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Meraviglia a Luglio

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Una Festa – Bulgari ha usato la parola italiana per raccontare una collezione di cento pezzi esposta a Venezia: lo zaffiro è la pietra simbolo della casa in supremazia sulle altre per i colori delle gemme. Lo zaffiro birmano, quello di Ceylon – lo zaffiro del Kashmir – la miniera è esaurita – questo zaffiro è più fondo degli altri, assorbe la luce e la trattiene, imprigionando i bagliori azzurri in eterno. Bulgari è una grande famiglia, energia e sinergia – ha stonato molto, Bella Hadid arrivando in ritardo per la sfilata – è stata lasciata fuori dalla porta.

A Parigi, Dior inaugura al Louvre, alle Arts Décoratifs, la retrospettiva sui suoi settanta anni compiuti – è una delle mostre di abiti più rilevante mai composta, dal giorno dopo code di centinaia di metri per il biglietto. Le pareti all’inizio del percorso, divise per cromia raccontano i dettagli, gli accessori, i gioielli – tutti quei frammenti che compongono la moda, quella che nessuno stylist in circolazione si ricorda di imparare. Tra i giornalisti, c’è chi si è messo a piangere, per la commozione. Un tributo d’onore per Karl Lagerfeld è stato dato dal sindaco di Parigi a piedi di una Torre Eiffel ricostruita nel Grand Palais – a dimensione reale, perdendosi nella nebbia e nella volta. Per l’alta moda di Chanel, c’erano le donne più precise del momento. Kristen Stewart e Cara Delevingne, con i capelli corti e ossigenati, maschili ed efebiche: l’ambiguità, tra grazia e graficità, è moderna – insieme alla bellezza, salverà il mondo. C’era anche la passione al femminile, Julianne Moore.

Questo è il terzo anno che Fendi presenta una collezione di Alta Pellicceria: di là dalle polemiche (che ormai bisogna almeno ritenere legittime da chi le porta), Fendi ha presentato la collezione di abiti più bella della stagione. Arte sublima artigianato in meraviglia – davvero, si tratta di Fendi. Niente Roma questa volta. Negli ultimi due anni, Fendi e Valentino avevano lasciato a turno Parigi per sfilare nella capitale e dare un supporto ad Alta Roma. Uno sforzo notevole, ammirevole: significa rinunciare ai servizi fotografici prodotti per logistica a Parigi da quasi tutti i giornali del mondo, (nei giorni subito dopo le sfilate, prima che gli abiti, pezzi unici, siano venduti e consegnati alle clienti), oltre che a dover farsi carico del viaggio di tanta stampa da Parigi su Roma (un sorriso sovviene, quando Fendi smarcava Valentino, muovendo su un aereo privato mentre l’altro si produceva con un volo charter). Alta moda, alta gioielleria, alta pellicceria – e teatro.

A Palermo, Dolce & Gabbana mette in scena uno spettacolo, non una sfilata. Fuori dagli schemi, quasi come un boomerang – mentre la comunicazione istituzionale della casa si evolve nella simpatia che sprigiona da un account instagram. Tutto è tanto. In dieci giorni, ogni anno all’inizio di luglio, si sintetizza il lusso mondiale – in gioielli e abiti. Un giro economico da far impallidire ogni snobismo di banchiere omofobico.

Tra tanti che personificano il concetto, una lo interpreta: Bianca di Savoia Aosta, principessa reale della casa d’Italia, sposata con Gilberto Arrivabene Valenti Gonzaga, madre di cinque figli, tra cui le prime, Viola e Vera, splendide creature. Bianca riesce a raccontare, nel suo apparire ricercatamente dismesso, in una noncuranza quasi nervosa di fronte al potere, nella dedizione operativa e retribuitile che stride con la nobiltà della sua ascendenza, il perfetto riferimento di un mondo del lusso che ogni giorno deve ridefinirsi sul mercato.

Christian Dior, couturier du rêve

Musée des Arts décoratifs
107, rue de Rivoli – Parigi

5 luglio 2017 – 7 gennaio 2018

Orari: Martedì – Domenica 11.00 – 18.00

Giovedì 11.00 – 21.00

Haute Couture Fall Winter 2017-18

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Si è appena conclusa la settimana dell’haute couture parigina con tutto il suo carico simbolico e di prestigio. Chanel ha narrato un plot avvincente fatto di tweed e gonne in gazar, solcate da pieghe scultoree costruite mirabilmente. Volumi ampi e applicazioni di piume intrise nelle textures tessili. Gonne longuette e mini-abiti finestrati disegnati sul corpo per sofisticate jeune filles. La sera procede per astrazioni e riflessi lunari. Karl Lagerfeld proprio non invecchia mai. Un’evocazione di temi squisitamente Chanel. E di Parigi, la sua. Incarnata dalla Tour Eiffel che dominava la nave colossale del Grand Palais, perdendosi in un cielo filato di nubi chiaroscurali. E Parigi, tramite il sindaco Anne Hidalgo, ha ricambiato la dichiarazione d’amore di Kaiser Karl con il conferimento, commovente davvero, della Médaille Grand Vermeil de la Ville de Paris, la massima onorificenza cittadina, alla fine del défilé.

Dior affascina per coerenza e complessità. Maria Grazia Chiuri, direttore artistico della maison, impagina un viaggio alla scoperta del mondo. Dell’heritage Dior e di se stessa. Un ritorno alle origini che si nutre di tessuti maschili in chiaroscuro, di chiffon tortora e tulle impressionista. Di sete rosa cenere e di velluti dai colori profondi e notturni. Fiori e tarocchi a ricamo che si rispecchiano nella volta celeste e nella terra immaginate da Pietro Ruffo. Quanto sia brillante questo itinerario di Maria Grazia Chiuri, lo si comprende ancor più visitando la splendida e complessa mostra ‘Dior couturier du rêve’ – al Musée Les Arts Décoratifs, fino al 7 gennaio 2018, celebra i 70 anni dalla fondazione della maison.

Valentino, per Pierpaolo Piccioli, si trasfigura nel valore più astratto e concettuale dell’haute couture: il non visibile. Liturgie ieratiche, linearità monacale, bianco e nero domenicano, casule, cappe, cappucci e piviali. Poi intarsi, taffetà rosa mistico, mussolina incenso e chiffon nero. Ornati romanici da medioevo iberico, medaglioni araldici in lana cerata e ricami sovrapposti. Esplode d’un tratto una pulsazione barocca e classicista ‘Grand Siècle’ – sarebbe piaciuta alla Montpensier durante la Fronda, e anche a Madame de Montespan a Versailles – in un fluttuare di organza volantée di un cremisi sacrale e sensuale. Rossy de Palma ruota come un derviscio nell’atrio marmoreo dell’Hôtel Salomon de Rothschild, mentre Marisa Berenson e Rosario Nadal, Daphne Guinness e Sofia Coppola conversano amabilmente nel Salon IV.

Armani Privé, al Palais de Chaillot, combina geometrie e vertigine decorativa colorista. Un rigo musicale si apre sul ‘Liebestodt’ del Tristano e Isotta di Richard Wagner, eseguito al piano nella versione di Liszt. Sotto l’occhio attento di Sophia Loren e Naomi Watts, incedono lente le incuranti modelle del violinista star britannico Charlie Siem e di Isabelle Huppert.

Fendi Haute Fourrure è un miracolo di maestria in continuo superamento. Pellicce non pellicce, di una duttilità quasi aerea. Il ‘Prélude à l’après-midi d’un faune ’ di Claude Debussy su fondale simbolista e fiorito in penombra. Trame di geometrie, arcobaleni cromatici, accrochage floreali, pointillisme e loriche microscopici. Intrecci, ricami, sottrazioni, tricot a rete, broderies e intagli. Alla fine Karl Lagerfeld, peraltro in forma smagliante, è costretto da una standing ovation, mentre la sala entusiasta scandisce il suo nome, a ripresentarsi ben tre volte sul palco del Théâtre des Champs Elysées. Il CEO Pietro Beccari sorride accanto alla moglie Elisabetta e Bernard Arnault. Non si è mai visto tanto affabile e ben disposto a rilasciare dichiarazioni e interviste. Un vero successo.

Cruise Month 2018

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Ormai, fra gli insider del mondo della moda, maggio viene chiamato il “Cruise month”. Il mese delle collezioni “Cruise” o “Resort” che dir si voglia. Il calendario delle pre-collezioni per il 2018 è stato ancora più fitto del solito, con uno scenario che si è allargato al mondo intero. Dalla vecchia Europa fino all’estremo Oriente, passando per le praterie del continente americano.

Dior ha convinto tutti con la sua splendida esercitazione nella riserva naturale californiana di Upper Las Virgenes Canyon Open Space Preserve, non lontano da Los Angeles. Il Direttore Artistico Maria Grazia Chiuri propone una visione imperniata su “una donna selvaggia che è la salute di tutte le donne”, intrecciando la pittura di Georgia O’Keeffe e quotes western molto Diana Vreeland e Millicent Rogers a Taos. Abiti dalle incredibili gonne a campana. Il poncho in coyote e gli anfibi versus l’infradito di piume. Cappelli da gaucho e suéde a frange con ricami in raffia e simbologie “native american”. Il finale esplode in una fiaba “très Dior” nel deserto. Di tulle impalpabile e di cristalli scintillanti.

Chanel Cruise 2018. Karl Lagerfeld ha raccontato la sua idea di Grecia classica e della mitologia ellenica attualizzandola secondo la sua ottica perennemente metamorfica e futuribile, tra colonne e rovine, sullo sfondo della rievocazione del Tempio di Poseidon a Capo Sunion, da millenni affacciato sull’Egeo. Un valzer di tuniche e pepli sofisticati di lunghezze variate, portati con cinture-bustier, grandi bracciali da Elena omerica e aristocratiche tiare da dea fidiaca. Tweed, chiffon, maglia, seta e cotoni su una palette di grigi chiari, nero, beige, bianco, oro, con tocchi giallo e arancio e bagliori di cristalli, nel segno di una classicità moderna e distillata fino all’astrazione purista.

Mood giapponese invece da Louis Vuitton. Poco distante da Kyoto, al Miho Museum, progettato da I. M. Pei nel 1997. Un luogo stupendo e ambivalente, che, come lui stesso ha dichiarato, ha da subito incantato e dato ispirazione al Direttore Artistico Donna LV, Nicolas Ghesquière. Focus è l’evoluzione, tra tradizione e modernità, tra Occidente e Oriente. Gli abiti richiamano i samurai, le incisioni figurative, le tenute nipponiche da cerimonia, il cinema di Kurosawa e di Kitano, i keikogi delle arti marziali, i fiabeschi paesaggi ritratti a inchiostro. Fino a un chiaro omaggio a Kansay Yamamoto. I tailleur pantalone e le tuniche strutturate guardano alla densità poetica di Hokusai. Jersey intrecciato e maglioni di pelle ricordano le armature degli antichi guerrieri. Mentre, per la sera, affiorano riflessi brillanti come nel teatro Noh. Le borse e le pochette sono siglate da maschere Kabuki. Gli obi e le tipiche cinture da kimono compongono affusolati pantaloni. I berretti sono opera di Kristopher Haigh, fondatore del marchio 1K.

Prada resta a casa. Ha ambientato il suo show nel nuovo e bellissimo spazio dell’Osservatorio che si libra tra le cupole vetrate della Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. Una sofisticata e composita texture di stile coniuga sportswear, grafie di ricami, levità di piume e trasparenze couture, punteggiate di forse involontarie suggestioni Jugendstil degne di una klimtiana Emilie Flöge. Indimenticabili davvero, i più eleganti calzettoni da basket che si siano mai visti prima su una passerella, declinati in una femminile sensualità.

Gucci ha sfilato in maniera massiva. Da vero kolossal. Tra gli innumerevoli capolavori artistici che affollano l’ex reggia medicea, lorenese e sabauda di Palazzo Pitti a Firenze, dove contribuirà alla salvaguardia dell’annesso Giardino di Boboli. La linea di vibrante e pirotecnico métissage stilistico, di semantiche e simboli, perseguita dal designer del brand Alessandro Michele, e la sua lettura profondamente meta-moderna del tempo che viviamo, sono state lanciate fin oltre i codici assodati, trasformandosi in challenge per un’ inattesa e poliforme definizione della contemporaneità.

Valentino, capitanato da Pierpaolo Piccioli, ha messo in scena la sua Resort 2018 in un vecchio edificio délabré di Soho, a NewYork City, puntando sul concetto di “athleisure”, un accento sportivo che connota un intero guardaroba. La tuta da ginnastica diventa così abito lungo. La linea anatomica del busto è messa in evidenza da minuziose cuciture apparentemente work-in-progress. Il tailleur-Varsity si ispira alle tifoserie giovanili di baseball. Il romanticismo floreale della Maison romana si miscela senza timore alcuno con tante referenze squisitamente americane e hip-hop.

Met Gala ‘Avant-Gard’

Testo Angelica Carrara
@missangiecarry

Avanguardia. E’ questo il tema dell’anno del Met Gala. La serata di beneficienza voluta da Anna Wintour che si tiene ogni anno al Metropolitan Museum di New York. Party, considerato l’Oscar della moda.

All’avanguardia è Rei Kawakubo. La mostra Comme des Garçon: Art of the In-Between. Definita dal curatore Andrew Bolton, come una delle stiliste più influenti degli ultimi quarant’anni.

Avant-gard – tutto – fuorché il dress code delle invitate. Quello che doveva essere un tributo all’insegna di mise sperimentali e creative sfocia invece in una sorta di travestimento carnevalicchio. Una stravaganza extra. Proprio come quella extravaganza di libertà di stile e di struttura tipica del mondo teatrale di inizi Novecento, diventata in questa occasione parodia. L’epitomo dell’eleganza che s’interroga su dove sia finita l’arte della moda.

C’è chi si salva e splende. Cara Delevingne è un’aliena argentata Chanel Couture. Sofia Boutella in rete geometrica Marni. Blake Lively, in un Versace che per la prima volta in anni sembra inedito. Un grazie a Lily Rose Depp, venuta a riscattare tutti in Chanel rosa shocking che fiorisce nel suo monospalla.

C’è chi si perde e si spegne. Dakota Johnson, in versione romantica Gucci. Rihanna è pirotecnica, fasciata in abito patchwork Comme des Garçon con sandalo rosso alla schiava che assicura effetto laccio emostatico. Sarah Paulson in Prada di seta blu bordato di piume rosse e nere. Madonna, in un abito da guerriera camouflage firmato Moschino, è un rimpianto.

 

 

Met Gala 2017
Metropolitan Museum, New York

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Chanel – Palais Galliera

Testo Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

Nel 2019, il solenne e marmoreo Palais Galliera, Musée de la Mode de la Ville de Paris – ricco di oltre 200.000 pezzi – diventerà la prima collezione storica permanente di moda in Francia, grazie all’ampio sostegno della Maison Chanel. Una svolta epocale, che nasce da un preciso desiderio di Anne Hidalgo, sindaco della capitale francese e che Chanel ha voluto accogliere quale mecenate unico, facendosi carico totalmente del restauro, della funzionalità espositiva e dell’arredo di queste nuove sale, con un finanziamento complessivo di 5,7 milioni di euro. Potrà così nascere una galleria permanente che porterà il nome di Salles Gabrielle Chanel. «E’ un forte impegno incentrato sulla creatività – dichiara Bruno Pavlovsky, Presidente delle Attività Moda di Chanel – la vera radiosa energia di Parigi che è anche il cuore della vitalità incessante e della fervida fucina inventiva di Chanel. È parte integrante della nostra missione sostenere un’istituzione come il Palais Galliera, che riesce a far vivere nel contemporaneo la storia della moda».

Collocata su una superficie complessiva di 670 metriquadrati negli spazi sotterranei di quello che fu un edificio eretto nella seconda metà del diciannovesimo secolo quale scrigno della cospicua raccolta d’arte di una ricchissima filantropa italiana, Maria Brignole Sale De Ferrari, duchessa di Galliera e principessa di Lucedio, la galleria offrirà ai visitatori lungo l’arco di un anno, una visione sulla parabola storica e di sviluppo della moda dal Settecento ai giorni nostri. Il progetto comprende anche il varo di un laboratorio pedagogico e l’apertura di una libreria-boutique. Il pianterreno soprastante rimarrà invece dedicato, come attualmente, a grandi esposizioni temporanee.
«Grazie al prezioso contributo di Chanel – conclude Olivier Saillard, Direttore del Museo – la storia della moda, l’eccellenza dell’haute couture francese e gli inimitabili savoir faire che esplicitano e incarnano la creazione, troveranno finalmente un podio prestigioso in questo nuovo nucleo di sale, che saremo fieri di inaugurare nel 2019».

Chanel – Palais Galliera, Musée de la Mode de la Ville de Paris

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Chanel’s Gabrielle Bag

Testo Paola Corazza

«La chiamavano tutti Coco, ma il suo vero nome era Gabrielle. Un nome perfetto per una borsa che racchiude tutti i codici di Chanel». Karl Lagerfeld. Gabrielle Chanel, per tutti Coco, ha inventato uno stile e emancipato la donna della sua epoca, anticipando tendenze e proponendo codici estetici. Come quelli della borsa che immagina nel 1955 per rendere la donna libera nei movimenti, coniugando estetica e funzionalità. Negli ultimi trent’anni, Karl Lagerfeld ha rinnovato questa storia e oggi crea una nuova borsa, che chiama come lei: GABRIELLE de CHANEL. Presentata alla sfilata prêt-à-porter PE 2017, la borsa si ispira alla forma degli occhiali oversize e alle custodie da binocolo che gli uomini portavano a tracolla alle corse ippiche. Gabrielle amava attingere alla moda maschile. GABRIELLE de CHANEL è una borsa, in linea con il desiderio di comfort di Mademoiselle Si declina in versione hobo, disponibile in tre modelli: zaino, shopper e borsa. La campagna per la nuova borsa rende omaggio a Gabrielle attraverso quattro muse moderne: Kristen Stewart, volto della maison, e poi Cara Delevingne, Caroline de Maigret e Pharrell Williams, amici e ambassador della maison, interpreti dell’eleganza, della bellezza, del mito di Gabrielle.Oltre agli scatti, realizzati da Lagerfeld, quattro cortometraggi, in uscita a partire dal 3 aprile, preceduti da teaser e trailer pubblicati sui canali social del marchio.

#TheCHANELGABRIELLEbag

#GabrielleChanel

GABRIELLE de CHANEL

Il corpo, che poggia su una base rigida termoformata, è estremamente leggero e ultramorbido: un contrasto nella struttura che conferisce alla borsa una tenuta perfetta, facilitando la ricerca al suo interno. Fedele al desiderio di comfort di Gabrielle Chanel, si adatta perfettamente alle forme per assecondare ogni movimento senza intralciarlo. La tracolla regolabile è accompagnata da una doppia catena intrecciata in pelle e metallo dorato e argentato. Un dettaglio originale che consente di indossare la borsa in tre modi diversi: a spalla, a tracolla o entrambe, facendo passare la catena su una spalla e poi, in diagonale, sull’altra. La borsa si adatta così alla personalità, alla situazione o all’umore di chi la indossa.

Realizzata in pelle di vitello invecchiata (corpo matelassé e base liscia), in tinta unita bianca o nera, oppure bicolore (bianco/nero, blu marine/nero, beige/nero), la borsa GABRIELLE de CHANEL si declina in versione hobo, disponibile in tre modelli, zaino, shopper grande e borsa morbida inserita in una mezza-scocca rigida. È proposta in numerose varianti: alle versioni in pelle si aggiungono quelle in pitone nero e in colori brillanti, giallo, rosa, rosso, blu e verde acqua. La fodera è in tela color granata, raffinato riferimento alle prime borse create da Mademoiselle Chanel.

Cara Delevingne

Kristen Stewart

Creative Direction Federico Alpi
Directed and edited by Mama Video
Styling Carolina Fusi
Models Blagomir @ Brave Model Management, Kethelin V. @2M Model, Lilith Zang @ Urban, Madalina @MP Management, Maya D @ 2M Model, Svetlana @ 2M Model
Hair Pierpaolo Massafra @ TIGI Professional
Hair assistant, Jessica Keim
Make up Sara Del Re @ Freelancer Artist Agency

Store
CHANEL MILANO
Via Sant’ Andrea 10
20121 Milano

 
Images courtesy of press office

Coco Codes

Testo Paola Corazza

 

Il nero va con tutto, come il bianco. Sono di una bellezza assoluta, è l’accordo perfetto, diceva Gabrielle Chanel. E per Coco il colore era un elemento dominante, di cui faceva un uso molto personale, anticonformista, spesso audace. Il rosso, il nero, l’oro, il bianco e il beige sono cinque colori emblematici della Maison e base di Coco Codes, la nuova collezione Make Up per la primavera 2017 ideata dalla Global Creative Makeup & Color Designer, l’italiana Lucia Pica. Pica, che per l’autunno 2016 aveva creato una straordinaria collezione ‘in rosso’, la Chanel Collection Rouge N°1, oggi rivisita e decodifica cinque codici colore, così strettamente legati all’anima e alla vita di Chanel, con nuovi prodotti e nuance inaspettate e con il suo tocco irriverente, come irriverente sapeva essere anche Coco. Lucia invita le donne a ricreare i propri codici, mettendo in discussione il concetto di bellezza convenzionale, giocando con queste straordinarie sfumature, in contrasto e in armonia fra loro, delicate e vibranti, discrete e audaci.

Fra i prodotti più attesi c’è senza dubbio la Creazione Esclusiva di Coco Codes, il blush in quattro tinte, due opache e due satinate, un mix di toni chiari e scuri modulabili fra loro, per un effetto bonne mine, per creare punti luce o scolpire il viso. E poi c’è Élégance, il nuovo fard beige dorato della gamma Joues Contrast. Lo sguardo è sottolineato dalle due nuove palette Les 4 Ombres Codes Élégants e Codes Subtilsdeclinate in colori scintillanti e opulenti che vanno dall’oro al beige, dal platino al marrone, e da due matite Stylo Yeux Waterproof, nelle nuove tonalità Noir Pétrole e Mat Taupe. Per le labbra, Lucia Pica propone due nuove nuance di rosso: un corallo fresco e un red fiammeggiante per la gamma Rouge Allure. Due armonie di beige setosi e opachi vanno ad ampliare la gamma Rouge Allure Velvet, mentre due nuove gradazioni di Rouge Coco Shine, Beige Doré e Noire Moderne permettono di usare la tecnica del layering, tanto amata da Pica, e vestire di “rouge noire” le labbra anche in primavera. Le mani si vestono di tre nuove raffinate sfumature di Le Vernis Longue Tenue (Rouge Red, Blanc White, Beige Beige) e si arricchiscono di uno straordinario top coat nero, Black Métamorphosis. Il concetto “su misura” che permea tutta la collezione Coco Codes si applica, quindi, anche alla manicure.

Oltre a Coco Codes, fra le nuove proposte trucco per questa Primavera anche dodici nuance dal nude al rosso carminio, per Le Rouge Crayon de Coleur, le matite Jumbo a lunga tenuta per le labbra dal finish satinato, e ventiquattro toni di Rouge Coco Gloss, concepiti espressamente da Pica, dalla texture fresca e leggera, un concentrato di joie de vivre, oltre a tre top coat, dal più discreto al più vibrante. Lucia Pica porta una ventata di novità nel mondo del maquillage, e invita le donne a scegliere come abbinare, mescolare, indossare questi colori in modo personale.

C’è qualcosa di autobiografico nelle creazioni di Gabrielle Chanel. Non poteva fare a meno di utilizzare questi colori, questi ‘codici’; rappresentavano il suo essere, rappresentavano la sua vita. Lucia Pica.

Il nuovo Chanel Make Up per la Primavera 2017 è disponibile da febbraio 2017.

Video and Images – Backstage of The Fashionable Lampoon Issue 8 Featuring Silvia Dell’Orto for Chanel Beauty – Chanel Coco Codes Make Up 

A PARISIAN WEEK

Testo Cesare Cunaccia

@cesarecunacciaofficial

 

Una settimana parigina sferzata da una pioggia uggiosa, incessante e a tratti violenta, che ha comunque raccontato alcune pagine di moda molto interessanti, fino al gran finale, con la mostra L’oeuvre au noir, dedicata al genio di Cristobal Balenciaga al Musée Bourdelle, all’incredibile decollo del razzo Chanel sotto le volte vetrate del Grand Palais e all’emblematico approdo al Louvre di Vuitton , «Viviamo in un’epoca in cui la gente non può più pensare a lungo termine – osserva intanto Guram Gvasalia, osannato guru di Vetements e designer di Balenciaga – anche le strategie di business sono diventate così. Nessuno può più immaginare strutture a lungo termine, tutti sono concentrati su oggi e subito, soltanto sulle vendite odierne». Senso di precarietà, brividi e ombre verso un domani incerto, in un mondo globalizzato e sempre più arduo da comprendere e leggere nei suoi contorni? A questa domanda sembrava voler rispondere Miuccia Prada, con la sua sofisticata, composita ed ironica esercitazione per Miu Miu del 7 marzo.

Tra le vere highlights della Fashion Week Parigina Autunno/Inverno 2017, la sfilata Dior, leggendaria Maison francese guidata dall’italiana Maria Grazia Chiuri, ha scelto di declinare un unico tema cromatico: il blu. Rapsody in Blue o Blue Moon, la voce roca e intensa di Nina Simone come soundtrack. ‘Fra tutti gli altri colori – scriveva Christian Dior nel suo Petit Dictionnaire de la mode – il blue navy è il solo che può competere con il nero. Un lavoro magnifico, quello di MGC chez Dior che ha riscritto frammenti basilari della poetica del brand. Il mitico modello Chevrier del 1949, ad esempio,ispirato alle tuniche dei pastori pirenaici e dotato di un ampio cappuccio, si è trasformato in una teoria di giacche, di abiti, gonne,mantelle, cappotti e piccoli bomber dalle fragranze sportive, con materie quali taffettà, velluto, panno spigato da coperta e maglia. Ecco le divise no gender, il rigore geometrico che s’intreccia con echi emotivi ed onirici nella trasversalità del blu. Issey Miyake con Yoshiyuki Miyamae, nel fasto storicistico e dorato dell Hôtel de Ville si ispira alla toccante bellezza dell’aurora boreale. Ed è subito poesia, anzi haiku, grazie alla lana grezza di pecore Shetland nate e allevate nelle pallide luci nordiche, tinte in cinque diversi colori combinati in un unico filo, dei superbi cappotti cocoon. Combinazioni architettoniche e paradossalmente lievi di Baked stretch e Steam stretch, il vocabolario della Maison, plissées curvi e concentriche concrezioni tessili dagli effetti ottici estranianti. Chanel è Chanel, che altro dire. Lo show è un evento, la consacrazione sempre potente e nuova di una mitologia della modernità. Questa volta si estrinseca in un’esplosiva connotazione spaziale, in un omaggio all’epopea degli astronauti siglato dal razzo bianco e nero con logo che alla fine del défilé, dal Centre de lancement N.5, dove sono assiepate duemilaseicento persone, schizza dalle rampe dritto verso il cielo. C’e un’aria giovane, divertita, leggera come il vento. Bisogna mantenere la propria identità e rinnovarla di continuo, afferma Karl Lagerfeld in backstage. Lui ci riesce appieno.

Nadège Vanhee-Cybulski, Creative Director di Hermès, continua il suo viaggio ermeneutico all’insegna di una freschezza giovane e fluida. La sua è una lettura per sottrazione e condensazione di un segno inimitabile, che però nulla toglie all’osservanza di un linguaggio e di un approccio che sono patrimonio basilare dell’heritage di Hermès. Gli abiti fluttuano siglati dalle stampe dei celebri carreés traslate a effetto sinopia sulla seta, stretti in vita da cinture sottili. I piccoli e graziosi duvet si portano sul tubino ritmato da zip,minigonne e top sono abbinati ad allungati caban. Splendide le bag in pelle e canvas, quanto le borse a tracolla in struzzo e gli alti stivali allacciati. Moncler Gamme Rouge guarda a un Canada autunnale incendiato di gialli e di rossi divampanti. Il décor è letterale: foglie morte accumulate, proiezioni all over di paesaggi e boschi sulle pareti, le Giubbe Rosse della gendarmeria reale schierate a celebrare il finale. Giambattista Valli, il Direttore Artistico di Gamme Rouge, ha interpretato il tema in modo mirabile e composito, incrociando outdoor e sofisticate fragranze metropolitane, sport e grazia soffusa, forte della sperimentale alchimia e ricerca di materiali che è un elemento portante di Moncler. I doudones sono peso piuma, arricchiti e per converso ulteriormente alleggeriti da ricami e intrecci di applicazioni rébrodées. Non mancano cappotti di tweed dalla carrure infantile, frangi-vento stampati a fiori selvaggi, stupendi pullover in shetland e foulard annodati un po’ ovunque. Le ballerine in tweed lievemente ottocentesche accompagnate dalle calze grosse, si accostano a zaini in nylon. La fluviale Fashion week F/W 2017-18 di Parigi si chiude in bellezza con la sfilata Louis Vuitton, tra scalinate scenografiche e solenni gruppi scultorei, nella Cour Marly del Louvre. Un luogo superbo a livello estetico e di profonda pregnanza storica per un evento che non ha precedenti. Bernard Arnault e LVMH hanno infatti firmato un accordo biennale con Jean-Luc Martinez, President del celeberrimo Museo, per potervi organizzare gli show del marchio. Nicolas Ghesquière, Direttore Creativo di LV, si lancia in un’esercitazione dai contorni espressivi liberi e poco definibili. Sottovesti da sera a effetto laccato, pellicce e montoni di soffuso sapore etnico ma, di nuovo, non riconoscibile o ascrivibile a una zona geografica certa o a una determinata cultura. Focus sulle borse e sui bijoux d’argento- notevoli le catene multiple- molto presenti, dinamici e perfino preponderanti in una forma linguistica che si declina totalmente sul verbum del proprio demiurgo.

Images courtesy of press office 

Makeup Iconic Colors

Testo Paola Corazza

 

Il rosso, il nero, l’oro, il bianco e il beige. Sono cinque colori emblematici della Maison, in contrasto e in armonia fra loro, e strettamente legati a Coco Chanel, che del colore faceva un uso molto personale, originale, audace. Per il Make Up di primavera 2017 Chanel lancia Coco Codes, una serie di raffinati prodotti ideati dalla Global Creative Makeup & Color Designer Lucia Pica, che rivisita i cinque codici colore,  intrinsecamente legati all’anima e alla storia di Chanel, con nuove proposte trucco e nuance inaspettate e con il suo tocco irriverente. Invita le donne a ricreare, divertendosi, i propri codici di bellezza. Fra i prodotti più attesi c’è sicuramente la Creazione Esclusiva di Coco Codes: il blush in quattro tinte, due opache e due satinate, per un mix di toni chiari e scuri modulabili fra loro, oltre a Élégance, il nuovo tono del blush Joues Contrast, e a due nuove palette Les 4 Ombres, mentre lo sguardo è sottolineato anche dalle nuove matite Stylo Yeux Waterproof, nei colori Noir Pétrole e Mat Taupe. Per le labbra, Lucia Pica propone due nuove nuance di rosso vibrante per la gamma Rouge Allure e due beige per Rouge Allure Velvet, oltre a due nuove tonalità di Rouge Coco Shine. Le mani si vestono di raffinatezza con tre nuove tinte de Le Vernis Longue Tenue (Rouge Red, Blanc White, Beige Beige) e un nuovissimo top coat nero, Black Métamorphosis. Oltre a Coco Codes, anche dodici nuance di Le Rouge Crayon de Coleur, le matite per le labbra dal finish satinato, e ventiquattro toni di Rouge Coco Gloss, concepiti da Pica, dalla texture fresca e leggera, oltre a tre top coat. «Voglio sovvertire le aspettative in tema di bellezza; voglio che le donne si lancino in nuove sfide». Lucia Pica. Il nuovo Chanel Make Up per la Primavera 2017 è disponibile da febbraio 2017.

Images courtesy of press office

CHANEL RELOADED

Testo Cesare Cunaccia @cesarecunacciaofficial   Leggerezza, una fiaba giocata su una palette dai toni delicati e fuggenti. Rosa cipria, una tavolozza luminosa d’avorio e off white, di noisette, di argento perlaceo e di mauve. Cascate di paillettes come pleiadi di stelle, applicazioni di piume che smussano le linee e i tagli magistrali, concrezioni di volant onirici. Chanel, sotto la guida dell’Übercouturier Karl Lagerfeld, non cessa mai di disegnare contorni inattesi, reinventando ispirazioni e vocabolari assodati con estro metamorfico. Questa volta, oltre alla leggerezza – anche secondo il canone di una libertà creativa che riassume in sé, trasformandolo nel segno della maison – una sorta di viaggio attraverso le ispirazioni couture del XX secolo. Silhouette a clessidra dagli inizi del Novecento, abiti corti anni Venti bordati di marabù, scivolate robes-vestaglia anni Trenta ricamati fittamente sulle maniche che sbocciano di acanti, le gonne a corolla ampia dei Cinquanta la cui geometria si materializza nel più evanescente dentelle noir da maja goyesca. I tailleur sono segnati in vita verso l’alto da cinture in tessuto, appena sotto il seno. La trama del tweed-signature spesso si assottiglia, si muta in segno astratto, in vibrazione tonale, oppure si scioglie in echi metallici e pulsanti pulviscoli cromatici. Quando nel finale esce Lily-Rose Depp, diciassette anni, figlia di una musa di Karl Lagerfeld quale è Vanessa Paradis, seguita da uno strascico di ruches in tulle rosa, il sortilegio finalmente si rivela, il presagio si compie, Atemporale, irrinunciabilmente giovane e romantico. La vie en rose.

Images courtesy of press office Chanel www.chanel.com

LAMPOON ITALIA – CHAPTER 4

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Siamo partiti cercando la V – la V che disegnano le rondini quando fanno l’amore. Tutto comincia con una V – Verona, Valpolicella, Venezia, Villa Igiea, Verdura, la Valle dei Templi. È il quarto capitolo di una Vita in Italia.

La corte di Giulietta è imbrattata di scritte – lucchetti su quanti ponti spariscono a confronto. La polenta con il lardo e il gorgonzola, Castelvecchio al tramonto – l’Adda quasi a secco. I Signori della Scala si sarebbero poi sottomessi a Venezia. Per le colline della Valpolicella, fino a San Giorgio: una piccola trattoria, trattoria Dalla Rosa – costava poco, ogni soldo per l’amarone. Si poteva dormire lì.

A Capodanno, a Dorsoduro, a casa di Matteo e Jérôme con il loro circolo gentile, e con Cesare. Corsini, Loredan, Rothschild – palazzo Mocenigo era un’orchestra di luci e sapori da tavola. Raffaella Curiel, non l’avevo mai conosciuta prima: aveva per me una lettera, mi scriveva di Lampoon – non esistono regali all’ultimo dell’anno, ma questa lettera ha inventato il migliore.

La mattina all’alba, il motoscafo per l’aeroporto – al sole. Il primo gennaio appare così in ogni sogno. Schizzi e scintille, l’acqua e l’oro – Venezia. Un aereo per Palermo, un’ora e mezzo di volo. La messa alla Cattedrale. Michi, Cia – un gruppo di ragazze in una casa disegnata dall’architetto che la abita: una lunga scala nera taglia il bianco di una città normanna ribaltata in futuro.

In macchina verso il Verdura, terra di duchi – Fulco di Verdura, l’amico di Chanel, di cui Robi spero stia studiando vita e miracoli – morte no, perché i gioielli non muoiono mai. L’albergo è un miraggio di verde, azzurro e palme. Una torre sulla spiaggia. Le piscine all’aperto di acqua salata, la caponata e il sorbetto al limone. I mandarini profumano sulla spiaggia che non c’è. Risaliamo in macchina, Agrigento e la Valle dei Templi – non ti immagini potessero essere così belli, e così offesi.

Vanità e Vergogna – ancora le V. Attraversi la Sicilia e ti si taglia il cuore – non si stringe più. La vanità per questa terra nostra, che non ha bisogno di alcuno sforzo – la vergogna che ogni italiano deve provare per il massacro che questa terra ha subito. Se non c’è vergogna, non può esistere alcun orgoglio – e per quanto noi abbiamo bisogno del nostro orgoglio, dobbiamo infangarci fino all’ultimo neurone con questa vergogna.

Le ceramiche di Caltagirone – in cima alla scala di Santa Maria c’è uno spiazzo. Piastrelle verdi ceramiche decorano le balconate, sembra la città di smeraldo del Mago di Oz, un re che non esiste. Ti si apre il cuore. Ogni bottega è una produzione diversa, ogni bottega al proprio forno. Andiamo alla ricerca di pigne – grandi, blu o verdi, lavorate chiuse, o con i pinoli cadute. All’inizio sembrano tutte uguali – poi riconosci migliaia di differenze, lo spessore delle dita che hanno lavorato le sfere, i volumi.

L’aereo da Catania, siamo in anticipo. Vaghiamo per il centro della città senza conoscerla. Il Teatro Massimo. Leggi bene – è titolato a Bellini – sorrido, maestro – Vincenzo Bellini – l’ultima V di questo, di ogni Viaggio.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

We started off by looking for the V – the V drawn by swallows in the act of making love. Everything starts with a V – Verona, Valpolicella, Venice, Villa Igiea, Verdura, Valley of the Temples. It is the fourth chapter of a Life in Italy. The walls leading to Juliet’s courtyard are smeared with love graffiti, so many in fact that the amount makes the love locks tied on bridges’ parapets pale in comparison. Polenta with lard and gorgonzola cheese, Castelvecchio at sunset and the Adda river almost dried up. The Scaliger family, Lords of Verona, would later on submit to Venice. The journey continues through the Valpolicella hills to San Giorgio and its cozy trattoria Dalla Rosa: it was so affordable, which meant that most of the bill went on the amarone. Plus, it had the added bonus of doubling as an inn, which meant we could sleep there.

New Year’s Eve was spent in Dorsoduro, at Matteo and Jérôme’s, joined by their genteel circle of friends and Cesare. Corsini, Loredan, Rothschild – Palazzo Mocenigo was an orchestra of light and flavors to be savored at the table. I was introduced to Raffaella Curiel: she had a letter for me. A letter with her thoughts about Lampoon. There is no New Year gift exchange tradition, yet this letter presented me with the best present. The morning after, at dawn, the sun accompanied our motorboat ride to the airport. This is how the first day of January makes its appearance in any dream. Splashes and sunlight flickering, water and gold – Venice. Then Palermo welcomes us after an hour and a half flight. The service at the Cathedral. Michi, Cia – a group of girls in a house designed by the architect that lives there: a long black staircase cuts through the white of a Norman city looking into its future. The drive towards the Verdura resort, a land of Dukes. The land of Coco Chanel’s friend, Fulco di Verdura, whom – I hope – Robi is researching and studying everything there is to know ‘life, death and miracles’ as the Italian saying goes, though I would leave out the death given that jewels never die. The hotel is a mirage in green, light blue and palm trees. A tower on the beach. Seawater swimming pools, Sicilian caponata and lemon sorbet. A waft of tangerine oranges on the never, never, never beach. 

Then back on the road, to Agrigento and the Valley of the Temples: I had not imagined they could be so breath-taking and defiled at the same time. Vanity and vileness: the Vs are back. Driving through Sicily is a cut right through your heart, which leaves it wounded, unable to function, to be moved. The vanity of having this land of ours that does not require any effort. And the shame every Italian should feel over the marauding of this land. Without shame there cannot be pride. And as much as we need our pride, we ought to soak our entire being in this shame. The majolica of Caltagirone: the staircase of Santa Maria del Monte leads to a square. Green ceramic tiles ornate the balconies evoking the emerald city of the Wizard of Oz, a king that does not exist. The heart reawakens and starts beating again. Every small shop has its own distinctive ceramics, its own kiln. We begin our search for pinecones: large, blue or green, closed or open with their seeds released. They appear alike at first, then you start to appreciate the endless differences, the touch of the fingers that worked them, the volumes. There is still plenty of time ahead of our flight from Catania. We roam through the town center without knowing the place. The Teatro Massimo. We rest our eyes on it a little longer: it is named after Bellini – I smile – composer Vincenzo Bellini, to be precise.
The last V of this – of any – Voyage.

Images Lampooners

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