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The Fashionable Lampoon
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christian dior

Dior and his decorators

Aurore dress, SS1958 – ©Sabine Weiss
Interior of Christian Dior’s hotel particulier – ©Anthony Denney
Portrait of Christian Dior by Paul Strecker, 1928 - ©Courtesy Paul Strecker Foundation
Perfume Boutique – ©Christian Dior Parfums
André Svetchine bathroom – ©André Svetchine
Sophie Malgat photographed by Mark Shaw – ©Mark Shaw
Perfume presentation – ©Philippe Schlienger
Christian Dior's room in La Colle Noire – ©André Svetchine

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunaccia

 

È la storia di tre uomini che insieme danno vita e significato a un nuovo immaginario. Questo il tema del libro Dior and His Decorators. Victor Grandpierre, Georges Geffroy and The New Look, di Maureen Footer – prefazione di Amish Bowles. Un volume che esplora le origini e le ragioni di questa sinergia creativa, oltre a ritrarre i contorni e lo splendore mondano e culturale di un intera società che, lungo gli anni Cinquanta del Novecento, si muove intorno alla parabola Dior.

 

Il trio Dior-Grandpierre-Geffroy collabora nell’invenzione di un mood irripetibile e legato alla Maison, un linguaggio ornamentale che diviene unico e riconoscibile, inseguendo quel sogno di bellezza vagheggiato da Monsieur Dior. Un itinerario grand décor che parte dalla fascinazione di quest’ultimo per le estreme grazie settecentesche, tra ultimo rococò e l’inizio del neoclassicismo. Un Retour Marie Antoinette, onirico e lieve, che si incarna nella concezione degli interni come nelle silhouette insieme stilizzate e opulente del New Look. È in quella dimensione fantastica di evocazione e luminosità, che Christian Dior, dal 1947 in poi, con la ricchezza tessile delle sue crinoline che sbocciano da bustier iperbolici, esorcizza il periodo bellico e in Francia diventa il primo ‘Eroe del Dopoguerra’.

 

La villa familiare di Granville, alta su una scogliera e immersa in un giardino impressionista, costituisce il primo laboratorio ideale del piccolo Christian. Durante l’infanzia è la sua la ‘Cappella Sistina’ dell’ispirazione, nel segno di Utamaro e Hokusai visti attraverso il filtro poetico del japonisme. Lo stesso avviene per l’appartamento di famiglia a Parigi. «Vivere in una casa che non è tagliata su di te – affermava Christian Dior – è come indossare gli abiti di qualcun altro». La passione per l’eleganza è il legame che lo unisce a Grandpierre e Geffroy, che con lui identificano i codici decorativi Dior, un sofisticato omaggio al gusto neoclassico che guarda specialmente allo stile Louis XVI.

 

Grandpierre è responsabile dell’atmosfera ‘decorata ma non decorativa’ del 30 Avenue Montaigne, che diviene iconica in particolare grazie al ‘Salone Helleu’, una sfumata sinfonia di bianchi e grigi perlacei, con le sue console e le sedie a medaglione che riprendono motivi Louis XVI. Sempre Victor Grandpierre disegna varie boutiques nel mondo e i display e il packaging di profumi quali Miss Dior e Eau Savage, tessere del mosaico identitario della Maison. Un universo di decorazione più eclettica connota la residenza parigina di Christian Dior su Boulevard Jules-Sandeau, nel XVIeme, opera di George Geffroy, che interpreta con decisa libertà di accostamenti e sovrapposizioni, la temperatura di collezionista del couturier. Dipinti di Matisse e arazzi tardo-gotici, bronzi rinascimentali e arredi barocchi vi si combinano in una sospesa armonia. «Il cosiddetto buongusto per me è assai meno importate di quella che è la mia personale idea di gusto – afferma Christian Dior nella sua autobiografia – che poco a poco ha miscelato e reso omogeneo un arco di cose differenti e anche lontane tra loro».


Maureen Footer, Dior and His Decorators: Victor Grandpierre, Georges Geffroy, and the New Look

Dior, Dior, Dior

Text Federica Serrano

@federicaserrano

 

Lo sfondo è quello parigino. Il Musèe d’Art Moderne, in questi giorni, brilla di una luce preziosa. All’interno, Dior svela la nuova collezione di alta gioielleria – sessantacinque i pezzi, di cui trentatré unici. Questa volta, il pizzo dorato – già visto sul retro dei gioielli delle collezioni Dear Dior del 2012 e Cher Dior del 2013 – è stato messo al primo posto in modo visibile e intenzionale. Dior Dior Dior vuole celebrare una donna forte, romantica, sensuale e libera, che svela la sua vita intima in modo raffinato.

Così Victoire de Castellane continua a scrivere una storia di eleganza iniziata da Christian Dior stesso. Pezzi come il bracciale Bar en Corolle prendono in prestito il nome di una linea della Maison. Gli anelli, i bracciali, gli orecchini e gli orologi di Dior et d’Opales celebrano la magia della couture, i suoi misteri e i suoi segreti – ci invita negli angoli appartati dell’icona del lusso e dell’arte di vivere francese.

 

dior.com 

Courtesy Press Office

dior.com@dior

#DiorCruise

Paris bohème, Paris je t’aime. La Maison ha organizzato una cena a pochi passi dal Sacré-Coeur, in un bistrot ribattezzato ‘Chez Christian’ per l’occasione e interamente decorato nei colori Dior. Ritrattisti e artisti di scena, oltre a cantanti di cabaret, figure dell’emblematica Montmartre, hanno fatto immergere gli ospiti in un’atmosfera parigina artistica e autentica. La sera dopo, Chantilly. Il castello fa da sfondo alla presentazione della collezione Dior Cruise 2019.

 

dior.com

Courtesy Press Office

dior.com@dior

Cannes Daily

Si è aperta così la settantunesima edizione: Martin Scorsese con Cate Blanchett sottobraccio. Cate, presidentessa del festival – in settantuno edizioni, solo dodici volte una donna ha presieduto la giuria – in pizzo nero Armani Privé, casto davanti e scollato dietro. Perdonabile l’affair dell’abito riciclato – è lo stesso look che aveva indossato ai Golden Globe del 2014, all’epoca vinse per Blue Jasmine di Woody Allen. Perdonabile, in nome dell’empowerment femminile – sottotema del Festival. Niente dichiarazioni femministe e nemmeno spillette evocative di movimenti Times’s up e MeToo.

Un’edizione nel segno del cambiamento, a partire dal divorzio da Netflix, i cui film sono stati esclusi anche dal fuori concorso. Per la prima volta, gli attori non potranno auto-immortalarsi a Cannes, anche se i motivi del bando non sono ben chiari: «A Cannes si va per guardare, non per essere visti», aveva detto il curatore del Festival, Thierry Fremaux. L’obiettivo sarebbe «Far sì che la première sia una vera première».

Text Maria Antonietta Crespi

 

C’è tanto, troppo, un surplus di significato a caricare d’enfasi ogni singolo gradino della Montée des Marches a Cannes. Ingolfa, appesantisce persino il tubino nero e tacco medio. Il Festival dei significati rischia di vanificarli tutti. Glamour dimesso, parco. Lo si pesa in carati di preziosi normalmente prestati a chilo, ora a etti sparsi. Incombe l’anniversario delle uova e delle pellicce bruciate a maggio che infiammarono la Croisette. Cinquant’anni dal 1968, i borghesi via, Truffault e Godard a cavalcare la protesta.

Oggi la crisi è da ridere, riguarda esclusivamente l’identità. Di un paese, di una manifestazione, di un lungomare. Via i massimi sistemi, via l’ideologia. Via persino i selfie dal red carpet a ribadire che quest’anno si cambia ma non è altrettanto divertente. Il pop è diversamente abile al confronto e viene ri-protetto altrove, defilato. Gli autori parlano e non mostrano, si raccontano e non raccontano. Nell’era dei maestri spariti, tornano i maestri insegnanti per un cinema che per definizione, se va spiegato non assolve più al suo compito primario.

Vestiti cupi e botte di colore spot a ribadire il principio dell’autodeterminazione. Nel 1968 il problema era gestirla, oggi è preservarla dagli attacchi maschili. Si parla di violenze, un argomento caldo perfetto per l’anniversario. Se ne lamenta Léa Seydoux infilata in un brutto copricostume da sera e ne parlano le donne giurate. Ecco il dialogo femminile, idee diverse, acconciature non dissimili. «Una giuria militante», pontifica la presidente Cate Blanchett, di lotta e di rossetto, un gruppo di resistenti toste e pure, che si muove nella stessa direzione, evitando di ondeggiare i fianchi. Una battaglia lunga giorni che ha poco di epico e molto di stylist. La Nouvelle Vague non è più neppure un ricordo. E per cortesia, sciogliete i capelli.

I nuovi orologi Dior Grand Bal

Text Lampooners

 

Dal 19 al 22 aprile, presso la boutique Dior di Milano in via Montenapoleone 12, si è svolto il Dior Grand Bal roadshow e sono stati presentati i nuovi orologi. Un abito che ruota a un Ball è la fonte di ispirazione.

«Events of this order are true works of art. They are desirable, necessary and important if they restore the taste and meaning of authentic celebrations». Scrisse nelle sue memorie Christian Dior.

Alcuni haute couture looks disegnati dal couturier e i suoi successori sono stati riprodotti e ridotti in scala ed esposti per l’occasione nelle vetrine della boutique.

 

dior.com

Courtesy Press Office
diorpr.com@dior

Dior, in un viaggio

ABSTRACT JOURNEY, DIOR HC AW17-18 – video Manon Gicquel

Text Lampooners

 

Nel moodboard della sfilata c’è una sorta di mappa. È l’opera dell’incisore Albert Decaris contenuta in un libro del 1953 in cui veniva raccontata la filosofia della maison. Insieme alla presenza e allo spirito del couturier che era solito ripetere: «Una collezione completa deve rivolgersi a tutti i tipo di donne di tutti i paesi».

A fare da contraltare, un altro frammento di passato. Le emozioni. La sfilata Haute Couture autunno-inverno 2017-18 di Dior è un viaggio. Di emozioni. Sono nate dal nome di un abito, da una forma precisa, da una foto dimenticata. Ognuno dei sessantasei abiti dello show conserva al suo interno un frammento dell’universo di Dior. In un tessuto, in una piega, in una silhouette, in un ricamo. Ogni outfit è un dialogo estetico tra passato e presente, con una costante: la severità d’insieme, scandita dal grigio in tutte le sue sfumature, perché come scrisse monsieur Dior nel Little Dictionary of Fashion, è: «The most convenient, useful and elegant neutral color».

Christian Dior rifletteva molto sulle donne e sulle loro caratteristiche. Era un uomo che amava circondarsi di donne. Il suo modo di vestire le donne nasceva da come lui stesso si vestiva. Lavorava sul loro daywear partendo da un background maschile di giacche tailoring, di architetture precise. Come il portrait d’insieme della collezione, il racconto di una parata di donne viaggiatrici, emancipate. Come silhouette, figlie di un certo vocabolario classico della couture. Tradizionale.

Cover by Sarah Moon

Image and video courtesy of Press Office
dior.com – @dior

A PARISIAN WEEK

Testo Cesare Cunaccia

@cesarecunacciaofficial

 

Una settimana parigina sferzata da una pioggia uggiosa, incessante e a tratti violenta, che ha comunque raccontato alcune pagine di moda molto interessanti, fino al gran finale, con la mostra L’oeuvre au noir, dedicata al genio di Cristobal Balenciaga al Musée Bourdelle, all’incredibile decollo del razzo Chanel sotto le volte vetrate del Grand Palais e all’emblematico approdo al Louvre di Vuitton , «Viviamo in un’epoca in cui la gente non può più pensare a lungo termine – osserva intanto Guram Gvasalia, osannato guru di Vetements e designer di Balenciaga – anche le strategie di business sono diventate così. Nessuno può più immaginare strutture a lungo termine, tutti sono concentrati su oggi e subito, soltanto sulle vendite odierne». Senso di precarietà, brividi e ombre verso un domani incerto, in un mondo globalizzato e sempre più arduo da comprendere e leggere nei suoi contorni? A questa domanda sembrava voler rispondere Miuccia Prada, con la sua sofisticata, composita ed ironica esercitazione per Miu Miu del 7 marzo.

Tra le vere highlights della Fashion Week Parigina Autunno/Inverno 2017, la sfilata Dior, leggendaria Maison francese guidata dall’italiana Maria Grazia Chiuri, ha scelto di declinare un unico tema cromatico: il blu. Rapsody in Blue o Blue Moon, la voce roca e intensa di Nina Simone come soundtrack. ‘Fra tutti gli altri colori – scriveva Christian Dior nel suo Petit Dictionnaire de la mode – il blue navy è il solo che può competere con il nero. Un lavoro magnifico, quello di MGC chez Dior che ha riscritto frammenti basilari della poetica del brand. Il mitico modello Chevrier del 1949, ad esempio,ispirato alle tuniche dei pastori pirenaici e dotato di un ampio cappuccio, si è trasformato in una teoria di giacche, di abiti, gonne,mantelle, cappotti e piccoli bomber dalle fragranze sportive, con materie quali taffettà, velluto, panno spigato da coperta e maglia. Ecco le divise no gender, il rigore geometrico che s’intreccia con echi emotivi ed onirici nella trasversalità del blu. Issey Miyake con Yoshiyuki Miyamae, nel fasto storicistico e dorato dell Hôtel de Ville si ispira alla toccante bellezza dell’aurora boreale. Ed è subito poesia, anzi haiku, grazie alla lana grezza di pecore Shetland nate e allevate nelle pallide luci nordiche, tinte in cinque diversi colori combinati in un unico filo, dei superbi cappotti cocoon. Combinazioni architettoniche e paradossalmente lievi di Baked stretch e Steam stretch, il vocabolario della Maison, plissées curvi e concentriche concrezioni tessili dagli effetti ottici estranianti. Chanel è Chanel, che altro dire. Lo show è un evento, la consacrazione sempre potente e nuova di una mitologia della modernità. Questa volta si estrinseca in un’esplosiva connotazione spaziale, in un omaggio all’epopea degli astronauti siglato dal razzo bianco e nero con logo che alla fine del défilé, dal Centre de lancement N.5, dove sono assiepate duemilaseicento persone, schizza dalle rampe dritto verso il cielo. C’e un’aria giovane, divertita, leggera come il vento. Bisogna mantenere la propria identità e rinnovarla di continuo, afferma Karl Lagerfeld in backstage. Lui ci riesce appieno.

Nadège Vanhee-Cybulski, Creative Director di Hermès, continua il suo viaggio ermeneutico all’insegna di una freschezza giovane e fluida. La sua è una lettura per sottrazione e condensazione di un segno inimitabile, che però nulla toglie all’osservanza di un linguaggio e di un approccio che sono patrimonio basilare dell’heritage di Hermès. Gli abiti fluttuano siglati dalle stampe dei celebri carreés traslate a effetto sinopia sulla seta, stretti in vita da cinture sottili. I piccoli e graziosi duvet si portano sul tubino ritmato da zip,minigonne e top sono abbinati ad allungati caban. Splendide le bag in pelle e canvas, quanto le borse a tracolla in struzzo e gli alti stivali allacciati. Moncler Gamme Rouge guarda a un Canada autunnale incendiato di gialli e di rossi divampanti. Il décor è letterale: foglie morte accumulate, proiezioni all over di paesaggi e boschi sulle pareti, le Giubbe Rosse della gendarmeria reale schierate a celebrare il finale. Giambattista Valli, il Direttore Artistico di Gamme Rouge, ha interpretato il tema in modo mirabile e composito, incrociando outdoor e sofisticate fragranze metropolitane, sport e grazia soffusa, forte della sperimentale alchimia e ricerca di materiali che è un elemento portante di Moncler. I doudones sono peso piuma, arricchiti e per converso ulteriormente alleggeriti da ricami e intrecci di applicazioni rébrodées. Non mancano cappotti di tweed dalla carrure infantile, frangi-vento stampati a fiori selvaggi, stupendi pullover in shetland e foulard annodati un po’ ovunque. Le ballerine in tweed lievemente ottocentesche accompagnate dalle calze grosse, si accostano a zaini in nylon. La fluviale Fashion week F/W 2017-18 di Parigi si chiude in bellezza con la sfilata Louis Vuitton, tra scalinate scenografiche e solenni gruppi scultorei, nella Cour Marly del Louvre. Un luogo superbo a livello estetico e di profonda pregnanza storica per un evento che non ha precedenti. Bernard Arnault e LVMH hanno infatti firmato un accordo biennale con Jean-Luc Martinez, President del celeberrimo Museo, per potervi organizzare gli show del marchio. Nicolas Ghesquière, Direttore Creativo di LV, si lancia in un’esercitazione dai contorni espressivi liberi e poco definibili. Sottovesti da sera a effetto laccato, pellicce e montoni di soffuso sapore etnico ma, di nuovo, non riconoscibile o ascrivibile a una zona geografica certa o a una determinata cultura. Focus sulle borse e sui bijoux d’argento- notevoli le catene multiple- molto presenti, dinamici e perfino preponderanti in una forma linguistica che si declina totalmente sul verbum del proprio demiurgo.

Images courtesy of press office 

JOIN THE MOVEMENT

We should all be feminists è lo slogan messaggio che balza all’occhio stampato su una T-shirt della collezione. Oggi, in occasione della Giornata delle donne, questa frase-manifesto, il titolo di un saggio pubblicato dalla scrittrice femminista Chimamanda Ngozi Adichie nel 2014, acquista un significato ancora più importante. È proprio questa donna, forte e impegnata, che Maria Grazia Chiuri, la nostra direttrice creativa, aveva in mente quando ha disegnato le borse e le pochette che rivisitano il monogramma della maison tra tradizione e modernità.

Images courtesy of press office

DIOR HC SS17

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La prima sfilata Haute Couture di Dior di Maria Grazia Chiuri. Si torna a un romanticismo rinascimentale, nel vestire femminile – bisogna ammetterlo come se già lo sapessimo, come se già fosse impresso nei nostri occhi, già nella nostra memoria. Lo vedete in giro, ovunque, Botticelli: linee morbide, veli e layer, strutture non più sopra il corpo della donna ma intorno al corpo della donna. C’è una voglia di nostalgia che diventa energia – con qualche tocco di violenza che si chiama futuro. Si recuperano gli archetipi degli abiti e le gonne nell’armadio della nonna. C’è la voglia di persone per bene, nel mondo e negli occhi, e di vestirsi di conseguenza. La ricchezza è nel dettaglio, nel taglio, nel piccolo ricamo ripetuto, nell’intarsio, nel piccolo riflesso.

Le forme iconiche di Christian Dior. La sfilata di Chiuri è uno studio sull’estetica del fondatore, con considerazioni su Galliano. Le prime uscite sono nere. Tessuti spessi, di taglio e forma, redingote grafiche. Caterina de’ Medici vestiva di nero, come fece la regina Vittoria senza Albert. Dalla serietà del lutto all’incognito di Venezia. Le maschere e le piume. I vestiti monacali e protestanti e gli smoking di Cole Porter – di nuovo i tagli ripidi. Trame pesanti per vestiti di altri tempi, plissé giganti. Una carta astrale con i tarocchi, una cappa di velluto nero con il cappuccio da Inquisizione. Poi il rosso apre lo schema, ne fuoriesce la luce dell’Impero: rulli di oro con le stelle, i giardini e i fiori di mughetto, i pavoni e le farfalle.

Tra i dettagli più precisi, ancora studio d’identità Dior, gli intarsi di velluto sulle gonne di tulle. Gli aghi delle piume costruiscono il filo spinato per Charlize Theron – tra J’Adore e la Regina Ravenna. Le crinoline diventano cappotti fino ai piedi, le ali di farfalle sono piccole piume – fino al vestito per Giunone, volumi di petali, tra tulipani, campanule – e tutto il giardino sulla Manica, a Granville, che tanto restava nelle cure di Christian Dior.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Maria Grazia Chiuri’s Couture debut for Dior. Back to a Renaissance-like romanticism, in women’s style – we have to acknowledge it, as if we knew it already, as if it were already impressed in our eyes, in our memory. Botticelli is everywhere, as one can see; in the soft lines, in the veils and layering, in the structures that do not rest on the female body, but around the female body. This urge for nostalgia turns into energy – with a few fierce touches, it’s called future. The gowns’ archetypes and the skirts from grandma’s wardrobe are retrieved. One senses the need to have good people around, in the world, in one’s eyes, and to dress accordingly. The richness lies in the cuts, in the recurring small embroidery, in the intarsia, in the slight reflections.

The iconic silhouettes of Christian Dior. Chiuri’s runway show is based on a research on the founder’s aesthetics, with a few considerations on Galliano. The first outfits to come out are black. Thick textiles, the thickness is in the cut and the shape, graphic frock-coats. Catherine de’ Medici used to wear black, just like Queen Victoria without Albert. From the severity of mourning to going incognito in Venice. The masks and the feathers. The monastic and protestant garments, and Cole Porter’s tuxedos – those slanting cuts again. Heavy textures for garments of yore, giant pleats. Astral charts with tarots, a black velvet cape with an Inquisition-style hood. Then red appears, breaking the scheme, the Imperial light pours out: golden spoils with stars, the gardens, the lilies of the valley, the peacocks and the butterflies. The most accurate details, from an exploration of Dior’s identity, are the velvet intarsia on the tulle skirts. The feathers’ barbules form the barbed wire for Charlize Theron – halfway between J’Adore and Queen Ravenna. Crinolines turn into floor-length coats, the butterfly wings are tiny feathers– and the Juno dress features volumes created with petals, tulips and bluebells – and the whole garden overlooking the English Channel, in Granville, that Christian Dior cherished so much.

Images and video courtesy of press office
www.dior.com