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#RomaFF12 – David Lynch, the interview with his majesty

David Lynch at 12th Rome Film Fest

Text Micol Beltramini

 

Sua Maestà David Lynch in un incontro col pubblico. In tanti ne sono usciti delusi. L’aggettivo più lusinghiero con cui l’ho sentito definire è snob. Snob perché, se gli fai domande sui suoi film o su Twin Peaks tende a risponderti a monosillabi. Mi viene da chiedermi cosa la gente si aspettasse. È una vita che David Lynch si rifiuta di parlare delle opere che dirige. Un prestigiatore non parla dei suoi trucchi.

È come chiedere a un profeta come fa a camminare sull’acqua, e sentirsi rispondere: è facile, devi avere fede, lascia che ti mostri come pregare. La meditazione trascendentale è uno dei due argomenti di cui Sua Maestà David Lynch parla volentieri.

«Il mondo in cui viviamo è pieno di negatività e di stress. La meditazione è la chiave che permette di aprire la porta di un campo interiore. Ovviamente accedendo a quel campo diventi più creativo, e la negatività, lo stress, la depressione e tutte le altre cose che ostruivano il canale se ne vanno».

La serenità non finisce col castrare l’impulso creativo dato dalla sofferenza? «Capisco che l’idea romantica dell’artista triste e affamato sia affascinante, ma secondo me se un uomo desidera una donna che gli porti un piatto di zuppa calda e magari si fermi per la notte, e poi quella donna non arriva, l’ultima cosa a cui penserà quell’uomo sarà mettersi a scrivere. La sofferenza non è necessaria all’arte, basta conoscerla e saperla descrivere. Le persone a volte sono così depresse che non riescono neanche ad alzarsi dal letto, figuriamoci a creare».

Timidi applausi. Un giornalista gli chiede tra i fischi se teme di essere coinvolto negli ultimi scandali hollywoodiani: «Restate sintonizzati», risponde sorridendo feroce. Un’insegnante lo ringrazia per Elephant Man – l’ha proiettato in classe e i suoi alunni hanno pianto: «Anch’io piango ogni volta che rivedo Elephant Man», confessa. Alla domanda: «Cosa pensi dell’aggettivo ‘lynchano’, chiude con «Il dottore mi ha detto che non devo mai chiedermi cose del genere».

L’altro argomento di cui parla volentieri, Sua Maestà David Lynch, sono i ricordi. Ne condivide uno su Harry Dean Stanton: «Gli volevo bene. Una volta eravamo a Cannes dopo la premiere di Una storia vera, con noi c’era anche Angelo Badalamenti. Harry Dean ha cominciato a raccontare un sogno che aveva fatto su dei coniglietti di cioccolato. Poi ha detto un’altra cosa, e abbiamo riso un po’ più forte. Poi ne ha detta una terza, poi una quarta, e a quel punto eravamo sull’orlo delle lacrime. È andato avanti così per diciotto volte. Non ho mai visto nessuno, in nessun luogo, fare una cosa del genere. Vorrei averlo filmato. Era la cosa più magica al mondo, e aveva a che vedere con l’onestà e l’innocenza con cui diceva ogni cosa».

David Bowie. «Lo adoravo, come tutti. Lavorare con lui è stato eccitante. L’avrei voluto anche nell’ultimo Twin Peaks, ma Bowie mi ha risposto di no, e adesso so perché. È triste. Pare che qualcuno gli avesse detto che il suo accento faceva schifo – io lo trovavo perfetto – per cui l’unico favore che mi ha chiesto è stato: se qualcuno darà voce al mio personaggio, vorrei che fosse un attore della Louisiana. Noi abbiamo preso un attore della Louisiana, ma la sua voce suonava esattamente come quella di David Bowie».

Il pubblico ride. L’ultimo ricordo è il più straziante: «Ho incontrato Federico Fellini due volte. La prima ho cenato insieme a lui, Silvana Mangano, Isabella Rossellini e Marcello Mastroianni. Tutta la cena era a base di funghi, evidentemente di stagione; alcuni minuscoli, altri grandi come bistecche. Ho confidato a Marcello che adoravo Fellini, e il giorno dopo una macchina è venuta a prendermi: si erano organizzati perché passassi un’intera giornata con loro a Cinecittà. Mi ricordo di quando siamo andati a colazione – c’era questa donna con due seni enormi».

«La seconda volta è stata nel 1993. Ero a Roma per girare uno spot per la Barilla, Fellini era in ospedale e io ho insistito per andarlo a trovare. Gli ho tenuto la mano, abbiamo parlato per mezz’ora. Mi ha raccontato che quello che stava accadendo nel mondo del cinema lo rendeva triste. Si ricordava di quando studenti e appassionati ne parlavano con entusiasmo, ma poi quell’entusiasmo si era trasferito alla televisione e se n’erano come dimenticati. Nel lasciare la stanza gli ho detto che il mondo aspettava il suo prossimo film, Fellini mi ha risposto con una specie di saluto militare. Tre giorni dopo sarebbe entrato in coma per non svegliarsi più».

Stavolta non ride nessuno, ma l’aneddoto ha una bella chiosa. «Molti anni più tardi Vincenzo Mollica, presente alla scena, mi ha detto che dopo avermi visto uscire dalla stanza, Fellini commentò: quello è proprio un bravo ragazzo». Federico Fellini che chiama Sua Maestà David Lynch un bravo ragazzo: rischia di esploderti la testa, a pensarci, se non stai attento.

Image courtesy of Getty
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