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dior

Mirror mirror

Text Lampooners

 

Mirror, mirror. Per citare una fiaba nota a tutti. Ma non uno solo, sono ottantamila pezzi di specchio. Location futuristica, a tratti ribelle, sfondo della nuova womenswear di Dior primavera-estate 2018 che cita come icona le opere e i look di Niki de Saint Phalle con un mood che si muove tra anni Sessanta e Settanta, tra righe bold, maglieria iperlavorata, accenti sportivi e abiti ricamati come mosaici di specchi, per rimanere in tema. La designer Maria Grazia Chiuri, in questo modo, ha continuato la sua esplorazione femminista strizzando l’occhio a emozioni bohémien in una grotta monumentale lunga novanta metri e alta quindici. Costruita da più di ottanta persone in venti giorni. Sette tonnellate di cemento rivestito e trecentosessanta metri cubi di polistirolo. Un’opera faraonica che ha impreziosito per un giorno le strade di Parigi. E che, come tutte le cose belle, sarà solo un ricordo.

Video courtesy of Dior
dior.com – @dior

Meraviglia a Luglio

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Una Festa – Bulgari ha usato la parola italiana per raccontare una collezione di cento pezzi esposta a Venezia: lo zaffiro è la pietra simbolo della casa in supremazia sulle altre per i colori delle gemme. Lo zaffiro birmano, quello di Ceylon – lo zaffiro del Kashmir – la miniera è esaurita – questo zaffiro è più fondo degli altri, assorbe la luce e la trattiene, imprigionando i bagliori azzurri in eterno. Bulgari è una grande famiglia, energia e sinergia – ha stonato molto, Bella Hadid arrivando in ritardo per la sfilata – è stata lasciata fuori dalla porta.

A Parigi, Dior inaugura al Louvre, alle Arts Décoratifs, la retrospettiva sui suoi settanta anni compiuti – è una delle mostre di abiti più rilevante mai composta, dal giorno dopo code di centinaia di metri per il biglietto. Le pareti all’inizio del percorso, divise per cromia raccontano i dettagli, gli accessori, i gioielli – tutti quei frammenti che compongono la moda, quella che nessuno stylist in circolazione si ricorda di imparare. Tra i giornalisti, c’è chi si è messo a piangere, per la commozione. Un tributo d’onore per Karl Lagerfeld è stato dato dal sindaco di Parigi a piedi di una Torre Eiffel ricostruita nel Grand Palais – a dimensione reale, perdendosi nella nebbia e nella volta. Per l’alta moda di Chanel, c’erano le donne più precise del momento. Kristen Stewart e Cara Delevingne, con i capelli corti e ossigenati, maschili ed efebiche: l’ambiguità, tra grazia e graficità, è moderna – insieme alla bellezza, salverà il mondo. C’era anche la passione al femminile, Julianne Moore.

Questo è il terzo anno che Fendi presenta una collezione di Alta Pellicceria: di là dalle polemiche (che ormai bisogna almeno ritenere legittime da chi le porta), Fendi ha presentato la collezione di abiti più bella della stagione. Arte sublima artigianato in meraviglia – davvero, si tratta di Fendi. Niente Roma questa volta. Negli ultimi due anni, Fendi e Valentino avevano lasciato a turno Parigi per sfilare nella capitale e dare un supporto ad Alta Roma. Uno sforzo notevole, ammirevole: significa rinunciare ai servizi fotografici prodotti per logistica a Parigi da quasi tutti i giornali del mondo, (nei giorni subito dopo le sfilate, prima che gli abiti, pezzi unici, siano venduti e consegnati alle clienti), oltre che a dover farsi carico del viaggio di tanta stampa da Parigi su Roma (un sorriso sovviene, quando Fendi smarcava Valentino, muovendo su un aereo privato mentre l’altro si produceva con un volo charter). Alta moda, alta gioielleria, alta pellicceria – e teatro.

A Palermo, Dolce & Gabbana mette in scena uno spettacolo, non una sfilata. Fuori dagli schemi, quasi come un boomerang – mentre la comunicazione istituzionale della casa si evolve nella simpatia che sprigiona da un account instagram. Tutto è tanto. In dieci giorni, ogni anno all’inizio di luglio, si sintetizza il lusso mondiale – in gioielli e abiti. Un giro economico da far impallidire ogni snobismo di banchiere omofobico.

Tra tanti che personificano il concetto, una lo interpreta: Bianca di Savoia Aosta, principessa reale della casa d’Italia, sposata con Gilberto Arrivabene Valenti Gonzaga, madre di cinque figli, tra cui le prime, Viola e Vera, splendide creature. Bianca riesce a raccontare, nel suo apparire ricercatamente dismesso, in una noncuranza quasi nervosa di fronte al potere, nella dedizione operativa e retribuitile che stride con la nobiltà della sua ascendenza, il perfetto riferimento di un mondo del lusso che ogni giorno deve ridefinirsi sul mercato.

Christian Dior, couturier du rêve

Musée des Arts décoratifs
107, rue de Rivoli – Parigi

5 luglio 2017 – 7 gennaio 2018

Orari: Martedì – Domenica 11.00 – 18.00

Giovedì 11.00 – 21.00

Haute Couture Fall Winter 2017-18

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Si è appena conclusa la settimana dell’haute couture parigina con tutto il suo carico simbolico e di prestigio. Chanel ha narrato un plot avvincente fatto di tweed e gonne in gazar, solcate da pieghe scultoree costruite mirabilmente. Volumi ampi e applicazioni di piume intrise nelle textures tessili. Gonne longuette e mini-abiti finestrati disegnati sul corpo per sofisticate jeune filles. La sera procede per astrazioni e riflessi lunari. Karl Lagerfeld proprio non invecchia mai. Un’evocazione di temi squisitamente Chanel. E di Parigi, la sua. Incarnata dalla Tour Eiffel che dominava la nave colossale del Grand Palais, perdendosi in un cielo filato di nubi chiaroscurali. E Parigi, tramite il sindaco Anne Hidalgo, ha ricambiato la dichiarazione d’amore di Kaiser Karl con il conferimento, commovente davvero, della Médaille Grand Vermeil de la Ville de Paris, la massima onorificenza cittadina, alla fine del défilé.

Dior affascina per coerenza e complessità. Maria Grazia Chiuri, direttore artistico della maison, impagina un viaggio alla scoperta del mondo. Dell’heritage Dior e di se stessa. Un ritorno alle origini che si nutre di tessuti maschili in chiaroscuro, di chiffon tortora e tulle impressionista. Di sete rosa cenere e di velluti dai colori profondi e notturni. Fiori e tarocchi a ricamo che si rispecchiano nella volta celeste e nella terra immaginate da Pietro Ruffo. Quanto sia brillante questo itinerario di Maria Grazia Chiuri, lo si comprende ancor più visitando la splendida e complessa mostra ‘Dior couturier du rêve’ – al Musée Les Arts Décoratifs, fino al 7 gennaio 2018, celebra i 70 anni dalla fondazione della maison.

Valentino, per Pierpaolo Piccioli, si trasfigura nel valore più astratto e concettuale dell’haute couture: il non visibile. Liturgie ieratiche, linearità monacale, bianco e nero domenicano, casule, cappe, cappucci e piviali. Poi intarsi, taffetà rosa mistico, mussolina incenso e chiffon nero. Ornati romanici da medioevo iberico, medaglioni araldici in lana cerata e ricami sovrapposti. Esplode d’un tratto una pulsazione barocca e classicista ‘Grand Siècle’ – sarebbe piaciuta alla Montpensier durante la Fronda, e anche a Madame de Montespan a Versailles – in un fluttuare di organza volantée di un cremisi sacrale e sensuale. Rossy de Palma ruota come un derviscio nell’atrio marmoreo dell’Hôtel Salomon de Rothschild, mentre Marisa Berenson e Rosario Nadal, Daphne Guinness e Sofia Coppola conversano amabilmente nel Salon IV.

Armani Privé, al Palais de Chaillot, combina geometrie e vertigine decorativa colorista. Un rigo musicale si apre sul ‘Liebestodt’ del Tristano e Isotta di Richard Wagner, eseguito al piano nella versione di Liszt. Sotto l’occhio attento di Sophia Loren e Naomi Watts, incedono lente le incuranti modelle del violinista star britannico Charlie Siem e di Isabelle Huppert.

Fendi Haute Fourrure è un miracolo di maestria in continuo superamento. Pellicce non pellicce, di una duttilità quasi aerea. Il ‘Prélude à l’après-midi d’un faune ’ di Claude Debussy su fondale simbolista e fiorito in penombra. Trame di geometrie, arcobaleni cromatici, accrochage floreali, pointillisme e loriche microscopici. Intrecci, ricami, sottrazioni, tricot a rete, broderies e intagli. Alla fine Karl Lagerfeld, peraltro in forma smagliante, è costretto da una standing ovation, mentre la sala entusiasta scandisce il suo nome, a ripresentarsi ben tre volte sul palco del Théâtre des Champs Elysées. Il CEO Pietro Beccari sorride accanto alla moglie Elisabetta e Bernard Arnault. Non si è mai visto tanto affabile e ben disposto a rilasciare dichiarazioni e interviste. Un vero successo.

Le Grand Bal Dior

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Va in scena la favola di una Maison storica in continua evoluzione. Il dietro le quinte è un laboratorio di bellezza, la prima sfilata di haute couture firmata da Maria Grazia Chiuri.

Backstage di haute couture Dior, dinamica concitata di concentrata ritualità. Siamo dentro un padiglione effimero sorto nel giardino del Musée Rodin a Parigi. Per tanti versi è come affrontare un viaggio fantastico dietro alle seriche cortine del mito, perdersi in un laboratorio creativo dove tutto concorre solo e soltanto a un fine e a un’unica tensione concettuale ed estetica: inventare la bellezza. Non per nulla, un automa di indovino turco con tanto di turbante, seduto all’interno di una specie di portantina coloratissima, vagamente inquietante e sardonico domina la scena e troneggia in mezzo all’incessante e ondivago via vai di addetti, modelle, parrucchieri, tecnici e vestieriste, sarte, premières e truccatori, dispensando a chi voglia tentare la sorte moniti e sibillini responsi venati di ambigua ironia, stampati su piccolissimi rettangoli di cartone écru che paiono usciti dalla notte dei tempi. Il grande Christian Dior, è noto, coltivava una certa propensione per l’esoterismo, come un monarca rinascimentale o barocco amava indovini e predizioni, leggeva segni divinatori e decifrava gli arcani dei tarocchi. Il mago ottomano vuole certo ricordarcelo, questo aspetto irrazionale del couturier del New Look, indicando un varco e un’ideale continuità con un’eredità inimitabile, intrecciandola con un presagio di futuro.

Atemporali e insieme futuribili si manifestano i métiers ancestrali e mistici come un mantra, l’orgogliosa sfida al superamento tecnico e le diverse forme d’arte che insieme danno corpo a quel sortilegio superbo e sorprendente che si chiama haute couture. Scintillanti tessere di un mosaico che racconta una storia unitaria ma frazionata attraverso vari settori concomitanti, che si nutre di liturgie e virtuosistiche attuazioni, ma che è interamente legata da un filo comune, da un’assonanza di echi e frammenti narrativi e immaginari che si declinano intorno alla visione di un solo demiurgo, il couturier. Una teoria di apporti che non sono meno importanti del segno icastico e prevalente del designer, ossia della linea progettuale che debbono saper esaltare e definire ulteriormente, giocando una partita per simbiosi o contrasto dialettico, per contrappunto e assimilazione tonale.

La memoria della Maison diviene origine di una storia nuova per Maria Grazia Chiuri, che vi si è immersa fino alle radici e agli archetipi per trovare una forma linguistica indipendente e una decisa lettura del nostro tempo. Il suo labirinto miscela la morbida curvatura della ligne Bar, smontata e rimontata fino a reincarnarsi in una cappa, a silhouette austere e geometriche, raggiate di strutture e nervature incise e astratte. Il nero fa da preludio a una suite di toni cangianti e poudrée, blu, rosa, un grigio perlaceo rubato a Boldini, il mauve. Strati di tulle che tengono prigionieri fiori meravigliosi abbandonati alla stemperata dolcezza del ricordo, come quelli che seguitano a vivere negli erbari. La dentelle viene scucita e rimontata sull’organza, in una sfida tra pregnanza e levità dell’abito, mentre il tulle plissé dalle cromie fiabesche si sovrappone in composizioni insieme leggere e maestose. Eccola la frontiera della divinazione, il desiderio, tra serio e faceto, di scrutare oltre lo specchio del futuro: stelle ricamate che affiorano da marosi di tulle dorato, le figurazioni dei tarocchi dipinte a mano sul panno candido. Candido è anche l’interno del mantello da sera che accompagna lo smoking al femminile, pezzo magistrale e di rinnovata attualità. «Ho voluto lasciarmi andare a un naturale confronto-osmosi di culture – confida in backstage Maria Grazia Chiuri –, sono italiana e la Maison Dior è francese in essenza. Ero attratta dalla connotazione del sogno, dal senso d’ignoto e di sacrale del labirinto. Quella necessità impellente di mettersi anche in pericolo e in discussione per potere evolvere, per conseguire una mutazione, raggiungendo un cambiamento assoluto. D’altronde nelle favole per cosa si combatte, se non per la bellezza?». I soulier féerique in tulle point-d’esprit nero di pura marca neo-settecentesca e così Dior, quanto le forme metalliche floreali, botaniche o a guisa di fragili coleotteri, partorite dalla fantasia e dalle mani di Claude Lalanne, una fervida ultra-novantenne tuttora assai attiva e sperimentale. Lalanne, come dire una fuga in un universo metamorfico e misterico, lungo una linea di ricerca stilistica che, se prende linfa e avvio dalla natura, procede per le specie di un onirismo liquido e fibrillante, come se gli insetti, le corolle e i rovi divenuti alchimia di rame e bronzo, potessero di colpo tornare a vivere, a palpitare al semplice contratto con gli abiti.

Un altro punto di questo progetto articolato e corale è l’acconciatura dei capelli, affidata a Guido Palau, sapiente elaborazione di apparente e soffusa casualità, che bilancia un romanticismo vagamente ottocentesco con una nonchalance spettinata, piena di vento e di libertà giovane e bohémienne. È quasi come la punteggiatura in un testo letterario la poetica funzione di copricapi, en-tête e maschere di spirito surrealista, opera del talento di Stephen Jones. Jones ha sintetizzato fragranze e ispirazioni opposte e lontane in una cifra armonica, che s’intesse di echi gotici e punk, di riflessi regency e tardo-settecenteschi. Cocteau, Emilio Terry e Leonor Fini occhieggiano compiaciuti e plaudenti da un palco del teatro Luis XVII di Groussay, dove si esibisce Jean Marais. Di certo verrebbero stregati dalla concisa opulenza del mantello Domino, dal grande cappuccio in velluto nero.

Il make-up, in un simile arazzo di esercitazioni di gusto e maestria, diventa passaggio fondamentale. Cattura l’apparenza fugace del viso in un’armonia di chiaroscuro e colpi di colore, che bilancia l’impatto teatrale e il significato medianico dell’abito. Peter Philips è diventato Direttore Creativo e di immagine del make-up della Maison Dior nel 2014, raccogliendo la successione di due mostri sacri quali Serge Lutens, nominato nel 1968 e il vietnamita Tyen, che vi s’insedia nel 1980. Incontro Peter Philips mentre è intento a sovrintendere alle operazioni di make-up nel backstage. Ho modo di notare come intervenga spesso sulla base preparata dagli assistenti e collaboratori, come sistemi piccole stelle d’oro pallido sulle palpebre. Le stelle sortiscono un effetto di liquida magia, accentuando il senso di meraviglia degli sguardi, incorniciati dal kajal.

Ispirato dall’audace, Philips non esita a giustapporre texture e cromie, iniziando un itinerario che miscela uno spirito d’avanguardia e di autonoma ricerca con l’esplorazione dell’heritage della Casa di moda francese. Philips, impavido e branché, getta ponti inattesi tra le passerelle e la strada. «Con il colore puoi arrivare a esprimere concetti che non potresti mai spiegare a parole. Il nero è simultaneamente classico, fuori dal tempo, proiettato nel futuro. È scrittura, è la notte, è trasparente come il tulle. Enfatizza, conferisce ritmo e contorno». Viene in mente un pensiero di Vasilij Kandinskij, che immaginava il bianco suonare come il silenzio: lo definiva poeticamente come il nulla che precede ogni inizio. Philips fin dall’infanzia è innamorato dei vecchi film dell’epoca aurea di Hollywood. «Quando da bambino passavo i week-end dai miei nonni – confida Philips –, il sabato pomeriggio il canale belga BRT dava immancabilmente qualche vecchia pellicola. Le donne che si succedevano sullo schermo erano sempre stupende. Ritengo siano stati quei film ad aiutarmi sul serio a capire la struttura di una faccia. Il volto di Marlene Dietrich risulta come una scultura, come un volume plastico scolpito dalla luce».

Il défilé Dior incrocia il tema allegorico del labirinto con la gloria, effimera e imperitura, dei grandi balli d’antan, passando da quelli parigini di Etienne de Beaumont, fino alla fastosa rievocazione degli splendori settecenteschi della Serenissima al tramonto, messa in scena da Carlos de Beistegui il 3 settembre 1951 a palazzo Labia a Venezia. «Nell’ideazione di questo speciale maquillage haute couture – racconta Peter Philips – ho proceduto a stretto contatto con Maria Grazia Chiuri, cercando di interpretarne al massimo le attese e le suggestioni. Maria Grazia voleva soprattutto che il make-up risultasse naturale, poco insistito e appariscente, che desse un’impronta di freschezza e un approccio sapientemente négligé alle ragazze, tutte giovanissime. Il suo brief, davvero insolito per un défilé haute couture dove in genere si accentua e si esagera la drammaticità e la spettacolarità del trucco, aveva una duplicità un po’ contraddittoria da leggere e da realizzare. Un tomboy romantico era quanto cercava la nuova Direttrice Creativa di Dior. Un codice di paradossale modernità dai contorni che sfumano in un’aura fantastica e leggiadra, imprendibile e aerea come le ali trasparenti di una farfalla. È questa ragazza di oggi, una donna vera e calata nella sua realtà, consapevole e attiva, che per una notte di fiaba si trasfigura in principessa di sogno, partecipando a un indimenticabile opulento bal masqué che si svolge alla luce delle candele, tra le siepi di bosso e i mille incantamenti di un labirinto mozartiano. Il punto di partenza dunque – sottolinea Philips – non poteva che essere una base molto luminosa ed eterea, poi ho continuato ad affinare l’effetto generale quasi per sottrazione e velatura, con una palette di nero e argento, di oro rosa, bianco e giallo. L’oro è più femminile dell’argento, che talvolta ha un qualcosa di meccanico e di freddo. Il glitter dalle nuance impalpabili e iridescenti invece contribuisce non poco a quella rarefazione lunare, surreale e al contempo metallica, che intendevamo raggiungere. Parla un linguaggio vibratile e in chiaroscuro, anima le superfici captando riflessioni e bagliori sommessi, illumina il viso in maniera interiorizzata, come pulsasse da dentro».

Le stelle, la pleiade di minuscole stelle, citazione emblematica dell’alfabeto Dior, come accadeva nel XVIII secolo per la semantica squisitamente rococò dei nei posticci, si annidano nell’arcata oculare o in basso, laddove si conclude l’ogiva intagliando la palpebra, rivelano messaggi e promesse, lasciano affiorare e indovinare nuance sentimentali e intermittenze del cuore. «È uno slancio da alchimisti all’inseguimento della pietra filosofale. Il mio intento è di narrare storie che prendono vita dalle mie palette e dalle mie collezioni. Dal primo giorno in cui ho mosso i miei passi sulla mia strada di truccatore, non ho mai buttato via un prodotto. Penserete che è un qualcosa di maniacale, che sono affetto da una specie di feticismo, ma è proprio così. Conservo perfino i rossetti terminati. Raccolgo stralci di tessuto che hanno destato il mio interesse, che mi hanno incuriosito. L’ispirazione ti arriva da ogni parte, non la vai a cercare. Qualche volta mi dico che da questi brani tessili reperiti per caso potrebbe venir fuori un magnifico lipstick con la medesima gradazione cromatica dominante». Nella primavera 2017, Peter Philips ha firmato la collezione Colour Gradation. Tra le proposte colore del look, crea un Dior Vernis verde 800 Now. Un colore che Philips ha introdotto anche per la linea Backstage, gli stick di correzione Fix It Colour: la nuance di verde controbilancia le macchie rosse o couperose, secondo appunto una tecnica in uso nel cinema durante l’era del Technicolor. L’utilizzo del medium cromatico di Peter Philips non risulta mai scontato o convenzionale a prima vista.

Il rosso per Philips rappresenta il classicismo. «Adoro questo colore e fin dal mio primo giorno in Dior l’ho usato costantemente per labbra e unghie. È simbolica ormai la portata del lipstick-signature 999. Personalmente ho molta fiducia nel progresso che si conquista nei laboratori. Ogni singola innovazione raggiunta mi fornisce altre e più ampie possibilità creative. D’altronde, la Maison Dior possiede un’esperienza di oltre cinquant’anni nel campo della bellezza e sono felice di poter prendere vantaggio da questo capitale. Disegno con cura tutte le mie collezioni. È un punto di partenza fondamentale perché mi rivolgo a donne che, non mi stancherò mai di ripeterlo a costo di diventare noioso, vogliono prima di tutto essere belle. Donne di ogni parte del globo. In qualsiasi paese, regione, cultura, in qualsiasi clima e ambiente, i canoni e le richieste nel solco della bellezza sono estremamente diversificati. Esistono tanti elementi che possono esercitare un impatto sul mio processo creativo – conclude Peter Philips –, così per me assume forte importanza delineare con precisione una mappa dettagliata dei miei prodotti».

Nel backstage di haute couture Dior al Musèe Rodin a Parigi, il lavoro di Maria Grazia Chiuri è letterariamente corrisposto da quello di Peter Philips, direttore della creazione e dell’immagine del make-up Dior.

The Fashionable Lampoon Issue 9 Babylon – Digital Visual Wave

Cruise Month 2018

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Ormai, fra gli insider del mondo della moda, maggio viene chiamato il “Cruise month”. Il mese delle collezioni “Cruise” o “Resort” che dir si voglia. Il calendario delle pre-collezioni per il 2018 è stato ancora più fitto del solito, con uno scenario che si è allargato al mondo intero. Dalla vecchia Europa fino all’estremo Oriente, passando per le praterie del continente americano.

Dior ha convinto tutti con la sua splendida esercitazione nella riserva naturale californiana di Upper Las Virgenes Canyon Open Space Preserve, non lontano da Los Angeles. Il Direttore Artistico Maria Grazia Chiuri propone una visione imperniata su “una donna selvaggia che è la salute di tutte le donne”, intrecciando la pittura di Georgia O’Keeffe e quotes western molto Diana Vreeland e Millicent Rogers a Taos. Abiti dalle incredibili gonne a campana. Il poncho in coyote e gli anfibi versus l’infradito di piume. Cappelli da gaucho e suéde a frange con ricami in raffia e simbologie “native american”. Il finale esplode in una fiaba “très Dior” nel deserto. Di tulle impalpabile e di cristalli scintillanti.

Chanel Cruise 2018. Karl Lagerfeld ha raccontato la sua idea di Grecia classica e della mitologia ellenica attualizzandola secondo la sua ottica perennemente metamorfica e futuribile, tra colonne e rovine, sullo sfondo della rievocazione del Tempio di Poseidon a Capo Sunion, da millenni affacciato sull’Egeo. Un valzer di tuniche e pepli sofisticati di lunghezze variate, portati con cinture-bustier, grandi bracciali da Elena omerica e aristocratiche tiare da dea fidiaca. Tweed, chiffon, maglia, seta e cotoni su una palette di grigi chiari, nero, beige, bianco, oro, con tocchi giallo e arancio e bagliori di cristalli, nel segno di una classicità moderna e distillata fino all’astrazione purista.

Mood giapponese invece da Louis Vuitton. Poco distante da Kyoto, al Miho Museum, progettato da I. M. Pei nel 1997. Un luogo stupendo e ambivalente, che, come lui stesso ha dichiarato, ha da subito incantato e dato ispirazione al Direttore Artistico Donna LV, Nicolas Ghesquière. Focus è l’evoluzione, tra tradizione e modernità, tra Occidente e Oriente. Gli abiti richiamano i samurai, le incisioni figurative, le tenute nipponiche da cerimonia, il cinema di Kurosawa e di Kitano, i keikogi delle arti marziali, i fiabeschi paesaggi ritratti a inchiostro. Fino a un chiaro omaggio a Kansay Yamamoto. I tailleur pantalone e le tuniche strutturate guardano alla densità poetica di Hokusai. Jersey intrecciato e maglioni di pelle ricordano le armature degli antichi guerrieri. Mentre, per la sera, affiorano riflessi brillanti come nel teatro Noh. Le borse e le pochette sono siglate da maschere Kabuki. Gli obi e le tipiche cinture da kimono compongono affusolati pantaloni. I berretti sono opera di Kristopher Haigh, fondatore del marchio 1K.

Prada resta a casa. Ha ambientato il suo show nel nuovo e bellissimo spazio dell’Osservatorio che si libra tra le cupole vetrate della Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. Una sofisticata e composita texture di stile coniuga sportswear, grafie di ricami, levità di piume e trasparenze couture, punteggiate di forse involontarie suggestioni Jugendstil degne di una klimtiana Emilie Flöge. Indimenticabili davvero, i più eleganti calzettoni da basket che si siano mai visti prima su una passerella, declinati in una femminile sensualità.

Gucci ha sfilato in maniera massiva. Da vero kolossal. Tra gli innumerevoli capolavori artistici che affollano l’ex reggia medicea, lorenese e sabauda di Palazzo Pitti a Firenze, dove contribuirà alla salvaguardia dell’annesso Giardino di Boboli. La linea di vibrante e pirotecnico métissage stilistico, di semantiche e simboli, perseguita dal designer del brand Alessandro Michele, e la sua lettura profondamente meta-moderna del tempo che viviamo, sono state lanciate fin oltre i codici assodati, trasformandosi in challenge per un’ inattesa e poliforme definizione della contemporaneità.

Valentino, capitanato da Pierpaolo Piccioli, ha messo in scena la sua Resort 2018 in un vecchio edificio délabré di Soho, a NewYork City, puntando sul concetto di “athleisure”, un accento sportivo che connota un intero guardaroba. La tuta da ginnastica diventa così abito lungo. La linea anatomica del busto è messa in evidenza da minuziose cuciture apparentemente work-in-progress. Il tailleur-Varsity si ispira alle tifoserie giovanili di baseball. Il romanticismo floreale della Maison romana si miscela senza timore alcuno con tante referenze squisitamente americane e hip-hop.

Maripol Interview

Maripol è un’artista, produttrice cinematografica, stilista e stylist cha ha contribuito a creare l’immagine di artiste autorevoli quali Grace Jones, Deborah Harry e Madonna.

In contemporanea all’arrivo in boutique della collezione Prêt-à-Porter Primavera-Estate 2017, il progetto #TheWomenBehindTheLens che invita alcune fotografe a esprimere la propria visione delle creazioni di Maria Grazia Chiuri. Tra di esse, Maripol ha fotografato nel backstage i look immaginati dalla Direttrice Artistica utilizzando una Polaroid, il suo apparecchio preferito.

In Esclusiva per Lampoon la video intervista di Maripol.

Interview by Arianna Pietrostefani  and Video by Jeffrey Attoh
Images of The Fashionable Lampoon Issue 8 
 

Dior Maripol

In contemporanea all’arrivo in boutique della collezione Prêt-à-Porter Primavera-Estate 2017, il progetto #TheWomenBehindTheLens che invita alcune fotografe a esprimere la propria visione delle creazioni di Maria Grazia Chiuri. Tra di esse, Maripol ha fotografato nel backstage i look immaginati dalla Direttrice Artistica utilizzando una Polaroid, il suo apparecchio preferito. 

In Esclusiva per Lampoon la video intervista di Maripol.

Images of The Fashionable Lampoon Issue 8 
Video courtesy of press office

JOIN THE MOVEMENT

We should all be feminists è lo slogan messaggio che balza all’occhio stampato su una T-shirt della collezione. Oggi, in occasione della Giornata delle donne, questa frase-manifesto, il titolo di un saggio pubblicato dalla scrittrice femminista Chimamanda Ngozi Adichie nel 2014, acquista un significato ancora più importante. È proprio questa donna, forte e impegnata, che Maria Grazia Chiuri, la nostra direttrice creativa, aveva in mente quando ha disegnato le borse e le pochette che rivisitano il monogramma della maison tra tradizione e modernità.

Images courtesy of press office

Aristofunk – THE Gala Rave

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Sabato scorso, al Teatro Principe di Milano. Andava in scena Aristofunk, lo abbiamo chiamato un Gala Rave – a metà tra un gala dove ci si veste sopra le righe e quegli scantinati dove si balla musica elettronica. Non volevamo la solita gente, volevamo soltanto quelli che ci piacevano di più – e qualche fan di Lampoon.

Il teatro aveva spazio per 700 persone, noi ne abbiamo invitati 500, sono arrivati comunque in 700 – io avevo paura che ci fosse troppa gente. I drappi dalla balconata erano uno diverso dall’altro – in disordine, di colori diversi – inserti di damaschi. Gli acrobati ballavano nei cerchi appesi ai soffitti. C’erano i tulipani che facevano a pugni con le pareti glitterate – di pugni si trattava – c’era il ring coperto di fiori e tulle nero. C’erano i rossetti nel filo di ferro – per tutta la settimana prima dell’evento, dalla Francia, dalla Germania e dal Texas, sono arrivati i poster degli Art Instagrammer – sono pubblicati tutti qui, in questo articolo – alcuni di questi Art Instagrammer li abbiamo contatti noi, altri sono arrivati spontaneamente, usando l’hashtag #YSLnotInnocent – l’hashtag di Yves Saint Laurent Beautè, che ha supportato la produzione del Gala Rave.

Non volevo il photocall con i loghi di Lampoon, non volevo più il gioco di sentirsi divi – volevo ci fossero gli Aristofunk, non i wannabeceleb, non gli influencer che oggi sono gli influenced. Il photocall è diventato il photo-shot: uno shot di vodka e una foto, sperando ti si rilassasse il volto. Gli shot erano di Belvedere Vodka, che è affianco a Lampoon in tutte le sue feste, fin dalla prima.

I selfies erano vietati. Quelli che mi sono piaciuti meno sono tutti quelli che sono arrivati vestiti senza considerare il codice sull’invito – Tuxedos rock the Peacocks – era una frase insensata che aveva il senso della vanità, della bellezza, del gioco – e anche della cultura estetica. Simone De Kunovich ha suonato per la prima parte della serata, quando le luci si muovevano nei loro colori diversi a un ritmo più tranquillo. A mezzanotte in punto, le luci si sono fermate e accese di rosso – Elisa Balbo ha cantato Your Love di Morricone – in rosso da Dior, il vestito più iconico di questa primavera. Dopo di lei, la musica è cambiata con Joss Moog, arrivato lo stesso pomeriggio da Parigi – e gli acrobati continuavano a volare in aria.

#theAristofunkGalaRave
Milan – February 25th

 

Event Partner Yves Saint Laurent Beautè and Belvedere Vodka
www.ysl.com
www.belvederevodka.com

Special thanks to
Fashion Model Management www.fashionmodel.it
Models @giordanapieri, @chiaranorischiorda, @korlanmadi, @matteoguidarelli, @bibiana.alfonso and  @dilettagomezgane
Ottaviani
T’a Milano
Sofas Divani Chesterlfied
Serikos Collezioni & Tessili S.r.l
Eliana Ziliani, Art Factory Luxury
Boxing gloves www.amazon.it

IED Moda Milano

Event Images Alfonso Catalano @ SGPItalia – Jacopo Raule, Victor Boyko @ Getty, Marco Piraccini, Thomas Daloiso

SPRING/SUMMER 2017

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

L’estetica della moda italiana oggi è precisa: si tratta di quella fattura nei tessuti, nei ricami, nei tagli e nelle cuciture – in una parola, nei piccoli segni, nei pattern di materia e colori. Marco De Vincenzo oggi personifica questa estetica nella sua ascesa, rinnovando i codici inventati una volta da Missoni e da Prada.

C’è un’attenzione al potere, nell’aria – è facile collegarsi all’elezione americana. C’è desiderio di civiltà, e di serietà, appunto, potere – non più di spettacolo. Regalia e maestà – tra le grandi case a Milano, Fendi ha segnato questa voglia. Gli inserti d’oro, i ricami nella seconda parte della sfilata sono rivisitazioni di un’aristocrazia nera posta a festa – così come gli intarsi di velluto prodotti dalla tessitura Bevilacqua di Venezia per Valentino sintetizzano tre secoli di storia, tra Italia, Francia e Adriatico.

Giorgio Armani ha rafforzato lo stile della prima linea, lasciando un ruolo più commerciale a Emporio: si tratta ancora di stile, non di moda – uno stile che partendo dall’uomo resta il più forte, identificativo lungo questi ultimi due secoli – così come partendo dalla donna, solo Chanel ha saputo produrre in ugual potenza.

Ghesquière è ancora uno dei migliori designer in circolazione – Louis Vuitton rimane intellettuale e volutamente non facile (cosa che forse stride con la monumentalità dell’impero aziendale): la sfilata è una presentazione di capi e accessori e non solo un estro di styling, e centra pienamente questa voglia di fantascienza anni Ottanta che percepiamo per i prossimi anni, una Storia infinita, regale e stratosferica che si rinnova.

La tensione va su Maria Grazia Chiuri che ha cominciato con Dior un grande progetto di cui a noi ha dato di capire solo il preambolo, che prelude alla prossima rivoluzione, e che rende un italiano come me orgoglioso come sempre vorrebbe restare.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

As of now, the aesthetics of Italian fashion is rather clear: it lies in the craftsmanship of fabrics, in the embroideries, the cuts and the stitching – in a nutshell, in the details, the patters of materials and colours. Currently Marco De Vincenzo embodies such aesthetic in his ascent to success and does so by re-writing the codes that were once imagined by Missoni and Prada. There is a focus surrounding power in the air; it is easy to see a link with the American election. There is a desire for civility, for professionalism and – indeed – power and no longer for mere entertainment. Regality and magnificence: in Milan, among the greatest Italian fashion houses Fendi symbolized such propensity. The golden inserts and the embroideries of the second half of the collection are a reinterpretation of a decked out Black Aristocracy brought out to party. Similarly, the velvet intarsia crafted for Valentino by the Venetian fabric manufacturer Bevilacqua encapsulate three centuries of Italian, French and Adriatic history.

Giorgio Armani strengthened the style of his main line leaving Emporio to a more commercial role: it is still style we are talking about, not fashion; a style that informed by menswear continues to remain the strongest and most recognisable through time, just like, with women in mind, only Chanel succeeded with the same power and prowess. Ghesquière continues to be one of the best designers out there: his Louis Vuitton remains intellectual and intentionally not easy (which is likely to grate with the mighty nature of corporate business): the fashion show is a presentation of clothes and accessories and not a display of flair and styling and perfectly hits the target of that penchant for Eighties style sci-fi that we envisaged for the upcoming years: a regal, extraordinary NeverEnding Story that gets renewed with every season. There was anxiety and trepidation surrounding the debut of Maria Grazia Chiuri who, at Dior, started a project of which we have been offered only a glimpse into the preamble. An introduction that hints at the upcoming revolution and that makes an Italian man, like myself, very proud. As I would like to continue to be.

Images from Pinterest 

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