura di stravaganza dandysh. Non è raro vederlo, in compagnia dell’altrettanto avvenente e solare sorella Loulou, scultrice. All’ultima tornata parigina di couture del luglio scorso sedeva in prima fila agli show di Chanel, di Giambattista Valli o di Armani Privé – qui cercato dai fotografi quasi quanto l’iconica ultima diva Sophia Loren, accanto a lui al Palais de Chaillot.

Un’aria scanzonata e insieme compunta. Tratti aristocratici, regolari e disegnati. Occhi interrogativi, dal colore luminoso e indefinibile, affabile, simpatico e misurato ma pieno di humour. Non spreca mai parole, esprime concetti pregnanti, precisi e affilati come un’antica lama di Toledo. Viaggia su una rombante Porsche arancio, o meglio rosso lampadina, acquistata per soddisfare un irresistibile colpo di testa poco più di un anno fa. Un vezzo questo, che lo accumuna al sulfureo charme di Herbert von Karajan, indimenticabile direttore d’orchestra austriaco malato di velocità sia in campo automobilistico che nautico e aereo. Siem gira il globo come una trottola per far fronte a una popolarità crescente, specie in Paesi lontani e di diversa cultura. La sua preparazione fisica richiede regolari sessioni in palestra. «La pratica del violino, conferma, ti sbilancia, va a carico di una sola parte del corpo, investito da una dinamica in torsione originata da sinistra, quindi nasce forte l’esigenza di recuperare armonia ed equilibrio e di lavorare sulla postura».

«A fine giornata, per dirmi sul serio soddisfatto, devo avere raggiunto un risultato nuovo. Un qualcosa, un riflesso che non mi aspettavo di trovare. La sfida consiste nel tirare fuori dal testo musicale, che tanti prima di te hanno studiato, amato, combattuto, analizzato ed eseguito, una fragranza inattesa. Un chiaroscuro o un’angolazione inedita e piena di un ulteriore significato. Devi riuscire ad aprire una tua strada personale, indipendente, solo tua, per maneggiare staccato, vibrato, interruzione multipla e controllo dell’arco. Suonare il violino, ben oltre la tecnica anche più eccelsa, è un fatto individuale, in cui non puoi non superarti e superare certi snodi, certi riferimenti assodati. Nessun altro può riuscire a spiegarti in quale maniera reagirà il tuo corpo o risponderanno le tua mani. E non puoi più esimerti dal prendere rischi e di sbagliare, se occorre».

Sulla vita privata, l’ineffabile Charlie, adorato dal pubblico femminile – per quella sua aria concentrata e romantica insieme, senza contare il potere d’attrazione del suono lieve, accorato, spirituale e struggente di un violino, tiene la bocca ben chiusa, se la ride e non si lascia sfuggire un solo commento rispetto ai tanti flirt anche illustri che gli sono stati attribuiti. Cresciuto in una famiglia cosmopolita e di vaste possibilità economiche, è nato a Londra il 14 gennaio 1986, padre norvegese, il businessman Kristian Siem e madre di origine sudafricana, Karen Ann Moross. Già all’età di tre anni, come una specie di piccolo Mozart, lascia intravedere il suo naturale trasporto verso la musica. Tra gli otto e i nove anni inizia il suo vero training, una pratica dura e quotidiana di almeno quattro ore al giorno, sotto la guida di maestri virtuosi, quali Itzhak Rashkovsky al Royal College of Music o il celebre Shlomo Mintz, e presso scuole e seminari di alto livello in ogni parte del mondo. Appena quindicenne, parte da solo per Rio de Janeiro per esibirsi con un’orchestra, mentre tre anni dopo riceve il suo battesimo in palcoscenico a Londra con la Royal Philarmonic. Rashkovsky e Mintz, suoi docenti, diventati mentori e amici. «Da bambino, c’era in me come un senso, un moto dell’anima che dovevo esprimere. Un’attitude, un’urgenza che ti viene da dentro, una dote naturale. Poi, è vero, esistono la ritualità dell’apprendimento e l’affinamento progressivo della tecnica, un mezzo di cui ti devi impadronire alla perfezione, oltre al necessario allenamento fisico. Sembrerà strano ma nella nostra storia familiare anche remota non esisteva alcun precedente, a parte la lontana ascendenza del violinista e compositore norvegese Ole Bull. Né si può dire vi fosse una particolare predisposizione alla cultura musicale. Da noi, in famiglia, c’erano avvocati, uomini di legge e d’affari. Io sono un musicista e le mie tre sorelle, con le quali, e in un modo singolare e personale con ognuna di loro, ho un rapporto profondo e di enorme scambio e affetto, sono tutte variamente legate al mondo dell’arte o della musica».

Firenze è la città dove ha deciso di vivere. Lo incontro in quello che forse è il giorno più torrido dell’anno. È appena arrivato da Cap Ferrat, dove è andato a visitare la sua famiglia, che risiede principalmente in Costa Azzurra. S’intuisce che il suo pensiero, la tensione mentale e la concentrazione spesso lo portano altrove. «Sto preparando il Concerto Numero 1 per violino e orchestra in sol minore Opera 26 del tedesco Max Bruch. Lo eseguirò in pubblico a Harbin (Manciuria, Cina nord-orientale), per la prima volta il 10 agosto prossimo, con Zubin Mehta come direttore e la Israel Philarmonic Orchestra, un organico con cui da molto tempo sognavo di collaborare. Un lavoro di scavo e di ermeneutica su un pezzo dalle infinite sfumature e segreti, pervaso da un romanticismo lirico che termina su uno spericolato accelerando. Vanta una storia controversa: debuttò nel 1866, fu revisionato e redatto nella forma in cui è universalmente conosciuto per il violinista József Joachim con esordio a Brema il 5 gennaio 1868. A Harbin, una metropoli di quasi dieci milioni di abitanti, l’attenzione per la cultura musicale è alta. Forse non sarà una platea sofisticata come lo sono altre in Europa e America, ma il livello di conoscenza e l’entusiasmo di un pubblico ampio e variegato, stanno via via crescendo costantemente. La tournée estiva cinese peraltro inizia a Nanjing the giorni prima. Presso la University of the Arts di Nanjing e il Leeds College of Music dove sono visiting professor».

Charlie ha deciso di coronare un suo vecchio desiderio e di trascorrere lunghi periodi in Italia, più segnatamente a Firenze. «Come per tanti ragazzi di educazione inglese, l’Italia è una meta del cuore, un luogo, una specie di sogno forse più vagheggiato che reale. È il Paese del Rinascimento, del divino Claudio Monteverdi». Memorabile una performance di Siem al London Science Museum di Londra per un evento intitolato Beyond the Stars, del monteverdiano Pur ti miro, Pur ti Godo dall’Incoronazione di Poppea, in occasione del quattrocentocinquantesimo anniversario dalla nascita del compositore cremonese, di Paganini e di Rossini, del bel canto, della Camerata de’ Bardi che, proprio nella città dei Medici ha inventato il genere operistico in età barocca. «L’Italia è una sublime cultura del cibo e la radiazione inestinguibile, sensuale e fascinosa della Dolce Vita. Da piccolo sono stato a lungo a Spoleto durante le mie vacanze estive, ospite del fotografo Derry Moore che ci viveva. Volevo recuperare quella gioia di vivere, quella sprezzatura e quella libertà bohémien vagamente eversiva che ricordavo con vera gioia. Penso che l’Italia mi aiuterà a scoprire me stesso, a rompere degli schemi, a liberarmi e a rendermi indipendente da tante costruzioni e sovrastrutture ormai forse inutili o non più necessarie nel mio percorso esistenziale e di musicista».

The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

Fendi for Galleria Borghese

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Una mattinata da ricordare, quella tersa e luminosa del 13 settembre, tra le meraviglie d’arte e le mille fastose ed evocative suggestioni di Villa Borghese in Roma. Anna Coliva, Direttore del grande museo e Pietro Beccari, Presidente e Amministratore Delegato di Fendi, alla presenza del Ministro Dario Franceschini, che ha espresso la sua soddisfazione per questo rapporto virtuoso tra pubblico e privato nel segno dell’arte, hanno illustrato la partnership triennale tra l’istituzione museale e Fendi, nata per esportare con Caravaggio l’idea della bellezza italiana nel mondo. Fendi rafforza così il proprio ruolo di mecenate e il suo profondo legame con la Città eterna, dopo i restauri di alcune tra le sue più storiche fontane, l’apertura al pubblico del primo piano del Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR, che ha avuto ben quarantamila visitatori nell’ultimo anno e l’installazione in Largo Goldoni della monumentale opera scultorea Foglie di Pietra, di Giuseppe Penone. Un percorso comune che prevede innanzitutto la costituzione del Caravaggio Research Institute, dotato di un comitato scientifico di portata e autorevolezza eccezionale. «Siamo orgogliosi di sostenere la Galleria Borghese», ha sottolineato Pietro Beccari, «che è tra i più importanti e prestigiosi musei del mondo. E’ sempre un elemento fondante, oltre che morale, per Fendi, valorizzare, sostenere ed esportare l’arte italiana nel mondo, la sua eccellenza e i suoi talenti. Dobbiamo aiutare quanti hanno il coraggio e la volontà di intraprendere azioni di ampio respiro culturale, prendendo su di sé anche rischi e forti responsabilità».

Il Caravaggio Research Institute è un organismo dalla valenza fondamentale, capace di fare chiarezza e di mettere ordine soprattutto nella montante e caotica febbre attributiva rispetto all’opera dello straordinario artista maudit. La Galleria Borghese custodisce il corpus pittorico più nutrito e cronologicamente più significativo di Michelangelo Merisi da Caravaggio. L’istituto di ricerca dedicato al grande pittore lombardo dalla breve vita picaresca e avventurosa, ideato da Anna Coliva, verte sulla costituzione presso la Galleria Borghese di un polo di studi, di diagnostica e ricerca storico-artistica, che diventi il più completo e si ponga a riferimento primario in questo ambito a livello mondiale. Sarà fornito di una piattaforma digitale che rappresenti la più esaustiva banca dati online relativa al Merisi per informazioni e aggiornamenti bibliografici, documentari, archivistici, filologici, storiografici, iconografici, completata da un corredo diagnostico in forma digitale. In merito alla divulgazione di questo innovativo approccio alla ricerca, la Galleria Borghese e Fendi hanno delineato un programma di esposizioni che in tre anni toccherà luoghi di vasta importanza, passando dagli USA all’estremo Oriente. La prima tappa approda il 21 novembre al Getty Museum di Los Angeles, che, novità assoluta, ospiterà nelle sue sale una terna di opere di Caravaggio usualmente conservate alla Galleria Borghese: il San Girolamo, il celeberrimo e intenso Giovane con canestro di frutta e il David con la testa di Golia. «Il Caravaggio Research Institute – afferma il Direttore Anna Coliva – è un progetto ambizioso, che intende introdurre nei musei la ricerca più avanzata per riportarli di nuovo  a essere dei produttori, dei laboratori vivi di cultura e non soltanto dei ‘mostrifici’. Siamo fieri e felici che questa visione molto innovativa e in fondo non facile e scontata abbia avuto la fiducia di una grande azienda quale Fendi. Ancor più se si pensa che Fendi ha basato una parte insostituibile della sua eccellenza proprio sulla ricerca tecnica e dei materiali».

Quanto alle attività a Roma di questa formidabile partnership, la prima esposizione alla Galleria Borghese che sarà supportata da Fendi è la superba monografica su Gian Lorenzo Bernini, genio tutelare della raccolta iniziata dal vorace e brillante cardinale Scipione Borghese e poliedrico regista assoluto del barocco nell’Urbe sotto vari pontificati, che verrà inaugurata il 31 ottobre prossimo e aperta al pubblico dal 1 novembre 2017 al 4 febbraio 2018. Un’ulteriore occasione per ammirare i marmi virtuosistici creati dallo smisurato talento del Bernini, che rendono unica e davvero spettacolare la collezione Borghese, oltre a capolavori che arriveranno da diverse parti del mondo, mentre ora è già possibile seguire direttamente il restauro aperto della statua di Santa Bibiana, realizzata tra il 1624 fil 1626 su commissione di papa Urbano VIII Barberini per l’omonima chiesa romana all’Esquilino, anch’essa in gran parte trasformata per il Giubileo 1625 sotto la direzione del Bernini. La mostra prosegue le celebrazioni per il ventennale dalla riapertura della Galleria Borghese, nel 1997. Un evento memorabile, un appuntamento di respiro internazionale, per la cui realizzazione è stato coinvolto il gotha dei musei di svariati Paesi, che hanno concesso prestiti straordinari, tra cui il Louvre di Parigi, la National Gallery e il Victoria&Albert Museum di Londra, Thyssen Bornemisza di Madrid, Staatliche Museum di Berlino, Statens Museum for Kunst di Copenhagen, Kunsthalle di Amburgo, Metropolitan Museum of Art di New York City, Art Gallery of Ontario, Getty Museum e LACMA di Los Angeles, Kimbell Art Museum di Forth Worth, in Texas.

Bernini

Galleria Borghese
P.zzale del Museo Borghese – Rome

1 novembre 2017 – 4 febbraio 2018

Orari: Martedì – Domenica 9.00 – 19.00

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The Aspern Papers

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Julien Landais, giovane video-maker e regista cinematografico francese – Angers, 1981 –, che ha creato anche una sua casa di produzione, la Princeps Film, affronta sul grande schermo una straordinaria e complessa opera letteraria ambientata nella decadente Venezia ottocentesca. Si tratta de Il carteggio Aspern, romanzo dell’americano Henry James del 1888, che ruota intorno a un’intricata vicenda dagli oscuri aspetti psicologici ed emotivi e dalle cadenze implacabili, sullo sfondo di una Serenissima romantica, cupa e affascinante, misteriosa e colma di intrighi. Julien ha appena finito le riprese, effettuate in un agosto tra i più caldi che si ricordino in Laguna, in luoghi direttamente connessi al plot jamesiano come il Palazzo Soranzo-Cappello in Rio Marin o in antiche dimore patrizie tuttora vissute, quali Palazzo Donà dalle Rose alle Fondamente Nove. Il montaggio del film, realizzato in presa diretta, è ancora in corso a Londra (uscirà nell’autunno del 2018, NdR). Il cast è stellare. Dalla leggendaria Vanessa Redgrave nel ruolo della Grande Dame Juliana Bordereau a Jonathan Rhys-Meyers come Morton Vint e Joely Richardson che è Miss Tina. Poi Alice Aufray, Jon Kortajarena che impersona Jeffrey Aspern, Nicolas Hau, Lois Robbins, Barbara Meier e la poliedrica verve di Morgane Polanski nei panni di Valentina Colonna. Non manca un significativo cameo di Daphne Guinness. Gabriela Bacher è il produttore del film, affiancata dagli executive producer James Ivory – l’indimenticabile regista di Room with a view – e Charles-Henri de Lobkovicz. Costumi di Brigit Hutter, ma in quest’ambito particolare vanno sottolineate anche due collaborazioni eccellenti, con Bulgari e Dolce & Gabbana. Production designer è invece l’italiana Livia Borgognoni. «Il Carteggio Aspern – afferma Julien Landais, che ha pure partecipato, accanto a Jean Pavas e Hannah Bhuiya, all’adattamento del soggetto letterario originale – scorre su un plot formidabile e intricato. Un congegno concentrico. È una storia dove si intrecciano ossessioni, manipolazione, il malinconico senso di una grandezza perduta e il vagheggiamento, la proiezione onirica di avventure byroniane». Forse l’autentica protagonista del racconto è Venezia, con la sua capacità di trasfigurazione e teatralità, con la sua luce sfumata e pittorica, la sua trama labirintica, le nebbie e gli ingannevoli riflessi sull’acqua dei canali. Terreno ideale di passionalità e arcani. Più che una città un ‘grande appartamento collettivo’, come la definisce proprio Henry James, che ne ha fatto lo scenario di alcuni suoi romanzi e che vi trascorse lunghi soggiorni in particolare a Palazzo Barbaro-Curtis in Canal Grande.

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Cover from The Fashionable Lampoon Issue 08 – Aristofunk

Capri c’est pas fini

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

«Capri c’est fini» – cantava anni orsono Hervé Vilard. Uno struggente tormentone estivo 1965 che sembra rispecchiarsi in un altro classico riferimento letterario, quello di Capri e non più Capri di Raffaele La Capria. Eppure, alla faccia di tutti, Capri davvero non muore mai.  Ogni anno, la leggenda dell’Isola delle Sirene cresce di più, a dispetto delle ciabattanti e fastidiose masse turistiche giornaliere eruttate senza posa da colossali navi da crociera nel porto di Napoli e di un glamour e show-off strombazzato ormai piuttosto sopra le righe. Ogni mega-yacht del mondo, qui ci deve fare almeno una sosta, non ultimo il gigantesco Rising Sun, 138 metri di lunghezza, proprietà di David Geffen, alla fonda vicino ai Faraglioni solo pochi giorni fa. Difficile competere con un’escalation di notorietà, di lusso e di eccessi vari, di mance faraoniche e di flagship store al posto di vecchi bar e gelaterie, che pare inarrestabile e inevitabile. Molti nostalgici habitué lamentano la perdita dello charme d’antan, dell’anima profonda e ancestrale e dei ritmi antichi e avvolgenti di questo mitico scoglio.

È vero, verissimo che a Capri non si sono mai viste tante guardie del corpo come durante la recente visita della coppia del momento, ‘Ferragni-Fedez’, assediati da ragazzini urlanti, che si sono assiepati come un coro da tragedia greca per almeno un paio d’ore fuori dal Restaurant Aurora, dove i due stavano gustando la celebre e brevettata ‘Pizza all’acqua’, prediletta da schiere di VIP internazionali. Proprio lo stesso luogo, per inciso, dove qualche anno fa, Al Gore e Steven Spielberg, in short e flip flop, mangiando, conversavano amabilmente, seduti a un tavolino esterno, senza alcun bisogno di bodyguard o simili. Mona Bismarck e Jacqueline Kennedy Onassis o Maria Callas, si godevano quella forzata normalizzazione democratica che è parte del sogno caprese, passeggiando e facendo shopping come comuni mortali per le vie e viuzze isolane nei classici sandali locali flat o in espadrilles. Ben lontane dall’issare se stesse su zeppe da Kabuki o tacco venti di quelli che la sera inalberano certe fashioniste de noantri, orgogliosamente caracollanti per il teatrino della Piazzetta, dove se ne vedono d’ogni colore e look. Chiaramente o deliberatamente ignare dell’insidioso impiantito stradale e delle pendenze anche pronunciate che caratterizzano il centro caprese.

Ok i tempi sono cambiati. Ma Capri, e chissenefrega di matrimoni-monster cafonal-promozionali e di para-presenzialismo modaiolo, custodisce gelosa il suo spirito più autentico e profondo. Un humour corrosivo e uno snobismo che miscela sanguigna verve paesana e la sofisticazione estrema di chi per secoli ha visto passare ogni cosa. Basta uscire dal solito circuito turistico, perdendosi tra gli orti rigogliosi prima di Villa Jovis, rifugiandosi nel panorama mozzafiato di Villa Lysis e delle sue chiaroscurali memorie ‘d’amore e dolore’. A Capri esiste tuttora la biblioteca di Maksim Gor’ckij, che vi trascorse un lunghissimo periodo, si avverte prepotente il retaggio culturale dei Cerio e alligna l’eredità di charme aristocratico di figure quali Pupetto Sirignano, celata, quest’ultima, in un sublime e inaccessibile giardino murato da fiaba. E se Peppino (di Capri), talvolta accade, accompagnandosi al piano, all’improvviso vi intona Luna Caprese come lui solo sa fare, la magia, potete crederci ritorna a manifestarsi integra e più viva che mai.

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Just (and almost) married

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Proprio un anno di matrimoni, questo 2017 arrivato al fatidico giro di boa di Ferragosto. Di ‘matrimonioni’ soprattutto, di quelli attesi, coinvolgenti e a puntate come fiction, che ingenerano sindromi da esclusione proustiana, che provocano una mitragliata di nervose chiamate telefoniche e una generale isteria da presenzialismo.

Due esempi per tutti, il recente four-days-wedding di Lucilla Bonaccorsi di Reburdone con Filippo Richeri in val di Noto, Sicilia, e quello che sarà celebrato alla metà di settembre, a Genova, tra Matteo Marenghi Vaselli e Margherita Puri Negri. Le nozze sicule, precedute da una quasi messianica trepidazione in tutta Italia, hanno brillato grazie a una sposa che difficilmente poteva essere più bella e romantica, in una specie di sogno neo-ottocentesco di dentelle bianco corredato da velo ancestrale, ordito dall’infaticabile e demiurgica madre di lei, Luisa Beccaria.

La cifra stilistica di Luisa Beccaria, strati di tulle pastello e ricami o pattern fioriti, siglava quasi tutte le signore presenti, trasformando di fatto la cerimonia e il ballo black tie tenutosi nella serata del giorno successivo – deflagrati come una bomba nei social media, in un massiccio spot della maison di moda familiare. Arduo immaginare una scenografia così sofisticata e perfetta e una tanto sentita partecipazione amicale. Complice, come sempre, l’irripetibile cornice dell’avita tenuta di Castelluccio, incastonata in un paesaggio fiabesco e restaurata con amore e filologico rispetto da Lucio e Luisa Bonaccorsi. Il caldo atroce e improvviso, tenendosi il mariage all’una di pomeriggio di un torrido giorno di metà giugno nel cuore della Trinacria gattopardesca – ve lo ricordate il tormentato viaggio dei Salina a Donnafugata, di letteraria memoria? Immerso in una cappa africana e trapassato dal solleone, ha però creato non pochi disguidi e nervosismi, specie agli sventurati in morning suit, accresciuti dalla dilatata tempistica della tabella di marcia. Era un mosaico di eleganze contemporanee, di tappeti di petali di rosa damascena e di aristocratico chic d’antan, dove spiccava anche qualche presenza bizzarra – quali un personaggio mediatico in smoking avorio e straordinario bow-tie in piume di poiana – di giorno? E un ineffabile tight blu elettrico da domatore da circo vetero-bolscevico. Inalberato, come fiera bandiera di gusto, da un piacente giovanotto milanese. Che dire? Forse si tratta di incongruenze che ancor più hanno fatto risaltare l’atmosfera onirica di questa esemplare kermesse matrimoniale.

Quanto alle prossime nozze settembrine, già sdoganate da un grande cocktail dalla precisione elvetica e dalle suggestioni mediterranee, dato a Roma a Palazzo Ruspoli, dimora del nonno dello sposo, dalla madre Patrizia Memmo Ruspoli, se ne parla tantissimo sotto gli ombrelloni capalbiesi e in altri patinati resort. Si vocifera che, secondo lo stile anglofilo e molto genovese di Casa Puri Negri, la consegna sia verso una raffinata e sobria semplicità. Ma intanto, pare che l’abito dell’adorabile sposa, che porta una firma illustre e perfino araldica, avrà un lungo strascico e che addirittura, per il cocktail che precede il W-Day verrà riaperta per l’occasione una residenza privata cinquecentesca di via Garibaldi da un cugino dal lato materno. Sobrietà sì, dunque, ma con giudizio.

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Cover illustration by Davide Bonazzi – @davidebonazzi24

Haute Couture Fall Winter 2017-18

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Si è appena conclusa la settimana dell’haute couture parigina con tutto il suo carico simbolico e di prestigio. Chanel ha narrato un plot avvincente fatto di tweed e gonne in gazar, solcate da pieghe scultoree costruite mirabilmente. Volumi ampi e applicazioni di piume intrise nelle textures tessili. Gonne longuette e mini-abiti finestrati disegnati sul corpo per sofisticate jeune filles. La sera procede per astrazioni e riflessi lunari. Karl Lagerfeld proprio non invecchia mai. Un’evocazione di temi squisitamente Chanel. E di Parigi, la sua. Incarnata dalla Tour Eiffel che dominava la nave colossale del Grand Palais, perdendosi in un cielo filato di nubi chiaroscurali. E Parigi, tramite il sindaco Anne Hidalgo, ha ricambiato la dichiarazione d’amore di Kaiser Karl con il conferimento, commovente davvero, della Médaille Grand Vermeil de la Ville de Paris, la massima onorificenza cittadina, alla fine del défilé.

Dior affascina per coerenza e complessità. Maria Grazia Chiuri, direttore artistico della maison, impagina un viaggio alla scoperta del mondo. Dell’heritage Dior e di se stessa. Un ritorno alle origini che si nutre di tessuti maschili in chiaroscuro, di chiffon tortora e tulle impressionista. Di sete rosa cenere e di velluti dai colori profondi e notturni. Fiori e tarocchi a ricamo che si rispecchiano nella volta celeste e nella terra immaginate da Pietro Ruffo. Quanto sia brillante questo itinerario di Maria Grazia Chiuri, lo si comprende ancor più visitando la splendida e complessa mostra ‘Dior couturier du rêve’ – al Musée Les Arts Décoratifs, fino al 7 gennaio 2018, celebra i 70 anni dalla fondazione della maison.

Valentino, per Pierpaolo Piccioli, si trasfigura nel valore più astratto e concettuale dell’haute couture: il non visibile. Liturgie ieratiche, linearità monacale, bianco e nero domenicano, casule, cappe, cappucci e piviali. Poi intarsi, taffetà rosa mistico, mussolina incenso e chiffon nero. Ornati romanici da medioevo iberico, medaglioni araldici in lana cerata e ricami sovrapposti. Esplode d’un tratto una pulsazione barocca e classicista ‘Grand Siècle’ – sarebbe piaciuta alla Montpensier durante la Fronda, e anche a Madame de Montespan a Versailles – in un fluttuare di organza volantée di un cremisi sacrale e sensuale. Rossy de Palma ruota come un derviscio nell’atrio marmoreo dell’Hôtel Salomon de Rothschild, mentre Marisa Berenson e Rosario Nadal, Daphne Guinness e Sofia Coppola conversano amabilmente nel Salon IV.

Armani Privé, al Palais de Chaillot, combina geometrie e vertigine decorativa colorista. Un rigo musicale si apre sul ‘Liebestodt’ del Tristano e Isotta di Richard Wagner, eseguito al piano nella versione di Liszt. Sotto l’occhio attento di Sophia Loren e Naomi Watts, incedono lente le incuranti modelle del violinista star britannico Charlie Siem e di Isabelle Huppert.

Fendi Haute Fourrure è un miracolo di maestria in continuo superamento. Pellicce non pellicce, di una duttilità quasi aerea. Il ‘Prélude à l’après-midi d’un faune ’ di Claude Debussy su fondale simbolista e fiorito in penombra. Trame di geometrie, arcobaleni cromatici, accrochage floreali, pointillisme e loriche microscopici. Intrecci, ricami, sottrazioni, tricot a rete, broderies e intagli. Alla fine Karl Lagerfeld, peraltro in forma smagliante, è costretto da una standing ovation, mentre la sala entusiasta scandisce il suo nome, a ripresentarsi ben tre volte sul palco del Théâtre des Champs Elysées. Il CEO Pietro Beccari sorride accanto alla moglie Elisabetta e Bernard Arnault. Non si è mai visto tanto affabile e ben disposto a rilasciare dichiarazioni e interviste. Un vero successo.

June is for men

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Giugno è il mese ‘dell’uomo’ per il popolo della moda. Il grand tour maschile inizia con Pitti, a Firenze, quest’anno flagellato da un caldo tropicale. Tante le highlights della manifestazione fiorentina, costellata di eventi e cocktail. La cena di Brunello Cucinelli, ai piedi di Fiesole a Villa Palmieri, tra siepi di bosso, piante secolari, statue e fontane. Cucinelli che ha proposto pantaloni morbidi e sportivi, giacche avvitate e sartoriali. Cena con vista anche da Canada Goose, sulla terrazza del Museo dell’Opera del Duomo. Fra un trionfo di limoni e la cupola del Brunelleschi, giusto lì.

Milano risponde a tono. In un brevissimo volgere di giorni. Moncler Gamme Rouge mette in scena una liturgia wasp, unisce matrice sportiva e tayloring con Thom Browne, sulla colonna sonora delle vivaldiane ‘Quattro stagioni’. In risalto coat neri. Di quel nero che disegna i contorni. Giorgio Armani guarda alla sua poetica classica, con riferimenti che vanno dagli anni Trenta ai Cinquanta. E con nuova energia. Inattesa la palette: il rosa ciclamino è mescolato al verde distillato. Prada ha pavesato il suo spazio di macro comics. Una passerella nata dalla collaborazione con il video artista taiwanese James Jean e il giovane fumettista belga Ollie Schrauwen. Stampe a fumetto, jump-suits, short da Tintin, scarpe da ciclista in città e tocchi rockabilly. Fendi è più che mai Fendi. Password: freschezza. Gioca per citazioni anni Sessanta e Settanta, ma anche per sottrazione e leggerezza nei suit dalle proporzioni rivisitate. Trasparenze e colori chiari, accessori al top che spiccano in uno scrigno di marmo solenne. Andrea Pompiliosi racconta una visione fluida e reinventa una osservanza delle regole del vestire maschile. Rossi e gialli improvvisi nei raincoat di Canali. Alternanza di camou grafico e cromie vivide da Woolrich. Toni terra e sabbia, avana e tabacco su sovrapposizioni e variazioni costruttive per Corneliani. Intrepida ricerca di materiali e contrasti per Paul & Shark. Arthur Arbesser crea per Yoox una serie di stampe ispirazione Jugendstil e decorativismo finis Austriae.

«Parigi val bene una messa!» – la celebre frase di Enrico IV, il primo Borbone sul trono di Francia, riassume quel che succede sulle passerelle francesi. La dicitura Atelier Dior racchiude il senso più profondo della collezione firmata da Kris Van Assche per Dior Homme. Uno sguardo all’heritage di sei decenni di lavoro della maison, insieme a un ventaglio di pulsanti ispirazioni streetwear. Blazer e ampi pantaloni, silhouette aderenti al corpo, sovrapposizioni e capispalla strutturati, bomber metropolitani e giacche che diventano gilet smanicati. Sportswear è il mantra di Louis Vuitton. Blouson in pelle tagliata a vivo, parka di nylon, suit a scatola, blazer e cardigan over. Kim Jones, direttore artistico, miscela maglie in tessuto scuba con print hawaiani. Da Valentino, Pierpaolo Piccioli da di mood sportivo e atelier una sola dimensione. Linearità lieve e scivolata dal contenuto tecnico. Tonalità pastello sferzate da vividi toni gialli, rosso e arancione. Chez Hermès, l’uomo della prossima stagione estiva si vota a uno stile rilassato e un po’ flâneur.  Cerruti 1881 reinventa suggestioni preppy nel contemporaneo. Freschezza décontractée e contorni anni Cinquanta mai marcati sull’anatomia. Un camaïeu di grigi azzurrati, sabbia e rosa tenui. Si avverte un’aria giovane, scanzonata e da campus. Un profumo di vacanza anche in città. Per Sarah Burton, Alexander McQueen significa gotico. Rigore brit dal risvolto sportivo. Giacche intarsiate, trench stile vittoriano. La pelle è protagonista e la divisa dona un imprinting ottocentesco. Così incrocia poesia e romanticismo. Astrazione e atmosfere dark.

Le Grand Bal Dior

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Va in scena la favola di una Maison storica in continua evoluzione. Il dietro le quinte è un laboratorio di bellezza, la prima sfilata di haute couture firmata da Maria Grazia Chiuri.

Backstage di haute couture Dior, dinamica concitata di concentrata ritualità. Siamo dentro un padiglione effimero sorto nel giardino del Musée Rodin a Parigi. Per tanti versi è come affrontare un viaggio fantastico dietro alle seriche cortine del mito, perdersi in un laboratorio creativo dove tutto concorre solo e soltanto a un fine e a un’unica tensione concettuale ed estetica: inventare la bellezza. Non per nulla, un automa di indovino turco con tanto di turbante, seduto all’interno di una specie di portantina coloratissima, vagamente inquietante e sardonico domina la scena e troneggia in mezzo all’incessante e ondivago via vai di addetti, modelle, parrucchieri, tecnici e vestieriste, sarte, premières e truccatori, dispensando a chi voglia tentare la sorte moniti e sibillini responsi venati di ambigua ironia, stampati su piccolissimi rettangoli di cartone écru che paiono usciti dalla notte dei tempi. Il grande Christian Dior, è noto, coltivava una certa propensione per l’esoterismo, come un monarca rinascimentale o barocco amava indovini e predizioni, leggeva segni divinatori e decifrava gli arcani dei tarocchi. Il mago ottomano vuole certo ricordarcelo, questo aspetto irrazionale del couturier del New Look, indicando un varco e un’ideale continuità con un’eredità inimitabile, intrecciandola con un presagio di futuro.

Atemporali e insieme futuribili si manifestano i métiers ancestrali e mistici come un mantra, l’orgogliosa sfida al superamento tecnico e le diverse forme d’arte che insieme danno corpo a quel sortilegio superbo e sorprendente che si chiama haute couture. Scintillanti tessere di un mosaico che racconta una storia unitaria ma frazionata attraverso vari settori concomitanti, che si nutre di liturgie e virtuosistiche attuazioni, ma che è interamente legata da un filo comune, da un’assonanza di echi e frammenti narrativi e immaginari che si declinano intorno alla visione di un solo demiurgo, il couturier. Una teoria di apporti che non sono meno importanti del segno icastico e prevalente del designer, ossia della linea progettuale che debbono saper esaltare e definire ulteriormente, giocando una partita per simbiosi o contrasto dialettico, per contrappunto e assimilazione tonale.

La memoria della Maison diviene origine di una storia nuova per Maria Grazia Chiuri, che vi si è immersa fino alle radici e agli archetipi per trovare una forma linguistica indipendente e una decisa lettura del nostro tempo. Il suo labirinto miscela la morbida curvatura della ligne Bar, smontata e rimontata fino a reincarnarsi in una cappa, a silhouette austere e geometriche, raggiate di strutture e nervature incise e astratte. Il nero fa da preludio a una suite di toni cangianti e poudrée, blu, rosa, un grigio perlaceo rubato a Boldini, il mauve. Strati di tulle che tengono prigionieri fiori meravigliosi abbandonati alla stemperata dolcezza del ricordo, come quelli che seguitano a vivere negli erbari. La dentelle viene scucita e rimontata sull’organza, in una sfida tra pregnanza e levità dell’abito, mentre il tulle plissé dalle cromie fiabesche si sovrappone in composizioni insieme leggere e maestose. Eccola la frontiera della divinazione, il desiderio, tra serio e faceto, di scrutare oltre lo specchio del futuro: stelle ricamate che affiorano da marosi di tulle dorato, le figurazioni dei tarocchi dipinte a mano sul panno candido. Candido è anche l’interno del mantello da sera che accompagna lo smoking al femminile, pezzo magistrale e di rinnovata attualità. «Ho voluto lasciarmi andare a un naturale confronto-osmosi di culture – confida in backstage Maria Grazia Chiuri –, sono italiana e la Maison Dior è francese in essenza. Ero attratta dalla connotazione del sogno, dal senso d’ignoto e di sacrale del labirinto. Quella necessità impellente di mettersi anche in pericolo e in discussione per potere evolvere, per conseguire una mutazione, raggiungendo un cambiamento assoluto. D’altronde nelle favole per cosa si combatte, se non per la bellezza?». I soulier féerique in tulle point-d’esprit nero di pura marca neo-settecentesca e così Dior, quanto le forme metalliche floreali, botaniche o a guisa di fragili coleotteri, partorite dalla fantasia e dalle mani di Claude Lalanne, una fervida ultra-novantenne tuttora assai attiva e sperimentale. Lalanne, come dire una fuga in un universo metamorfico e misterico, lungo una linea di ricerca stilistica che, se prende linfa e avvio dalla natura, procede per le specie di un onirismo liquido e fibrillante, come se gli insetti, le corolle e i rovi divenuti alchimia di rame e bronzo, potessero di colpo tornare a vivere, a palpitare al semplice contratto con gli abiti.

Un altro punto di questo progetto articolato e corale è l’acconciatura dei capelli, affidata a Guido Palau, sapiente elaborazione di apparente e soffusa casualità, che bilancia un romanticismo vagamente ottocentesco con una nonchalance spettinata, piena di vento e di libertà giovane e bohémienne. È quasi come la punteggiatura in un testo letterario la poetica funzione di copricapi, en-tête e maschere di spirito surrealista, opera del talento di Stephen Jones. Jones ha sintetizzato fragranze e ispirazioni opposte e lontane in una cifra armonica, che s’intesse di echi gotici e punk, di riflessi regency e tardo-settecenteschi. Cocteau, Emilio Terry e Leonor Fini occhieggiano compiaciuti e plaudenti da un palco del teatro Luis XVII di Groussay, dove si esibisce Jean Marais. Di certo verrebbero stregati dalla concisa opulenza del mantello Domino, dal grande cappuccio in velluto nero.

Il make-up, in un simile arazzo di esercitazioni di gusto e maestria, diventa passaggio fondamentale. Cattura l’apparenza fugace del viso in un’armonia di chiaroscuro e colpi di colore, che bilancia l’impatto teatrale e il significato medianico dell’abito. Peter Philips è diventato Direttore Creativo e di immagine del make-up della Maison Dior nel 2014, raccogliendo la successione di due mostri sacri quali Serge Lutens, nominato nel 1968 e il vietnamita Tyen, che vi s’insedia nel 1980. Incontro Peter Philips mentre è intento a sovrintendere alle operazioni di make-up nel backstage. Ho modo di notare come intervenga spesso sulla base preparata dagli assistenti e collaboratori, come sistemi piccole stelle d’oro pallido sulle palpebre. Le stelle sortiscono un effetto di liquida magia, accentuando il senso di meraviglia degli sguardi, incorniciati dal kajal.

Ispirato dall’audace, Philips non esita a giustapporre texture e cromie, iniziando un itinerario che miscela uno spirito d’avanguardia e di autonoma ricerca con l’esplorazione dell’heritage della Casa di moda francese. Philips, impavido e branché, getta ponti inattesi tra le passerelle e la strada. «Con il colore puoi arrivare a esprimere concetti che non potresti mai spiegare a parole. Il nero è simultaneamente classico, fuori dal tempo, proiettato nel futuro. È scrittura, è la notte, è trasparente come il tulle. Enfatizza, conferisce ritmo e contorno». Viene in mente un pensiero di Vasilij Kandinskij, che immaginava il bianco suonare come il silenzio: lo definiva poeticamente come il nulla che precede ogni inizio. Philips fin dall’infanzia è innamorato dei vecchi film dell’epoca aurea di Hollywood. «Quando da bambino passavo i week-end dai miei nonni – confida Philips –, il sabato pomeriggio il canale belga BRT dava immancabilmente qualche vecchia pellicola. Le donne che si succedevano sullo schermo erano sempre stupende. Ritengo siano stati quei film ad aiutarmi sul serio a capire la struttura di una faccia. Il volto di Marlene Dietrich risulta come una scultura, come un volume plastico scolpito dalla luce».

Il défilé Dior incrocia il tema allegorico del labirinto con la gloria, effimera e imperitura, dei grandi balli d’antan, passando da quelli parigini di Etienne de Beaumont, fino alla fastosa rievocazione degli splendori settecenteschi della Serenissima al tramonto, messa in scena da Carlos de Beistegui il 3 settembre 1951 a palazzo Labia a Venezia. «Nell’ideazione di questo speciale maquillage haute couture – racconta Peter Philips – ho proceduto a stretto contatto con Maria Grazia Chiuri, cercando di interpretarne al massimo le attese e le suggestioni. Maria Grazia voleva soprattutto che il make-up risultasse naturale, poco insistito e appariscente, che desse un’impronta di freschezza e un approccio sapientemente négligé alle ragazze, tutte giovanissime. Il suo brief, davvero insolito per un défilé haute couture dove in genere si accentua e si esagera la drammaticità e la spettacolarità del trucco, aveva una duplicità un po’ contraddittoria da leggere e da realizzare. Un tomboy romantico era quanto cercava la nuova Direttrice Creativa di Dior. Un codice di paradossale modernità dai contorni che sfumano in un’aura fantastica e leggiadra, imprendibile e aerea come le ali trasparenti di una farfalla. È questa ragazza di oggi, una donna vera e calata nella sua realtà, consapevole e attiva, che per una notte di fiaba si trasfigura in principessa di sogno, partecipando a un indimenticabile opulento bal masqué che si svolge alla luce delle candele, tra le siepi di bosso e i mille incantamenti di un labirinto mozartiano. Il punto di partenza dunque – sottolinea Philips – non poteva che essere una base molto luminosa ed eterea, poi ho continuato ad affinare l’effetto generale quasi per sottrazione e velatura, con una palette di nero e argento, di oro rosa, bianco e giallo. L’oro è più femminile dell’argento, che talvolta ha un qualcosa di meccanico e di freddo. Il glitter dalle nuance impalpabili e iridescenti invece contribuisce non poco a quella rarefazione lunare, surreale e al contempo metallica, che intendevamo raggiungere. Parla un linguaggio vibratile e in chiaroscuro, anima le superfici captando riflessioni e bagliori sommessi, illumina il viso in maniera interiorizzata, come pulsasse da dentro».

Le stelle, la pleiade di minuscole stelle, citazione emblematica dell’alfabeto Dior, come accadeva nel XVIII secolo per la semantica squisitamente rococò dei nei posticci, si annidano nell’arcata oculare o in basso, laddove si conclude l’ogiva intagliando la palpebra, rivelano messaggi e promesse, lasciano affiorare e indovinare nuance sentimentali e intermittenze del cuore. «È uno slancio da alchimisti all’inseguimento della pietra filosofale. Il mio intento è di narrare storie che prendono vita dalle mie palette e dalle mie collezioni. Dal primo giorno in cui ho mosso i miei passi sulla mia strada di truccatore, non ho mai buttato via un prodotto. Penserete che è un qualcosa di maniacale, che sono affetto da una specie di feticismo, ma è proprio così. Conservo perfino i rossetti terminati. Raccolgo stralci di tessuto che hanno destato il mio interesse, che mi hanno incuriosito. L’ispirazione ti arriva da ogni parte, non la vai a cercare. Qualche volta mi dico che da questi brani tessili reperiti per caso potrebbe venir fuori un magnifico lipstick con la medesima gradazione cromatica dominante». Nella primavera 2017, Peter Philips ha firmato la collezione Colour Gradation. Tra le proposte colore del look, crea un Dior Vernis verde 800 Now. Un colore che Philips ha introdotto anche per la linea Backstage, gli stick di correzione Fix It Colour: la nuance di verde controbilancia le macchie rosse o couperose, secondo appunto una tecnica in uso nel cinema durante l’era del Technicolor. L’utilizzo del medium cromatico di Peter Philips non risulta mai scontato o convenzionale a prima vista.

Il rosso per Philips rappresenta il classicismo. «Adoro questo colore e fin dal mio primo giorno in Dior l’ho usato costantemente per labbra e unghie. È simbolica ormai la portata del lipstick-signature 999. Personalmente ho molta fiducia nel progresso che si conquista nei laboratori. Ogni singola innovazione raggiunta mi fornisce altre e più ampie possibilità creative. D’altronde, la Maison Dior possiede un’esperienza di oltre cinquant’anni nel campo della bellezza e sono felice di poter prendere vantaggio da questo capitale. Disegno con cura tutte le mie collezioni. È un punto di partenza fondamentale perché mi rivolgo a donne che, non mi stancherò mai di ripeterlo a costo di diventare noioso, vogliono prima di tutto essere belle. Donne di ogni parte del globo. In qualsiasi paese, regione, cultura, in qualsiasi clima e ambiente, i canoni e le richieste nel solco della bellezza sono estremamente diversificati. Esistono tanti elementi che possono esercitare un impatto sul mio processo creativo – conclude Peter Philips –, così per me assume forte importanza delineare con precisione una mappa dettagliata dei miei prodotti».

Nel backstage di haute couture Dior al Musèe Rodin a Parigi, il lavoro di Maria Grazia Chiuri è letterariamente corrisposto da quello di Peter Philips, direttore della creazione e dell’immagine del make-up Dior.

The Fashionable Lampoon Issue 9 Babylon – Digital Visual Wave

Carla Fendi

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Carla Fendi, nata nel 1937, è scomparsa ieri dopo una lunga malattia, all’età di 80 anni. Quarta delle cinque mitiche sorelle Fendi – le cinque dita di una stessa mano, le hanno definite – , che hanno reso grande il brand romano. Carla aveva un temperamento forte, coraggioso e combattivo ma venato di una dolcezza avvolgente. Era un mix d’impulsività e di azione, di curiosità intellettuale e di pensiero. Password: autodisciplina, grazie a un rigore che le veniva dalla severa educazione e dall’imprinting aziendale trasmessole dalla madre Adele, la fondatrice del marchio. Carla è stata una figura cruciale per Fendi fin dagli esordi sul campo negli anni Sessanta, giovanissima, di cui è rimasta Presidente Onorario anche dopo l’acquisizione da parte di LVMH. Molto vicina a Karl Lagerfeld, dal 1966 creative director della Maison, Carla Fendi ha capito in tempi non sospetti l’importanza della comunicazione e dei rapporti di compenetrazione tra moda e arte. Ha instaurato un serrato dialogo con il teatro, l’opera e il cinema in particolare. C’erano lei e la sua fervida capacità visionaria, ad esempio, dietro agli iconici frames che immortalano Silvana Mangano nel viscontiano Gruppo di famiglia in un interno e dietro alla sfilata di pellicce della scandalosa Bohème di Puccini messa in scena da Ken Russell nel 1984 allo Sferisterio di Macerata. Malgrado gli impedimenti del male che l’aveva colpita e la perdita dell’uomo con cui aveva condiviso vita e passioni, il marito Candido Speroni, avvenuta nel 2013, Carla fino alla fine ha continuato a esercitare la sua attività di mecenate e a impegnarsi nella Fondazione che portava il suo nome, in special modo sostenendo l’amatissimo Festival di Spoleto. Donna di lungimirante progettualità intellettuale, epicentro di tutta una texture di relazioni con artisti e creativi, va ricordata anche per l’esigente gusto collezionistico, testimoniato dalla sua residenza romana a Palazzo Ruspoli. Una casa dalla sofisticazione tonale che spaziava attraverso epoche e ambiti stilistici, i più lontani e diversi. Mi vengono in mente la sua commozione e il suo sorriso che le illuminavano gli occhi, bizantini e profondi, al concerto finale di Spoleto Festival nel luglio 2015, quando l’amico direttore d’orchestra Jeffrey Tate, nella cavea abbagliante del duomo della città umbra, a sorpresa, come bis, dedicò a Candido Speroni un brano del Candide di Leonard Bernstein. Di Carla Fendi resta indelebile la luminosità e l’azzardo creativo senza filtri ed esitazioni. Apporto fondamentale al milieu della moda e della cultura.

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YTALIA: Energia Pensiero Bellezza

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Ytalia inaugura il 2 giugno – data emblematica, positivamente retorica, per una mostra così titolata. Il Forte Belvedere è il sito principale, per il quale satelliti, gli angoli di Firenze multidimensionale – se Roma è eterna, Firenze è indelebile. Dodici protagonisti, per Ytalia – viene da definirlo cast, leggendo i nomi degli artisti coinvolti, una grande produzione hollywoodiana tradotta nella culla della civiltà mondiale: Jannis Kounellis, Luciano Fabro, Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Giovanni Anselmo, Gino De Domenicis, Remo Salvadori, Marco Bagnoli, Domenico Bianchi, Nunzio, Mimmo Paladino, Mario Merz. Una mostra, uno show mi piacerebbe chiamarlo, ideato e curato da Sergio Risaliti e prodotto dal Mus.e di Firenze insieme al Comune.

I dodici artisti, la cui arte in ogni contingenza supera la vita rispettando primaria definizione, trovano l’energia antica e futura, ancora e sempre in Italia – Ytalia – gli occhi si abbacinano davanti a questa grafia. A gennaio, durante la cena per l’annuncio della mostra, parlavo con Luciano Massari, direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Carrara. Una conversazione che mi riportava alla lettura de Il Tormento e l’Estasi: il marmo bianco scultoreo della cava di Michelangelo resterà il più pregiato per la durezza e la luce dei suoi cristalli, girando poi nelle variazioni di grigio fino allo scuro, fino alla pietra e ai graniti delle Apuane. Se bianco è a Carrara, il marmo verde proviene dalla Val d’Aosta, il marmo rosa dalle montagne spagnole – mentre La Veranda Fabbrica del Duomo di Milano è proprietaria di un’intera cava per la propria fornitura esclusiva. Il marmo, materia prima, suprema italiana, viva di quanta arte, di quanta commozione – seguitemi, ve ne prego – pensate al marmo, a una sua venatura particolare, e alla grafia di una Y come iniziale d’Italia: il breve bagliore che si produce è la mia migliore introduzione a questa mostra.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Alcune mostre diventano pura narrazione, trascolorano in un epos emblematico scandito da racconti e intuizioni folgoranti. Un plot colmo di evocazioni e riflessi immaginari. Percorsi espositivi e semantici che innanzitutto e perfino loro malgrado, più che obbedire alle mere ragioni di una funzionalità rappresentativa e filologica, riescono a ordire un filo conduttore attraverso le opere e il segno di artisti diversi, arrivando a concepire una corale e mirabilmente unitaria mappatura sentimentale. Storie che identificano un capzioso mosaico sensitivo, capace di annullare le paratie del tempo e di coinvolgerti, di attrarti in un cerchio sospeso e ipnotico come in un mandala magico e luminoso. Tutto, in questo caso, sta nella possente e scarnita Y iniziale di un’antica grafia del nome di questo Paese, come appare su una delle volte della Basilica Superiore di Assisi accanto alla rappresentazione di una città, con ogni probabilità Roma, l’Urbs imperiale e papale dalle mille significazioni e allegorie, in un affresco di Cimabue che data agli ultimi decenni del XIII secolo. Siamo dunque agli albori di quella che sarà l’abbagliante vicenda della pittura italiana lungo un arco di secoli, proprio al debutto di un’esperienza che chiara e integra, per analogie e impalpabili fragranze, riemerge nel lavoro degli artisti contemporanei che compongono l’itinerario di questa mostra fiorentina.

Una Y, questa di Ytalia, è insieme astrazione, mistica sacralità e dichiarazione programmatica, diviene arcano suggello e password ermeneutica, sofisticato arcaismo tenacemente bizantino e sconcertante apertura, anzi, premonizione, di una modernità che si risolve in un tempo circolare, centripeto ed eternamente ritornante. Le Temps revient, il tempo ritorna e si rinnova, recitava il motto di Lorenzo il Magnifico che accompagnava la figurazione del fatidico broncone d’alloro mediceo. La mostra si tiene a Firenze, un luogo da sempre deputato al confronto dialettico, devoluto all’incontro, al dialogo e alla sovrapposizione ecumenica e contraddittoria di civiltà e pensiero, come già dichiara un avvenimento cruciale del primo rinascimento, il Concilio fiorentino del 1439, struggente e generoso tentativo di ricomposizione tra oriente e occidente che oggi, alla luce di quanto sta accadendo nel mondo che viviamo, assume valenze ancor più profonde e profetiche. Forse l’Italia, nella sua vicenda storica unitaria in fondo assai recente, risultanza di spiccate, autonome e orgogliose identità regionali, non ha raggiunto una forte coscienza comune e tuttora non è permeata appieno da un senso di reale appartenenza nazionale.

Esiste un dato connettivo, un vincolo costante nella complessa dinamica di formazione di uno stato e di un’intera progressiva visione politica. Si tratta della bellezza, del legante fondamentale dell’arte e di una poliforme emanazione creativa mai venuta meno. È questa la chiave concettuale della mostra Ytalia, un’imponente texture collettiva nata da una forte intuizione del suo curatore e ideatore Sergio Risaliti, che ha come epicentro il Forte Belvedere, ma che si allarga nella trama urbana del centro storico di Firenze con appendici agli Uffizi, a Santa Croce, a Palazzo Vecchio, nel Giardino di Boboli e a Palazzo Pitti, al Museo Novecento e presso il Museo Marino Marini. Una galleria diffusa, che si snoda attraverso oltre cento opere, realizzate a partire dagli anni Sessanta e talvolta site-specific, che ingloba tre generazioni di artisti, instaurando un serrato e interrogativo colloquio, una koinè dialektos ideale ed osmotica tra questi e i grandi maestri del passato.

I protagonisti sono Mario Merz con il suo segno monumentale e sconcertante, la materializzazione delle energie fisiche, statiche e dinamiche di Giovanni Anselmo, il tellurico e drammatico idioma di Jannis Kounellis, recentemente scomparso, che quasi si amplifica sullo sfondo solcato da gigli di Francia aurei su campo azzurro della Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio. Ecco Luciano Fabro, il cui epocale Spirato del 1972 è posizionato nella brunelleschiana Cappella Pazzi a Santa Croce, la sofisticata, poetica e imprendibile cifra espressiva di Alighiero Boetti, il bianco elegiaco di Giulio Paolini che si raffronta alla Venera Italica di Canova alla Palatina e il negromantico e sulfureo talento di Gino De Dominicis. Poi, Remo Salvadori con due nuove sculture pensate appositamente per uno dei bastioni del Forte Belvedere, Mimmo Paladino che interloquisce con la tersa geometria umanistica di Leon Battista Alberti nella Cappella Rucellai, il teorema d’acciaio, di specchio, d’acqua e di marmo di Marco Bagnoli, Nunzio nella cripta del Museo Marino Marini e l’incessante mirabile sperimentalismo di Domenico Bianchi. Un arazzo, quello di Ytalia, dove affiorano affinità, comunanze sottese e valori condivisi, nel quale leggere individualità e tratti molto originali e ostinatamente differenti nel quadro di un contesto e di tanti frammenti di racconto, nel cangiante divenire delle varie poetiche.

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www.musefirenze.it – @musefirenze

Mongiardino

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Un viaggio nell’universo di Renzo Mongiardino, tra boiserie, pannelli dipinti, sculture, arredi e specchiere, ceramiche, bronzi e un mosaico di tecniche creative. Genovese di nascita, milanese d’adozione, architetto, scenografo fra i più significativi del secondo Novecento: per una Babilonia immaginaria.

La questione Mongiardino non può essere archiviata tra il silenzio degli storici dell’architettura e il culto dei reduci, chiosa Giovanni Agosti a proposito di Renzo Mongiardino. Era un ascetico ermeneuta che conosceva come nessuno il tenue e misterioso varco di compenetrazione tra passato e presente. Renzo Mongiardino, architetto e regista di stupefacenti interiors e geniale scenografo di cinema e teatro scomparso nel 1998, ancora oggi continua a rappresentare un fondamentale riferimento estetico e una serie di raggiungimenti poetici difficilmente uguagliabili. Nato nel 1916, dunque oltre un secolo fa, a Genova, di cui recava impressa la matrice sofisticata, oltremodo privata, speculare e laconica, Mongiardino è l’inventore di un linguaggio decorativo composito e avvincente, che si impone già durante la piena apoteosi modernista nella seconda metà del XX secolo. Un’epoca in cui, parafrasando Adolf Loos, l’ornamento è più che mai delitto. Appare inatteso l’afflato storicistico, sigla dell’intero lavoro di Renzo Mongiardino, che, se talvolta gioca di riflessi e allegorie con una vena lievemente nostalgica e cechoviana, comunque non va mai confuso con la polverosa volontà passatista, con una mera e rassegnata vocazione scenica.

Un Ulisse solitario,costretto a inventarsi una patria, un approdo: il Regno della Finzione, Umberto Pasti ha così definito Mongiardino. Io credo che la sua reinvenzione del passato, forse addirittura a livello inconscio, fosse generata da una concezione viva, vibrante ed energetica di un’eredità secolare e variegata in continuo progresso, ma praticamente perduta alla contemporaneità, che s’incarna nell’impiego di tecniche sofisticate e di mirabili accorgimenti decorativi, frutto di una sapienza ancestrale. Quasi un cortocircuito di atemporalità, una capsula cronologica eternamente ritornante e circolare: un po’ come il fluire sospeso e sferzato da flashback vividi e sfumati tipico della scrittura proustiana. Gli interni di Mongiardino, per costituzione, sono colti, riassumono l’accumulazione lenta e progressiva di generazioni. Allo stesso modo aderiscono a una visione epocale unitaria, con ortodossa e meticolosa ostinazione filologica. È un verbum, un dogma viene da dire, che si manifesta per immedesimazione attraverso una meditazione intellettuale e sensitiva: il passato intende completarlo, migliorarlo, non infingerlo, muovendosi entro una dimensione psichica ed estetica da vero medium.

Ambienti che di volta in volta nascono intorno a uno o più oggetti, siano essi dipinti, sculture, arredi superbi, magniloquenti ed eccentriche specchiere, objects de vertu e orologi, ceramiche, smalti di Limoges, vetri del Rinascimento, bronzi barocchi, avori, pleiadi di miniature e porcellane. Reperti che analizzati con un profondo studio e mille fasi di giustapposizione e confronto con gli sviluppi del décor, diventano innanzitutto catalizzatori di suggestioni, fulcro di semantiche e di atmosfere. Poli di ispirazione che indicano itinerari letterari e che ordiscono una trama di citazioni colte e appassionanti. Opere di matrice, di provenienza, di materia e di epoca le più diverse, che guidano la direzione compositiva verso un impaginato poliedrico che poteva accostare elementi di décor originario a manufatti realizzati appositamente da una falange di fidi collaboratori di altissima perizia artistica e artigiana. Un capolavoro per tutti: la risistemazione della raccolta pittorica del barone Hans Heinrich Thyssen-Bornemisza, allora parzialmente conservata a Daylesford House, nel Gloucestershire, Regno Unito. Nel salone specialmente, in cui sfolgorano le tele seicentesche di Orazio Gentileschi e Mattia Preti, accanto alla Santa Caterina d’Alessandria del Caravaggio. La casistica creativa e il catalogo delle tecniche utilizzate nell’esperienza mongiardiniana risultano quasi infiniti, si snodano attraverso un mosaico di pannelli dipinti e boiserie intagliate, come nella Villa la Leopolda di Villefranche-sur-Mer per i Safra, ad esempio, fra cuoi cordobani a impressioni dorate e policrome all’Hôtel Lambert, a Parigi, commessi in faux-marbre per Ortiz-Patiño, stucchi e grisaglie, fra tarsie prospettiche vere o illusionistiche degne della quattrocentesca metafisica di Fra Giocondo, miscelando Bramante ai grattacieli di una New York-Gotham City, proprio nella Grande Mela, nello studiolo del collezionista Peter Sharp. Assai diffuso, in particolare, si rivela l’impiego di trompe l’oeil pittorici sfumati ed evanescenti, fiction di cieli turchini striati da cirri candidi ed ebbri di luce pulsante, fondali e soffitti oltremodo teatrali e narrativi su calce, scagliola e vari supporti tessili, che simulano, talvolta con materiali poveri e basici, ‘camere di verzura’, paesaggi bucolici (per Drue Heinz a Londra, nel 1986) o fioriti pergolati Secondo Impero. Sfilano turcherie e cineserie sette-ottocentesche, accrochage di epigrafi e foscoliani frammenti classici insidiati da muschi ed edere, le epiche rovine à la Clérisseau con echi manierisitici alla Giulio Romano della torre di Elsa Peretti all’Argentario. A Casa Thyssen prendono vita panoplie di tappeti e tessili orientali, a Casa Mongiardino, a Milano, si susseguono vividi patchwork vittoriani, accorgimenti ingannatori dei sensi e di ogni percezione visiva che restituiscono per sottrazione ogivali slanci walpoliani e archiacuto romanticismo troubadour, che fanno affiorare su superfici di nera lavagna le allucinazioni paesistiche e architettoniche seicentesche di Monsù Desiderio, come allo Chatêau de Wideville a Crespières, non lontano da Parigi, per Jack Setton. Apparati che scardinano proporzioni e amplificano ambienti in origine dotati di natura e spazialità prosaicamente modesta o che, profetici, completano in totale naturalezza preesistenze patrizie ‘non finite’ o mutilate dallo scorrere del tempo e dalle spoliazioni della decadenza, avvilite dalla cupa e raggelante malinconia dell’abbandono.

A cento anni dalla nascita, dal 28 settembre all’11 dicembre 2016, Milano, città d’adozione e base professionale dove Renzo Mongiardino approda da ragazzo nel periodo degli studi di architettura, dal 1935 al 1944, seguendo corsi universitari che si concludono con la laurea al Politecnico – il suo relatore è Gio Ponti –, gli ha dedicato una mostra, allestita dallo Studio Michele De Lucchi nella Sala del Tesoro del Castello Sforzesco. Omaggio a Renzo Mongiardino (1916-1998). Architetto e scenografo, evento espositivo curato da Tommaso Tovaglieri con la consulenza di Francesca Simone, nipote dell’architetto, ne illustrava gli esiti in successione lungo la totalità del suo percorso creativo. Un viaggio sviluppato attraverso sette sezioni ordinate in ordine cronologico, che delineavano una mappatura dell’intera carriera di Mongiardino, cui si proponeva di rendere quella profondità di lettura e quella rilevanza fondamentale che non sempre gli sono state riconosciute.

Un corpus di più di trecento documenti, disegni, maquettes – come sono belle e palpitanti queste stanze in miniatura, teatrini da bambola di balsa e carte dipinte, modelli e incubatori di una sublime e visionaria cifra progettuale. Fotografie, in gran parte prima mai visibili al pubblico e, inoltre, un montaggio di immagini e riprese video di Floriana Chailly e Paolo Santagostino. Molto del materiale sul quale verteva l’esposizione proveniva dal ricchissimo Fondo Mongiardino, custodito alla Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli, istituzione milanese aperta nel 1927 dove alcune delle sue sezioni sono ora consultabili. Un lascito che vi è stato depositato nel 2002 grazie alla donazione di Maria Mongiardino, figlia dell’architetto. Non mancavano nemmeno memorie e opere ancora in possesso degli eredi. La parabola complessiva di Renzo Mongiardino veniva ricostruita dalla mostra fin dall’imprinting della famiglia d’origine e dalla formazione culturale e di gusto dell’infanzia genovese, analizzando la prima affermazione internazionale raggiunta a partire dagli anni Sessanta. È l’epoca della consacrazione definitiva della poetica sontuosa e struggente di Mongiardino, che diviene il beniamino di committenti illustri quali Jacqueline Bouvier Onassis e la sorella Lee Radziwill o della famiglia Thyssen-Bornemisza e di Gianni e Marella Agnelli nella torinese Frescot, a Sankt Moritz e a New York. Da qui, è un flusso in piena, tra potenza e costume: le dimore di Brando e Cristiana Brandolini d’Adda nella veneziana Ca’ Giustinian ‘dalle Zogie’ e nelle campagne basso-friulane di Vistorta. Heinz, William Paley e Jaime Ortiz-Patiño. In quel periodo egli assurge a prediletto metteur en scène di uomini dalla ricchezza immensa: tra tutti, i tycoon greci quali Aristotele Onassis – segnatamente nella mitica Skorpios – e il suo acerrimo rivale Stavros Niarchos.

Alla metà degli anni Settanta, Mongiardino diventa l’esegeta della vertiginosa gloria collezionistica da Wunderkammer rudolfina di Guy e Marie-Hélène de Rothschild all’Hôtel Lambert a Parigi, incastonando i loro smalti cinquecenteschi su una griglia di motivi che citano il Parmigianino alla Steccata di Parma. Più tardi arriveranno alla casa-studio di Milano, al 45 di viale Bianca Maria, la fiammeggiante principessa Firyal di Giordania e la jewel designer Elsa Peretti, rapporto questo che apre il colloquio privilegiato con il milieu della moda, connotato in primis da Valentino, da Gianni Versace e da Jil Sander, la musa del minimalismo, oltre alla vera e propria summa linguistica di Casa Sharp a New York, progettata verso la fine degli Ottanta.

La pittrice Lila de Nobili stringe con Mongiardino un sodalizio di amicizia, di stima e collaborazione. La personalità appartata, sensibile e inquieta di questa donna ormai in arte dagli anni Trenta, idealmente introduce il capitolo riguardante il cammino di Renzo Mongiardino nel cinema e nel teatro. Forte è stato il legame come stage designer con il regista Franco Zeffirelli, che si estrinseca sul grande schermo ne La Bisbetica Domata, 1967, con Liz Taylor e Richard Burton, in Romeo e Giulietta (1968) e, nel 1972, nel delicato epos francescano di Fratello Sole Sorella Luna. Sul palcoscenico londinese del Covent Garden, il duo Zeffirelli-Mongiardino consegue un enorme successo con la sua proverbiale Tosca pucciniana del 1964, resa indimenticabile dalla direzione di Georges Prêtre e più ancora dall’intensa e drammatica interpretazione di Maria Callas in uno dei suoi ultimi ruoli operistici. Non mancano ulteriori prove teatrali e filmiche, con Giancarlo Menotti, Liliana Cavani, con Luigi Squarzina, Beppe Menegatti e Filippo Crivelli, con Peter Hall e Raymond Rouleau.

Santificato dai media e, ormai anche dalla critica, per la sua sconcertante originalità e aristocratica autonomia di pensiero, Renzo Mongiardino, da anziano, tra l’ottavo e il nono decennio del Novecento, non esita nell’esplorare le possibilità della rivoluzionaria computer graphic, sulle tracce di un sogno utopico e neo-umanistico di città ideale. In occasione della mostra, accompagnata da una guida-catalogo, è stato rieditato dopo ventitré anni, a cura di Francesca Simone e con una nuova veste grafica, rinnovato nell’apparato delle immagini, il volume Architettura da Camera, vademecum esaurito da molto tempo riproposto per i tipi di Officina Libraria, che Renzo Mongiardino scrisse alla fine della sua esistenza a guisa di lezioni-racconto volte a spiegare metodo, canoni e parametri della sua personale ricerca.

A Renzo Mongiardino (1916-1998) il Comune di Milano ha dedicato una mostra a cento anni dalla nascita, curata da Tommaso Tovaglieri con la consulenza di Francesca Simone, nipote dell’architetto.

The Fashionable Lampoon Issue 9 Babylon – Digital Visual Wave

The Dot Circle 2017 – The Event

Milano, giovedì 4 maggio

The DOT Circle

 

Se hai sofferto puoi capire di Giovanni F. con Francesco Casolo, edizioni Chiarelettere, è il vincitore di The DOT Circle. Ieri sera, giovedì 4 maggio, ha avuto luogo la cena di gala per 100 persone sedute alla tavola del Dot Circle, per la premiazione del vincitore.

Tiffany & Co. ha sostenuto The DOT Circle e l’impegno culturale che il premio persegue, in occasione del lancio della nuova collezione Tiffany City HardWear dedicata alla città, al tessuto urbano cittadino che oggi si vuole intendere come tessuto cerebrale.

Insieme all’amministratore delegato di Tiffany Italia e Spagna, Raffaella Banchero, e il direttore di The Fashionable Lampoon, Carlo Mazzoni, tra gli ospiti intervenuti: Filippo Timi, Asia Argento, Margherita Missoni, Arisa, Arthur Arbesser, Martina Colombari, Matteo Perego di Cremnago, Daniele Calcaterra, Nicolas Vaporidis, italo Rota, Italo Marzotto, Lina Sotis, Gian Paolo Barbieri, LaPina, Lucrezia Rospigliosi Borromeo, Piero Maranghi, Giovanni Caccamo.

Carlo Mazzoni e la modella Chiara Scelsi hanno consegnato il premio all’editor di Chiarelettere Maurizio Donati, che ha ritirato il premio in nome di Giovanni F., che resta anonimo. Andrea Faustini, tra i vincitori di X Factor UK, si è esibito live, pianoforte e voce al termine della cena.

Un ringraziamento speciale a Moet & Chandon e Belvedere Vodka, che ancora e come sempre, sono partner di ogni evento di Lampoon.
Un grazie ai partner tecnici della serata, Alfa Romeo e l’hotel Principe di Savoia. Un grazie Marinella Rossi, per la cena seduta, presso Mari & Co. 

 

The DOT Circle
La Giuria

Maria Luisa Agnese
Asia Argento
Arisa
Gian Paolo Barbieri
Camilla Baresani
Benedetta Barzini
Pier Giorgio Bellocchio
Francesco Bianconi, Baustelle
Giovanni Caccamo
Sandra Ceccarelli
Martina Colombari
Cesare Cunaccia
Denis Curti
Andrea Faustini
Andrea Incontri
La Pina
Luca Lucini
Fabio Mancini
Daniele Manusia
Angelo Miotto
Margherita Missoni
Diamara Parodi Delfino
Diego Passoni
Andrea Pinna
Italo Rota
Chiara Scelsi
Stefano Senardi
Gian Paolo Serino
Pupi Solari
Francesco Sole
Lina Sotis
Filippo Timi
Jacopo Tondelli
Nicolas Vaporidis
Raffaella Banchero
Tiffany & Co. Managing Director Italia e Spagna

 

Carlo Mazzoni
Editor in Chief The Fashionable Lampoon

Digital Visual Wave 

L’arte nelle sue forme contemporanee si diffonde attraverso l’utilizzo dei Social Network con l’illustrazione artistica in formato digitale. Sono stati scelti da Lampoon.it gli artisti che hanno realizzato ed interpretato The DOT Circle.

Illustration by: 

Lucia Emanuela Curzi @ludiary – www.luandme.com
NunoDaCosta @nuno_da_costa_illustration – www.illustrationweb.com/artists/NunoDaCosta
Barbara Dziadosz @barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz
Alina Grinpauka @grinpauka – www.Alinagrinpauka.com
Lena Ker @lenaker – lenaker.com
Alena Lavdovskaya @alenalavdovskaya
Jowy Maasdamme @iseejowy – jowymaasdamme.studio
Holly Nichols @hnicholsillustration – www.hnicholsillustration.com
Maxim Sergeev @sergeev1_maxim
Vin Servillon @findvin
Studio Iva @studio_iva
Mèlique Street @mèliquestreet
Anna Tsvell @anna_tsvell
Poppy Waddilove @poppywaddilove

Photo Marco Piraccini, Giulia Mantovani e Lodovico Colli

Location
Mari&Co. Via Ampola 18, Milan
www.marienco.it

Special Thanks to
Tiffany & Co.
www.tiffany.it – @tiffanyandco

Belvedere Vodka
www.belvederevodka.com – @belvederevodkaitalia

Moët & Chandon
www.moet.com

A PARISIAN WEEK

Testo Cesare Cunaccia

@cesarecunacciaofficial

 

Una settimana parigina sferzata da una pioggia uggiosa, incessante e a tratti violenta, che ha comunque raccontato alcune pagine di moda molto interessanti, fino al gran finale, con la mostra L’oeuvre au noir, dedicata al genio di Cristobal Balenciaga al Musée Bourdelle, all’incredibile decollo del razzo Chanel sotto le volte vetrate del Grand Palais e all’emblematico approdo al Louvre di Vuitton , «Viviamo in un’epoca in cui la gente non può più pensare a lungo termine – osserva intanto Guram Gvasalia, osannato guru di Vetements e designer di Balenciaga – anche le strategie di business sono diventate così. Nessuno può più immaginare strutture a lungo termine, tutti sono concentrati su oggi e subito, soltanto sulle vendite odierne». Senso di precarietà, brividi e ombre verso un domani incerto, in un mondo globalizzato e sempre più arduo da comprendere e leggere nei suoi contorni? A questa domanda sembrava voler rispondere Miuccia Prada, con la sua sofisticata, composita ed ironica esercitazione per Miu Miu del 7 marzo.

Tra le vere highlights della Fashion Week Parigina Autunno/Inverno 2017, la sfilata Dior, leggendaria Maison francese guidata dall’italiana Maria Grazia Chiuri, ha scelto di declinare un unico tema cromatico: il blu. Rapsody in Blue o Blue Moon, la voce roca e intensa di Nina Simone come soundtrack. ‘Fra tutti gli altri colori – scriveva Christian Dior nel suo Petit Dictionnaire de la mode – il blue navy è il solo che può competere con il nero. Un lavoro magnifico, quello di MGC chez Dior che ha riscritto frammenti basilari della poetica del brand. Il mitico modello Chevrier del 1949, ad esempio,ispirato alle tuniche dei pastori pirenaici e dotato di un ampio cappuccio, si è trasformato in una teoria di giacche, di abiti, gonne,mantelle, cappotti e piccoli bomber dalle fragranze sportive, con materie quali taffettà, velluto, panno spigato da coperta e maglia. Ecco le divise no gender, il rigore geometrico che s’intreccia con echi emotivi ed onirici nella trasversalità del blu. Issey Miyake con Yoshiyuki Miyamae, nel fasto storicistico e dorato dell Hôtel de Ville si ispira alla toccante bellezza dell’aurora boreale. Ed è subito poesia, anzi haiku, grazie alla lana grezza di pecore Shetland nate e allevate nelle pallide luci nordiche, tinte in cinque diversi colori combinati in un unico filo, dei superbi cappotti cocoon. Combinazioni architettoniche e paradossalmente lievi di Baked stretch e Steam stretch, il vocabolario della Maison, plissées curvi e concentriche concrezioni tessili dagli effetti ottici estranianti. Chanel è Chanel, che altro dire. Lo show è un evento, la consacrazione sempre potente e nuova di una mitologia della modernità. Questa volta si estrinseca in un’esplosiva connotazione spaziale, in un omaggio all’epopea degli astronauti siglato dal razzo bianco e nero con logo che alla fine del défilé, dal Centre de lancement N.5, dove sono assiepate duemilaseicento persone, schizza dalle rampe dritto verso il cielo. C’e un’aria giovane, divertita, leggera come il vento. Bisogna mantenere la propria identità e rinnovarla di continuo, afferma Karl Lagerfeld in backstage. Lui ci riesce appieno.

Nadège Vanhee-Cybulski, Creative Director di Hermès, continua il suo viaggio ermeneutico all’insegna di una freschezza giovane e fluida. La sua è una lettura per sottrazione e condensazione di un segno inimitabile, che però nulla toglie all’osservanza di un linguaggio e di un approccio che sono patrimonio basilare dell’heritage di Hermès. Gli abiti fluttuano siglati dalle stampe dei celebri carreés traslate a effetto sinopia sulla seta, stretti in vita da cinture sottili. I piccoli e graziosi duvet si portano sul tubino ritmato da zip,minigonne e top sono abbinati ad allungati caban. Splendide le bag in pelle e canvas, quanto le borse a tracolla in struzzo e gli alti stivali allacciati. Moncler Gamme Rouge guarda a un Canada autunnale incendiato di gialli e di rossi divampanti. Il décor è letterale: foglie morte accumulate, proiezioni all over di paesaggi e boschi sulle pareti, le Giubbe Rosse della gendarmeria reale schierate a celebrare il finale. Giambattista Valli, il Direttore Artistico di Gamme Rouge, ha interpretato il tema in modo mirabile e composito, incrociando outdoor e sofisticate fragranze metropolitane, sport e grazia soffusa, forte della sperimentale alchimia e ricerca di materiali che è un elemento portante di Moncler. I doudones sono peso piuma, arricchiti e per converso ulteriormente alleggeriti da ricami e intrecci di applicazioni rébrodées. Non mancano cappotti di tweed dalla carrure infantile, frangi-vento stampati a fiori selvaggi, stupendi pullover in shetland e foulard annodati un po’ ovunque. Le ballerine in tweed lievemente ottocentesche accompagnate dalle calze grosse, si accostano a zaini in nylon. La fluviale Fashion week F/W 2017-18 di Parigi si chiude in bellezza con la sfilata Louis Vuitton, tra scalinate scenografiche e solenni gruppi scultorei, nella Cour Marly del Louvre. Un luogo superbo a livello estetico e di profonda pregnanza storica per un evento che non ha precedenti. Bernard Arnault e LVMH hanno infatti firmato un accordo biennale con Jean-Luc Martinez, President del celeberrimo Museo, per potervi organizzare gli show del marchio. Nicolas Ghesquière, Direttore Creativo di LV, si lancia in un’esercitazione dai contorni espressivi liberi e poco definibili. Sottovesti da sera a effetto laccato, pellicce e montoni di soffuso sapore etnico ma, di nuovo, non riconoscibile o ascrivibile a una zona geografica certa o a una determinata cultura. Focus sulle borse e sui bijoux d’argento- notevoli le catene multiple- molto presenti, dinamici e perfino preponderanti in una forma linguistica che si declina totalmente sul verbum del proprio demiurgo.

Images courtesy of press office