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The Fashionable Lampoon
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200 anni di Cova

Text Giuseppe Fantasia

 

In Francia come in Italia, i caffè sono una parte chiave della vita mondana, salotti insieme privati e pubblici dove tutti siedono e riflettono. Luoghi di interazione sociale, di discussione creativa e intellettuale. A Milano, un punto di riferimento in tal senso, sito in un palazzo neoclassico ad angolo tra via Montenapoleone e via Sant’Andrea, è la Pasticceria Cova. Colpisce per il suo fascino senza tempo e la lunga, ininterrotta storia. Da Verdi a Puccini, da Toscanini a Mascagni, da Eleonora Duse ad Arrigo Boito – che lo frequentavano prima o dopo i loro spettacoli al Teatro alla Scala – Cova era il caffè della cultura per eccellenza, ma anche il caffè della politica: Garibaldi e Mazzini erano soliti fermarsi da quelle parti e discutere di strategie nei suoi salotti. Marlene Dietrich, Luchino Visconti e Maria Callas – come da loro stessi più volte dichiarato – grazie a Ernest Hemingway, che lo cita in due suoi libri, ne scoprirono la bellezza ben prima di frequentarlo personalmente.

In occasione dei duecento anni di storia, la casa editrice Assouline celebra il locale pubblicando il libro Pasticceria Cova, che si ispira ai ricordi e ai racconti di chi ha vissuto da vicino la storia e la tradizione della più antica pasticceria meneghina che ha tramandato di generazione in generazione l’eccellenza del savoir-faire, i valori dell’artigianalità, l’attenzione ai clienti. A scriverlo, Paola e Daniela Faccioli, figlie del celebre Mario – «l’atlante che ha retto i destini di Cova di fine Novecento» – e che, nel 2013, hanno ceduto le quote di maggioranza al gruppo Möet Hennessy Louis Vuitton (LVMH).

Sfogliando quelle pagine, oltre ai testi (la prefazione è di Alain Elkann), a colpirvi saranno le fotografie di Harald Gottschalk e Giovanni Gastel che vanno a ripercorrere le tappe fondamentali di quella storia bicentenaria, «un racconto fatto di italianità, artigianalità e passione» – ci spiega Paola Faccioli, CEO di Cova – «pagine da cui emergono l’impegno e la dedizione che coltiviamo ogni giorno e che trasformano quello che può apparire come un semplice lavoro in una vera e propria missione». «Una storia antica – continua – che inizia nel 1817, anno in cui Antonio Cova, figlio ventitreenne di due salumieri e ufficiale napoleonico in congedo, in un palazzo d’angolo di fronte alla Scala, aprì il Caffè del Giardino che cambiò presto nome in Offelleria Cova, ma tutti lo chiameranno sempre Cova, a rimarcare l’importanza del fattore umano. Poi, nel 1988, nostro padre l’ha rilevata e da quel momento non si è più fermato. Una passione e una dedizione al lavoro che continuiamo a fare oggi anche noi».

Per uno come Giovanni Gastel, celebre fotografo nonché nipote di Luchino Visconti, Cova «è un posto dove ci si sente sempre a casa». Solare e allegro, «ti colpisce come una persona, per il modo in cui ti accoglie, per la sua qualità e il suo sense of humour». «È l’esempio dell’etica della borghesia – aggiunge – ovvero quell’adesione assoluta a quello che si fà e al farlo nel migliore dei modi, che è poi il metodo che insegno anche ai miei allievi. La volontà, l’eleganza, il rigore e la professionalità sono il sale del successo». Il vero lusso? «Bisogna saperlo vivere a diversi gradi e intensità, è un qualcosa che ha a che fare con il valore delle cose, non con il loro prezzo».

La sede storica resta sempre, ovviamente, quella milanese, ma dal 1994 sono state aperte Pasticcerie Cova anche in Giappone e in Cina – a Shanghai ce ne sono cinque – e, di recente, anche a Shenzhen, Monte Carlo e Dubai. Se siete a Milano, nei periodi più caldi, da non perdere è il giardino Cova. Un luogo perfetto dove sorseggiare un aperitivo o mangiare uno spuntino rilassandosi (e perdendosi) tra tanta bellezza. Quella vera.

Pasticceria Cova

Via Montenapoleone, 8, 20121 Milano

02 7600 5599

covamilano.com

La buona società

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

I convenevoli, quelli prima di scegliere se andare da Cova o da Sant Ambroeus, compongono una conversazione per pochi. I loghi dorati sulle tende blu sono i bottoni di quel doppio petto che Berlusconi non ha mai saputo scegliere. Sono le frasi di un circolo chiuso, di quel salotto buono della Milano che conta o che contava, delle grandi famiglie borghesi degli anni Cinquanta la cui progenie ha goduto del boom degli anni Ottanta. Un salotto di gente che aveva in mano l’industria e la pubblicità – in un substrato più fluido e consistente della moda internazionale di Franca Sozzani. Il salotto buono vestiva Doriani nei giardini nascosti dietro Portorotondo, girava in barca a vela in Sicilia, cresceva i figli al Bagno America a Forte dei Marmi – vestiva Johnny Lambs, ironia e vezzo su Gianni Agnelli. Le sorelle Collini, Loro Piana, Koelliker – alcuni non ci sono più, Carlo Schapira, Hans Tiefenbacher. Il lunch sempre al Paper Moon. Era la società di Paolo Mieli, al Corriere della Sera – quando le pagine della cronaca di Milano davano spazio ai trafiletti di Lina Sotis, che tra la gentilezza di un complimento e la violenza di una freddezza, raccontava il correre del tempo, e il colore della città, di Milano. Quei trafiletti, li leggevano tutti – era incredibile.

La mattina, in quella sfida, in quella scelta, tra un convenevole e una posa, tra Cova e Sant Ambroeus si riassumeva l’appartenenza a questo salotto privato, in cui era tanto difficile entrare, ma poi quasi impossibile uscirne – io ero un bambino, un piccolo erede senza impero, che apprendevo più di quanto osservassi, dal basso della mia statura all’alto di quello snobismo. Uno snobismo perfetto, davvero, su un caffè da Cova o da Sant Ambroeus – di un circolo che Bastianello e Marchesi non potranno mai vantare ai propri tavoli – chiunque li nominasse, per automatismo, dimostrerebbe di non appartenere, a quel circolo. I cioccolatini più buoni, i panettoni più soffici – la tradizione da Cova, il lusso da Sant Ambroeus. Lo snobismo vive nella decadenza, non potrebbe fare altrimenti – patisce ogni forma di cambiamento: ma noi sappiamo quanto né lo snobismo né la nostalgia siano poi così preziosi.

Una sera, all’inizio di giugno, Cova ha festeggiato duecento anni. Montenapoleone era propriamente arredato come un salotto, il cortile interno, su cui si affaccia Missoni, era gremito di gente. Pagine nuove, stanze nuove. Meno poesia, più energia. Non c’è colore più acceso del nuovo blu delle sue tende – non più un doppio petto, ma un abito tagliato da Dior. Milano rinasce. Il salotto buono non c’è più, forse è un covo di vipere, chissà, ma l’elettricità si sparge smaniosa. All’angolo tra Montenapoleone e Sant’Andrea, nel cuore di Milano, tra le parole della Sotis o tra le mie, Cova continua e continuerà a portare in scena la retorica della società.

Images in exclusive courtesy of Press Office
www.secrp.com

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