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cesare cunaccia

Monte Carlo Fashion Week 2017

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Il Gala dinner in onore dei vari premiati, nella serata del 30 maggio scorso ha aperto la Montecarlo Fashion Week, nella cornice primo ‘900 del Museo Oceanografico sul Rocher. Montecarlo, un magnifico pezzo di terra e roccia e uno skyline in metamorfica trasformazione, affacciato sul Mediterraneo e che riassume in sé tante valenze di mito, di simbolo e racconto, ha voluto sancire il suo profondo legame con la moda dando vita a questa manifestazione patrocinata dalla principessa Charlène. A tagliare il nastro, la sempre bellissima Naomi Campbell, in un sofisticato abito bianco ghiaccio, che in quest’occasione è stata insignita dell’International Fashion Award. Tatiana Santo Domingo Casiraghi, accompagnata dal marito Andrea, ha invece ricevuto l’Ethical Brand fashion Award, per la creazione, con Dana Alikhani, del marchio Muzungu Sisters, mentre l’eccellenza del Made in Italy è stata incarnata dal riconoscimento conferito a Chiara Boni, che il giorno seguente ha sfilato la sua collezione beachwear in jersey per il suo marchio La petite robe. Un tema, quello del beachwear particolarmente legato e in perfetta sintonia con la leggendaria vocazione resort di Montecarlo. Tra i presenti alla soirée, Alexandra di Hannover e Beatrice Borromeo Casiraghi, Victoria Silvsted, il due volte campione del mondo di Formula 1 Mika Hakkinen con la moglie Marketa, oltre all’ambasciatore italiano nel Principato Cristiano Gallo, anfitrione, il 2 giugno, di un grande ricevimento a bordo piscina al Beach per celebrare la Festa della Repubblica. Fitto il succedersi di eventi, visite private e cocktails, ma soprattutto il calendario degli shows, sull’intero arco del 2 e del 3 giugno, presso il Fashion Village del Chapiteau di Fontvieille. Tra gli altri in passerella, le avveniristiche sorelle turche del duo Ezra Tuba, Edda Berg con i suoi composé evocativi, Babylon, Muzungu Sister, Nordic Angels, Alessandro Angelozzi, Thelma Espina, Luca Taiana, Angelo Castellani e le giovani leve dell’Istituto Marangoni.

Images courtesy of press office
www.mcsaatchi-milano.com – @mcsaatchimilano

YTALIA: Energia Pensiero Bellezza

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Ytalia inaugura il 2 giugno – data emblematica, positivamente retorica, per una mostra così titolata. Il Forte Belvedere è il sito principale, per il quale satelliti, gli angoli di Firenze multidimensionale – se Roma è eterna, Firenze è indelebile. Dodici protagonisti, per Ytalia – viene da definirlo cast, leggendo i nomi degli artisti coinvolti, una grande produzione hollywoodiana tradotta nella culla della civiltà mondiale: Jannis Kounellis, Luciano Fabro, Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Giovanni Anselmo, Gino De Domenicis, Remo Salvadori, Marco Bagnoli, Domenico Bianchi, Nunzio, Mimmo Paladino, Mario Merz. Una mostra, uno show mi piacerebbe chiamarlo, ideato e curato da Sergio Risaliti e prodotto dal Mus.e di Firenze insieme al Comune.

I dodici artisti, la cui arte in ogni contingenza supera la vita rispettando primaria definizione, trovano l’energia antica e futura, ancora e sempre in Italia – Ytalia – gli occhi si abbacinano davanti a questa grafia. A gennaio, durante la cena per l’annuncio della mostra, parlavo con Luciano Massari, direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Carrara. Una conversazione che mi riportava alla lettura de Il Tormento e l’Estasi: il marmo bianco scultoreo della cava di Michelangelo resterà il più pregiato per la durezza e la luce dei suoi cristalli, girando poi nelle variazioni di grigio fino allo scuro, fino alla pietra e ai graniti delle Apuane. Se bianco è a Carrara, il marmo verde proviene dalla Val d’Aosta, il marmo rosa dalle montagne spagnole – mentre La Veranda Fabbrica del Duomo di Milano è proprietaria di un’intera cava per la propria fornitura esclusiva. Il marmo, materia prima, suprema italiana, viva di quanta arte, di quanta commozione – seguitemi, ve ne prego – pensate al marmo, a una sua venatura particolare, e alla grafia di una Y come iniziale d’Italia: il breve bagliore che si produce è la mia migliore introduzione a questa mostra.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Alcune mostre diventano pura narrazione, trascolorano in un epos emblematico scandito da racconti e intuizioni folgoranti. Un plot colmo di evocazioni e riflessi immaginari. Percorsi espositivi e semantici che innanzitutto e perfino loro malgrado, più che obbedire alle mere ragioni di una funzionalità rappresentativa e filologica, riescono a ordire un filo conduttore attraverso le opere e il segno di artisti diversi, arrivando a concepire una corale e mirabilmente unitaria mappatura sentimentale. Storie che identificano un capzioso mosaico sensitivo, capace di annullare le paratie del tempo e di coinvolgerti, di attrarti in un cerchio sospeso e ipnotico come in un mandala magico e luminoso. Tutto, in questo caso, sta nella possente e scarnita Y iniziale di un’antica grafia del nome di questo Paese, come appare su una delle volte della Basilica Superiore di Assisi accanto alla rappresentazione di una città, con ogni probabilità Roma, l’Urbs imperiale e papale dalle mille significazioni e allegorie, in un affresco di Cimabue che data agli ultimi decenni del XIII secolo. Siamo dunque agli albori di quella che sarà l’abbagliante vicenda della pittura italiana lungo un arco di secoli, proprio al debutto di un’esperienza che chiara e integra, per analogie e impalpabili fragranze, riemerge nel lavoro degli artisti contemporanei che compongono l’itinerario di questa mostra fiorentina.

Una Y, questa di Ytalia, è insieme astrazione, mistica sacralità e dichiarazione programmatica, diviene arcano suggello e password ermeneutica, sofisticato arcaismo tenacemente bizantino e sconcertante apertura, anzi, premonizione, di una modernità che si risolve in un tempo circolare, centripeto ed eternamente ritornante. Le Temps revient, il tempo ritorna e si rinnova, recitava il motto di Lorenzo il Magnifico che accompagnava la figurazione del fatidico broncone d’alloro mediceo. La mostra si tiene a Firenze, un luogo da sempre deputato al confronto dialettico, devoluto all’incontro, al dialogo e alla sovrapposizione ecumenica e contraddittoria di civiltà e pensiero, come già dichiara un avvenimento cruciale del primo rinascimento, il Concilio fiorentino del 1439, struggente e generoso tentativo di ricomposizione tra oriente e occidente che oggi, alla luce di quanto sta accadendo nel mondo che viviamo, assume valenze ancor più profonde e profetiche. Forse l’Italia, nella sua vicenda storica unitaria in fondo assai recente, risultanza di spiccate, autonome e orgogliose identità regionali, non ha raggiunto una forte coscienza comune e tuttora non è permeata appieno da un senso di reale appartenenza nazionale.

Esiste un dato connettivo, un vincolo costante nella complessa dinamica di formazione di uno stato e di un’intera progressiva visione politica. Si tratta della bellezza, del legante fondamentale dell’arte e di una poliforme emanazione creativa mai venuta meno. È questa la chiave concettuale della mostra Ytalia, un’imponente texture collettiva nata da una forte intuizione del suo curatore e ideatore Sergio Risaliti, che ha come epicentro il Forte Belvedere, ma che si allarga nella trama urbana del centro storico di Firenze con appendici agli Uffizi, a Santa Croce, a Palazzo Vecchio, nel Giardino di Boboli e a Palazzo Pitti, al Museo Novecento e presso il Museo Marino Marini. Una galleria diffusa, che si snoda attraverso oltre cento opere, realizzate a partire dagli anni Sessanta e talvolta site-specific, che ingloba tre generazioni di artisti, instaurando un serrato e interrogativo colloquio, una koinè dialektos ideale ed osmotica tra questi e i grandi maestri del passato.

I protagonisti sono Mario Merz con il suo segno monumentale e sconcertante, la materializzazione delle energie fisiche, statiche e dinamiche di Giovanni Anselmo, il tellurico e drammatico idioma di Jannis Kounellis, recentemente scomparso, che quasi si amplifica sullo sfondo solcato da gigli di Francia aurei su campo azzurro della Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio. Ecco Luciano Fabro, il cui epocale Spirato del 1972 è posizionato nella brunelleschiana Cappella Pazzi a Santa Croce, la sofisticata, poetica e imprendibile cifra espressiva di Alighiero Boetti, il bianco elegiaco di Giulio Paolini che si raffronta alla Venera Italica di Canova alla Palatina e il negromantico e sulfureo talento di Gino De Dominicis. Poi, Remo Salvadori con due nuove sculture pensate appositamente per uno dei bastioni del Forte Belvedere, Mimmo Paladino che interloquisce con la tersa geometria umanistica di Leon Battista Alberti nella Cappella Rucellai, il teorema d’acciaio, di specchio, d’acqua e di marmo di Marco Bagnoli, Nunzio nella cripta del Museo Marino Marini e l’incessante mirabile sperimentalismo di Domenico Bianchi. Un arazzo, quello di Ytalia, dove affiorano affinità, comunanze sottese e valori condivisi, nel quale leggere individualità e tratti molto originali e ostinatamente differenti nel quadro di un contesto e di tanti frammenti di racconto, nel cangiante divenire delle varie poetiche.

Images courtesy of press office
www.musefirenze.it – @musefirenze

MALAPARTE

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Malaparte
Fu disegnata negli anni Trenta da Adalberto Libera, completata nel 1943. Un libro raccoglie i progetti di variazioni architettoniche firmati da architetti contemporanei: disegni immaginifici che ne proseguono la leggenda

Le Malaparte Impossibili. Una casa, mille architetture. One house, one thousand architectures è un racconto illustrato di grande ricchezza e suggestione con al centro un’architettura ormai mitica e universalmente celebre: casa Malaparte a Capri. Tra verità, interpretazione e falsificazione, un medium inedito e appassionante per confrontarsi e perdersi nei numerosi misteri custoditi in questo luogo. Autore del libro l’architetto, artista e docente universitario di progettazione architettonica Cherubino Gambardella (1962), napoletano, più volte presente alla Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano, progetti esposti in musei europei e americani, tra cui il MoMA di New York, direttore di Compasses e attualmente di Dromos e autore di ben quindici volumi.

«La verità non dice mai nulla – afferma Gambardella –, la verosimiglianza aggiunge l’immaginario. Un libro verosimile sulla vita sognata di una delle più famose case del mondo. Un viaggio attraverso una vera e propria ossessione e un fascino meduseo e ineluttabile come un destino, coltivato fin dall’infanzia. Un itinerario che s’insinua alle radici di una leggenda, per poi trasfigurarne e riscriverne liberamente i contorni e gli elementi fondativi, con acribia filologica e divertimento pop, con rispetto ed estro d’alchimista. Casa come me, ossia una forma architettonica da vivere che non potrebbe somigliare di più al suo padrone e demiurgo, Curzio Malaparte, uno dei più noti e discussi intellettuali italiani e sulla scena europea del Novecento. La sua vita è complessa, avventurosa, densa come l’inviluppo di un geroglifico misterioso», aggiunge Cherubino Gambardella. «La trama della sua esistenza descrive bene un uomo nel quale abitano mille uomini. Forse non è mai stato coerente ma è proprio questo il tratto fascinoso della sua individualità. Malaparte è un genio della polifonia che concepì l’adorata architettura caprese come un film per piegare al proprio volere ricordi, contributi, suggestioni, disegni e consigli raccolti durante lo svolgersi del primo tratto della sua esistenza».

Una residenza voluta e pensata da Malaparte quale dichiarazione di sé, come mappatura sentimentale e creativa, quale esorcismo e proiezione nell’eternità. Una specie di cenotafio e insieme di astronave pronta a staccarsi dalla roccia di Capo Massullo e a volare via. «Il giorno che mi son messo a costruire una casa – affermava infatti Curzio Malaparte – non credevo che avrei disegnato un ritratto di me stesso. Il migliore di quanti ne abbia disegnati finora in letteratura». Da questo atto viscerale e autobiografico, da questa ieratica metamorfosi lapidea di un’interiorità e di un’intera caratura esistenziale, prende linfa una trama visionaria e tutta un’ermeneutica colta e mai banale. Si materializza un gioco di traduzioni e frammenti che finalmente danno vita ad altre architetture, ad altri sconfinamenti e letture peculiari.

«È passato tanto tempo ormai. Il tempo però – ricorda l’autore – ha il pregio di consolidare passioni e ossessioni rendendole sempre vive. Trascorro praticamente da quando sono nato le mie vacanze a Capri e, da piccolo, mio padre, anche lui architetto, lasciandomi osservare una casa rossa dalla sagoma singolare tra la Grotta Bianca e i Faraglioni, mi disse: vedi quella è la residenza di un famoso scrittore. Quando decisi di studiare architettura imparai che era una delle più famose dimore del Novecento. Mi colpiva il fatto che nessuno dei critici, degli storici e dei famosi architetti che l’avevano studiata, l’avesse rimessa realmente in gioco. Tutti la guardavano e l’analizzavano ammirati come se fosse un alieno di alabastro. Insomma, un totem, un’icona congelata nella sua stessa aura leggendaria e imprendibile. Quando Andrea Palladio aveva costruito e disegnato nel suo trattato Villa Capra, la Rotonda, ne aveva fatto un’icona meticcia. Inigo Jones, Thomas Jefferson e tanti altri, in seguito l’hanno ammirata e studiata, ma soprattutto riproposta, citata, alterata, portata in giro per il mondo decretandone la lunga vita nell’immaginario collettivo».

Casa Malaparte era stata più sfortunata. Altrettanto bella e famosa come la dimora palladiana, la Villa Savoye di Le Corbusier o la Fallingwater di Frank Lloyd Wright, non aveva avuto lo stesso destino. Tutti l’avevano rispettata fin troppo, impedendole di generare nella realtà o nell’immaginario quello sterminato universo di variazioni multiple che si addicevano al suo carisma insondabile. Evidentemente quest’opera era una magnifica trappola. Racchiudeva troppi significati perché una ragione prevalesse sull’altra. Si sentiva l’eco del fascismo, della guerra, del potere, quello del comunismo, della libertà e, soprattutto, l’essenza di un uomo che ne aveva fatto un mito di pietra. «Nei miei trentennali studi sull’architettura mediterranea ne ho parlato tante volte – aggiunge Gambardella – commettendo lo stesso errore che molti prima di me avevano fatto. Ho cercato senza esito positivo la radice architettonica, il senso della composizione partendo dalla sua osservazione, dallo studio dei suoi disegni, dalle visite all’interno e all’esterno incrociando ogni cosa con i film che, da Jean-Luc Godard a Liliana Cavani, l’avevano celebrata senza avere il coraggio di trattarla come un meraviglioso seme di tante germinazioni immaginarie».

Dopo aver accettato un invito alla Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia del 2014, dove gli viene chiesto di provare ad alterarla, Gambardella comprende che questa è l’unica strada da percorrere affinché la rossa sfinge caprese possa di nuovo sgranchirsi i muscoli. «Composti i primi disegni – prosegue Gambardella –, ne sono venuti fuori molti altri. Sentivo, però, che questo non bastava. Bisognava spingere a fondo e provare a fare un libro. Proponendo non più l’ennesima ricostruzione della vicenda storiografica relativa all’edificio, ma piuttosto un trattato polifonico che non avesse solo la realtà dentro di sé ma soprattutto la manipolazione come autentica origine di ogni architettura. Inizio allora a raccontare cosa potrebbe essere successo a Capri prima della fondazione dell’edificio, tracciando i ritratti dei componenti di un immaginario comitato di ideazione e costruzione, tutti piegati al volere, alla fantasia e ai sogni del grande scrittore toscano. Ci sono il coutourier Paul Poiret con il suo battello gradonato sulla Senna che mi piace pensare attraversato da un giovane Malaparte con un calice di champagne tra le mani, ecco i pittori Orfeo Tamburi, Enrico Prampolini, il caprese Raffaelle Castello, il sofisticato surrealismo di Alberto Savinio. Poi gli architetti come Georges Kontoleon, Adalberto Libera, Luigi Moretti, Uberto Bonetti e il proverbiale capomastro caprese Adolfo Amitrano».

Chissà se è andata veramente così: comunque è bello pensarlo. Alla morte dello scrittore la casa si consuma in un iniziale abbandono e viene poi riscoperta con un certo timore reverenziale. «Dopo i miei collage veneziani – prosegue il racconto dell’autore –, incomincio un’ossessiva ricerca di altri architetti che avevano provato a interpretarla vincendo ogni riserbo, per costruire nel mondo altri frammenti a lei ispirati. Così ho trovato immagini di James Wines, di Steven Holl e Franco Purini, macchine effimere realizzate da John Hejduk e anche la mia prima architettura costruita, su uno spalto della costa amalfitana, come messa in forma di un pensiero ricorrente. La casa rossa non era rimasta ferma, però era ben poca cosa rispetto a Palladio e alla invasione universale del suo stile. Visto che ad avventurarci su quel territorio specifico non eravamo stati in tanti, ecco partita la mia chiamata alle armi. Ho invitato amici e autori internazionali a modificare e interpretare Casa Malaparte. È così che da Bernard Khoury a Giancarlo Mazzanti, da Stefano Boeri a Luca Molinari, da An Tumertekin ad Alberto Ferlenga, prende forma una collezione di immagini alterate, che ho montato in sequenza con le mie, per diffondere nel mondo i tratti del nuovo stile mediterraneo/malapartico, ma non mi bastava, erano ancora soltanto disegni».

Tra Roma e Napoli – nelle Università dove insegna – Cherubino Gambardella decide di guidare i suoi allievi a fare dei progetti surrealisti sulla casa senza alcuna inibizione. «Finalmente nascono inedite propaggini, generosi ampliamenti, sabotaggi e trafori che si librano sul paesaggio caprese. Alla fine, esausto, immagino che questo rito purificatorio, questo autodafé delle Malaparte impossibili, si concluda con un’esplosione, come quella del Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni. Inatteso, arriva un presente libero e denso di memoria: la nuova Casa Malaparte è un ostello per punkabbestia, i veri ricchi che non hanno nulla da dimostrare. Si libera dai sali di sodio e dal vino di palma. È abitata dai maleodoranti lerci del millennio che scandalizzano i villeggianti con i vestiti di lino candido e gli aperitivi al tramonto. Ci dice finalmente che la verità non esiste e che solo l’immaginario aggiunge la vita senza necessità di arredi o di posate d’argento».

Le Malaparte Impossibili. Una casa, mille architetture. One house, one thousand architectures è l’ultimo libro dell’architetto Cherubino Gambardella, uscito per LetteraVentidue. Racconta la storia di casa Malaparte a Capri, architettura mitica e universalmente celebre

The Fashionable Lampoon Issue 8 Babylon – Digital Visual Wave

The Dot Circle 2017 – The Event

Milano, giovedì 4 maggio

The DOT Circle

 

Se hai sofferto puoi capire di Giovanni F. con Francesco Casolo, edizioni Chiarelettere, è il vincitore di The DOT Circle. Ieri sera, giovedì 4 maggio, ha avuto luogo la cena di gala per 100 persone sedute alla tavola del Dot Circle, per la premiazione del vincitore.

Tiffany & Co. ha sostenuto The DOT Circle e l’impegno culturale che il premio persegue, in occasione del lancio della nuova collezione Tiffany City HardWear dedicata alla città, al tessuto urbano cittadino che oggi si vuole intendere come tessuto cerebrale.

Insieme all’amministratore delegato di Tiffany Italia e Spagna, Raffaella Banchero, e il direttore di The Fashionable Lampoon, Carlo Mazzoni, tra gli ospiti intervenuti: Filippo Timi, Asia Argento, Margherita Missoni, Arisa, Arthur Arbesser, Martina Colombari, Matteo Perego di Cremnago, Daniele Calcaterra, Nicolas Vaporidis, italo Rota, Italo Marzotto, Lina Sotis, Gian Paolo Barbieri, LaPina, Lucrezia Rospigliosi Borromeo, Piero Maranghi, Giovanni Caccamo.

Carlo Mazzoni e la modella Chiara Scelsi hanno consegnato il premio all’editor di Chiarelettere Maurizio Donati, che ha ritirato il premio in nome di Giovanni F., che resta anonimo. Andrea Faustini, tra i vincitori di X Factor UK, si è esibito live, pianoforte e voce al termine della cena.

Un ringraziamento speciale a Moet & Chandon e Belvedere Vodka, che ancora e come sempre, sono partner di ogni evento di Lampoon.
Un grazie ai partner tecnici della serata, Alfa Romeo e l’hotel Principe di Savoia. Un grazie Marinella Rossi, per la cena seduta, presso Mari & Co. 

 

The DOT Circle
La Giuria

Maria Luisa Agnese
Asia Argento
Arisa
Gian Paolo Barbieri
Camilla Baresani
Benedetta Barzini
Pier Giorgio Bellocchio
Francesco Bianconi, Baustelle
Giovanni Caccamo
Sandra Ceccarelli
Martina Colombari
Cesare Cunaccia
Denis Curti
Andrea Faustini
Andrea Incontri
La Pina
Luca Lucini
Fabio Mancini
Daniele Manusia
Angelo Miotto
Margherita Missoni
Diamara Parodi Delfino
Diego Passoni
Andrea Pinna
Italo Rota
Chiara Scelsi
Stefano Senardi
Gian Paolo Serino
Pupi Solari
Francesco Sole
Lina Sotis
Filippo Timi
Jacopo Tondelli
Nicolas Vaporidis
Raffaella Banchero
Tiffany & Co. Managing Director Italia e Spagna

 

Carlo Mazzoni
Editor in Chief The Fashionable Lampoon

Digital Visual Wave 

L’arte nelle sue forme contemporanee si diffonde attraverso l’utilizzo dei Social Network con l’illustrazione artistica in formato digitale. Sono stati scelti da Lampoon.it gli artisti che hanno realizzato ed interpretato The DOT Circle.

Illustration by: 

Lucia Emanuela Curzi @ludiary – www.luandme.com
NunoDaCosta @nuno_da_costa_illustration – www.illustrationweb.com/artists/NunoDaCosta
Barbara Dziadosz @barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz
Alina Grinpauka @grinpauka – www.Alinagrinpauka.com
Lena Ker @lenaker – lenaker.com
Alena Lavdovskaya @alenalavdovskaya
Jowy Maasdamme @iseejowy – jowymaasdamme.studio
Holly Nichols @hnicholsillustration – www.hnicholsillustration.com
Maxim Sergeev @sergeev1_maxim
Vin Servillon @findvin
Studio Iva @studio_iva
Mèlique Street @mèliquestreet
Anna Tsvell @anna_tsvell
Poppy Waddilove @poppywaddilove

Photo Marco Piraccini, Giulia Mantovani e Lodovico Colli

Location
Mari&Co. Via Ampola 18, Milan
www.marienco.it

Special Thanks to
Tiffany & Co.
www.tiffany.it – @tiffanyandco

Belvedere Vodka
www.belvederevodka.com – @belvederevodkaitalia

Moët & Chandon
www.moet.com

The Dot Circle 2017 – Le storie

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

ITALO ROTA

Text Cesare Cunaccia

«Credo che l’architetto messicano Luis Barragán, con la sua architettura fatta di colore che è forma ed emozione, sia proprio l’ultimo allievo di Proust», confida Italo Rota, milanese, 1953, tra i più liberi e immaginifici esponenti del dibatto architettonico, una parabola creativa di dimensione internazionale in incessante e sperimentale metamorfosi. «Non ho libri cult, non rileggo mai nulla, la mia vita è un continuo viaggio e la ripetitività non mi tocca, non mi appartiene. Ma ricordo perfettamente le parole con cui iniziano certe pagine, le vedo nitide, grafiche, come se fossero stampate nella mente. Pratico la lettura veloce in diagonale. Questa è una tecnica che aiuta sotto vari aspetti, ma che indubbiamente ti toglie anche parte del piacere di leggere. Dunque non leggo mai poesie. Un testo che mi ha molto affascinato ad esempio è Quand j’étais photographe di Nadar, pioniere della fotografia dalla metà dell’Ottocento, ma anche novellista, caricaturista e aeronauta. Un libro autobiografico che appare nel 1900, quando Félix Nadar è ormai ottantenne e che indaga il mistero dell’arte fotografica attraverso una sequenza di racconti e tante peripezie vissute dall’autore, tra le quali i primi scatti di una città presi dall’alto di un pallone aerostatico e le suggestive, quasi esoteriche escursioni nel sottosuolo parigino. E’ un tipico esempio di contaminazione tra due discipline, quello ordito dal corrosivo e poetico ritrattista di Delacroix, di Baudelaire e di Sarah Bernahrdt. La città è limite tra materia costruita e materia. Alle volte un libro diviene esso stesso una piccola architettura. Di casi me ne vengono in mente tanti, come Americana, del 1971, il primo romanzo di Don DeLillo o, tra gli altri, i novel dei Minimalisti US anni ’80, che già così come sono costituiscono delle sceneggiature perfette e avvincenti. Oggi, non a caso, le ispirazioni arrivano soprattutto dalle grandi serie televisive. A me quello che interessa davvero è la vita, che va salvaguardata e migliorata. Mi occupo di fare città con i cittadini, di modificare lo spazio urbano con il lavoro. Giusto adesso sto partendo per il Messico – aggiunge ancora Itallo Rota – e poi per La Paz e Bogotà, per tenervi una lectio magistralis sul tema estremamente attuale del destino della megalopoli contemporanea. Quello che è certo è che gli individui che abitano le megalopoli odierne, ora si sentono molto più responsabilizzati e sono impegnati direttamente in tema di ambiente. A Milano, per parlare di qualcosa che ci è molto vicino, il verde incredibilmente si sta diffondendo un po’ ovunque a macchia d’olio e ben 200000 cittadini negli ultimi anni hanno voluto rinunciare all’automobile».

Per ulteriori informazioni:
Alberta Vianello
alberta.vianello@memorianetwork.com
+39.02.8707.5680

 

On Cover Photo Claudia Sarchia –  @quellaclaudia

Supported by @Tiffany&Co. – Introducing Tiffany City HardWear collection. – www.tiffany.it

The Dot Circle 2017 – Le storie -d

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

DIAMARA PARODI DELFINO

Text Cesare Cunaccia

 

Diamara Parodi Delfino si occupa di cultura. È manager dell’ auditorium del Parco della Musica per Roma. Forte di una esperienza, sta per intraprendere nei prossimi mesi un’avventura professionale con il marito Giancarlo Leone, che ha al suo attivo una carriera di ben 33 anni ai vertici della Rai. Insieme hanno fondato una società di consulenza, la ‘Q10 Media’, nata nel 2016, che opera in vari ambiti del campo della comunicazione e della multimedialità. «Il mio libro della vita – racconta Diamara Parodi Delfino, madre di due ragazzi – a costo di sembrare banale, è senz’altro Delitto e Castigo di Fëdor Dostoevskij, un romanzo ‘polifonico’, dove ogni personaggio in qualche maniera riassume un’idea, un’ossessione, dichiara un punto di vista sul mondo. L’ho letto la prima volta a 14 anni e ciclicamente lo riprendo in mano. Immancabilmente mi affascina perché rappresenta quella contraddittoria duplicità psicologica, quella chiaroscurale miscela di bianco e nero, di bene e male che c’è in ogni essere umano.

Credo che i premi letterari, oltre a dare tutt’ora un segno e un’indicazione precisa al mercato, siano comunque uno stimolo a fare meglio, una piattaforma ideale per identificare la qualità, per capire e poter imparare cose nuove.
Quest’occasione mi ha aperto terreni letterari che non avevo mai esplorato. La lettura per me è evasione e intrattenimento, un momento tutto mio. Mi piace molto la fiction, il genere thriller psicologico in particolare.
I cinque libri che compongono la selezione di ‘The dot Circle’, invece, calati come sono nella complessa e stridente realtà del tempo che stiamo vivendo, suggeriscono molte domande cruciali, ti mettono a confronto con argomenti e fattori sociali e politici che caratterizzano il nostro presente e che probabilmente condizioneranno il nostro futuro. Mi hanno insegnato aspetti e rivelato angolazioni concettuali che superficialmente forse non avevo ancora sondato.
Non lo avrei mai creduto, ma fare parte di una delle due giurie del premio, con un’ immersione dentro questi testi, mi ha aperto una visuale inattesa e talvolta anche partecipata e commovente. Alterno la lettura su tablet e i-pad a quella cartacea. A costo di sembrare antica, penso però che il fascino delle pagine di un libro, la tattilità e l’odore particolare che esalano, siano difficilmente sostituibili».

Per ulteriori informazioni:
Alberta Vianello
alberta.vianello@memorianetwork.com
+39.02.8707.5680

 

On Cover Photo Claudia Sarchia –  @quellaclaudia

Supported by @Tiffany&Co. – Introducing Tiffany City HardWear collection. – www.tiffany.it

The Dot Circle 2017 – Le storie – Italo Rota

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

ITALO ROTA

Text Cesare Cunaccia

«Credo che l’architetto messicano Luis Barragán, con la sua architettura fatta di colore che è forma ed emozione, sia proprio l’ultimo allievo di Proust», confida Italo Rota, milanese, 1953, tra i più liberi e immaginifici esponenti del dibatto architettonico, una parabola creativa di dimensione internazionale in incessante e sperimentale metamorfosi. «Non ho libri cult, non rileggo mai nulla, la mia vita è un continuo viaggio e la ripetitività non mi tocca, non mi appartiene. Ma ricordo perfettamente le parole con cui iniziano certe pagine, le vedo nitide, grafiche, come se fossero stampate nella mente. Pratico la lettura veloce in diagonale. Questa è una tecnica che aiuta sotto vari aspetti, ma che indubbiamente ti toglie anche parte del piacere di leggere. Dunque non leggo mai poesie. Un testo che mi ha molto affascinato ad esempio è Quand j’étais photographe di Nadar, pioniere della fotografia dalla metà dell’Ottocento, ma anche novellista, caricaturista e aeronauta. Un libro autobiografico che appare nel 1900, quando Félix Nadar è ormai ottantenne e che indaga il mistero dell’arte fotografica attraverso una sequenza di racconti e tante peripezie vissute dall’autore, tra le quali i primi scatti di una città presi dall’alto di un pallone aerostatico e le suggestive, quasi esoteriche escursioni nel sottosuolo parigino. E’ un tipico esempio di contaminazione tra due discipline, quello ordito dal corrosivo e poetico ritrattista di Delacroix, di Baudelaire e di Sarah Bernahrdt. La città è limite tra materia costruita e materia. Alle volte un libro diviene esso stesso una piccola architettura. Di casi me ne vengono in mente tanti, come Americana, del 1971, il primo romanzo di Don DeLillo o, tra gli altri, i novel dei Minimalisti US anni ’80, che già così come sono costituiscono delle sceneggiature perfette e avvincenti. Oggi, non a caso, le ispirazioni arrivano soprattutto dalle grandi serie televisive. A me quello che interessa davvero è la vita, che va salvaguardata e migliorata. Mi occupo di fare città con i cittadini, di modificare lo spazio urbano con il lavoro. Giusto adesso sto partendo per il Messico – aggiunge ancora Itallo Rota – e poi per La Paz e Bogotà, per tenervi una lectio magistralis sul tema estremamente attuale del destino della megalopoli contemporanea. Quello che è certo è che gli individui che abitano le megalopoli odierne, ora si sentono molto più responsabilizzati e sono impegnati direttamente in tema di ambiente. A Milano, per parlare di qualcosa che ci è molto vicino, il verde incredibilmente si sta diffondendo un po’ ovunque a macchia d’olio e ben 200000 cittadini negli ultimi anni hanno voluto rinunciare all’automobile».

Per ulteriori informazioni:
Alberta Vianello
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+39.02.8707.5680

 

On Cover Photo Claudia Sarchia –  @quellaclaudia

Supported by @Tiffany&Co. – Introducing Tiffany City HardWear collection. – www.tiffany.it

Digital Visual Wave

I cinque libri in gara

On Cover Illustration by One Eye Girl @oneeyegirl  – www.oneeyegirl.bigcartel.com

Inside Illustration by:

Lucia Emanuela Curzi @ludiary – www.luandme.com
NunoDaCosta @nuno_da_costa_illustration – www.illustrationweb.com/artists/NunoDaCosta
Barbara Dziadosz @barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz
Alina Grinpauka @grinpauka – www.Alinagrinpauka.com
Lena Ker @lenaker – lenaker.com
Alena Lavdovskaya @alenalavdovskaya
Jowy Maasdamme @iseejowy – jowymaasdamme.studio
Holly Nichols @hnicholsillustration – www.hnicholsillustration.com
Maxim Sergeev @sergeev1_maxim
Vin Servillon @findvin
Studio Iva @studio_iva
Mèlique Street @mèliquestreet
Anna Tsvell @anna_tsvell
Poppy Waddilove @poppywaddilove

Alla votazione di The DOT Circle aperta sarà sommata quella di una giuria, #TheDots: Maria Luisa Agnese, Asia Argento, Arisa, Gian Paolo Barbieri, Camilla Baresani, Benedetta Barzini, Pier Giorgio Bellocchio, Francesco Bianconi / Baustelle, Giovanni Caccamo, Sandra Ceccarelli, Martina Colombari, Cesare Cunaccia, Denis Curti, Andrea Faustini, Andrea Incontri, La Pina, Luca Lucini, Fabio Mancini, Daniele Manusia, Angelo Miotto, Margherita Missoni, Diamara Parodi Delfino, Diego Passoni, Andrea Pinna, Italo Rota, Chiara Scelsi, Stefano Senardi, Gian Paolo Serino, Pupi Solari, Francesco Sole, Lina Sotis, Filippo Timi, Jacopo Tondelli, Nicolas Vaporidis

 

Supported by @Tiffany&Co. – Introducing Tiffany City HardWear collection. – www.tiffany.it

Chanel – Palais Galliera

Testo Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

Nel 2019, il solenne e marmoreo Palais Galliera, Musée de la Mode de la Ville de Paris – ricco di oltre 200.000 pezzi – diventerà la prima collezione storica permanente di moda in Francia, grazie all’ampio sostegno della Maison Chanel. Una svolta epocale, che nasce da un preciso desiderio di Anne Hidalgo, sindaco della capitale francese e che Chanel ha voluto accogliere quale mecenate unico, facendosi carico totalmente del restauro, della funzionalità espositiva e dell’arredo di queste nuove sale, con un finanziamento complessivo di 5,7 milioni di euro. Potrà così nascere una galleria permanente che porterà il nome di Salles Gabrielle Chanel. «E’ un forte impegno incentrato sulla creatività – dichiara Bruno Pavlovsky, Presidente delle Attività Moda di Chanel – la vera radiosa energia di Parigi che è anche il cuore della vitalità incessante e della fervida fucina inventiva di Chanel. È parte integrante della nostra missione sostenere un’istituzione come il Palais Galliera, che riesce a far vivere nel contemporaneo la storia della moda».

Collocata su una superficie complessiva di 670 metriquadrati negli spazi sotterranei di quello che fu un edificio eretto nella seconda metà del diciannovesimo secolo quale scrigno della cospicua raccolta d’arte di una ricchissima filantropa italiana, Maria Brignole Sale De Ferrari, duchessa di Galliera e principessa di Lucedio, la galleria offrirà ai visitatori lungo l’arco di un anno, una visione sulla parabola storica e di sviluppo della moda dal Settecento ai giorni nostri. Il progetto comprende anche il varo di un laboratorio pedagogico e l’apertura di una libreria-boutique. Il pianterreno soprastante rimarrà invece dedicato, come attualmente, a grandi esposizioni temporanee.
«Grazie al prezioso contributo di Chanel – conclude Olivier Saillard, Direttore del Museo – la storia della moda, l’eccellenza dell’haute couture francese e gli inimitabili savoir faire che esplicitano e incarnano la creazione, troveranno finalmente un podio prestigioso in questo nuovo nucleo di sale, che saremo fieri di inaugurare nel 2019».

Chanel – Palais Galliera, Musée de la Mode de la Ville de Paris

Images from Pinterest

Design, Valore e Rigore

Testo Cesare Cunaccia

@cesarecunacciaofficial

Manca il rigore della selezione: nella curatela, nella programmazione, nella folla. Per paradosso, quel rigore che la moda non ha mai perso, con quelle sue sfilate dove ogni persona ha un posto seduto secondo il ruolo, il peso e il potere. È la solita filastrocca gelida: un’esposizione si basa su un rigore per esprimere il valore del lavoro che avvalora.

Il punto cruciale è il successo. Il Salone Internazionale del Mobile di Milano 2017, il FuoriSalone, un corale momento di aggregazione sociale per la città intera e moltissimi addetti ai lavori arrivati da ogni parte del mondo. Fin troppo successo, forse. Resta la portata di tante ‘splendide cose’ che concorrevano a questo mosaico di proporzioni colossali attorno al quale ruota tutto un basilare sistema economico – quattro per tutte: il lavoro dei Forma Fantasma e di Tokujin Yoshioka; gli Objets Nomades di Louis Vuitton; la colta cifra neo-bourgeois di MSE. Così come resta fondamentale l’interrogarsi sui valori e sulla scelte generali della programmazione, che di rigoroso, ormai, nella babele meta-moderna, ha poco o nulla.

L’eccesso di affollamento, specie e soprattutto di non addetti: in massima e oltremodo ludica allegria, tra biciclette, selfie-mania e carrozzine, danze improvvisate in piazza e look ad hoc, gente varia e vaga intasava senza soluzione di continuità le vie del centro – l’area di Brera era praticamente intransitabile – fin dalle prime ore della manifestazione. Un flusso montante divenuto incontrollabile. Va sottolineata la generale atmosfera di confusione semantica, giustapposizioni improbabili sconfinanti nel sensazionalismo più gratuito un po’ ovunque, curatori e rassegne improvvisate, consumo d’immagine in deriva Instagram e fine a se stesso. Un surplus di appuntamenti capace di mandare in tilt anche un sistema nervoso a prova di bomba e di inficiare la verità: il dato oggettivo della qualità.

Sembrerà impopolare questa presa di posizione, specie in tempi di facile auto-celebrazione e di trionfalismo ego-riferito e acritico come quelli attuali. Avere un’opinione non è più di moda, mi ha detto perentoria una nota PR milanese, qualche tempo fa. Sta di fatto che in questo modo, tra lo scoppiettare un po’ strapaesano di una sorta di mobile festa e un esasperante e invasivo martellamento para-estetico e carnascialesco, tra boutades, infinite cover scambiate per novità assolute e il dilagare di edizioni limitate, si rischia di perdere di vista gli intramontabili possenti valori di quello che è stato il messaggio fondativo, eversivo ed etico del design, fin dagli esordi novecenteschi nella luminosa modernità del Bauhaus. La confusione, oggi più che mai, non aiuta. Confonde e azzera ogni significato, ogni necessaria e democratica – non populistica, badate bene – differenza e distinzione.

Design Week Milan, 2017 

Images from Lampooners

Damien Hirst

Testo Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Missa est. La faraonica, opulenta e vertiginosa cerimonia funebre di quanto resta della modernità si è computa a Venezia. L’hanno celebrata i sacerdoti del global contemporary art market Larry Gagosian e Jay Joplin di White Cube, non senza aver inflitto un’esemplare penitenza al reprobo artista, ritornato all’ovile paterno dopo la fuga nel 2008. Accanto ai dióscuri del contemporaneo, officiavano il rito anche Christie’s e la Collection Pinault, che ospitava l’evento (Palazzo Grassi, Punta della Dogana). Damien Hirst, enfant prodige dei ruggenti Novanta londinesi, ritorna alla ribalta dopo un periodo di eclissi, con una mostra personale smisurata, a dir poco spiazzante, opulenta ed ipnotica come un’autodafé. Treasures from the Wreck of Unbelievable, a cura di Elena Geuna, racconta l’impossibile storia di una grande imbarcazione a vela, inabissatasi nel profondo del mare in un tempo da definirsi, tra archeologia egizia e classica, tardo rinascimento, barocco coloniale e spazio onirico e virtuale, con il suo prezioso carico di manufatti d’arte d’ogni tipo e provenienza. Da qui, secoli dopo – ma chi può dirlo, forse è soltanto una proiezione, una morgana della mente – questo tesoro sommerso viene recuperato dal relitto, come raccontano grandi light box accanto alle opere. L’impatto emozionale è diabolico, ti toglie il fiato appena varchi la soglia di Palazzo Grassi e nella corte ti si para davanti un colosso acefalo in bronzo scuro alto fino al soffitto vetrato. Un nudo eroico e in tensione dinamica dagli artigli di grifone semi-spezzati, riportato alla luce da acque profonde, che si impadronisce dell’intero edificio, cosparso di resti di concrezioni d’alghe, di conchiglie e coralli. Da qui si intreccia una fiction indiavolata dove si miscela e si accavalla di tutto, ma proprio di tutto. Un Armageddon che va da un’eburnea e inquietante Nefertiti – Messerschmidt dagli occhi verde gatto alla scultura tolemaica ed ellenistica, dalle sofisticate allegorie della Maniera di Jacopo Zucchi e della Wunderkammer rudolfina, a Mickey Mouse e ai robot di Mazinga Zeta, sovrapponendovi citazioni dei manga giapponesi, a Godzilla e Kill Bill. Fragranze lisergiche indiane, pirotecnici garuda Thai, un trionfo da tavola con leone dorato degno di Giovan Carlo de’ Medici ma con divertito retrogusto pop e un berniniano unicorno ‘Patrizi’ in cristallo di rocca fumé. Ecco mirabilia e naturalia d’ogni possibile fatta, megasquali comics molto Hirst dalle fauci spalancate e una medusa caravaggesca in malachite, rivisitata con un epico pulp di spaventosi serpenti, tra Tarantino e la Foresta dei pugnali volanti. Oltre duecentocinquanta opere che si incarnano in pietre dure, bronzo dorato, cristallo di rocca, malachite, lapislazzuli, plastica, resine e metalli vari, gesso, materie fiorite di corallo, di cappe sante e telline, di cozze e madrepore, di strani vegetali acquatici, come fossero emerse da una lunga permanenza sottomarina. Una serie di raffinati disegni preparatori.
«Ma sta roba l’’hanno veramente trovata in un antico relitto nel fondo del mare?», mi chiede attonita un’amica milanese a Punta della Dogana, davanti a un abnorme disco solare neo-azteco apparentemente strappato a una barriera corallina. Raggiunto l’effetto voluto, scardinata ogni semantica, ogni simbolo, qualsiasi senso cronologico e ordine di appartenenza culturale. Le carte, finalmente, si confondono fino all’inverosimile. Camp e sofisticazione, effrazione totale di senso e metamorfosi da grotto negromantico. Metamoderno. Orientalis & Occidentalis Karma. D’altronde il mantra dell’intera operazione è lo stesso Damien Hirst sibillino a dichiararlo: Somewhere between Lies and Truth lies the Truth.

Palazzo Grassi – Punta della Dogana
Venerdì, 7 aprile 2017: Anteprima per la stampa.
Sabato, 8 aprile 2017: Opening.
Domenica, 9 aprile 2017: Apertura al pubblico.
Fino al 3 dicembre 2017.
Orari:
Aperto dalle 10 alle 19
Chiuso il martedì
Ultimo ingresso alle 18
 
PALAZZO GRASSI
Campo San Samuele 3231, Venice
PUNTA DELLA DOGANA
Dorsoduro 2, Venice
Info: www.palazzograssi.it

Gagosian Warhol

Testo Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Milano a quei tempi era più che mai da bere. Committente del lavoro di Warhol fu il sulfureo mercante d’arte di origine greca Alexander Iolas, ex-ballerino, magnifico avventuriero dalle stravaganti e indimenticabili mises un po’ Erté, un po’ Alice Cooper con un retrogusto Byzance, titolare di gallerie in varie parti del mondo, tra cui NYC e Milano. Nel gennaio 1987 vi fu una grande mostra alle Stelline, a soli due passi dal mistico e fragile affresco leonardesco, dove apparvero varie tele di grandi dimensioni.

L’Ultima cena warholiana ritorna a Milano, presso il Museo del Novecento, grazie alla Über-galleria internazionale Larry Gagosian, in un’esposizione dal titolo Sixsty Last Supper, Curatore Associato Jessica Beck. Un mosaico che accosta e itera la scena evangelica per ben sessanta volte, in bianco e nero in una specie di muro-totem composito e ossessivo. Qui, questo gioco di ripetizione dell’immagine del Cenacolo, riacquista una strana ieraticità, un improvviso senso di sacro a dispetto della disattivazione dell’originale portata spirituale attraverso la ripetizione. Warhol morì un mese dopo l’inaugurazione della mostra, che quindi resta l’ultima storica tappa del suo percorso.

Al Museo del Novecento Sixty Last Supper instaura un colloquio con le grafie al neon di Lucio Fontana che si snodano rapsodiche e abbaglianti sul soffitto e che di colpo acquistano come un vago sapore michelangiolesco di sfida, di antitesi e fusione. La padrona di casa, Pepi Marchetti Franchi, Direttore della sede di Roma della Gagosian Gallery, aggiungeva intanto un tocco esoterico all’evento, raccontandoci come, in cerca del volume originario e avendo ricevuto il rifiuto al prestito da parte di varie biblioteche, da Gagosian ne abbiano potuto fortuitamente reperire e acquisire uno a Viterbo, con ex libris primi ‘Novecento di un Carnegie che viveva a Allegheny City, vicino a Pittsburgh, Pennsylvania, città che, guarda caso è il luogo natale del vecchio Andy.

Lungo e sentito anche dai profani e dai soliti presenzialisti mondani – qui meno del solito, in verità la mondanità era quasi azzerata – il dovuto pellegrinaggio davanti all’opera, che si staglia nel quinto piano iper-finestrato e panoramico del Museo del Novecento dedicato interamente alle astrazioni sintetiche e spiazzanti di Lucio Fontana. D’un tratto, come a sancire ulteriormente il generale effetto chiesastico post – conciliare di marca Settanta che senza dubbio il compianto cardinal Lercaro avrebbe apprezzato, sono comparsi anche dei religiosi dall’immacolato saio avorio – per poi seguire, il dinner da Giacomo Arengario.

Sixsty Last Supper
Milano, Museo del ‘900 all’’Arengario
24 marzo – 18 maggio 2017
www.museodelnovecento.org

Images courtesy of press office

 

 

Petit H

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

«Come si può non essere ispirati davanti a tanta bellezza» sottolinea Pascale Mussard, una donna di fascino e intensità, sesta generazione della Famiglia Hermès, Direttore Artistico e responsabile della creazione di questa particolare avventura della casa francese. «Roma è un contenitore di meraviglie che miscelano secoli e semantiche, materie, linguaggi e suggestioni infiniti. Bisogna essere ciechi per non vedere. Per non voler vedere. Detesto la gente blasé. Sono curiosa e amo sperimentare a getto continuo fin dalla mia infanzia» aggiunge Mme Mussard, gli occhi di un azzurro dai bagliori di acciaio animati da un entusiasmo contagioso. «Smontavo regolarmente i miei giocattoli, volevo capire che cosa ci fosse dentro e ho sempre frequentato gli archivi, scavandoci come in una miniera. Sono rimasta la stessa. In Italia, una terra dalle radici artistiche e artigianali tanto forti, il senso di Petit H, imperniato sul mutuale rapporto e sulla compenetrazione senza frontiere di sorta, tra designer e figure creative e artigiani di maestria ed esperienza, diventa più forte, legge un’eredità che è viva e si sviluppa verso il futuro».

Petit H il progetto speciale di Pascale, un qualcosa che ha cullato come una creatura e realizzato con caparbia passione, ora approda a Roma, in quella che è stata la storica boutique Hermès al 67 di via dei Condotti, adesso destinata a mostre ed eventi speciali e vi rimarrà per tre mesi. Petit H è itinerante, effimero e vagabondo per natura: il suo solo porto d’attracco permanente è il flagshipsore Hermès di rue de Sèvres a Parigi. Lo spazio del negozio romano è stato reinterpretato per l’occasione come un’ariosa e grafica Wunderkammer in bianco con profili neri dallo studio di architettura Caruso- Torricella. Un pop-up store pieno di invenzioni sorprendenti, che riusano e reinventano, secondo la poetica di questo innovativo programma nato nel 2011 e che ha sede a Pantin, alle porte di Parigi, quelli che lei definisce materiali orfani o dormienti. Si tratta di frammenti, parti metalliche, maniglie, ceramiche e borse dagli impercettibili difetti che però non passano la sbarra del rigoroso controllo di qualità del marchio, di prototipi, tessili. pellicce e pelli di fine serie, bottoni, serrature e quant’altro.

«Tutto è materia di riflessione, tutto è soggetto di meraviglia» aggiunge Pascale. «Materia viva. Nessun ordine né pregiudizio, ogni oggetto, mobile e complemento è giocoso, differente e sorprendente e bello». Ecco così che i canonici carré in seta si trasformano in carta velina e che il terrazzo alla veneziana, ripensato con uno spessore sottilissimo, dà vita a gioielli e riveste mobili e oggetti, secondo due progetti del duo Nicolas Daul e Julien Demanche, entrambi presenti oggi al vernissage. Un fiabesco cavallo azzurro a grandezza naturale, realizzato con l’inimitabile morbidissima pelle delle Birkin e Kelly bags, campeggia al centro di questa incredibile costellazione di objets du desir che incrociano un inusitato mixage di funzione e impatto estetico, di stupore. Un’aggraziata giovane signora giapponese, in realtà un medico di fama nel suo Paese, è venuta appositamente a Roma per questo opening. È una seguace fervente del culto Hermès. Ha ideato, montato e cucito personalmente l’abito strutturato che indossa utilizzando una serie di carrées, porta solo accessori, gioielli e orologio della Maison ed ha perfino dipinto le unghie delle mani e dei piedi con microscopici tipici motivi dell’immaginario Hermès. È piuttosto emozionata, ancora non ci crede e lo si vede chiaramente. Chiede timidamente di poter fare una fotografia con Pascale Mussard. Anche questo è Petit H.

Images courtesy of press office www.hermes.com

A PARISIAN WEEK

Testo Cesare Cunaccia

@cesarecunacciaofficial

 

Una settimana parigina sferzata da una pioggia uggiosa, incessante e a tratti violenta, che ha comunque raccontato alcune pagine di moda molto interessanti, fino al gran finale, con la mostra L’oeuvre au noir, dedicata al genio di Cristobal Balenciaga al Musée Bourdelle, all’incredibile decollo del razzo Chanel sotto le volte vetrate del Grand Palais e all’emblematico approdo al Louvre di Vuitton , «Viviamo in un’epoca in cui la gente non può più pensare a lungo termine – osserva intanto Guram Gvasalia, osannato guru di Vetements e designer di Balenciaga – anche le strategie di business sono diventate così. Nessuno può più immaginare strutture a lungo termine, tutti sono concentrati su oggi e subito, soltanto sulle vendite odierne». Senso di precarietà, brividi e ombre verso un domani incerto, in un mondo globalizzato e sempre più arduo da comprendere e leggere nei suoi contorni? A questa domanda sembrava voler rispondere Miuccia Prada, con la sua sofisticata, composita ed ironica esercitazione per Miu Miu del 7 marzo.

Tra le vere highlights della Fashion Week Parigina Autunno/Inverno 2017, la sfilata Dior, leggendaria Maison francese guidata dall’italiana Maria Grazia Chiuri, ha scelto di declinare un unico tema cromatico: il blu. Rapsody in Blue o Blue Moon, la voce roca e intensa di Nina Simone come soundtrack. ‘Fra tutti gli altri colori – scriveva Christian Dior nel suo Petit Dictionnaire de la mode – il blue navy è il solo che può competere con il nero. Un lavoro magnifico, quello di MGC chez Dior che ha riscritto frammenti basilari della poetica del brand. Il mitico modello Chevrier del 1949, ad esempio,ispirato alle tuniche dei pastori pirenaici e dotato di un ampio cappuccio, si è trasformato in una teoria di giacche, di abiti, gonne,mantelle, cappotti e piccoli bomber dalle fragranze sportive, con materie quali taffettà, velluto, panno spigato da coperta e maglia. Ecco le divise no gender, il rigore geometrico che s’intreccia con echi emotivi ed onirici nella trasversalità del blu. Issey Miyake con Yoshiyuki Miyamae, nel fasto storicistico e dorato dell Hôtel de Ville si ispira alla toccante bellezza dell’aurora boreale. Ed è subito poesia, anzi haiku, grazie alla lana grezza di pecore Shetland nate e allevate nelle pallide luci nordiche, tinte in cinque diversi colori combinati in un unico filo, dei superbi cappotti cocoon. Combinazioni architettoniche e paradossalmente lievi di Baked stretch e Steam stretch, il vocabolario della Maison, plissées curvi e concentriche concrezioni tessili dagli effetti ottici estranianti. Chanel è Chanel, che altro dire. Lo show è un evento, la consacrazione sempre potente e nuova di una mitologia della modernità. Questa volta si estrinseca in un’esplosiva connotazione spaziale, in un omaggio all’epopea degli astronauti siglato dal razzo bianco e nero con logo che alla fine del défilé, dal Centre de lancement N.5, dove sono assiepate duemilaseicento persone, schizza dalle rampe dritto verso il cielo. C’e un’aria giovane, divertita, leggera come il vento. Bisogna mantenere la propria identità e rinnovarla di continuo, afferma Karl Lagerfeld in backstage. Lui ci riesce appieno.

Nadège Vanhee-Cybulski, Creative Director di Hermès, continua il suo viaggio ermeneutico all’insegna di una freschezza giovane e fluida. La sua è una lettura per sottrazione e condensazione di un segno inimitabile, che però nulla toglie all’osservanza di un linguaggio e di un approccio che sono patrimonio basilare dell’heritage di Hermès. Gli abiti fluttuano siglati dalle stampe dei celebri carreés traslate a effetto sinopia sulla seta, stretti in vita da cinture sottili. I piccoli e graziosi duvet si portano sul tubino ritmato da zip,minigonne e top sono abbinati ad allungati caban. Splendide le bag in pelle e canvas, quanto le borse a tracolla in struzzo e gli alti stivali allacciati. Moncler Gamme Rouge guarda a un Canada autunnale incendiato di gialli e di rossi divampanti. Il décor è letterale: foglie morte accumulate, proiezioni all over di paesaggi e boschi sulle pareti, le Giubbe Rosse della gendarmeria reale schierate a celebrare il finale. Giambattista Valli, il Direttore Artistico di Gamme Rouge, ha interpretato il tema in modo mirabile e composito, incrociando outdoor e sofisticate fragranze metropolitane, sport e grazia soffusa, forte della sperimentale alchimia e ricerca di materiali che è un elemento portante di Moncler. I doudones sono peso piuma, arricchiti e per converso ulteriormente alleggeriti da ricami e intrecci di applicazioni rébrodées. Non mancano cappotti di tweed dalla carrure infantile, frangi-vento stampati a fiori selvaggi, stupendi pullover in shetland e foulard annodati un po’ ovunque. Le ballerine in tweed lievemente ottocentesche accompagnate dalle calze grosse, si accostano a zaini in nylon. La fluviale Fashion week F/W 2017-18 di Parigi si chiude in bellezza con la sfilata Louis Vuitton, tra scalinate scenografiche e solenni gruppi scultorei, nella Cour Marly del Louvre. Un luogo superbo a livello estetico e di profonda pregnanza storica per un evento che non ha precedenti. Bernard Arnault e LVMH hanno infatti firmato un accordo biennale con Jean-Luc Martinez, President del celeberrimo Museo, per potervi organizzare gli show del marchio. Nicolas Ghesquière, Direttore Creativo di LV, si lancia in un’esercitazione dai contorni espressivi liberi e poco definibili. Sottovesti da sera a effetto laccato, pellicce e montoni di soffuso sapore etnico ma, di nuovo, non riconoscibile o ascrivibile a una zona geografica certa o a una determinata cultura. Focus sulle borse e sui bijoux d’argento- notevoli le catene multiple- molto presenti, dinamici e perfino preponderanti in una forma linguistica che si declina totalmente sul verbum del proprio demiurgo.

Images courtesy of press office 

FENDI MATRICE

Testo Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Giuseppe Penone è ora il protagonista di una personale dal titolo Matrice, inaugurata il 26 gennaio 2017 presso i grandi spazi a piano terra del Palazzo della Civiltà Italiana a Roma, il Colosseo Quadrato, sede della maison Fendi.

La mostra è la prima tappa di un viaggio tra arte, storia e contemporaneità intrapreso da Fendi, che ha voluto destinare a esposizioni e installazioni i solenni e ariosi volumi a pianterreno della grandiosa mole di pieni edilizi e fornici sovrapposti che domina l’EUR, già cornice di mostre quali Una Nuova Roma, L’EUR e il Palazzo della Civiltà Italiana e FENDI Roma. The Artisans of Dreams. La solo exhibition di Giuseppe Penone, figura cruciale nel dibattito artistico contemporaneo, che, aperta al pubblico gratuitamente, si concluderà il 16 luglio prossimo, sancisce l’impegno di Fendi nel sostenere e dare risalto alle più importanti espressioni della cultura odierna e nella salvaguardia del patrimonio artistico. Una parabola di mecenatismo che si fonda sui valori basilari del brand, che intrecciano innovazione continua e tradizione, savoir-faire e creatività e che ha stabilito un forte legame con la città di Roma.

Una fervida relazione con la capitale che continua a evolvere e a generare esiti e apporti diversi, come sottolinea Pietro Beccari, Presidente e Amministratore Delegato di Fendi: «Siamo orgogliosi di collaborare con Giuseppe Penone – afferma Pietro Beccari –, in questa prima mostra di arte contemporanea a Palazzo della Civiltà Italiana, simbolo delle nostre radici romane e che, come promesso, continuiamo a rendere fruibile ai romani e ai turisti di tutto il mondo. Penone è un artista italiano di fama internazionale con il quale condividiamo la passione per la creazione, per il più eccelso savoir-faire e per l’incessante dialogo tra tradizione e modernità, valori cardine di Fendi».

Curato da Massimilano Gioni, Direttore Artistico del New Museum di New York e, nel 2013, Direttore della Biennale d’Arte di Venezia, questo evento istituzionale imperniato sulla poetica di Giuseppe Penone si sviluppa intorno a una selezione di suoi lavori storici e a un gruppo di altre opere site specific, realizzate appositamente per la mostra cercando un’osmosi semantica, un rapporto privilegiato con l’architettura interna del Palazzo della Civiltà Italiana.

La mostra prende il nome da una delle maggiori e più impressionanti realizzazioni dell’artista, concepita nel 2015, che appunto porta il titolo di Matrice. Un tronco d’abete della lunghezza di trenta metri scavato seguendo un anello di crescita, in modo da far emergere in superficie tutto il passato della conifera, la sua storia e sue trasformazioni successive. Nel legno è incastonata un’anima di bronzo che pare quasi congelare e sospendere ogni flusso vitale della natura. Come spesso accade nell’opera di Giuseppe Penone, la scultura indaga sul rapporto tra tempo e natura e diviene metafora di quello che s’instaura fra natura, umanità e caducità.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Giuseppe Penone is now featured in a solo show entitled Matrice, which opened on 26 January 2017 in the large ground-floor spaces of the Palazzo della Civiltà Italiana in Rome, the Colosseo Quadrato, home to the Fendi fashion house.

The exhibition is the first stage of a journey linking art, history and contemporaneity undertaken by Fendi, which has decided to exploit the solemn and lofty locales on the ground floor of the majestic block of overlapping buildings and arches that dominates the EUR for exhibitions and installations, and has already hosted shows such as Una Nuova Roma, L’EUR e il Palazzo della Civiltà Italiana and FENDI Roma. The Artisans of Dreams. The solo exhibition featuring the work of Giuseppe Penone, a key figure in the contemporary artistic debate, and which will remain open to the public free of charge until 16 July this year, reflects Fendi’s commitment to support and highlight the most important expressions of today’s culture and to the safeguarding of artistic heritage. A parable of patronage based on the fundamental values of the brand, interweaving constant innovation and tradition, savoir-faire and creativity, a brand which has built strong ties with the city of Rome.

A close relationship with the capital which continues to evolve and to generate different results and contributions, as Pietro Beccari, President and CEO of Fendi, underlines: «We are proud to collaborate with Giuseppe Penone on this new contemporary art show at Palazzo della Civiltà Italiana, the symbol of our Roman roots and which, as promised, we continue to make available to the Romans and to tourists from all around the world. Penone is an Italian artist of international fame with whom we share a passion for creation, for the finest sense of savoir-faire and for the ongoing dialogue between tradition and modernity: all core values of the Fendi brand.» Curated by Massimilano Gioni, Artistic Director of the New Museum in New York and, in 2013, Director of the Venice Art Biennale, this institutional event hinging on Giuseppe Penone’s poetics is developed around a selection of his historical works as well as a set of other site-specific works created especially for the exhibition, seeking out a semantic osmosis, a privileged relationship with the interior architecture of the Palazzo della Civiltà Italiana.

The exhibition takes its name from one of the artist’s greatest and most impressive works, conceived in 2015, which also bears the name Matrice (Matrix). A fir tree trunk some thirty metres in length, filed down to follow a single growth ring, so as to bring to the surface the whole past of the conifer, its history and successive transformations. A bronze core is embedded in the wood, which almost seems to freeze and suspend any vital flow of nature. As often happens in Giuseppe Penone’s work, the sculpture investigates the relationship between time and nature and becomes a metaphor for the links established between nature, humanity and caducity.

Fendi Matrice
26 January – 16 July
Palazzo della Civiltà Italiana
Quadrato della Concordia, 3 – Rome, Italy
Open every day from 10:00 am to 8:00 pm

Read more on The Fashionable Lampoon Issue 8 – on the newsstands from February 16th

Images courtesy of press office
www.fendi.com

CHANEL RELOADED

Testo Cesare Cunaccia @cesarecunacciaofficial   Leggerezza, una fiaba giocata su una palette dai toni delicati e fuggenti. Rosa cipria, una tavolozza luminosa d’avorio e off white, di noisette, di argento perlaceo e di mauve. Cascate di paillettes come pleiadi di stelle, applicazioni di piume che smussano le linee e i tagli magistrali, concrezioni di volant onirici. Chanel, sotto la guida dell’Übercouturier Karl Lagerfeld, non cessa mai di disegnare contorni inattesi, reinventando ispirazioni e vocabolari assodati con estro metamorfico. Questa volta, oltre alla leggerezza – anche secondo il canone di una libertà creativa che riassume in sé, trasformandolo nel segno della maison – una sorta di viaggio attraverso le ispirazioni couture del XX secolo. Silhouette a clessidra dagli inizi del Novecento, abiti corti anni Venti bordati di marabù, scivolate robes-vestaglia anni Trenta ricamati fittamente sulle maniche che sbocciano di acanti, le gonne a corolla ampia dei Cinquanta la cui geometria si materializza nel più evanescente dentelle noir da maja goyesca. I tailleur sono segnati in vita verso l’alto da cinture in tessuto, appena sotto il seno. La trama del tweed-signature spesso si assottiglia, si muta in segno astratto, in vibrazione tonale, oppure si scioglie in echi metallici e pulsanti pulviscoli cromatici. Quando nel finale esce Lily-Rose Depp, diciassette anni, figlia di una musa di Karl Lagerfeld quale è Vanessa Paradis, seguita da uno strascico di ruches in tulle rosa, il sortilegio finalmente si rivela, il presagio si compie, Atemporale, irrinunciabilmente giovane e romantico. La vie en rose.

Images courtesy of press office Chanel www.chanel.com

ARMANI PRIVÉ SS17

Testo Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Rapsody in Orange. L’arancio in ogni declinazione e densità, in ogni sua sfumatura e variazione. Sempre energetico e fragrante come un mandarino siciliano, come il sole nipponico di Hokusai o un’esoterica vibrazione pittorica di Mark Rothko. La collezione Armani Privé per la prossima Primavera/Estate, è imperniata su questo colore particolare. Il parterre della sfilata è di quelli ‘a cinque stelle’, grazie soprattutto a due signore del cinema che hanno appena conseguito la nomination all’Academy Award: Isabelle Huppert e Nicole Kidman, fedeli seguaci della maison milanese. «L’arancio è il colore del coraggio» – afferma Giorgio Amani – «può dare forza e vigore a una donna che sta un attimo indietro».

Quarantotto le uscite di questo défilé dai risvolti di pièce teatrale, giocato attraverso progressioni geometriche e la ritmica ‘Armani’ di una pura linearità. Un approccio di segno essenziale e insieme ricco di echi ed evocazioni. Forme plastiche come la tunica dritta e ricamata sotto una velatura del medesimo tangerine, o la coppia di abiti a colonna plissée con una sola spalla e una galassia di minuti cristalli. La carrellata iniziale prende vita su una teoria di giacche magistrali, interpretazione di un tema caro allo stilista rese totalmente nuove per taglio, ornati e scelta cromatica. Lo spencer in coccodrillo orange, con alamari in micro-paillettes nere, il broccato brodé, le trame cangianti in canottiglia e il vestito a fazzoletto, che solo un piccolo ed elaborato devant fa accostare al corpo. Tutto quanto immerso in una tonale palette di arancio. Ricami ieratici per le due opulente gonne da ballo del finale, che nascondono di nuovo il Leit-Motiv del plissé in diagonale, frutto di una tecnica manuale che sfiora il virtuosismo scultoreo.

Giorgio Armani Privé SS 17, 24 January at 18.00 pm – Paris
Images courtesy of Giorgio Armani 
www.armani.com

FENDI CHRONICLES

Testo Cesare Cunaccia @cesarecunacciaofficial   Fendi nel 2016 compie novant’anni con freschezza e vitalità progettuale. Attraverso nove decenni di esistenza, la metamorfica parabola creativa della Maison romana traccia un itinerario di suggestioni nel solco di una modernità che diventa destino. Il plot del marchio si nutre di ispirazioni, di imprestiti i più vari, che ogni volta vengono rimeditati e smontati fino alla purezza sconcertante del segno assoluto e nucleare, fino a trasformarli in altro, quindi miscelati con ulteriori apporti, anch’essi atomizzati, stravolti e sovvertiti. Dati, impressioni e immaginari sezionati e portati all’essenza, siano essi i Suprematisti sovietici o il Dada, Kubin e l’oro bizantino di Klimt, lo Jugendstil fra Praga e Parigi di Alphonse Mucha, i Cinetici italiani anni Sessanta e la Wiener Werkstätte, Borromini, Damien Hirst o una vibrante tavolozza Fauve. Oppure, ancora, un caleidoscopio di ironiche e divertite citazioni iperpop, il comic patinato e vinilico di Valentina e tanti frame cinematografici, noir, commedie sofisticate, fragranze autoriali che poi vanno a comporsi in una texture immancabilmente innovativa ed emozionante. Roma, la Città eterna, di suo è uno smisurato contenitore di semantiche e bellezza. La cifra dell’Urbe, il reale significato del suo essere immortale, è proprio racchiusa in una vertiginosa partita di sovrapposizioni e intrecci, come una matassa di radici che connettono immediatamente una storia millenaria al presente e ai file ancora ignoti che contengono il futuro. Roma è Fendi e Fendi è Roma. Sono dimensioni accumunate da una medesima capacità di sintesi e visionarietà, dalla stessa appartenenza a un’emanazione estetica atemporale, impossibile da datare e da sigillare in qualsiasi casellario prestabilito. Fendi significa accessori must, il tessuto Zucca, un logo che condensa mezzo secolo di direzione artistica di Karl Lagerfeld. Pellicce intarsiate, tricot, rasate e scolpite, intrise di piume, colorate e decolorate per campi cromatici, leggerezza, metatesi materiche e broderie féerique. Insomma, irripetibili oggetti del desiderio. La fluidità impalpabile ma sculturale del mantello ‘Mappamondo’, anno 1967, accanto alla cappa in visone peau d’ange miscelato a piume in gradazione, una nuvola rosa pallido della prima Haute Fourrure a Parigi, nell’estate 2015. Ora, un ritrovato romanticismo, estremamente giovane. Solari broccati aurei da Marie Antoinette odierna, trasparenze, raffinate e sapientemente contraddittorie aritmie formali, provocatorio bon ton, come nell’ultimo show prêt-à-porter milanese. Il mitico motivo di pellicceria ‘Astuccio’, ieratico e rivoluzionario cult Fendi, si fraziona sulle centrifughe ossessioni geometriche dei pavimenti cosmateschi quanto nei grafismi di Scheggi, di Biasi e Castellani e sulle griglie rigorose del razionalismo. La dannunziana Cronachetta delle pellicce, un brano letterario magistrale per l’evocazione tattile e sensoriale che lo pervade, trascolora nel profetico e opulento mélo seventy di Gruppo di famiglia in un interno, il più accorato e intensamente politico dei film di Luchino Visconti. Un autentico manifesto dell’estetica della Maison. Fendi è tutto questo e molto, molto di più.

Text Cesare Cunaccia @cesarecunacciaofficial   In 2016 Fendi will be 90 years old and incredibly fresh and with formidable design vitality. Throughout nine decades of existence, the metamorphic creative parabola of the Roman Maison has followed an emotional itinerary full of suggestions of a modernity that became destiny. The plot line of the brand is nourished by infinite inspiration, by the most varied borrowings, that each time are remediated and taken apart down to disconcerting purity of the absolute and central idea, until these are transformed into other things. Then they are mixed with other contributions which are also atomised, altered and overturned. Details and impressions dissected and reduced to the essence, whether Soviet Suprematists or Dada, Kubin and the Byzantine gold of Klimt, the Jugendstil of Prague and Paris of Alphonse Mucha, Italian Kinetics of the 1960’s and the Wiener Werkstätte, Borromini, Damien Hirst or a vibrant Fauvist palette. Or even a kaleidoscope of ironic and entertaining hyper-pop citations, the glossy, plasticised comic of Valentina and many cinematographic frames, noir, sophisticated comedy, authorial fragrances that then are composed in an innovative, exciting texture. Rome, the Eternal City, on its own, is an immeasurable container of semantics and beauty. The figure of the Urbe, the real meaning of its being immortal, is enclosed in a dizzying game of overlapping and entwining, like a tangle of roots that instantly connect a long history to the present and to the yet unknown files containing the future. Rome is Fendi and Fendi is Rome. These are dimensions accumulated by the same capacity for synthesis and vision, by the same origins and an aesthetic emanation without time, impossible to date or seal in any predefined box. Fendi means must-have accessories, Zucca fabric, a logo that condenses half a century of artistic direction by Karl Lagerfeld. Intarsia furs, tricot, shaved and carved, full of feathers, coloured and decoloured by chromatic fields, lightness, material metathesis and broderies féerique. In short, unique objects of desire. The impalpable yet sculptural fluidity of the ‘Mappamondo’ wrap of 1967 next to the cape in peau d’ange mink mixed with a gradation of feathers, a pale pink cloud from the first Haute Fourrure in Paris in the summer of 2015. And now, a rediscovered romanticism, extremely youthful. Sunny golden brocades for the Marie-Antoinette of today, refined transparencies with consciously contradictory formal irregularities, provocative bon ton, as in the latest Milan prêt-à-porter show. The mythical fur motif ‘Astuccio’, hieratic and revolutionary cult Fendi, splits on the centrifugal geometric obsessions of the Cosmati paving as much as the graphisms of Scheggi, di Biasi and Castellani and on the strict grid of rationalism. The Cronachetta delle pellicce (Pleasure) by D’Annunzio, a masterpiece of literature for evoking the tactile and sensory that pervades it, fades in the prophetic and opulent Seventies melodrama Gruppo di famiglia in un interno (Conversation Piece), the most heartfelt and intensely political of Luchino Visconti’s films. An authentic manifesto of the aesthetics of the Maison. Fendi is all this and more, much, much more.

I capi di Fendi presentati nella gallery sono stati parte della mostra The Artisans of Dreams, cha ha avuto vita e luogo al Palazzo della Civiltà Italiana a Roma (oggi headquarter di Fendi) dal 9 luglio al 29 ottobre 2016

The Fendi garments shown in the gallery pages were part of the exhibit The Artisans of Dreams, which took place at Palazzo della Civiltà Italiana in Rome (now Fendi headquarters) from 9 July to 29 October 2016.

From The Fashionable Lampoon Issue 7 Photographer Olivia Bee Creative Direction Alexander Beckoven Hair and make up Hilary Battisti @ Simone Belli Agency Manicurist Francesca Napolitano @ Simone Belli Agency Model Caterina Ravaglia @ Img Milan Photography assistants Virgile Biechy, Lazzaro D’Alessandro Digital tech Elio Rosato Fashion assistant Carolina Fusi Special thanks to Cult, Porselli, Elisa Negri Tailoring, Mantero, Zoo Grunwald www.fendi.com

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