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The Fashionable Lampoon
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cesare cunaccia

McQueen – un docu film

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Era l’11 febbraio 2010 e calava il sipario su tutta un’esperienza creativa nel fashion che, dagli anni Novanta del Ventesimo secolo, aveva visto la rivoluzionaria ondata britannica sovvertire e scardinare la roccaforte della moda parigina. Il suicidio di Lee Alexander McQueen, a soli quarant’anni, avviene a poche ore dal funerale della madre Joyce. Il vero nome, Lee, McQueen lo abbandona su suggerimento della sua musa e scopritrice Isabella Blow, suicidatasi anch’essa nel 2007, con effetti psicologici ed emotivi devastanti su di lui. L’eccentrica Isabella infatti, non lo trovava abbastanza posh. «La mia unica vera paura è quella che tu possa morire prima di me», ripeteva spesso alla madre, profetico anche in questo. Lee era stato un ragazzo timido e grassoccio, introverso e tormentato, che amava inventare vestiti per le bambole. Incongruo, quasi assurdo in quella periferia difficile di South London che sembrava uscita da un film di Ken Loach, dove era cresciuto. È la madre, Joyce, come ricorda la sodale e continuatrice del brand Sarah Burton, costantemente accanto a McQueen fino dagli anni scolastici della Central Saint Martin, che lo sprona a non demordere mai, ad andare avanti a ogni costo, approdando prima negli atelier maschili di Savile Row, da Anderson & Sheppard in particolare, poi presso vari couturier come Koji Tatsuno e Romeo Gigli. Una vicenda di ombre e luci, contraddittoria e appassionate come un romanzo, raccontata dal docu-film McQueen, presentato e premiato il 22 aprile scorso al Tribeca Film Festival di New York. Prodotto e diretto da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui, è molto ricco di testimonianze, da Sarah Burton alla sorella Janet con il nipote Gary James McQueen, fino all’assistente e per un certo tempo boyfriend, Andrew Groves. Quattordici rivelazioni punteggiano il plot di questa parabola favolosa e implacabile che si dipana in ogni suo lato nella narrazione cinematografica. Il successo vero, per Lee Alexander, sublime cazzaro che si divertiva a stupire e scandalizzare – uno che dedica collezioni a Jack lo Squartatore o al suo cane Minter –, era arrivato con l’approdo a Parigi da Givenchy, dove questo poetico e tormentato hooligan della moda, gay dichiarato e sieropositivo, divorato da dubbi, timori e nevrosi, geniale inventore di linguaggi e coraggiose provocazioni oggi abusati e spesso sviliti di senso, esordisce esplodendo come fenomeno nel 1997, con la sua prima sfilata haute couture Alla ricerca del Vello d’oro. «Se mi vuoi conoscere – soleva affermare – basta che guardi al mio lavoro».

alexandermcqueen.com/it

Il trailer del docu-film, youtube.com

Enrico Medioli – Una vita per il cinema

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

È scomparso nell’aprile dello scorso anno, andandosene con quella discrezione da vero gentleman che ha distinto tutta la sua vita. Enrico Medioli, uomo di vero fascino e bellezza atemporale, nato a Parma il 17 marzo 1925, negli ultimi trent’anni vissuto soprattutto a Orvieto, è stato uno dei maggiori sceneggiatori italiani, soprattutto in ambito cinematografico, ma anche per la televisione. Parma è stata un crogiolo di figure nodali, ma sempre piuttosto appartate e in fondo splenetiche del Novecento italiano. Personalità diverse e affini, come il poeta Attilio Bertolucci, padre dei registi Bernardo e Giuseppe e mentore fondamentale nella formazione di Medioli, o, ancora, il musicologo e raffinato collezionista Luigi Magnani, uscito dalla grande borghesia agricola locale, cui si devono scritti sublimi e quella raccolta di tesori artistici custodita dalla fondazione che ha creato, la Magnani Rocca, tra le colline di Mamiano di Traversetolo.

Una ‘parmitudine’, un’appartenenza culturale e temperamentale dalle fragranze vagamente proustiane, che spesso affiora nel lavoro di Medioli, lungo una formidabile carriera in cui ha firmato sette film di Luchino Visconti, ma anche script per Valerio Zurlini, Sergio Leone – lo struggente C’era una volta in America, Liliana Cavani, Mauro Bolognini, Alberto Lattuada, Vittorio Caprioli. Ha vinto il Nastro d’Argento nel 1961 per la sceneggiatura del viscontiano Rocco e i suoi fratelli e nel 1969 ha avuto una nomination all’Oscar per il cupo e decadente plot de La caduta degli Dei, ancora di Luchino Visconti. Per la televisione italiana ha prestato la sua opera per sceneggiati rimasti epocali, come La Certosa di Parma, diretta da Mauro Bolognini nel 1982, I promessi sposi, riduzione per il piccolo schermo di Salvatore Nocita del 1989, Cime Tempestose, regia di Fabrizio Costa, del 2004.

Enrico Medioli è il protagonista del docufilm Ritratto di sceneggiatore in un interno, regia di Rocco Talucci, che ne è anche il produttore, presentato in anteprima nazionale nel luglio 2013 al Festival di Spoleto. Una narrazione nella quale, vincendo la sua proverbiale riservatezza, Medioli parla della sua vita e della genesi delle sue sceneggiature, tramite memorie brillanti e acute, a tratti con divertita ironia. Ne esce un vivido ritratto di decenni e personalità che hanno segnato con forza indelebile il solco culturale italiano del XX secolo, una storia dalle infinite connessioni, suggestioni e significati. Un profilo critico sulla sua opera, la sua biografia completa e filmografia sono raccolti nell’unica monografia che gli è dedicata, Il costruttore di immagini. Enrico Medioli sceneggiatore, uscita nel 2015, a cura di Francesca Medioli e Roberto Mancini, ricca di testimonianze e con diversi contributi importanti, tra gli altri di Gian Luigi Rondi, Irene Bignardi, Franca Valeri, Roberta Mazzoni, Laurence Schifano, Giorgio Treves e Rocco Talucci.

A quest’ultimo, regista e ricercatore dell’ambito teatrale e cinematografico, che negli ultimi anni è stato molto vicino a Enrico Medioli, abbiamo chiesto di tracciarne un ritratto, accanto al quale vi è un piccolo e affettuoso contributo di Adriana Asti, attrice tra le più iconiche di cinema e teatro. Nel suo testo, Talucci, autore di altri film documentari appunto su Adriana Asti e su Peppino Patroni Griffi, oltre al suo ricordo personale, sottolinea il ruolo fondamentale della musica e della letteratura nell’esistenza privata e professionale di Enrico Medioli.

Il costruttore di immagini. Enrico Medioli sceneggiatore

Roberto Mancini, Francesca Medioli

Aska Edizioni, 2015, p. 144, €25.00

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

Dior – Paolo Roversi

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

È stato presentato il 24 gennaio presso la libreria Galignani in rue de Rivoli a Parigi, il libro Dior Images: Paolo Roversi, che celebra il rapporto tra la Maison e il fotografo ravennate, approdato nella capitale francese nel 1973. Personalità appartata, introversa e volutamente lontana dai riflettori, Roversi persegue un’idea assai concettuale e un’incessante linea di ricerca nella fotografia. Non a caso, egli stesso ha affermato che «la fotografia non è mera rappresentazione, ma rivelazione». Il volume, edito da Rizzoli, intesse un viaggio per immagini intorno all’universo dell’haute couture Dior, raccontato dal poetico e soffuso obiettivo di Paolo Roversi.

L’immersione di Roversi nell’alta moda inizia nel 1990 e lo porta a realizzare servizi e singoli scatti per i magazine internazionali. Nell’arco di quarant’anni, Roversi ha dato forma a un suo peculiare ambito di rappresentazione, trasposto in un delicato ed evocativo onirismo, usando pellicola Polaroid e una macchina a largo formato. Così è arrivato a creare quel segno di fragile grazia, quella cifra sospesa e vibrante di densi e indefiniti chiaroscuri, che rende il suo stile immediatamente riconoscibile. Un senso di abbandono, di assenza e di naturalezza concentrata e simbolica. Un’attitude interiorizzata e una fuga nel fantastico che rompono con i classici schemi di posa dell’immagine di moda.

Sono scatti realizzati per varie riviste negli ultimi ventisette anni e che immortalano modelle come Naomi Campbell, Natalia Vodianova e Letizia Casta. L’uso frequente dello sfumato, la magica poetica delle sfocature, ritorna alle origini dell’arte fotografica e cerca di annullare la cesura tra il corpo delle modelle e il mondo che lo circonda. Gli abiti del fondatore Christian Dior e dei suoi successori alla guida della Maison, Yves Saint Lauren, Marc Bohan, Gianfranco Ferré, John Galliano, Raf Simons e Maria Grazia Chiuri, pagina dopo pagina, sembrano circonfusi da una luminosità che emanano dall’interno. Il libro comprende una selezione di creazioni significative e storiche di Christian Dior, documentati durante una sessione di lavoro della stylist americana Grace Coddington.

Paolo Roversi, Emanuele Coccia
Dior Images: Paolo Roversi

Rizzoli International Publications, 2018, 168 p.

Images courtesy of Press Office
dior.com – @dior

Chanel Hyper Couture

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Il talento multiforme e innovativo di Karl Lagerfeld lascia ancora una volta senza fiato. Non certo per la barba candida con cui si è manifestato alla fine dello show haute couture Chanel P/E 2018. Una carrellata, quella andata in scena ieri mattina al Grand Palais, di sessantanove abiti che non si possono che definire magistrali, nel segno di un’ispirazione floreale e romantica cui alludevano i treillages voltati percorsi da pallide rose antiche, le pelouse e la fontana centrale, elementi che mettevano in scena un giardino di Bagatelle fantastico sotto la volta vetrata del Grand Palais. Il fatto è che Lagerfeld è un couturier senza pari e davvero the last of a kind. Come nessuno, ben al di là perfino delle incredibili incrostazioni di canottiglie e dei delicati ricami Lesage a microscopiche corolle e boccioli, a ghirlande rocaille o a nuvolette tonali in micro-paillettes pastello, come nessuno sa costruire e impaginare quella forma e quel gioco strutturale e dinamico che incarnano l’essenza ultima e più iconica dell’haute couture.

Gonne a tulipano, in variazioni di morfologia, di ampiezza e di lunghezze, ma anche pantaloni e inediti shorts. Le spalle dei tailleur, l’emblema di Chanel, enfatizzate e arrotondate guardando agli anni Ottanta, silhouette a trapezio e a cloche ammorbidite da applicazioni di piume fluttuanti, bagliori di strass su balze a petalo di organza. Tulle per sfumare, per intonare un inno alla leggerezza: quella più significante, concettuale e virtuosistica. Tweed imprendibili di varie tramature, combinazioni e nuances, talvolta en suite con gli stivaletti dal platform in perspex trasparente. Mille-fleurs pastello neo-vittoriani, una tavolozza di rosa tenui e luminosi, di ciclamino, di verdi d’ogni gradazione, fino al peridoto e allo smeraldo, con tocchi di bluette e nero, di avorio e acqua. Soprabiti disegnati e tuniche vagamente inizio Novecento, jump-suits siderali in paillettes argento vivo, pizzo soffuso, gocce di rugiada sul tulle point-d’esprit delle velette fermate in alto da piccoli bouquet. Infine, la sposa, una moschettiera in bianco ottico dai cuissard sensuali e guasconi, ammantata da una montagna di piume candide e golose come panna montata.

Courtesy of Press Office
chanel.com – @chanelofficial

Art in a bag by Mr. Jeff Koons

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Definirlo è difficile. Ascetico e affabile, candido e caustico, capriccioso e disciplinato insieme, è un ermeneuta dell’impossibile e della proiezione onirica, un profeta del consumismo capace di inattese derive di poesia. Le sue evoluzioni d’idioma, sintesi fra alchimia semantica e metatesi, tra divinazione e raffronto, tracciano traiettorie che confondono provocazioni e riletture, intrecciando cultura alta, kitsch effimero e patinati quotes comics.

Gli excursus di riappropriazione e ridefinizione del passato nel contemporaneo, i cui contorni si ricompongono in ulteriori narrazioni, nel dibattito artistico di oggi sembrano essere un terreno di ispirazione suggestivo: costituiscono un milieu traboccante di evocazioni mitologiche e di avventurose metamorfosi. Jeff Koons, tra i primi, ha rivisitato in particolare la poetica di figure dell’arte lungo secoli di storia. Un itinerario abbracciato già nel 2015, con i trentacinque dipinti a olio di vaste dimensioni della serie Gazing Ball, grandi tele, in cui Koons il prestigiatore inseriva una grossa sfera di vetro blu Mikado, una di quelle palle iridescenti, le gazing balls appunto, rese universalmente popolari dalla predilezione dell’eccentrico ultimo re di Baviera, Ludwig II di Wittelsbach e ora più prosaicamente impiegate quali scintillanti ornamenti di orti e giardini. Sfere magiche e apotropaiche che nel Diciannovesimo secolo erano prodotte in special modo in Pennsylvania, terra di forte immigrazione tedesca e Stato americano del quale è originario Jeff Koons. «Prima di utilizzare l’arte antica come territorio d’ispirazione per la sua opera, Jeff ne è stato prima di tutto collezionista. Il suo rapporto con il lavoro è sempre intimo e autobiografico», fa notare Pepi Marchetti Franchi, director Gagosian Roma.

L’origine è la Gioconda di Leonardo – già dissacrata nella sua portata d’icona e consegnata alle Avanguardie da insigni agit-prop quali Marcel Duchamp e Andy Warhol, due perfetti antesignani del Nostro. Poi, la sensualità opulenta e cinquecentesca di Venere e Marte di Tiziano, El Greco e Rembrandt, la drammatica e teatrale Zattera della Medusa di Gericault, fino alle soffuse e vibratili texture cromatiche impressioniste. Un mosaico speciale e pieno di fragranze e riflessi teoretici, colmo di volatile evocazione e intessuto di ricerca pittorica, scandito da elementi smontati, centrifugati, letti in essenza e poi ricomposti in un apparente pedissequa osservanza che rifugge da ogni approccio d’après, si è sviluppato un progetto di collaborazione tra l’artista statunitense e la Maison Louis Vuitton, incentrato sul tema della borsa, di cui su queste pagine siamo già al secondo capitolo.

Un autentico manifesto koonsiano, una memoria ridisegnata e speculare che si rivela su una Louis Vuitton bag, accanto al charm, a un ciondolo a forma di attonito coniglietto specchiato di un rosso camp, tipica sigla di Koons qui miniaturizzata e al simbolo del brand reinterpretato a modo suo dall’artista. Vi si accavallano sequenze di formazione e ricordi affioranti dall’età infantile e dalla giovinezza, quasi scorrendo le pagine di un tumultuoso e analitico Bildungsroman, in un ventaglio di sensazioni e attrazione, di frissons sensuali e d’interesse e curiosità verso la storia e l’archeologia classica, rivissute come una favolosa fiction. Un Musée Secret portatile e squisitamente personale, anzi soggettivo, che con una nonchalance prettamente pop si dichiara appieno sul supporto di una borsa, surfando tra la settecentesca e morbida carnalità da boudoir rococò di François Boucher, il simbolismo di Paul Gauguin e la natura stupenda ed evanescente dei Gigli d’acqua di Claude Monet. Una carrellata estesa e sfuggente, che accosta l’arcadia ovidiana e classicista del Trionfo di Pan di François Poussin, francese nella Roma barocca e pittore filosofo per eccellenza – unico item, questo, in esclusiva presso la grande boutique parigina di Place Vendôme appena aperta – e la luce diafana e distillata della Roma Antica del romantico britannico Joseph Mallord William Turner.

Edouard Manet è la personalità che Jeff Koons considera di maggiore importanza rispetto al proprio percorso nell’arte. «Il Dejeuner sur l’herbe di Manet» – racconta – «mi ha dato la possibilità di dare senso e pregnanza a quello che da un artista può essere traslato a un altro o ad altri ancora. Il maestro impressionista nel realizzarlo ha guardato a capisaldi del rinascimento, quali il Concerto pastorale di Tiziano Vecellio e all’incisione di Raimondi raffigurante il Giudizio di Paride, basata su un disegno di Raffaello. Sono diventato un essere umano diverso dopo aver visto il lavoro di Edouard Manet».

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

 

Photography
Angela Improt

 

Creative Direction
Alessandro Fornaro

Editor
Carolina Fusi

Digital tech
Jacopo Contarini

Post-production
Davide Cattelan

Special thanks to
Illulian Carpet

The collection on louisvuitton.com

Al ritmo della seta

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Presso il temporary store di Hermès, al civico 67 di via dei Condotti a Roma, inaugura oggi, 2 dicembre, per rimanere aperta fino al 31 gennaio 2018, una speciale idea di luogo effimero che prende ispirazione da un negozio di dischi. Per Silk Mix il piacere della musica si sovrappone a quello tattile ed estetico della seta, in un playground squisitamente maschile. I carré di seta da uomo siglano infatti le cover dei vinili a trentatrè giri, mentre i pattern ripetuti delle celebri cravatte vanno a impreziosire il fronte delle cassette. Complici di quest’avventura sensoriale composita e inattesa, Véronique Nichanian, direttore artistico del mondo maschile di Hermès, Christophe Goineau, creative director della seta uomo e Thierry Planelle, responsabile dell’ambito musicale e da oltre tre lustri autore delle colonne sonore delle sfilate prêt-à-porter homme Hermès.

Oltre ai dischi, ordinati in scomparti, vi sono appunto carré, di cui alcuni appesi alle pareti e cravatte, in una compenetrazione di esperienze e colori, di suoni, di emozioni e morbidezza serica. In Silk Mix ci si perde in una dimensione sognante. A ogni disco o carré è abbinato un pezzo del soundtrack di una passerella degli ultimi otto anni, a ogni cassetta invece – in corrispondenza con una determinata cravatta dallo stesso disegno, si riferisce un brano del 2017. I numeri la dicono lunga: duecento venticinque modelli e cinquantacinque motivi per i carré, centoventicinque modelli e venticinque motivi per quanto riguarda le cravatte.I temi, come da copione chez Hermès, sono numerosi ed evocativi, per dare vita a un racconto affidato alla seta che attraversa citazioni musicali, vibrazioni cromatiche astratte, purismo e décor, approccio grafico e libertà di segno. Poi ecco gli sport, in particolare quelli equestri e il gioco trattato in varie declinazioni, la letteratura e il respiro della natura e dell’arte, da associare secondo l’estro del momento al proprio gusto e temperamento, a un incontro e all’umore del giorno.

Lo studio di architettura Park associati ha trasformato i centoventi mq dello spazio Hermès di via Condotti in un ambiente dedicato all’ascolto, con pareti rivestite di gomma a simulare una sala di registrazione, strutture metalliche e riquadri luminosi al neon. Dopo l’esordio a Madrid e a Roma, Silk Mix farà tappa a Seoul e in altri luoghi lungo un tour intorno al globo.

Silk Mix

2 dicembre 2017 > 31 gennaio 2018

Hermès Pop Up Store
Via Condotti, 67 – Roma

Tutti i giorni, 10:30 > 19:00

Images courtesy of Press Office
hermes.com – @hermes

La matita, prima dell’abito

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial


La Galleria degli Uffizi, in occasione della novantatreesima edizione di Pitti Immagine Uomo, presenta a Palazzo Pitti, nelle sale dell’Andito degli Angiolini, la mostra Capucci Dionisiaco, curata dallo stesso couturier romano. Questa volta, il lavoro e il segno di Capucci non si manifestano nelle sue magnifiche architetture tessili, nelle forme plastiche, radianti e volumetriche degli abiti-scultura che lo hanno reso noto in tutto il mondo, ma attraverso una sequenza di settantadue opere su carta di grande formato (cm. 70 x 50). Dalla sua sofisticata e iconica idea di femminile, Roberto Capucci sconfina in ambito maschile, lungo il racconto di disegni che rappresentano costumi teatrali dal carattere ambiguo, metamorfico e arcano.

Opere che datano a partire dagli anni Novanta e finora rigorosamente private, come fossero delle creature amate da proteggere, concettualmente ispirate da una messinscena onirica e concepite in un’estrema e svincolata libertà di esprimersi. Una teoria fibrillante di Follie, come Capucci stesso le ha definite, un corpus narrativo che gioca una partita con il fantastico e che risuona d’infiniti echi e suggestioni artistiche. Non a caso Capucci ha prescelto Firenze, per rivelare questa piega inedita del suo sconfinato immaginario.

Qui ha debuttato in passerella poco più che ragazzo nel 1951, con una sfilata ‘a sorpresa’ nell’ambito del First Italian High Fashion Show, organizzato dalla carismatica figura del marchese Giorgini, il vero padre della sorgente moda italiana. Erano gli anni pionieristici e generosi di creatività che diedero il via al fenomeno del Made in Italy, quelli che, visitando gli atelier di haute couture romani, fecero esclamare a Carmel Snow: «Everything is happening here!». Inoltre, come sottolinea ancora il couturier, Firenze vive nel solco di un’imperitura tradizione e densità culturale, dove sempre aperto è il dialogo tra passato, presente e futuro. La mostra rimane aperta fino al prossimo 14 febbraio.

Capucci dionisiaco

09 gennaio 2018 > 14 febbraio 2018

Palazzo Pitti
Piazza de’ Pitti, 1 – Firenze

Martedì > domenica, 08:15 > 18:50

Intero € 13
Ridotto € 6,50

Images courtesy of Press Office
operalaboratori.com 

The bond of Fendi and Bernini

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Una mostra dedicata al genio poliedrico di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), in occasione dei vent’anni dalla riapertura della Galleria Borghese. Con Fendi come partner istituzionale. Ideata da Andrea Bacchi e Anna Coliva, direttrice dell’istituzione museale romana, con la collaborazione di un pool di studiosi e specialisti dell’opera del grande artista e della stagione del barocco a Roma, l’esposizione è imperniata intorno al fulcro della scultura di Bernini, figura che attraversa diversi campi creativi, spaziando dall’architettura, alla pittura e al teatro, come metteur en scène e drammaturgo. I prestiti prestigiosi, provenienti da musei e raccolte private di tutto il mondo, intorno al glorioso corpus berniniano, fanno della mostra un appuntamento sia per gli iniziati che per un pubblico più vasto. Drammatico è l’impatto del percorso attraverso le sale della palazzina che conteneva i tesori del cardinale Scipione Borghese, primo committente del Bernini, colui che lo volle autore di gruppi marmorei autonomi per ‘dare figura di immaginazione’ ad ogni stanza. L’itinerario espressivo berniniano si rivela a partire dalle prime opere eseguite con il padre Pietro fino al 1617, quando il giovanissimo Gian Lorenzo impone la sua caratura personale. Il marmo è il leitmotiv, toccando anche altri ambiti materici e mediatici, come la pittura, i bozzetti in terracotta, il disegno, i restauri sulla statuaria archeologica che tratteggia un ritratto a tutto tondo del grande artista e che giganteggia sull’Urbe durante il regno di diversi pontefici. Si aprono squarci europei con il bozzetto e la maquette in terracotta del monumento del sovrano francese Luigi XIV, mentre un caso a sé è rappresentato dalla Santa Bibiana, commissionata a Bernini da Urbano VIII Barberini nel 1624 a coronamento dei lavori intrapresi nell’antica chiesa sull’Esquilino, sottoposta a un accurato restauro a cantiere aperto presso l’atrio della Galleria e restituita alla sua piena integrità conservativa e valenza estetica. La mostra su Bernini testimonia il rafforzarsi del rapporto tra Fendi e la città di Roma, annunciando la partnership triennale con la Galleria Borghese. Un progetto ambizioso che prevede la costituzione del centro di ricerca Caravaggio Research Institute, presieduto da Anna Coliva, promosso e divulgato attraverso un programma espositivo internazionale sull’artista maudit, da Los Angeles all’Estremo Oriente e il sostegno da parte di Fendi sull’arco di tre anni consecutivi a tutti gli appuntamenti espositivi di Galleria Borghese.

BERNINI

Galleria Borghese
Piazzale Scipione Borghese, 5 – Roma

1 novembre 2017 > 4 febbraio 2018

Martedì > Domenica, 9.00 > 19.00

Images courtesy of Press Office
fendi.com – @Fendi

Fendi Studios

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Pietro Beccari, CEO, parla della bellezza, prima ancor della cultura, quale ragione prima per le mostre e per i grandi restauri del patrimonio dell’Urbe intrapresi dalla Maison negli ultimi anni.L’ultimo capitolo nasce dal legame del brand romano con il grande schermo, il tema di Fendi Studios, esposizione che apre oggi durante la Festa del Cinema di Roma presso il Palazzo della Civiltà Italiana, chiuderà il 25 marzo 2018.

Il concetto di interattivo: più che essere spettatore, chi visita la mostra ne diviene protagonista, immergendosi in un percorso multi-sensoriale che si rivela intorno a costumi, pellicce e accessori realizzati da Fendi per il cinema.

Al volante di una spider, dietro a voi si avvicendano scenari metropolitani nel primo ‘Studio’, dal titolo Easy Riders. Potrete entrare in slow-motion all’interno di un edificio newyorkese, apparire in scena come Madonna in Evita o Edward Norton e Tilda Swinton in Grand Budapest Hotel o compagnare Michelle Pfeiffer de L’Età dell’Innocenza di Martin Scorsese. Il vostro volto, in The Palazzo of Desires, è riprodotto in un modello in scala del Palazzo della Civiltà italiana. In FENDI’s Adventure in Tenenbaum Land, si passa attraverso un corridoio di specchi, in fondo al quale si finisce in una scena del film I Tenenbaum con Gwyneth Paltrow. Il suo visone anni Ottanta è lì a due passi, proprio come il mantello indossato da Catherine Deneuve in Princesse Marie, la pelliccia bianca a inserti metallici dorati di Sharon Stone in Basic Instinct o quella intarsiata e multicolore che Meryl Streep sbatte con violenza sul tavolo del suo ufficio in Il Diavolo veste Prada. In una sala di proiezione di sessantaquattro posti con poltrone di velluto rosso tutte queste pellicole sono di cartone.

L’opening ieri sera 26 ottobre. Una cena che segna anche l’apertura del Festa del Cinema a Roma. Attrici, registi e politici, il mondo di Roma trova ancora lustro, l’EUR di Fendi fa le veci di Cinecittà – tra tutti si faceva notare per grazia a capacità di ironia, tacchi bassi e fur ultra colored, occhiali dalla montatura scura, la principessa Martine Orsini.

Fendi Studios

27 ottobre 2017 > 25 marzo 2018

Palazzo della Civiltà Italiana
Quadrato della Concordia, 5 – Roma

Tutti i giorni, 10:00 > 20:00, ingresso libero
Proiezioni giornaliere alle 21:00 su prenotazione

Images courtesy of Press Office
fendi.com – @Fendi

Graffio / Amanda Demme

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Totemica e carica di significazioni, catalizzatrice di risvolti simbolici e di onirismo, di messaggi e di presagi universali – l’hanno chiamata la Tigre di Cremona. Non solo, va sottolineato, in ambito pop e camp: Mina costituisce una semantica a parte. È la maga dal gesto sinuoso, astratto e imprendibile tracciato nell’aria. È la pioggia di marzo e madama Doré. È un capzioso gioco di specchi e un sortilegio allegorico tra sincerità tagliente e mistificazione abbagliante. Mina, alias Mina Anna Mazzini. Lombarda, nata a Busto Arsizio il 25 marzo 1940. Cantante, conduttrice televisiva, attrice e produttrice discografica – recita l’enciclopedia più attuale. Ruggenti gli esordi padani in balera appena adolescente col nome di Baby Gate tra gli urlatori sul finire degli anni Cinquanta, mentre esplode come una bomba la morgana del boom economico (si esibiva nelle balere del cremonese con la sua prima band, gli Happy Boys. Fu il titolare della Italdisc, Davide Matalon, a metterla sotto contratto dopo averla ascoltata a Casteldidone – n.d.r.). Grazie alla sua voce, unica e proverbiale, a una fisicità mutante e al contempo canonica, al suo intramontabile e sfaccettato carisma, Mina attraversa con il vento in poppa oltre mezzo secolo di storia italiana e seguita, anche nascosta dietro le quinte di una privacy invalicabile, a esercitare un regale dominio sull’intero immaginario del Bel Paese. Dell’Italia e delle sue infinite contraddizioni, Mina, in una sorta di ossimoro profetico, è il suggello e insieme l’antitesi. Popolare e sofisticata, romantica e femminista. Libera, incurante dei cliché e del perbenismo, assomma provocazione e indipendenza, metempsicosi e slancio di futuro. Per paradosso è insieme signora borghese appartata dalla placida vocazione casalinga e ragazzaccia geniale.

Ribelle, bizantina e lussureggiante icona gay. Infaticabile. In fourreau nero e catenina d’oro, sul palco fino alla catarsi e alla consumazione di sé, forse in fondo capricciosa e pigra. Ha rinunciato a una carriera internazionale, dicendo di no a Frank Sinatra che la voleva in America (si dice, per l’invincibile paura che le incutono gli aerei). Onnivora nel repertorio. Poliglotta, ha inciso dischi in spagnolo, portoghese e inglese, in turco e in giapponese, vedi il manga-song Sette mari, di sconcertante modernità metafisica. Ha cantato in napoletano, indimenticabile la sua criptica e sommersa versione di Sciummo di Concina e Bonagura. E in genovese. Ha sconfinato nel sacro. Flirtato leggera e irridente con il diavolo in persona e inneggiato a una mica tanto arcana robina qua scatologica con divertito humour bambinesco e vagamente snob. La galleria dei suoi successi non finisce mai. La sua discografia si frantuma in mille riflessi e seduzioni, spalanca file onusti di ricordi ed emozioni. Calzante, immancabilmente. Sentimentale e mélo. Carica di suggestioni e interrogativi. Sconsolatamente vera e sontuosamente fictional. Parole parole, in un rimpiattino implacabile con Alberto Lupo. Il sognante ottativo di E se domani. La trama onomatopeica e fiabesca delle Mille bolle blu. L’ivresse cristallina e l’ardua escursione di note in scala dal basso all’alto e viceversa dell’impareggiabile Brava. Poi, le atmosfere sessuali esplicite e l’allusione orgasmica de L’importante è finire. La struggente e conflittuale Bugiardo e Incosciente di Paolo Limiti. Neve, Vivere, Volami nel cuore, remake di Samuele Bersani e di Manuel Agnelli. I duetti con il vecchio amico Adriano Celentano. Capace di mille virtuosistici funambolismi vocali, proprio come una divina creatura transgender uscita dai fasti dell’opera barocca, Mina, suo malgrado, è diventata il fil rouge e lo specchio ustorio di vizi e virtù italiote, in un divampante falò di tic e vanità, in un vortice opulento di pura rappresentazione.

Un cocktail di imprevedibilità e delirio divistico che sfiora sfere mistiche e kabuki, che polverizza l’aggregante kermesse canora del Festival di Sanremo, tormentone che ogni anno, come un vaticinio, ci regala un differente ritratto della nazione. Mina che imbroccava le registrazioni al primo colpo, sicura, senza esitazione alcuna. Mina che ha capito tutto. Medianica pitonessa del vinile, ha previsto in largo anticipo la valanga di greve volgarità che avrebbe travolto tutto quel mondo televisivo patinato, rarefatto e in fondo ingenuo. Tutta quella garbata e gloriosa definizione di star system che le apparteneva. Si è portata via. Si è votata a un’esistenza di donna normale, consegnandosi però a un’aura mitologica quando, nel 1978, come una Greta Garbo nostrana, si è sottratta alle scene celandosi dietro le pesanti cortine purpuree della sua stessa leggenda. Volatilizzandosi del tutto dai media, da quel piccolo schermo di cui nella magica stagione tra i Sessanta e i Settanta catodici ormai sdoganati pure da Francesco Vezzoli, è stata l’incontrastata regina del sabato sera. Mina si è trasformata in luminoso fantasma dalle manifestazioni cruciali. Attesissime, proprio perché diverse. Sideralmente opposte nel senso e talvolta mirabilmente kitsch, permettendo che soltanto le grafiche e le fantasiose rielaborazioni del suo volto per le cover, in particolare di Tallarini e di Balletti, fossero il luogo della celebrazione e del pubblico riconoscimento del suo verbum. (Le copertine della discografia ufficiale di Mina sono 108 – n.d.r.).

È rimasta nella storia l’estrema apparizione televisiva di Mina: risale al 1974, lungo la collana delle puntate tematiche di Milleluci, regia dell’insuperato maestro del genere Antonello Falqui. Milleluci, l’ultimo grande varietà italiano in sublime bianco e nero, in cui Mina divideva la conduzione con un altro mostro sacro d’ogni generazione, Raffaella Carrà. Specie la sigla finale, Non gioco più, dove magrissima, quasi emaciata, elegante come non mai, con acconciatura un po’ Marella Agnelli e pesante trucco espressionista degno della Lulu di Pabst e della prima Marlene Dietrich, tra lurex e piume, aspirando fumo da un lungo bocchino, recitava non senza ironia il ruolo di cinica femme fatale. Il refrain, annoiato e ipnotico, magari già preannunciava il suo imminente ritiro, avvenuto appunto nel 1978 e reso memorabile dai 14 recital d’addio sold out alla Bussola di Viareggio. Antonello Falqui, grande ermeneuta del sabato sera della RAI monocanale, l’aveva capito subito di che pasta fosse fatta la signora Mazzini. Nel 1964 la dovettero richiamare a furor di popolo perfino dopo l’esilio per la nascita del figlio Massimiliano avuto dal bel tenebroso Corrado Pani, attore sposato e fedifrago, fatto che produsse enorme fragore di scandalo e pruriginosa curiosità nell’Italietta bigotta e perbenista di allora. La TV era controllata da una censura inquisitoria, che paludava le prodigiose gambe delle gemelle Kessler in spessi e castigati collant neri, temendone gli effetti peccaminosi. (La storia con Corrado Pani non rimane l’unica che Mina sceglierà di vivere secondo le proprie regole. Nel 1970, a pochi giorni dal primo incontro con il giornalista Virgilio Crocco, il più classico dei colpi di fulmine si trasforma in un matrimonio lampo. Nasce la seconda figlia, Benedetta – n.d.r.).

Verranno Teatro 10 e Canzonissima ’68, con una teoria di veri capolavori tra cui La voce del silenzio, Io innamorata e Vorrei che fosse Amore. (La quinta puntata di Teatro 10 entra nella storia della televisione italiana per i nove minuti in cui Mina – abito nero lungo e maniche trasparenti, chioma fiammeggiante e leonina – e Lucio Battisti dividono il palco e il repertorio. Le prove non erano andate bene, con la band di Lucio arrivata da Roma in treno per risparmiare sul volo e che, per la stanchezza, non riesce a trovare il giusto feeling sul palco. Adriano Celentano, che era nei paraggi con l’orecchio teso, ironizza: «Oh, se vi serve qualcuno io sono qui» – n.d.r.). Mina, come nessuno, ha saputo cambiare di continuo, entrando e uscendo da estetiche, da generi e da ruoli musicali. Surfando tra le attese e le esigenze di un consumo di massa e di una ricerca personale punteggiata da interpretazioni epocali e cult da brivido. «Non conosce vergogna, ha proprio cantato di tutto, povera ragazza», sibilava di recente e malignamente una sua scorata collega, antica compagna di battaglia ancor oggi in attività. È proprio questa la forza di Mina: l’aver cantato tutto e di tutto. Quasi con sconsideratezza dégagé. Con orgogliosa e infantile impudenza, trasformando ogni hit in un qualcosa che appartiene solo a lei e che si trasfigura in una dimensione altra. Ogni tanto scopri una canzone che ti era sfuggita. Come quel piccolo incalzante gioiello estivo scritto da Augusto Martelli, Noi due, che è quasi la sinopia di una sceneggiatura di Godard o di un film di Antonioni.

Mila Schön, così come Germana Marucelli e Jole Veneziani, la vestiva spesso nell’âge d’or dei Sessanta e affermava che a Mina non importava niente degli abiti che avrebbe indossato. Era talmente immersa nella musica e nel suo mondo che non se ne curava per niente. Rimane inossidabile il suo contributo d’ispirazione e di riferimento per la moda, frequentata con assiduità e facoltà di reinvenzione sperimentale soprattutto nel sesto decennio del Novecento. Basti pensare alla serie dei caroselli Barilla, messi in scena da Piero Gherardi nel 1967 in location insolite e folgoranti, quali le architetture littorie dell’EUR a Roma o il grattacielo Pirelli. Non si può dimenticare Mina che intona l’impervia e trascendentale struttura di Se telefonando. Evergreen del 1966 che incrocia il compositore Ennio Morricone con i lyric del duo Maurizio Costanzo – Ghigo De Chiara, avvolta in un groviglio di cavi telefonici, misterica e quasi klimtiana sul tetto della stazione di Napoli Centrale ancora in costruzione. La sua voce echeggiante di sonorità metalliche ne L’ultima occasione, sullo sfondo di un arcadico paesaggio fra Poussin e Pasolini e delle rovine di un ponte a Tor di Nona. Infine, la Mina-geisha di Ebb tide. Atemporale. In fluttuante kimono off-white e smisurato ventaglio che ondeggia come una farfalla pop sul molo di cemento industriale della spiaggia deserta davanti agli stabilimenti dell’Italsider di Bagnoli, oggi non più esistenti.

From The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

 

Photography
Amanda Demme

 

Editor
Alessandro Fornaro

Model
Erika Linder @nextmodels

Stylist
Phillip Morrison

Fashion Market Editing
Costanza Maglio

Hair
Serena Radaelli @cloutier remix

Make-up
KathyJueng @forward artist agency

Photography assistant
Dale Gold

Digital tech
Hugo

Fashion assistant
Devon Jefferson

Special thanks to
Misha Gibb

Capri c’est pas fini

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

«Capri c’est fini» – cantava anni orsono Hervé Vilard. Uno struggente tormentone estivo 1965 che sembra rispecchiarsi in un altro classico riferimento letterario, quello di Capri e non più Capri di Raffaele La Capria. Eppure, alla faccia di tutti, Capri davvero non muore mai. Ogni anno, la leggenda dell’Isola delle Sirene cresce di più, a dispetto delle ciabattanti e fastidiose masse turistiche giornaliere eruttate senza posa da colossali navi da crociera nel porto di Napoli e di un glamour e show-off strombazzato ormai piuttosto sopra le righe. Ogni mega-yacht del mondo, qui ci deve fare almeno una sosta, non ultimo il gigantesco Rising Sun, 138 metri di lunghezza, proprietà di David Geffen, alla fonda vicino ai Faraglioni solo pochi giorni fa. Difficile competere con un’escalation di notorietà, di lusso e di eccessi vari, di mance faraoniche e di flagship store al posto di vecchi bar e gelaterie, che pare inarrestabile e inevitabile. Molti nostalgici habitué lamentano la perdita dello charme d’antan, dell’anima profonda e ancestrale e dei ritmi antichi e avvolgenti di questo mitico scoglio.

È vero, verissimo che a Capri non si sono mai viste tante guardie del corpo come durante la recente visita della coppia del momento, ‘Ferragni-Fedez’, assediati da ragazzini urlanti, che si sono assiepati come un coro da tragedia greca per almeno un paio d’ore fuori dal Restaurant Aurora, dove i due stavano gustando la celebre e brevettata ‘Pizza all’acqua’, prediletta da schiere di VIP internazionali. Proprio lo stesso luogo, per inciso, dove qualche anno fa, Al Gore e Steven Spielberg, in short e flip flop, mangiando, conversavano amabilmente, seduti a un tavolino esterno, senza alcun bisogno di bodyguard o simili. Mona Bismarck e Jacqueline Kennedy Onassis o Maria Callas, si godevano quella forzata normalizzazione democratica che è parte del sogno caprese, passeggiando e facendo shopping come comuni mortali per le vie e viuzze isolane nei classici sandali locali flat o in espadrilles. Ben lontane dall’issare se stesse su zeppe da Kabuki o tacco venti di quelli che la sera inalberano certe fashioniste de noantri, orgogliosamente caracollanti per il teatrino della Piazzetta, dove se ne vedono d’ogni colore e look. Chiaramente o deliberatamente ignare dell’insidioso impiantito stradale e delle pendenze anche pronunciate che caratterizzano il centro caprese.

Ok, i tempi sono cambiati, ma Capri – e chissenefrega di matrimoni-monster cafonal-promozionali e di para-presenzialismo modaiolo – custodisce gelosa il suo spirito più autentico e profondo. Un humour corrosivo e uno snobismo che miscela sanguigna verve paesana e la sofisticazione estrema di chi per secoli ha visto passare ogni cosa. Basta uscire dal solito circuito turistico, perdendosi tra gli orti rigogliosi prima di Villa Jovis, rifugiandosi nel panorama mozzafiato di Villa Lysis e delle sue chiaroscurali memorie ‘d’amore e dolore’. A Capri esiste tuttora la biblioteca di Maksim Gor’ckij, che vi trascorse un lunghissimo periodo, si avverte prepotente il retaggio culturale dei Cerio e alligna l’eredità di charme aristocratico di figure quali Pupetto Sirignano, celata, quest’ultima, in un sublime e inaccessibile giardino murato da fiaba. E se Peppino (di Capri), talvolta accade, accompagnandosi al piano, all’improvviso vi intona Luna Caprese come lui solo sa fare, la magia, potete crederci ritorna a manifestarsi integra e più viva che mai.

Image from Google

Just (and almost) married

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Proprio un anno di matrimoni, questo 2017 arrivato al fatidico giro di boa di Ferragosto. Di ‘matrimonioni’ soprattutto, di quelli attesi, coinvolgenti e a puntate come fiction, che ingenerano sindromi da esclusione proustiana, che provocano una mitragliata di nervose chiamate telefoniche e una generale isteria da presenzialismo.

Due esempi per tutti, il recente four-days-wedding di Lucilla Bonaccorsi di Reburdone con Filippo Richeri in val di Noto, Sicilia, e quello che sarà celebrato alla metà di settembre, a Genova, tra Matteo Marenghi Vaselli e Margherita Puri Negri. Le nozze sicule, precedute da una quasi messianica trepidazione in tutta Italia, hanno brillato grazie a una sposa che difficilmente poteva essere più bella e romantica, in una specie di sogno neo-ottocentesco di dentelle bianco corredato da velo ancestrale, ordito dall’infaticabile e demiurgica madre di lei, Luisa Beccaria.

La cifra stilistica di Luisa Beccaria, strati di tulle pastello e ricami o pattern fioriti, siglava quasi tutte le signore presenti, trasformando di fatto la cerimonia e il ballo black tie tenutosi nella serata del giorno successivo – deflagrati come una bomba nei social media, in un massiccio spot della maison di moda familiare. Arduo immaginare una scenografia così sofisticata e perfetta e una tanto sentita partecipazione amicale. Complice, come sempre, l’irripetibile cornice dell’avita tenuta di Castelluccio, incastonata in un paesaggio fiabesco e restaurata con amore e filologico rispetto da Lucio e Luisa Bonaccorsi. Il caldo atroce e improvviso, tenendosi il mariage all’una di pomeriggio di un torrido giorno di metà giugno nel cuore della Trinacria gattopardesca – ve lo ricordate il tormentato viaggio dei Salina a Donnafugata, di letteraria memoria? Immerso in una cappa africana e trapassato dal solleone, ha però creato non pochi disguidi e nervosismi, specie agli sventurati in morning suit, accresciuti dalla dilatata tempistica della tabella di marcia. Era un mosaico di eleganze contemporanee, di tappeti di petali di rosa damascena e di aristocratico chic d’antan, dove spiccava anche qualche presenza bizzarra – quali un personaggio mediatico in smoking avorio e straordinario bow-tie in piume di poiana – di giorno? E un ineffabile tight blu elettrico da domatore da circo vetero-bolscevico. Inalberato, come fiera bandiera di gusto, da un piacente giovanotto milanese. Che dire? Forse si tratta di incongruenze che ancor più hanno fatto risaltare l’atmosfera onirica di questa esemplare kermesse matrimoniale.

Quanto alle prossime nozze settembrine, già sdoganate da un grande cocktail dalla precisione elvetica e dalle suggestioni mediterranee, dato a Roma a Palazzo Ruspoli, dimora del nonno dello sposo, dalla madre Patrizia Memmo Ruspoli, se ne parla tantissimo sotto gli ombrelloni capalbiesi e in altri patinati resort. Si vocifera che, secondo lo stile anglofilo e molto genovese di Casa Puri Negri, la consegna sia verso una raffinata e sobria semplicità. Ma intanto, pare che l’abito dell’adorabile sposa, che porta una firma illustre e perfino araldica, avrà un lungo strascico e che addirittura, per il cocktail che precede il W-Day verrà riaperta per l’occasione una residenza privata cinquecentesca di via Garibaldi da un cugino dal lato materno. Sobrietà sì, dunque, ma con giudizio.

Image courtesy of the author

Cover illustration by Davide Bonazzi – @davidebonazzi24

Haute Couture Fall Winter 2017-18

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Si è appena conclusa la settimana dell’haute couture parigina con tutto il suo carico simbolico e di prestigio. Chanel ha narrato un plot avvincente fatto di tweed e gonne in gazar, solcate da pieghe scultoree costruite mirabilmente. Volumi ampi e applicazioni di piume intrise nelle textures tessili. Gonne longuette e mini-abiti finestrati disegnati sul corpo per sofisticate jeune filles. La sera procede per astrazioni e riflessi lunari. Karl Lagerfeld proprio non invecchia mai. Un’evocazione di temi squisitamente Chanel. E di Parigi, la sua. Incarnata dalla Tour Eiffel che dominava la nave colossale del Grand Palais, perdendosi in un cielo filato di nubi chiaroscurali. E Parigi, tramite il sindaco Anne Hidalgo, ha ricambiato la dichiarazione d’amore di Kaiser Karl con il conferimento, commovente davvero, della Médaille Grand Vermeil de la Ville de Paris, la massima onorificenza cittadina, alla fine del défilé.

Dior affascina per coerenza e complessità. Maria Grazia Chiuri, direttore artistico della maison, impagina un viaggio alla scoperta del mondo. Dell’heritage Dior e di se stessa. Un ritorno alle origini che si nutre di tessuti maschili in chiaroscuro, di chiffon tortora e tulle impressionista. Di sete rosa cenere e di velluti dai colori profondi e notturni. Fiori e tarocchi a ricamo che si rispecchiano nella volta celeste e nella terra immaginate da Pietro Ruffo. Quanto sia brillante questo itinerario di Maria Grazia Chiuri, lo si comprende ancor più visitando la splendida e complessa mostra ‘Dior couturier du rêve’ – al Musée Les Arts Décoratifs, fino al 7 gennaio 2018, celebra i 70 anni dalla fondazione della maison.

Valentino, per Pierpaolo Piccioli, si trasfigura nel valore più astratto e concettuale dell’haute couture: il non visibile. Liturgie ieratiche, linearità monacale, bianco e nero domenicano, casule, cappe, cappucci e piviali. Poi intarsi, taffetà rosa mistico, mussolina incenso e chiffon nero. Ornati romanici da medioevo iberico, medaglioni araldici in lana cerata e ricami sovrapposti. Esplode d’un tratto una pulsazione barocca e classicista ‘Grand Siècle’ – sarebbe piaciuta alla Montpensier durante la Fronda, e anche a Madame de Montespan a Versailles – in un fluttuare di organza volantée di un cremisi sacrale e sensuale. Rossy de Palma ruota come un derviscio nell’atrio marmoreo dell’Hôtel Salomon de Rothschild, mentre Marisa Berenson e Rosario Nadal, Daphne Guinness e Sofia Coppola conversano amabilmente nel Salon IV.

Armani Privé, al Palais de Chaillot, combina geometrie e vertigine decorativa colorista. Un rigo musicale si apre sul ‘Liebestodt’ del Tristano e Isotta di Richard Wagner, eseguito al piano nella versione di Liszt. Sotto l’occhio attento di Sophia Loren e Naomi Watts, incedono lente le incuranti modelle del violinista star britannico Charlie Siem e di Isabelle Huppert.

Fendi Haute Fourrure è un miracolo di maestria in continuo superamento. Pellicce non pellicce, di una duttilità quasi aerea. Il ‘Prélude à l’après-midi d’un faune ’ di Claude Debussy su fondale simbolista e fiorito in penombra. Trame di geometrie, arcobaleni cromatici, accrochage floreali, pointillisme e loriche microscopici. Intrecci, ricami, sottrazioni, tricot a rete, broderies e intagli. Alla fine Karl Lagerfeld, peraltro in forma smagliante, è costretto da una standing ovation, mentre la sala entusiasta scandisce il suo nome, a ripresentarsi ben tre volte sul palco del Théâtre des Champs Elysées. Il CEO Pietro Beccari sorride accanto alla moglie Elisabetta e Bernard Arnault. Non si è mai visto tanto affabile e ben disposto a rilasciare dichiarazioni e interviste. Un vero successo.

June is for men

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Giugno è il mese ‘dell’uomo’ per il popolo della moda. Il grand tour maschile inizia con Pitti, a Firenze, quest’anno flagellato da un caldo tropicale. Tante le highlights della manifestazione fiorentina, costellata di eventi e cocktail. La cena di Brunello Cucinelli, ai piedi di Fiesole a Villa Palmieri, tra siepi di bosso, piante secolari, statue e fontane. Cucinelli che ha proposto pantaloni morbidi e sportivi, giacche avvitate e sartoriali. Cena con vista anche da Canada Goose, sulla terrazza del Museo dell’Opera del Duomo. Fra un trionfo di limoni e la cupola del Brunelleschi, giusto lì.

Milano risponde a tono. In un brevissimo volgere di giorni. Moncler Gamme Rouge mette in scena una liturgia wasp, unisce matrice sportiva e tayloring con Thom Browne, sulla colonna sonora delle vivaldiane ‘Quattro stagioni’. In risalto coat neri. Di quel nero che disegna i contorni. Giorgio Armani guarda alla sua poetica classica, con riferimenti che vanno dagli anni Trenta ai Cinquanta. E con nuova energia. Inattesa la palette: il rosa ciclamino è mescolato al verde distillato. Prada ha pavesato il suo spazio di macro comics. Una passerella nata dalla collaborazione con il video artista taiwanese James Jean e il giovane fumettista belga Ollie Schrauwen. Stampe a fumetto, jump-suits, short da Tintin, scarpe da ciclista in città e tocchi rockabilly. Fendi è più che mai Fendi. Password: freschezza. Gioca per citazioni anni Sessanta e Settanta, ma anche per sottrazione e leggerezza nei suit dalle proporzioni rivisitate. Trasparenze e colori chiari, accessori al top che spiccano in uno scrigno di marmo solenne. Andrea Pompiliosi racconta una visione fluida e reinventa una osservanza delle regole del vestire maschile. Rossi e gialli improvvisi nei raincoat di Canali. Alternanza di camou grafico e cromie vivide da Woolrich. Toni terra e sabbia, avana e tabacco su sovrapposizioni e variazioni costruttive per Corneliani. Intrepida ricerca di materiali e contrasti per Paul & Shark. Arthur Arbesser crea per Yoox una serie di stampe ispirazione Jugendstil e decorativismo finis Austriae.

«Parigi val bene una messa!» – la celebre frase di Enrico IV, il primo Borbone sul trono di Francia, riassume quel che succede sulle passerelle francesi. La dicitura Atelier Dior racchiude il senso più profondo della collezione firmata da Kris Van Assche per Dior Homme. Uno sguardo all’heritage di sei decenni di lavoro della maison, insieme a un ventaglio di pulsanti ispirazioni streetwear. Blazer e ampi pantaloni, silhouette aderenti al corpo, sovrapposizioni e capispalla strutturati, bomber metropolitani e giacche che diventano gilet smanicati. Sportswear è il mantra di Louis Vuitton. Blouson in pelle tagliata a vivo, parka di nylon, suit a scatola, blazer e cardigan over. Kim Jones, direttore artistico, miscela maglie in tessuto scuba con print hawaiani. Da Valentino, Pierpaolo Piccioli da di mood sportivo e atelier una sola dimensione. Linearità lieve e scivolata dal contenuto tecnico. Tonalità pastello sferzate da vividi toni gialli, rosso e arancione. Chez Hermès, l’uomo della prossima stagione estiva si vota a uno stile rilassato e un po’ flâneur.  Cerruti 1881 reinventa suggestioni preppy nel contemporaneo. Freschezza décontractée e contorni anni Cinquanta mai marcati sull’anatomia. Un camaïeu di grigi azzurrati, sabbia e rosa tenui. Si avverte un’aria giovane, scanzonata e da campus. Un profumo di vacanza anche in città. Per Sarah Burton, Alexander McQueen significa gotico. Rigore brit dal risvolto sportivo. Giacche intarsiate, trench stile vittoriano. La pelle è protagonista e la divisa dona un imprinting ottocentesco. Così incrocia poesia e romanticismo. Astrazione e atmosfere dark.

Monte Carlo Fashion Week 2017

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Il Gala dinner in onore dei vari premiati, nella serata del 30 maggio scorso ha aperto la Montecarlo Fashion Week, nella cornice primo ‘900 del Museo Oceanografico sul Rocher. Montecarlo, un magnifico pezzo di terra e roccia e uno skyline in metamorfica trasformazione, affacciato sul Mediterraneo e che riassume in sé tante valenze di mito, di simbolo e racconto, ha voluto sancire il suo profondo legame con la moda dando vita a questa manifestazione patrocinata dalla principessa Charlène. A tagliare il nastro, la sempre bellissima Naomi Campbell, in un sofisticato abito bianco ghiaccio, che in quest’occasione è stata insignita dell’International Fashion Award. Tatiana Santo Domingo Casiraghi, accompagnata dal marito Andrea, ha invece ricevuto l’Ethical Brand fashion Award, per la creazione, con Dana Alikhani, del marchio Muzungu Sisters, mentre l’eccellenza del Made in Italy è stata incarnata dal riconoscimento conferito a Chiara Boni, che il giorno seguente ha sfilato la sua collezione beachwear in jersey per il suo marchio La petite robe. Un tema, quello del beachwear particolarmente legato e in perfetta sintonia con la leggendaria vocazione resort di Montecarlo. Tra i presenti alla soirée, Alexandra di Hannover e Beatrice Borromeo Casiraghi, Victoria Silvsted, il due volte campione del mondo di Formula 1 Mika Hakkinen con la moglie Marketa, oltre all’ambasciatore italiano nel Principato Cristiano Gallo, anfitrione, il 2 giugno, di un grande ricevimento a bordo piscina al Beach per celebrare la Festa della Repubblica. Fitto il succedersi di eventi, visite private e cocktails, ma soprattutto il calendario degli shows, sull’intero arco del 2 e del 3 giugno, presso il Fashion Village del Chapiteau di Fontvieille. Tra gli altri in passerella, le avveniristiche sorelle turche del duo Ezra Tuba, Edda Berg con i suoi composé evocativi, Babylon, Muzungu Sister, Nordic Angels, Alessandro Angelozzi, Thelma Espina, Luca Taiana, Angelo Castellani e le giovani leve dell’Istituto Marangoni.

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A PARISIAN WEEK

Testo Cesare Cunaccia

@cesarecunacciaofficial

 

Una settimana parigina sferzata da una pioggia uggiosa, incessante e a tratti violenta, che ha comunque raccontato alcune pagine di moda molto interessanti, fino al gran finale, con la mostra L’oeuvre au noir, dedicata al genio di Cristobal Balenciaga al Musée Bourdelle, all’incredibile decollo del razzo Chanel sotto le volte vetrate del Grand Palais e all’emblematico approdo al Louvre di Vuitton , «Viviamo in un’epoca in cui la gente non può più pensare a lungo termine – osserva intanto Guram Gvasalia, osannato guru di Vetements e designer di Balenciaga – anche le strategie di business sono diventate così. Nessuno può più immaginare strutture a lungo termine, tutti sono concentrati su oggi e subito, soltanto sulle vendite odierne». Senso di precarietà, brividi e ombre verso un domani incerto, in un mondo globalizzato e sempre più arduo da comprendere e leggere nei suoi contorni? A questa domanda sembrava voler rispondere Miuccia Prada, con la sua sofisticata, composita ed ironica esercitazione per Miu Miu del 7 marzo.

Tra le vere highlights della Fashion Week Parigina Autunno/Inverno 2017, la sfilata Dior, leggendaria Maison francese guidata dall’italiana Maria Grazia Chiuri, ha scelto di declinare un unico tema cromatico: il blu. Rapsody in Blue o Blue Moon, la voce roca e intensa di Nina Simone come soundtrack. ‘Fra tutti gli altri colori – scriveva Christian Dior nel suo Petit Dictionnaire de la mode – il blue navy è il solo che può competere con il nero. Un lavoro magnifico, quello di MGC chez Dior che ha riscritto frammenti basilari della poetica del brand. Il mitico modello Chevrier del 1949, ad esempio,ispirato alle tuniche dei pastori pirenaici e dotato di un ampio cappuccio, si è trasformato in una teoria di giacche, di abiti, gonne,mantelle, cappotti e piccoli bomber dalle fragranze sportive, con materie quali taffettà, velluto, panno spigato da coperta e maglia. Ecco le divise no gender, il rigore geometrico che s’intreccia con echi emotivi ed onirici nella trasversalità del blu. Issey Miyake con Yoshiyuki Miyamae, nel fasto storicistico e dorato dell Hôtel de Ville si ispira alla toccante bellezza dell’aurora boreale. Ed è subito poesia, anzi haiku, grazie alla lana grezza di pecore Shetland nate e allevate nelle pallide luci nordiche, tinte in cinque diversi colori combinati in un unico filo, dei superbi cappotti cocoon. Combinazioni architettoniche e paradossalmente lievi di Baked stretch e Steam stretch, il vocabolario della Maison, plissées curvi e concentriche concrezioni tessili dagli effetti ottici estranianti. Chanel è Chanel, che altro dire. Lo show è un evento, la consacrazione sempre potente e nuova di una mitologia della modernità. Questa volta si estrinseca in un’esplosiva connotazione spaziale, in un omaggio all’epopea degli astronauti siglato dal razzo bianco e nero con logo che alla fine del défilé, dal Centre de lancement N.5, dove sono assiepate duemilaseicento persone, schizza dalle rampe dritto verso il cielo. C’e un’aria giovane, divertita, leggera come il vento. Bisogna mantenere la propria identità e rinnovarla di continuo, afferma Karl Lagerfeld in backstage. Lui ci riesce appieno.

Nadège Vanhee-Cybulski, Creative Director di Hermès, continua il suo viaggio ermeneutico all’insegna di una freschezza giovane e fluida. La sua è una lettura per sottrazione e condensazione di un segno inimitabile, che però nulla toglie all’osservanza di un linguaggio e di un approccio che sono patrimonio basilare dell’heritage di Hermès. Gli abiti fluttuano siglati dalle stampe dei celebri carreés traslate a effetto sinopia sulla seta, stretti in vita da cinture sottili. I piccoli e graziosi duvet si portano sul tubino ritmato da zip,minigonne e top sono abbinati ad allungati caban. Splendide le bag in pelle e canvas, quanto le borse a tracolla in struzzo e gli alti stivali allacciati. Moncler Gamme Rouge guarda a un Canada autunnale incendiato di gialli e di rossi divampanti. Il décor è letterale: foglie morte accumulate, proiezioni all over di paesaggi e boschi sulle pareti, le Giubbe Rosse della gendarmeria reale schierate a celebrare il finale. Giambattista Valli, il Direttore Artistico di Gamme Rouge, ha interpretato il tema in modo mirabile e composito, incrociando outdoor e sofisticate fragranze metropolitane, sport e grazia soffusa, forte della sperimentale alchimia e ricerca di materiali che è un elemento portante di Moncler. I doudones sono peso piuma, arricchiti e per converso ulteriormente alleggeriti da ricami e intrecci di applicazioni rébrodées. Non mancano cappotti di tweed dalla carrure infantile, frangi-vento stampati a fiori selvaggi, stupendi pullover in shetland e foulard annodati un po’ ovunque. Le ballerine in tweed lievemente ottocentesche accompagnate dalle calze grosse, si accostano a zaini in nylon. La fluviale Fashion week F/W 2017-18 di Parigi si chiude in bellezza con la sfilata Louis Vuitton, tra scalinate scenografiche e solenni gruppi scultorei, nella Cour Marly del Louvre. Un luogo superbo a livello estetico e di profonda pregnanza storica per un evento che non ha precedenti. Bernard Arnault e LVMH hanno infatti firmato un accordo biennale con Jean-Luc Martinez, President del celeberrimo Museo, per potervi organizzare gli show del marchio. Nicolas Ghesquière, Direttore Creativo di LV, si lancia in un’esercitazione dai contorni espressivi liberi e poco definibili. Sottovesti da sera a effetto laccato, pellicce e montoni di soffuso sapore etnico ma, di nuovo, non riconoscibile o ascrivibile a una zona geografica certa o a una determinata cultura. Focus sulle borse e sui bijoux d’argento- notevoli le catene multiple- molto presenti, dinamici e perfino preponderanti in una forma linguistica che si declina totalmente sul verbum del proprio demiurgo.

Images courtesy of press office 

Aristofunk / Alexander Beckoven

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Una maniera di concepire la vita che si situa ben oltre qualsiasi preconcetto e appartenenza castale, perfino al di là di ogni suddivisione vera o fittizia che sia, della scala sociale di ogni tempo. L’aristofunk è semplicemente l’esatto contrario di una fenomenologia attualmente imperante: quella della ‘mezza calza’. La nobiltà di sangue o di censo di sicuro c’entra, ma in fondo anche no. Non ci azzecca per nulla lo snobismo e men che meno l’approccio blasé. Aristofunk è sapere e sapersi stupire, godere della meraviglia e del sogno. È un modo di chiamarsi fuori e di esistere ostinatamente e soltanto secondo i propri esclusivi e talvolta eccezionali parametri. Un po’ come la solita e inevitabile Marie-Antoinette, una rocaille rock-star, suo malgrado madre di tutti i successivi eccessi e divismi anche più attuali, epitome di ogni sontuosa e iperbolica invenzione di abito, di acconciatura o décor, eppure capace di perdersi a mungere vezzose vacche frisone infiorate nella Laiterie di Rambouillet o all’Hameau di Versailles, utilizzando panchetti dorati e secchi di ceramica di Sèvres dai manici d’oro. Chissà se si trattava di pastorali ispirazioni d’Arcadia o del pratico imprinting della saggia genitrice, l’imperatrice d’Austria Maria-Theresia d’Absburgo, la Madre d’Europa, che nel parco della reggia di Schönbrunn, aveva fatto attrezzare una stalla modello gestita da fedeli contadini tirolesi per educare alle attività agresti le numerose figlie bambine. Sarà vero oppure no che l’ultima regina francese dell’Ancien Régime abbia pronunciato quella fatidica frase, terribilmente icastica e infelice: «Se non hanno pane, che mangino brioches»? Ad ogni modo, il magistero di gusto, la forza dinamica di un immaginario originale e incontenibile, la palpitante joie de vivre inseguita a ogni costo e con ogni mezzo dalla povera Toinette, restano proverbiali, stagliandosi sopra le migliaia di teste mozzate dalla ghigliottina. Allo scoccare del nove termidoro, divampò una reazione di anarcoide ed esasperata eleganza, come un fuoco d’artificio estetico, rispondendo con filosofica superficialità alle tenebre di un periodo ebbro di sangue e d’odio sociale. Ecco che cosa significa Aristofunk. La nostra galleria, tematica ma non troppo, ha così inizio.

Julien Landais, aka Pierre-Alexandre Thomas Julien Landais. Nel brusio di voci di Marchesi in via Montenapoleone a Milano, in una tarda mattinata pre-natalizia, Julien racconta d’icone inossidabili in grado di scavalcare epoche e cronologie, come Marie-Antoinette appunto o, per affacciarsi al contemporaneo, Lee Radziwill e la Regina Elisabetta II d’Inghilterra, «very funk». Parla di aristocrazia come ambito nutrito dal sogno, dall’immaginazione, ma anche di una nobiltà dell’arte e del pensiero, fatta di figure chiave quali Martin Scorsese o James Ivory, produttore esecutivo de Il carteggio Aspern, il film che Landais sta girando a Venezia con Vanessa Redgrave e Joely Richardson. La sua opera prima, prodotta dalla sua Princeps Film, in cui è in società col principe Charles-Henri de Lobkowicz, una figura che si staglia sulla scena mondana parigina e che più aristofunk non si può. Il trattamento cinematografico è basato sull’adattamento teatrale di Jean Pavan del romanzo di Henry James. Landais ha al suo attivo una serie di short e fashion film, di video musicali, con interpreti tra cui Andréa Ferréol, Nora Arnezeder e Daphne Guinness. L’attore e regista francese è nato il 6 agosto 1981 ad Angers, sotto il segno zodiacale del Leone, ma sembra poco più di un ragazzo. Julien, occhi di un incredibile turchese maldiviano campiti da un marcato contorno ogivale nero che pare kajal, sembra possedere dentro di sé un accumulo di vite precedenti, di nozioni e sensazioni che fanno pensare a un avvincente fenomeno di metempsicosi. Ricorda un eroe romantico della prima metà dell’Ottocento, Lord Byron a Missolungi, Percy B. Shelley a Roma, o il letterario Lucien Leuwen di Stendhal. Un romanzo è uno specchio che passa per una via maestra − chiosava quest’ultimo nel 1830, rispondendo alle accuse di immoralità mosse al suo capolavoro, Il rosso e il neroe ora riflette al vostro occhio l’azzurro dei cieli, ora il fango dei pantani.

Claudia di Canossa, trentun anni, discendente di una stirpe nobile e remota, è nata in Francia, ha vissuto tra Milano, Hong Kong, Venezia e, ora, Roma. «Sono architetto e lavoro per lo Studio IT’S − un think tank orientato a generare comunicazione tra realtà creative che condividono l’esigenza di innovare. M’interesso di urbanistica, progettazione in grande scala». Ultimo incarico, la realizzazione dello showroom Bang&Olufsen a Milano. «Ho partecipato alla genesi della metropolitana di Doha. Nell’aristocrazia vedo ancora una linea di educazione valida, dei valori, dei princìpi, un senso di appartenenza. Sei di fatto legato alla storia. Oggi vieni definito da quello che fai, dalle tue reali competenze, dalle tue esperienze di vita, più che dal tuo cognome. Si vive orientati verso il futuro più che guardando al passato, una clessidra ha a che fare con il tempo, con un ritmo, con una continuità e un equilibrio».

Giano del Bufalo, romano d’imprinting atavico, ha ventotto anni e vive al Castello della Cecchignola, alle porte della Capitale, residenza di caccia papale e poi possedimento Torlonia, riscattato dal degrado al padre, Dario del Bufalo, architetto, docente e storico di pietre e marmi antichi, una specie di Indiana Jones con una folle passione per il porfido egizio e l’avventura. Giano, magro e alto, allure lievemente esotica e mediorientale, tra dark rock e new-romantic, assomiglia a un giovane Laurent Terzieff e veste perennemente di nero. Nel mood aristofunk si sente a suo agio. «Ho una galleria in una via appartata e invasa da festoni di rampicanti di fronte al Palatino − afferma Giano, aggirandosi fra tigri e leoni impagliati, tra commessi lapidei, curiosità, bucrani, naturalia e quasi negromantici mirabiliaspecializzata in storia naturale e oggetti da Wunderkammer. Mi sono dedicato ad approfondire l’ambito delle pietre antiche sotto la guida di mio padre e di Raniero Gnoli, il maggiore esperto vivente, depositario di un immenso sapere. Raniero Gnoli è l’unico autentico esempio di patrizio che oggi testimonia questa secolare fragranza di civiltà. Un mixage di fisico, di portamento e di look atemporale, di costumi perfetti nel concepire l’arredo, la disposizione di una tavola, l’armonia di conversazione, nel filtrare sapientemente la luce fino a sortire struggenti effetti pittorici».

Il crowd Aristofunk echeggia in luoghi epici. In primis Palazzo Doria Pamphilj a Roma, vertiginoso accumulo di splendore papale ordito da un deus ex-machina, donna Olimpia Maidalchini Pamphilj, cognata di papa Innocenzo X, dal cipiglio dittatoriale. Matrona spregiudicata, aspra e brillante, rimasta nella storia come donna Pimpa − così la chiamava il popolo romano ai suoi tempi −, ammalata di potere e avida di ricchezza, fino a morirne. Il Pontefice è ritratto nella tela dipinta da Diego Velázquez nel 1650. Fughe di volte affrescate e velluti controtagliati scarlatti, damasco purpureo, argenteo e dorato, sculture romane e barocche sotto lo sguardo ossessivo e tagliente di donna Olimpia, a dispetto della fosca memoria che ne incastona il lascito stupendo. Una galleria di capolavori in omaggio all’horror vacui barocco. Raffaello, Filippino Lippi e il Correggio, Tiziano, Parmigianino, Lorenzo Lotto, Breughel il Vecchio, Salviati, Fetti e Mabuse. Un incredibile sfoggio di Caravaggio, sono tre, Annibale Carracci e l’invenzione del paesaggio italiano, l’arcadia malinconica di Claude Lorrain, Gaspard Dughet e il Tempesta, Guercino e Domenichino. Una dimora oggi bizzarramente tagliata in due come da una frontiera contesa, da una cortina di ferro che ne interseca la scansione degli ambienti. Ancora sotto il segno dei Doria Pamphilj, che ne sono proprietari, il Palazzo o Villa del Principe a Genova, un tempo fuori dalle mura in località Fassolo, eretto per l’ammiraglio Andrea Doria, primus inter pares, reale signore della Dominante, Pierino Bonaccorsi, alias Perin Del Vaga, seguace di Raffaello, nella prima metà del XVI secolo realizzò un esteso programma di stucchi e affreschi manieristi di soggetto mitologico, alludenti alle vicende e alla gloria del casato. La serie degli ‘Arazzi di Alessandro’, manufatti fiamminghi di provenienza borgognona arricchisce la Galleria Aurea. Il ritratto allegorico di Andrea Doria di Sebastiano del Piombo, accanto a tele del Bronzino e di Domenico Piola. Il giardino all’italiana, di recente restaurato e ricomposto dai Doria Pamphilj dopo un lungo periodo d’incuria e avvilimento, venne costruito grazie alla realizzazione di un lago artificiale. Oasi di bellezza assediata dal traffico, era completato da un attracco privato che permetteva un accesso diretto da mare. Oltre l’area attualmente occupata dalla Stazione Principe, si trovava una statua alta otto metri che rappresentava Giove. Alla sua base stava la tomba del ‘Gran Roldano’, il cane prediletto di Andrea Doria. I genovesi comunemente avevano battezzato la statua come ‘Il Gigante’ prima che, ridotta in condizioni disastrose, venisse abbattuta nel 1939.

La principessa Martine Orsini, née Bernheim, parigina, come una maga sa esercitare un flusso ipnotico che si riassume in una simpatia virale. Ti ricorda le spericolate signore della Fronda, la ‘princesse des Ursins’, tradotte in un surreale irresistibile esprit di marca illuministica e radicalmente francese, dai risvolti ‘Marie-Laure de Noailles’. Ironica e auto-ironica, occhi di velluto cangiante, idee assolutamente chiare e nessuna sfumatura diplomatica. Vagamente dispotica e decisamente tranchante, pronta come pochi alla sfida dialettica e alla provocazione, Martine risiede a palazzo Orsini, affacciato sul Tevere al limitare del Ghetto romano. Una successione di saloni en enfilade trasfigurati da affreschi e décor illusionistico, organizzati intorno a un hortus concluso pensile con ninfeo, popolato di alberi d’agrumi che sorgono da tracciati di bosso colmi di fragili fiori bianco ghiaccio. Pezzi d’arte contemporanea quasi incongrui, di Damien Hirst e Penone fra gli altri, sono approdati fra le lastre di specchio ove fluttuano semidei e trionfi floreali della galleria e nel salottino circolare, in cui placche ceramiche di Castelli, minuziosamente ornate, narrano i fasti feudali orsiniani. «Che cosa faccio? − chiede donna Martine, alle spalle una laurea in Scienze economiche, con divertita noncuranza, trastullandosi con delle perle degne di Maria Mancini e come riferendosi ad altri −, ma la principessa, che diamine! E lo so fare bene. Certo, è una cosa che ho dovuto imparare. Si vede però che ce l’avevo nel DNA. Nel 1977 ho sposato mio marito Domenico, incontrato per caso, e da allora sono rimasta con lui perché lo amo. Non rimpiango Parigi. Roma è il luogo ideale dove vivere, perché puoi sempre rimandare a domani quello che dovresti fare oggi, e l’Italia, un perfetto luogo di vacanza, specie − chiosa ridendosela − dopo il risultato referendario. Sono mutante come una nuvola, irruente e meditativa per paradosso, di sicuro poco prevedibile. Saggia? Mai! Sarebbe come arrendersi alla banalità dell’evidenza. Piuttosto, direi, ragionevole. Ho quattro figli e questa casa la curo come si cresce un bambino, una creatura speciale. Viaggio molto e mi interesso di arte contemporanea. L’insegnamento più forte appreso dai miei genitori, qualcosa che porto scolpito nella mente e nel cuore, è l’esortazione a essere modesta».

Scorrendo gli annali del verbum aristofunk, ecco le sei sorelle Mitford, frastagliata militanza politica sospesa tra comunismo e fascismo. Fecero epoca nell’Inghilterra degli anni Trenta e Quaranta. Per la verve letteraria, Jessica e, soprattutto, la geniale Nancy, transfuga a Parigi, mentre l’ultima di esse, Deborah, ‘Debo’, Duchessa vedova del Devonshire e proverbiale castellana di Chatsworth, si è spenta quasi centenaria nel 2014. Qualcuno ebbe a definirle «le più ardenti lucidatrici della loro immagine pubblica». Epitome aristofunk è stata Diana Vreeland, mitica editor-in chief di Harper’s Bazar e Vogue US, se non altro per l’imperturbabile osservanza della regola «never before noon» e per il magnifico tormentone «Why don’t you?», trasformato in fortunato diktat editoriale. I fratelli Osbert, Edith e Sacheverell Sitwell, tutori di ogni avanguardia artistica, musicale e letteraria della prima metà del XX secolo, discendenti da un antico casato, scrittori, poeti, esteti, librettisti. Ci-devant e insieme rivoluzionari e provocatori agit-prop tra Parigi, l’avita dimora di Renishaw Hall nel Derbyshire e il toscano castello di Montegufoni, vicino a Montespertoli, affrescato con danze e concerti di Pulcinella e Arlecchini post-cubisti da Gino Severini nel 1922, su committenza di Sir Osbert.

Michele Dalai, giornalista professionista, nel 2013 prende in mano la casa editrice di famiglia, la Baldini e Castoldi, creata dal padre Alessandro, in cui aveva esordito professionalmente e che versava in uno stato di crisi, rilanciandola con successo. Un grosso risultato, specie in un mondo in difficoltà qual è l’editoria oggi. Dalai, insieme a Boosta dei Subsonica e Andrea Agnelli, ha fondato nel 2010 del marchio editoriale ADD, con sede a Torino. «Quello dell’editoria è un lavoro lento, antico, che a tratti può risultare polveroso per chi lo vede da fuori. Si tratta di un settore in crisi che ha dovuto rimettersi in discussione, dove chi vuole raggiungere risultati positivi lavora veramente e c’è poco spazio per il mecenatismo. Forse, in questa direzione, quel sistema che ci si aspetta di trovare nel mondo dell’editoria si è spezzato. C’è bisogno di professionalità e di duro lavoro, non solo di conoscenze. Certamente è un mestiere che crea un’aura di un certo tipo intorno a chi lo svolge e che ha la caratteristica di darti accesso a persone meravigliosamente interessanti: firme, cervelli, idee. In questo senso, quello che faccio io per vivere può rappresentare un privilegio. In realtà − conclude − lo definirei più un lavoro intelligente che aristocratico».

Ottavia Borghini Baldovinetti de’ Bacci Venuti, un’impressionante sequenza di cognomi per un’adorabile jeune fille. Ha appena fatto il suo début a Napoli, nella neoclassica Villa Lucia, spalancata sul golfo dal Vomero. La magione, un tempo della duchessa di Partanna, seconda moglie morganatica di Re Ferdinando IV, appartiene alla nonna materna, Diana de Feo Fede. Antenati illustri e ingombranti. I Bacci, famiglia cui nel Cinquecento appartenne anche Nicolosa, la paziente consorte di Giorgio Vasari, nel XV secolo furono i committenti del ciclo ad affresco della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca nella Chiesa di San Francesco, caposaldo rinascimentale ispirato dalla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine, che risulta compiuto già nel 1466. Dotata di una grazia moderna e ottocentesca, incline al romantico con una velatura di timidezza. «Alla base − osserva − rimane l’educazione, un dato imprescindibile, l’attaccamento alle radici. È come riconoscere al tatto la terra dove sei nato. Aristofunk è una forma di eleganza venata di ribellione». La sua passione è il cinema, sta studiando recitazione, si ispira guardando e analizzando decine di pellicole, di ieri e di oggi.

Modanature ed eburnei girali di stucco, alteri, congelati nell’estetica del neoclassicismo. Cromie di marmi dai nomi lussureggianti ed evocativi di Porto Venere e breccia rosata di Sicilia, di Mondragone, lumachino di Trapani, rosso di Vitulano. Mosaici di pietre dure, dorature che deflagrano in indiavolati reticoli rapsodici su soffitti settecenteschi. Arazzi Gobelins, affreschi di Belisario Corenzio, di Massimo Stanzione e Battistello Caracciolo. Una stratificata anarcoide ratatouille di arredi, oggetti, bronzi e porcellane, di lampadari esagerati in bronzo e cristallo. Thomire e Weisweiler, urne di Sèvres e profluvi di Capodimonte quasi naïve. Una voglia di comfort tutta ottocentesca e quasi borghese, tra Biedermeier e ‘Goût Rothschild’ a Ferriéres. Voilà il Palazzo Reale di Napoli, prospiciente il Golfo attraverso i giardini pensili e ubicato in piazza del Plebiscito. Fu iniziato come sede vicereale nel 1600 e completato nel 1858. Un cantiere infinito, interrotto solo sotto il dominio francese ai primi dell’Ottocento, cui parteciparono numerosi architetti, tra cui Domenico e Giulio Cesare Fontana, Luigi Vanvitelli, Ferdinando Sanfelice, Ferdinando Fuga, Luigi Niccolini, Gaetano Genovese e Francesco Antonio Picchiatti.

The Kolors, formatosi a Napoli nel 2010, è composto da Antonio ‘Stash’ Fiordispino, voce, chitarra, pianoforte, basso, percussioni, Alex Fiordispino, alla batteria e percussioni, e Daniele Mona, sintetizzatore, talk box e percussioni. Nel 2015, ad Amici stravincono con il 61 per cento dei voti e il Premio della Critica. Pubblicano il singolo Everytime, balzato in poche ore in cima alla classifica iTunes e, poco dopo, il secondo album Out, quattro volte disco di platino, oltre duecentomila copie vendute. Solo pochi cenni per inquadrare Stash, ciuffo rockabilly-hipster e lineamenti efebici, giovanissimo e carico di grinta, adorato da legioni di ragazzine e non solo. «Ho passato gli ultimi mesi tra Milano, Londra e Los Angeles per lavorare con la mia band al nuovo album, che uscirà in primavera. Così come nella musica, anche per quanto riguarda la cura della mia immagine sono molto attento ai dettagli, affinché tutto rispecchi al meglio la mia personalità». Quanto al significato di ‘aristofunk’, Stash, laconico, ne scinde concettualmente l’etimo, dividendolo nettamente in due. «Sulla prima parte della parola, ecco, non sono io a dover dire se sono ‘aristo-’ migliore di altri. Per quanto concerne il termine ‘funk’ invece, sono abbastanza sicuro che rappresenti buona parte di me, della mia vita e del mio sound». È quasi inedita la definizione di ‘aristo’ come migliore, se firmata da uno come Stash – ma la sua presenza qui sottolinea che oggi ‘aristo’ – se ‘funk’ soprattutto – si basa sul talento molto più che sul diritto di un tempo.

Eleonora Rajneri Karageorgevitch, Principessa di Jugoslavia, è una giovane signora bruna dalla taille patrizia, seduta con chic négligé su una consolle di noce scuro, l’humour che a tratti affiora ridente nella sua voce e un profondo sguardo fayumita, errante e indagatore. «Sono professore universitario di diritto civile in Italia, Visiting Professor incaricato di un corso a Parigi, Avvocato of Counsel, autrice di numerose pubblicazioni di diritto comparato. Vivo con mio marito Serge [figlio di S.A.R. Maria Pia di Savoia, primogenita di Umberto II ultimo Re d’Italia e di S.A.R. Alessando Karageorgevitch di Jugoslavia], tra la rigorosa e seria sobrietà di Torino e i fasti impudichi di Montecarlo. La comparazione tra esperienze diverse, come strumento di conoscenza, non è solo una professione, ma anche una filosofia di vita. Non sono convenzionale né come professore né come avvocato e neanche come principessa – d’altro canto sono la principessa del Paese che non c’è più. Non recito la parte che mi trovo a dover interpretare, così come gli altri si aspetterebbero. L’aristocrazia oggi ha senso più che mai, a condizione che la si intenda nel suo significato etimologico, ovvero il governo dei migliori. Migliori per meriti conquistati con l’intelligenza, la competenza e il rispetto verso gli altri. L’eleganza nei modi e nelle forme non è che la conseguenza di tutto questo». La principessa di Jugoslavia è stata fotografata nelle sale del Circolo dei Lettori a Torino, che fu palazzo Graneri della Roccia, eretto per l’abate Marc’Antonio Graneri d’Entremont, Primo Elemosiniere di Corte con Madama Reale, da Gian Francesco Baroncelli, allievo e collaboratore di Guarino Guarini, tra il 1681 e il 1699. Qui, se non esistono più i preziosi arredi originari, restano integri gli apparati decorativi tardo-barocchi a pittura e a stucco, i lampadari e i rivestimenti tessili parietali. Qui, nel 1859, il conte di Cavour volle celebrare sontuosamente le nozze tra la pia sedicenne principessa Maria-Clotilde di Savoia, colei che nella maturità diverrà la ‘Santa di Moncalieri’, e Gerolamo Bonaparte, il gaudente e libertino ‘Plonplon’, cugino di Napoleone III: unione matrimoniale invero male assortita, ma che per l’ambizioso Regno di Sardegna rivestiva un fondamentale ruolo politico di alleanza con la Francia del Secondo Impero.

Benedetto Camerana, classe 1963, di una nobile famiglia piemontese imparentata con Casa Agnelli, trisnipote del fondatore della Fiat e, sul lato materno, discendente dal filosofo Giovanni Gentile. «Ogni persona è quello che fa − dichiara subito Benedetto −. Io sono architetto. A dieci anni ho messo giù il progetto di una città. Continuo a fare le stesse cose ancora adesso. Ho disegnato il villaggio olimpico per i giochi invernali del 2006, la chiesa per l’Arsenale della Pace, il waterfront di Messina, il Museo Alfa Romeo, il più grande cinema d’Italia a Milano, la Fondazione Camera per la fotografia, l’incubatore di imprese a Faenza, lo Juventus Museum, l’Environment Park e il Campus Einaudi. Sono tutti progetti pubblici e i pochi privati sono comunque concepiti per l’uso pubblico. Oggi a Novara sto pensando a come trasformare una grande fabbrica in un habitat per accogliere start-up e makers, oltre alla nuova Città della Salute. Ogni progetto è una storia a sé, un tema diverso e distinto da quelli precedenti. All’inizio ho lavorato insieme a Emilio Ambasz, un genio precursore. Non mi piace specializzarmi, ma misurarmi con ciò che non ho mai fatto. Un architetto deve divertirsi, seppur faticando. Sono presidente del Lingotto: un esercizio di equilibrio tra i diversissimi proprietari di questo gigantesco condominio da duecentomila metri quadri. L’aristocrazia? Non esiste più nel senso di potere, specialmente in Italia. Resiste un po’ in Inghilterra, la House of Lords, il maggiorascato, i patrimoni ducali, oppure in Spagna, dove il re e la regina possono garantire un qualche ordine morale nella vita pubblica. Qui da noi sopravvive un mondo ormai cristallizzato: titoli, parentele e cuginanze sparse tra le diverse città, incroci matrimoniali, palazzi meravigliosi e talvolta variamente cadenti. I titoli, secoli fa, si compravano o si conquistavano. Ora si conservano, magari si celebrano, ma non interessano quasi più. Resta un po’ di nobiltà dell’animo, un modo d’essere riconoscibili (ma non sempre), i riti, gli usi, i club, un certo modo di divertirsi».

Matteo Perego di Cremnago unisce due tradizioni che si sovrappongono lungo la storia lombarda. I Perego di Cremnago, famiglia patrizia di cui si ha notizia dal XIII secolo, ma che si impone grazie all’attività bancaria nel 1600, e la più recente dinastia industriale dei Cambiaghi. Costoro fecero fortuna con il cappellificio omonimo, fondato a Monza da un ex-garzone di bottega di umili natali, Giuseppe Cambiaghi, nel 1880. Un’azienda che esportava in tutto il mondo e che impiegava 1500 addetti. Nota per l’altissima qualità, nel 1930 arrivò a una produzione di oltre 33 mila cappelli al giorno. ‘El sciur Pepp’, come lo chiamavano in fabbrica, dove era enormemente popolare e conosceva personalmente le maestranze, al culmine del successo come capitano d’industria fu insignito del titolo di conte, ma non per questo smise di essere strenuo difensore della collaborazione sociale e dei diritti dei lavoratori. Sono i valori cui si ispira Matteo Perego, nipote di quarta generazione di Giuseppe, che, confessa, è un po’ il suo nume tutelare e una figura di riferimento, come, sul coté paterno, lo è il capitano dell’esercito asburgico Carlo Ignazio Perego di Cremnago, caduto nella battaglia di Leuthen, nella Guerra dei Sette Anni, nel 1758. Matteo ha deciso di rilanciare il marchio Cambiaghi dopo una lunga eclissi. Il rischio gli ha dato ragione. Cappelli, pelletteria da uomo e da donna, heritage e innovazione, una cartolina di ricordi che, nel presente, diventa realtà del migliore Made in Italy. «Aristocrazia − sostiene Matteo − è un termine dalle mille sfaccettature. Il vero senso, quello più potente, a mio parere è anche quello più positivo: una solida e continua base di sostanza etica ed estetica. Aristofunk altro non è che quello che sto cercando di fare tramite l’avventura con Cambiaghi: radici salde portate verso codici nuovi, qualità massima e ironia di connotazione. Fare l’imprenditore in Italia oggi è una bella sfida, ma questo è un Paese che possiede tante inimitabili risorse nascoste, di cui sono depositarie le persone che lavorano, più che le istituzioni. Noi stiamo facendo tesoro di questo universo di artigiani stupendi e di aziende di eccellenza. Sono il nostro humus. Quando le aziende italiane vengono acquisite dai gruppi francesi, ciò non accade per la loro struttura finanziaria, ma per l’inimitabile genialità di prodotto, per la facoltà inventiva che, come nessuna, dà corpo al gesto creativo. Questa è nobiltà».

Quanta immediata carica umana sappia regalarti Patricia Urquiola viene difficile raccontarlo. È una tempesta di parole evocative e talvolta improbabili, miscelate di speziate pennellate iberiche, un ritmico condensato di idee e di concetti buttati lì; aneddoti surreali, una carrellata di immagini palpabili, humour, divertimento, bon mot a go go. No, non c’è nulla di quella metafisica malinconia iberica da ‘Siglo de Oro’ in Patricia, nata a Oviedo nel 1961, architetto e designer tra i più affermati a livello internazionale. È bella: viso scolpito e radioso, tratti disegnati, hidalghi. Basata a Milano, un’asturiana di ascendenze basche. Ritratta da Karl Lagerfeld sulle pagine di Vogue Paris in bianco e nero. È strano: pensando a Patricia ti vengono in mente colori. Patricia si forma in Italia, sull’insegnamento di maestri quali Bruno Munari e Achille Castiglioni. Da De Padova, dove nel 1991 incontra Vico Magistretti, iniziando un percorso di lavoro comune. Collabora con Alessi e B&B, Kartell, Molteni, Driade, Poltrona Frau, Cappellini e molti altri. Docente, poliforme personalità che spazia dal campo del design all’architettura, agli allestimenti, Patricia è Art Director di Cassina, un’azienda e una cifra espressiva della quale ha più volte ricordato il ruolo d’ispirazione rispetto al proprio percorso. «Cassina − afferma Patricia − è un’aristocratica bambina di novant’anni, una linea di ricerca contemporanea rigorosa, senza tanti vezzi e mai interrotta». Nel 1996 diviene responsabile del design nello studio Lissoni, mentre è nel 1998 che approda alla Moroso, imponendosi per i suoi imbottiti flessibili e mutanti che hanno identificato un’innovativa concezione di sedere. I suoi oggetti e arredi parlano del suo terroir progettuale. Sono sinceri, apparentemente semplici ma con dentro un’anima, una ratio matematica. Sono avvolgenti, versatili e metamorfici. Funny and funky. «Sono convinta − dice − che la gente venga da me perché sente che sono possibilista e sperimentale, che ascolto e do attenzione. Di base mi piace osare, non dico no a priori. Il rapporto intrinseco con la materia e le sue linfe mi ha dato la possibilità di muovermi, tenendo conto della lezione dei maestri. La nobiltà che capisco sta nella materia e nel progetto. Mi piace mettere in valore la serie B usando gli scarti di produzione. Il marmo di prima scelta è sublime, ma credetemi, è davvero fantastico quanto si può inventare a partire dai frammenti di scarto. Le macchine riescono a sezionare spessori finissimi, hanno reso il marmo malleabile, duttile e leggero. Ne escono delle autentiche sorprese. Certo, è un gioco che funziona se sai dare un plusvalore progettuale, se riesci a scommettere su uno slancio insieme visionario e protettivo, come un ossimoro. Ho accettato un albergo che non aveva caratteristiche speciali e che era già passato per varie mani e gli ho dato una dignità differente, una veste che lo ha trasformato in un cult. Da un decennio, con Mutina abbiamo intrapreso un viaggio nel pianeta della ceramica. Insieme stiamo recuperando quale volume espositivo una struttura in bellissimo cemento brut di Angelo Mangiarotti, con un approccio spaziale che rammenta Jean Prouvé. Sta diventando una sorta di piccola cattedrale, cadenzata da nervature che si compongono come una partitura musicale».

From The Fashionable Lampoon Issue 8 – Aristofunk

 

Photography, Creative Direction & Styling
Alexander Beckoven

 

Director of Photography
Riccardo Ferri

Hair
Chiara Bussei @ close up

Make-up
Sissy Belloglio @ w-m management using Mac cosmetics

Manicurist
Selica Ianeselli @ mks
Roberta Rodi @ close up
Annarel Innocente @ close up

Models
Marco Cartasegna @ i love
Otto Lundbladh @ i love

Set designer
Micol Di Palma

Digital tech and post-production
Luca Trevisani

Fashion Editing
Arianna Pianca

Special thanks to
Pierre Frey for the wallpapers,
Flying Tiger Copenhagen for the butterflies,
Floricoltura Radaelli for the ivy and tree branches

Radetzky / Alex John Beck

Text Cesare Cunaccia
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Villa Arconati a Castellazzo di Bollate, non lontano da Milano, è rimasta celebre lungo i secoli come la piccola Versailles lombarda. C’è una sorta di imprinting mitologico, una dimensione fatata e sospesa che ancora vi si manifesta, a dispetto di lunghi periodi di spoliazioni, di polvere e decadenza, malgrado il succedersi implacabile degli anni e delle generazioni. Noia, tristezza e affanno, risse, livore e frode lungi da qui si stanno, scriveva Felice Leonardi, autore dei versi che accompagnavano le incisioni a colori di Marc’Antonio Dal Re che ritraggono interni ed esterni della villa, che, antico possesso Cusani, passa dagli Arconati ai Busca nel 1772 e ai Crivelli nel Novecento, per approdare nel 1990 nelle mani di una società immobiliare. Pur non essendo una residenza reale, Castellazzo, dimora dalla facies teatrale soprattutto tardo-barocca dovuta a Giuseppe Antonio Arconati intorno al 1750, è siglata da uno spirito grandioso e interamente votata all’esaltazione di un potente casato patrizio, certamente modellata su ispirazioni d’Oltralpe e pensata soprattutto quale ideale scenario di feste e intrattenimenti fastosi. Villa Arconati, con quanto resta del suo parco fatato, delle quinte bibbienesche, delle folies, della voliera e del Giardino dei Cervi, specie se la visiti in un giorno poco affollato e magari con la brughiera avvolta da una nebbia impalpabile, riesce subito a calarti negli endecasillabi sciolti de Il Giorno, il poemetto satirico dell’abate brianzolo Giuseppe Parini. Una narrazione dai colori di sofisticata ironia che puntava il dito sulla vuota pompa rituale e il senso di inutilità in cui molti nobili milanesi dell’Epoca dei Lumi trascinavano quotidianamente la propria esistenza. Ecco che da qui, procedendo per frammenti e riflessi analogici, si aprono infinite traiettorie letterarie, non ultime la ribollente piena linguistica gaddiana della Cognizione del dolore e tanti magistrali characters di Fratelli d’Italia o delle Piccole Vacanze di Alberto Arbasino.

Passando al cinema, viene in mente l’episodio dal titolo Il lavoro, firmato da Luchino Visconti in Boccaccio ‘70, liberamente ispirato da un racconto di Guy de Maupassant, ma più ancora plasmato su figure reali dell’alta società meneghina del tempo. Più che un film, un raffinato e licenzioso marivaudage tra Crébillon fils, Vivant Denon, la Cederna e Ottiero Ottieri, ricamato di allure mitteleuropea e pragmatismo lumbard su un canovaccio rococò anni Sessanta araldico e soffuso, in un crescendo d’ansia d’amore e disincanto emotivo. Quando Boccaccio ’70 esce nelle sale, nel 1962, è ancora di là da venire l’immenso scandalo prodotto alla fine dell’agosto 1970 dall’affaire Casati Stampa, un duplice omicidio con suicidio dell’assassino, il marchese Camillo Casati Stampa, ricchissimo e gran cacciatore, che si svolge in un attico e superattico romano al nove di via Puccini, su Villa Borghese. L’arma del delitto, avvenuto al ritorno da una battuta di caccia dai Marzotto a Valdagno, è una carabina Browning calibro dodici. Vizi privati e pubbliche virtù, un’ambigua duplicità à la Buñuel per un ménage matrimoniale malato. Il nobile signore lombardo travolto da un delirio di voyeurismo e dalla gelosia edipica, che annota tutto, minuziosamente, su un pruriginoso diario verde e scatta migliaia di foto alla splendida seconda consorte Anna Vallarino, mentre costei è intenta ad amplessi focosi quanto effimeri, talvolta anche plurimi e mercenari. Ad Anna, però, Camillo non perdonerà una colpa fatidica: quella di essersi innamorata come una midinette di un aitante e ambizioso ragazzo romano, Massimo Minorenti, già legato alla ballerina e soubrette Lola Falana.

Osservando le vestigia del fulgore barocco e rocaille del Castellazzo, lo scalone solenne, il salone a piano nobile con gli affreschi dei fratelli Fabrizio e Bernardino Galliari e immaginando di guardare attraverso la lente di una lanterna capace di annullare ogni cronologia passata e futura, si intravedono modalità ermeneutiche, costumi e tic tuttora facilmente riscontrabili nei discendenti dei protagonisti di quei giorni radiosi e lontani che di poco precedettero la dissoluzione del vecchio mondo. Forse si definiscono proprio allora, durante il settecentesco passaggio di consegne verso una concezione bourgeois della realtà, quegli opposti e complementari imprinting che ancora oggi, grosso modo, demarcano l’ambito patrizio lombardo e milanese in particolare, sia esso di origine remota e autoctona o di nomina spagnola e asburgica. Oppure di più recente matrice sabauda, quando alcune doviziose famiglie imprenditoriali, di cotonieri e tessili in particolare, furono insignite di titoli che ne sancirono la raggiunta importanza di status.

Casa Crespi in Corso Venezia, con il suo tardo-ottocentesco décor che miscela gusto Secondo Impero e sfumature neo-rococò e storicistiche a una pleiade di tesori pittorici – i due incredibili grandi Canaletto in primis –, fornita di piatti d’argento e d’oro per centinaia di ospiti, in un tourbillon di porcellane di Meissen, di console e stucchi candidi, di comò ‘en tombeau’, parquet e caffettiere Torretta, ancor oggi testimonia questo leggendario prestigio cittadino che data allo scorcio dell’Ottocento. L’eredità, l’unico dio di cui conosciamo il nome, chiosa Oscar Wilde. Un mondo che guardava all’indietro, dove il passato contava più del futuro. Facciamolo dunque questo passo indietro e torniamo a Villa Arconati.

La Milano settecentesca, dal 1706 sotto il dominio della corona asburgica, era particolarmente ricca e prosperosa e si collegava progressivamente a un panorama europeo, di cui si poneva quale autentico crocevia. L’economia era fiorente, basata su manifatture d’eccellenza e su un’agricoltura all’avanguardia. Altro che intrigacci di convento tipo Monaca di Monza e tirannici capricci cheap stile don Rodrigo, sullo sfondo di pestilenze, miseria nera e invasioni seicentesche da vicereame iberico.

Si presentiva l’arrivo, dalla Francia, dell’Ancien Régime al tramonto, delle rivoluzionarie idee illuministe, proprio mentre Giovan Battista Tiepolo approdava nel capoluogo lombardo per cantare le estreme glorie di un’irripetibile civiltà aristocratica con la sua pittura intrisa di luce e tesa su tumultuosi cieli d’Olimpo. Ecco il Maresciallo Anton Giorgio Clerici, marchese di Cavenago, fedelissimo di S.M.I.R.A. Maria Teresa d’Asburgo-Lorena e Cavaliere del Toson d’Oro, colui che, dopo gli Archinto, nel 1740 sarà il secondo committente milanese del Tiepolo nel suo palazzo al Prestino dei Bossi. Clerici dilapida l’immenso patrimonio ereditato dal nonno e dal bisnonno in una rutilante vertigine rappresentativa a gloria della Casa imperiale d’Austria. Il suo ingresso in Roma nel 1758, come ambasciatore cesareo al conclave seguito alla morte di Benedetto XIV Lambertini, lascerà i quiriti senza parole, abbacinati dalla sfilata di carrozze dorate, dai diamanti usati come bottoni sulla marsina brodée del megalomane Anton Giorgio, dalla torma di valletti e servitori, dai nervosi purosangue impennacchiati del corteggio, addirittura ferrati d’argento. Una cosa mai vista perfino nell’Urbe delle esagerazioni berniniane. Bisognerà attendere il debutto del Novecento, con l’avvento della marchesa dark, Luisa Casati Stampa di Soncino – che peraltro nasceva borghesemente Amman –, per rivedere simili fantasmagoriche iperboli di lusso e deflagrante fantasia. La sua storia è fin troppo nota, ma ben poco milanese in fondo, preferendo l’egeria di D’Annunzio, di van Dongen e Marinetti, altri e più congeniali palcoscenici, quali Venezia, Capri e Parigi, all’austera e borromaica Milano.

Non tutta l’aristocrazia settecentesca si dilettava di vacue pratiche sociali e artificiose boutade di casta come il pariniano Giovin Signore. Appartenevano infatti al patriziato lombardo riformisti assai branché, come i fratelli Pietro e Alessandro Verri, dioscuri del periodico Il Caffè tra il 1764 e il 1766, o ancora il grande Cesare Beccaria dei Marchesi di Valdrasco e Villaresco, giurista e propugnatore dell’abolizione di tortura e pena di morte, la cui fama esplose a livello internazionale in virtù del suo Dei delitti e delle pene. Giulia Manzoni Beccaria, libertino don Giovanni in gonnella e teorica delle geometrie amorose, corre al massimo la cavallina intrecciando svariate liaison, prima dell’espatrio parigino e della conversione giansenista, che la consegnerà a una vecchiaia di agiato perbenismo pinzochero accanto al figlio Alessandro. Genio delle lettere, va bene, ma che pare tutto fosse fuorché divertente. C’erano le Accademie, fra cui quella dei Pugni, varata nel 1761, palestre di idee eversive e di levità mondana.

Tra balli mascherati, estenuate gavotte e minuetti, girandole di specchi e nuvole di cipria, tra visite di Mozart bambino, sventate seduzioni, mosca cieca tra le siepi e assoli di castrati operistici, in un susseguirsi di processioni, di udienze vicereali, di battute di caccia a cavallo e in botte e corse di berberi, in quel di Milano si veniva formando un’identità forte, proto-moderna ed estremamente connotata. Un mood ben diverso, ad esempio, dagli analoghi milieu toscani o della Roma papale. Un duplice e contrastante approccio alla vita e al proprio rango. Conservatorismo, impegno, sobria austerità portata anche fino all’avarizia e basso profilo da un lato. Eccentricità, lusso e curiosità culturale, prodigalità all’eccesso sull’altro, in una bizzarra ritmica di alternanze e intrecci. Come dire, da una parte la plumbea ortodossia ci-devant della Marchesa Orsola Maironi di Piccolo Mondo antico, dall’altra l’avventurosa esistenza romanzesca di un’indimenticata aristo-pasionaria ottocentesca, Cristina Trivulzio di Belgiojoso, patriota, viaggiatrice indomabile, giornalista e scrittrice, proto-femminista e boho-chic. Un antagonismo di vedute socio-politiche che vieppiù si accentuerà durante il ventennio fascista e poi negli anni di piombo. Senza dimenticare la diabolica contessa Serbelloni-Mazzanti Vien dal Mare, di sicuro conio meneghino, ovunque imperversante nell’epica fantozziana.

L’Ottocento, che s’incarna nella gigantesca figura di Alessandro Manzoni, prende le mosse sulle romantiche e frustrate eleganze stendhaliane nella ‘saletta azzurra’ di Metilde Viscontini Dembowski, per esplodere nelle Cinque Giornate e nell’epopea musicale di Verdi alla Scala. A questa e alla sua possente portata simbolica allude l’episodio riportato nella trilogia cinematografica anni Cinquanta di Sissi di Ernst Marischka, nel quale il patriziato milanese di sentimenti risorgimentali invia i domestici a occupare i palchi familiari in occasione di una soirée di gala alla presenza della coppia imperiale asburgica. Fatto che si dice sia realmente avvenuto durante il viaggio di Francesco Giuseppe ed Elisabetta nei territori italiani della corona, nell’inverno 1856-57. Il XX secolo si spalanca di colpo, drammaticamente, con la morte di Umberto I di Savoia a Monza, per mano dell’anarchico Bresci. Umberto aveva coltivato una lunga e stabile relazione extra-coniugale con un’avvenente aristocratica milanese, Eugenia Attendolo Bolognini, duchessa Litta Visconti Arese, dama di corte della Regina Margherita, in città nota come la bella Bolognina. Musa di Arrigo Boito, benefattrice e raffinata animatrice di circoli culturali, Eugenia fu nota per la sua posizione anti-austriaca, condivisa dal marito, don Giulio, che aveva partecipato ai moti rivoluzionari del 1848. Frequentò il salon di Carlo d’Adda, di cui erano assidui dissidenti quali i fratelli Dandolo, i Borromeo, i Trivulzio, i Trotti. Gli occupanti austriaci l’avevano soprannominata la Regina delle oche, come venivano chiamate le signore lombardo-venete fautrici dell’italianità. A Milano, nella città italiana imprenditoriale e contemporanea per eccellenza, tuttora prosperano casati patrizi rentier grazie a cospicui patrimoni immobiliari.

Vi sono gentiluomini che, salutati dal loro portiere con lo spagnolesco ‘don’ di prammatica a precedere il nome, ogni mattina prendono la via delle cascine e tenute di campagna per seguirvi, a cavallo, le attività agricole, esattamente come facevano i loro antenati. Esiste ancora la cosiddetta Società del Cappuccio, un mondo a parte che detesta apparire e far parlare di sé, con tutta una sua particolare attitude ermeneutica ed estetica. È integro il primato dei principi Borromeo, discendenti di San Carlo, campione della Controriforma e del cardinale Federico di manzoniana memoria, defilati proprietari di vere meraviglie quali l’Isola Bella e la Rocca di Angera sul lago Maggiore. La principessa madre Bona, née Orlando, esprit puntuto e arguzia sottile, è molto attiva nella lotta contro il cancro, come lo è la mondanissima e ubiqua marchesa Marta Brivio Sforza. Su un versante più gauche svetta una doyenne quale Giulia Maria Crespi, fondatrice del FAI – Fondo Italiano Ambiente – che ha combattuto una strenua battaglia per il patrimonio artistico e naturale del Bel Paese. I lineamenti affilati e gli occhi dai mutevoli bagliori metallici di Maria Sole e della piccola Giacinta Brivio Sforza trovano una corrispondenza fisiognomica immediata in un’ava in crinolina che sorride da una miniatura della fine del Seicento, tra le decine che in un salotto di Palazzo Trivulzio spiccano sul broccato scarlatto tessuto con il Tricipitium emblematico del Magno Trivulzio.

I Visconti di Modrone, un caso a sé, che Marella Agnelli, in La Signora Gocà, ricorda affascinanti e arroganti, con talenti diversi e molto esercitati nel loro fiabesco Castello di Grazzano, che definisce mistura Medievale-Jugendstil, e dove vanno in scena di continuo sofisticati tableau vivant, assoli e concerti, arrivandoci bambina per il matrimonio dello zio Adolfo Caracciolo con Anna Visconti. Anna era la secondogenita di Giuseppe Visconti di Modrone, primo duca di Grazzano e della bellissima ereditiera Carla Erba. La bellezza fuori dal comune, il nome, il mecenatismo, lo chic cosmopolita e il molto denaro ai primi del Novecento pongono la coppia, invidiata, ammirata e chiacchieratissima, ai vertici del sistema sociale italiano. Lo sperpero mondano – scrive Marella Agnelli – li aveva fatti protagonisti assoluti di quella Milano opulenta e aperta sull’Europa dell’inizio del secolo. Di Giuseppe, che si separerà da Carla contendendosi aspramente i sette figli, era conclamato il legame con la Regina Elena di Savoia, la principessa montenegrina che con sferzante ironia la duchessa Hélène d’Aosta, nata Orleans, aveva ribattezzato «ma cousine la bergere». Si racconta che un giorno, attraversando l’anticamera dell’augusta dama a Villa Ada in Roma, don Giuseppe si sia imbattuto nel proprio figlio Luigi che inequivocabilmente usciva dalla camera da letto regale. Icastica la risposta di Luigi, del quale rimangono celebri le scuderie e la divorante passione ippica, al piccato «Luigi da dove vieni?» paterno: un folgorante «e tu dove vai papà?».

Giangaleazzo Visconti di Modrone, gallerista a Milano – sotto lo sguardo insieme ridente e altero della figlia Madina –, conferma che in Casa Visconti l’arte e la musica non erano un gioco. «Tutti suonavano almeno uno strumento. Una vocazione. Luchino non sarebbe forse diventato quel regista che fu senza l’humus creativo tanto fervido, colto e provvido di proiezioni visionarie e di libertà d’immaginazione che Giuseppe aveva instaurato a Grazzano, nel palazzo milanese di via Cerva 99, a Villa Olmo a Como e nella residenza romana sulla Salaria. Nel 1946 si stanziarono molti fondi per la ricostruzione del Teatro alla Scala, dove avevamo diversi palchi. Aiutare i bisognosi e le istituzioni benefiche era semplicemente un dovere. Guido, il primogenito di Giuseppe e Carla, di cui era il prediletto, allure allo stato puro, era militare di carriera e cadde tra i primi a El Alamein. Lo zio Emilio mandava a stirare le camicie a Londra, ma non c’era, come accade in seguito, nessuno snobismo radical chic. Non si fingeva. I matrimoni combinati paradossalmente duravano di più. Le famiglie patrizie allora seguivano una scala di valori che a partire dal secondo dopoguerra sono stati violentemente cancellati. Che cosa significa essere aristocratici oggi? – conclude Giangaleazzo Visconti – Non certo una forma di marketing e di volgarizzazione di un nome. Dovrebbe quantomeno essere un bollino di garanzia di buona educazione. Sempre più spesso, purtroppo, non lo è affatto». Cosa direbbe Jean d’Ormesson? A lui il compito di chiudere questa carrellata con un brano agrodolce e lievemente melanconico della saga di Au plaisir de Dieu: L’età d’oro era dietro di noi, con tutta quella dolcezza di vita di cui persistevano nelle nostre leggende gli echi attutiti ma che i più giovani di noi non avevano mai conosciuto.

From The Fashionable Lampoon Issue 7 – Wow & Weird

 

Photography
Alex John Beck

Styling
Ellen Mirck

Art Direction
Alexander Beckoven

 

Hair
Francesca Angelone @ close up
Stefano Gatti @ w-m management

Make-up
Sissy Belloglio @ w-m management
Valerio Sestito @ freelancer

Manicurist
Selica Ianeselli @ mks milano

Model
Paul Alexandre @ marilyn hommes paris
Georgina Grenville @ next paris
Anine Van Velzen @ img london

Digital tech and architectures post-production
Luca Trevisani

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