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The Fashionable Lampoon
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domenico paris

Keith Moon

Keith Moon
Keith Moon
The Who
Keith Moon
Keith Moon

Text Domenico Paris

C’è chi vede nel ritmo che viene fuori da una batteria il risultato di un equilibrio mentale, prima che articolare, superiore alla media. Dare il tempo, saperlo mantenere. Alterarlo senza però perderlo. Dall’uomo e dalla donna seduti dietro piatti e tamburi ci si aspetta sempre la stessa cosa: dimostrarsi una bussola in perenne funzione, affinché gli altri musicisti e il pubblico possano sperare di non perdere la rotta.

E se invece la scansione di quel quarto non fosse affatto una ‘carezza’ rassicurante, ma un fendente menato sul limite estremo della misura? Se quel colpo di cassa o di bacchetta si rivelasse una sfida perenne all’equilibrio suggerita dal Caos in persona? Ci sarebbe da aver paura, certo. Ma anche la consapevolezza che ogni singola esibizione, suonata o ascoltata, sia un momento unico da custodire nel salotto buono della propria memoria.

È questo che Keith Moon regalò ai suoi compagni di viaggio degli Who e a milioni di fan nel corso della sua inimitabile parabola terrena, durante la quale il concetto di improvvisazione nella musica rock si arricchì di nuovi significati: se prima di lui l’allontanarsi ogni tanto da una partitura percussiva poteva essere, al più, il divertissement di un professionista annoiato o in vena di stramberie jazzy, nelle sue performance l’affidarsi alla furia dell’ispirazione era l’essenza stessa di uno stile. Per la definizione del quale concorrevano, però, non soltanto dei banali ardimenti tecnici, ma iniezioni di un istinto ferino e l’incrollabile volontà di sabotare a tutti i costi  l’anonimato del normale. Con colpi di testa che lo hanno consacrato nella leggenda delle sette note ben più delle solite tossicodipendenze da superstar (ambito in cui, comunque, e purtroppo, seppe eccellere come pochi nella storia): distruggere decine di stanze d’albergo, far saltare in aria i wc nei bagni, catapultarsi in una piscina a bordo di un bolide, andarsene in giro con una divisa da ufficiale nazista o con un abito da suora… Ognuna di queste imprese – in apparenza solo scellerate stramberie – rispondeva in realtà a un bisogno spasmodico di risultare sempre e comunque pericoloso, non addomesticabile. Di non essere mai parte di un ingranaggio, ma l’ingranaggio stesso. Di andare incontro al domani aspettandoselo sempre pieno di colore. Desideri tradotti sul palco in un arrembare la batteria con un piglio tellurico e di complicata, assai personale coordinazione. Che ha fatto scuola e che in tanti, dalla sua scomparsa avvenuta il 7 settembre di 40 anni fa, hanno tentato invano di copiare.

Perché di Keith Moon, di quel dotatissimo artista giocherellone in fondo terribilmente innamorato della vita più emozionata ed emozionante, ne nasce, se va bene, uno ogni secolo. E un suo vero erede, uno che sappia celebrare con altrettanta meravigliosa ribalderia il complicato sposalizio tra l’arte di picchiare le pelli e  l’essere un autentico fuorilegge, lo si sta ancora aspettando.

Arriverà mai?

Hiroshige alle scuderie

Text Domenico Paris

 

Restituire in un quadro lo stupore che suscita la contemplazione della natura ha sempre costituito un rischio: disposizioni d’animo inquiete o il desiderio di sovrastrutturare le proprie rappresentazioni con metafore a effetto, hanno spinto artisti a forzare l’essenza di quello che si trovavano a dipingere, sciupandone la composta e naturale perfezione.

Un problema che non riguardò Utagawa Hiroshige, protagonista di una retrospettiva in corso alle Scuderie del Quirinale di Roma fino al 29 luglio. Uomo serio e di grande disciplina (figlio di un samurai di basso rango), fece dell’osservazione composta di ciò che aveva intorno un modus vivendi e la ragione stessa del suo modus operandi. Ne sono un esempio Le 100 famose vedute di Edo o Le cinquantatre stazioni di posta del Tokaido (provenienti in massima parte dal Museum Fine Arts di Boston e in perfetto stato di conservazione), espressione della pittura di paesaggio dell’Ottocento che destarono ammirazione da parte di Vincent Van Goh e degli impressionisti, rapiti dalla brillantezza delle immagini e dalla loro grafica, in grado di suggerire allo spettatore un senso di armonia. Una caratteristica che si riscontra anche in opere forse meno conosciute, come quelle che immortalano varie specie di pesci e fiori, o nelle silografie giovanili dedicate alle geishe e ai Samurai, nelle quali, contrariamente a certi slanci tempestosi e a volte deformanti dell’altro maestro della pittura ukyio-e, Katsushika Hokusai, Hiroshige si concentra sulla figura con l’intenzione di restituirne con fedeltà quasi fotografica i tratti, senza azzardare interpretazioni e alterazioni.

Perché per arrivare a sentirsi davvero parte dell’infinito è necessario aver imparato ad accoglierlo nelle sue manifestazioni quotidiane di finitezza con amore e rispetto.

Hiroshige. Visioni dal Giappone

Fino al 29 luglio 2018

Scuderie del Quirinale

via Ventiquattro Maggio, 16, 00186 Roma

Tel. 06 8110 0256

scuderiequirinale.it

Salgado in mostra a Venaria

Text Domenico Paris

 

Velocità e interconnessione. Distanze che, da un giorno all’altro, diventano sempre meno impegnative, trasformando gli spazi fisici di questo mondo in qualcosa di sempre più piccolo e conosciuto, familiare quasi.

Eppure, in tanti angoli del pianeta, esistono ancora dei luoghi dove la mano dell’uomo non è riuscita ad arrivare e dove la natura continua a rivelarsi nella sua primigenia e selvaggia armonia, ricordandoci che, nella nostra folle corsa alla prossima conquista, stiamo perdendo drammaticamente contatto con un fondamento della nostra esistenza: il corretto rapporto con ciò che ci circonda.

È proprio in queste periferie remote e incontaminate che Sebastião Salgado ha trascorso quasi dieci anni della sua esistenza, impegnato in un progetto documentaristico e sentimentale di portata enorme. Il risultato è stato Genesi, una mostra che da cinque anni lascia senza fiato centinaia di migliaia di visitatori e che, fino al prossimo 16 settembre, potrà essere ammirata nelle Sale dei Paggi della Reggia di Venaria.

Divise in cinque sezioni tematiche, le duecentoquarantacinque immagini scattate dal fotografo brasiliano ripercorrono le tappe di un viaggio umano e sentimentale che ha attraversato tutti i continenti, catturando in uno splendido e personalissimo bianco e nero le tartarughe giganti delle Galapagos e le zebre del Kenya, i Cayapó dell’Amazzonia e le tribù della Nuova Guinea, anche se il vero protagonista dell’expo è soprattutto il paesaggio. Scenari mozzafiato dell’estremo Nord o dell’estremo Sud, dove la magnificenza di quello che osserviamo si rivela non in una istantanea di bellezza esornativa, ma nell’epifania di una Terra ancora in grado di sottrarsi al giogo imposto dalla modernità a tutti i costi e nella quale tornare a sentirsi parte integrante (e integrata) di ciò che è sempre stato.

Perché è solo riscoprendo la vera essenza di quello che non ha tempo, che si potrà sperare di costruire un futuro migliore.

Genesi di Sebastião Salgado in mostra fino al 16 settembre

Sale dei Paggi, Reggia di Venaria
Piazza della Repubblica, 4, 10078 Venaria Reale TO

Per info lavenaria.it

Photography
Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto

Magnum Manifesto

Text Domenico Paris

 

Raccontare davvero la realtà, presuppone un privilegio che nessuna ricompensa, per quanto allettante, dovrebbe mai riuscire a comprare: la libertà. Di esprimere se stessi attraverso il mezzo più consono al proprio modo di essere, alla propria sensibilità, e di poter scegliere i tempi e i luoghi più adatti a farlo. Senza l’assillo di una commissione, o di uno stile da rispettare, ma, soprattutto, nell’assoluta certezza di sentirsi, ogni singolo istante, l’unico responsabile e padrone del proprio racconto.

Partendo da questo fondamentale assunto, il grande Robert Capa immaginò di dar vita ad una cooperativa di fotografi che proteggesse il diritto d’autore e la trasparenza dell’informazione da qualsiasi forma di speculazione (o vessazione) da parte di riviste e giornali. E così, nel 1947, durante una delle solite cene al ristorante del MOMA con gli amici Rita e William Vandivert e la milanese Maria Esiner, buttò giù la bozza di un vero e proprio manifesto che sancisse i nuovi principi-guida etici della fotografia moderna.

Nacque così Magnum, il cui nome si deve alla bottiglia di vino bianco francese che gli affezionati commensali erano abituati a consumare dopo aver mangiato.

Fino al 3 giugno, il Museo dell’Ara Pacis di Roma ne celebra i 70 anni di storia con una mostra che solo all’apparenza può essere percepita come un catalogo di scatti famosi: dopo aver osservato infatti le immagini delle decine di illustri associati che, nel corso del tempo, sono entrati a far parte dell’agenzia foto giornalistica più famosa al mondo (e dopo aver avuto l’opportunità di poter leggere, per la prima volta, alcune lettere nelle quali chiariscono i propri intenti estetici e si scambiano consigli e impressioni di lavoro tra di loro), la sensazione è quella di aver compiuto un autentico viaggio. Attraverso gli episodi cruciali e le trasformazioni dei costumi che hanno segnato un’epoca, ma anche attraverso un vero e proprio cambiamento nel modo di approcciare all’obiettivo. Non è più il mero strumento per riprodurre ciò che si ha davanti, ma si fa possibilità di un’indagine che – come avviene solo nelle vere opere d’arte – porta dritti alle ragioni più profonde della nostra esistenza, costringendoci a riflettere e a interrogarci su chi siamo stati, su chi siamo e su dove stiamo andando.

Magnum Manifesto

7 febbraio > 3 giugno 2018

Museo dell’Ara Pacis, Spazio espositivo Ara Pacis
Lungotevere in Augusta – Roma

Tutti i giorni, 9:30 > 19:30

Intero ‘Solo mostra’ €11,00
Ridotto ‘Solo mostra’ €9,00

Courtesy Press Office
contrastobooks.com – @Contrastobooks

Interview with Elena Cucci

Text Domenico Paris

 

Dopo essere stata una problematica campionessa di pattinaggio in Mister Felicità di Alessandro Siani, Elena Cucci torna sul grande schermo nell’ultimo film di Gabriele Muccino, A casa tutti bene, con Piefrancesco Favino, Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Claudia Gerini, Massimo Ghini e Sabrina Impacciatore.

 

Cosa si aspetta da questa pellicola?
«Lavorare con Muccino e insieme a attori di talento è stata un’esperienza forte dal punto di vista umano, non solo professionale. Chissà se segnerà una svolta, di certo è stata una grande avventura che non dimenticherò, mai».

Durante la costruzione di un personaggio, si affida all’istinto o segue qualche metodo di recitazione definito?
«Parto sempre dal testo per farmi un’idea, poi approfondisco con ricerche sul campo. Per A casa tutti bene, sono andata a Latina per assimilare un tipo di inflessione funzionale alla parte. Non mi baso su un metodo preciso perché credo sia il metodo a doversi adattare ad un attore, non viceversa».

Se ne deduce, quindi, che non ha seguito un percorso di formazione troppo inquadrato…
«Ero iscritta al primo anno di Ingegneria e immaginavo di ripercorrere le orme di mio padre. Avevo vent’anni quando partecipai a uno shooting, seguirono i primi provini per degli spot. Mi scelsero e tutto cambiò».

Che idea si è fatta del periodo di crisi che sta vivendo il cinema italiano?
«Non credo si tratti di una mancanza di idee, mi sembra ci sia molto coraggio da parte dei registi nel cercare di sperimentare. Bisogna fare i conti con l’ascesa di serie tv, di video sul web, che offrono possibilità narrative articolate e una ‘comodità domestica’ che molti apprezzano. L’esperienza della sala rimane insostituibile».

Il caso Weinstein ha scatenato un autentico terremoto nel mondo dello spettacolo: davvero certi tipi di ‘compromessi’ sono così nella norma?
«Mi schiero a favore della battaglia contro i soprusi che molte colleghe stanno portando avanti – ho apprezzato la scelta delle attrici di vestirsi di nero per protestare contro il sessismo agli ultimi Golden Globes – però mi auguro che i media tornino a parlare dell’impegno, della dedizione e della professionalità che caratterizzano questo mondo».

Interview with Berengo Gardin

Text Domenico Paris

 

Gianni Berengo Gardin è uno dei protagonisti della mostra I grandi maestri. 100 anni di fotografia Leica, in corso fino al 18 febbraio 2018 al Complesso del Vittoriano – Ala Brasini, ma soprattutto un uomo che, attraverso i suoi scatti, ha raccontato con passione le grandi trasformazioni sociali e culturali che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese negli ultimi sessant’anni.

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per una breve chiacchierata.

 

Quando Oskar Barnack inventò il primo modello di Leica, secondo lei era pienamente cosciente della rivoluzione che stava per innescare?
«Io credo di sì, perché avrà sicuramente intuito quanto il passaggio da una macchina scomoda da trasportare e poco adatta a cogliere l’attimo, ad uno strumento maneggevole e molto più pratico potesse cambiare per sempre il modo e il senso di stare dietro un obiettivo».

Uno che fa da tanto tempo il suo mestiere, cosa ne pensa del trionfo a tutti i costi dell’immagine dei nostri giorni?
«Non lo vedo affatto di buon occhio: evitando riflessioni di carattere più o meno ‘filosofico’, mi spaventa soprattutto l’assenza di qualità e di ispirazione dietro alla maggior parte delle immagini che vedo. Le cose, poi, sono completamente degenerate con l’avvento dei telefonini. Tra un’immagine e una vera foto c’è una differenza abissale. E oggi mi sembra ci siano troppe persone convinte di potersi trasformare in un fotografo da un giorno all’altro».

Al di là degli aspetti tecnologici, come è cambiato il suo lavoro rispetto ai suoi esordi? Ci sono maggiori pressioni morali, responsabilità?
«Tecnicamente, per quanto mi riguarda, non molto: sono passato dal 6×6 al 30×40, che è diventato una delle mie cifre stilistiche. Più in generale, e soprattutto con l’avvento del digitale, credo si sia determinato un grande cambiamento nel modo di pensare la fotografia. Oggi, si tende a raccontare sempre meno e, purtroppo, sempre meno chiaramente. Sarà forse per questo che, anche in settori dove uno non se lo aspetterebbe, la moda su tutti, molti colleghi continuano a preferire l’uso della pellicola pur di comunicare qualcosa attraverso i loro scatti».

C’è una sfida nella quale le piacerebbe cimentarsi nell’immediato futuro?
«Ci sono moltissime cose che mi piacerebbe ancora fotografare, ma a ottantotto anni è necessario fare i conti con le proprie condizioni fisiche ed essere cauti. Ultimamente, comunque, ho fatto un bel lavoro sui nuraghi in Sardegna che mi ha molto stimolato e che sarà materia di un libro di prossima pubblicazione».

I Grandi Maestri. 100 Anni di fotografia Leica

16 novembre 2017 > 18 febbraio 2018

Complesso del Vittoriano, Ala Brasini
Via di San Pietro in Carcere – Roma

Lunedì > giovedì, 9:30 > 19:30
Venerdì e sabato, 9:30 > 22:00
Domenica, 9:30 > 20:30

Intero € 12,00
Ridotto € 10,00 

Image courtesy of Press Office
arthemisia.it – @arthemisiaarte

Cover ph. Colombo Dapolito

Are exploitation films only about sex?

Tura Satana in ‘Faster, Pussycat! Kill! Kill!’ by Russ Meyer

Text Domenico Paris

 

Quella mossa, quel dimenare selvaggiamente in avanti e indietro il bacino, divenne così caratteristico nelle sue esibizioni da far meritare a Elvis il soprannome The Pelvis, con il quale, a quarant’anni esatti dalla scomparsa, è ancora oggi conosciuto in ogni angolo del globo.

Ma in pochi sanno che quello scuotimento dalla irresistibile carica sessuale e provocatoria non era farina del suo sacco: ad insegnarglielo, infatti, era stata una ragazza spilungona e molto prosperosa della quale il re del Rock si era perdutamente innamorato e che avrebbe, invano, cercato di sposare nei pochi mesi che durò la loro relazione. Il suo nome era Tura Satana ed è stata la madrina di tutte le riot girls dagli anni Cinquanta ai giorni nostri.

Risultato di un incrocio di razze difficile da immaginare per l’epoca, la nippo-cheyenne-irlandese, quando conobbe il bello di Tupelo, aveva già vissuto più di una vita: deportata in un campo di concentramento californiano da infante e abusata a soli nove anni da cinque uomini, si trasformò in una provetta e vendicativa karateka. A soli tredici anni, dopo un matrimonio fallito, fuggì a Chicago diventando una danzatrice esotica e aderendo a una gang di motocicliste al femminile, prima di trasformarsi, ancora minorenne, in una ricercata ballerina di burlesque. Dopo il flirt con Elvis e una breve apparizione nel capolavoro di Billy Wilder Irma la dolce, nel 1965 conobbe il suo momento di relativa gloria quando Russ Meyer le affidò il ruolo da protagonista nel leggendario b-movie Faster, Pussycat! Kill! Kill! Kill!. La sua performance nei panni della bombastica e violenta Varla, ne fecero una star dell’exploitation e le valsero, nel corso degli anni, la venerazione da parte delle femministe americane e l’amore incondizionato da parte di decine di star hollywoodiane, su tutti quello di Quentin Tarantino, che in un’intervista dichiarò che avrebbe dato cinque anni della sua esistenza per poterla avere in un suo film.

Leggenda vuole che, negli ultimi giorni prima della sua scomparsa nel 2011, Tura Luna Pascual Yamaguchi – questo il suo vero nome – avesse finalmente deciso di indossare l’anello di fidanzamento che The Pelvis le aveva regalato oltre mezzo secolo prima e che non aveva mai voluto indietro, neanche quando la loro relazione era finita.

Russia 2018: i Mondiali, e non esserci

Malika Favre, ‘Football. Sport et Style – Fields’ – IG @malikafavre

Text Domenico Paris

Se pensate che nelle lacrime di Gigi Buffon ci sia tutto il dolore che un fuoriclasse può provare per non poter partecipare alla più importante kermesse calcistica, evidentemente non avete mai sentito parlare di Heleno De Freitas. È il 1950, l’intero popolo brasiliano attende con trepidazione lo svolgimento della prima rassegna iridata da giocare in casa. I verdeoro, neanche a dirlo, sono la squadra favorita. E il suo centravanti, Heleno De Freitas, appunto, ne è la punta di diamante. Più bello di Clark Gable, aristrocratico nei modi e un ciclone nei locali notturni, De Freitas, sotto porta, è un autentico cecchino. Con una media reti superiore a un gol a partita (19 in 18 apparizioni), si prepara a devastare le difese delle altre nazionali, per far sbarcare finalmente la Coppa Rimet all’ombra del Cristo Redentore.

C’è solo un problema: l’eccessivo consumo di alcolici e la sifilide contratta (e non ancora scoperta) dopo il duemillesimo amplesso, lo hanno reso fuori controllo. E di certo non lo aiuta il suo amore incontrollato per il grande Dostoevskij, divora i suoi libri fin da quando è un adolescente. Succede così che durante un allenamento, gli capiti di battibeccare con un compagno. Negli spogliatoi, l’allenatore Costa lo riprende, come è normale che sia. Lui, per tutta risposta, gli punta una pistola alla testa. Apriti cielo! Se davanti a certe intemperanze si può chiudere un occhio, dopo un exploit di questi, la punizione non può che essere l’esclusione definitiva.

Heleno rimane fuori dalla lista dei convocati e al centro dell’attacco carioca va il suo compagno di squadra, Ademir. Che in campo fa sfragelli, guidando i suoi fino alla partita decisiva di Rio. Dove succede l’incredibile: gli uruguaiani sconfiggono i padroni di casa, infliggendo a una nazione intera un dolore che non potrà più dimenticare.

La carriera di Heleno prosegue senza acuti per qualche anno ancora, fino a quando le sue condizioni di salute si fanno talmente precarie da imporre l’internamento coatto per pazzia.

Muore nel 1959, solo un anno dopo la prima vittoria mondiale del Brasile sulla Svezia, trascinata dalle magie di un ragazzino di nome Pelé.
A lui, gli onori e la gloria.

Per Heleno, invece, solo un lungo, malinconico oblio.

Sex Pistols Anniversary

Sex Pistols perform in Paradiso, Amsterdam, 1977 – ph. Koen Suyk

Text Domenico Paris

 

Ci sono manifesti che ingialliscono. E proclami divenuti afoni. Ci sono idee che impigriscono. Ed eroi senza più una causa. Ma ci sono rivoluzioni che non finiscono. E all’inesorabilità del tempo, reagiscono con una sonora pernacchia. Perché a portarle avanti non sono le solite figurine rassicuranti tutte bei discorsi e pie intenzioni. Ma tipi loschi e nient’affatto concilianti, pronti a vendere la madre pur di riuscire a spuntarla.

Come i Sex Pistols, che il 28 ottobre 1977, dopo aver sconvolto Albione e buona parte dell’Europa (tranne l’Italia) grazie alla loro furia iconoclasta, irruppero nel mercato discografico con Nevermind the bollocks, Here’s the Sex Pistols.

«Non sappiamo cosa vogliamo, ma sappiamo come ottenerlo. Vogliamo distruggere, è possibile?», urlava Johnny Rotten quarant’anni fa nel bridge di Anarchy in the U.K., in una dichiarazione di intenti che era uno schiaffo in faccia ad un genere, il rock, sclerotizzato in esercizi di stile e ormai perso alla sua vocazione sovversiva degli inizi. E la grandezza insuperata di questo primo ed unico ellepì della congrega di teppistelli arruolati da Malcolm McLaren e ‘mascherati’ da (un’allora sconosciuta) Vivienne Westwood, risiede proprio nell’aver indicato una nuova strada, fatta non più di arzigogoli strumentali e travestimenti di scena, ma di gente arrabbiata che vive la musica come una forma di rivolta contro il sistema e si esprime attraverso urla e sequenze di accordi elementari. Il punk, insomma.

E per quanto, nel corso dei lustri, detto movimento sia stato giocoforza fagocitato dall’industria culturale e ridotto ad una specie di brand, la lezione ruvida e ribelle impartita dai Sex Pistols con questo album ha continuato a vivere, illuminando il cammino di migliaia di band e tracciando, insieme al debutto degli americani Ramones, una frattura che nessuno dopo di loro ha potuto ricomporre.

Non c’è che dire, un bel colpo per quattro ragazzini che, spesso, non sapevano neanche arrivare in fondo ad una canzone tutti insieme.

Vivian Maier: il talento di una tata

Viviane Maier, ‘New York, 28 settembre 1959’, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York – ph. Vivian Maier/Maloof Collection

Text Domenico Paris

 

Come in Affari al buio, la trasmissione di Cielo che tante, stanche domeniche pomeriggio ha contribuito ad annichilire.

È il 2007 e John Maloof ha da poco versato trecentottanta dollari per comprare all’asta un box espropriato a una donna che non paga l’affitto da tempo. Il ragazzo ha bisogno di materiale iconografico per completare una ricerca sulla sua città, Chicago, e spera che da quell’ammasso di cianfrusaglie salti fuori qualcosa di utile alla causa. Tra i vari oggetti, c’è una cassa con dentro centinaia di negativi e rullini non sviluppati. A scattarli, nel corso di svariate decine di anni, è stata una sconosciuta signora, Vivian Maier. Dopo averne stampati un po’, li pubblica su Flickr e in un battibaleno cominciano a far furore.

Maloof prova allora a rintracciarla, ma quando due anni dopo sembra finalmente esserci riuscito, la donna muore.

È l’inizio di una delle favole più appassionanti dell’ultimo decennio, quella della tata-fotografa: si viene infatti a sapere che nel corso della sua lunga esistenza, l’autrice di quelle meravigliose street photos è stata sempre a servizio in diverse metropoli degli Stati Uniti. Amata da tutti i suoi datori di lavori e dalle decine di ragazzini che ha cresciuto, Vivian ha dedicato la quasi totalità del suo tempo libero ad immortalare con una Rolleiflex e varie Leica quello che vedeva nelle strade. Il risultato? Una indimenticabile galleria di volti e scorci che regalano allo spettatore non solo una preziosa testimonianza sull’evoluzione dell’american way of life nella seconda metà del XX secolo, ma, soprattutto, degli spaccati di autentica poesia che la Mary Poppins dell’obiettivo, sempre così timida negli autoscatti, riuscì a catturare con la sensibilità propria solo ai grandi maestri.

Per quanti ancora non fossero entrati nel suo fantastico mondo, dal 27 ottobre al 18 febbraio 2018 ancora una chance negli spazi espositivi della fondazione Puglisi Cosentino di Catania, con ‘Vivian Maier – Una fotografa ritrovata’.

Vivian Maier. Una fotografa ritrovata

27 ottobre 2017 > 10 febbraio 2018

Fondazione Puglisi Cosentino
Via Vittorio Emanuele II, 122 – Catania

Tutti i giorni, 10:00 > 20:00

Image courtesy of Press Office
contrasto.it – @contrasto_photographers

About Hokusai

Text Domenico Paris

 

In ogni scorcio della natura, la sua essenza poetica e metafisica. In ogni figura femminile, un segno di grazia. Senza mai smettere di mettersi in gioco, interrogando continuamente ispirazione e talento.

Fino al 14 gennaio 2018, l’Ara Pacis di Roma ospita ‘Hokusai. Sulle orme del maestro’, una raccolta di duecento tra silografie policrome e dipinti su rotolo, che mettono a confronto il maestro giapponese con alcuni artisti, in primo luogo Keisan Eisen, che partendo dai suoi insegnamenti rivoluzionarono l’ukiyo-e, le ‘Immagini del mondo fluttuante’ che la stampa artistica giapponese ha reso celebri tra il XVII e il XX secolo.

Ne abbiamo parlato con la curatrice della mostra, Rossella Menegazzo dell’Università degli Studi di Milano.

 

Sperimentatore e artista di grido: chi era davvero Hokusai?
«Entrambe le cose, e senza contraddizione. Bisogna immaginare che prima ancora dell’apertura del Giappone verso l’Occidente, il maestro di Edo era già famoso in patria, dove però era conosciuto anche per la sua proverbiale eccentricità, che si manifestava non soltanto nel dedicarsi a tecniche e soggetti d’ogni tipo, ma anche all’utilizzo di diversi eteronimi o nel cambiare costantemente dimora».

Qual è stato il suo scarto rispetto alla tradizione dell’ukiyo-e e, più in generale, rispetto alla pittura del Sol Levante che lo aveva preceduto?
«Come testimoniano le celebri Trentasei vedute del monte Fuji, nelle sue opere la resa del paesaggio diviene molto più scrupolosa sia da un punto di vista compositivo che metaforico. Dipingendo spesso su piccoli fogli 20 x 30, introdusse il rigore della prospettiva occidentale e l’uso, mirabile, del blu prussia. Inoltre, seppe conferire alle sue vedute, ma anche alle sue composte bellezze femminili, un senso di universalità sconosciuto prima di lui».

A proposito di bellezza femminile: ravvisa differenze profonde nel suo modo di trattarla rispetto a quello di Eisen?
«Eisen si formò sicuramente sulla lezione di Hokusai, però le sue donne sono meno eteree e idealizzate, molto più terrene. E fu probabilmente proprio questa loro caratteristica così ‘decisa’ ad affascinare Van Gogh».

Il grande successo dei manga di Hokusai ne fanno in qualche modo il precursore del fumetto moderno?
«In parte. I manga di Hokusai nascono come illustrazioni richiestissime dal mercato dei tempi e come strumenti didattici. È altresì vero che l’attenzione nello sviluppo delle figurine e l’utilizzo di un tratto veloce creano un’innegabile legame con il mondo del fumetto moderno».

HOKUSAI. Sulle orme del Maestro

12 ottobre 2017 > 14 gennaio 2018

Museo dell’Ara Pacis
Lungotevere in Augusta (angolo via Tomacelli) – Roma

Tutti i giorni, 9:30–19:30

Images courtesy of Press Office
mondomostre.it – @MondoMostre

The Manga Wonderland

Text Domenico Paris

 

«Quello dei manga è un universo pancontinentale, profondamente legato alla cultura delle immagini del Mondo Fluttuante tipiche della pittura ukiyo-e ma, più in generale, all’intera tradizione figurativa e letteraria di tutta l’Asia, e non soltanto del Giappone come spesso, ed erroneamente, si tende a credere. La grande intuizione del curatore Paul Gravett è stata proprio quella di evidenziare questa caratteristica sovraregionale, analizzandola in un percorso ragionato che dà finalmente un’idea più giusta e completa del fenomeno».

È con queste parole che la storica dell’arte Daniela Lancioni ha voluto presentarci ‘Mangasia. Wonderlands of Asian comics‘, la più ampia selezione di opere originali del fumetto asiatico mai allestita in Italia, ospitata dal Palazzo delle Esposizioni fino al 21 gennaio 2018.

Dagli eroi arcinoti del Sol Levante a quelli misconosciuti del Bhutan, dalle strisce di propaganda cinesi fino a quelle (commoventi e autobiografiche) dei fumettisti dissidenti coreani, ci si ritrova immersi in un viaggio nell’Oriente più creativo e ricettivo. Il fumetto non rappresenta un semplice prodotto di entertaining destinato ai più piccoli, o a qualche nicchia come in Occidente, ma è uno dei più potenti medium con cui leggere e interpretare il reale e, nello stesso tempo, avvicinarsi all’essenza trascendente della vita.

«I manga non sono delle semplici strips in bianco e nero da leggere al contrario» sostiene ancora la Lancioni, «ma un mezzo di espressione assai potente che ha rinnovato e continua a rinnovare senza sosta la sua forma e i suoi obiettivi di comunicazione».

A tal proposito, vale la pena soffermarsi sull’ultima sezione della mostra, dove le immagini del vocaloid Hatsune Miku e altri supporti video, ci dimostrano come la magia dei manga abbia saputo adattarsi alle trasformazioni imposte dall’industria dell’animazione, senza mai smarrire la propria, originale natura.

Mangasia
Wonderlands of Asian Comics

7 ottobre 2017 > 21 gennaio 2018

Palazzo delle Esposizioni
Via Nazionale, 194 – Roma

Domenica e martedì > giovedì, 10:00 – 20:00
Venerdì e sabato, 10:00 – 22:30

Images courtesy of Press Office
palaexpo.it

To Be Or Not To Be (COOL)

Cool Mess, Upper East Side, NYC

Text Domenico Paris

 

Dalla televisione ai giornali, sui social o anche nelle conversazioni di tutti i giorni, è una delle parole nelle quali ci capita di imbatterci più spesso, ma il suo significato non è affatto univoco, anzi talvolta può risultare pericolosamente ambiguo.

Abbiamo provato a fare luce sul concetto di cool con uno specialista in materia, lo scrittore Gaetano Cappelli, da pochi giorni in libreria con il suo Quanto sei cool. Piccola guida ai capricci del gusto.

 

Esiste un paradigma assoluto del cool?

«Assoluto, no. Diciamo che è una categoria estetica intertribale che prevede delle continue ridefinizioni, anche se, e penso sia questa la cosa più importante, è prima di tutto un atteggiamento di chi sa bastare a se stesso, di chi sa sentirsi sempre a proprio agio e sa coltivare con gioia l’ironia».

È quindi una peculiarità che presuppone un atteggiamento più attivo che ricettivo?

«Senza dubbio! Può sembrare un paradosso, ma essere cool è un modo di essere fuori dalle mode, perché le mode si dettano, non si subiscono. Da come ci si veste fino a quello che si dice, non bisogna mai avere paura, perché le cose intorno a noi possono cambiare all’improvviso, mentre noi decidiamo di rimanere uguali. Seguire le mode è assolutamente uncool».

Non esiste, dunque, una differenza tra l’essere cool ed avere stile?

«Direi proprio di no, i due termini sono sinonimi e presuppongono entrambi un affrancarsi convinto dalle gabbie comportamentali e formali della società. Fanno entrambi riferimento ad una forte attitudine personale che o c’è o non c’è. E, in questo senso, la percezione che si ha di noi all’esterno può essere il migliore strumento per misurare la nostra coolness, a prescindere dalle tendenze del momento».

Come ci si salva dal trapasso inesorabile delle mode?

«Semplice, non lasciandosi sedurre dalla loro capacità di dimensionare, di rassicurare offrendo una collocazione e un’immagine ben precisi a chi le segue».

Uno stilista cool?

«Tom Ford è cool».

Quanto sei cool: piccola guida ai capricci del gusto

By Gaetano Cappelli

2017, Sonzogno Editori

Cover book courtesy of Press Office
marsilioeditori.it – @marsilioeditori

Not Another Boxeur Story

courtesy of Bibliothèque nationale de France

Text Domenico Paris

 

Per guadagnarsi da vivere, aveva scelto lo sport dei duri per eccellenza, il pugilato. Ma sul quadrato Panama Al Brown non era soltanto un boxeur. No, sui ring della Parigi degli anni Venti, lui era un’autentica epifania di stile.

Dotato da madre natura di un fisico pazzesco – centosettantacinque centimetri d’altezza per cinquantatré chili –, questa silfide nera dal pugno al fulmicotone incarnava alla perfezione il motto relativo alla ‘grace under pressure tanto caro a Hemingway. Perennemente a corto di preparazione fisica a causa delle interminabili notti trascorse nei club più à la page, l’ex mozzo centroamericano coltivava splendore e raffinatezza piuttosto che sudare in palestra, convinto che «una vita senza almeno ventimila bottiglie di champagne non merita di essere vissuta», come ebbe a dire lui stesso. E le bollicine furono per lui un’autentica ossessione. Perfino negli intervalli tra una ripresa e l’altra, quando, annoiato dall’avversario di turno, buttava giù un sorso di quel nettare celestiale prima di spedirlo a tappeto. Poi, con le laute borse guadagnate, di corsa a fare shopping: centinaia di raffinati abiti di sartoria, cappelli e scarpe a non finire, riempiendo interi bauli da ostentare in giro per il mondo, come fece anche a Milano nel 1933, difendendo il titolo di campione del mondo dei pesi gallo contro il nostro Bernasconi. E i cavalli? Sperperò un patrimonio per allestire le sue sfortunate scuderie! Artista nel più profondo dell’anima, quando le spese folli divennero insostenibili, fu anche apprezzato cantante e percussionista nei varietà di mezza Francia e negli Stati Uniti, oltre che amante, e di un amore scandaloso, di Jean Cocteau.

La sua parabola da personaggio dei libri di Fitzgerald si concluse, purtroppo, a soli 48 anni nei ghetti più poveri di New York, ormai lontano dagli applausi della sua amata Parigi, in seguito alle complicazioni di una sifilide mai curata. La scia del suo mito, invece, continua a segnare il cielo come una stella cadente. Tutta da riscoprire.

Image courtesy of Wikipedia

Picasso at Scuderie del Quirinale

Text Domenico Paris

 

Un viaggio che ha cambiato il corso dell’arte moderna, ma anche la vita di un uomo senza paura di osare.

A un secolo dal primo soggiorno in Italia di Pablo Picasso in compagnia dell’amico Jean Cocteau, le Scuderie del Quirinale, fino al 21 gennaio 2018, celebrano l’evento con l’eccezionale mostra ‘Picasso: tra Cubismo e Classicismo 1915-1925′, oltre 100 capolavori tra tele, gouaches e disegni da tutto il mondo.

Ne abbiamo parlato con il direttore della struttura Matteo Lafranconi.

 

È possibile considerare quei due primi mesi trascorsi dal genio di Malaga nel nostro Paese uno spartiacque nella sua carriera?

«Senza dubbio. La possibilità di familiarizzare con i capolavori dell’arte romana e rinascimentale e, parallelamente, con la Commedia dell’Arte e gli affreschi erotici di Pompei a Napoli, gli schiuse nuovi orizzonti in un periodo in cui il cubismo sembrava già essere sprofondato nella maniera. Le opere degli anni immediatamente successivi, sono il risultato di una personalissima forma di assimilazione e rielaborazione di quell’esperienza. Senza dimenticare, poi, che in quei giorni conobbe Ol’ga Khochlova, la sua prima moglie».

Una tappa fondamentale, quindi, soprattutto in termini di apertura mentale?

«Tra gli avanguardisti, Picasso è stato l’artista più libero da gabbie stilistiche e preconcetti. Era in grado di saper ‘annusare’ l’aria intorno a sé e capire dove poteva e doveva andare. In questo viaggio nello specifico, era partito per disegnare le scene e i costumi di un balletto di Djagilev, Parade (il cui sipario è esposto a Palazzo Barberini, ndr), e, attento a qualsiasi suggestione del luogo e delle persone incontrate, si ritrovò tra le mani qualcosa di completamente nuovo».

È stato difficile allestire un’esposizione così ricca e variegata?

«Picasso è uno dei nomi più richiesti nel mondo delle mostre e in Italia non esiste una collezione che potesse fungere da base di partenza. Perciò, sì, non è stato facile, ma i prestatori si sono dimostrati tutti molto disponibili».

PICASSO. Tra Cubismo e Classicismo: 1915-1925

Scuderie del Quirinale
Via XXIV Maggio 16 – Roma

22 settembre 2017 – 21 gennaio 2018

Domenica – Giovedì 10:00 – 20:00
Venerdì e Sabato 10:00 – 22:30

Images courtesy of Press Office
cominandpartners.com – @cominandpa

A little chat with Mojmir Ježek

Text Domenico Paris

 

A volte ingannevole (più di ogni cosa), incostante o ferito, il cuore rimane comunque lo strumento più efficace per decodificare il senso vero della vita.

Ce lo conferma Mojmir Ježek con Batticuori, una personale composta da centotrentotto opere disegnate per illustrare la celebre rubrica Questioni di cuore di Natalia Aspesi su Venerdì di Repubblica, al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 24 settembre.

 

I suoi cuori hanno cominciato a battere con la Aspesi o soli?

«Direi che il concept era già presente nelle strisce di Madame Inquieta che disegnavo negli anni Ottanta per Linus. Certo, il grande successo ottenuto da Natalia e la nostra collaborazione mi hanno legato indissolubilmente al soggetto, anche perché il cuore, come metafora, non diventa mai frusto, no?»

Vi siete sempre trovati sulla stessa lunghezza d’onda nel trattare i sentimenti?

«Assolutamente, in tutti questi anni non c’è mai stato uno screzio. Credo che il segreto di questa armonia ininterrotta sia dovuto soprattutto alla possibilità di aver sempre potuto lavorare in assoluta indipendenza e, ovviamente, ai riscontri positivi che non sono mai venuti meno».

Perché quasi sempre lo stesso colore (il rosso magenta scuro): solo una questione di stile?

«Solo in parte, perché il perseverare in questa scelta, per me, ha anche voluto sottendere sempre il valore eterno del sentimento umano. Direi, quindi, un giusto compromesso tra stile e poesia».

Trova che la frattura tra cerebralità ed emozione sia più forte oggi rispetto a quando ha cominciato a disegnare i suoi cuori?

«Francamente no. Possono cambiare i modi di esprimersi, ma l’abbandonarsi all’amore, se uno ci crede veramente, rimane sempre quello. Più che altro, mi piace immaginare i miei cuori come entità femminili: pieni di energia, creatività e voglia di non risparmiarsi mai».

BATTICUORI. JEŽEK

Palazzo delle Esposizioni – Roma

9 – 24 settembre 2017

Orari: Domenica, Martedì – Giovedì 10.00 – 20.00

Venerdì – Sabato 10.00 – 22.30

Images courtesy of Azienda Speciale Palaexpo
www.palaexpo.it – @palazzoesposizioni