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The Fashionable Lampoon
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cesare cunaccia

Pop Pink Juno

JC Routine Delusion, 2013, 76x51cm, Archival pigment print
JC Tuesday in Eternity, 2018, 104x102cm, Archival pigment print
JC, A Cure for death, 2018, 102x76cm, Archival pigment print
JC,Disenchanted Simulation, 2013,152x102 cm, Archival pigment print
Juno Calypso, Milk 2016, 102x66cm
Juno Calypso, Reconstituted_Meat_Slices_2013, 102x66 cm
Juno Calypso, Stretch,2017 102x66 cm
Juno Calypso,The First Night,2015, 102x66cm

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunaccia

Juno Calypso, fotografa londinese e nome cult per gli amanti di un’estetica pop pink che prende ispirazione dagli anni Sessanta e Ottanta, è in mostra per la prima volta in Italia presso lo Studio Giangaleazzo Visconti di Milano, dal 24 ottobre all’11 gennaio 2019.

L’artista si è affermata a livello internazionale per le tre serie Joyce, The Honeymoon e What to do with a Million Years, facendosi conoscere attraverso i social, ma anche apparendo di persona in esibizioni e performance a NYC, in Sud Corea, in Messico, Canada e Cina. Calypso, con il suo alter-ego Joyce, casalinga immaginaria in preda a depressione e solitudine, segue un gioco surreale, venato di malinconia, incrociando sarcasmo e ironia per affrontare tematiche e pregiudizi che si legano alla condizione femminile di oggi.

Ambienta le sue storie in stageset insoliti, in luoghi tra camp e démodé, come un motel americano per coppie in crisi – dove approda con un bagaglio strapieno di parrucche e lingerie kitsch – o una villa bunker, una residenza sotterranea creata da un imprenditore nel ramo cosmetici, nel già folle contesto di Las Vegas. Questa la cornice del suo ultimo lavoro, del 2018, intitolato What to do with a Million Years, che Juno definisce una via di mezzo tra una tomba e un mausoleo, dove tutto è silenzioso e immobile. Una sorta di capsula del tempo. Una nota di ulteriore mistero e dall’aura noir: il bunker, provvisto d’ogni genere di comfort, dalla piscina a una sala da ballo e al giardino con barbecue annesso, appartiene ora a una società interessata nella crionica, la branca scientifica che iberna i corpi in azoto liquido. Autoritratti fotografici in chiave apparentemente rosa e candy, un po’ il mondo di Barbie o di Barbara Cartland, ma con risvolti inquietanti e assurdi.

È un’estetica, quella di Juno Calypso, vincitrice nel 2016 del Photography Awards, dall’approccio sapidamente critico, sospeso tra noia, narcisismo e black humour. «Ho conosciuto Juno a Londra – racconta Giangaleazzo Visconti di Modrone, la città dove è cresciuta e vive, ma prima ancora avevo visto le sue opere in una galleria a Londra. Ne rimasi colpito, sia per le tematiche scelte che per la risoluzione estetica dai differenti livelli di lettura. Il lavoro di un gallerista oggi deve basarsi proprio sulla ricerca, deve tornare a identificare figure emergenti significative. Juno è una di queste. È difficile, visti i mezzi macroscopici delle grandi Case d’asta e di alcuni dealers divenuti vere corporation, pensare a una concorrenza mirata su grandi nomi. Una mostra come quella di Boetti che organizzai anni fa richiederebbe oggi un investimento troppo grande. I giovani artisti sono il territorio più fertile».  

Due nomi? «Marco Schifano e Loris Cecchini. Ci vuole dedizione, occorre instaurare con i collezionisti un rapporto di fiducia, al di là di ogni speculazione e del pretendere incrementi da titolo di borsa. Mi è capitato di osservare a una fiera una tela di Lucio Fontana appesa all’incontrario. Può sembrare un fatto divertente, ma è il segno della confusione in cui è immerso il mercato dell’arte».

studiovisconti

Juno Calypso

24 ottobre 2018 – 11 gennaio 2019

Corso Monforte, 23

Milano

London’s Frieze – a review

This Is How We Bite Our Tongue, Installation view at the Whitechapel Gallery – Elmgreen & Dragset, Courtesy Whitechapel Gallery. Photo Jack Hems
Pregnant white maid, 2017 (detail) – Elmgreen & Dragset, Courtesy of Galerie Perrotin. Photo Elmar Vestner
Agrippa, 1964 – by Tim Scott (born 1937)
Alex Baczynski – Jenkins Chisenhale Gallery
Alter-Ego, 1963 – by Isaac Witkin (1936-2006)
Concetto spaziale, La fine di Dio, 1964 – Lucio Fontana (1899-1968)
11th Sculpture, 1963 – by Michael Bolus (1934-2013)
Mirror Flood, PAD – Fernando Mastrangelo (born 1978)
Pietra di luna del Caucaso – Pietro Consagra (1920-2005)
Swing Low, 1964 – by David Annesley (born 1936)
Tra La La, 1963 – by Phillip King (born 1934)

Text Cesare Cunaccia

 

La solita macroscopica kermesse che si espande a macchia d’olio ben oltre Regent Park che la ospita, in tutta l’area urbana di Londra. Frieze riassume appieno quella valenza di nuova religione, di luogo sociale e di rituale collettivo, ormai perfino di puro consumo luxury e di autentico marketing, che l’arte, in special modo contemporanea, rappresenta nel nostro tempo. Ovunque, durante la Frieze Week, nella capitale britannica si aprono mostre anche istituzionali – da ricordare quella molto politica della cubana Tania Bruguera, fino al 24 febbraio alla Tate Modern e Elmgreen & Dragset: This Is How We Bite Our Tongue, con chiusura il 13 gennaio, alla Whitechapel Gallery –, nascono altre fiere e contro-fiere, si fanno talk, dibattiti e performances. Dappertutto cene più o meno massive e esclusive, o cocktail di esagerata affluenza, vedi da Christie’s il 3 ottobre sera, dove brillava, chiusa nella penombra di una stanza come si conviene a una vera icona, una Fine di Dio di Lucio Fontana, 1963, dalla superficie lunare iridescente e un piccolo perfetto Lucian Freud rivaleggiava per sofisticazione con certe calligrafie botaniche düreriane.

Di arte italiana dell’age d’or tra i Cinquanta e i Settanta, i vari Fontana, Burri, Pistoletto, Manzoni tanto à la page, la fiera traboccava, così come le gallerie nostrane sbarcate in quel di Londra, capitanate da Mazzoleni – interessante il suo excursus su Michelangelo Pistoletto – e Tornabuoni, ancora in Albemarle street, dove aleggiavano le aeree e corpose cromie di Afro. Forse, con Tancredi, l’estremo figlio di secoli di pittura veneta. Da Robilant+Voena, invece, focus sulla scultura di Pietro Consagra. Di italiani, più o meno ricchi, affluenti o più o meno mondani, le sterminate superfici di Frieze, roccaforte della contemporaneità, e di Frieze Master, incrocio di arte e oggetti fuoriserie di ogni epoca e provenienza, dall’archeologia cicladica in poi, pullulavano. Notevole il coloratissimo stand di Thomas Dane, di Londra e Napoli, intitolato New Generation: 1965, con opere di Michael Bolus, Phillip King, Tim Scott, David Annesley e Isaac Witkin. Italia anche al PAD, specializzato nelle arti decorative, in piena Mayfair, avvincente plot di arredi del Novecento storico, di rarities, di incredibili gioielli, vetri e ceramiche, dove ti puoi comprare con nonchalance una pecora Lalanne, un divano con tappezzeria anni Venti di Jean Lurçat o un animale in bronzo di Gabriella Crespi, quanto un diamante esagerato da venticinque carati, in vendita soltanto per una decina di milioni di pound.

Top price, intanto, ben 9,5 milioni di sterline, per Propped, autoritratto espressionista di Jenny Savile del 1992, battuto all’asta da Sotheby’s. Saville, 48 anni e innamorata di Palermo, diventa in questo modo l’artista vivente più costosa. Non a caso era affollatissimo il book signing della sua monografia appena edita da Rizzolli, tenutosi presso Gagosian, Grosvenor Hill, il 4 ottobre. Tra le novità di Frieze 2018, il Frieze Arts Award, vinto dal giovane polacco basato a Londra Alex Baczynski-Jenkins, che crea azioni coreografiche su temi queer, su amicizia, desiderio e incontro sessuale. All’esordio anche Social Work, una sezione dell’art fair di marca globale, costruita sulle personali di otto artiste che hanno saputo sfidare i valori dominanti negli anni Ottanta e Novanta, tra cui le americane Mary Kelly e Nancy Spero, l’inglese Tina Keane, la turca Ipek Duben e Berni Searle dal Sud Africa.

Frieze, una fiera sempre molto dinamica ed energetica. L’atmosfera che si è respirata quest’anno, a dispetto di una generale presa di posizione branché e militante, è rassicurante, con tanta pittura e meno proposte sperimentali. Quello che al solito accade in periodi di crisi e di incertezza generale. «Molto apprezzabile – racconta la curatrice romana Paola Ugolini – il fatto che gli organizzatori, già dalla scorsa edizione, stiano cercando di colmare il gender gap, con spazi specifici dedicati all’arte femminista o, tout court, alle donne nell’arte. In questo ambito si calano i solo show curati da me per gli stand di Richard Saltoun, rispettivamente Helen Chadwick nella rassegna Social Work e Annegrete Soltau in Spotlight di Frieze Master». Tre immagini da ricordare per archiviare questo Frieze 2018? L’Überstand di Gagosian, innanzitutto, con opere nuove di zecca di un mago trasformista quale è Urs Fischer, il cinese Liu Wei, che incarna la ritrovata forza dell’arte cinese in occidente dopo il boom di dieci anni fa, presentato dalla londinese White Cube e, infine, l’installazione museale di Tatiana Trouvé che popola da giorni su Instagram, concepita per Kamel Mennour Gallery.

Dior and his decorators

Aurore dress, SS1958 – ©Sabine Weiss
Interior of Christian Dior’s hotel particulier – ©Anthony Denney
Portrait of Christian Dior by Paul Strecker, 1928 - ©Courtesy Paul Strecker Foundation
Perfume Boutique – ©Christian Dior Parfums
André Svetchine bathroom – ©André Svetchine
Sophie Malgat photographed by Mark Shaw – ©Mark Shaw
Perfume presentation – ©Philippe Schlienger
Christian Dior's room in La Colle Noire – ©André Svetchine

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunaccia

 

È la storia di tre uomini che insieme danno vita e significato a un nuovo immaginario. Questo il tema del libro Dior and His Decorators. Victor Grandpierre, Georges Geffroy and The New Look, di Maureen Footer – prefazione di Amish Bowles. Un volume che esplora le origini e le ragioni di questa sinergia creativa, oltre a ritrarre i contorni e lo splendore mondano e culturale di un intera società che, lungo gli anni Cinquanta del Novecento, si muove intorno alla parabola Dior.

 

Il trio Dior-Grandpierre-Geffroy collabora nell’invenzione di un mood irripetibile e legato alla Maison, un linguaggio ornamentale che diviene unico e riconoscibile, inseguendo quel sogno di bellezza vagheggiato da Monsieur Dior. Un itinerario grand décor che parte dalla fascinazione di quest’ultimo per le estreme grazie settecentesche, tra ultimo rococò e l’inizio del neoclassicismo. Un Retour Marie Antoinette, onirico e lieve, che si incarna nella concezione degli interni come nelle silhouette insieme stilizzate e opulente del New Look. È in quella dimensione fantastica di evocazione e luminosità, che Christian Dior, dal 1947 in poi, con la ricchezza tessile delle sue crinoline che sbocciano da bustier iperbolici, esorcizza il periodo bellico e in Francia diventa il primo ‘Eroe del Dopoguerra’.

 

La villa familiare di Granville, alta su una scogliera e immersa in un giardino impressionista, costituisce il primo laboratorio ideale del piccolo Christian. Durante l’infanzia è la sua la ‘Cappella Sistina’ dell’ispirazione, nel segno di Utamaro e Hokusai visti attraverso il filtro poetico del japonisme. Lo stesso avviene per l’appartamento di famiglia a Parigi. «Vivere in una casa che non è tagliata su di te – affermava Christian Dior – è come indossare gli abiti di qualcun altro». La passione per l’eleganza è il legame che lo unisce a Grandpierre e Geffroy, che con lui identificano i codici decorativi Dior, un sofisticato omaggio al gusto neoclassico che guarda specialmente allo stile Louis XVI.

 

Grandpierre è responsabile dell’atmosfera ‘decorata ma non decorativa’ del 30 Avenue Montaigne, che diviene iconica in particolare grazie al ‘Salone Helleu’, una sfumata sinfonia di bianchi e grigi perlacei, con le sue console e le sedie a medaglione che riprendono motivi Louis XVI. Sempre Victor Grandpierre disegna varie boutiques nel mondo e i display e il packaging di profumi quali Miss Dior e Eau Savage, tessere del mosaico identitario della Maison. Un universo di decorazione più eclettica connota la residenza parigina di Christian Dior su Boulevard Jules-Sandeau, nel XVIeme, opera di George Geffroy, che interpreta con decisa libertà di accostamenti e sovrapposizioni, la temperatura di collezionista del couturier. Dipinti di Matisse e arazzi tardo-gotici, bronzi rinascimentali e arredi barocchi vi si combinano in una sospesa armonia. «Il cosiddetto buongusto per me è assai meno importate di quella che è la mia personale idea di gusto – afferma Christian Dior nella sua autobiografia – che poco a poco ha miscelato e reso omogeneo un arco di cose differenti e anche lontane tra loro».


Maureen Footer, Dior and His Decorators: Victor Grandpierre, Georges Geffroy, and the New Look

Aleph Rome Hotel

Stairs

Text Cesare Cunaccia

 

Certo, potersi dedicare all’attività fisica in quello che in origine era un caveau, cui si accede per un’impressionante porta blindata metallica, è già di per sé una cosa unica. Ma di particolarità e sorprese ne riserva altre, l’Aleph Rome Hotel, un albergo della catena Curio – a collection by Hilton – che si trova in via di San Basilio, una tranquilla e silenziosa strada in declivio appena dietro Piazza Barberini e via Veneto. 

Innanzitutto colpisce la bellezza un po’ severa del palazzo che lo ospita, un ex istituto bancario umbertino ricco di volte, di stucchi, di rilievi ed elementi decorativi originari. È un edificio che di recente ha subito un accurato restauro sia esterno che negli interni e che si articola nelle zone comuni a pianterreno e in ottantotto tra camere e suites negli altri quattro livelli di costruzione. Il restaurant rooftop Sky Blu, con bar e piscina panoramica a volo d’uccello sulla Città Eterna, subito ti regala un’atmosfera rilassata e vacanziera. 

L’Aleph svela altre highlights, quali l’unica Cognac & Cigar Lounge a Roma, un ambiente raccolto e squisitamente maschile, dominato dal camino centrale, come il servizio di maggiordomo personale e l’Onyx Lobby Lounge and bar dal bancone in onice retroilluminato, dove concedersi un cocktail serale. La meeting room è capace di ospitare fino a cento persone, mentre il fiore all’occhiello è la spa, situata al piano sotto la lobby, dove il gym si cela appunto nel vecchio e suggestivo caveau della banca. Una zona totalmente devoluta alla cura di se stessi, grazie a massaggi e trattamenti che utilizzano i preparati Elemis, che inoltre permette di rilassarsi nella sauna o nella piscina interna. 

Inatteso e profumato di esotismo, infine, l’hammam, che in tutto e per tutto ricalca quelli della tradizione ottomana. L’illusione di un viaggio in oriente non potrebbe essere più tangibile.

 

alephrome.com

Haute Couture Meta-Moderna

DIOR HC
DIOR HC
MIA MORETTI IN DIOR
ARMANI PRIVE HC
ARMANI PRIVE HC
ELLIE BAMBER IN CHANEL
PENELOPE CRUZ IN CHANEL
VALENTINO HC
VALENTINO HC
FENDI HC
FENDI HC
FENDI HC
FENDI HC
GIVENCHY HC
GIVENCHY HC

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunaccia

 

In un mondo trasandato, in bermuda e flip-flop, mentre dilaga lo sport-streetwear, una domanda: chi può mettersi questa benedetta couture che costa cifre iperboliche e richiede una mistica definizione di stile e di interpretazione? Le prime file degli show non danno indicazione in merito.

Viene anche da chiedersi come mai, in totale controtendenza con le ultime scelte – poco ortodosse – che caratterizzano la nuova leva creativa alla guida delle grandi Maison, si avverte un generale ritorno all’heritage. Recupero di un’identità vista come racconto imprescindibile e workshop ideale. Negli ultimi anni, l’haute couture appariva forse più svincolata e sperimentale, laboratorio di alchimie e azzardi che forniva linfa vitale alla macchina onnivora del ready-to-wear. Cambio di scena: direzione meta-moderna con un sentore di nostalgia.

Coerente e contemporanea, la prova di Maria Grazia Chiuri da Dior. L’avvio su citazioni emblematiche del DNA del brand, dal ‘tailleur bar’ a certe quotation dalla poetica di Marc Bohan, per decenni creative director del marchio francese, trasposte in colori metallici impossibili da definire. Una suite di blu, nero, grigio antracite, che ricordava psicanalitiche profondità di Anish Kapoor, per concludersi su una tavolozza ciliegia, avorio e verde Nilo, in un gioco di specchi e geometrie fra le crinoline anni Cinquanta di Monsieur Christian e la ricerca del coevo Charles James.

Armani Privé, in novantasei modelli, accosta un rigore di costruzione e di taglio ‘molto Armani’ a un’esplosione di colori, specie nel motivo conduttore del rosa indiano, tradotto in gonne di piume e accumuli di tulle di spirito surrealista.

Karl Lagerfeld, chez Chanel, ridisegna con volumi puri e architettonici le silhouette à cloche e le tuniche dei primordi di Coco, immergendole in un blend di tweed e materie da capogiro, lungo una gamma distillata di grigi acqua, piombo e argento, fino a un azzurro palpitante, fatto di pigmenti e di cielo.

Per Valentino, Pierpaolo Piccioli prende una via teatrale, reinventa i capisaldi del proprio linguaggio e si abbandona con gesto grand opéra a volumetrie solenni, al taffetà, al mikado e a faille ipercromatici. Veste le sue eroine della Fronda e le sue Montespan di seta ciliegia, di broccati da etera e arancio ottico, di cloqué laminati bronzo, con andrienne aeree e atemporali, tra Corneille e Proust.

Tutt’altra musica per Fendi Couture, che rimane calata nel nostro tempo. Mosaici di tecnologie inattese, marabù e tulle miscelati a mongolia, cappe e palatine di lince bianco abbagliante, un arcobaleno di gradazioni che pulsa di albicocca, giallo limone, lavanda. Texture scavata o trompe-l’oeil. Linee che avviluppano il corpo in gabbie a graticcio, rigore neoclassico e marcato make-up Sessanta, occhi egizi e bistrati, un po’ Amy Winehouse, tacchi trasparenti e a rocchetto di calzature che mimano i lego della nostra infanzia.

Pitti report

PITTI 2018 - BONAVERI, A FAN OF PUCCI
PITTI 2018 - COLMAR
PITTI 2018 - CUCINELLI
PITTI 2018 - FRATELLI ROSSETTI
PITTI 2018 - WOOLRICH
PITTI 2018 - WOOLRICH
PITTI 2018 - TAGLIATORE
PITTI 2018 - CUCINELLI
PITTI 2018 - CORNELIANI
NUOVO STORE GIORGIO ARMANI - FIRENZE
PITTI 2018 - DORIANI
PITTI 2018 - DRUMHOR
PITTI 2018 - GALLO
PITTI 2018 - SERAPIAN

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Un giorno Pitti e Milano faranno team, e le giornate italiane avranno la priorità. Firenze e l’abbigliamento casual e di consumo – Milano e le case del lusso, reti monomarca. Al momento, Firenze cresce, Milano scende – ma le numeriche di American Express, trasversali rispetto al settore moda, danno il secondo in espansione rispetto al primo. Kiton, che solo di lusso vuole parlare, a Pitti non c’è da quattro anni, lasciando i due gemelli de Matteis a raccontare le linee sportive. Numeri, vendite e contraddizioni. Per gli stand, capi e accessori coperti di loghi, rincorrendo Vetements –  ma il logo è il sogno di ciò che non ci si può permettere di comprare. Tutti sognano, nessuno compra Vetmentes.

Da una parte lo streetwear, dall’altra la voglia di vestirsi come un Kennedy a Rhode Island. In un angolo sul lato, sono oggi seduti i Pitti Boys, superata è l’ostentazione in genere. Per chi ha vent’anni oggi, il digitale è scontato come l’aria: l’aria si respira sempre, e mica ci pensi. Non è più, e ancor più non sarà, una questione di selfie per ragazzotti disposti a tutto pur di fingere di essere famosi – vestirsi, in questa epoca di Balenciaga, è una sfida intellettuale sulla quale anche gli imprecisati millennials (semplicemente, i ragazzi più giovani) iniziano a cimentarsi. Pantaloni da rapper per gambe che ballano a Venice Beach, volumi che interagiscono con il corpo senza infastidirlo, i tessuti, grammatura e composizione, dopo un lavaggio o dieci, è argomento competitivo. In sintesi, come claim: si veste da figo chi ne sa di più.

Tra le voci più importanti del piano economico di ogni azienda di moda che si rispetti, c’è ricerca e sviluppo – e questo impegno, in particolare sulla moda maschile, a Pitti si può comprendere. Potrebbe essere uno dei motivi per cui le presentazioni di Firenze, dove si può toccare e studiare i tessuti e le confezioni, stanno prendendo piede rispetto al format di sfilata dove si rimane spettatori a distanza. Stefano Guadioso Tramonte ha spinto Corneliani sulla seta. Lino, cachemere, cotone sono mescolati a percentuali diverse con la seta: cambia la morbidezza, l’assorbimento del colore, la respirabilità, la luce. Lontano sul retro, fuori dal circuito principale, l’angolo di Sease: il progetto sceglie tessuti Loro Piana, in particolare il solaro, per lavorarli a un livello tecnico e impermeabile riferito al mondo della barca a vela. Si provano volumi e riflessi contro il sole e il grigio, da pensare in contrasto con il relax dello streetwear, presentando un’evoluzione di quanto Prada fece con Luna Rossa anni fa.

 


 

Riccardo Grassi annuncia un nuovo format, RG Man: metri quadrati con nuovi marchi sconosciuti. Woolrich si ispira al camouflage, in partnership con Goldwin – heritage americano e tecnologia giapponese. K-Way presenta una tela idrorepellente e antivento su cui sono disegnati i Caraibi con palme e pappagalli. Herno compie sessant’anni: un excursus storico sulle pietre miliari – dall’impermeabile ai capi Laminar – con l’installazione L.I.B.R.A.R.Y, acronimo di Let Imagination Break Rules and Reveal Yourself, nella Stazione Leopolda. Sebago – ex marchio americano, ora parte del torinese Basicnet (a cui appartengono anche Kappa e K-way) racconta le Citysides – i mocassini stringati si ispirano a James Dean, e le Docksides – la scarpa da barca dei paninari anni Ottanta, con variante in suede e tricolore. Giorgio Armani e la collezione nel nuovo negozio in via dei Tornabuoni. Cromatismi – la pavimentazione è diversa in ogni stanza, abbinata ai pannelli di seta delle pareti e ai tendaggi. Grigio, blu e verde smeraldo. Capelli brush back. Roberto Cavalli alla Certosa, a Firenze è nato questo marchio: Paul Surridge ha sbiancato il classico animalier – ma la sfilata è un déjà-vu, descrive cosa era la moda un tempo ma tace su ciò di cui si parla oggi. La fine di un’epoca – anche a Firenze non si trattava d’altro, l’altra sera alla cena di Brunello Cucinelli nel Tepidarium del Roster, (la serra più grande d’Italia costruita nella seconda metà dell’Ottocento): Tomas Maier, dopo diciassette anni, ha lasciato la direzione creativa di Bottega Veneta. @angelicarrara

 

Il «cubista» londinese Craig Green, Menswear Guest Designer della manifestazione, ha sfialto ai Boboli – prendendo poi parte anche a Moncler Genius, alla presenza di Hiroshi Fujiwara che ne è l’autore. La mostra Bonaveri a fan of Pucci – installazioni oniriche e ipercromatiche, mettendo insieme i petterns e i colori intensi del brand con un’armata di manichini, hanno invaso gran parte di palazzo Pucci, nella via omonima. Manichini intenti in mute conversazioni, danzanti in compost ginnici, addirittura incapsulati dentro bottiglie di profumo. Brunello Cucinelli rivisita le proporzioni di giacche e pantaloni con approccio più morbido e un fit vagamente anni Cinquanta e introduce sulla sua palette di greiges e beiges un inedito burgundy. Ermanno Daelli, a due passi da Palazzo Strozzi, ha attirato la nomenklatura locale, dal Sindaco Nardella fino a Renzi, per l’apertura del negozio di Scervino. Paltò di Luca Paganelli sovverte le linee classiche di parka ligi e impermeabili con graffiti urban culture. Druhmor incanta con i mischi di colori quasi poetici di lavorazioni e patterns minuti, impagina righe a forte contrasto, vibrazioni décalé e tartan sapienti, miscela cromie vivaci legate da toni di un rosa intenso, dal viola, dal fucsia. Un oggetto del desiderio è la sahariana-camicia seersucker del napoletano Finamore, che coniuga eleganza anglofila a una leggerezza e a un comfort sportivo, dando vita a giacche di freschezza assoluta off white, verdi, rosso papavero. @cesarecunaccia

Pitti Immagine Uomo, pittimmagine.com

Milano, Milano, Milano

BOB KRIEGER, VALENTINO ALTAMODA FOR HARPER'S BAZAR ITALIA, 1974
BOB KRIEGER, CAROL ALT FOR GUCCI, 1983
BOB KRIEGER, RUPERT EVERETT FOR GIANNI VERSACE, 1985

Text Cesare Cunaccia

 

«Eravamo come ubriachi di successo», afferma Bob Krieger: si riferisce all’esplosione del fashion italiano tra i Settanta e gli Ottanta, che ridisegna i connotati del capoluogo lombardo. Krieger, con il suo obiettivo così pulito e mai giudicante, con quel ponte tra estetica patinata, connotazione psicologica e glam da rotocalco che ha saputo costruire in modo libero e autonomo, ha ritratto molti dei protagonisti di questo periodo recente della storia italiana. Un epos che oggi ci appare paradossalmente lontano e datato. Eccole lì le sue fotografie, in bianco e nero soprattutto – ma anche a colori, come altrettante tessere di un mosaico che insegue un ideale classico di bellezza e decoro – che intessono un filo conduttore unitario. Una spiccata coerenza nel mettere insieme una pleiade di volti e differenti significazioni entro una medesima, poliforme comedie humaine. Bob Krieger documenta con partecipazione alterna, in una chiave di lettura molto caratterizzata, tra distacco, smalto allegorico e curiosità, figure nodali di vari milieu. Ci sono Ornella Vanoni, la signora scostante e irriconoscibile che recentemente ha saputo emozionare il palcoscenico di Sanremo, una morbida Valeria Marini all’apice del successo, il Presidente Cossiga e la giovanissima Simona Ventura. La Galleria comprende l’ironia feroce di Mariuccia Mandelli alias Krizia, con il marito Aldo Pinto, il guru dello stile Beppe Modenese – tra i primi a sostenere Krieger agli esordi – e l’editore e promotore culturale Leonardo Mondadori, con la sua fisionomia acuta e tormentata. Poi, Rupert Everett e Lucia Bosé, Indro Montanelli e Gerry Scotti. Non mancano protagonisti della moda, come Nicola Trussardi, Miuccia Prada e Raffaella Curiel, incisiva allure mitteleuropea e battuta rapida sferzante, occhi bistrati bizantini e gambe da danseuse. Quanto le assomiglia il suo ritratto! E ancora, i grandi amici Gianni Versace e Carolina Herrera, conosciuta a Caracas, Giorgio Armani, molte volte e in connotazioni differenti, Ottavio Missoni e Valentino, Calvin Klein e i dioscuri americani del mito, lo stilizzato Bill Blass e Geoffrey Beene.

Vibrava una dinamica di coesione, oramai definitivamente perduta, un’eruttiva voglia di mélange e di uscire da ranghi codificati. Si cercava di evadere da ruoli e recinti definiti e apparentemente invalicabili. Energia come un fiume in piena e anche eccessi e derive trash. Un’ondata eversiva che metteva insieme elementi, mentalità e provenienze, attitudini e concezioni sociali lontane. Tritatutto che frullava in un unico mixer cultura alta e bassa, un linguaggio nazional-popolare televisivo nuovo di zecca, personalità di spicco o effimere comete, scrittori-para-minimalisti e soubrette catodiche, burrose pornostar ed esponenti della politica. Soggetti e approcci all’esistenza e all’incidere sul reale, come in precedenza mai e poi mai avrebbero potuto e saputo convivere e confrontarsi. Un ventaglio di possibilità inaudite, la solita verve strapaesana e piaciona del Bel Paese che narcisistica si compiace di se stessa, ma che instaura inattesi rilanci internazionali, specie grazie al fenomeno del Made in Italy in piena parabola ascendente.

La borghesia meneghina, opulenta e spendacciona o mesta e sparagnina, di colpo è sferzata dall’arrivo di Andy Warhol in colloquio con Leonardo, che si ubriaca di bellezza sensuale con Gianni Versace e con le sue modelle semidee. Una borghesia miracolata come neanche a Lourdes grazie a Lady D, a Claudio Abbado alla Scala, al solito Strehler al Piccolo e alle orbite ipnotiche e pelviche del Boléro di Maurice Béjart. Questo che va dagli Ottanta ai Novanta, in fondo, è il tempo dell’osmosi, la tessitura di una trama iperpop onnicomprensiva e cangiante, una feria di affluenti o simil tali – morti di fama, li chiamava Marta Marzotto, trascinando le sue notti dal Nepentha di Milano – intanto, oltraggioso e pulp nasceva il Plastic in viale Umbria – al Tartarughino o al Gilda nella capitale. Erano i fasti di un Titanic impazzito e fantastico.

Un mosaico sociale e di attitudes che l’immaginario fotografico di Bob Krieger, come testimonia il volume Cento ritratti d’Italia, 1999, rende in modo calzante, al contempo epico e divertito, passando da patinate ispirazioni fashion a un suo stilema di portrait di vocazione anche ufficiale e rappresentativa. Basti pensare alla foto che cattura la maschera scolpita di rughe come cretti stupendi di Gianni Agnelli, il quale, come sottolinea l’autore, ci si riconosceva appieno. Fu voluta dalla sorella Susanna e immortala l’Avvocato in un gesto sospeso, di astratta marca militare, ripensando i suoi trascorsi di giovane ufficiale. Krieger ha aperto un territorio espressivo personale tramite la chiave della curiosità. Una curiosità mai manichea da eterno ragazzo, quella di uno super partes che in ogni caso si chiama fuori. Una visitor camera che osserva e scatta imparziale, ma che non resta in superficie. La Prima Repubblica e il suo empireo magnificamente picaresco di dignitari e boiardi di stato, di imprenditori rampanti e portaborse, di corrotti e corruttori, di nani e ballerine, sul finire dell’ottavo decennio del Novecento si incamminava giuliva verso la sua dissoluzione tangentiera, stordita e sorda a ogni richiamo, come l’aristocrazia francese prima dello scoppio della Rivoluzione. Catarsi finale, falò delle vanità nel divampare di una pira ideologica e di una gogna giudiziaria degna di Torquemada e dei suoi allegri inquisitori incappucciati.

A Milano, Bob arriva nel 1967 per non lasciarla più. Krieger, classe 1936, è stato corrispondente del New York Times per otto anni, ha collaborato con testate quali Vogue, Esquire e Harper’s Bazaar. Per tre volte ha avuto sue immagini sulla copertina di Time. Tra il 1970 e il 1975 è art director di Bazaar Italia. All’attivo ha grandi mostre, come quella all’Imago Art Gallery di Londra nel 2010 e la retrospettiva a Palazzo Reale di Milano l’anno seguente. Nell’epoca d’oro della rivista, quando costituiva un vero punto di riferimento per il costume, è stato in forza al settimanale Chi. «Negli Ottanta – racconta – lavoravo intorno a una figurazione più costruita e vorrei dire scultorea, mentre cercavo un contatto più diretto con la realtà, con il vissuto, scattando per esempio nel subway di New York. La femminilità di quel periodo era orgogliosa, esibita, prepotente. Spopolava la fisicità sensuale, tenera e sfacciata insieme, di Kelly LeBrock, divenuta universalmente celebre nel 1984, grazie al film The Woman in Red di Gene Wilder, mentre in Italia questa tipologia di trionfante icona sexy si incarnava in Carol Alt, nella brasiliana Dalma e in Clarissa Burt, che ho ritratto in un servizio dedicato a YSL. Erano sogni erotici collettivi, donne irraggiungibili. Il glam era ovunque, lo si avvertiva nell’aria e aggiungeva attesa e un’aura mitica agli eventi mondani e alle passerelle».

La prima passione fotografica di Bob Krieger scocca proprio per la moda. Fashion che subito lo affascina nei lontani anni Sessanta, i primi Sessanta per essere più esatti, quando ad Alessandria d’Egitto, la città cosmopolita e speziata in cui è nato nel 1936 e dove ha trascorso un’infanzia e una prima giovinezza che trascolorano nei toni di un romanzo orientalista, un bel giorno, all’Ibis Bar dell’Hotel Hilton, Bob, allora impegnato in un’attività nel tessile per Dupont de Nemours, per puro caso si imbatte in una donna meravigliosa, protagonista di uno shooting per Revlon, in manteau Capucci rosa shocking. Una folgorazione sulla via di Damasco che gli cambierà la vita per sempre. «Iniziai così tre anni di apprendistato tecnico tra Svizzera e Germania, per poi decidere di installarmi a Milano, allora in piena metamorfosi, anche se la destinazione più ovvia per me sarebbe stata Parigi».

È anche vero che ogni cosa ha una fine – ma dov’è finito mai quel tutti insieme appassionatamente tanto Ottanta, quella specie di macroscopico Studio 54 allargatosi a dismisura, travalicando perfino l’intimità di notti magiche, dissennate e pulsanti? Quanta forza vitale, quanto stravagante e fervido coinvolgimento, quanta modernità anche camp, si produceva in quell’epoca tanto dissennata e progettuale. Gianni De Michelis, grondante e boccoluto, danzava travestito da sanculotto con Camilla Nesbitt in miniskirt verde acido Alaïa, con Elton John e Laura Cherubini, nell’androne di Ca’ Barnabò a Venezia, laddove, tra salotti patrizio-culturali, intermittenze del cuore e valzer di alcove, iniziava l’inesorabile chanson de geste sgarbiana.

Marta Marzotto, grande odalisque romana, sui Lungotevere in festa cantati dai Matia Bazar sanremesi, tesseva sontuosa l’ennesimo compromesso storico e di seduzione poligonale, distesa su ottomane a palme tropicali nella fatata residenza al Pincio. Marina Ripa di Meana festeggiava i suoi primi quarant’anni con i fedeli Moravia e Parise, complice il grande carisma e il cinismo malinconico di Bettino Craxi. Il potere logora chi non ne ha, dichiarava profetico Giulio Andreotti. Borges si perdeva a Capri, con Adolfo Bioy Casares e la pitonessa del contemporaneo dagli occhi di smeraldo, Graziella Lonardi Buontempo. Pier Vittorio Tondelli scandisce il 1980 pubblicando Altri Libertini, per poi regalare favole postmoderne alla riviera adriatica della trasgressione disco balneare. Cadeva il muro di Berlino, ma forse l’Italia del bengodi se ne accorgeva poco. Il terremoto flagellava Napoli e l’accoppiata Jo Squillo-Sabrina Salerno gorgheggiava militante «oltre la gambe c’è di più». Perfino la stampa gossippara sembrava più bella, aveva un suo vero senso. Milano, soprattutto, brillava di una luce forse irreale e bruciante, cercava di corrispondere all’epica esagerata e noir di Sotto il vestito niente, in un fuoco d’artificio di creatività, di glamour e cocaina.

L’esistenza di Bob Krieger è piena di aneddoti e incontri. Vede la luce alla metà dei Trenta ad Alessandria d’Egitto, enclave dall’imprinting ellenico, orientale e francesizzante, in una famiglia colta, padre di nobili origini tedesche, mentre la madre, un cardine nodale nella sua educazione, anche per l’amore costante per la moda, per il verbum di Yves Saint Laurent e connessa con la scena culturale e creativa parigina, discende dall’ottocentesco pittore napoletano Michele Cammarano. «Il mio nome, Bob, era il nickname del mio padrino, un alto ufficiale coloniale britannico amico dei miei genitori. Ho conosciuto la coda di quel milieu locale dalle venature internazionali che aveva espresso Kavafis. Vivevamo come espatriati di lusso, in uno shangri-la di rituali e di suggestioni. Da bambino prendevo lezioni di equitazione presso un club ippico, l’Étrier, dalla principessa Iolanda di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro, i monarchi italiani esuli in Egitto. Amazzone severa e irascibile, con scatti addirittura violenti. Quelle atmosfere sono indelebili dentro di me. Credo si esplicitino nel mio occhio di fotografo. Sono un esteta.Vedo cose che forse gli altri non riescono a vedere, seguendo una sfida, un confronto probante. L’opera di Michelangelo, il David per esempio, il suo plasticismo dinamico e volumetrico, è un riferimento basilare e irrinunciabile. Klimt è un altro dei miei maestri. Milano mi ha accolto ed è diventata il mio luogo. Ne ho narrato storie e personalità, sensazioni e famiglie. Dino Fabbri mi invitò a ritrarlo, era alla fine degli anni Settanta, ma prima dovevo capire quale fosse il suo modo di vivere, testare la sua filosofia nel concepire l’esistenza. Fabbri era ‘larger than life’. Partimmo dagli stabilimenti milanesi della casa editrice di buon mattino. Mi ricevette al sole su un tetto a terrazzo davanti al suo ufficio, nudo e abbronzatissimo. Un cameriere impeccabile gli serviva la colazione. Con il suo aereo privato volammo a Parigi. Qui, a Le Bourget, una Rolls nera era pronta ad attenderci sulla pista. Una sosta nella dimora di Versailles colma di opere d’arte e di arredi principeschi e poi di nuovo in volo per la Costa Azzurra, per raggiungere lo yacht di Fabbri, dove campeggiavano dipinti di Matisse e Picasso. Allora pensai fossero falsi, mi sembrava folle. Invece era solo uno che era riuscito a trasformare la propria vita in capolavoro».

Le foto di Bob Krieger, bobkrieger.com

L’Atene di Panas

Text Cesare Cunaccia

 

Panas Group, ad Atene, ma anche in tutta la Grecia e sulla scena internazionale, significa ormai una definizione di alta ospitalità e qualità di location uniche sotto ogni profilo, sia estetico che qualitativo. Una realtà in crescita costante che conta aficionados A List quali il couturier Valentino ­– cui è dedicato uno speciale dessert da Zonars – con Giancarlo Giammetti, Mariah Carey e Tommy Hilfiger, i divi della canzone greca Anna Vissi e Sakis Rouvas. Poi artisti come Jack Pierson e il collezionista e mecenate del contemporaneo Dakis Joannou.

Chrysanthos Panas, con il fratello Spyros, ha varato quest’avventura che negli anni si è arricchita di tessere diverse e significative. Sono i Panas e la loro visione peculiare, coloro che si celano dietro vere e proprie istituzioni della Capitale ellenica, come il Salon de Bricolage a Kolonaki o l’iconico Zonars, bar/restaurant prediletto dell’intellighenzia locale e della borghesia più colta nella prima metà del Novecento, di recente reinventato con gusto sofisticato e design updated in una trasversale del cuore cittadino, Piazza Syntagma.

Chrysanthos, giovane collezionista d’arte, sempre sorridente e cosmopolita, con la moglie Elena Syraka, affermata jewel designer, è divenuto uno dei veri anfitrioni dell’Atene contemporanea e sostenitore di eventi culturali quali Manifesta. Con Spyros, il fratello, è stato tra i maggiori fautori del revival della Athens Riviera, una costa meravigliosa appena a una manciata di chilometri dalla capitale ellenica. Qui, affacciato sul mare dell’Attica a Varkiza, vent’anni fa ha dato vita al club-bar-restaurant Island, un luogo perfetto per un drink al tramonto, per un dinner sushi, greco o fusion, o per trascorrere una notte estiva immersi in un soundtrack favoloso. E l’estate ateniese, contateci, pare proprio non finire mai e si allarga a buona parte del nostro autunno.

Una trama ordita dal fato

CHANEL PARIS-HAMBURG 2017/18 - METIERS D'ART CAMPAIGN BY KARL LAGERFELD
CHANEL PARIS-HAMBURG 2017/18 - METIERS D'ART CAMPAIGN BY KARL LAGERFELD
CHANEL PARIS-HAMBURG 2017/18 - METIERS D'ART CAMPAIGN BY KARL LAGERFELD
CHANEL PARIS-HAMBURG 2017/18 - METIERS D'ART CAMPAIGN BY KARL LAGERFELD
CHANEL PARIS-HAMBURG 2017/18 - METIERS D'ART CAMPAIGN BY KARL LAGERFELD
CHANEL PARIS-HAMBURG 2017/18 - METIERS D'ART CAMPAIGN BY KARL LAGERFELD
CHANEL PARIS-HAMBURG 2017/18 - METIERS D'ART CAMPAIGN BY KARL LAGERFELD

Text Cesare Cunaccia

 

Tra la Maison Chanel e gli universi dell’espressione artistica, vi è un legame privilegiato: il ricamo. Broderies – ornati fluidi e narrativi, oppure geometrici e astratti, realizzati con filo d’oro e d’argento brunito per appannarne l’eccessiva brillantezza, arricchivano gli abiti di Mademoiselle fin dagli albori della sua parabola nella moda.

Il capitolo Kitmir sembra una trama ordita dal fato. Kitmir è la manifattura di broderies che dal 1921 e per vari anni è partner di Gabrielle Chanel. Dietro questo nome – si riferisce a un leggendario cane dell’antica mitologia persiana – si cela la granduchessa Marija Pavlovna, sorella del Granduca Dmitrij Pavlovič Romanov, che fu l’amante di Coco e tra i congiurati che assassinarono Rasputin a Palazzo Moika, a San Pietroburgo, nella nevosa notte del 30 dicembre 1916. Marija e Dmitrij, appartenenti alla famiglia imperiale russa, sono forzatamente esuli dal loro Paese, dove si era instaurato il governo bolscevico a seguito della rivoluzione del 1917. Una fiction ricamata sull’arazzo della storia.

Da Chanel, broderie significa Lesage e Montex – due realtà parigine inimitabili per tradizione e maestria, per capacità di sperimentazione tecnica e ricchezza degli archivi, rappresentata da decine di migliaia di cartoni che in parte risalgono al XIX secolo. Dai loro atelier escono meraviglie: ricami a filo e in 3D, scobidoo con pietre, cristalli, carta, legno, latex, conchiglie, raffia e cemento. Sono parte integrante di quei Métiers d’art chez Chanel che forniscono linfa al talento di Karl Lagerfeld, in un rapporto di osmosi creativa. Un dialogo continuo al centro della collezione Paris-Hamburg 2017-18, dove l’apporto del ricamo è più che mai presente.

Lesage e Montex, grazie alle mani delle loro maestranze, hanno ripreso i colori del mare del Nord, i profili dei container del porto mercantile amburghese e l’architettura dell’edificio in cui si è tenuto lo show, la Elbphilarmonie. Un mood che le immagini fotografiche realizzate da Karl Lagerfeld, con la loro atemporale e misteriosa nostalgia anni Trenta, hanno saputo catturare pienamente.

Chanel.com

Métiers d’art Paris-Hamburg collection, chanel.com/paris-hamburg-2017-18

Maison Lesage, lesage-paris.com

La XVI Biennale di architettura

ARSENALE - PHOTO BY ANDREA AVEZZÙ
CRIMSON
CINO ZUCCHI
VO TRONG NGHIA
MIRALLES TAGLIABUE
CARUSO, ST JOHN
CARUSO, ST JOHN
VENUES
ARSENALE OVERVIEW, PHOTO BY ANDREA AVEZZÙ
CORDERIE, GIULIO SQUILLACCIOTTI

Text Cesare Cunaccia

 

Una Biennale dell’architettura, questa sedicesima edizione della mostra veneziana, che delinea una mappatura via dell’epoca in radicale cambiamento in cui viviamo. Architettura come dibattito principe dello Zeitgeist, attraverso una scelta curatoriale – quella delle irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNamara – sì rigorosa, ma anche luminosa, venata di humour. Libera concettualmente. Non a caso la tematica prescelta portava il titolo di Freespace, con tutto quanto ne consegue, a partire da un mantra significativo: «Freespace rappresenta la generosità di spirito e il senso di umanità che l’architettura pone al centro della propria agenda, incentrando l’attenzione sulla qualità stessa dello spazio». A differenza dei presagi di dissoluzione che attraversano l’arte di oggi, qui l’accento viene dato a una fiducia che spalanca il futuro e alla capacità del pensiero dell’architettura di soddisfare desideri inespressi e spinte oniriche, quanto di enfatizzare i doni offerti dalla natura. 

Caldo torrido e sole ferragostano. E se la temperatura mondana sta salendo alle stelle anche in questo appuntamento un tempo appannaggio dei soli addetti ai lavori, imperversano ancora i vecchi birkenstock con calzino – sdoganati pure dai fashionistas – e i passeggini per infanti acculturati che intasano le navate delle Corderie e i tondelli all’ingresso. Immergendosi nel tour biennalizio si può abbracciare una felice libertà immaginaria, proiettata tra passato, presente e futuro, con un approccio in apparenza poco programmatico e di autentico scambio, anche emozionale. 

Bello il Padiglione Centrale ai Giardini, forte di un mosaico variegato cui contribuiscono assi come Peter Zumthor, David Chipperfield e Odile Decq, oltre all’omaggio a Caccia Dominioni, realizzato da Cino Zucchi e alla poetica installazione del cinese Amateur Studio. Le estetiche si incrociano attraverso le scelte nazionali. Dalla Confederazione Elvetica, vincitrice del Leone d’Oro con Svizzera 240: House Tour, che celebra la calvinista promessa dell’immagine disadorna e quasi astratta di un eterno domestico, indicandone la controparte teatrale, al valore di mediazione e dialogo incarnato da In Statu Quo. Structures of Negotiation, proposto dal Padiglione di Israele fino all’onirico e compatto blu Klein dei giovani belgi di architecten de vylder vinck tallieu, che hanno conquistato il Leone d’Argento. 

Menzione speciale al Regno Unito per Island – curators Caruso St Joh Architect e Marcus Taylor, che hanno voluto un rifugio o esilio edenico sul tetto terrazzato del padiglione, nascosto da impalcature e lasciato vuoto e pieno di echi, creando un luogo d’incontro e una presa di vista su Venezia, sui Giardini e sull’area di Sant’Elena. Leone d’Oro alla carriera al britannico Kenneth Frampton e ancora un Leone d’Oro quale migliore partecipante, al portoghese Eduardo Soto de Moura, alle Corderie dell’Arsenale come i graffismi mozarabico-pop di Benedetta Tagliabue Miralles e a Andra Matin, Indonesia, altro premio speciale con RMA Architects di Mumbai e Boston. La vera sorpresa è stato il varo del primo Padiglione del Vaticano, sull’Isola di San Giorgio, inaugurato in uno spolvero di porpora e tonache eccellenti, capitanato dal cardinale Ravasi. Dieci progetti di cappelle affidati ad altrettanti archistar, tra cui Norman Foster, Francesco Cellini , Smiljan Radic e Eduardo Souto de Moura. A settembre in Laguna ci sarà un grande evento di found raising per poterle tradurre in vera architettura. Che sia una risposta cattolica di forte contemporaneità versus l’estetica halloween del Metgala?

La Cupa

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

La Cupa (Fabbula di un omo che divinne un albero), più che una forte e sconvolgente esperienza teatrale è una specie di incubo collettivo, uno psicodramma implacabile e catartico. Quasi un autodafé, una rappresentazione mozzafiato che ha fatto irruzione come un terremoto nel teatro San Ferdinando di Napoli, deflagrandone la dimensione e costringendo gli spettatori a farsi inghiottire dal rimoto folle e centrifugo di quanto avviene intorno a loro. La Cupa, ossia la cava, il luogo-non luogo dove tutto si svolge e si incrociano esistenze, segreti spaventosi e maledizioni parossistiche, è un’opera in due parti del napoletano Mimmo Borrelli, cui si devono versi, canti, drammaturgia e regia. Borrelli inoltre vi interpreta il ruolo centrale di Giosafatte ‘Nzamamorte. È una riflessione sulla difficolta della condizione di padre che determina lo ‘svango’, lo svuotamento, ossia il passaggio tra la definizione della maternità che connotava la precedente Trinità dell’acqua, compiuta dall’autore tra il 2003 e il 2006. «Questo è uno spettacolo che racconta una deriva e che apre – afferma Borrelli, che vi si moltiplica quale antropologo e regista, come poeta, drammaturgo e attore – la mia Trinità della terra, pianeta che viene risucchiato nel vuoto delle coscienze e della memoria del nostro tempo». La lingua che usa è quasi incomprensibile, tagliente e oscura. È di matrice flegrea e vulcanica, come uscisse dal magma incandescente. Risulta ipnotica, non ti dà mai tregua, ti trascina dentro il vortice di versi, di suoni e di rumori tellurici, barbarici e originari. Dal testo affiorano tematiche spaventose, quali la violenza sulle donne e i minori, la pedofilia e gli orrori della Terra dei fuochi. Il tutto è sospeso in una cronologia insieme ancestrale e futura, in un’azione teatrale che mette insieme il fato della tragedia greca con il Shakespeare più noir, il sanguinario delirio di Marlowe con Beckett e il Pasolini di Medea e Edipo Re. Compagnia eccezionale. Complici le bellissime e dinamiche scene di Luigi Ferrigno, i costumi di Enzo Pirozzi e le livide luci di Cesare Accetta.

Al Teatro Stabile di Napoli, 10 aprile – 6 maggio 2018

teatrostabilenapoli.it

Fendi per Caravaggio – un atto d’amore per Roma

St Jerome, 1610, Galleria Borghese, Rome

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Una vicenda di mecenatismo romano, uomini proiettati in una dimensione di avveniristica sfida culturale che, tra la fine del Cinquecento e il primo decennio del secolo successivo ha concorso allo sviluppo della carriera e della fama di Caravaggio. Sono il cardinale Francesco Maria del Monte, Tiberio Cerasi, Matteo Contarelli, il marchese Vincenzo Giustiniani, un banchiere di origine genovese e il fratello cardinale Benedetto; sono i Borghese, specie l’onnivoro Scipione, l’inventore di quello scrigno di tesori che è la palazzina incastonata nella Villa familiare sul Pincio. Oggi la Maison Fendi si riannoda a questo solco di apertura culturale.

Fendi, nella convinzione che la bellezza debba essere testimoniata e diffusa, prosegue infatti nel suo itinerario di mecenatismo avviato con il restauro della Fontana di Trevi nel 2015 e continuato con interventi di ripristino e manutenzione delle principali fontane capitoline, seguito dall’apertura al pubblico del Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR e da un ventaglio di mostre quali la personale di Giuseppe Penone, la recente Fendi Studios e, ultima cronologicamente, la rassegna dedicata a Gian Lorenzo Bernini alla Galleria Borghese. «La Borghese è il Museo romano per antonomasia. Di fatto nessun’altra tra le istituzioni cittadine riflette con tanta evidenza le qualità artistiche dell’Urbe, la sua complessa stratificazione di fasi storiche e stilistiche», sottolinea Pietro Beccari, Presidente e Amministratore Delegato di Fendi, forse al suo ultimo atto ufficiale a Roma, essendo stato, nel frattempo, nominato CEO della Maison Dior.

Boy with a Basket of Fruit, 1593, Galleria Borghese, Rome

La Galleria Borghese di Roma custodisce il corpus pittorico più consistente e cronologicamente meglio rappresentato di Caravaggio, ovvero sei dipinti. Qui avrà vita e sede il Caravaggio Research Center. Un progetto fervido, ideato da Anna Coliva, direttrice della Galleria Borghese e ancora sostenuto dall’attenzione di Fendi.

Il Caravaggio Research Center prevede la creazione di una piattaforma digitale capace di delineare una banca dati online relativa all’artista, una fonte di informazioni e aggiornamenti bibliografici, documentari, archivistici, filologici, storiografici, iconografici, dotata di un corredo diagnostico in forma digitale. Il piano di lavoro punta sulla costituzione di un centro di studi, di diagnostica e ricerca artistica su Caravaggio e sulla sua opera, che diventi il più completo esistente, in modo da porsi quale riferimento primario e insostituibile per ogni dinamica di indagine caravaggesca a livello mondiale. Per divulgare un tale innovativo slancio di ricerca e la portata di assoluto riferimento del centro, la Galleria Borghese e Fendi hanno concepito un mosaico espositivo sull’artista che nel corso di tre anni. Prima tappa, dal 21 novembre scorso, al Getty Museum di Los Angeles, dove si sono potute ammirare tre opere di Caravaggio provenienti dalla Galleria Borghese: il San Girolamo, il Giovane con canestro di frutta e il David con la testa di Golia.

La validità scientifica delle attività svolte dal Caravaggio Research Institute è assicurata da un Comitato Scientifico che comprende professionalità prescelte tra le figure di eccellenza nel campo degli studi caravaggeschi, al fine di renderlo un valido strumento a uso degli specialisti del settore per una corretta lettura attributiva. Saranno avviati partenariati scientifici con ogni museo, pinacoteca, fondazione, chiesa e collezione privata che ospita nel mondo opere di Caravaggio, dando vita a un network di collegamenti nazionali e internazionali. «Se è vero – afferma Anna Coliva – che il progetto è rivolto soprattutto a storici dell’arte, restauratori, conservatori, professionisti museali, diagnosti, storici, studenti universitari, prende un’importanza particolare il coinvolgimento nelle varie fasi di raccolta e analisi dei dati un cospicuo numero di giovani ricercatori. Gli studiosi potranno accedere alla banca dati attraverso livelli e modalità di consultazione anche personalizzate. Il CRI si pone quale collettore ultimo di un organismo inter-istituzionale, il suo formato digitale offrirà l’opportunità di una conoscenza sinottica e integrata di dati che altrimenti, svolti in senso lineare e consecutivo, mancherebbero di esattezza e densità».

Il database caravaggesco permetterà di conoscere per ciascuna opera, in tempi rapidissimi, foto, tecnica esecutiva, datazione, dimensioni, provenienza, mostre in cui sia stata esibita, bibliografia, scheda sulla storia conservativa, immagini e reports scritti su molteplici esami diagnostici, nonché la data dell’ultimo aggiornamento effettuato. «Il Caravaggio Research Institute – conclude Anna Coliva, enucleando un approccio che viene da definire in controtendenza – intende reintrodurre nei musei la ricerca più avanzata per farne dei produttori di cultura e non solo dei ‘mostrifici’. C’è anche una similitudine d’intenti, perché Fendi è una Maison che ha basato la sua espressione creativa sulla ricerca dei materiali, sulla qualità e sull’apporto tecnico».

Boy Bitten by a Lizard, 1593–94, National Gallery, London

Dioniso non elargisce il suo carisma in assenza di una spinta di insofferenza anarcoide e di un grido lancinante di ribellione. Michelangelo Merisi, il Caravaggio, rappresenta in assoluto questo ossimoro-connubio. Da qui deriva la adamantina atemporalità ed emerge quell’ineluttabile vibrazione che distingue il suo fare di artista fin dal suo primo apparire, alla fine del Sedicesimo secolo. Caravaggio parla un idioma abbagliante. Il tempo cui appartiene, travagliato da guerre, da pestilenze ed eresie, in fondo assomiglia al nostro, vieppiù dominato da una medesima ansiosa inquietudine del domani. Epoca di passaggio, specchio di immagini sibilline, distorte e tremendamente reali. Caravaggio sfida ogni databilità: ha precorso il cinema, si pone quale frontiera contemporanea naturale e in perenne incremento e ridefinizione nei codici. Uguale a se stesso, per cambiare ogni istante. Iconico, contro ogni ieratica staticità d’icona. Mitico, nel furibondo sottrarsi a qualsiasi categorizzazione. Dioniso è in lui, ne accompagna il percorso e la catalizzante rivoluzionaria valenza energetica. Talento, è il caso di dirlo, Caravaggio ne aveva da vendere. Non riusciva nemmeno a gestirlo, questo flusso medianico e dionisiaco di creatività ed energia al calor bianco. Una nevrosi che lo possedeva e lo perturbava come una magmatica kundalini in agguato, come un demone infocato.

La sua storia è un picaresco romanzo d’avventura e di morte, cha trasformato questo pittore lombardo nel più autentico prototipo del maudit. Michelangelo Merisi emana una radiazione pittorica che scaturisce dal terroir culturale della Milano borromaica. Comincia quale allievo del tardo-manierista lombardo Simone Peterzano, si misura probabilmente per esperienza diretta con il primato artistico della Venezia cinquecentesca. Esplode come dinamite nella sperimentale Roma seicentesca e poi nella Napoli vicereale asburgica.

Caravaggio, secondo il biografo Bellori «d’ingegno torbido e contenzioso», è l’antesignano di Rimbaud e di Baudelaire, il vero predecessore di Van Gogh, di Modigliani e di Jean-Michel Basquiat. Ha sdoganato ogni eccesso sessuale e comportamentale, ogni deriva auto-distruttiva connaturata alla sfera dell’arte e della creazione e sospesa tra violenza ed estasi, tra tormento interiore e misticismo. Derek Jarman, regista inglese di omosessualità militante, nel 1986 gli ha dedicato un film dalla smaltata portata estetica che, oltre all’immaginario artistico, ne ripercorre e ridisegna liberamente i contraddittori risvolti erotici e la tormentata relazione con la cortigiana Lena. Controversa fu per Caravaggio la liaison con Fillide Melandroni, che sfocia alla fine di maggio del 1606 nell’assassinio del rivale Ranuccio Tomassoni durante una partita di pallacorda in Campo Marzio. Un fatto di sangue che gli valse la condanna a morte per decapitazione, cui Michelangelo si sottrae fuggendo dall’Urbe sotto la protezione del principe Filippo I Colonna, che gli diede asilo nei suoi feudi di Marino, Palestrina, Zagarolo e Paliano.

David with the head of Goliath, 1606-07, Galleria Borghese, Rome

Una vita folle e itinerante, quella di Caravaggio, senza pace possibile, all’ultimo respiro e tarantolata da un destino livido e implacabile. Duelli al coltello e agguati, processi e detenzioni, debiti e querele, un susseguirsi di risse e malattie misteriose, vergognose, un feuilleton di passioni amorose sfrenate e letali, con donne o uomini che fosse. Aspri contrasti e incomprensioni con i committenti e un milieu bohémien di bari e prostitute, nelle tenebre di una notte fra osterie e anfratti archeologici. Paria sociali, bohémiens e marginali che assurgono a principali attori della poetica pittorica di Michelangelo Merisi, quando impersonano santi proletari dai piedi lerci scesi nel fango delle strade romane e carnali madonne, impudenti e popolane, eppure sublimi. La luce caravaggesca è un miracolo salvifico e insieme pozione magica: accarezza i volumi, li estrae dalla tela, incardina e definisce la composizione e la liturgia della narrazione, apportandovi un senso di sovrannaturale che travalica la stessa prosaica realtà oggettiva che pretende di rappresentare. Scene evangeliche che rammentano gli autos sacramentales di Calderón de la Barca, dramma psichico e fluttuante, metafisica sospesa e corriva. Bacco come un bulletto di periferia del Tiburtino III uscito da un frame di Mamma Roma, la canestra di frutta è una natura morta comunque viziata da una vibrazione implosiva e mortifera. Materia di pittura per Peter Greenaway, navigatore di flutti barocchi, concitato e freddo ermeneuta cinematografico di arcani maggiori e minori.

L’avventura di Malta e il rapporto con l’Ordine ospedaliero e cavalleresco che ne porta il nome, termina in un carcere, quello di Sant’Angelo a La Valletta, da cui Merisi riesce a fuggire fortunosamente il 6 ottobre 1608. Eccolo rifugiarsi stremato a Siracusa, inaugurando l’estremo lembo della sua carriera, con il chiaroscuro sempre più drammatico e inquietante e le ossessioni macabre di un linguaggio che deflagra in espressionismo disperato, mentre la febbre entropica del cupio dissolvi si fa incalzante. Delitto e castigo, ogni possibile ereticale colpo di scena, pure la longa manus del perdono papale da parte di Paolo V Borghese, forse ispirato da grandi casati alleati sull’asse dinastico tra Roma e la Lombardia ispanica, ossia i Borromeo e i Colonna, o dalla bramosia collezionistica del cardinal ‘nepote’ Scipione. È tardi però, per arrestare questa fatidica corsa verso l’abisso. Fino all’ultimo atto, mai del tutto chiarito, quello della sua morte, misteriosa e parossistica, il 18 luglio 1610, sulla spiaggia di Porto Ercole, degna di una pagina di Pasolini o delle lancinanti allucinazioni e dei flashes di sincopata memoria che attraversano il plot di Improvvisamente l’estate scorsa di Tennessee Williams.

La madre di Caravaggio è sempre incinta, così si intitola un corrosivo pamphlet di Tomaso Montanari del 2012, che racconta alcune di quelle bufale e scoperte fasulle che oggi, di tanto in tanto, fanno scalpore nel mondo dell’arte rimbalzando sui media. Innumerevoli e improbabili risultano in specie le attribuzioni e quei fortuiti ritrovamenti che, regolarmente, vengono collegati all’opera di Michelangelo Merisi, invero piuttosto esigua nel novero dei dipinti autografi rimasti. Toccare Caravaggio e l’intero immaginario che si porta cucito addosso, è un po’ come sconfinare in un’area sacra, come infrangere la consistenza ieratica e ortodossa di un totem. Intanto, nelle sale italiane, è appena uscito il film d’arte Caravaggio – L’anima e il sangue, un excursus narrativo e visivo attraverso i luoghi in cui l’artista ha vissuto e quelli che ancora oggi custodiscono alcune fra le sue opere più note.

Valentino manierista

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

È come una dichiarazione: basta con il cool a tutti i costi, riprendiamoci lo chic. Vissi d’arte, l’aria della Tosca si ripete quale frammentato refrain nei saloni dell’Hôtel Salomon de Rothschild. La collezione di Pierpaolo Piccioli delinea una meditazione sul tema dell’alta moda, un libero compendio dei codici più ortodossi: dalla vocazione geometrica di don Cristóbal e da plastiche strutture tessili di Monsieur Yves, fino alle flessuose metamorfosi zen di Issey Miyake. Volumi possenti e aerei, forme smaterializzate costruite di colori imprendibili. Quelli del manierista fiorentino Jacopo Pontormo, bizzarramente chiamato Andrea nel pamphlet della sfilata (!). Una palette rubata alla Deposizione amata da Pasolini, ispirata alla Visitazione di Carmignano, laboratorio di cromie pittoriche anti-naturalistiche fino all’alchimia. Il gioco lambiva l’architettura-colore di Barragan e la stilistica patrizia di Charles James. Rivisitava – forse – i binomi e le triadi cromatiche metafisiche di madame Grés, sottolineate da obi di impeto barocco. Macro-imprimé floreali e rouches come onde, verde Peridot e Veronese. Un rosso geranio e quello lampadina Valentino, miscelato con ghiaccio e azzurro bronzinesco. Taffetas, organza, crêpe de Chine, pizzi, strati di tulle e moiré, trame di intarsi e maxi volant sovrapposti. «È ora di ridare glamour alla moda, all’haute couture soprattutto», affermava Giancarlo Giammetti in backstage – menre dal moodboard gli faceva eco Audrey Hepburn, soffusa in un origami serico a petali frementi dei tardi Sessanta uscito dall’atelier di Piazza Mignanelli. I cappelli di piume di Philip Treacy sembravano meduse oniriche e sfrangiate, o crisantemi imperiali japonisant, mentre l’en-tête della cappa teatrale oversize Giada, giocava con il fantastico. In prima fila, Donatella Versace, Olivia Palermo, Adriana Abascal e Kate Hudson. Peccato mancassero Pauline e Marie-Hélène de Rothschild, Jacqueline de Ribes e Lisa Fonssangrives, loro sì che avrebbero compreso questa esercitazione di allure sartoriale.

Courtesy of Press Office
valentino.com – @maisonvalentino

NYX Milan

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Il suo nome si riferisce alla divinità ellenica della notte, il NYX Milan è un albergo inatteso e innovativo nel suo concept, nato in piazza IV Novembre da meno di un anno. Un hotel che offre svariate esperienze secondo un approccio diverso ed emozionale, contemporaneo e coinvolgente. Trecento camere su dodici piani di un edificio razionalista, noto come ex-palazzo Philips, al centro di una zona del capoluogo lombardo oggi investita da un forte vento di trasformazione. Dalle finestre dei diversi livelli diventa tangibile la metamorfosi continua che caratterizza Milano, si abbracciano gli edifici sempre più alti che ne disegnano lo skyline e che incastonano la vicina mole architettonica primo Novecento della stazione centrale.

NYX fa parte del Gruppo Fattal e costituisce la prima di una serie di nuove realtà alberghiere, dieci per l’esattezza, che verranno inaugurate nelle principali città italiane nei prossimi tre anni. Balza agli occhi la connotazione urban arsty, matrice che tramuta la struttura interna in una sorta di galleria diffusa affidata a street artist che hanno fatto la storia del writing internazionale. Peeta, Joys, Jair Martinez, Yama 11, tra gli altri, hanno lavorato site specific sull’arco di tre mesi in un incessante parabola di aggiornamento. Segni ed espressioni vibranti di contemporaneità che, fin dall’ingresso, diventano preponderanti, così come accade nel patio outdoor dominato dai murales di ventotto metri di altezza realizzati da Vesod, nelle colonne con i quarantacinque gradi di Joys e per la parete affrescata da Peeta e Yama 11.

La proposta di ospitalità NYX è lontana da cliché consolidati. Dai tour guidati, per scoprire le forme di urban art di una Milano quasi insospettabile, al tatuatore on demand. Da trucco, parrucchiere ed estetista in camera, fino alla ricerca di cucina del Clash restaurant, imperniata su uno street food miscelato a inserti vegani e vegetariani. Nei mesi a venire quest’ attitude metropolitana e giovane di NYX, verrà arricchita da ulteriori escursioni nell’attualità, con il cinema e lo yoga sul rooftop e un fuoco d’artificio di mostre ed eventi dedicato a linguaggi e sperimentazioni espressive del terzo millennio.

NYX Milan

Piazza Quattro Novembre, 3 – Milano

02 2217 5500

Images courtesy of NYX Hotel
nyx-hotels.it/milan – @nyxmilan

Waldorf Astoria

La scalinata del Rome Cavalieri Waldorf Astoria

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Lo scalone a doppia rampa ellittica domina il finale a sorpresa dell’episodio Eritrea di Luigi Comencini, nel film collettivo La mia Signora, del 1964, che esalta la misterica allure di Silvana Mangano, protagonista anche degli altri quattro episodi, diretti da Mauro Bolognini e da Tinto Brass. Protagonista quei ruggenti anni Sessanta, il periodo del boom, il Rome Cavalieri Waldorf Astoria fu costruito su progetto di Ugo Luccichenti, Emilio Piferi e Alberto Ressa, con una collaborazione di Pier Luigi Nervi. Il nome Cavalieri intendeva rendere omaggio a quegli antichi cavalieri che giungevano nella Città Eterna dalla via Francigena e che da questi spalti collinari, dove si fermavano per fare riposare i loro destrieri prima di accedervi.

Non è un dato comune il poter vivere un’ospitalità in colloquio diretto con splendori artistici di tale impatto: una collezione di pezzi che idealmente prende vita con i pittori del Cinquecento e barocchi per spingersi fino a quelli del Novecento e del contemporaneo. Vetri Gallé e costumi teatrali di Rudolf Nureev. La comode ornata di bronzi di Jacques Caffieri, apparteneva in origine a Federico Augusto II, Elettore di Sassonia e poi re di Polonia con il nome di Augusto III, passato alla storia tra l’altro per essere stato l’inventore della Manifattura ceramica di Meissen. È sormontata da una jardiniére in ottone e argento su fondo di tartaruga dei primi del Diciottesimo secolo, un capolavoro della bottega di Charles-André Boulle, maestro ebanista prediletto della corte di Luigi XIV. Vi sono sculture dell’artista neoclassico danese Berthel Thorwaldsen, l’antagonista di Canova nella Roma papale dei primi dell’Ottocento, segnatamente Il Pastorello e il cane, accanto al Minosse marmoreo del fiorentino Cesare Zocchi, eseguito alla fine del Diciannovesimo secolo. Il Bacio, ancora in marmo, realizzato nel 1861 dal lombardo Antonio Tantardini. Gli arazzi sono il vanto della collezione dell’hotel: dagli scorci del Seicento, votati a un ricercato esotismo di fiaba, dai colori di smalto e pietra dura, della serie Histoire de l’Empereur de Chine, al Trionfo di Marte, su cartone di Jan van Orley e di ben otto metri di lunghezza.

La pittura si racconta con il guizzante e intenso colorismo di Giuseppe Bazzani che qui è rappresentato da ben due dipinti a soggetto mitologico – uno dei due è il Giudizio di Paride, posto a destra dell’ingresso alla galleria. Il clou della visita coincide con le tre vaste tele del veneziano Giambattista Tiepolo, dipinte nel 1725 per palazzo Sandi a Venezia, su committenza dei proprietari che volevano celebrare adeguatamente la loro recente acquisizione al patriziato della Serenissima. Il Giuditta e Oloferne che Francesco Cairo dipinse al debutto del XVII secolo è un quadro arcano e ipnotico come certe siderali arie da opera barocca, un qualcosa di magnetico e stregato. Lo sguardo altero della protagonista, è incorniciato dalla seta del turbante e da dettagli preziosi, resi con compiacimento dal Cairo, formatosi sulla scia della cultura borromaica nella Milano vicereale spagnola.

Rome Cavalieri Waldorf Astoria

Via Alberto Cadlolo, 101 – Roma IT
+39 06 3509 1
romecavalieri.com – @romecavalieri

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

Ballata di una monaca

céline delaugère in salvatore ferragamo dress, celine leather coat, vanessa seward blazer and malone souliers boots. Art Direction & Photography Sophie delaporte.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

La Monaca di Monza, ossia Maria Anna − o Marianna − de Leyva y Marino, divenuta suor Virginia Maria in omaggio al nome della madre prematuramente defunta, fu costretta senza vocazione alcuna a entrare nell’ordine benedettino poco più che bambina, a tredici anni come novizia, per poi prendere i voti sedicenne. Era nata nel 1575 nel capoluogo lombardo, nel sontuoso palazzo manierista eretto dal nonno materno, il ricchissimo mercante e finanziere Tommaso Marino, di origine genovese: un vasto e solenne edificio residenziale tardo-cinquecentesco − oggi nient’altro che la sede del Municipio milanese, Palazzo Marino. Una teoria di malversazioni, un accumulo d’intrighi e di spregiudicate controversie legali riuscirono a privare la piccola ereditiera del cospicuo lascito materno che le spettava di diritto, ovvero metà del patrimonio Marino, e a decretarne l’ingresso coatto nel convento di Santa Margherita a Monza. La vicenda oltremodo scandalosa della nostra Monaca, che davvero, nel genere noir non si fece mancare nulla, dalla complicità in assassinii plurimi fino al sacrilegio.

Monaca, Contessa e Signora di Monza, durante il regno di Filippo III di Spagna, donna Maria Anna amministrava la città lombarda alle porte di Milano e il territorio pertinente di oltre trenta chilometri quadrati e ne riscuoteva i tributi. Era figlia del feudatario locale, lo spagnolo don Martino de Leyva y de la Cueva-Cabrera, che viveva lontano, nel suo Paese d’origine, con la nuova moglie, Anna Viquez de Moncada. I de Leyva rappresentavano quella rapace, avida e altezzosa masnada di aristocratici spagnoli di grande o piccolo lignaggio, che in vari modi avevano fatto fortuna e si erano insediati nel milanese sotto il dominio imperiale iberico. Nella fattispecie i de Leyva erano divenuti per diritto ereditario conti di Monza, grazie ai meriti di guerra durante la battaglia di Pavia nel 1525 (quella che di fatto segnò l’eclisse finale delle ambizioni di Francesco I di Francia, che vi fu fatto prigioniero, in territorio italiano) di don Antonio, che fu investito del feudo monzese da Carlo V. Suo figlio Luigi, nonno di Maria Anna, divenne quindi primo Governatore Spagnolo di Milano.

Gli aristocratici iberici impalmavano ricche ereditiere autoctone o viceversa e riuscivano a inserirsi tra i casati lombardi. Il cosiddetto trattamento di don e di donna, che spetta ai nobili milanesi, è un retaggio della dominazione spagnola. I rapporti con il patriziato locale, spesso anche per contrasti dovuti a vuote questioni di precedenze di rango o di magniloquente rappresentatività, non sempre si rivelarono idilliaci. Il grande casato dei Borromeo, di lontana origine toscana, forte di alleanze parentali eccezionali e in possesso di quello che in pratica era uno stato nello stato intorno e sulle isole del lago Maggiore, assurse a ulteriore prestigio ai primi del diciassettesimo secolo, con la santificazione di Carlo Borromeo, già vescovo di Milano, e l’elevazione alla cattedra episcopale milanese e alla porpora cardinalizia del cugino Federico di manzoniana memoria. I Borromeo, potenti e autorevoli per patrimonio e splendore dinastico, per il mecenatismo e l’impegno sociale e culturale, nonché per la privilegiata relazione con la corte papale, portarono alto il vessillo della nobiltà locale, di cui spesso difesero gli interessi e il ruolo, nei confronti dei dominatori stranieri.

La Milano seicentesca non è solo decadenza e crisi politica, sotto l’egida di questi due protagonisti e veri campioni della Controriforma. Nacquero istituzioni tra le quali la Biblioteca Ambrosiana e il Collegio Elvetico. Vi operano architetti di vaglia, come il classicista Fabio Mangone e soprattutto il grande Francesco Maria Richini, cui subentrerà, più in là, la deriva barocchetta dell’estro brioso di Lorenzo Binago. Una forte battuta d’arresto, però, è data nel 1630 dall’epidemia di peste narrata dal Manzoni ne I Promessi Sposi, che dimezza la popolazione, causando la chiusura dell’Accademia Ambrosiana. È in questa occasione che si verifica la caccia agli untori, responsabili della diffusione del morbo secondo credenze superstiziose molto radicate nella popolazione. Ancora il Manzoni squarcia le tenebre di questa terribile vicenda ne La storia della Colonna Infame, 1840, con cui cerca di riabilitare due innocenti, il commissario di sanità Guglielmo Piazza e il barbiere Gian Giacomo Mora, torturati e messi a morte con il supplizio della ruota perché ritenuti colpevoli di aver diffuso il contagio pestilenziale tramite misteriose sostanze venefiche. Una spaventosa macchina di ingiustizia e menzogna che partì dalla denuncia di una donnicciola locale, tale Caterina Rosa.

Nel Seicento a Milano sorgono chiese ed edifici nobiliari, si aprono nuove piazze e arterie stradali. La pittura, in Lombardia, nel diciassettesimo secolo, prende avvio con una prima fase che è dominata da una triade folgorante: Giovan Battista Crespi detto il Cerano, Giulio Cesare Procaccini e Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone, accumunati dalla poderosa committenza borromaica, cui segue il talento variegato e sperimentale di Daniele Crespi (falciato anch’egli dalla peste), più tardi Giuseppe e Carlo Francesco Nuvolone, e la sofisticata cifra lirica e colorista di Francesco Cairo. Se esiste un’opera che riassuma in sé in modo emblematico il senso ultimo della Milano spagnola, tra sacro, fabula e prodigioso, non può che essere quella che raffigura il Martirio delle Sante Rufina e Seconda, più nota come Quadro delle tre mani, frutto del lavoro congiunto del Cerano, di Procaccini e Morazzone, databile al 1622-25 e custodito presso la Pinacoteca di Brera. L’opera è un avvicendarsi filmico di luci livide e ombre dense e metafisiche, tra sospensione mistica, abbagliante opulenza di colore, fantasmagorica saturazione spaziale da Auto sacramental e scintillante intento fiabesco, che unisce astratti rigori controriformistici a spettacolari annunci dell’imminente manifestarsi del barocco e delle sue infinite seduzioni e magniloquenze.

La Signora di Monza, a dispetto della fatwa lanciatale dal suo fiero casato d’origine, allora tra i maggiori del Milanese, è diventata famosa attraverso le pagine dall’intenso chiaroscuro emotivo e letterario che le dedica Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi. Una sorta di lunga digressione tra psicologismo, partecipazione emotiva e giudizio giansenista, ritmata da cadenze feuilleton fra trasporti di pietà e vibrante esecrazione. La povera e traviata Maria Anna, trasfigurata in Suor Gertrude, sulfurea e mercuriale, vi è identificata quale vittima di una crudele prassi sociale e di un implacabile culto dinastico. Diviene epitome di tutte le nequizie e le soperchierie, del malgoverno, della superbia e dei soprusi subiti dal ducato di Milano durante il rapace e sgangherato dominio ispanico.

«La Sventurata rispose» − è un periodo conciso, anzi icastico. Profezia che suona come un’epigrafe scolpita nella pietra, come un sinistro fragore di vetri infranti. È la laconica rassegnata frase di accettazione, il credo di completa sottomissione al letale charme e alla vertigine di corruzione dell’Osio, con cui Manzoni, nella sua fiction, segna l’inizio della relazione segreta fra i due caratteri portanti di questo capitolo. Fatale fino a perderli e a travolgerli in un crescendo di abiezione, d’impudenza e di carnalità, culminante nel delitto. La capitolazione della Sventurata si verifica dopo un laborioso corteggiamento, perfino favorito da congiunti e conoscenti e condotto sotto gli occhi di tutti. Chissà se sia andata realmente così? L’epilogo, quello vero, sarà esplosivo e degno del più efferato teatro di Marlowe, in una spaventosa catarsi tragica da castigo dostoevskiano.

Sottoposta a processo canonico per volere del cardinale Federico Borromeo, catturata, da vera discendente di guerrieri, dopo essersi difesa strenuamente, forsennata Bradamante, brandendo una lunga spada avita, la Signora di Monza fu condannata a essere murata viva in un camerino di appena un metro e mezzo per due e mezzo, per ventuno interminabili anni, presso il Ritiro delle Convertite di Santa Valeria a Milano, ricetto di prostitute, di mendicanti pustolose e poveracce. Come abbia potuto resistere a questo orrore, al buio, all’isolamento, alle condizione igieniche spaventose e alla mortificante tombale umiliazione del suo sangue orgoglioso e hidalgo, resta tuttora un grosso mistero. Il parco cibo e un filo d’aria passavano attraverso una stretta feritoia, una lancinante ferita nel muro. Liberata dopo quattordici anni invece che ventuno, nel 1622, sempre su istanza del cardinale Borromeo, per comprovato pentimento e completa contrizione, sopravvisse ancora a  lungo, fino al 1650, occupandosi di monache dalla vocazione vacillante e impegnandosi in vari atti di pietà, consumata dall’artrite reumatoide e dimenticata dalla famiglia. Il sapore acre dello scandalo e della cattiva reputazione che proiettava sull’albero dei Lari, bruciava ancora forte e mordeva come un taglio nel sale. Irrimediabilmente altera, distante, conscia di sé e, addirittura, si diceva allora che fosse in odore di santità. Redenzione consumata. Missa est.

Gian Paolo Osio, fuggiasco e condannato a morte in contumacia, nonché alla totale confisca dei beni, andrà incontro invece a un destino ben diverso, di rapida e concitata conclusione, tipo il sincopato e spiazzante finale da ecatombe del Trovatore verdiano. Don Gian Paolo sarà sbrigativamente eliminato a tradimento a suon di botte dagli amici Taverna, nei sotterranei del loro palazzo in Corso Monforte, presso cui si era rifugiato a Milano. La sua testa spiccata, gli occhi sorpresi e sbarrati nell’ultimo incredulo spasmo di dolore, con singolare tempismo subito rotolerà ai piedi del governatore Fuentes come macabro omaggio e sanguinoso pegno di alleanza futura. Una storia, questa reale e registrata nelle cronache del tempo in cui avvenne, assai più cupa e feroce della fiction manzoniana di cui sono comprimari Suor Gertrude e il tenebroso Egidio.

Un itinerario fatto di crudeltà e di violenza, di venefica ambiguità, d’impunità e di arrogante albagia patrizia. Osio, figura priva di qualsiasi scrupolo e propenso a una fiduciosa e fatalistica fede nella sorte, evidentemente provvisto di protezioni e amicizie che contano e teso all’azzardo della sfida più estrema, si dichiara come una specie di capetto mafioso titolato, sospeso tra don Giovanni e don Rodrigo. È un seduttore da strapazzo, un vitellone di provincia in fondo, con una certa posizione e qualche bene al sole, dalla coloritura criminale e con svariati e gravosi carichi penali impendenti, tra cui una condanna per omicidio. Già aveva amoreggiato con una ricca educanda adocchiata nei recinti del convento, evidentemente suo comodo e prediletto terreno di caccia, Isabella degli Hortensi che, per placare ogni chiacchiera, fu trasferita altrove dalla famiglia, su espressa richiesta della Signora di Monza in persona. La reazione dell’odio da parte di Gian Paolo Osio non si fa attendere e un certo Molteno, agente fiscale dei de Leyva, giusto a monito e intimidazione, in breve è ritrovato morto, ucciso a colpi d’archibugio.

Il gaglioffo ci sapeva fare. C’è poco altro da dire, crollata ogni resistenza, con Osio, pericoloso vicino del convento monzese, dotato di un affaccio privilegiato sull’appartamento privato della Signora, che viveva separata dalle consorelle e assistita, secondo il suo rango, da quattro suore ausiliarie e dame di compagnia che sembra trattasse con sprezzante alterigia arrivando anche a batterle, Maria Anna finirà per intrecciare un rapporto proibito, furiosamente vissuto e quasi ostentato alla luce del sole, da cui nascono almeno due creature. Il primo figlio, deceduto durante il parto o subito dopo, nel 1602; la seconda, Alma Francesca Margherita, che vede la luce nel 1604, è riconosciuta dal padre, battezzata in pompa magna con tanto di aristocratici e potenti padrini e affidata alle amorose cure della nonna paterna. Spesso sarà pure portata a fare visita alla madre.

È questo il dato surreale e incomprensibile di un accidentato scorcio narrativo. Come se nessuno abbia mai voluto vedere o accettare una semplice e lampante evidenza. Ipocrisia? Illusorio inganno del fato? Compensazione? Menefreghismo omertoso? Impunità? Sarebbe interessante scoprirlo. La tresca intanto precipita in catastrofe. Una povera monaca di umili origini, Suor Caterina, scoperto l’arcano, minaccia di denunciare, ricattandola bellamente, Maria Anna e le sue complici di sempre, le fedeli e sventate Suor Ottavia e Suor Benedetta. Osio però non perde tempo, con freddezza la alletta a un incontro e quindi la uccide a sangue freddo, colpendola alla testa più volte con un piede di legno. Ne nascose il corpo in un pollaio in attesa di rimuoverlo, simulando una fuga dal monastero. Poi, naturalmente, fu la volta di Ottavia e Benedetta, scomode testimoni coinvolte in vario modo e in tutte le fasi di questo gotico e implacabile romanzo d’appendice. Ottavia fu gettata senza indugio nel Lambro dal demoniaco Osio, riuscendo fortunosamente a salvarsi. Andò peggio a Benedetta, che scagliata in un pozzo, riuscì a campare ancora quel tanto da vuotare il sacco davanti alle autorità religiose. La ruota, stridendo, cominciò a girare e travolse nel suo sinistro orbitare ognuno degli attori di questa fosca e intricata vicenda.

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Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

La scenografia inquadra un vasto corpus di dipinti, oggetti, sculture, abiti, scarpe e accessori, mobili, documenti, fotografie d’epoca e apparati video storici e contemporanei. Si riferisce all’epopea dorata delle grandi navi passeggere tra le due guerre mondiali. Ne è autore Maurizio Balò, in collaborazione con Andrea De Micheli. Il filo conduttore dell’esposizione è quello del ritorno in Italia dagli USA del giovane Salvatore Ferragamo, nel 1927, a bordo del Roma, transatlantico gioiello della Navigazione Generale Italiana. Dalla Campania in cui aveva visto la luce, a Bonito, in Irpinia, Salvatore era partito da emigrante appena diciassettenne su un piroscafo in terza classe. Non soltanto armato di coraggio e di speranze, ma già in pieno possesso di maestria di calzolaio.

Il Paese in cui Ferragamo rientra, forte della sua affermazione a Hollywood, allora sembrava stabile, più unito e proiettato verso il nuovo. Va sottolineato che il debutto del governo fascista era stato ben accolto in America. Ferragamo quindi decide di installarsi a Firenze, città che considera come un autentico simbolo di cultura, e di intrecciare la sua esperienza americana con la sapienza ancestrale degli artigiani toscani. Una dinamica che si sviluppa attorno a quel concetto di unità delle arti, urbanistica, architettura, tecnologia e artigianato, cui si collegava il recupero del mestiere e della tradizione della bottega rinascimentale quale ideale esempio di sincretismo. La figura dell’artista artiere riveste «un ruolo etico e politico di spirito guida dei tempi nuovi», come osserva Stefania Ricci nell’introduzione al catalogo. Sono anni, quelli tra i Venti e la metà dei Trenta, nei quali le arti applicate vivono una stagione fervida e di ricerca a tutto tondo. Nel 1922, a Monza, era stata varata l’Università delle Arti, mentre, dal 1923 al 1930, nella Villa Reale, hanno luogo le celebri mostre biennali che in seguito confluiscono nelle Triennali di Milano. Questo febbrile fermento, questa progettualità creativa poliforme e il profumo salmastro delle lunghe traversate tra USA ed Europa sul finire dell’età del jazz e prima della terribile crisi economica del 1929, lungo la linea narrativa della mostra si rivelano nel solco della rivoluzionaria visione estetica e produttiva di Salvatore Ferragamo.

La Firenze di quell’epoca, in trasformazione e come sospesa tra recupero del passato e tradizione, tra aggiornato modernismo e slancio architettonico razionalista, non rimane inerte. Lo comprova il dipinto di John Baldwin che raffigura la neonata stazione ferroviaria di Santa Maria Novella. Di rilievo sono l’istituzione dell’EAT (Ente Attività Toscane) e le Fiere d’arte del 1923 e 1924, ma soprattutto l’Istituto d’Arte di Porta Romana, fucina creativa di enorme importanza a livello nazionale, qui testimoniato dai gessi di Bruno Innocenti e Antonio Berti. Nella prima parte del percorso della mostra vi sono elementi della decorazione, affiches e brochures pubblicitarie della motonave Roma. Filmati, ritagli di giornale e documenti di espatrio del giovane Salvatore, oltre a una rassegna stampa che ne racconta i trionfi americani e il rapporto con le star quali Mary Pickford, Douglas Fairbanks e Dolores del Rio. Non a caso, in America era famoso come il ‘calzolaio delle stelle’. Ecco alcuni storici modelli di sue calzature, come la Francesina del 1929, che abbina la tomaia in capretto bluette al décor asimmetrico in lucertola; il sandalo Due Pezzi del 1930, in raso ricamato merletto di Tavarnelle o la décolleté Labirinto (1927-30) in capretto ricamato in filo di seta grigio perla a punto catenella. Creazioni di moda cariche di ispirazione e catalizzatori di suggestioni e semantiche artistiche identitarie contemporanee.

Un’avventura fatta di riappropriazione di linfe culturali, immaginarie ed emotive, il cui fil rouge s’impernia sul viaggio di ritorno in Italia di Salvatore Ferragamo. La carrellata prosegue incalzante. Si succedono gli arredi lignei, le terrecotte e le ceramiche di Duilio Cambellotti. I progetti di vetrate del veneziano Carlo Scarpa per il negozio fiorentino di Cappellin e le tarsie di stoffe colorate del futurista Fortunato Depero. I vetri incisi di Balsamo Stella per S.A.L.I.R.  Gli arazzi in seta di Vittorio Zecchin, seguace a Venezia del verbum neo-bizantino e secessionista viennese di Klimt. Una serie di splendidi costumi regionali contrasta con toilette e lingerie femminili. Una costellazione di foto delle protagoniste di quel tempo dialoga con i tessuti della Manifattura Lisio. Le maioliche di Dazzi e Tempestini per la Manifattura Cantagalli. Le urne e i piatti ceramici di Gio Ponti per Richard Ginori spiccano vicino a tele di Pippo Rizzo, di Giacomo Balla, di Giovanni Colaticci e Primo Conti. Gli scorci marini di Moses Levy e Mario Broglio. Il ritratto, raffinato, di Alma Fidora, Calma Argentea, di Domenico Guerello. Nell’esposizione affiora il tema della casa, a sfondo del dibattito sulla concezione organica dell’architettura, delineato dalla video-installazione dell’ultima sala con la riproposizione dei tre moduli progettati in quegli anni: la Casa d’Artista di Balla e Depero, la Casa Neoclassica di Gio Ponti e la Casa Razionale di Terragni e del Gruppo 7 che si incarna nella Casa Elettrica presentata a Monza nel 1930. Infine, un’ulteriore tessera di questo mosaico di riferimenti legati all’ambito di Firenze e ai suoi imprestiti internazionali durante i due conflitti mondiali, sono le variegate personalità artistiche dei due fratelli Ernesto e Ruggero Alberto Michahelles, alias Thayaht. Assai nota la sua collaborazione con Madeleine Vionnet e Ram, figure libere e sperimentali, a cavallo di linguaggi e concezioni stilistiche avanzate.

1927 Il ritorno in Italia

19 maggio 2017 – 2 maggio 2018

Museo Salvatore Ferragamo, Palazzo Spini Feroni
Piazza Santa Trinità 5 – Firenze

Tutti i giorni, 10 – 19:30

From The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

Madame F.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Esotico. Una parola che ha perso molto del suo senso originale, in un mondo tanto globalizzato e veloce negli spostamenti – ma il fascino dell’esotico, anzi, degli esotici e degli infiniti estenuati esotismi che ne derivano, resta vivido e appassionante ancor oggi. Il ritmo incalza sinuoso, sincopato e avvolgente come una milonga di Paolo Conte, il tamburo che, sordo e tellurico, rimbomba soffuso sullo sfondo.

Una rapsodia sull’esotico – un flusso di suoni, immagini e rimandi ha luogo qui in queste pagine e oggi, come racconto della collezione di accessori in pellami esotici della maison Fendi. Patchwork, filamenti e fustelle lineari di pitone, coccodrillo, lizard e serpente raccontano geometrie fluide, fulminee e tridimensionali. Collage e commessi di granature e spessori, mosaici di pelle a pezzature minuscole o grosse. Effetti tessili e raggiere floreali di scaglie di rettile, i cui petali ogivali tremblant impaginano nuances fredde e distillate intorno alla F metallica, rovesciata e posta in diagonale, più grafica di sempre e circoscritta da un anello d’acciaio. Le zip campiscono superfici piane con quadrature in cerca d’astrazione, come fratelli e segmenti scarniti e guizzanti. Colorati e ricolorati, questi pellami esotici seguono una palette che accosta toni vividi e smaltati a sfumature dense e naturali, fino a inserti anni Settanta e pop di verde e rosso lacca warholiani.

Fendi non vuole mettere un punto fermo alla sua esigenza di metamorfosi e di febbrile sperimentazione su materiali, inserti, lavorazione di alto artigianato. Borse e clutches che, talvolta partendo da classici item della maison romana, ne rivisitano l’essenza. La frontiera ondeggia, il limite si sposta oltre, verso una sfida ulteriore. La lingua di Fendi è un sofisticato grammelot che definisce estetiche caleidoscopiche e avvincenti mai viste prima. Ieri e oggi, passato e futuro, quotes culturali e street style metropolitano in dinamico dialogo e sovrapposizione. Una centrifuga di segni e suggestioni tra pura geometria, texture pulsanti e polveri esoteriche dai toni saturi di speziature orientali.

Un profumo d’altrove, un’angolazione di pura fantasia, vicino o lontano non importa. Exotic è una dimensione che ti porta via, attraverso altri scenari dell’immaginazione, abbandonandosi a un volo che plana nel sogno, quale che sia il sogno che pretendi o rincorri. Tutto questo è esotico – che muta di accezione e di significato secondo i desideri, dell’ottica e della visionarietà di lettura di chi ne va in cerca. Exotique letterario d’avventura tropicale e dal retro-gusto coloniale, alla Pierre Loti e alla Kipling, fino al nostro Emilio Salgari, esegeta di un’India opulenta, feroce e misteriosa, quanto totalmente d’invenzione. Lo scrittore veronese non ebbe mai modo di visitare e conoscere l’India di persona. I viaggi del dandy inglese Robert Byron al Monte Athos, in Tibet o, nel 1937, lungo La via per l’Oxiana in Rolls-Royce e le peregrinazioni entomologiche e piene di humour di Patrick Leigh Fermor in direzione Bisanzio. Il tè nel deserto di Paul Bowles, anno 1949, sconcertante, una sola frase medianica a riassumerne il sortilegio, la struggente poesia e l’eversione: «una stella nera appare, un punto oscuro nel chiarore del cielo notturno».

Esotica e sensuale, ai primi del Novecento, in una stagione aurea e irripetibile, era la Palermo dominata da Franca Florio – F.F. bizzarra e fatidica assonanza in questo caso – una donna dalla bellezza magnetica e imperiosa, ritratta da Boldini in abito décolleté Worth con il suo sautoir di perle lucenti e il devant-de-corsage in diamanti. Gioielli esagerati, leggendari e capaci di far invidia a una sovrana. L’ultima imperatrice di Germania, Augusta Vittoria di Schleswig-Holstein-Sonderburg-Augustenburg, per gli intimi Dona, consorte del Kaiser Guglielmo II di Prussia, come tutta la società internazionale si recava in Sicilia attratta dalla mobile fiesta ordita senza soluzione di continuità dai Florio con grazia sontuosa e megalomane tra il capoluogo, Mondello e Favignana. Fu proprio l’imperatrice a battezzare la divina Franca come indiscussa regina di Palermo.

Numerose traiettorie di ambito esotico, fragranti di cardamomo e sandalo, di incenso, di ambra e di patchouli, che miscelano inserti mozarabici e moreschi, zagare in fiore e gelsomini, trionfi di corallo trapanesi e scrigni in bronzo e tartaruga. La Zisa e il pavimento cosmatesco a tessere marmoree policrome della Martorana trascolorano nella teatrale Alhambra toscana ottocentesca del Castello di Sammezzano e nelle narrative figurazioni musive tardo-romane della Villa del Casale a Piazza Armerina.

Vive a Bagheria nella settecentesca Villa Valguarnera, per la quale ha combattuto una durissima battaglia, Vittoria Alliata di Villafranca, autrice dell’indimenticabile Harem, memorie d’Arabia di una nobildonna siciliana, libro dalle lucide analisi sul mondo islamico, per tanti versi profetico e ora più che mai attuale, frutto di una cospicua serie di viaggi, di permanenze e vasta conoscenza.

Un immaginario abbagliante e poliforme diede vita all’estro magico del jewel-designer palermitano Fulco di Verdura – come rivela un libro autobiografico, The Happy Summer Days: A Sicilian Childhood (1978), che scrisse nella maturità per esorcizzare i ricordi e gli splendori patrizi della sua infanzia, trascorsa a Villa Niscemi e nel suo parco lussureggiante. Cosa potrebbe esserci di più esotico di questo bosco incantato traboccante di palme e rare specie tropicali, incastonato nella Favorita? Pienamente esotico è il trasporto di Fulco, bambino, fra deriva mistica e delirio di sensi, davanti al rutilare di marmi colorati, di argento dorato e pietre dure e all’horror vacui iper-barocco della Chiesa conventuale di Santa Caterina, dove ogni domenica assisteva alla messa nel banco di famiglia. Una ricchezza d’innumerevoli cromie.

From The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

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