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The Fashionable Lampoon
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Se a comprare l’arte
non è più la borghesia

Damien Hirst, Treasures from the wreck of the Unbelievable, exhibition at Palazzo Grassi, Venice
Damien Hirst, Treasures from the wreck of the Unbelievable, exhibition at Palazzo Grassi, Venice. ph. Irene Fanizza
Damien Hirst, Demon with Bowl, 2017, Venice
Damien Hirst, The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living, 1991
Louvre Museum, Abu Dhabi. ph. Mohamed Somji

Text Giada Biaggi
@giadabgg

 

La scultura di 18 metri di Damien Hirst Demon with a Bowl, che campeggiava nell’atrio di Palazzo Grassi durante la monografica dell’artista britannico Treasures from the Wreck of the Unbelivable del 2017, è stata venduta per 14 milioni di dollari. L’originale sarà presto ricollocata a Las Vegas – quella che è stata esposta a Venezia, per ragioni logistiche, ovvero per non affondare, era stata realizzata in resina e non in bronzo.

Gli acquirenti dell’opera sono i due imprenditori alberghieri Frank e Lorenzo Fertitta che hanno dichiarato di volerla esporre nella piscina del loro Palms Casino Resort, ora in costruzione. A fare compagnia al demone, altre opere di quel che fu l’esponente principale del movimento dei Young British Artists, tra cui uno dei suoi squali in formaldeide. Damien Hirst avrà nel resort anche un bar a lui dedicato: The Unknown Bar. Martini, pool-party, palme, slot machine condividono lo spazio con seni rifatti e sculture di arte contemporanea.

Che rimane dell’arte quando non sono più i borghesi ad acquistarla? Per classe borghese si intende l’unione triadica di rigore intellettuale, moderatezza e disponibilità economica. Nel mondo contemporaneo disporre di soldi coincide sempre meno con l’avere un’istruzione e un gusto estetico, a sua volta chi ne dispone non ha i soldi per acquistare arte – il lavoro intellettuale è sempre più deprezzato. I numeri parlano chiaro. Nella classifica dei 200 collezionisti più influenti al mondo del 2018 redatta come ogni anno da Art News in cima abbiamo tre colletti bianchi: il magnate russo Roman Abramovich, con il quale il Chelsea ha vinto diciassette trofei ufficiali, l’investitore indonesiano Haryanto Adikoesoemo e l’iraniano Mohammed Afkhami, fondatore e managing partner della società di materie prime di Dubai MA Partners.

I ricchi delle economie emergenti (e già emerse) sono i detentori del gusto. Talvolta anche del cattivo gusto: nell’estate del 2015 in Germania sono stati venduti a milionari cinesi, russi e arabi per centinaia di migliaia di euro alcuni acquerelli raffiguranti castelli della Baviera, nature morte e fiorellini che portano la firma di Adolf Hitler. Una ricca coppia californiana, Mr. e Mrs. Lane, ha acquistato quest’estate opere dell’artista Andrea Chichesi che raffigurano Fedez e Chiara Ferragni come l’arcangelo Gabriele e la Madonna.

La cultura si sposta, emigra. Nel novembre 2017 il Louvre ha aperto una sua sede ad Abu Dhabi nel nuovo distretto culturale di Saadyat a largo della capitale degli Emirati Arabi. Il museo vestito dall’architettura del francese Jean Nouvelle ospita più di seicento capolavori tra dipinti, sculture e manufatti, più trecento altre opere d’arte ‘in prestito’ dal Louvre di Parigi e altri musei francesi. Cinquecentoventi milioni di dollari: questo il costo del brand Louvre, che gli emiri potranno usare per i prossimi trent’anni. Altri settecentoquarantasette milioni sono stati spesi in vista di consulenze e prestiti futuri dalla sede di rue de Rivoli. Il Louvre non è la sola istituzione culturale occidentale a essersi delocalizzata; anche la New York University ha aperto una sede ad Abu Dhabi. L’elenco non è finito: l’8 luglio 2006 Abu Dhabi aveva annunciato la firma del contratto stipulato con la Solomon Guggenheim Foundation per la costruzione di trentamila metri quadri di museo sempre sull’isola di Saadiayat. Il Guggenheim di Abu Dhabi aprirà quest’anno e il progetto porta la firma di Frank Ghery.

Biennale Arte 2017

Text Ornella Fusco

 

Di abitudine, una mostra prevede con una serata d’inaugurazione il giorno prima dell’apertura al pubblico. La Biennale dell’Arte di Venezia vuole un’intera settimana di mattine con la testa sopra i postumi di notti in giro con scarpe di vernice nera per abiti da festa. Venezia non è un pesce, in questa settimana, ma un salotto: la sagoma della città è la stanza da ballo per sovrane in transito alla ricerca di tempi perduti – riedizioni di Sofia di Napoli, Cristina di Svezia, Elisabetta d’Asburgo. Ducati e feudi che oggi si manifestano su poteri simili per economia ma reattivi per immagine.

Martedì sera, due regni dello stesso impero. Per Louis Vuitton sedevano alle due tavole nel salone d’onore del Museo Correr, parte di quello che resta il Palazzo Reale di Venezia, quasi tutta la famiglia Memmo: due sorelle, Daniela d’Amelio e Patrizia Ruspoli, per due generazioni di una dinastia che ha saputo trasformare la furia della società capitolina in un codice di eleganza, arte e understament – tra Londra e Roma

Damien Hirst a Palazzo Grassi. Sussisteva un chiacchiericcio insistente, prima che aprissero i battenti: il riscatto di Hirst in polemica e in declino. Nessuna delusione. Hirst ha ritrovato in fondo all’oceano un relitto di un vascello custode di ori antichi, busti romani, oracoli orientali – inaspettatamente, niente di meno, il primo reperto riproduceva le sembianze di Monsier Pinault. Hirst ha ritrovato nel mare, aggredite da coralli e alghe che ne aumentano la bellezza dei volumi, statue in bronzo di Mowgli e a Baloo da Il Libro della Giungla. Dagli abissi, sono riapparse teste di Medusa stile Caravaggio, ante tempo per l’antichità presupposta; colossi caduti da Rodi – il più grande ricostruito nell’androne centrale del palazzo. Archeologia stonata dal genio. Le fotografie – le opere più vendibili – si basano su un blu oceanico, le sfumature sui volti di divinità indù. Il bottino. Damien Hirst ha saputo giocare sul confine tra storia e finzione, proprio lì dove nasce la definizione di letteratura.

Mercoledì sera, per tradizione, Monsieur Pinault invitava in onore di tutto quanto questo. La Fondazione Cini brillava per le finestre di una Versailles riapparsa, sul sagrato, a fondamenta dell’isola. Un agrumeto conduceva all’ingresso – se c’è un Re Sole a questo mondo, lo si trovava sulla porta a stringerti la mano. Tutti i generali del gruppo Kering. Marco Bizzari, alto due metri, a capo dell’ammiraglia Gucci. Francesca Bellettini, Ceo di Saint Laurent, Sabina Belli per Pomellato, Cristiano De Lorenzo per Christie’s, anche questa casa parte del gruppo di Pinault. Uno schieramento, il senso di maestà, tra Charlotte Rampling e l’imperatrice dell’Iran, Farah Dibah. Un gruppo di principesse forse decadute si aggirava per i chiostri: qualche anno fa brillavano per voglia e sorrisi, l’altra sera apparivano più appassite di quanto potrebbe imporre loro qualsiasi età. Senza smalto, vagavano dismesse queste Swan che la sera prima Sotheby’s si ostinava a proclamare iconiche di un’alta società che queste per prime non saprebbero definire.

Giovedì sera, Theodor Currentzis è salito sul palco del Teatro Goldoni per la VAC Foundation di Leonid Mikhelson. Ha diretto Mahler, la Sinfonia numero 1. Un’orchestra enorme, più elementi di quanto il teatro potesse contenere. Metà della platea era stata occupata da una struttura per dare spazio ai violini e a tutti gli archi. L’effetto è stato plateale, nel senso più preciso del predicato – in sala, la musica avvolgeva come non siamo più abituati a percepirla in un’esecuzione dal vivo – era potente quanto il suono amplificato dall’ultimo sistema Pioneer. Il ricevimento dopo l’opera, a Dorsoduro – c’era l’acqua alta a Venezia, e sotto alcuni ponti i motoscafi non riuscivano a passare. Un giardino nascosto era stato illuminato a piccole fiamme come lucciole per la regia di Matteo Corvino. Victoria Mikhelson, giovane, bionda, carattere particolare, non ha permesso ci fosse musica in alcun angolo – il rumore dei piatti e della cena ricordava l’ambiente di una mensa scolastica.

Venerdì sera, il Gritti Palace. Lampoon invitava insieme a Nataliya e Vicktor Bondarenko in occasione del lancio di una collezione di capi e accessori firmata da Rubeus e realizzati con i tessuti della tessitura Bevilacqua, tra le botteghe più leggendarie di Venezia. Una tavola lunga per cinquanta persone era allestita nel Club del Doge, il vento di primavera girava con vortici gentili sulla terrazza davanti alla Salute. La società moscovita si mescolava a quella veneziana, tra tutti brillavano come brillano sempre, le due sorelle, Viola e Vera Arrivabene Valenti Gonzaga. I broccati rossi con inserti in vetro e pietre preziose secondo l’arte di Nataliya Bondarenko, direttrice artistica di Rubeus Milano, era lo spartito emotivo per i violini – quanti violini a Venezia – i cocktail rosa, pesci di laguna le sfere di cioccolato.

Images courtesy of press office and @sgp Italia 

Damien Hirst

Testo Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Missa est. La faraonica, opulenta e vertiginosa cerimonia funebre di quanto resta della modernità si è computa a Venezia. L’hanno celebrata i sacerdoti del global contemporary art market Larry Gagosian e Jay Joplin di White Cube, non senza aver inflitto un’esemplare penitenza al reprobo artista, ritornato all’ovile paterno dopo la fuga nel 2008. Accanto ai dióscuri del contemporaneo, officiavano il rito anche Christie’s e la Collection Pinault, che ospitava l’evento (Palazzo Grassi, Punta della Dogana). Damien Hirst, enfant prodige dei ruggenti Novanta londinesi, ritorna alla ribalta dopo un periodo di eclissi, con una mostra personale smisurata, a dir poco spiazzante, opulenta ed ipnotica come un’autodafé. Treasures from the Wreck of Unbelievable, a cura di Elena Geuna, racconta l’impossibile storia di una grande imbarcazione a vela, inabissatasi nel profondo del mare in un tempo da definirsi, tra archeologia egizia e classica, tardo rinascimento, barocco coloniale e spazio onirico e virtuale, con il suo prezioso carico di manufatti d’arte d’ogni tipo e provenienza. Da qui, secoli dopo – ma chi può dirlo, forse è soltanto una proiezione, una morgana della mente – questo tesoro sommerso viene recuperato dal relitto, come raccontano grandi light box accanto alle opere. L’impatto emozionale è diabolico, ti toglie il fiato appena varchi la soglia di Palazzo Grassi e nella corte ti si para davanti un colosso acefalo in bronzo scuro alto fino al soffitto vetrato. Un nudo eroico e in tensione dinamica dagli artigli di grifone semi-spezzati, riportato alla luce da acque profonde, che si impadronisce dell’intero edificio, cosparso di resti di concrezioni d’alghe, di conchiglie e coralli. Da qui si intreccia una fiction indiavolata dove si miscela e si accavalla di tutto, ma proprio di tutto. Un Armageddon che va da un’eburnea e inquietante Nefertiti – Messerschmidt dagli occhi verde gatto alla scultura tolemaica ed ellenistica, dalle sofisticate allegorie della Maniera di Jacopo Zucchi e della Wunderkammer rudolfina, a Mickey Mouse e ai robot di Mazinga Zeta, sovrapponendovi citazioni dei manga giapponesi, a Godzilla e Kill Bill. Fragranze lisergiche indiane, pirotecnici garuda Thai, un trionfo da tavola con leone dorato degno di Giovan Carlo de’ Medici ma con divertito retrogusto pop e un berniniano unicorno ‘Patrizi’ in cristallo di rocca fumé. Ecco mirabilia e naturalia d’ogni possibile fatta, megasquali comics molto Hirst dalle fauci spalancate e una medusa caravaggesca in malachite, rivisitata con un epico pulp di spaventosi serpenti, tra Tarantino e la Foresta dei pugnali volanti. Oltre duecentocinquanta opere che si incarnano in pietre dure, bronzo dorato, cristallo di rocca, malachite, lapislazzuli, plastica, resine e metalli vari, gesso, materie fiorite di corallo, di cappe sante e telline, di cozze e madrepore, di strani vegetali acquatici, come fossero emerse da una lunga permanenza sottomarina. Una serie di raffinati disegni preparatori.
«Ma sta roba l’’hanno veramente trovata in un antico relitto nel fondo del mare?», mi chiede attonita un’amica milanese a Punta della Dogana, davanti a un abnorme disco solare neo-azteco apparentemente strappato a una barriera corallina. Raggiunto l’effetto voluto, scardinata ogni semantica, ogni simbolo, qualsiasi senso cronologico e ordine di appartenenza culturale. Le carte, finalmente, si confondono fino all’inverosimile. Camp e sofisticazione, effrazione totale di senso e metamorfosi da grotto negromantico. Metamoderno. Orientalis & Occidentalis Karma. D’altronde il mantra dell’intera operazione è lo stesso Damien Hirst sibillino a dichiararlo: Somewhere between Lies and Truth lies the Truth.

Palazzo Grassi – Punta della Dogana
Venerdì, 7 aprile 2017: Anteprima per la stampa.
Sabato, 8 aprile 2017: Opening.
Domenica, 9 aprile 2017: Apertura al pubblico.
Fino al 3 dicembre 2017.
Orari:
Aperto dalle 10 alle 19
Chiuso il martedì
Ultimo ingresso alle 18
 
PALAZZO GRASSI
Campo San Samuele 3231, Venice
PUNTA DELLA DOGANA
Dorsoduro 2, Venice
Info: www.palazzograssi.it
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