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Dior Haute Couture

Le Grand Bal Dior

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Va in scena la favola di una Maison storica in continua evoluzione. Il dietro le quinte è un laboratorio di bellezza, la prima sfilata di haute couture firmata da Maria Grazia Chiuri.

Backstage di haute couture Dior, dinamica concitata di concentrata ritualità. Siamo dentro un padiglione effimero sorto nel giardino del Musée Rodin a Parigi. Per tanti versi è come affrontare un viaggio fantastico dietro alle seriche cortine del mito, perdersi in un laboratorio creativo dove tutto concorre solo e soltanto a un fine e a un’unica tensione concettuale ed estetica: inventare la bellezza. Non per nulla, un automa di indovino turco con tanto di turbante, seduto all’interno di una specie di portantina coloratissima, vagamente inquietante e sardonico domina la scena e troneggia in mezzo all’incessante e ondivago via vai di addetti, modelle, parrucchieri, tecnici e vestieriste, sarte, premières e truccatori, dispensando a chi voglia tentare la sorte moniti e sibillini responsi venati di ambigua ironia, stampati su piccolissimi rettangoli di cartone écru che paiono usciti dalla notte dei tempi. Il grande Christian Dior, è noto, coltivava una certa propensione per l’esoterismo, come un monarca rinascimentale o barocco amava indovini e predizioni, leggeva segni divinatori e decifrava gli arcani dei tarocchi. Il mago ottomano vuole certo ricordarcelo, questo aspetto irrazionale del couturier del New Look, indicando un varco e un’ideale continuità con un’eredità inimitabile, intrecciandola con un presagio di futuro.

Atemporali e insieme futuribili si manifestano i métiers ancestrali e mistici come un mantra, l’orgogliosa sfida al superamento tecnico e le diverse forme d’arte che insieme danno corpo a quel sortilegio superbo e sorprendente che si chiama haute couture. Scintillanti tessere di un mosaico che racconta una storia unitaria ma frazionata attraverso vari settori concomitanti, che si nutre di liturgie e virtuosistiche attuazioni, ma che è interamente legata da un filo comune, da un’assonanza di echi e frammenti narrativi e immaginari che si declinano intorno alla visione di un solo demiurgo, il couturier. Una teoria di apporti che non sono meno importanti del segno icastico e prevalente del designer, ossia della linea progettuale che debbono saper esaltare e definire ulteriormente, giocando una partita per simbiosi o contrasto dialettico, per contrappunto e assimilazione tonale.

La memoria della Maison diviene origine di una storia nuova per Maria Grazia Chiuri, che vi si è immersa fino alle radici e agli archetipi per trovare una forma linguistica indipendente e una decisa lettura del nostro tempo. Il suo labirinto miscela la morbida curvatura della ligne Bar, smontata e rimontata fino a reincarnarsi in una cappa, a silhouette austere e geometriche, raggiate di strutture e nervature incise e astratte. Il nero fa da preludio a una suite di toni cangianti e poudrée, blu, rosa, un grigio perlaceo rubato a Boldini, il mauve. Strati di tulle che tengono prigionieri fiori meravigliosi abbandonati alla stemperata dolcezza del ricordo, come quelli che seguitano a vivere negli erbari. La dentelle viene scucita e rimontata sull’organza, in una sfida tra pregnanza e levità dell’abito, mentre il tulle plissé dalle cromie fiabesche si sovrappone in composizioni insieme leggere e maestose. Eccola la frontiera della divinazione, il desiderio, tra serio e faceto, di scrutare oltre lo specchio del futuro: stelle ricamate che affiorano da marosi di tulle dorato, le figurazioni dei tarocchi dipinte a mano sul panno candido. Candido è anche l’interno del mantello da sera che accompagna lo smoking al femminile, pezzo magistrale e di rinnovata attualità. «Ho voluto lasciarmi andare a un naturale confronto-osmosi di culture – confida in backstage Maria Grazia Chiuri –, sono italiana e la Maison Dior è francese in essenza. Ero attratta dalla connotazione del sogno, dal senso d’ignoto e di sacrale del labirinto. Quella necessità impellente di mettersi anche in pericolo e in discussione per potere evolvere, per conseguire una mutazione, raggiungendo un cambiamento assoluto. D’altronde nelle favole per cosa si combatte, se non per la bellezza?». I soulier féerique in tulle point-d’esprit nero di pura marca neo-settecentesca e così Dior, quanto le forme metalliche floreali, botaniche o a guisa di fragili coleotteri, partorite dalla fantasia e dalle mani di Claude Lalanne, una fervida ultra-novantenne tuttora assai attiva e sperimentale. Lalanne, come dire una fuga in un universo metamorfico e misterico, lungo una linea di ricerca stilistica che, se prende linfa e avvio dalla natura, procede per le specie di un onirismo liquido e fibrillante, come se gli insetti, le corolle e i rovi divenuti alchimia di rame e bronzo, potessero di colpo tornare a vivere, a palpitare al semplice contratto con gli abiti.

Un altro punto di questo progetto articolato e corale è l’acconciatura dei capelli, affidata a Guido Palau, sapiente elaborazione di apparente e soffusa casualità, che bilancia un romanticismo vagamente ottocentesco con una nonchalance spettinata, piena di vento e di libertà giovane e bohémienne. È quasi come la punteggiatura in un testo letterario la poetica funzione di copricapi, en-tête e maschere di spirito surrealista, opera del talento di Stephen Jones. Jones ha sintetizzato fragranze e ispirazioni opposte e lontane in una cifra armonica, che s’intesse di echi gotici e punk, di riflessi regency e tardo-settecenteschi. Cocteau, Emilio Terry e Leonor Fini occhieggiano compiaciuti e plaudenti da un palco del teatro Luis XVII di Groussay, dove si esibisce Jean Marais. Di certo verrebbero stregati dalla concisa opulenza del mantello Domino, dal grande cappuccio in velluto nero.

Il make-up, in un simile arazzo di esercitazioni di gusto e maestria, diventa passaggio fondamentale. Cattura l’apparenza fugace del viso in un’armonia di chiaroscuro e colpi di colore, che bilancia l’impatto teatrale e il significato medianico dell’abito. Peter Philips è diventato Direttore Creativo e di immagine del make-up della Maison Dior nel 2014, raccogliendo la successione di due mostri sacri quali Serge Lutens, nominato nel 1968 e il vietnamita Tyen, che vi s’insedia nel 1980. Incontro Peter Philips mentre è intento a sovrintendere alle operazioni di make-up nel backstage. Ho modo di notare come intervenga spesso sulla base preparata dagli assistenti e collaboratori, come sistemi piccole stelle d’oro pallido sulle palpebre. Le stelle sortiscono un effetto di liquida magia, accentuando il senso di meraviglia degli sguardi, incorniciati dal kajal.

Ispirato dall’audace, Philips non esita a giustapporre texture e cromie, iniziando un itinerario che miscela uno spirito d’avanguardia e di autonoma ricerca con l’esplorazione dell’heritage della Casa di moda francese. Philips, impavido e branché, getta ponti inattesi tra le passerelle e la strada. «Con il colore puoi arrivare a esprimere concetti che non potresti mai spiegare a parole. Il nero è simultaneamente classico, fuori dal tempo, proiettato nel futuro. È scrittura, è la notte, è trasparente come il tulle. Enfatizza, conferisce ritmo e contorno». Viene in mente un pensiero di Vasilij Kandinskij, che immaginava il bianco suonare come il silenzio: lo definiva poeticamente come il nulla che precede ogni inizio. Philips fin dall’infanzia è innamorato dei vecchi film dell’epoca aurea di Hollywood. «Quando da bambino passavo i week-end dai miei nonni – confida Philips –, il sabato pomeriggio il canale belga BRT dava immancabilmente qualche vecchia pellicola. Le donne che si succedevano sullo schermo erano sempre stupende. Ritengo siano stati quei film ad aiutarmi sul serio a capire la struttura di una faccia. Il volto di Marlene Dietrich risulta come una scultura, come un volume plastico scolpito dalla luce».

Il défilé Dior incrocia il tema allegorico del labirinto con la gloria, effimera e imperitura, dei grandi balli d’antan, passando da quelli parigini di Etienne de Beaumont, fino alla fastosa rievocazione degli splendori settecenteschi della Serenissima al tramonto, messa in scena da Carlos de Beistegui il 3 settembre 1951 a palazzo Labia a Venezia. «Nell’ideazione di questo speciale maquillage haute couture – racconta Peter Philips – ho proceduto a stretto contatto con Maria Grazia Chiuri, cercando di interpretarne al massimo le attese e le suggestioni. Maria Grazia voleva soprattutto che il make-up risultasse naturale, poco insistito e appariscente, che desse un’impronta di freschezza e un approccio sapientemente négligé alle ragazze, tutte giovanissime. Il suo brief, davvero insolito per un défilé haute couture dove in genere si accentua e si esagera la drammaticità e la spettacolarità del trucco, aveva una duplicità un po’ contraddittoria da leggere e da realizzare. Un tomboy romantico era quanto cercava la nuova Direttrice Creativa di Dior. Un codice di paradossale modernità dai contorni che sfumano in un’aura fantastica e leggiadra, imprendibile e aerea come le ali trasparenti di una farfalla. È questa ragazza di oggi, una donna vera e calata nella sua realtà, consapevole e attiva, che per una notte di fiaba si trasfigura in principessa di sogno, partecipando a un indimenticabile opulento bal masqué che si svolge alla luce delle candele, tra le siepi di bosso e i mille incantamenti di un labirinto mozartiano. Il punto di partenza dunque – sottolinea Philips – non poteva che essere una base molto luminosa ed eterea, poi ho continuato ad affinare l’effetto generale quasi per sottrazione e velatura, con una palette di nero e argento, di oro rosa, bianco e giallo. L’oro è più femminile dell’argento, che talvolta ha un qualcosa di meccanico e di freddo. Il glitter dalle nuance impalpabili e iridescenti invece contribuisce non poco a quella rarefazione lunare, surreale e al contempo metallica, che intendevamo raggiungere. Parla un linguaggio vibratile e in chiaroscuro, anima le superfici captando riflessioni e bagliori sommessi, illumina il viso in maniera interiorizzata, come pulsasse da dentro».

Le stelle, la pleiade di minuscole stelle, citazione emblematica dell’alfabeto Dior, come accadeva nel XVIII secolo per la semantica squisitamente rococò dei nei posticci, si annidano nell’arcata oculare o in basso, laddove si conclude l’ogiva intagliando la palpebra, rivelano messaggi e promesse, lasciano affiorare e indovinare nuance sentimentali e intermittenze del cuore. «È uno slancio da alchimisti all’inseguimento della pietra filosofale. Il mio intento è di narrare storie che prendono vita dalle mie palette e dalle mie collezioni. Dal primo giorno in cui ho mosso i miei passi sulla mia strada di truccatore, non ho mai buttato via un prodotto. Penserete che è un qualcosa di maniacale, che sono affetto da una specie di feticismo, ma è proprio così. Conservo perfino i rossetti terminati. Raccolgo stralci di tessuto che hanno destato il mio interesse, che mi hanno incuriosito. L’ispirazione ti arriva da ogni parte, non la vai a cercare. Qualche volta mi dico che da questi brani tessili reperiti per caso potrebbe venir fuori un magnifico lipstick con la medesima gradazione cromatica dominante». Nella primavera 2017, Peter Philips ha firmato la collezione Colour Gradation. Tra le proposte colore del look, crea un Dior Vernis verde 800 Now. Un colore che Philips ha introdotto anche per la linea Backstage, gli stick di correzione Fix It Colour: la nuance di verde controbilancia le macchie rosse o couperose, secondo appunto una tecnica in uso nel cinema durante l’era del Technicolor. L’utilizzo del medium cromatico di Peter Philips non risulta mai scontato o convenzionale a prima vista.

Il rosso per Philips rappresenta il classicismo. «Adoro questo colore e fin dal mio primo giorno in Dior l’ho usato costantemente per labbra e unghie. È simbolica ormai la portata del lipstick-signature 999. Personalmente ho molta fiducia nel progresso che si conquista nei laboratori. Ogni singola innovazione raggiunta mi fornisce altre e più ampie possibilità creative. D’altronde, la Maison Dior possiede un’esperienza di oltre cinquant’anni nel campo della bellezza e sono felice di poter prendere vantaggio da questo capitale. Disegno con cura tutte le mie collezioni. È un punto di partenza fondamentale perché mi rivolgo a donne che, non mi stancherò mai di ripeterlo a costo di diventare noioso, vogliono prima di tutto essere belle. Donne di ogni parte del globo. In qualsiasi paese, regione, cultura, in qualsiasi clima e ambiente, i canoni e le richieste nel solco della bellezza sono estremamente diversificati. Esistono tanti elementi che possono esercitare un impatto sul mio processo creativo – conclude Peter Philips –, così per me assume forte importanza delineare con precisione una mappa dettagliata dei miei prodotti».

Nel backstage di haute couture Dior al Musèe Rodin a Parigi, il lavoro di Maria Grazia Chiuri è letterariamente corrisposto da quello di Peter Philips, direttore della creazione e dell’immagine del make-up Dior.

The Fashionable Lampoon Issue 9 Babylon – Digital Visual Wave

DIOR HC SS17

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La prima sfilata Haute Couture di Dior di Maria Grazia Chiuri. Si torna a un romanticismo rinascimentale, nel vestire femminile – bisogna ammetterlo come se già lo sapessimo, come se già fosse impresso nei nostri occhi, già nella nostra memoria. Lo vedete in giro, ovunque, Botticelli: linee morbide, veli e layer, strutture non più sopra il corpo della donna ma intorno al corpo della donna. C’è una voglia di nostalgia che diventa energia – con qualche tocco di violenza che si chiama futuro. Si recuperano gli archetipi degli abiti e le gonne nell’armadio della nonna. C’è la voglia di persone per bene, nel mondo e negli occhi, e di vestirsi di conseguenza. La ricchezza è nel dettaglio, nel taglio, nel piccolo ricamo ripetuto, nell’intarsio, nel piccolo riflesso.

Le forme iconiche di Christian Dior. La sfilata di Chiuri è uno studio sull’estetica del fondatore, con considerazioni su Galliano. Le prime uscite sono nere. Tessuti spessi, di taglio e forma, redingote grafiche. Caterina de’ Medici vestiva di nero, come fece la regina Vittoria senza Albert. Dalla serietà del lutto all’incognito di Venezia. Le maschere e le piume. I vestiti monacali e protestanti e gli smoking di Cole Porter – di nuovo i tagli ripidi. Trame pesanti per vestiti di altri tempi, plissé giganti. Una carta astrale con i tarocchi, una cappa di velluto nero con il cappuccio da Inquisizione. Poi il rosso apre lo schema, ne fuoriesce la luce dell’Impero: rulli di oro con le stelle, i giardini e i fiori di mughetto, i pavoni e le farfalle.

Tra i dettagli più precisi, ancora studio d’identità Dior, gli intarsi di velluto sulle gonne di tulle. Gli aghi delle piume costruiscono il filo spinato per Charlize Theron – tra J’Adore e la Regina Ravenna. Le crinoline diventano cappotti fino ai piedi, le ali di farfalle sono piccole piume – fino al vestito per Giunone, volumi di petali, tra tulipani, campanule – e tutto il giardino sulla Manica, a Granville, che tanto restava nelle cure di Christian Dior.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Maria Grazia Chiuri’s Couture debut for Dior. Back to a Renaissance-like romanticism, in women’s style – we have to acknowledge it, as if we knew it already, as if it were already impressed in our eyes, in our memory. Botticelli is everywhere, as one can see; in the soft lines, in the veils and layering, in the structures that do not rest on the female body, but around the female body. This urge for nostalgia turns into energy – with a few fierce touches, it’s called future. The gowns’ archetypes and the skirts from grandma’s wardrobe are retrieved. One senses the need to have good people around, in the world, in one’s eyes, and to dress accordingly. The richness lies in the cuts, in the recurring small embroidery, in the intarsia, in the slight reflections.

The iconic silhouettes of Christian Dior. Chiuri’s runway show is based on a research on the founder’s aesthetics, with a few considerations on Galliano. The first outfits to come out are black. Thick textiles, the thickness is in the cut and the shape, graphic frock-coats. Catherine de’ Medici used to wear black, just like Queen Victoria without Albert. From the severity of mourning to going incognito in Venice. The masks and the feathers. The monastic and protestant garments, and Cole Porter’s tuxedos – those slanting cuts again. Heavy textures for garments of yore, giant pleats. Astral charts with tarots, a black velvet cape with an Inquisition-style hood. Then red appears, breaking the scheme, the Imperial light pours out: golden spoils with stars, the gardens, the lilies of the valley, the peacocks and the butterflies. The most accurate details, from an exploration of Dior’s identity, are the velvet intarsia on the tulle skirts. The feathers’ barbules form the barbed wire for Charlize Theron – halfway between J’Adore and Queen Ravenna. Crinolines turn into floor-length coats, the butterfly wings are tiny feathers– and the Juno dress features volumes created with petals, tulips and bluebells – and the whole garden overlooking the English Channel, in Granville, that Christian Dior cherished so much.

Images and video courtesy of press office
www.dior.com

Fitting Dior HC SS17

Waiting for the Dior Haute Couture Spring/Summer 2017 collection designed by Maria Grazia Chiuri

Dior Haute Couture SS 17, 24 January at 2.30 pm – Paris
 
Video courtesy of Christian Dior Couture
#Diorcouture
www.dior.com
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