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claudia bellante

Palmira rinasce ad Arona

Text Claudia Bellante

 

Palmira, una oasi a duecentoquaranta chilometri a nord est di Damasco. La sposa del deserto la chiamavano, perché tra le sue dune passavano viaggiatori e mercanti. Era lei a unire l’Oriente e l’Occidente, Roma con la Mesopotamia, la Persia, fino all’India e la Cina.

A rendere grande Palmira fu una donna, Zenobia, che nel terzo secolo dopo Cristo si oppose all’Impero romano, conquistando la Siria e arrivando sino all’Egitto. Cresciuta fra i nomadi, abituata a cavalcare e combattere, si autoproclamava discendente di Cleopatra e creò intorno a sé un regno di pensatori e artisti. Le fonti la descrivono scura di carnagione e con grandi occhi neri.

Il regno di Palmira nelle sue mani risplende e guarda Roma sogghignando. Ma ad offuscare il sole della regina e a riprendersi ciò che gli apparteneva arriva Aureliano. Zenobia fa parte del bottino. Incatenata d’oro viene condotta a Roma ma graziata. Finirà la sua vita da prigioniera sovrana in una villa di Tivoli, circondata da filosofi e sposata a un senatore romano. Il nemico l’aveva battuta senza umiliarla, al contrario rispettandone la forza, l’audacia, il coraggio.

Ma al suo regno, ventiquattro secoli dopo, è stata riservata una sorte ben diversa.

Oggi Palmira non è più una sposa né una regina. E’ una vedova mutilata, che ha visto il suo corpo stuprato da barbarie che si nascondono dietro a diverse bandiere ma che come unico comune obiettivo sembrano avere la distruzione della cultura, della civiltà e dell’umanità tutta.

Da una parte il Califfato e dall’altra l’esercito siriano, non meno efferato ma legittimato a uccidere. Ipocrisie uguali e contrapposte, bandiere nere che gridano Allah è grande e che difendono una religione iconoclasta ma in realtà trafugano opere d’arte per sostenere la loro guerra, dall’altra un giovane dittatore – tanto caro ai governi di tutto il mondo – che dietro a quelle nobili vestigia, seguendo l’esempio del defunto padre, ha torturato per anni tutti coloro che hanno osato chiedere libertà e democrazia in un carcere inespugnabile.

«Palmira è stata distrutta – ammette con tristezza Waled Assad – ma possiamo ricostruirla. Quello che non possiamo ricostruire sono le persone, il popolo siriano. Come facciamo con le persone? Ci vorranno almeno tre, quattro generazioni». Waled è il figlio di Khaled Al Asaad, l’archeologo siriano che al sito archeologico aveva dedicato tutta la sua vita e che lo stato Islamico ha ucciso nel 2015, quando si è impossessato per la prima volta della città. Dopo 19 giorni di prigionia, interrogatori e torture, il 18 agosto il corpo dell’architetto è stato appeso per i piedi con la testa mozzata nella piazza del museo che era la sua casa. Waled e suo fratello Omar hanno seguito le orme del padre, sono anche loro archeologi, e sono venuti ad Arona, sul lago Maggiore per prendere parte alla cerimonia di scoprimento della riproduzione dell’Arco di Palmira. La scultura, realizzata dall’Institute for Digital Archaeology di Oxford con il supporto di un’azienda di Carrara ha fatto prima tappa a Londra e New York e adesso resterà in Piazza San Graziano fino al 30 luglio. Ogni sera il Comune ha organizzato uno spettacolo di luci e musica che vuole riportare il pubblico ai fasti di Zenobia, proiettando sugli edifici il volto della Cleopatra siriana e una Palmira intatta che nasce da quelle dune cariche di storia, di scambi e di promesse che l’uomo non ha saputo mantenere.

Lampoon Libri

A Lampoon crediamo che spesso la realtà superi la fantasia. Che possa essere paradossale, violenta, meravigliosa. Leggiamo Truman Capote, Tom Wolfe, James Ellroy, Gay Talese, Gabriela Wiener e Alma Guillermoprieto. Cerchiamo cronache quotidiane che abbiano il respiro di un romanzo e giovani autori o giornalisti che abbiano voglia di immergersi in una storia, correndo il rischio di affogare. Se avete una bozza, o anche solo un’idea, venite a parlarcene e valuteremo assieme una possibile pubblicazione con Lampoon Libri.

Text Claudia Bellante

 

Lampoon Libri è una scommessa, un esperimento, un laboratorio e un salto nel vuoto.

E’ una scommessa perché vogliamo dare voce e visibilità a un genere che in Italia è ancora poco conosciuto e apprezzato: il giornalismo letterario o narrativo. Vogliamo cioè raccontare storie reali usando gli strumenti della fiction – strutture, atmosfere, toni, descrizioni, dialoghi, scene.

Il giornalismo narrativo – riflette Leila Guerriero in un suo magistrale testo – è molte cose ma è, innanzitutto, uno sguardo – vedere, in quel che guardano tutti, qualcosa che non tutti vedono – e una certezza: la certezza di credere che non è la stessa cosa raccontare una storia in un modo qualsiasi.

Lampoon Libri è poi un esperimento perché vogliamo che i libri che pubblichiamo nascano da un’idea forte e sentita dell’autore accompagnata però da un profondo e rigoroso lavoro di indagine, produzione ed editing da fare in squadra. Non mandateci quindi manoscritti inediti in cerca di apprezzamento perché se un libro giace moribondo in un cassetto, una ragione ci sarà e non saremo certo noi a rianimarlo.

Il giornalismo narrativo ha le sue regole e la principale, ça va sans dire, è che si tratta di giornalismo – continua Leila Guerriero. Questo significa che la costruzione di questi testi corposi non inizia per un impeto di ispirazione, né con l’aiuto del divino Buddha, ma con quello che si chiama reporting o lavoro sul campo, un momento precedente la scrittura che prevede una serie di operazioni quali lo studio di dati e statistiche, la lettura di libri, la ricerca di documenti storici, foto, mappe, cause giudiziarie, e un eccetera lungo come l’immaginazione del giornalista che intraprende tali attività.

Lampoon Libri vuole quindi essere un laboratorio aperto dove giornalisti e scrittori possano venire a presentare le storie che sentono il bisogno di raccontare e spieghino perché proprio loro saranno capaci di farlo in modo diverso e unico. Noi valuteremo la proposta, tempestandovi di domande al fine di seminare il dubbio e l’incertezza, ma se resisterete e riterremo l’impresa degna di essere compiuta, inizieremo a lavorarci assieme. Non ci sono limiti ai soggetti da proporre né ai personaggi che si intendono ritrarre. E qualunque fusione di linguaggi (fotografia, illustrazione, poesia, …) verrà presa in considerazione se giustificata.

Il giornalismo narrativo – afferma infine Leila Guerreiro – è un mestiere modesto, praticato da individui abbastanza umili da sapere che non potranno mai comprendere il mondo, abbastanza testardi da perseverare nei propri obiettivi, e abbastanza superbi da credere che questi obiettivi interessino a tutti.

E sono proprio questi testardi narratori, umili e superbi allo stesso tempo, che noi cerchiamo a Lampoon Libri.
Per saltare nel vuoto senza chiudere gli occhi, ma anzi, godendoci appieno le vertigini di un volo che non necessariamente terminerà con una caduta.
Per inviare le vostre proposte scrivete a claudia@lampoon.it
Bastano poche righe che riassumano la storia, una breve bibliografia (trafiletti di giornale, testi sparsi, link) che dia supporto all’idea e la vostra bio. Vi contatteremo al più presto per incontrarci se siete a Milano o per organizzare una call se abitate altrove.

Il testo integrale di Leila Guerriero lo trovate in lingua originale qui http://www.revistaanfibia.com/cronica/que-es-el-periodismo-literario/

E tradotto qui

http://www.edizionisur.it/sotto-il-vulcano/20-06-2016/cose-giornalismo-letterario/

 

Inviate una mail a digital@lampoon.it indicando il vostro nome ed i vostri recapiti con una breve biografia e una sinossi del vostro manoscritto.

Info at digital@lampoon.it

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