Loading the content...
Navigation
Tag archives for:

domenico trapani

Coachella: Arte e Musica

Testo Domenico Trapani
@glaucoellenico

Everyone is very good-looking; everything is very clean and tidy. The festival site is carpeted with fake grass – I actually saw some people walking around in bare feet – and there are misting guns all over the place that make you feel cool, damp and terribly LA. In other words, it’s totally against the grain of what I, personally, feel a festival should be – dirty, chaotic, exciting, unpredictable and weird. […] So t was that Casey and I decided to set about making things more interesting. […] When the van, with the rest of the band rested and sober, came to pick up the sleepless pair of idiots, we declared ourselves winners of the festival, and passed out on the journey back into the city.

Frank Turner, The road beneeth my feet, Overlook, 2016

Ricorda così la sua esperienza al Coachella Valley Music and Arts Festival il cantante dei Million Dead.

Dal 1999 – anno in cui Paul Tollett diede avvio alla prima edizione – il Festival ha luogo in California, nella località di Indio, e attrae migliaia di amanti della musica (venticinque mila le presenz registrate al primo Coachella) per le esibizioni che si sviluppano su palchi all’aperto, immersi tra le installazioni di scultori e artisti contemporanei tanto del luogo quanto di caratura internazionale. Un’attenzione in più, poi, alla sostenibilità (tra tutti, il programma di riciclo Global Inheritance 10/1) e al coinvolgimento della comunità locale.

Una partenza a rilento, quella alle porte del nuovo millennio (nell’anno 2000, infatti, dopo che i guadagni delle vendite dei biglietti della prima edizione non riuscirono a coprire le spese sostenute per l’organizzazione, il Festival non ha avuto luogo), sfociata, oggi, in un evento di importanza mondiale che attira l’attenzione anche di chi vive a migliaia di chilometri di distanza: il canale Youtube del Coachella, infatti, consente di seguire in streaming tutti i concerti programmati durante i due week-end che il Festival impegna, con la possibilità di gettare un occhio su tutti i palchi installati nella valle di Indio. Nell’Empire Polo Field di Indio, tempo prima i Pearl Jam tennero un azzardato concerto al centro del deserto, al di fuori dei centri urbani più popolosi dell’America e in un clima arido e caldo (era il 5 novembre del 1993), segnando il battesimo di un luogo ormai adatto e attrattivo forse proprio per il suo essere inadatto a ospitare una manifestazione musicale del calibro del Coachella. Una corsa al rialzo, dal 2001 in poi, quella puntellata da nomi legati alla musica più innovativa e agli spettacoli più irriverenti (Perry Farrell, in primis).

In più, le strategie legate ai social media e la creazione di un’apposita app per rimanere aggiornati su ciò che accade sulla scena e per interagire con i luoghi del Festival hanno costituito un innalzamento del livello dell’esperienza Coachella, divenuta molto più che un insieme di palchi ed eventi: gli ospiti della scena internazionale, i loro outfit, l’atmosfera stessa del Festival di Musica e Arte per eccellenza fanno notizia e creano filoni da seguire, umori da emulare, atmosfere da ricreare anche a distanza.

Il palco principale ha visto personalità del calibro di Iggy Pop, Björk, Red Hot Chili Peppers, Madonna, Coldplay e Paul McCartney. Una cattedrale nel deserto (letteralmente) che quest’anno, nei giorni dal 14 al 16 e dal 21 al 23 aprile, si è riempita e si riempirà con la musica dei Radiohead, Kendrick Lamar, Lorde, Travis Scott, Father John Misty, Lorde e Lady Gaga, tra gli altri.

Il concerto della cantante pop newyorkese sostituisce quello già annunciato di Beyoncé, in attesa di due gemelli.

Lady Gaga, i cui video che fungono da intro all’esibizione sono stati pubblicati sui social qualche giorno prima della data ufficiale fissata per il concerto, ha rilasciato un singolo inedito proprio in occasione della performance, The Cure.

L’evoluzione del significato del Coachella Music and Arts Festival ha attraversato gradi diversi: dall’esperimento musicale a quello artistico, sociale e antropologico.

Per usare le parole della lucida analisi di Allan Dumbreck e Gayle McPherson, in un’era in cui il divario tra benessere e indigenza dimostra la sua presenza, il Coachella colma le distanze e le differenze tra le ideologie. Con l’inevitabile rischio della deriva di mercificazione.

Whit the aesthetics of celebrity, musical performance and self-digitizing of personal experience, all layered with an environmental ethic, Coachella has a sugar-coated story that sees its brand matrix invited into prosumer networks.

[Music Entrepreneurship, Bloomsbury Publishing, 2015]

 

 

Coachella Valley Music and Arts Festival 2017

April 14-16, April 21-23

Images from Pinterest

St. Patrick’s Day

interno-9

Testo Domenico Trapani
@glaucoellenico


St. Patrick was a gentleman: he came from decent people.

He built a church in Dublin town and on it put a steeple.

His father was a Gallagher, his uncle was a Grady,

His aunt was an O’Shaughnessy and his mother was a Brady.

[…]

The Wicklow hills are very high so is the hill of Howth, Sir

But there’s a hill much higher, still much higher than them both, Sir.

On the top of this high hill, St. Patrick preached his sermon:

He drove the frogs into the bogs and banished all the vermin.

 

Nonostante i versi di questa canzone popolare sembrino descrivere in maniera chiara la figura del Santo Patrono d’Irlanda, le notizie storiche sul suo conto trascolorano nella leggenda.

Nato sullo spirare del quarto secolo dopo Cristo da famiglia molto benestante, in un piccolo paese della Scozia dal nome ibrido, Bannhaven Taberniae, appena sedicenne venne venduto come schiavo e trasferito in Irlanda al servizio del reggente la contea di Antrim, dove condusse la vita del pastore di greggi. Cresciuto alla luce della cultura gaelica e all’ombra delle pratiche dei Druidi, sentì crescere dentro sé la vocazione e in età adulta studiò in diversi luoghi della Francia per il sacerdozio. Fu Papa Celestino I a dargli il nome cristiano di Patricius (prima si chiamava Maewyn Succat) e a mandarlo missionario in Irlanda perché espungesse le tradizioni pagane di quella terra e cristianizzasse il popolo irlandese.

La Confessio rappresenta la fonte più importante per ricostruire le vicende e i tratti della personalità dell’evangelizzatore d’Irlanda. Il racconto di una fuga, dei sogni che rafforzarono la sua fede e di una missione in terra barbara al di fuori dei confini ecumenici definitisi nei primi secoli dopo Cristo. Patrizio, invero, può essere considerato il primo missionario cristiano dopo San Paolo: un vescovo che, nella pienezza della sua umiltà, mostra ai suoi interlocutori il suo lato più umano senza temere il confronto con i dottori della Chiesa suoi coevi.

Tamen, etsi in multis inperfectus sum

Patrizio era, agli occhi dei suoi interlocutori, la dimostrazione vivente che le strade della conversione operano per il tramite del cuore e che il Dio cristiano agisce, come aveva fatto con lui, al di là della materialità terrena, nell’intimità dell’anima. Perché, in fin dei conti, la salvezza cristiana predicata da Patrizio è accessibile a tutti, anche ai barbari pagani che egli salva dalla carestia.

Le leggende che accompagnano la vita del Santo d’Irlanda sono molte e si intrecciano con i dati ricavabili dalla Confessio, la cui attribuzione alla mano medesima del vescovo Patrizio pare incerta (taluni parlano di una stesura postuma ad opera di un fedele discepolo). La più conosciuta è, di certo, quella che narra la cacciata dei serpenti dalla terra dei Druidi a seguito di quaranta giorni e quaranta notti trascorsi sul monte Croagh Padraig, metafora – probabilmente – dell’evangelizzazione stessa dell’Irlanda e della sconfitta della tradizione pagana.

Uno dei più suggestivi aneddoti narra che Patrizio fu trasformato in daino dopo aver invocato la protezione di Dio per sfuggire ai suoi nemici. Una preghiera, forse la prima poesia in lingua volgare della storia della Britannia, capace di racchiudere in sé tutta la forza della predicazione del Santo e della commistione tra la sua storia intrisa di magia e la fede cristiana.

(…) Io sorgo oggi
grazie alla forza del cielo,
luce del sole,
fulgore della luna,
splendore del fuoco,
velocità del lampo,
rapidità del vento,
profondità del mare,
stabilità della terra,
saldezza della roccia. (…)

Il ricordo di San Patrizio, che cade ogni anno il 17 marzo, data della sua presunta morte, è divenuto oggi occasione di festa e di orgoglio nazionale: all’opera missionaria cristiana si è sostituita la celebrazione dell’identità irlandese, per cui le città gaeliche si tingono di verde, il colore del trifoglio (shamrock) attraverso il quale Patrizio spiegò ai barbari il significato della Trinità, divenuto simbolo nazionale. Il trifoglio va affogato nelle bevande tradizionali d’Irlanda, la birra e il whisky, per propiziare un anno fertile e prospero: ancora ai giorni nostri la mescolanza tra magia, superstizione e fede cristiana rimane forte e contagia non solo la terra d’Irlanda, ma tutti i luoghi del mondo in cui si è insediata una comunità irlandese (o dove, più semplicemente, vi sia un irish pub). La prima testimonianza letteraria di una celebrazione dell’identità nazionale – più che del Santo Patricius – al di fuori dell’Irlanda si legge in Journal to Stella del (dublinese) J. Swift, autore dei più famosi viaggi di Gulliver. Nel diario, raccolta epistolare della corrispondenza intrapresa da Swift mentre si trovava a Londra per l’affare di un’imposta ecclesiastica un tempo pagata al papa, poi avocata dalla Corona britannica, si racconta di una chiusura straordinaria del Parlamento di Westminster nel giorno del St. Paddy’s Day del 1713, in una Londra colma di decorazioni al punto da far sospettare che tutto il mondo fosse irlandese. In verità, la prima parata in onore del Santo si tenne a New York nel 1762, quando un gruppo di soldati che si dirigeva a festeggiare la propria nazione decise di marciare per le strade della città mostrando e dimostrando le proprie origini.

Oggi, il significato della festa di St. Patrick’s Day assume una valenza ben più ampia di quanto si possa pensare: è la festa degli irlandesi e non solo, perché ricorda al mondo che gli irlandesi hanno viaggiato nel corso dei secoli creando piccole comunità in terra straniera, nel più perfetto spirito di integrazione e rispetto reciproco.
In anni in cui i viaggi intrapresi non per piacere, ma per necessità diventano sempre più difficili da accettare; in anni in cui l’integrazione con culture lontane pare talmente ostica da divenire impossibile; in anni in cui le comunità (ossimoricamente) si dividono con muri innalzati o solo paventati; in anni di sospetto e diffidenza, la festa di San Patrizio si afferma con forza per ribadire il valore e il sacrificio di chi, con successo, si radica in una comunità che all’inizio non gli appartiene. Per questo, nel 2017 più che mai, la Benedizione del viaggiatore che la tradizione attribuisce al Santo d’Irlanda risuona e dovrebbe risuonare nell’animo di tutti: tanto di chi si appresta a viaggiare, quanto di chi ha viaggiato, quanto ancora di chi dovrebbe accogliere un viaggiatore che reca con sé il bagaglio della sua esistenza.

May the road rise to meet you, may the wind be always at your back, may the sun shine warm upon your face, and the rains fall soft upon your fields and, until we meet again, may God hold you in the palm of His hand.

Images from Pinterest

Alfons Mucha, La Lierre, Richard Fuxa Foundation

Oscar 2017

Testo Domenico Trapani
@glaucoellenico

 

Qualcosa è cambiato negli Academy. Già lo scorso anno la vittoria di un film-inchiesta nella categoria ‘miglior film’ aveva fatto riflettere su cosa gli spettatori, la critica, il grande pubblico volessero: era fame di verità, di storie di vita vissuta o abusata. Non cambia molto, quest’anno, ma il taglio è decisamente più duro. Sembra che la politica abbia fatto un’irruzione nella notte delle luci, a braccetto con quella voglia di sognare che conforta il cuore: La la land vince sei statuette, ma non quella di film dell’anno che viene assegnata all’educazione sentimentale contemporanea raccontata da Moonlight, scritto e diretto da Barry Jenkins. Il romanzo di formazione per immagini di un ragazzo omosessuale che vive a Miami segna il 2017, mentre la forza della diversità, degli stranieri, si impone sullo scenario di un’America tormentata tanto dal punto di vista sociale quanto da quello politico. Viola Davis e Mahershala Ali (primo attore musulmano vincitore di un Academy Award) sono i migliori attori non protagonisti, rispettivamente in Fence e Moonlight. Il documentario Fuocoammare di Gianfranco Rosi sul dramma umano di Lampedusa, invece, nonostante i pronostici e l’importanza moderna della tematica, è stato scalzato da O.J.: Made in America, decretato miglior documentario. Jimmy Kimmel non perde l’occasione di movimentare gli animi inviando al Presidente Trump via Twitter i saluti di Meryl Streep, una delle donne che più hanno osteggiato la sua elezione. L’attacco più fermo e deciso, tuttavia, è arrivato dal regista iraniano Asghar Farhadi, che non ha presenziato alla cerimonia in segno di rispetto nei confronti di tutti gli immigrati colpiti da una legge dello Stato che non ha esitato a definire disumana prima ancora che discriminante. Gli italiani ci sono stati anche quest’anno: Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini hanno ricevuto il riconoscimento – insieme a Christopher Nelson – per il miglior trucco e acconciatura nel film Suicide squad. L’ombra di un’inchiesta della Price Waterhouse Cooper, società addetta al conteggio dei voti agli Oscar, si staglia su questa ottantanovesima edizione: un errore, uno scambio di buste al momento dell’annunciazione del miglior film ha fatto erroneamente dichiarare vincitore La la land al posto del legittimato Moonlight. L’imbarazzo dell’organizzazione è sfumato solo grazie alla classe dei cast, di Jimmy Kimmel (presentatore dell’evento) e degli incaricati della proclamazione, Warren Beatty e Fay Dunaway. Un nuovo impulso, dunque, dalla notte del cinema: l’attualità, la forza delle azioni e dei messaggi inviati dal sistema di comunicazione più influente dei giorni nostri e, infine, uno sguardo romantico a ciò che, in realtà, pensiamo che la vita sia.

Images from Pinterest

Maria Grazia Severi

Testo Domenico Trapani

@glaucoellenico

 

Il dualismo del bianco e del nero, per Maria Grazia Severi, è solo una questione di etichetta: gli abiti della collezione White nascono per vestire la donna ogni giorno, mentre quelli della collezione Black si stagliano su un panorama più ricercato, più d’occasione.

Il rilancio del marchio è partito qualche tempo fa dalle piattaforme di vendita online e da una forte implementazione della comunicazione, soprattutto in occasione delle Campagne inerenti alle passate stagioni.

Oggi, in più, Maria Grazia Severi compie un passo importante per l’identità di sé stessa, definendo anche visivamente il fulcro delle proposte al pubblico: il giallo pallido e i profili bianchi delle arcate che incorniciano le due vetrine del nuovo punto vendita di via della Spiga 36, caratteristici dell’architettura milanese, parlano dell’italianità del marchio e della sua attenzione, che va ben oltre quella dedicata ai materiali e alla maestria per investire i luoghi e renderli espressione della propria personalità.

Un ingresso e due vetrine all’esterno, tre sale all’interno: il ritmo triadico e regolare accompagna l’ambientazione, che si ispira all’intimità e alla modernità della donna voluta da Maria Grazia Severi. Arredi ridotti a linee che corrono sulle pareti, per non distrarre dal carattere degli abiti e degli accessori. Il marchio punta a radicalizzarsi nel cuore della moda milanese tendendo, al contempo, le braccia al pubblico internazionale:

Aprire la boutique Maria Grazia Severi nel quadrilatero milanese è un ulteriore passo in avanti verso il consolidamento del marchio in Italia e nell’ottica di internazionalizzazione del brand. Il nuovo monomarca in Via della Spiga sarà infatti una vetrina importante in termini di visibilità e immagine, non solo per i clienti italiani, ma anche per quelli stranieri [Elisa Bulgheroni, Responsabile PR & Comunicazione].

La nuova boutique monomarca Maria Grazia Severi di via della Spiga è stata presentata al pubblico in limine con l’inizio della Settimana della Moda italiana, così come era avvenuto qualche tempo fa per il lancio del sito di acquisti online www.mariagraziaseveri.com, perché anche il tempismo, in fondo, gioca da protagonista nell’industria, qualunque essa sia.

Images courtesy of press office

Guess Originals

Testo Domenico Trapani
@glaucoellenico

 

Le origini segnano l’inizio di un percorso, ma, al contempo, ne accompagnano lo sviluppo anche sottotraccia. GUESS è stata fondata nel 1981. Nasce come casa produttrice di jeans e da allora – da quelle poche dozzine di pantaloni vendute a Bloomingdale – la sua crescita ne ha fatto uno dei marchi lifestyle più conosciuti al mondo: l’incipit ha come substrato il fustagno di Genova, tessuto versatile per le sue prestazioni in campo lavorativo o di moda.

[] godono di una situazione specialissima, totalmente ignota alla lingua verbale: sono, cioè, dei significati puri. Infatti, i jeans possono trasformarsi con poche modifiche e con qualche minimo accessorio da un capo di lavoro in uno da sera, da un indumento feriale in uno festivo. M. Baldini – Semiotica della moda

Nella loro evoluzione storica hanno avuto sempre un ruolo identificativo dei gruppi anti-sistema, degli operai e dei cow-boy alle origini, degli uomini problematici e delle donne indipendenti negli anni Cinquanta, dei Figli dei Fiori negli anni Settanta, di Britney Spears e Justin Timberlake – li chiamavano il principe e la principessa del pop – sul red carpet dei VMAs agli inizi degli anni Duemila, infrangendo le regole del protocollo.

L’imponenza delle campagne pubblicitarie ha plasmato la storia del costume, il fascino dei jeans è apprezzato in tutte le sue sfumature: dal loro caratteristico blu scuro con cuciture a vista e non più occultate, a quelli neri e strappati alle ginocchia, logori prima del uso – il vezzo è solamente estetico – sfrangiati prima ancora di esser indossati. Seguono l’immaginario collettivo e vanno sottobraccio con le oscillazioni sociali per diventare indumento di massa e, subito dopo, per essere ‘de-massificati’ a servizio del lusso.

GUESS Originals Autunno 2016. La collezione si ispira a modelli realizzati negli anni Ottanta e Novanta, rivisitati utilizzando tecnologie tessili avanzate: lavaggi che spaziano dall’indaco al nero, jeans 1981 a vita alta e vestibilità sia aderente al corpo che non. La rivisitazione di salopette e maxi gonne a tubo, giacche tagliate, gilet lunghi e abiti chemisier. Il denim della selezione è realizzato con una predominanza di tessuti rigidi per rispecchiare il DNA del marchio.

Non tutto, però, è jeans. Il cuore denim della linea femminile è controbilanciato da t-shirt, canotte e felpe con logo in bianco e nero – GUESS per antonomasia –, abiti e body indaco a manica lunga e coste con lacci incrociati. La linea maschile coniuga lo stile del passato con una rivisitazione del denim. I capi degli anni Novanta sono protagonisti. Jeans 1981 carpenter con fondo affusolato, trattati con lavaggi che simulano l’usura, oltre ad un assortimento di giubbotti in denim ampio o dalla vestibilità ridotta con dettagli in tessuto sherpa. Un modello nero con dettagli in pelle e stampa a stelle e strisce è una rivisitazione della giacca americana. Pantaloni stretti a lavaggio acido nei colori indaco e grigio, le t-shirt e le felpe con logo. Il carattere enfatizzato dalle linee pulite.

Text Domenico Trapani
@glaucoellenico

 

The origins mark the start of a journey but, at the same time, they accompany its unfolding from afar. GUESS was established in 1981. It was born as a jeans brand and since then – since those few dozens pairs sold in Bloomingdale’s – its growth and expansion turned it into one of the most renowned lifestyle labels in the world: the opening of such story developing around a foundation that starts with a fustian textile from Genoa, a versatile type of fabric in terms of workwear and fashion potential.

[] they enjoy a very special situation that is utterly unknown to the verbal language: they are pure signified. Indeed, a few adjustments and with the addition of some small accessories, they can be transformed from workwear to an evening piece, from weekday to weekend outfit. M. Baldini – Fashion Semiotics.

In their historical evolution, they were always seen as the identifying uniform of anti-establishment groups, from the workers and cowboys of the origins, to the agitators and the independent women of the Fifties, to the Flower Children of the Seventies down to Britney Spears and Justin Timberlake – the Prince and Princess of Pop – and their denim outfits for the VMAs in the early two thousands when they broke all red carpet rules.

The power of the advertising campaigns shaped the history of costume and the appeal of jeans is loved in all its shades and fits: from their characteristic dark blue color with decorative stitchings, no longer hidden away, to the black, knee ripped style, with naturally occurring tear and wear – all a matter of aesthetics! – frayed even before wearing them. They respond to collective imagination and go hand in hand with social oscillations to become mass clothing before experiencing a process of demassification in favor of luxury.

GUESS Originals Autumn 2016. The collection takes cues from the Eighties and Nineties designs reinterpreted in view of the latest textile technology with washes ranging from indigo to black, a 1981 high-rise style as well as fitted and looser designs. A new take on jumpsuits, long pencil skirts, cropped jackets, long line vests and chemisier dresses. The denim used for this collection is mostly of the stiffer kind to mirror the label’s DNA.

However, it is not only about jeans. The denim soul of the womenswear collection is offset by T-shirts, tank tops and sweatshirts with a quintessentially GUESS black and white logo, long-sleeved indigo rib lace-up body suits and dresses. The menswear line marries the nostalgia of the past with a modern lens. Nineties inspired pieces make a comeback. The 1981 slim taper carpenter jeans come in a vintage wash. Next is an assortment of shrunken Sherpa’s and oversized classic denim jackets. The black denim style with leather detailing and a stars and stripes pattern is a tribute to the all-American outerwear. Indigo and grey acid wash skinny jeans, logoed tees and sweatshirts see their character emphasized through the choice of a simple design.

Images courtesy of press office and the GUESS archive
www.guess.com

THE KING IS DEAD

Testo Domenico Trapani
@glaucoellenico

 

La commistione fra vita e pittura. The King is Dead. Long Live the King è una serie di dipinti iperrealisti nati dalla collaborazione tra il pittore Ben Ashton e la moglie Fiona Garden, fotografa con cui nel 2012 nasce il progetto di direzione artistica The Fashtons, mediante il quale entrambi lavorano alla realizzazione di video musicali, opere visuali e di ritrattistica. Da ultima, la realizzazione e la direzione del video musicale Marionettes di Daphne Guinness.

The King is Dead. Long Live the King è la trasfigurazione della quotidianità e di quegli elementi che si alternano nella vita di ognuno: l’Apollineo, ossia il controllo del mondo, l’individualismo, il rigore artistico, e il Dionisiaco, inteso come caos creativo ed emozione dinamica. Oltre l’apparenza di pittore stereotipato, timido, con uno studio a soqquadro e i vestiti sporchi di colore, Ben Ashton scandaglia il metodo di creazione tramite gli insegnamenti di Cennino Cennini, pittore italiano del quindicesimo secolo che ne Il Libro dell’Arte disamina in lingua volgare tecniche, materiali pittorici e problemi della rappresentazione delle figure umane come ad esempio i canoni di proporzione e la luce temperata.

La vita creativa e procreativa della famiglia Ashton diviene il punto d’inizio del processo artistico, che si sviluppa dietro le maschere realizzate da Damselfrau – Magnhild Kennedy, amica e collaboratrice di Ashton. Le maschere, secondo Magnhild, sono un luogo in cui elementi diversi tra loro si combinano per dar vita a una situazione specifica: sono i fantasmi della creazione e i materiali stessi che segnano il processo creativo. Nell’anonimato delle maschere, attraverso la primordialità, Ashton riesce a rendere la storia della sua famiglia un messaggio universale nel tempo e nello spazio, perché dietro alle maschere potrebbe esserci il viso di chiunque: le figure rappresentate emergono da fondi neri che raccolgono le linee dei movimenti impressi per un tempo indefinito sulle tele. Alla base delle opere, un servizio fotografico realizzato nello studio dell’Artista con una tecnica di sovraesposizione dello scatto. Ancora una volta, le vite dei soggetti delle opere invadono prepotentemente la collezione: fotografia e pittura si sposano come al tempo fecero Fiona e Ben per generare un lavoro personale e universale, frutto del loro stesso vissuto, e segnare l’inizio di un nuovo periodo artistico, come la nascita del loro figlio, alla fine del 2014, ha segnato una rinascita nella loro vita coniugale.

I soggetti si muovono in maniera fluida dinanzi alla fotocamera per esser bloccati al termine di una danza primitiva e antica. Quasi come inseguiti dai fantasmi di sé medesimi. Recuperando l’abisso del passato l’uomo si identifica con Dioniso – G. Colli, La nascita della filosofia, Adelphi, 2014.

Text Domenico Trapani
@glaucoellenico

 

The mingling of life with painting. The King is Dead. Long Live the King is a series of hyper-realist paintings born out of the collaboration between visual artist Ben Ahston and his wife, Fiona Garden, a photographer with whom in 2012 he joined forces creating the art direction team behind The Fashtons. Together, they collaborate on music videos, visual and portraiture projects, the latest work being for the video of Daphne Guinness’s new single Marionettess.

The King is Dead. Long Live the King represents the transfiguration of daily life and of all those elements punctuating people’s life: the Apollonian and Dionysian duality where Apollo is synonymous with control over the universe, individualism and artistic rigour while Dionysus symbolises creative chaos and emotional dynamism. Beyond the appearance of your stereotypical, shy painter with the studio in disarray and the clothes stained with paint, Ben Ashton investigates painting method and techniques through the teachings of Cennino d’Andrea Cennini, a fifteenth century Italian painter who, in his Il Libro dell’Arte – the first text in Italian vernacular – examines painting techniques, mediums and the difficulties concerning the drawing of the human body, discussing canons, proportions and a system of light and shade.

The creative – and procreative – life of Ashton’s family is the starting point of the artistic process that comes to life and develops behind the masks created by Damselfrau (Magnhild Kennedy), Ashton’s collaborator and friend. In Magnhild’s view, the masks are that place where different elements come together to set up a very specific scenario: they are ghostly doubles of the artists and an integral part of the creative process. Through the anonymity allowed by the masks, and their primordial nature, Ashton succeeds in translating the history of his family into a universal message that travels through time and space given that behind the mask could be anybody’s face. The portrayed subjects emerge out of a dark background that gathers around the motion lines – translated onto canvas – of a photoshoot set up by the artist and his wife where they move about and play whilst using long exposure. Once again, the lives of the subjects inundate the artworks: photography and painting marries like Fiona and Ben did previously in order to give birth to a personal and universal project, the offspring of their joint life experiences, and mark the start of a new artistic period, just like the birth of their child – at the end of 2014 – marked the rebirth of their conjugal life.

The subjects move fluidly before the camera, captured in the midst of performing a primeval, primitive dance. As if chased by the ghosts of their own selves. By reclaiming the abyss of the past, humankind identifies with Dionysus. – G. Colli, The Birth of Philosophy, Adelphi, 2014.

Ben Ashton vive e lavora a Londra. I suoi lavori da sempre mescolano le tecniche tradizionali a spunti dall’arte performativa, che forniscono alla rappresentazione classica un substrato deciso e strutturato. I suoi lavori si collocano all’interno di un filone di drammatizzazione della vita che intende valorizzare il profilo della mondanità conferendo immortalità ai suoi collaboratori e familiari. Insignito del BP Portrait Award nel 2012, Ashton ha esposto, tra le altre gallerie, presso Simon Oldfield – At Home with the Ashtons, 2011, Studio Voltaire – The House of Voltaire, 2010, The Boundary Gallery – Figurative Painting Prize, 2008 e collaborato con GQ Style, Dazed, Notion Magazine, Rooms Magazine, V Man by V Magazine. La serie The King Is Dead, Long Live the King è stata ospitata dalla COB Gallery di Londra dal 4 al 29 ottobre 2016.

Ben Ashton lives and works in London. He is known for combining traditional techniques with elements inspired by performance art, which provide classical painting with a strong and structured under layer. His works have a place in the dramatization of life genre, which seeks to heighten the profile of worldliness by granting immortality to his collaborators and family. Honoured with the BP Portrait Award in 2012, Ashton’s works have been displayed, among others, at the Simon Oldfield gallery – At Home with the Ashtons, 2011; at Studio Voltaire – The House of Voltaire, 2010; at The Boundary Gallery – Figurative Painting Prize, 2008. In addition, he has collaborated with GQ Style, Dazed, Notion Magazine, Rooms Magazine and V Man by V Magazine. The series titled The King Is Dead, Long Live the King was on display at COB Gallery in London from 4th to 29th October 2016.

Images courtesy of press office
www.benashtonart.com

ARMANI/PRIVÉ REOPENS

Testo Domenico Trapani
@glaucoellenico

 

In un anno di inizi, riapre a Milano uno dei punti di riferimento della vita da vivere dopocena: l’eclettismo di Armani/Privè propone selezioni musicali diverse per ogni giorno della settimana, dall’house alle esibizioni dal vivo, in un luogo che punta alla contaminazione.

L’esperienza che Armani offre comincia già dall’ingresso sotto l’egida del logo, lanterna che accoglie il pubblico da via Pisoni. Una nuova entrata, invece, in via Manzoni, mentre rimane attivo l’accesso dedicato al ristorante Armani/Nobu. Lanterne anche sopra i trenta tavoli che ne definiscono l’atmosfera a tratti orientale in seicento quaranta metri quadri. Non è però all’Oriente che Armani/Privè vuole ispirarsi. Non all’Oriente, non troppo all’Occidente, non al passato (recente o remoto), né al futuro asettico: lo stile è tale proprio perché non è riconducibile a qualcosa che sia altro da sé.

Le scelte cromatiche puntano sulle sfumature di bronzo e oro, non modernamente fredde, per accompagnare l’ospite con discrezione. Il nero perde il suo predominio, gli spigoli severi dell’arredamento contemporaneo si smussano: le luci restano soffuse, gettate su pareti a grana irregolare che sembrano smaterializzarsi. I due banchi bar rivestiti da pannelli di ottone e la postazione dj sono il fulcro. Attorno tavoli con piani retroilluminati, poltroncine con angoli smussati, rivestite in pelle dorata, cuscini. Armani/Privé sarà aperto da settembre a giugno. Musica, ambiente, luce.

Text Domenico Trapani
@glaucoellenico

 

In a year of beginnings, Milan sees the re-opening of one of its after-dinner reference points: the eclecticism of Armani/Privè breeds a musical selection for every day of the week – from house to live shows – mixing it up.

The experience begins at the entrance under the logo, a lantern that welcomes visitors in via Pisoni. A new entrance has been added in via Manzoni, while a dedicated one remains for the Armani/Nobu restaurant. Lanterns above the thirty tables that define the at times oriental atmosphere in six hundred and fourty square meters, but it’s not really the Orient that is Armani’s inspiration in this case. Not the Orient, not the Western world, neither the past (recent or long gone) nor the aseptic future. Style is just that, impossible to boil down to simply the sum of its parts.

The chromatic choices play on shades of gold and bronze, not modern cold tones, to accompany guests with a certain composure. Black looses its power, the strict corners of modern furniture become rounder, lights become softer, hitting textured walls and seemingly disappearing. The two bars lined with brass panels and the dj podium are the fulcrum of the whole place. Around them, tables with backlit surfaces, armchairs with smooth corners in gold leather, and cushions. Armani/Privé will be open from September to June. Music, ambiance, light. 

Armani/Privé
Via G.Pisoni 1, 20121 Milan
+30 02 72318655

Opening hours
From Wednesday to Thurday: 11:30 pm – 3:00 am
From Friday to Saturday: 11:30 pm – 3:30 am

Images courtesy of press office
www.armanirestaurants.com