Loading the content...
Navigation
Tag archives for:

chanel

Cannes Daily

Si è aperta così la settantunesima edizione: Martin Scorsese con Cate Blanchett sottobraccio. Cate, presidentessa del festival – in settantuno edizioni, solo dodici volte una donna ha presieduto la giuria – in pizzo nero Armani Privé, casto davanti e scollato dietro. Perdonabile l’affair dell’abito riciclato – è lo stesso look che aveva indossato ai Golden Globe del 2014, all’epoca vinse per Blue Jasmine di Woody Allen. Perdonabile, in nome dell’empowerment femminile – sottotema del Festival. Niente dichiarazioni femministe e nemmeno spillette evocative di movimenti Times’s up e MeToo.

Un’edizione nel segno del cambiamento, a partire dal divorzio da Netflix, i cui film sono stati esclusi anche dal fuori concorso. Per la prima volta, gli attori non potranno auto-immortalarsi a Cannes, anche se i motivi del bando non sono ben chiari: «A Cannes si va per guardare, non per essere visti», aveva detto il curatore del Festival, Thierry Fremaux. L’obiettivo sarebbe «Far sì che la première sia una vera première».

Text Maria Antonietta Crespi

 

C’è tanto, troppo, un surplus di significato a caricare d’enfasi ogni singolo gradino della Montée des Marches a Cannes. Ingolfa, appesantisce persino il tubino nero e tacco medio. Il Festival dei significati rischia di vanificarli tutti. Glamour dimesso, parco. Lo si pesa in carati di preziosi normalmente prestati a chilo, ora a etti sparsi. Incombe l’anniversario delle uova e delle pellicce bruciate a maggio che infiammarono la Croisette. Cinquant’anni dal 1968, i borghesi via, Truffault e Godard a cavalcare la protesta.

Oggi la crisi è da ridere, riguarda esclusivamente l’identità. Di un paese, di una manifestazione, di un lungomare. Via i massimi sistemi, via l’ideologia. Via persino i selfie dal red carpet a ribadire che quest’anno si cambia ma non è altrettanto divertente. Il pop è diversamente abile al confronto e viene ri-protetto altrove, defilato. Gli autori parlano e non mostrano, si raccontano e non raccontano. Nell’era dei maestri spariti, tornano i maestri insegnanti per un cinema che per definizione, se va spiegato non assolve più al suo compito primario.

Vestiti cupi e botte di colore spot a ribadire il principio dell’autodeterminazione. Nel 1968 il problema era gestirla, oggi è preservarla dagli attacchi maschili. Si parla di violenze, un argomento caldo perfetto per l’anniversario. Se ne lamenta Léa Seydoux infilata in un brutto copricostume da sera e ne parlano le donne giurate. Ecco il dialogo femminile, idee diverse, acconciature non dissimili. «Una giuria militante», pontifica la presidente Cate Blanchett, di lotta e di rossetto, un gruppo di resistenti toste e pure, che si muove nella stessa direzione, evitando di ondeggiare i fianchi. Una battaglia lunga giorni che ha poco di epico e molto di stylist. La Nouvelle Vague non è più neppure un ricordo. E per cortesia, sciogliete i capelli.

Chanel presenta Coco Neige

Text Lampooners

 

Karl Lagerfeld ha scelto l’attrice nominata all’Oscar Margot Robbie, ambasciatrice della Maison, per diventare il volto della campagna per la prima collezione Coco Neige di Chanel, disegnata dal couturier per l’inverno 2018/19.

Coco Neige di Chanel è una linea dedicata agli sport invernali, alla neve e all’après-ski. Combinando un guardaroba tecnico e pezzi urbani, la collezione esplora il mondo dello sci con tutta l’eleganza dei codici Chanel. Ispirazioni maschili/femminili, il lavoro del tweed e della pelle, oltre al bicolore creano il tono della collezione con le sue linee snelle e sportive.

La campagna pubblicitaria, scattata da Karl Lagerfeld, è stata realizzata su sfondo di un cielo azzurro e nuvole che formano un décor che si potrebbe immaginare sulla terrazza di uno chalet. La collezione sarà disponibile in tutte le boutique Chanel a partire da luglio 2018.

 

chanel.com

Courtesy Press Office

chanel.com@chanelofficial

Chanel in Hyères

Text Lampooners

 

Ieri, al Grand Palais di Parigi, è andata in scena la Cruise Collection di Chanel. Karl Lagerfeld ha fatto costruire un transatlantico lungo trecentotrenta piedi, non trovando una barca per ospitare uno spettacolo galleggiante. Domani, per la prima volta, cinquecento ragazzi saranno invitati behind the scenes, a scoprire la collezione insieme a Bruno Pavlovsky – President of Fashion di Chanel e alla giornalista Elisabeth Quin.

«Je veux être de ce qui va arriver» amava dire Mademoiselle. Ancora oggi Chanel porta avanti i valori della fondatrice, incoraggiando e sostenendo i giovani creatori negli ambiti della moda, della fotografia e del cinema. A Hyères, dal 26 al 30 aprile, si è tenuta la trentatreesima edizione del Festival Internazionale di Moda e di Fotografia. Jean-Pierre Blanc fondò il Festival quando aveva ventuno anni, trentatré anni fa. Chanel, quest’anno, è sponsor e direttore creativo. Un laboratorio organizzato da Christelle Kocher, presidente della giuria Fashion Accessories, e dalla direttrice artistica della Maison Lemanié. A Hyères ovunque c’è creatività, c’è Maria-Laure de Noailles. Tutto, ancora oggi, gira intorno ai Noailles come se dieci minuti invece che cent’anni fossero passati dalle foto di Man Ray e dal salotto disegnato da Jean-Michel Frank a Parigi. La villa degli anni Venti, progettata da Robert Mallet-Stevens. Olivier Zahm venne a Hyères negli anni Novanta. La piscina e la sala di squash – il cuore della villa, una casa pensata per lo sport. Futuristica, un po’ decadente, con linee precise.

In tre parole, Chanel: «Chanel è Karl e Coco», dice Olivier. Karl Lagerfeld. «I don’t change my idea – because before I put out there an idea, there are twenty others in the garbage». Karl Lagerfeld da Chanel significa questo: il potere di decidere. Da un’idea di far partire una produzione. Andare di pancia come si trattasse di arte, nonostante sia a capo di un’azienda che detiene il più alto potere commerciale nel sistema moda. Non c’è bisogno di approvazione dei mercati, di manager – lo stilista crea e va di petto – questo è Karl Lagerfeld, quando dichiara di non cambiare idea.

Les Dames du bois de Boulogne è tra i film preferiti di Kaiser Karl. Chanel sta aiutando la Cinémathèque nel suo restauro. All’interno di un palazzo barocco in Germania circondato da giardini formali francesi, si svolge L’année dernière à Marienbad, film del 1961 di Alain Resnais. Gli abiti di chiffon bianco e lamé argentato indossati da Delphine Seyrig, furono disegnati da Gabrielle Chanel. Il film, dopo un restauro supportato da Chanel, parteciperà alla prossima Biennale del Cinema di Venezia.

 

Per maggiori informazioni villanoailles-hyeres.com

Il sito ufficiale Chanel chanel.com

Photography
Anne Combaz

Courtesy of Press Office
chanel.com – @chanelofficial

Chanel 2018 S/S Handbags

Text Lampooners

 

Karl Lagerfeld, per la primavera/estate 2018 handbag campaign di Chanel, ha realizzato un servizio fotografico con la modella Kaia Gerber nell’appartamento di Gabrielle Chanel in 31 Rue Cambon a Parigi, con i suoi pezzi da collezione. Lagerfeld ha legato visivamente passato e presente, ricordi ed emozioni.

Figure nel mondo dell’arte in tutte le sue forme, vi si sono poi riunite per discutere con la giornalista Daphne Hezard lo stile della Maison Chanel e le relazioni tra i vari personaggi e le borse firmate. Le conversazioni sono state diffuse sotto forma di podcast, i “3.55” di “CHANEL at colette”.

 

Per ascoltare i podcast, visita chanel.com

Courtesy of Press Office
chanel.com@chanelofficial

Farfetch, il trait d’union di Chanel

Text Cristiana Mastretta
@khrysteiin

 

«Siamo convinti che l’universo digitale non sostituirà mai l’esperienza di provare un capo Chanel in boutique. Al fine di offrire al cliente il miglior servizio possibile ci affidiamo alla tecnologia innovativa Farfetch. Si chiama Augmented Retail la prima di molte iniziative sulle quali collaboreremo», lo ha dichiarato Bruno Pavlovsky, Presidente Moda di Chanel.

La Maison francese e Farfetch, piattaforma e-atelier britannica specializzata nel fashion, hanno stretto un accordo, una partnership prima nel suo genere, al fine di sviluppare servizi digitali che forniranno al cliente esperienze senza precedenti, in-store e out-store. Questa collaborazione fonde le qualità dei due colossi, offrendo ai clienti un servizio ultra personalizzato, e farà convergere i due mondi in una visione del retail proiettata al futuro, connettendo il mondo online a quello offline e migliorando l’esperienza del cliente in boutique.

Not so sure about that list

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Secondo la classifica dei marchi più hot e dei prodotti più venduti del 2017, pubblicata pochi giorni fa da Business of Fashion, realizzata in collaborazione con Lyst, Gucci e Balenciaga dominano la scena su entrambi i fronti. Tanti i big assenti: da Prada a Chanel, da Hermès a Dior, da Louis Vuitton a Céline. Lo stupore.

Se ne stupisce anche Diet Prada che, sul suo profilo Instagram, commenta: «When lvmh-owned BoF partners with Lyst and can’t hide the fact that Kering is killing the game lol». Come a dire, il successo di Kering con Gucci e Balenciaga è talmente impressionante che neanche il colosso LVMH può nasconderlo su un giornale di sua proprietà. Qualcosa non torna: non tanto la presenza apicale di Gucci e Balenciaga, quanto l’assenza degli altri. A pedice dell’articolo, la chiosa: «Due to exclusive vertical distribution models, the Lyst Index does not include: Chanel, Christian Dior, Hermès, Louis Vuitton, Céline and Prada». La classifica dei marchi più influenti e dei prodotti più venduti non tiene conto di almeno sei dei maggiori nomi del suo universo di riferimento per via del loro modello di distribuzione esclusivamente verticale.

Quale utilità può avere una classifica che non tiene conto di marchi così rilevanti? Perché un gruppo come LVMH ha permesso la pubblicazione su un giornale di sua proprietà di una notizia così parziale e svantaggiosa per sé?

La classifica degli hottest brand parte da Gucci, Balenciaga, Vetements, Valentino, Off-White, Givenchy, Moncler, Stone Island, Balmain e si chiude con Yeezy. Per quanto riguarda i prodotti più venduti: sandali fiorati di Gucci, speed trainer Balenciaga, cintura logata di Gucci, sneaker fiorata Gucci, T-shirt con logo Gucci, sandali Givency, T-shirt Balenciaga, tronchetti Isabel Marant, giubbotto di jeans Acne Studios e bomber Moncler.

Meraviglia a Luglio

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Una Festa – Bulgari ha usato la parola italiana per raccontare una collezione di cento pezzi esposta a Venezia: lo zaffiro è la pietra simbolo della casa in supremazia sulle altre per i colori delle gemme. Lo zaffiro birmano, quello di Ceylon – lo zaffiro del Kashmir – la miniera è esaurita – questo zaffiro è più fondo degli altri, assorbe la luce e la trattiene, imprigionando i bagliori azzurri in eterno. Bulgari è una grande famiglia, energia e sinergia – ha stonato molto, Bella Hadid arrivando in ritardo per la sfilata – è stata lasciata fuori dalla porta.

A Parigi, Dior inaugura al Louvre, alle Arts Décoratifs, la retrospettiva sui suoi settanta anni compiuti – è una delle mostre di abiti più rilevante mai composta, dal giorno dopo code di centinaia di metri per il biglietto. Le pareti all’inizio del percorso, divise per cromia raccontano i dettagli, gli accessori, i gioielli – tutti quei frammenti che compongono la moda, quella che nessuno stylist in circolazione si ricorda di imparare. Tra i giornalisti, c’è chi si è messo a piangere, per la commozione. Un tributo d’onore per Karl Lagerfeld è stato dato dal sindaco di Parigi a piedi di una Torre Eiffel ricostruita nel Grand Palais – a dimensione reale, perdendosi nella nebbia e nella volta. Per l’alta moda di Chanel, c’erano le donne più precise del momento. Kristen Stewart e Cara Delevingne, con i capelli corti e ossigenati, maschili ed efebiche: l’ambiguità, tra grazia e graficità, è moderna – insieme alla bellezza, salverà il mondo. C’era anche la passione al femminile, Julianne Moore.

Questo è il terzo anno che Fendi presenta una collezione di Alta Pellicceria: di là dalle polemiche (che ormai bisogna almeno ritenere legittime da chi le porta), Fendi ha presentato la collezione di abiti più bella della stagione. Arte sublima artigianato in meraviglia – davvero, si tratta di Fendi. Niente Roma questa volta. Negli ultimi due anni, Fendi e Valentino avevano lasciato a turno Parigi per sfilare nella capitale e dare un supporto ad Alta Roma. Uno sforzo notevole, ammirevole: significa rinunciare ai servizi fotografici prodotti per logistica a Parigi da quasi tutti i giornali del mondo, (nei giorni subito dopo le sfilate, prima che gli abiti, pezzi unici, siano venduti e consegnati alle clienti), oltre che a dover farsi carico del viaggio di tanta stampa da Parigi su Roma (un sorriso sovviene, quando Fendi smarcava Valentino, muovendo su un aereo privato mentre l’altro si produceva con un volo charter). Alta moda, alta gioielleria, alta pellicceria – e teatro.

A Palermo, Dolce & Gabbana mette in scena uno spettacolo, non una sfilata. Fuori dagli schemi, quasi come un boomerang – mentre la comunicazione istituzionale della casa si evolve nella simpatia che sprigiona da un account instagram. Tutto è tanto. In dieci giorni, ogni anno all’inizio di luglio, si sintetizza il lusso mondiale – in gioielli e abiti. Un giro economico da far impallidire ogni snobismo di banchiere omofobico.

Tra tanti che personificano il concetto, una lo interpreta: Bianca di Savoia Aosta, principessa reale della casa d’Italia, sposata con Gilberto Arrivabene Valenti Gonzaga, madre di cinque figli, tra cui le prime, Viola e Vera, splendide creature. Bianca riesce a raccontare, nel suo apparire ricercatamente dismesso, in una noncuranza quasi nervosa di fronte al potere, nella dedizione operativa e retribuitile che stride con la nobiltà della sua ascendenza, il perfetto riferimento di un mondo del lusso che ogni giorno deve ridefinirsi sul mercato.

Christian Dior, couturier du rêve

Musée des Arts décoratifs
107, rue de Rivoli – Parigi

5 luglio 2017 – 7 gennaio 2018

Orari: Martedì – Domenica 11.00 – 18.00

Giovedì 11.00 – 21.00

Haute Couture Fall Winter 2017-18

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Si è appena conclusa la settimana dell’haute couture parigina con tutto il suo carico simbolico e di prestigio. Chanel ha narrato un plot avvincente fatto di tweed e gonne in gazar, solcate da pieghe scultoree costruite mirabilmente. Volumi ampi e applicazioni di piume intrise nelle textures tessili. Gonne longuette e mini-abiti finestrati disegnati sul corpo per sofisticate jeune filles. La sera procede per astrazioni e riflessi lunari. Karl Lagerfeld proprio non invecchia mai. Un’evocazione di temi squisitamente Chanel. E di Parigi, la sua. Incarnata dalla Tour Eiffel che dominava la nave colossale del Grand Palais, perdendosi in un cielo filato di nubi chiaroscurali. E Parigi, tramite il sindaco Anne Hidalgo, ha ricambiato la dichiarazione d’amore di Kaiser Karl con il conferimento, commovente davvero, della Médaille Grand Vermeil de la Ville de Paris, la massima onorificenza cittadina, alla fine del défilé.

Dior affascina per coerenza e complessità. Maria Grazia Chiuri, direttore artistico della maison, impagina un viaggio alla scoperta del mondo. Dell’heritage Dior e di se stessa. Un ritorno alle origini che si nutre di tessuti maschili in chiaroscuro, di chiffon tortora e tulle impressionista. Di sete rosa cenere e di velluti dai colori profondi e notturni. Fiori e tarocchi a ricamo che si rispecchiano nella volta celeste e nella terra immaginate da Pietro Ruffo. Quanto sia brillante questo itinerario di Maria Grazia Chiuri, lo si comprende ancor più visitando la splendida e complessa mostra ‘Dior couturier du rêve’ – al Musée Les Arts Décoratifs, fino al 7 gennaio 2018, celebra i 70 anni dalla fondazione della maison.

Valentino, per Pierpaolo Piccioli, si trasfigura nel valore più astratto e concettuale dell’haute couture: il non visibile. Liturgie ieratiche, linearità monacale, bianco e nero domenicano, casule, cappe, cappucci e piviali. Poi intarsi, taffetà rosa mistico, mussolina incenso e chiffon nero. Ornati romanici da medioevo iberico, medaglioni araldici in lana cerata e ricami sovrapposti. Esplode d’un tratto una pulsazione barocca e classicista ‘Grand Siècle’ – sarebbe piaciuta alla Montpensier durante la Fronda, e anche a Madame de Montespan a Versailles – in un fluttuare di organza volantée di un cremisi sacrale e sensuale. Rossy de Palma ruota come un derviscio nell’atrio marmoreo dell’Hôtel Salomon de Rothschild, mentre Marisa Berenson e Rosario Nadal, Daphne Guinness e Sofia Coppola conversano amabilmente nel Salon IV.

Armani Privé, al Palais de Chaillot, combina geometrie e vertigine decorativa colorista. Un rigo musicale si apre sul ‘Liebestodt’ del Tristano e Isotta di Richard Wagner, eseguito al piano nella versione di Liszt. Sotto l’occhio attento di Sophia Loren e Naomi Watts, incedono lente le incuranti modelle del violinista star britannico Charlie Siem e di Isabelle Huppert.

Fendi Haute Fourrure è un miracolo di maestria in continuo superamento. Pellicce non pellicce, di una duttilità quasi aerea. Il ‘Prélude à l’après-midi d’un faune ’ di Claude Debussy su fondale simbolista e fiorito in penombra. Trame di geometrie, arcobaleni cromatici, accrochage floreali, pointillisme e loriche microscopici. Intrecci, ricami, sottrazioni, tricot a rete, broderies e intagli. Alla fine Karl Lagerfeld, peraltro in forma smagliante, è costretto da una standing ovation, mentre la sala entusiasta scandisce il suo nome, a ripresentarsi ben tre volte sul palco del Théâtre des Champs Elysées. Il CEO Pietro Beccari sorride accanto alla moglie Elisabetta e Bernard Arnault. Non si è mai visto tanto affabile e ben disposto a rilasciare dichiarazioni e interviste. Un vero successo.

Met Gala ‘Avant-Gard’

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Avanguardia. E’ questo il tema dell’anno del Met Gala. La serata di beneficienza voluta da Anna Wintour che si tiene ogni anno al Metropolitan Museum di New York. Party, considerato l’Oscar della moda.

All’avanguardia è Rei Kawakubo. La mostra Comme des Garçon: Art of the In-Between. Definita dal curatore Andrew Bolton, come una delle stiliste più influenti degli ultimi quarant’anni.

Avant-gard – tutto – fuorché il dress code delle invitate. Quello che doveva essere un tributo all’insegna di mise sperimentali e creative sfocia invece in una sorta di travestimento carnevalicchio. Una stravaganza extra. Proprio come quella extravaganza di libertà di stile e di struttura tipica del mondo teatrale di inizi Novecento, diventata in questa occasione parodia. L’epitomo dell’eleganza che s’interroga su dove sia finita l’arte della moda.

C’è chi si salva e splende. Cara Delevingne è un’aliena argentata Chanel Couture. Sofia Boutella in rete geometrica Marni. Blake Lively, in un Versace che per la prima volta in anni sembra inedito. Un grazie a Lily Rose Depp, venuta a riscattare tutti in Chanel rosa shocking che fiorisce nel suo monospalla.

C’è chi si perde e si spegne. Dakota Johnson, in versione romantica Gucci. Rihanna è pirotecnica, fasciata in abito patchwork Comme des Garçon con sandalo rosso alla schiava che assicura effetto laccio emostatico. Sarah Paulson in Prada di seta blu bordato di piume rosse e nere. Madonna, in un abito da guerriera camouflage firmato Moschino, è un rimpianto.

Met Gala 2017
Metropolitan Museum, New York

Images from Pinterest

Chanel Coco Codes

Text Paola Corazza

 

Il nero va con tutto, come il bianco. Sono di una bellezza assoluta, è l’accordo perfetto, diceva Gabrielle Chanel. E per Coco il colore era un elemento dominante, di cui faceva un uso molto personale, anticonformista, spesso audace. Il rosso, il nero, l’oro, il bianco e il beige sono cinque colori emblematici della Maison e base di Coco Codes, la nuova collezione Make Up per la primavera 2017 ideata dalla Global Creative Makeup & Color Designer, l’italiana Lucia Pica. Pica, che per l’autunno 2016 aveva creato una straordinaria collezione ‘in rosso’, la Chanel Collection Rouge N°1, oggi rivisita e decodifica cinque codici colore, così strettamente legati all’anima e alla vita di Chanel, con nuovi prodotti e nuance inaspettate e con il suo tocco irriverente, come irriverente sapeva essere anche Coco. Lucia invita le donne a ricreare i propri codici, mettendo in discussione il concetto di bellezza convenzionale, giocando con queste straordinarie sfumature, in contrasto e in armonia fra loro, delicate e vibranti, discrete e audaci.

Fra i prodotti più attesi c’è senza dubbio la Creazione Esclusiva di Coco Codes, il blush in quattro tinte, due opache e due satinate, un mix di toni chiari e scuri modulabili fra loro, per un effetto bonne mine, per creare punti luce o scolpire il viso. E poi c’è Élégance, il nuovo fard beige dorato della gamma Joues Contrast. Lo sguardo è sottolineato dalle due nuove palette Les 4 Ombres Codes Élégants e Codes Subtilsdeclinate in colori scintillanti e opulenti che vanno dall’oro al beige, dal platino al marrone, e da due matite Stylo Yeux Waterproof, nelle nuove tonalità Noir Pétrole e Mat Taupe. Per le labbra, Lucia Pica propone due nuove nuance di rosso: un corallo fresco e un red fiammeggiante per la gamma Rouge Allure. Due armonie di beige setosi e opachi vanno ad ampliare la gamma Rouge Allure Velvet, mentre due nuove gradazioni di Rouge Coco Shine, Beige Doré e Noire Moderne permettono di usare la tecnica del layering, tanto amata da Pica, e vestire di “rouge noire” le labbra anche in primavera. Le mani si vestono di tre nuove raffinate sfumature di Le Vernis Longue Tenue (Rouge Red, Blanc White, Beige Beige) e si arricchiscono di uno straordinario top coat nero, Black Métamorphosis. Il concetto “su misura” che permea tutta la collezione Coco Codes si applica, quindi, anche alla manicure.

Oltre a Coco Codes, fra le nuove proposte trucco per questa Primavera anche dodici nuance dal nude al rosso carminio, per Le Rouge Crayon de Coleur, le matite Jumbo a lunga tenuta per le labbra dal finish satinato, e ventiquattro toni di Rouge Coco Gloss, concepiti espressamente da Pica, dalla texture fresca e leggera, un concentrato di joie de vivre, oltre a tre top coat, dal più discreto al più vibrante. Lucia Pica porta una ventata di novità nel mondo del maquillage, e invita le donne a scegliere come abbinare, mescolare, indossare questi colori in modo personale.

C’è qualcosa di autobiografico nelle creazioni di Gabrielle Chanel. Non poteva fare a meno di utilizzare questi colori, questi ‘codici’; rappresentavano il suo essere, rappresentavano la sua vita. Lucia Pica.

Il nuovo Chanel Make Up per la Primavera 2017 è disponibile da febbraio 2017.

Video and Images – Backstage of The Fashionable Lampoon Issue 8 Featuring Silvia Dell’Orto for Chanel Beauty – Chanel Coco Codes Make Up 

A PARISIAN WEEK

Testo Cesare Cunaccia

@cesarecunacciaofficial

 

Una settimana parigina sferzata da una pioggia uggiosa, incessante e a tratti violenta, che ha comunque raccontato alcune pagine di moda molto interessanti, fino al gran finale, con la mostra L’oeuvre au noir, dedicata al genio di Cristobal Balenciaga al Musée Bourdelle, all’incredibile decollo del razzo Chanel sotto le volte vetrate del Grand Palais e all’emblematico approdo al Louvre di Vuitton , «Viviamo in un’epoca in cui la gente non può più pensare a lungo termine – osserva intanto Guram Gvasalia, osannato guru di Vetements e designer di Balenciaga – anche le strategie di business sono diventate così. Nessuno può più immaginare strutture a lungo termine, tutti sono concentrati su oggi e subito, soltanto sulle vendite odierne». Senso di precarietà, brividi e ombre verso un domani incerto, in un mondo globalizzato e sempre più arduo da comprendere e leggere nei suoi contorni? A questa domanda sembrava voler rispondere Miuccia Prada, con la sua sofisticata, composita ed ironica esercitazione per Miu Miu del 7 marzo.

Tra le vere highlights della Fashion Week Parigina Autunno/Inverno 2017, la sfilata Dior, leggendaria Maison francese guidata dall’italiana Maria Grazia Chiuri, ha scelto di declinare un unico tema cromatico: il blu. Rapsody in Blue o Blue Moon, la voce roca e intensa di Nina Simone come soundtrack. ‘Fra tutti gli altri colori – scriveva Christian Dior nel suo Petit Dictionnaire de la mode – il blue navy è il solo che può competere con il nero. Un lavoro magnifico, quello di MGC chez Dior che ha riscritto frammenti basilari della poetica del brand. Il mitico modello Chevrier del 1949, ad esempio,ispirato alle tuniche dei pastori pirenaici e dotato di un ampio cappuccio, si è trasformato in una teoria di giacche, di abiti, gonne,mantelle, cappotti e piccoli bomber dalle fragranze sportive, con materie quali taffettà, velluto, panno spigato da coperta e maglia. Ecco le divise no gender, il rigore geometrico che s’intreccia con echi emotivi ed onirici nella trasversalità del blu. Issey Miyake con Yoshiyuki Miyamae, nel fasto storicistico e dorato dell Hôtel de Ville si ispira alla toccante bellezza dell’aurora boreale. Ed è subito poesia, anzi haiku, grazie alla lana grezza di pecore Shetland nate e allevate nelle pallide luci nordiche, tinte in cinque diversi colori combinati in un unico filo, dei superbi cappotti cocoon. Combinazioni architettoniche e paradossalmente lievi di Baked stretch e Steam stretch, il vocabolario della Maison, plissées curvi e concentriche concrezioni tessili dagli effetti ottici estranianti. Chanel è Chanel, che altro dire. Lo show è un evento, la consacrazione sempre potente e nuova di una mitologia della modernità. Questa volta si estrinseca in un’esplosiva connotazione spaziale, in un omaggio all’epopea degli astronauti siglato dal razzo bianco e nero con logo che alla fine del défilé, dal Centre de lancement N.5, dove sono assiepate duemilaseicento persone, schizza dalle rampe dritto verso il cielo. C’e un’aria giovane, divertita, leggera come il vento. Bisogna mantenere la propria identità e rinnovarla di continuo, afferma Karl Lagerfeld in backstage. Lui ci riesce appieno.

Nadège Vanhee-Cybulski, Creative Director di Hermès, continua il suo viaggio ermeneutico all’insegna di una freschezza giovane e fluida. La sua è una lettura per sottrazione e condensazione di un segno inimitabile, che però nulla toglie all’osservanza di un linguaggio e di un approccio che sono patrimonio basilare dell’heritage di Hermès. Gli abiti fluttuano siglati dalle stampe dei celebri carreés traslate a effetto sinopia sulla seta, stretti in vita da cinture sottili. I piccoli e graziosi duvet si portano sul tubino ritmato da zip,minigonne e top sono abbinati ad allungati caban. Splendide le bag in pelle e canvas, quanto le borse a tracolla in struzzo e gli alti stivali allacciati. Moncler Gamme Rouge guarda a un Canada autunnale incendiato di gialli e di rossi divampanti. Il décor è letterale: foglie morte accumulate, proiezioni all over di paesaggi e boschi sulle pareti, le Giubbe Rosse della gendarmeria reale schierate a celebrare il finale. Giambattista Valli, il Direttore Artistico di Gamme Rouge, ha interpretato il tema in modo mirabile e composito, incrociando outdoor e sofisticate fragranze metropolitane, sport e grazia soffusa, forte della sperimentale alchimia e ricerca di materiali che è un elemento portante di Moncler. I doudones sono peso piuma, arricchiti e per converso ulteriormente alleggeriti da ricami e intrecci di applicazioni rébrodées. Non mancano cappotti di tweed dalla carrure infantile, frangi-vento stampati a fiori selvaggi, stupendi pullover in shetland e foulard annodati un po’ ovunque. Le ballerine in tweed lievemente ottocentesche accompagnate dalle calze grosse, si accostano a zaini in nylon. La fluviale Fashion week F/W 2017-18 di Parigi si chiude in bellezza con la sfilata Louis Vuitton, tra scalinate scenografiche e solenni gruppi scultorei, nella Cour Marly del Louvre. Un luogo superbo a livello estetico e di profonda pregnanza storica per un evento che non ha precedenti. Bernard Arnault e LVMH hanno infatti firmato un accordo biennale con Jean-Luc Martinez, President del celeberrimo Museo, per potervi organizzare gli show del marchio. Nicolas Ghesquière, Direttore Creativo di LV, si lancia in un’esercitazione dai contorni espressivi liberi e poco definibili. Sottovesti da sera a effetto laccato, pellicce e montoni di soffuso sapore etnico ma, di nuovo, non riconoscibile o ascrivibile a una zona geografica certa o a una determinata cultura. Focus sulle borse e sui bijoux d’argento- notevoli le catene multiple- molto presenti, dinamici e perfino preponderanti in una forma linguistica che si declina totalmente sul verbum del proprio demiurgo.

Images courtesy of press office 

Lampoon Italia – Chapter IV

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Siamo partiti cercando la V – la V che disegnano le rondini quando fanno l’amore. Tutto comincia con una V – Verona, Valpolicella, Venezia, Villa Igiea, Verdura, la Valle dei Templi. È il quarto capitolo di una Vita in Italia.

La corte di Giulietta è imbrattata di scritte – lucchetti su quanti ponti spariscono a confronto. La polenta con il lardo e il gorgonzola, Castelvecchio al tramonto – l’Adda quasi a secco. I Signori della Scala si sarebbero poi sottomessi a Venezia. Per le colline della Valpolicella, fino a San Giorgio: una piccola trattoria, trattoria Dalla Rosa – costava poco, ogni soldo per l’amarone. Si poteva dormire lì.

A Capodanno, a Dorsoduro, a casa di Matteo e Jérôme con il loro circolo gentile, e con Cesare. Corsini, Loredan, Rothschild – palazzo Mocenigo era un’orchestra di luci e sapori da tavola. Raffaella Curiel, non l’avevo mai conosciuta prima: aveva per me una lettera, mi scriveva di Lampoon – non esistono regali all’ultimo dell’anno, ma questa lettera ha inventato il migliore.

La mattina all’alba, il motoscafo per l’aeroporto – al sole. Il primo gennaio appare così in ogni sogno. Schizzi e scintille, l’acqua e l’oro – Venezia. Un aereo per Palermo, un’ora e mezzo di volo. La messa alla Cattedrale. Michi, Cia – un gruppo di ragazze in una casa disegnata dall’architetto che la abita: una lunga scala nera taglia il bianco di una città normanna ribaltata in futuro.

In macchina verso il Verdura, terra di duchi – Fulco di Verdura, l’amico di Chanel, di cui Robi spero stia studiando vita e miracoli – morte no, perché i gioielli non muoiono mai. L’albergo è un miraggio di verde, azzurro e palme. Una torre sulla spiaggia. Le piscine all’aperto di acqua salata, la caponata e il sorbetto al limone. I mandarini profumano sulla spiaggia che non c’è. Risaliamo in macchina, Agrigento e la Valle dei Templi – non ti immagini potessero essere così belli, e così offesi.

Vanità e Vergogna – ancora le V. Attraversi la Sicilia e ti si taglia il cuore – non si stringe più. La vanità per questa terra nostra, che non ha bisogno di alcuno sforzo – la vergogna che ogni italiano deve provare per il massacro che questa terra ha subito. Se non c’è vergogna, non può esistere alcun orgoglio – e per quanto noi abbiamo bisogno del nostro orgoglio, dobbiamo infangarci fino all’ultimo neurone con questa vergogna.

Le ceramiche di Caltagirone – in cima alla scala di Santa Maria c’è uno spiazzo. Piastrelle verdi ceramiche decorano le balconate, sembra la città di smeraldo del Mago di Oz, un re che non esiste. Ti si apre il cuore. Ogni bottega è una produzione diversa, ogni bottega al proprio forno. Andiamo alla ricerca di pigne – grandi, blu o verdi, lavorate chiuse, o con i pinoli cadute. All’inizio sembrano tutte uguali – poi riconosci migliaia di differenze, lo spessore delle dita che hanno lavorato le sfere, i volumi.

L’aereo da Catania, siamo in anticipo. Vaghiamo per il centro della città senza conoscerla. Il Teatro Massimo. Leggi bene – è titolato a Bellini – sorrido, maestro – Vincenzo Bellini – l’ultima V di questo, di ogni Viaggio.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

We started off by looking for the V – the V drawn by swallows in the act of making love. Everything starts with a V – Verona, Valpolicella, Venice, Villa Igiea, Verdura, Valley of the Temples. It is the fourth chapter of a Life in Italy. The walls leading to Juliet’s courtyard are smeared with love graffiti, so many in fact that the amount makes the love locks tied on bridges’ parapets pale in comparison. Polenta with lard and gorgonzola cheese, Castelvecchio at sunset and the Adda river almost dried up. The Scaliger family, Lords of Verona, would later on submit to Venice. The journey continues through the Valpolicella hills to San Giorgio and its cozy trattoria Dalla Rosa: it was so affordable, which meant that most of the bill went on the amarone. Plus, it had the added bonus of doubling as an inn, which meant we could sleep there.

New Year’s Eve was spent in Dorsoduro, at Matteo and Jérôme’s, joined by their genteel circle of friends and Cesare. Corsini, Loredan, Rothschild – Palazzo Mocenigo was an orchestra of light and flavors to be savored at the table. I was introduced to Raffaella Curiel: she had a letter for me. A letter with her thoughts about Lampoon. There is no New Year gift exchange tradition, yet this letter presented me with the best present. The morning after, at dawn, the sun accompanied our motorboat ride to the airport. This is how the first day of January makes its appearance in any dream. Splashes and sunlight flickering, water and gold – Venice. Then Palermo welcomes us after an hour and a half flight. The service at the Cathedral. Michi, Cia – a group of girls in a house designed by the architect that lives there: a long black staircase cuts through the white of a Norman city looking into its future. The drive towards the Verdura resort, a land of Dukes. The land of Coco Chanel’s friend, Fulco di Verdura, whom – I hope – Robi is researching and studying everything there is to know ‘life, death and miracles’ as the Italian saying goes, though I would leave out the death given that jewels never die. The hotel is a mirage in green, light blue and palm trees. A tower on the beach. Seawater swimming pools, Sicilian caponata and lemon sorbet. A waft of tangerine oranges on the never, never, never beach. 

Then back on the road, to Agrigento and the Valley of the Temples: I had not imagined they could be so breath-taking and defiled at the same time. Vanity and vileness: the Vs are back. Driving through Sicily is a cut right through your heart, which leaves it wounded, unable to function, to be moved. The vanity of having this land of ours that does not require any effort. And the shame every Italian should feel over the marauding of this land. Without shame there cannot be pride. And as much as we need our pride, we ought to soak our entire being in this shame. The majolica of Caltagirone: the staircase of Santa Maria del Monte leads to a square. Green ceramic tiles ornate the balconies evoking the emerald city of the Wizard of Oz, a king that does not exist. The heart reawakens and starts beating again. Every small shop has its own distinctive ceramics, its own kiln. We begin our search for pinecones: large, blue or green, closed or open with their seeds released. They appear alike at first, then you start to appreciate the endless differences, the touch of the fingers that worked them, the volumes. There is still plenty of time ahead of our flight from Catania. We roam through the town center without knowing the place. The Teatro Massimo. We rest our eyes on it a little longer: it is named after Bellini – I smile – composer Vincenzo Bellini, to be precise.
The last V of this – of any – Voyage.

Images Lampooners