Loading the content...
The Fashionable Lampoon
Tag archives for:

cinema

I Bafta e gli Oscar: una giuria in comune

Margot Robbie in Chanel Haute Couture. ©GettyImages

Rachel Weisz in Gucci wearing Cartier Faune et Flore earrings. ©GettyImages

Thandie Newton in Valentino Haute Couture wearing Solange Azagury-Partridge earrings. ©GettyImages

Lily Collins in Givenchy Haute Couture wearing Cartier High Jewellery earrings. ©GettyImages

Cate Blanchett in Christopher Kane wearing Pomellato Ritratto and Victoria rings. ©GettyImages

Glenn Close in Alexander McQueen wearing Cartier Évasions Joaillères earrings; Jonathan Pryce. ©GettyImages

Claire Foy in Oscar de la Renta wearing Cartier High Jewelley earrings. ©GettyImages

Timothée Chalamet in Haider Ackermann. ©GettyImages

Catherine, Duchess of Cambridge in Alexander McQueen wearing Lady Diana's earrings. ©GettyImages

Bradley Cooper in Celine. ©GettyImages

the-fashionable-lampoon-bafta-awards.jpg
Naomi Ackie in Schiaparelli. ©GettyImages

Considerati gli Oscar britannici, i Bafta rappresentano il preludio agli Oscar, e sembrano offrire un’anteprima di quelli che saranno gli esiti degli Academy Awards. A differenza dei Golden Globes, costituiti da una giuria di giornalisti, Bafta e Oscar riuniscono una giuria di esperti di settore, chiamati a giudicare nelle rispettive categorie di competenza. Da tenere a mente, è il fatto che i premi condividono all’incirca 500 giurati, i quali hanno diritto di votazione a entrambe le cerimonie. A partire dal 2001, anno in cui la data dei Bafta è stata spostata a due settimane prima degli Oscar, 8 su 18 film in gara hanno trionfato a entrambe le cerimonie, tra cui Il Gladiatore (2001), Il Signore degli Anelli: il Ritorno del Re (2004), Il Discorso del Re (2011) e 12 Anni Schiavo (2014). Quest’anno, sono Roma di Alfonso Cuarón e La Favorita di Yorgos Lanthimos a trionfare, rispettivamente nelle categorie di miglior film, miglior film straniero, miglior fotografia e migliore regia per Cuarón, e di miglior film britannico per Lanthimos. Restano in bilico Lady Gaga e Bradley Cooper, che con A Star is Born, partendo dai Golden Globes, rimangono confinati alla miglior colonna sonora.

Armani/Silos ospita una Film
Series ispirata a Fabula

Palombella Rossa by Nanni Moretti, 1989
Beau Travail by Claire Denis, 1999
Spirited Away by Hayao Miyazaki, 2001
The Village by M. Night Shyamalan, 2004
Moonrise Kingdom by Wes Anderson, 2012
Toni Erdmann by Maren Ade, 2016

La nuova edizione di Film Series, ospitata negli spazi di Armani/Silos, avrà inizio il 13 febbraio.

La rassegna prende spunto da Fabula, di Charles Fréger, una mostra fotografica che raccoglie un lavoro di ricerca sull’umanità, sul senso di appartenenza e sull’individualità, attualmente in esposizione all’Armani/Silos.

I film, selezionati dallo stesso Charles Fréger, riflettono ed espandono il percorso narrativo del suo lavoro, creando connessioni con le immagini che compongono la mostra. «Penso di essere diventato fotografo essendo un pittore mancato, o un regista che non ce l’ha fatta. Sono affascinato dalle possibilità di scambio che esistono tra fotografia e cinema,» afferma Fréger.

In Palombella Rossa, Nanni Moretti gioca con gli effetti metaforici e narrativi di una perdita di memoria. La gelosia sconvolge ordine e abitudini in Beau Travail, diretto da Claire Denis, mentre Spirited Away di Hayao Miyazaki è una storia soprannaturale intrisa di tradizione giapponese. Nel film The Village di M. Night Shyamalan, l’amore è la forza che rompe i codici di una comunità trattenuta nella morsa di una falsa mitologia e Moonrise Kingdom di Wes Anderson racconta una storia d’amore adolescenziale che si svolge in una surreale ambientazione naturale. Infine, Toni Erdmann di Maren Ade parla di legami familiari attraverso il filtro della resistenza e della libertà.

«Guardando alcuni di questi film, ho l’impressione di conoscere i personaggi, i paesaggi e l’entusiasmo che ha dato vita a queste immagini. Sono molto attratto dal cinema e resto sempre colpito dalla colossale macchina che sta dietro alle riprese di una semplice scena,» ha detto Fréger.

Adulatori, lecchini e lacchè:
hanno ragione loro

The Favourite, part of the poster illustration
Emma Stone as Abigail Masham
Olivia Colman as Anna Stuart
Rachel Weisz as Sarah Churchill
Nicholas Hoult as Robert Harley
Queen Anne
Emma Stone as Abigail Masham
Queen Anne, Rachel Weisz as Sarah Churchill
Baroness Abigail
Rachel Weisz as Sarah Churchill
Emma Stone as Abigail Masham
Rachel Weisz as Sarah Churchill
Emma Stone as Abigail Masham

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunaccia

Nel trionfo del politically correct, il film La Favorita ha il pregio di essere cattivo. È impietoso verso tre donne con smanie di supremazia e di affermazione che ne divorano l’esistenza. Sono peggio degli uomini, tirano al piccione come soldatacci. Bugiarde, organizzano trame e spionaggio e abusano di se stesse come armi.

La regina lesbica. La regina e i lecchini. La regina in disfacimento. La storia, sebbene Lanthimos affermi di essersi preso molte libertà di interpretazione, dichiarando una ‘falsità anacronistica consapevole’, risulta abbastanza fedele ai fatti, cioè al racconto del regno dell’ultima Stuart sul trono britannico, la regina Anna. Incoronata l’8 marzo 1702 e morta nel 1714 a Kensington Palace, sotto il suo regno, nel 1707, avvenne l’unificazione tra Inghilterra e Scozia, accorpate nel regno di Gran Bretagna. Non sono mai state provate le illazioni sul lesbismo della monarca, che diventa perno dell’opera di Lanthimos. Al contrario, è documentato lo strapotere sulla personalità disturbata della regina Anna da parte di Sarah Churchill, nata Jennings, prima duchessa di Marlborough (interpretata da Rachel Weisz), conclusosi con l’esilio dalla corte nel 1711. Sarah gestì per anni la carica di ‘Mistress of the Robes’ e favorì la carriera militare del marito John Churchill. La coppia ricevette in dono dalla regina il Blenheim Palace, progettato da Sir John Vanbrugh e tuttora di proprietà del casato dei Churchill.

Anna Stuart incarna la tipica fin de race malata di gotta. Tredici figli abortiti a causa della Sindrome di Hughes, quattro morti prima dei due anni e Guglielmo, duca di Gloucester, scomparso undicenne il 21 luglio 1700. Infanti sostituiti da altrettanti conigli che portavano i loro nomi. Di Sarah, che nel film inizia il proprio declino quando si lascia prendere dalla pietà per la cugina povera, non è mai stata provata nessuna relazione di sesso con la Stuart. La regina, che non appare così ripugnante nei ritratti ufficiali di Godfrey Kneller, per Lanthimos è una specie di grossa carcassa dipinta. Moglie del principe Giorgio di Danimarca – rimasta vedova nel 1708 – mendica affetto e considerazione. Anna, detta Brandy Nan per la sua inclinazione all’alcool, è coperta di belletto e gioielli come una vecchia drag-queen.

«Sembrate un tasso», le sibila Lady Sarah scortandola su una sedia a rotelle verso un’udienza diplomatica. Anna è una despota in disfacimento, che Olivia Colman tratteggia in un arpeggio di tic che lascia interdetti. Una Stuart che tiranneggia e si lascia tiranneggiare, che elargisce prebende e disgrazia alle due gentildonne rivali. È pur sempre la regina e il gioco lo conduce lei, fino alla fine. Probabile fu il suo coinvolgimento erotico con Abigail Hill, ex cameriera nel Kent e figlia di un gentiluomo morto in miseria, che l’aveva persa quindicenne giocando a whist con un grasso mercante danese.

La morale è che la piaggeria, l’arte dell’adulazione, paga sempre con i potenti. A vincere la partita, se un vincitore può esistere in questo vaudeville di cortigianeria, è Abigail Hill, poi Baronessa Masham per matrimonio, ‘lady of the Bedchamber’ e ‘Keeper of the Privy Purse’ per nomina reale, che corona una scalata sociale incredibile per una nobile di basso rango e diseredata. Il film incrocia commedia e tragedia. Si avvertono a tratti l’imprinting dell’autore e le tenebre di Marlowe o del masque elisabettiano, che miscela il registro del buffo con il mistero, la crudeltà con il disprezzo, aprendo spiragli di livida umanità e di humour. Un incalzare pieno di colpi di scena, davanti al quale impallidiscono le pagine di Swift e di Daniel Defoe, che, come Newton e il poeta Alexander Pope, vivono proprio all’epoca in cui si svolge questa vicenda.

La Favorita è l’asso pigliatutto di questa stagione, ancor più di Bohemian Rhapsody. Non si contano i premi ricevuti da questa commedia drammatica di Yorgos Lanthimos – Atene, 1973 –, regista greco basato a Londra che, insieme a Tony McNamara e Deborah Davis, è anche autore della sceneggiatura: Leone d’Argento e Coppa Volpi per Olivia Colman al Festival di Venezia, trionfatore ai Golden Globes, dodici nomination alla 72esima edizione dei Bafta Awards, che si svolgono il 10 febbraio prossimo a Londra. Dieci sono le nomination all’Oscar, in primis per la terna di attrici, la Colman protagonista, Rachel Weisz e Emma Stone comprimarie. Lanthimos ci aveva abituato ad altri esiti, con i precedenti The Lobster del 2015 e Il sacrificio del cervo sacro, due anni dopo. Roba da iniziati che però gli ha dischiuso le porte dei grandi finanziatori, permettendogli di realizzare questa narrazione cinematografica di riprese grandangolari, di digressioni temporali e visioni grottesche. È un po’ come se l’immaginario di Greenaway, o certe sequenze notturne dello Stanley Kubrick di Barry Lyndon, si sovrapponessero a Eva contro Eva e a derive camp alla Tarantino.

Il montaggio è affidato a Yorgos Mavropsaridis, mentre la fotografia, con alternanza di ombre e bagliori, si deve a Robbie Ryan. La musica mette insieme Vivaldi, Purcell e Wilhelm Friedemann Bach a Leonard Bernstein e allo Skyline Pigeon di Elton John, eseguito al clavicembalo.

I costumi di Sandy Powell. Protagonisti sono anche i costumi di Sandy Powell. Tre volte vincitrice dell’Academy Award, Powell li ha immersi in una grafica bianco-nera che ne sottolinea la volumetria. Gli abiti sono quelli dei primi del Settecento, che in tutte le corti europee guardavano all’esempio della Versailles di Louis XIV negli anni del tramonto. Più barocchi quelli dei personaggi maschili, coinvolti nella politica e in intrighi sullo sfondo della guerra tra Francia e Inghilterra, ma intenti soprattutto ad attività quali le corse delle anatre e masquerades. Corsetti e strascichi, siglati da bande candide su una griglia di neri, cotoni spessi che simulano faille di seta e damaschi. Solo Abigail, al suo arrivo a palazzo in cerca di fortuna porta un modesto vestito dai toni blu stinto, che la costumista ha creato usando vecchi jeans (creare cross link con La regina in denim, andata e ritorno), corredato da un cappelluccio di paglia. I costumi appaiono in netto contrasto con l’opulenza degli ambienti in cui si svolge la vicenda, specie la camera da letto regale, rivestita di arazzi in filo d’oro sui quali sono appesi dipinti e ritratti e dove spiccano chinoiserie e arredi.

Sembra di sentirlo, il tanfo delle piaghe – nelle narici entrano i profumi di essenze e make-up, gli aromi speziati del cibo, della cioccolata al peperoncino e della legna che brucia nei camini.

La regina in denim:
i costumi di Mary Queen of Scots

Focus Features Official Poster for Mary Queen of Scots
Saoirse Ronan as Mary Stuart, Queen of Scots
Saoirse Ronan as Mary Stuart, Queen of Scots
Saoirse Ronan as Mary Stuart, Queen of Scots
Margot Robbie as Queen Elizabeth I of England
Margot Robbie as Queen Elizabeth I of England

Text Anna Maria Giano
@annamaria.giano

 

La costumista statunitense Alexandra Byrne reinterpreta l’abbigliamento del XVI secolo per il film Mary Queen of Scots di Josie Rourke, uscito nelle sale italiane il 17 gennaio 2019. Con Saoirse Ronan nei panni di Maria Stuarda di Scozia e Margot Robbie in quelli di Elisabetta I d’Inghilterra, il film ha ottenuto candidature per i migliori costumi ai British Academy Film Awards, ai Critics’ Choice Awards, ai Satellite, e infine agli Oscar 2019.

La Byrne non è nuova alla reinterpretazione dell’abito d’epoca, ha vestito Cate Blanchett per Elizabeth nel 1998 e per Elizabeth: The Golden Age nel 2007, per cui ha ottenuto una statuetta.

La costumista per Mary Queen of Scots ha preferito sacrificare la fedeltà storica all’anacronismo, scegliendo un materiale non ancora in uso in quel periodo: il denim. Entrato a pieni titoli nei guardaroba femminili solo a partire dal 1873, il jeans era prerogativa dell’abbigliamento maschile, le cui origini sono contese dai francesi, che nel XV secolo iniziarono a produrre a Nîmes un tessuto misto cotone e lino tinto con il guado, e dai genovesi, che rivendicano la creazione del Jeane, pantalone in fustagno color indaco indossato dai pescatori. È proprio dal mare che esce il primo dei costumi in denim realizzati per il film, all’approdo di Maria sulle coste scozzesi.

La scelta di questo materiale è giustificata a pieno dalla Byrne – rendere immediata e accessibile la moda di un’epoca passata. Viaggi per mare, cavalcate interminabili, il tutto senza avere a disposizione alcun mezzo per lavarsi, né tantomeno per lavare gli abiti, che dovevano essere resistenti, una seconda pelle in cui potersi muovere liberamente. È l’essenza del jeans, il pantalone da metropolitana, da autobus, l’armatura contro le perturbazioni urbane di milioni di persone sedute in quel posto che stai occupando sul tram.

La praticità non è solo un’allusione. Saoirse Ronan ha girato tutte le scene del film in Scozia, zona piovosa e dal terreno fangoso – realizzare gli abiti in tessuti tradizionali come il raso o il calicò avrebbe comportato possibili danni, rallentamenti nella produzione, e perdite economiche. Molte sono anche le occasioni in cui la Ronan appare a cavallo, e il denim stretch scelto dalla Byrne le ha permesso piena libertà di movimento.

La genesi dei costumi non è meno anticonvenzionale. Rinunciando ai bozzetti, Alexandra Byrne ha creato dei moodboard in collaborazione con l’illustratrice Belinda Leung – la scena iniziale, con Maria che tocca il suolo di Scozia, è reso graficamente con un velo di lino bianco che le copre il viso, il corpo avvolto in un abito grigio i cui orli si mescolano alla schiuma del mare. Molto più suggestivo della resa cinematografica, in cui la regina saluta la terra natale con un attacco di nausea.

Ogni abito, ogni accessorio, è un’allegoria, una descrizione del personaggio che lo indossa, e ne segue l’evoluzione. Sebbene le due regine siano divise dalla palette cromatica – sui toni scuri del blu per Maria, più accesi, come il rosso, il senape e il tangerine per Elisabetta – sono unite da un gioiello: un orecchino pendente con una ghianda in metallo. Simbolo di origine celtica, la ghianda è il frutto della quercia, albero secolare sinonimo di potenza, e rappresenta l’immortalità. Altro elemento importante, la ghianda aveva una duplice natura, maschile e femminile: essendo un frutto, identificava la fertilità femminile, e dall’altra parte, simboleggiava la virilità dell’uomo.

Il lavoro della Byrne svela l’identità di un personaggio al pari di un dialogo. Elisabetta, la regina immacolata, imperturbabile, con le sue gorgiere inamidate, le parrucche, gli strati di biacca bianca sul viso, a nascondere i segni del vaiolo. Maria, la regina che divenne idolo del Romanticismo, nelle opere di Alexandre Dumas e di Donizetti, con i capelli scompigliati, il petto in vista, vestita di scuro come un’adolescente ribelle. Solo nel finale, nell’istante prima della sua esecuzione, l’abbigliamento di Maria cambia colore e tessuto: ha l’abito rosso in cotone dei martiri. A compensarlo, quello nero, a lutto, della cugina Elisabetta.

ISABELLA, TRA PASSIONE E TALENTO

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Intervista a Isabella Ragonese nelle sale dal 9 marzo con il film Padri D’Italia

Cosa ha pensato quando le hanno proposto il ruolo e come è andata?

«E’ un ruolo che non mi era mai capitato di fare prima. Sicuramente quello mi ha colpito e mi ha anche invogliato. È la cosa per cui facciamo anche questo mestiere, di poter cambiare e fare cose diverse.
Un personaggio molto complicato, che cerca sempre di sfruttare gli altri e piano piano scopriamo che però – e quella secondo me è una cosa molto bella del film – anche le persone più ‘storte’ magari possono insegnarci qualcosa.
È una riflessione su cosa vuol dire essere genitore e in generale per la nostra generazione cosa comporta avere un figlio. Pensare anche a un futuro, a un progetto. Spesso noi siamo abituati a pensare a tempo determinato, quindi non abbiamo un’idea di futuro e di progettualità».

 

Era contenta del ruolo proposto perché non lo aveva mai interpretato prima?

«Più che di una proposta si può parlare di un incontro. Ci siamo ritrovati in questo viaggio insieme».

 

Ci sono delle somiglianze caratteriali con Mia?

«In generale penso che tutti i personaggi ci somiglino. Non penso che ci possiamo definire in tre aggettivi come spesso ci chiedono nelle interviste. Noi siamo fortunatamente più complessi di quanto pensiamo. Mi somiglia in delle parti, magari sono esagerate ma sono stata Mia in alcuni momenti della vita.
Lei ha una voglia di vivere molto forte che va di pari passo a una voglia di provare tutto, divorare tutto che va di pari passo con l’autodistruzione, – che penso sia un momento che tutti noi, le persone sane provano in un momento della loro vita, perché bisogna provare tutto, magari fai delle associazioni, non esattamente lo stesso episodio è capitato a Mia ed anche a me, fai delle assonanze, ti ricordi dei momenti in cui hai provato la stessa cosa magari in contesti diversi. Come stile di vita non mi somiglia.
Credo che il lavoro dell’attore sia una specie di mix come quando hai un mixer allora tu alzi il volume dei bassi oppure abbassi, ogni volta devi esagerare delle parti di te e mettere muto su delle altre parti quindi lavorare più sulla tua memoria e sulle emozioni che hai vissuto».

 

Quali sono state le difficoltà?

«La difficoltà c’è sempre, perché è un personaggio abbastanza complesso che ha un disagio non del tutto spiegato e anche come quelli veri nella vita. Spesso ci sono delle persone che hanno un malessere ma che non sanno da dove viene questa cosa quindi è più difficile per loro cambiare.

Accettare il fatto di non essere pronti per fare qualcosa è anche una forma di saggezza, ammettere che non ce la si fa».

 

Conosceva già il regista?

«No, ci siamo conosciuti in questa occasione, come nel film degli sconosciuti si legano, spesso ci capita di aprirci molto di più con degli sconosciuti rispetto a delle persone che ti conoscono da tanto tempo perché li ci sono dei ruoli prestabiliti delle cose che non vuoi spiegare».

 

Dopo aver interpretato Mia cosa le piacerebbe interpretare nel futuro?

«Sono stata molto fortunata, in genere mi lascio sorprendere, mi piace pensare che il prossimo film sarà quello ancora più bello di quello che ho fatto.
Mi auguro di continuare così perché sono stata molto fortunata rispetto ai ruoli che possono esserci per attrici della mia età, ho fatto veramente di tutto quest’anno escono tre film in cui faccio tre cose completamente diverse, in ‘Padre d’Italia’ appunto sono una specie di Punk Rock cantante, in ‘Questione di Karma’ sono una manager ambiziosa in tailleur ed infine il film di Daniele Vicari che si chiama Sole, cuore amore in cui sono una proletaria barista della periferia romana quindi fortunatamente ho la possibilità di sorprendermi e a volte perdermi e non riconoscermi».

 

In un anno tre ruoli diversi, com’è stato?

«È sempre difficile poi saranno gli altri a giudicare se lo puoi fare e bisogna vedere se ci sei riuscita, in verità credo che se lo fai con passione – alla fine mi ritengo fortunata non tanto perché sia un lavoro come pensano tanti che è privilegiato, chissà quanto guadagno, più che altro è che auguro a tutti di fare della propria passione un mestiere.
Questo è il grande privilegio, è una cosa che mi piace fare e penso che uno non è mai soddisfatto, pensa sempre che può fare meglio però in quel momento ci metti tutto quello che può fare magari rivedi dei film di anni fa e dici ‘ecco l’avrei fatto meglio’ però poi alla fine in quel momento hai fatto quello che potevi».

 

Il momento più bello della sua carriera?

«Sono talmente tanti … è un mestiere che non mi ha mai tolto niente, mi ha solo dato e mi ha migliorato come persona. Mi emoziona quando adesso vedo dei film che ho fatto e riesco a non vedermi più, a non vedere più me, ma a godermi il film, questa cosa è bella perché è come vedersi a distanza e quindi avere una visione più oggettiva riuscire a vedere senza giudizio, è una grande forza che ha il cinema più che il teatro anche se io faccio anche tanto teatro, li hai la possibilità di rivedere momenti della tua vita che sono e resteranno lì per sempre.
È un po come quando senti delle canzoni che ascoltavi da adolescente e ti riportano ai momenti, senti gli odori e rivivi la situazione che vivevi in quel momento. Tutte le cose che ho fatto le rifarei».

 

Ha delle paure?

«Ho paura di volare, ma lo faccio, cerco di affrontarle in maniera strong non prendendo nulla sul serio, non sono una persona paurosa, magari lo sono stata in momenti dovuti ad insicurezze. È un mestiere in cui devi sempre divertirti se non giochi a questo gioco gli altri non ti seguono come fai a coinvolgere le persone se tu per prima sei agitata?

Certo prima di salire sul palco ogni sera dice ‘vorrei scappare‘ ma il teatro è un grande esercizio per la paura, poi quando fai il salto, stai bene. Devi dimenticarti tutto il resto, somiglia un po’ a questi sport di prestazione, mi piace molto guardarli, in cui hai una possibilità e tutti gli occhi puntati, e se sbagli è come tirare un rigore, è importante essere concentrati e non avere troppe paure avere sempre pensieri positivi in testa e non pensare mai sbaglierò».

Isabella Ragonese Photographed by Michael Avedon – The Fashionable Lampoon Issue 9 Babylon

GOLDEN GLOBES 2017

Testo Francesco Governa
@iosonoeffe

 

Beverly Hilton Hotel, California. Settantaquattresima edizione dei Golden Globes, assegnati da una giuria di soli giornalisti dell’Hollywood Foreign Press Association.

Un’edizione che appariva priva di sorprese, e in parte così è stato. A colpire però sono state le parole degli attori saliti sul palco, mai come quest’anno così taglienti. Damien Chazelle, già regista e sceneggiatore di Whiplash, vince sette premi con il suo La La Land, tra cui Miglior Regia e Sceneggiatura.

Non sorprende che il premio per il Miglior Film sia andato a Moonlight diretto da Berry Jenkins, alla sua prima prova con un lungometraggio. Alla base un tema sociale e, purtroppo, ancora scomodo per molti come quello dell’omosessualità.

A Ryan Gosling va il premio come Miglior Attore in un Film Commedia o Musical per La La Land. Al microfono l’attore dedica il premio al fratello di sua moglie, Eva Mendes, recentemente scomparso: «Mentre io cantavo, ballavo e suonavo il piano, la mia signora stava tirando su nostra figlia, era incinta del secondo e provava ad aiutare il fratello a combattere contro il cancro. Sono qui solo grazie a lei».

Emma Stone, partner di Gosling sul set, vince nella categoria Miglior Attrice in un film Commedia o Musical. Nel suo discorso di ringraziamento la voce quasi rotta dalla lacrime di gioia: «Questo è un film che parla di persone creative e le persone creative prima o poi si trovano una porta ‘sbattuta in faccia’. Ci sono tanti attori che vengono rifiutati o non vengono richiamati tanto che viene voglia di mollare, ma non bisogna farlo e questo film vi invita a questo».

Tra i premiati anche Meryl Streep. Salita sul palco per ritirare il Cecil B. DeMille Award, nel suo discorso ha sferrato diversi attacchi al neoeletto presidente Donald Trump: «Hollywood è infestata da outsider e stranieri, e se li cacciamo tutti non ci resterà nulla da guardare se non il football e le arti marziali miste, che non sono davvero arti. La persona che chiedeva di poter ottenere la posizione più importante nel nostro paese»continua – «ha imitato un giornalista disabile. Mi ha spezzato il cuore vederlo. Non riesco a togliermelo dalla testa perché non era un film, è successo nella vita reale. Quando questo istinto di umiliare si esprime attraverso qualcuno che occupa la scena pubblica, qualcuno di potente, filtra fino alla vita delle persone comuni e in qualche modo autorizza tutti a comportarsi allo stesso modo. La mancanza di rispetto incoraggia altra mancanza di rispetto, la violenza incoraggia altra violenza. Quando i potenti usano la loro posizione per prevaricare gli altri, perdiamo tutti. Abbiamo bisogno che la stampa, quella seria e di principio, chieda conto ai potenti di ogni oltraggio».

Le parole rispecchiano una Hollywood mai come ora schierata e impaurita da un futuro incerto. Le stesse luci – le stesse emozioni. Qualcosa però è cambiato, e non siamo nel mondo onirico di La La Land.

Text Francesco Governa
@iosonoeffe

 

Beverly Hilton Hotel, California. The Seventy-fourth edition of the Golden Globes Awards, bestowed by the journalists of the Hollywood Foreign Press Association, is under way. An edition that did not appear to have many surprises in store, and in part, that was the case. What really struck about this edition were the words spoken by the actors as part of their acceptance speeches, never before had speeches been so biting and fervent. Whiplash director and writer Damien Chazelle won big with his new La La Land, which took seven nominations including Best Director and Best Screenplay. It does not surprise that the Best Motion Picture Award went to Moonlight by Barry Jenkins at his directorial debut in a feature film. A work, which explores the still thorny subject of homosexuality.

Ryan Gosling won the award for Best Actor in a Motion Picture Comedy or Musical for his performance in La La Land. On stage, he thanked his Lady, Eva Mendes, and sent out a special thought to her brother who has recently passed away: «While I was singing and dancing and playing the piano and having one of the best experiences I’ve ever had on a film, my lady was raising our daughter, pregnant with our second and trying to help her brother fight his battle with cancer. If she hadn’t taken all of that on so I could have this experience, it would surely be somebody else up here other than me»Gosling’s on-screen partner, Emma Stone, earned the equivalent Golden Globe for Best Actress in a Comedy or Musical. In a voice broken by tears of joy, she dedicated the award to dreamers and creative people: «This is a film for dreamers. And I think that hope and creativity are two of the most important things in the world. So to any creative person who has had a door slammed in their face, either metaphorically or physically, or actors who have had their auditions cut off, or waited for a callback that didn’t come, or anybody, anywhere really, that feels like giving up sometimes, but finds it in themselves to get up and keep moving forward, I share this with you. Thank you so much for this».

Among the honored actors was also Meryl Streep. Presented with the Cecil B. DeMille Award, she used her acceptance speech to launch an attack on US President-elect Donald Trump: «Hollywood is crawling with outsiders and foreigners, and if we kick’em all out, you’ll have nothing to watch but football and mixed martial arts, which are not the arts. It was that moment when the person asking to sit in the most respected seat in our country imitated a disabled reporter» – continued the actress«It, it kind of broke my heart when I saw it and I still can’t get it out of my head because it wasn’t in a movie. It was real life. And this instinct to humiliate when it’s modeled by someone in the public platform, by someone powerful, it filters down into everybody’s life because it kind of gives permission for other people to do the same thing. Disrespect invites disrespect. Violence incites violence. When the powerful use their position to bully others, we all lose. This brings me to the press. We need the principled press to hold power to account, to call them on the carpet for every outrage»These are the words of a Hollywood that is standing up, afraid more than ever before of an uncertain future. The same lights, the same emotions. Yet something has changed, and we are in the oneiric world of La La Land.

Images courtesy of Venice Biennale, Olycom and from Instagram

TO AUDREY WITH LOVE

Testo Alessandro Guasti

 

Ci si commuove come di fronte a una dichiarazione d’amore nel ricordare l’unicità di quel sodalizio, umano e professionale, che ha scandito per lungo tempo e di certo rivoluzionato la storia della moda e del cinema del Novecento. È allo stesso Hubert de Givenchy, il più raffinato esponente della couture francese, oggi quasi novantenne, che si deve proprio in questi giorni il merito di aver rievocato e celebrato, in una mostra curata da lui stesso, al Gementeemuseum de L’Aja, in Olanda, in programma fino al 26 Marzo 2017, il legame forse più imprescindibile per la sua carriera, quello con l’amica e musa Audrey Hepburn. Decine di creazioni originali, alcune mai esposte sino ad oggi, selezionate personalmente dallo stilista fra quelle realizzate ad hoc per le pellicole dell’attrice, da Sabrina a Come rubare un milione di dollari e vivere felici, passando per il tubino nero di Colazione da Tiffany, e poi ancora schizzi, disegni, fotografie e registrazioni video, tutto materiale che assume le sembianze di un tributo al fascino indimenticato e irraggiungibile di una delle dive più ammirate.

Una bellezza universale quella di Audrey Hepburn – magnetismo, fragilità, i lineamenti impeccabili su di un corpo minuto – così distante dal modello fisicità prorompente di allora, eppure consegnata alla storia anche per merito di Givenchy, che ne ha saputo valorizzare l’eleganza, strappandola all’estetica transitoria del momento per elevarla al rango di mito eterno. È la filosofia ancor’oggi seguita dalla maison, lasciata da monsieur Hubert nel 1995 e da oltre dieci anni guidata da Riccardo Tisci, che nel tempo ha fatto leva sui canoni anticonvenzionali di alcuni volti della moda, da Mariacarla Boscono a Lea T, o sul potere mediatico – e un po’inflazionato – di personaggi come Madonna o Kim Kardashian. To Audrey with love, appunto: ad Audrey, con amore. Con un briciolo di comprensibile nostalgia.

Text Alessandro Guasti

 

It is as touching as a declaration of love to recall that unique partnership, both human and professional, that has marked for so long, and definitely revolutionized, fashion history and cinema in the 1900s. We have to give credit to Hubert de Givenchy himself, the most refined French couturier, now almost ninety, for evoking and celebrating today, with an exhibition he curated- running at the Gementeemuseum in The Hague through March 26, 2017 – possibly the ultimate bond in his career, the one with friend and muse Audrey Hepburn. Dozens of original creations, some never exhibited before, were handpicked by the designer among those expressly created for Hepburn’s movies, from Sabrina to How to Steal a Million through the little black dress donned in Breakfast at Tiffany’s, as well and as design sketches, drawings, photographs and video recordings, that all together resemble a real tribute to the never forgotten and unparalleled charm of the much admired diva.

Audrey Hepburn’s universal beauty – charismatic and fragile, flawless feature on a petite figure – was so distant from the shapely body type that was so popular at her time, yet it went down in history thanks to Givenchy, who knew how to highlight her elegance, seizing it from the fleeting aesthetics du jour to elevate it to the status of everlasting myth. And this very philosophy is embraced still today by the house, launched in 1995 by monsieur Hubert, guided for the last ten years by Riccardo Tisci, who, with time, has leveraged the unconventional standards of a number of names in fashion, from Mariacarla Boscono to Lea T, or the media power – a little over-exposed – of celebrities like Madonna or Kim Kardashian. To Audrey with love, indeed. With a hint of understandable nostalgia.

To Audrey With Love
Open until March 26th
Gemeentemuseum Den Haag
Stadhouderslaan 41
2517 HV Den Haag

Images courtesy of press office
www.gemeentemuseum.nl

MISS PEREGRINE’S HOME

Testo Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Si parla di peculiarità. Non è un caso che ospite di Tim Burton per la prima italiana del suo ultimo film – Miss Peregrine’s home for peculiar children – fosse Beatrice ‘Bebe’ Vio, schermitrice e campionessa paraolimpica. È una storia che racconta di un’esclusione, non voluta e troppo necessaria. Bambini così ‘speciali’ da dover essere protetti e nascosti all’interno di un anello che circonda la casa e che congela il tempo, dentro il quale possano entrare soltanto quelli come loro. Fuori, un mondo di pericoli che non sa capirli e per questo li teme.

Nella casa protetta di Miss Peregrine nasce un amore che supera le generazioni. Un nipote, Jake, incontra l’amore della gioventù del nonno Abe, Emma – rimasta ragazzina grazie all’anello del tempo – e vive con lei la storia a cui loro anni prima avevano dovuto rinunciare. Le dinamiche tra i ‘peculiar children’ sono però quelle ordinarie, come a ribadire che in fondo non sono poi così diversi: amicizia, gelosia, invidia, curiosità. La voglia di giocare, di non crescere. Devono fare fronte comune, solo loro, per salvare Miss Peregrine. Ricambiare la cura per sopravvivere tutti.

Ognuno di loro ha una dote unica: chi manipola l’aria, chi anima gli oggetti, chi ha una forza sovraumana, chi è invisibile. Nessuno ha un vero super potere – niente a che vedere con gli eroi dei fumetti Marvel. Devono cavarsela con quello che hanno, poteri che sono anche ostacoli alla vita di tutti i giorni e che imparano a sfruttare con intelligenza. È l’arte di arrangiarsi? Forse. È senz’altro l’arte di essere ‘normalmente speciali’.

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Peculiarity is the word. It is not by coincidence that Tim Burton’s guest at the Italian première of his latest film – Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children – was fencer and Paralympic champion Beatrice ‘Bebe’ Vio. This is a story that revolves around unwanted and much needed exclusion. Children that are so ‘special’ they have to be protected and hidden inside a loop that surrounds the house and ‘freezes’ time, that can be entered only by people like them. Outside, a perilous world that is unable to understand them and, for this, reason, fears them.

Yet, inside Miss Peregrine’s protected home, love explodes, and goes beyond generations. A nephew, Jake, meets his grandfather Abe’s former love interest, Emma – who has remained a young girl living inside the time loop – and lives out with her the love that his grandfather had to relinquish years before. The dynamics of the ‘peculiar children’ are ordinary, to reassert that, deep down, they are not that different from other children; friendship, jealousy, envy, curiosity. They want to play, they don’t want to grow up. They, and only them, have to join forces to save Miss Peregrine. To reciprocate her loving care, in order to survive, all of them.

Each child possesses a unique ability: one manipulates air, another one animates objects, someone else has a formidable strength, and another child is invisible. No one has a real super power, though – nothing to do with the superheroes in Marvel comics. They have to get by with what they have, their powers, that can be an obstacle in everyday life, and that they learn to take advantage of cleverly. The art of making do? Maybe. This is definitely the art of being ‘normally special’.

Miss Peregrine’s home for peculiar children, diretto da Tim Burton tratto dall’omonimo romanzo di Ransom Riggs, è al cinema in Italia dal 15 dicembre. Nel cast Eva Green, Asa Butterfield, Chris O’Dowd, Allison Janney, Rupert Everett, Terence Stamp, Ella Purnell, Judi Dench e Samuel L. Jackson.

Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children, directed by Tim Burton and based on the eponymous novel by Ransom Riggs, hits cinema theatres in Italy on December 15, starring Eva Green, Asa Butterfield, Chris O’Dowd, Allison Janney, Rupert Everett, Terence Stamp, Ella Purnell, Judi Dench and Samuel L. Jackson.

Images courtesy of press office
Watch the trailer here

JULIET AND HER ROMEO

Testo Micol Beltramini

 

Negli ultimi anni Nexo Digital ha portato nelle sale cinematografiche, seppure ogni volta per pochi giorni, una selezione di film degna di nota – Amy di Asif Kapadia, dedicato a Amy Winehouse; Amleto, con Benedict Cumberbatch; 20.000 giorni sulla terra e One more time with feelings, su Nick Cave; e quel viaggio che è Firenze e gli Uffizi 3D, per citarne alcuni. Quanto a Sir Kenneth Branagh, non ha bisogno di presentazioni. È probabile che non tutti sappiano, però, che oggi ha una compagnia teatrale – la Kenneth Branagh Theatre Company – e che nel corso del 2016 ha messo in scena al Garreth Theatre di Londra una serie di spettacoli realizzati per la proiezione al cinema. La prima volta che me ne hanno parlato ero perplessa al riguardo. Uno spettacolo teatrale filmato mentre viene messo in scena, per riprodurre fedelmente l’esperienza dello spettatore a teatro, ma al cinema. Colpo di genio o potenziale abbaglio? Meritava comunque la visione, se non altro per l’audacia del tentativo.

Così sono andata a vedere Il racconto d’inverno, di e con Kenneth Branagh, e Judi Dench nel ruolo di Paulina. A inizio film, come da copione, mi è stata mostrata la sala del Garreth Theatre di Londra; poi si è levato il sipario, e gli attori hanno iniziato a recitare secondo i dettami del teatro shakespeariano, voce stentorea e gesti affettati.

Per circa cinque minuti è stato quasi fastidioso. Poi è successo quello che Branagh sapeva, o sperava, che sarebbe successo. Ora era tutto chiaro: questo era Shakespeare. Niente adattamenti semicomici o messinscene psichedeliche; niente riferimenti al contemporaneo, nessun trucco per andare incontro al grande pubblico. Dopo il primo atto è calato di nuovo il sipario, e durante l’intervallo la camera fissa ha inquadrato per venti minuti la sala del Garreth Theatre. Quasi non volevo alzarmi, per paura di perdermi i gesti di una signora nel suo palco, o di una giovane coppia in prima fila. Il secondo atto è stato ancor più coinvolgente del primo, con finale e controfinale, non la finiva più di finire.

Tra pochi giorni si replica, stavolta con Romeo e Giulietta. Va in scena il 29 e il 30 novembre. Sento quasi il bisogno, di questi chiari di luna, che sir Branagh e i suoi mi raccontino questa storia. La storia di tutte le storie d’amore; o, per dirla con Shakespeare – con quel possessivo puerile che il titolo non riporta – di Giulietta e del suo Romeo.

Text Micol Beltramini

 

In the last few years Nexo Digital brought to movie theatres, albeit for just a few days, a selection of quality films – Amy by Asif Kapadia, dedicated to Amy Winehouse; Hamlet, with Benedict Cumberbatch; 20.000 days on earth and One more time with feeling, about Nick Cave; and that journey through Firenze and the Uffizi 3D, just to name a few. As far as Sir Kenneth Branagh goes, well, he doesn’t need presentations. However, not everyone knows that he has his own theatre company – the Kenneth Branagh Theatre Company – and that during 2016 at the Garreth Theatre of London he staged a series of performances especially for screening at the cinema. The first time I heard about this, I was a bit confused – a theatre performance that’s filmed on stage to then faithfully reproduce the theatre experience, but at the cinema. A stroke of genius or blunder? In any case, it deserved a look, if anything for the courage of the experiment.

Thus, I went to see The Winter’s Tale by and starring Kenneth Branagh and Judi Dench as Paulina. At the beginning of the film, as per script, I was shown the space of the Garreth Theatre of London; then the curtains rose, revealing actors who recited according to the decrees of Shakespeare’s theatre, complete with stentorian voice and highfalutin gestures.

For about five minutes this was almost annoying. Then something happened which Branagh already knew about, or at least hoped would happen. Now everything was clear – this is Shakespeare. No semi-comic adaptations or psychedelic staging; no references to the contemporary, no tricks to allure the general public. The curtain went down after the first act and during the pause the stationary camera framed the Garreth Theatre for twenty minutes. I almost didn’t want to get up for fear of losing out on the gestures of a woman on her own stage and a young couple in the first row. The second act was even more captivating and between the conclusion and epilogue – it just wouldn’t finish.

In a few days it’s Romeo and Juliet’s turn. It goes on stage on November 29th and 30th. This time I feel the need for that moonlight and Sir Branagh with his actors that tell me this story. A love story par excellence or, to say it in Shakespeare’s words, using the childish possessive which the title doesn’t give you – about Juliet and her Romeo.

Images courtesy of press office
www.nexodigital.it

Luke Evans

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Luke Evans trova una dimensione particolare tra cinema di azione e cinema autoriale. Per il grande pubblico, il suo debutto è stato relativamente tardivo. Nel 2010 interpreta Apollo, in Clash of the Titans. Un anno dopo, interpreta Zeus in Immortals. Evans è adesso nelle sale con The Girl on the Train, di Scott Hipwell – la trasposizione al cinema di uno dei libri gialli meglio riusciti degli ultimi anni.

Evans è ambasciatore della casa Bulgari, portandone al polso gli orologi, affiancandone il supporto a Save The Children. La vicinanza a Valentino, Ferragamo – soprattutto alla maison Dior. Non è pertinente parlare di moda – è più corretto scegliere un termine più ampio, che dia possibilità a un ragionamento più leggero: an aesthetic playground, un gioco estetico. «Lavorando in grandi produzioni cinematografiche, ho avuto la possibilità di interagire con il ragionamento degli stilisti, degli imprenditori dell’immagine. Ne ho conosciuti alcuni personalmente, molti dei quali in Italia. Il concetto di estetica vuol dire tanto, se non tutto: come vesti, come abiti, quale macchina guidi, il cibo che mangi, le vacanze che scegli. L’estetica è un modo di vivere, la ritrovi in un tuxedo e in un paio di jeans». L’estetica è propriamente una filosofia. «Sì, una filosofia. Una materia di studio. Pochi giorni fa è stata annunciata la mia parte nel film che racconta la storia di William Moulton Marston». Il film avrà il titolo di Professor Marston & The Wonder Woman. È incentrato sulla vita di colui che indagò il collegamento tra la pressione sanguigna e l’emotività osservando casi di temperamento femminile. Marston contribuì alla creazione e alla legislatura del poligrafo (o più comunemente chiamato la macchina della verità). Fu una vita particolare, quella di Marston: in una relazione a tre con due donne, sua moglie e la sua segretaria, producendo scandalo e creando il personaggio e il fumetto di Wonder Woman. Evans non avrebbe potuto rispondere meglio, su qualsiasi gioco estetico.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Luke Evans occupies a special space between action films and independent productions. He came to the attention of the wider public relatively late in his career. In 2010 he played Apollo, in Clash of the Titans. A year later, he played Zeus in Immortals. Evans is currently in cinemas with The Girl on the Train, by Scott Hipwell – the film interpretation of one of the most successful thriller novels of recent years.

Evans is an ambassador for Bulgari, wearing the brand’s watches in support of its partnership with Save The Children. He is close to Valentino, Ferragamo and, above all, to the maison Dior. References to fashion are inadequate – a broader term, one that allows a less serious discussion, is more accurate: an aesthetic playground. «Working on large film productions, I have had the chance to engage with how designers and image entrepreneurs think. I have met some of them in person, many of them in Italy. The concept of aesthetics means a lot, if not everything: what you wear, how you live, what you drive, the food you eat, the vacations you choose. Aesthetics is a way of life; you find it in a tuxedo and a pair of jeans.» Aesthetics is a genuine philosophy. «Yes, a philosophy. A subject for study. A few days ago, my part in the film telling the story of William Moulton Marston was announced.» The title of the film will be Professor Marston & The Wonder Woman. It is based on the life of the man who explored the connection between blood pressure and emotion by observing women’s moods. Marston contributed towards inventing the polygraph (more commonly known as the lie detector) and having it used for legal purposes. Marston led an unusual life: he had an extended relationship with two women, his wife and his secretary, causing scandal and inspiring the Wonder Woman character and comic book series. Evans could not have responded better, on any aesthetic playground.

 

The full interview on The Fashionable Lampoon Issue 7 – to the newsstands from November 3rd

Video Isabella Giossi
Styling and Art Direction Alexander Beckoven
Fashion assistants Carolina Fusi and Ludovica Misciattelli
Grooming Barbara Bertuzzi @ Freelancer Agency using Bumble and Bumble
Music Chemical Reaction – Chill Carrier

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!