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Denim Day in Rome

Il 27 maggio, a Roma, si celebra il Denim Day.  Nella settimana precedente, a partire dal 20 al 27, una campagna filantropica supportata da Guess invita tutte le donne a indossare una bandana rossa per combattere la violenza contro le donne. The Fashionable Lampoon ha scelto l’arte. Nella sua forma più contemporanea, con l’illustrazione artistica in formato digitale diffusa attraverso l’utilizzo dei Social Network: è la digital visual wave. Semplicemente grazie. A tutti gli artisti che hanno condiviso questo progetto:

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Nel 1998, la Corte di Cassazione di Roma scagionò un uomo dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di una ragazza diciottenne. Il tribunale volle notare quanto i jeans indossati dalla donna fossero troppo aderenti al punto di implicare la consensualità della vittima.

Il fatto accaduto risale al 1992. Protagonista una ragazza appena maggiorenne alla sua prima lezione di guida. L’istruttore, un uomo quarantacinquenne abusò di lei costringendola al silenzio con minaccia di morte. La ragazza confessò alla famiglia la violenza subita a cui fece seguito denuncia e condanna dello stupratore. Nel 1998 la sentenza venne però annullata dalla Corte di Cassazione di Roma. Secondo l’analisi: «la vittima indossava i jeans molto, molto stretti, e avrebbe dovuto aiutarlo a toglierli. Rimuovendo i jeans non era stupro ma sesso consensuale».

Il giorno dopo l’annullamento della sentenza le rappresentanti femminili del Parlamento italiano si presentarono alla Camera in jeans aderenti come forma di protesta. Risposta ancora più forte alla sentenza fu quella americana. L’associazione losangelina Peace Over Violence istituì il Denim Day. Giornata in cui tutte le donne indossano blu jeans aderenti, facendo del denim il simbolo di protesta contro la violenza sulle donne. Uno strumento di sensibilizzazione rivolto a quel maschilismo che dice Se ti vesti così, te la cerchi.

Quest’anno, la manifestazione è giunta al terzo appuntamento italiano: il 27 maggio, a Roma. Grazie al sostegno di Guess, brand che con le sue iconiche campagne ha reso sexy il denim a tutte le ore del giorno. La Guess Foundation Europe, in collaborazione con The Circle Italia Onlus, invita le donne a indossare i jeans come segno di attivismo e da voce alla protesta femminile con un evento a Palazzo Barberini. Presieduto da Paul Marciano, CEO e direttore creativo di Guess, presentato dal celebre DJ Kris Grove, darà l’avvio alla raccolta fondi in favore di D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, a cui Guess donerà dieci euro per ogni capo venduto dal 20 al 27 maggio. La campagna filantropica invita inoltre tutte le donne a indossare una bandana rossa che sarà data in omaggio con l’acquisto di un capo denim Guess durante il Denim Day. Da postare su Instagram con hashtag #DENIMDAY, #GUESSFORPROGRESS, #STOPSEXUALVIOLENCE.

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

L’arte nelle sue forme contemporanee si diffonde attraverso l’utilizzo dei Social Network con l’illustrazione artistica in formato digitale.

Tra un passato da conservare con orgoglio e un futuro a cui guardare con ottimismo.
Attrae, diverte e stupisce. È il mood dell’arte contemporanea. Invasa da un popolo di ‘followers’ curiosi. Il pubblico normale può farsi un’idea sulle ultime tendenze in fatto di gusti estetici.

L’astrattismo si è fatto assoluto in molta Digital art computerizzata portando all’estremo il minimalismo geometrico. L’importante è essere eccentrici.

Sono stati scelti da Lampoon.it gli artisti che hanno realizzato ed interpretato il Denim Day.

Illustratori:

Fabio Delvò
Lynnie Z

Anna Tsvell
Buket Koyunku
Rodik + Veron
Fausto Bianchi
Piero Corva
Studio Iva
Nanna Preler
Alina Grinpauka
Alena Lavdovskaya
Davide Molica


www.guess.eu

Denim Day in Rome

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Una sera nella città eterna con Guess. Per non dimenticare

Roma, Palazzo Barberini. Un evento in nome del rosa: per celebrare il Denim Day Italia (data ufficiale il 27 maggio). Grazie a Guess Foundation Europe e The Circle Italia Onlus, a sostegno di D.i.Re – Donne in Rete contro la Violenza.

 

La serata è stata presentata da Kris Groove. A fare gli onori di casa c’erano Paul Marciano (presidente di Guess),  Titti Carrano (presidente di D.i.Re.) e Adelaide Lucia Corbetta (responsabile della comunicazione di The Circle Italia Onlus).

 

Più di 300 gli ospiti che hanno presenziato. Da Pamela Prati a Valeria Marini. Da Belén Rodrìguez a Bianca Guaccero. Oltre alle testimonianze d’autore: Raoul Bova ha presentato il suo corto contro la violenza, interpretato da Michelle Hunziker. Vittoria Puccini ha recitato un monologo. Per finire con una cena esclusiva a Palazzo e
party con dj set Frida K.

 

Ma cos’è il Denim Day?

 

 

DENIM DAY: PER DIRE NO ALLA VIOLENZA

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Nel 1998, la Corte di Cassazione di Roma scagionò un uomo dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di una ragazza diciottenne. Il tribunale volle notare quanto i jeans indossati dalla donna fossero troppo aderenti al punto di implicare la consensualità della vittima.

Il fatto accaduto risale al 1992. Protagonista una ragazza appena maggiorenne alla sua prima lezione di guida. L’istruttore, un uomo quarantacinquenne abusò di lei costringendola al silenzio con minaccia di morte. La ragazza confessò alla famiglia la violenza subita a cui fece seguito denuncia e condanna dello stupratore. Nel 1998 la sentenza venne però annullata dalla Corte di Cassazione di Roma. Secondo l’analisi: «la vittima indossava i jeans molto, molto stretti, e avrebbe dovuto aiutarlo a toglierli. Rimuovendo i jeans non era stupro ma sesso consensuale».

Il giorno dopo l’annullamento della sentenza le rappresentanti femminili del Parlamento italiano si presentarono alla Camera in jeans aderenti come forma di protesta. Risposta ancora più forte alla sentenza fu quella americana. L’associazione losangelina Peace Over Violence istituì il Denim Day. Giornata in cui tutte le donne indossano blu jeans aderenti, facendo del denim il simbolo di protesta contro la violenza sulle donne. Uno strumento di sensibilizzazione rivolto a quel maschilismo che dice Se ti vesti così, te la cerchi.

Quest’anno, la manifestazione è giunta al terzo appuntamento italiano: il 27 maggio, a Roma. Grazie al sostegno di Guess, brand che con le sue iconiche campagne ha reso sexy il denim a tutte le ore del giorno. La Guess Foundation Europe, in collaborazione con The Circle Italia Onlus, invita le donne a indossare i jeans come segno di attivismo e da voce alla protesta femminile con un evento a Palazzo Barberini. Presieduto da Paul Marciano, CEO e direttore creativo di Guess, presentato dal celebre DJ Kris Grove, darà l’avvio alla raccolta fondi in favore di D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, a cui Guess donerà dieci euro per ogni capo venduto dal 20 al 27 maggio. La campagna filantropica invita inoltre tutte le donne a indossare una bandana rossa che sarà data in omaggio con l’acquisto di un capo denim Guess durante il Denim Day. Da postare su Instagram con hashtag #DENIMDAY, #GUESSFORPROGRESS, #STOPSEXUALVIOLENCE.

Images courtesy of press office www.guess.eu

Nicolas Vaporidis

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The Fashionable Lampoon Issue 8

Video Interview of Nicolas Vaporidis by Arianna Pietrostefani
Video Json Adriani
Starring Nicolas Vaporidis
Grooming Sissy Belloglio
Music Turmstrasse Luchtoorn 

Issey Miyake, Milan Flagship Store Opening

Text Ingrid Melano

@ingridmelano

 

A Milano, presso Palazzo Reina, nel pieno del Quadrilatero della Moda, si celebra l’apertura del primo flagship store Issey Miyake in Italia. Cinquecento metri quadri di superficie tra piano terra e piano signorile, costruiti tra il 1826 e il 1831 dalla famiglia Reina. Il Palazzo passa nelle mani del Comune di Milano nel 1921, nel 2014 una società immobiliare lo acquista e avvia un fedele restauro. Il progetto di interior è curato da Tokujin Yoshioka.

I colori dei capi scelti – arancione, verde e blu – simboleggiano l’energia della natura, e comunicano un senso di traslucidità e proiezione nel futuro. Il celebre plissé appare per la prima volta all’interno della collezione Issey Miyake nel 1989, sviluppato stagione dopo stagione. Nel 1993, pronto per essere lanciato come brand completo e unico, debutta come Pleats Please nella collezione Spring Summer dello stesso anno. Questo concetto rivoluzionario si guadagna il rispetto e l’ammirazione in tutto il mondo contribuendo così alla crescita di un iconico brand.

Iniziamo parlando con Yusuke Takahashi, menswear designer del brand Issey Miyake. «Lo scopo del brand è creare abiti che risultino dinamici e trasmettano energia a chi li indossa, offrendo una nuova vestibilità seguendo i tre concetti cardine della maison: Pleats: il plissé come tecnica che dona confort, elasticità al tessuto e funzionalità. Prodotto: l’abito pensato come prodotto frutto di ingegneria e design insieme. Presente: abiti per ogni giorno che si adattano alle diversità degli stili di vita contemporanei». 

Homme Plissé è un nuovo concetto di abbigliamento per l’uomo contemporaneo, nato dall’evoluzione dell’originale tecnologia di plissettata Issey Miyake. «La collezione si distingue non solo per la resistenza e l’asciugatura rapida dei tessuti ma anche per la funzione delle pieghe uniformi che evitano l’aderenza dei capi sulla pelle. Come risultato si ottengono capi comodi, facili da curare e leggeri».

Takahashi ci mostra anche 132 5. Issey Miyake, un progetto del team reality lab: «Il processo di creazione degli abiti è pionieristico, utilizza un algoritmo matematico: innanzitutto, vengono realizzate una serie di forme tridimensionali con il supporto di uno scienziato informatico; dunque, queste forme sono piegate in sagome bidimensionali con delle predeterminate linee di taglio che determineranno la silhouette finale; e infine, vengono sottoposti al vapore per ottenere camicie, abiti e gonne piegati».

Proseguiamo intervistando Yoshiyuki Miyamae, womenswear designer del brand Issey Miyake. Appassionato dell’Italia è felice di parlarci del primo flasgship store nel nostro Paese: «Lo spazio esprime il contrasto tra storia e futuro, attraverso i molti strati del tempo presenti nelle pareti interne, nei pavimenti e nei soffitti antichi contrapposti al white cube dell’allestimento. L’essenza del design, armonizzato con la tecnologia e il lavoro manuale, riflette la filosofia Issey Miyake».

Yoshiyuki Miyamae ci mostra poi il capo volumetrico Aurora creato con la tecnica dello Steam Stretch: «Utilizziamo il calore del vapore per lavorare un filo dalle proprietà elastiche, creando un plissé semplice e raffinato su un pezzo di tessuto. Le forme tridimensionali sono create partendo da tagli di tessuto quadrati. Questa stagione è caratterizzata da un’ulteriore leggerezza del tessuto e la sovrapposizione di colori differenti i cui riflessi scintillanti evocano le aurore boreali».

Si tratta di abiti unici, non solo per il processo tramite cui sono realizzati. Puntando molto sul valore delle risorse umane e le ultime tecnologie all’interno dell’azienda, lo spirito di Issey Miyake è passato a una nuova generazione di designers che portano avanti nuove sfide, combinando le tradizionali tecniche giapponesi alle ultime tecnologie sul mercato.

Video directed and edited by Michele Foti 

The Queen of Milan

Testo Carlo Mazzoni @carlomazzoni   Il freddo scendeva nelle ossa. Milano, senza la sua Regina – Franca – la Franca, come in tanti la chiamavano usando l’articolo. La gente la amava – neanche Franca forse se ne è resa mai conto, nonostante i numeri la circondassero, le code per una firma sul libro. Era una figura che innamorava la grande massa – per il sorriso e la parola che aveva per tutti – ti chiamava Amore se ti conosceva un poco. Mi sono chiesto perché, in una messa in Duomo, con tutte le possibilità di un evento pubblico, l’accesso alla cattedrale era consentito solo su invito. Era temuta – da chi lavora nell’industria della moda. Sorrideva, ti chiamava Amore se forse non ricordava il tuo nome. Ogni competizione aveva un senso se c’era Franca oltre il traguardo – irraggiungibile, certo, ma meta di ogni destinazione. Oggi che non c’è, l’energia è implosa: invece che cambiare direzione, invadere le strade, dar vita alla rivoluzione, abbiamo smesso di correre. Nessuna rivoluzione senza di lei, ma un’implosione. La dama di ferro e acciaio, scrisse Lina Sotis. Circa millecinquecento persone credo siano entrate in Duomo, lunedì scorso. Tante che non c’erano, ne avrebbero avuto diverso e miglior titolo. L’incomprensione davanti al dolore era già sufficiente. C’era Matteo Renzi e il Re di Norvegia, Anna Wintour, tutti gli stilisti italiani tranne Dolce e Gabbana. C’era la classe dirigente, sociale e economica di Milano, c’era tutta la stampa mondiale. Non c’erano blogger, a Franca non sono mai piaciuti – non li chiamava Amore nonostante non avesse mai saputo come si chiamassero. La sua fotografia nel libretto della messa. Nell’incipit, l’arciprete del Duomo, ha confuso il nome di Franca con quello di sua sorella, scusandosi poi e richiamando la buona sorte divina sul legame eterno di una vita. Suo figlio, sua nipote. Tutti noi avevamo una panca assegnata, tutto era organizzato. Rispetto. C’era un punto di calore – la sua amica che a tutti muove durezza, forse antipatia – vicino a Franca no: un sorriso e una voce pacata, lacrime e confidenza – Emanuela, la sua energia fiera. È un’epoca non conclusa, l’età di Franca, Regina di Milano.

Image Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Tropical Duomo

Testo Giacomo Andrea Minazzi @giacomominazzi   Ogni cosa è lecita, ma datele un senso. Se nell’arte contemporanea tutto è ammesso, tutto può essere arte, l’unica regola è quella del senso. Realizzare qualcosa che sia portatore di un messaggio, che abbia uno scopo – il mondo del lusso non è esentato. Mindful Luxury è il nome che ha scelto Suzy Menkes per la sua conferenza che avrà luogo il 5 e 6 aprile a Muscat, in Oman. Mentre l’incertezza politica si diffonde in tutto il globo, con la crescita di populismo e cambiamenti radicali al governo, il lusso ha bisogno di avere meno a che fare con l’ostentazione della ricchezza e più con quello che riteniamo denso di significato – scrive nel suo comunicato. Se le piante esotiche sono protagoniste del giardino dell’Ottocento – sostituiscono ai significati allegorici del giardino il loro fascino esotico, simbolo di ricchezza e conoscenza dei luoghi remoti del mondo – questo discorso oggi regge meno. Il collezionismo botanico e l’ostentazione di fiori esotici – scrive Claudia Cassatella nella sua tesi di dottorato, presso la facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze – è inizialmente appannaggio dell’aristocrazia, ma le preferenze dei nobili sono volentieri imitate dalla borghesia e dal popolo, tendenza che passa anche al parco pubblico e all’arredo urbano.Siamo nell’Ottocento, Internet non esiste, le fotografie sono poche e non diffuse come oggi e viaggiare è privilegio di pochi. Un certo senso, educativo e culturale, può essere però rintracciato: riportare in patria qualcosa di sconosciuto, far scoprire mondi esotici a chi non li può vedere altrimenti. Cambiano le forme architettoniche, i giardini d’inverno, cambiano le mode, nasce l’Art Noveau, è il trionfo dei fiori e delle piante, soprattutto quelle esotiche. Poche settimane fa, il Comune di Milano ha avviato il restyling del verde in piazza del Duomo. Finanziato da Starbucks, la flora delle aiuole è stata sostituita da filari di palma e banano, accompagnati da arbusti, graminacee e piante perenni con fioriture alternate durante le stagioni. Il Comune, che ha fatto valutare dalla Soprintendenza il progetto dell’architetto Marco Bay, sottolinea come la nuova sistemazione si rifaccia alla tradizione ottocentesca della piazza, dove erano già presenti dei filari di palme, darà un tocco esotico alla piazza. Tutto vero, ma rimane qualche perplessità. La storia della piazza non è né breve né lineare. Si parte nel 1330 con Azzone Visconte che vuole donare alla città uno spazio utile alle attività mercantili. Prima di parlare di vegetazione e palme, bisogna far passare diversi progetti – più o meno lasciati incompiuti nel corso dei secoli – e arrivare al 1896, quando viene realizzato il monumento equestre a Vittorio Emanuele II nelle nuova piazza progettata pochi anni prima dal Mengoni. Ecco comparire le palme nelle quattro aiuole che accerchiano la statua. Non rimangono a lungo e vengono sostituite da decori nel tipico stile geometrico dei giardini all’italiana – i motivi riprendono la forma del nodo Savoia, omonimo della casa reale. Le stesse aiuole intorno alla statua hanno vita breve e nel 1928, con il rifacimento del sagrato a cura del Portaluppi, vengono rimpiazzate da quelle di forma rettangolare che si vedono ancora oggi. Queste ultime rimangono ornamentali, con fiori rossi e basse siepi verdi, fino al 2014 quando il Comune avvia il primo restyling, in sintonia con il tema di EXPO: un orto didattico con piante e specie presenti nelle nostre campagne, da conoscere e scoprire in centro città. Risultato apprezzabile o meno, questo è l’intento. Il senso storico dei filari di palme e banani però sembra scricchiolare – quello culturale pure – quello didattico è assente. Rimane solo il dubbio senso estetico, a ognuno il compito di giudicare. La collaborazione tra il pubblico e il privato è necessaria e desiderabile – attivata anche durante la realizzazione della Galleria già nel 1869 – ma deve essere ben guidata e ragionata, strumento e non limite. Per quanto non auspicabile, un boschetto di alberi di caffè avrebbe avuto un senso, legato a chi lo finanziava: ecco da dove arriva la bevanda che gli italiani amano tanto. L’esibizionismo vegetale dei nuovi ricchi era già stigmatizzato in epoca romana da Orazio. Non vorremmo essere proprio noi a volgarizzare ciò che dovrebbe invece essere distintivo. Lampoon ha chiesto a due studentesse di architettura di ripensare l’area, seguendo il loro gusto estetico. Ecco le loro proposte.

Images from Pinterest

#ARISTOFUNK MOODBOARD

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Da Maria Antonietta a Caterina di Russia, da Filippo d’Orléans, il fratello del Re Sole, a Enrico di Valois, da Morgana di Camelot ai fratelli Borgia fino a Maria Sofia, l’ultima regina di Napoli. Nella storia, gli aristocratici detengono un privilegio di diritto, e i migliori sono sempre stati quelli che di tale privilegio non hanno tenuto risparmio, in virtù o in vizio.

Oggi non esiste più il privilegio di diritto. Esiste solo un privilegio di intelletto, si chiama talento. Chi lo possiede appartiene all’unica aristocrazia che conta oggi – ma ugualmente a quanto vale nella storia, i migliori esponenti restano quelli che di tale privilegio, il talento, non hanno tenuto risparmio, in virtù o vizio.

Sabato 25 febbraio, al Teatro Principe di Milano, avrà luogo il party Aristofunk. L’evento in occasione della Settimana della Moda di Milano e dell’uscita in edicola del nuovo numero di The Fashionable Lampoon. La famiglia reale di Bangkok e la regina Elisabetta, Hillary Clinton e le dinastie aristocratiche a Washington. La Bella e la Bestia a Versailles, i macaron di Madame de Pompadour e gli Aristogatti. La libertà di pensiero ègentile, il coraggio è una forma d’amore. Le modelle e i pugili sul ring, i rossetti di Yves Saint Laurent, metri di tulle – gli abiti lunghi, i papillon degli smoking slacciati dopo poco. Il buio dell’anfratto, una balconata rosso fuoco, il viola e le pareti di glitter come argento. Velluti, damaschi, sete – i fiori si saranno seccati, i fari blu si muoveranno veloci. Gli acrobati balleranno sui candelabri, la musica spinta, il volume del Teatro Principe. I vestiti sopra ogni riga del pentagramma – strascichi, maschere, trucchi sugli occhi degli uomini, sulle labbra delle donne. Gioielli, baci feroci. Questo sarà l’Aristofunk di Lampoon. Sul sito, nei prossimi giorni saranno pubblicati articoli, video, immagini che comporranno un racconto interattivo – tra il magazine The Fashionable Lampoon e tutte le favole, le ironie, le magie e le suggestioni che gireranno intorno a questo evento al centro della settimana delle sfilate di Milano. Una notte dedicata a tutto quanto abbia ispirato regalità negli ultimi anni, all’unica forma di aristocrazia oggi attuale, che è il talento, a chi ha saputo cercarlo, volerlo e sostenerlo, il talento, alla Moda – e all’unica vera Regina di tutto questo, che oggi non c’è più. Esclusivamente su invito, il Gala Rave Aristofunk avrà luogo al Teatro Principe di Milano, sede di incontri di pugilato fin dal dopoguerra, scelto da Luchino Visconti come set di Rocco e i suoi fratelli. Il Gala Rave Aristofunk Main è realizzato con il supporto di Yves Saint Laurent Beauté. The Fashionable Lampoon #8 uscirà in tutte le edicole, in Italia e nel mondo, da giovedì 15 febbraio 2017 Un ringraziamento speciale a Belvedere Vodka Italia che come sempre è partner di tutti gli eventi di The Fashionable Lampoon. Si ringraziano anche Art Factory Luxury di Eliana Ziliani www.artfactoryluxury.it Serikos collezioni & tessili s.r.l.www.serikos.com Ottaviani www.ottaviani.com T’A Milanowww.tamilano.com

Oscar 2017

Testo Domenico Trapani
@glaucoellenico

 

Qualcosa è cambiato negli Academy. Già lo scorso anno la vittoria di un film-inchiesta nella categoria ‘miglior film’ aveva fatto riflettere su cosa gli spettatori, la critica, il grande pubblico volessero: era fame di verità, di storie di vita vissuta o abusata. Non cambia molto, quest’anno, ma il taglio è decisamente più duro. Sembra che la politica abbia fatto un’irruzione nella notte delle luci, a braccetto con quella voglia di sognare che conforta il cuore: La la land vince sei statuette, ma non quella di film dell’anno che viene assegnata all’educazione sentimentale contemporanea raccontata da Moonlight, scritto e diretto da Barry Jenkins. Il romanzo di formazione per immagini di un ragazzo omosessuale che vive a Miami segna il 2017, mentre la forza della diversità, degli stranieri, si impone sullo scenario di un’America tormentata tanto dal punto di vista sociale quanto da quello politico. Viola Davis e Mahershala Ali (primo attore musulmano vincitore di un Academy Award) sono i migliori attori non protagonisti, rispettivamente in Fence e Moonlight. Il documentario Fuocoammare di Gianfranco Rosi sul dramma umano di Lampedusa, invece, nonostante i pronostici e l’importanza moderna della tematica, è stato scalzato da O.J.: Made in America, decretato miglior documentario. Jimmy Kimmel non perde l’occasione di movimentare gli animi inviando al Presidente Trump via Twitter i saluti di Meryl Streep, una delle donne che più hanno osteggiato la sua elezione. L’attacco più fermo e deciso, tuttavia, è arrivato dal regista iraniano Asghar Farhadi, che non ha presenziato alla cerimonia in segno di rispetto nei confronti di tutti gli immigrati colpiti da una legge dello Stato che non ha esitato a definire disumana prima ancora che discriminante. Gli italiani ci sono stati anche quest’anno: Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini hanno ricevuto il riconoscimento – insieme a Christopher Nelson – per il miglior trucco e acconciatura nel film Suicide squad. L’ombra di un’inchiesta della Price Waterhouse Cooper, società addetta al conteggio dei voti agli Oscar, si staglia su questa ottantanovesima edizione: un errore, uno scambio di buste al momento dell’annunciazione del miglior film ha fatto erroneamente dichiarare vincitore La la land al posto del legittimato Moonlight. L’imbarazzo dell’organizzazione è sfumato solo grazie alla classe dei cast, di Jimmy Kimmel (presentatore dell’evento) e degli incaricati della proclamazione, Warren Beatty e Fay Dunaway. Un nuovo impulso, dunque, dalla notte del cinema: l’attualità, la forza delle azioni e dei messaggi inviati dal sistema di comunicazione più influente dei giorni nostri e, infine, uno sguardo romantico a ciò che, in realtà, pensiamo che la vita sia.

Images from Pinterest

THE FUNKY PRINCESS

The Funky Princess  ArmeLola wearing Converse at AristoFunk, the Gala-Rave, tonight at Milan’s Teatro Principe.

Special thanks to:

Creative Direction Arianna Pietristefani
Directed and Edited by Fix Studio –  Mama Studios

Talents: Arme Lola
Hair & Make Up: Isabella Sabbioni

Opi Gym  – C.so P.ta Romana, 116
Quetzal Tattoo – Viale Sabotino, 9
Location Fabbrica Orobia 15 – Via Orobia, 15
Hotel ME Milan – Il Duca – Piazza della Repubblica, 13 – Milano
Skate: Balena skate 

Aristofunk Gala Rave
Saturday, February 25th
Teatro Principe, Milan
By invitation only

ARISTOFUNK – GALA RAVE

Sabato 25 febbraio, al Teatro Principe di Milano, avrà luogo il party Aristofunk.

L’evento in occasione della Settimana della Moda di Milano e dell’uscita in edicola del nuovo numero di The Fashionable Lampoon.

La famiglia reale di Bangkok e la regina Elisabetta, Hillary Clinton e le dinastie aristocratiche a Washington. La Bella e la Bestia a Versailles, i macaron di Madame de Pompadour e gli Aristogatti. La libertà di pensiero è gentile, il coraggio è una forma d’amore.

Le modelle e i pugili sul ring, i rossetti di Yves Saint Laurent, metri di tulle – gli abiti lunghi, i papillon degli smoking slacciati dopo poco. Il buio dell’anfratto, una balconata rosso fuoco, il viola e le pareti di glitter come argento. Velluti, damaschi, sete – i fiori si saranno seccati, i fari blu si muoveranno veloci. Gli acrobati balleranno sui candelabri, la musica spinta, il volume del Teatro Principe. I vestiti sopra ogni riga del pentagramma – strascichi, maschere, trucchi sugli occhi degli uomini, sulle labbra delle donne. Gioielli, baci feroci. Questo sarà l’Aristofunk di Lampoon.

Sul sito, nei prossimi giorni saranno pubblicati articoli, video, immagini che comporranno un racconto interattivo – tra il magazine The Fashionable Lampoon e tutte le favole, le ironie, le magie e le suggestioni che gireranno intorno a questo evento al centro della settimana delle sfilate di Milano. Una notte dedicata a tutto quanto abbia ispirato regalità negli ultimi anni, all’unica forma di aristocrazia oggi attuale, che è il talento, a chi ha saputo cercarlo, volerlo e sostenerlo, il talento, alla Moda – e all’unica vera Regina di tutto questo, che oggi non c’è più.

Esclusivamente su invito, il Gala Rave Aristofunk avrà luogo al Teatro Principe di Milano, sede di incontri di pugilato fin dal dopoguerra, scelto da Luchino Visconti come set di Rocco e i suoi fratelli.

Il Gala Rave Aristofunk Main è realizzato con il supporto di Yves Saint Laurent Beauté.

The Fashionable Lampoon #8 uscirà in tutte le edicole, in Italia e nel mondo, da giovedì 15 febbraio 2017

Un ringraziamento speciale a Belvedere Vodka Italia che come sempre è partner di tutti gli eventi di The Fashionable Lampoon.

Si ringraziano anche
Art Factory Luxury di Eliana Ziliani www.artfactoryluxury.it
Serikos collezioni & tessili s.r.l. www.serikos.com
Ottaviani www.ottaviani.com
T’A Milano www.tamilano.com

Aristofunk Gala Rave
Saturday, February 25th
Teatro Principe, Milan
By invitation only

A CONVERSATION WITH CATRINEL

Testo Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Catrinel Marlon è una tipa tosta: «Vengo dal mondo dello sport: la disciplina per me conta tantissimo, sono un soldatino un po’ in tutto». La intervisto alla fine di una giornata sul set de L’Ispettore Coliandro, in cui recita per una puntata.

Classe 1985, ex campionessa di atletica leggera, a 16 anni si lascia alle spalle l’agonismo e il paese natale, la Romania, per dedicarsi alla moda e poi alla recitazione.

Con l’Italia ha un rapporto di lungo corso, tanto da avere la doppia cittadinanza, anche se è arrivata a diventare un volto (e un corpo) popolare nel 2012, quando Piero Chiambretti l’ha voluta nel suo show, inventando di sana pianta per lei un ruolo inconsueto: quello di una sexy fotografa che entrava in scena in tacchi e latex per scattare foto agli ospiti del programma. Le foto erano vere: quella di Catrinel per la fotografia è una passione di vecchia data. Stare dietro all’obiettivo le piace quasi quanto stare davanti: «Da quando ho iniziato a lavorare nella moda ho cominciato a chiedere informazioni ai fotografi, a stare attenta all’uso delle luci sul set. Ho studiato anche molto da sola: la post-produzione l’ho imparata a suon di tutorial su YouTube». La fotografia è l’hobby di sempre – «per il futuro chissà» – anche se come fotografa preferisce soggetti molto lontani dalla moda e più vicini al reportage, come quello che ha fatto in un ospedale psichiatrico in Romania: «Ero andata in visita a un mio familiare e ho portato quel che non avrei dovuto: dolci e caramelle, che sono eccitanti. Tutti i pazienti me li chiedevano e io glieli davo in cambio della possibilità di scattare loro foto da un buco della serratura».

Nel 2012 arriva anche la grande occasione nel cinema con La città ideale, il primo film da regista di Luigi Lo Cascio. «Ho iniziato col cinema in un momento in cui nella moda potevo avere una discesa, invece il cinema mi ha aiutato a lavorare ancora di più come modella», racconta Catrinel, che da allora alterna moda, televisione e cinema, arrivando anche nel cast americano di CSI, «un mega set che dura 6 mesi, lavorarci è come andare in ufficio. Quello che mi è piaciuto di più è la pausa pranzo: c’era un tendone fuori con tantissimi cuochi che cucinavano di tutto e di più, non l’ho visto in nessun’altra produzione».

Se non fosse diventata una modella e un’attrice sarebbe diventata un medico legale: «Di fianco al liceo dove studiavo facevano autopsie: scavalcavo ringhiere per intrufolarmi e guardare. Oppure avrei fatto la fotografa forense, per fare foto sui luoghi del delitto».

Tra cinque anni dove si vede Catrinel? «Spero con lo stesso compagno! Sono felicemente fidanzata da sei anni, stiamo costruendo il futuro». Sul lavoro invece non avanza ipotesi: «Quando ho iniziato a lavorare come modella pensavo che questa carriera sarebbe durata fino massimo ai venticinque anni. Oggi invece lavoro più e meglio di prima: i designer preferiscono modelle più grandi, con esperienze alle spalle, dunque non so quando finirà per me o quando vorrò fermarmi. La moda mi piace moltissimo, anche se moda e cinema in Italia sembrano non andare molto d’accordo: lavoro tanto come modella soprattutto all’estero, in Italia mi definisco una giovane attrice».

Text Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Catrinel Marlon is a tough girl: «I come from sports: discipline for me is key, I am like a little soldier in almost everything I do». I speak to her at the end of a day on the set of L’Ispettore Coliandro, she appears in one episode.

Born in 1985, a former track-and-field athletics champion, at 16 she left competitions and her homeland, Romania, behind to focus on fashion and, later, on acting.

Her relationship with Italy is a long term one, so long she has dual citizenship. However, she became a well-known face (and body) only in 2012, when Piero Chiambretti cast her for his TV show, creating from scratch, and just for her, an unusual role: a sexy photographer who walked on stage clad in latex and sporting stiletto heels to take pictures of the show’s guests. Those pictures were real: Catrinel has been passionate about photography for a very long time. She likes working behind the camera almost as much as she loves posing in front of it: «When I started working in fashion I began asking questions to the photographers, I observed how lights are used on the set. I also studied a lot by myself: I learnt post-production watching loads of tutorials on YouTube». Photography is her long time hobby – «for the future, who knows?» – although as a photographer she prefers subjects that have very little to do with fashion and more with reportage, like the pictures she took in a mental hospital in Romania: «I was visiting a relative and brought what I shouldn’t have: sweets and candies, which are stimulants. All the patients kept asking me for them, but in exchange they promised I could shoot them through a keyhole. »

In the year 2012 also came her big chance in cinema with La città ideale, the first film directed by Italian actor Luigi Lo Cascio. «I started working in cinema in a moment when I might do less in fashion. On the contrary, cinema boosted my modeling career,» says Catrinel, who since then has been dividing her time between fashion, television and cinema, and has also appeared in TV show CSI, «a huge set lasting six months, it’s like a full-time job. What I liked best was the lunch break: there was this marquee outside with plenty of chefs who cooked all kinds of food, I had never seen anything like that in other productions. »

If she hadn’t become a model she would have been a coroner: «Next to my high school building they carried out autopsies: I would climb over the railing to sneak in and watch. Or maybe I would have become a forensic photographer, to take crime scenes photos.»

Where do you see yourself in five year’s time, Catrinel? «I hope with the same partner! I have been in a happy relationship for six years, we are creating our future.» As for her work, she doesn’t make any prediction: «When I started working as a model I thought my career would have ended when I turned twenty-two. Today, I work even more and better than before: fashion designers prefer older, more experienced models, so I really don’t know when this career will end for me or when I will decide to stop. I love fashion, although fashion and cinema do not seem to get along so well: I work a lot as a model abroad, in Italy I like to think of myself as a young actress.»

From The Fashionable Lampoon Issue 8
Catrinel Marlon wearing Elisabetta Franchi
Photographer Michael Avedon

Baci da lontano

Testo Micol Beltramini

 

Poi l’ho guardato tutto, il festival. Giuro. Ma mi bastava la prima mezz’ora, finito di cantare la Ferreri. Tutto quel che dovevo vedere e sentire l’avevo già visto e sentito. Tema: Sanremo 2017. Svolgimento: mò arriva. Prima, però, prestateci un attimo di attenzione. Abbiamo deciso di commemorare Luigi Tenco, scartato dall’edizione ’67 e per questo suicida a Sanremo, facendovi ripercorrere sessant’anni di festival attraverso una serie di pezzi memorabili. Si parte con Nilla Pizzi, 1958. Seguono Celentano e Mina, Nada e Battisti: la lezione dei Sessanta, bianco e nero sgranato e telecamera immobile. Avanti coi Settanta, la Vanoni e i Ricchi e Poveri, Lucio Dalla e Rino Gaetano. Gli Ottanta: Loretta Goggi e Vasco Rossi, i Matia Bazar e Zucchero. Mia Martini e Raf, poco prima della fine. E via coi Novanta, aperti da Minghi e Mietta. Masini, Faletti, la Pausini. Un ultimo fiore: Patty Pravo. Da lì in poi poco altro – Giorgia, Silvestri, Gazzè.

Secondo teaser: riassuntone pre-festival. Al Bano quando ha saputo che era stato selezionato era in ospedale. Gigi D’Alessio canterà della mamma. La Mannoia ha iniziato a parlare come la Zanicchi. Masini sta invecchiando bene, Ron e Zarrillo anche meno. Paola Turci è una principessa, Samuel e Alessio Bernabei odiosi. Facce simpatiche: Gabbani, Sylvestre e Bravi. Facce interessanti: Elodie, Ermal Meta e Marianne Mirage. Una domanda per tutti: come vorreste che si comportasse il pubblico? La risposta della Ferreri, abbagliante: guardate e non ascoltate la canzone, così io almeno non mi impegno.

Si torna al bianco e nero, di colpo. Melodia triste e luci tutte su un uomo. Tiziano Ferro, figlio illegittimo di Ranieri e Di Caprio, canta Tenco. Vorrei personalmente ringraziare Tiziano per il suo percorso, per non aver mollato, per essere qui in questo momento. Di tutta la sua generazione era l’unico che poteva stare in smoking sul palco dell’Ariston a cantare Tenco e risultare non solo credibile, ma inarrivabile. La mia gratitudine non potrebbe essere più grande. Gli mando baci da lontano.

Niente da dire, anche a volersi sforzare, sui due presentatori. Il solito Carlo Conti, che poteva andare ben peggio; e la mediasettiana Maria De Filippi, sobria come la rosa bianca che porta in dono. Ma ecco il primo big in gara: Giusy Ferreri. La sua canzone attacca così: «Se fuori piove/è l’illusione che qualcosa ancora si muove/i sintomi dell’amore sono altrove/ci siamo fatti trasportare dall’odore/ di sensazioni nuove/incapaci di dissolvere nell’aria le speranze/in assenza di risposte formulo domande».

Ora, sinceramente. Qualcuno ci capisce qualcosa? Perché io ormai sono anni che ascolto canzoni italiane alla radio cercando di capirci qualcosa. I testi sono poco più che accozzaglie di parole – che tra l’altro è la descrizione, sincera e divertita, che Gabbani ha dato del suo pezzo. Niente più storie, niente sentimenti veri. Mi spiace pure per Giusy, che era la prima e poveretta paga per tutti. Non è un problema suo, è proprio la canzone italiana che è morta. In quel senso il primo quarto d’ora a riguardare il passato ha tutto il senso del primo quarto d’ora di Up della Pixar: un magone infinito. Meno male che c’è Tiziano, anche se non in gara, e meno male che si è portato dietro pure Carmen Consoli, la rivediamo sempre volentieri. A qualcosa se non altro riusciamo a aggrapparci, noi che il giorno dopo Sanremo sapevamo già le canzoni a memoria.

Images of photographer Marco Piraccini

 


L’ARABESQUE. L’ISOLATO ARMONICO

Testo Giovanni Gastel Jr.
@giovannigasteljr

 

Un intero isolato in centro a Milano, largo Augusto: da qualunque parte tu guardi, puoi entrare. L’Arabesque occupa uno spazio esteso come un piccolo quartiere ma è molto più di un luogo: è un tempio, un’epoca, un rifugio luminoso. Puoi bere un caffè e leggere un libro, provare un cappello, indossare un gioiello. La luce è soffusa perché studiata: deriva dall’amore per il Giappone, per la maniera nipponica di introdurti all’arte con l’arte di accogliere – se mi passate la tortuosità dell’espressione.

I trenta kimono in mostra, spiegati come vele che pendono dal soffitto, sono stesi come fossero testi di poesie haiku inneggianti alla natura. Le stoffe raccontano la bellezza di una rana che riposa o l’entusiasmo per l’erba estiva. Sono tutti pezzi che vanno dalla fine dell’Ottocento e ai primi decenni del Novecento della stessa qualità, disegno, tessuto e ricamo di quelli esposti al Museo dell’arte di Chicago.

Quelli esposti all’Arabesque si possono anche usare come una vestaglia, come abito da sera oppure sopra un vestito da giorno. Nel ricamo di queste stoffe sono tacitamente rivelate l’arte di Hokusai con l’onda immortale, i canti di Basho, il poeta borghese e girovago del Seicento giapponese e tutte le stagioni antiche di una cultura profonda, delicata e melodiosa. Il tatuaggio giapponese, l’irezumi, nasce prendendo a modello i disegni dei kimono ottocenteschi. C’è tutto il ‘mondo fluttuante’ delle stampe nipponiche, quell’ukiyoe che racconta del godersi la vita nelle sue sfumature più vitali e che fu scuola di cultura e modello per tante civiltà. Anche l’Italia celebra spesso la propria difficile consapevolezza del bello raccontando l’altro, l’estraneo, il lontano, il distante. Potremmo mai farne anche un modello di comportamento?

Il messaggio della mia chiacchierata con Chichi Meroni, amica storica di mia madre Minnie, è quello secondo cui non può esistere bellezza se non è condivisa. Potrei dire, parafrasandola: «dobbiamo lasciare che gli altri entrino nel santuario della nostra anima, nel nostro mondo personale, altrimenti ogni dono diviene condanna».

Il Novecento riluce come un gioiello, la gente si muove piano non per timore ma per rispetto. Non c’è mai tempo da perdere a Milano, per cui possiamo anche ‘perdere tempo’, in questo hood di grande qualità estetica ed emotiva. Potrei tatuarmi una delle scene rurali rappresentate sulle stoffe appese al soffitto: la bellezza della natura oggi è attualità e fondamenta: anche i nostri cani sono natura, i nostri figli lo sono. Noi siamo terra che respira, Golem dai cuori che battono e che guardano le stelle.

L’idea dell’Arabesque nasce da un accadimento preciso: un’attesa forzata all’aeroporto di Barcellona per un’eruzione che rendeva impossibile la partenza quando nel 2010 un vulcano in Islanda erutta. L’impotenza e la frustrazione dell’immobilità sono trasformate in un’idea, un respiro: «Vorrei creare un luogo che sia un rifugio per tutti, un bel luogo». Un gioco di scatole cinesi in cui – piano – scoprire il volto della bambola nascosta nel ventre della madre matrioska. Ci sono altre meraviglie: collane, spille, bracciali, orecchini prodotti dal 1920 al 1970 in Francia, Italia, Stati Uniti. I materiali sono preziosi: argento, russian gold, strass, cristalli, pâte de verre, perle simulate. Non sotto i riflettori, ma esposti con un’intensità morbida all’iride, ci sono il set proveniente dagli Stati Uniti – datato 1960 – realizzato per Elsa Schiaparelli, con metallo dorato e pietre Aurora Borealis e gli orecchini a pendenti firmati Mercedes Robirosa, 1970.

La mostra si è conclusa a gennaio, l’ispirazione di Chichi no. Il prossimo progetto? Un segreto – custodito nel palazzo dei kimono. Alla fine dell’intervista esco dal palazzo di largo Augusto, sorridente: cammino piano, molto piano. Penso alla bellezza del mio passo lento che si staglia contro il livore del cielo.

Text by Giovanni Gastel Jr.
@giovannigasteljr

 

Largo Augusto, an entire block in Milan’s city center: you can access it from any side. L’Arabesque takes up an area equivalent to a small neighborhood but it is much more than merely a place: it is a temple, an era, a bright haven. You can sip a cup of coffee and read a book, try on a hat or a piece of jewelry. The lighting is deliberately suffused: it is informed by the love for Japan and the typically Japanese art of introducing to art through the art of welcoming, if you forgive me for the convoluted expression.

The thirty kimonos on display, like unfurled sails hanging from the ceiling, have been laid out like haiku poems paying tribute to nature. The fabrics weaves tales of beauty of a frog taking a rest or of the enthusiasm for summer grass. The entire collection dates back to the end of the nineteenth and the early decades of the twentieth century and features the same quality, patterns, fabrics and embroideries of the kimonos and garments on display at The Art Institute of Chicago. Those featured at L’Arabesque doubled as robes and evening gowns and could be worn over a daywear outfit. Their embroidered fabrics are a tacit homage to Hokusai’s art and his Great Wave, the hokku penned by Bashō, the wanderer poet of Japan’s Edo period and all the ancient seasons of a profound, delicate and melodious culture. The traditional Japanese art of tattooing, irezumi, was developed using nineteenth century kimono drawings as a reference. There is all the ‘floating world’ typical of Japanese ukiyo-e prints, that form of art that narrates of a hedonistic enjoyment of life in all its most vital nuances, which became a cultural benchmark and reference for many civilizations. Italy too celebrates often its difficult awareness of beauty by narrating the other, the exotic, the far away and the distant. Could we ever become role models in this?

The message of my chat with Chichi Meroni, an old friend of my mother Minnie, is that there cannot be beauty unless it is shared, which I could paraphrase in the following: «we need to allow others to enter the sanctuary of our soul, our personal inner world, otherwise any gift feels like a condemnation».

The twentieth century shines like a piece of jewelry, people moving slowly not out of fear but of reverence. There is never time to waste in Milan, therefore we can afford to ‘squander time’ in this neighborhood of great aesthetic and emotional quality. I could decide to have a tattoo of one of the rural scenes depicted on the fabrics hanging from the ceiling: the beauty of nature nowadays is topicality and foundations: our dogs are also nature, so are our children. We are breathing earth, Golem with a beating heart and the eyes up looking at the stars. The idea behind L’Arabesque was born out of a very specific incident: a forced prolonged wait at Barcelona airport due ash covering the sky over Europe as a result of the 2010 volcanic eruptions in Iceland. The sense of powerlessness and frustration caused by immobility transformed into an idea, a breath of air: «I’d like to create a place that could act as refuge, a beautiful place for everyone». A play on Chinese boxes where the face of the doll hidden inside the matrioska mother is – slowly – revealed. There are also other wonders: necklaces, brooches, bracelets, earrings designed between 1920 and 1970 in France, Italy and the United States. The materials are precious: silver, Russian gold, rhinestones, crystals, pâte de verre, and simulated pearls. Not under spotlights but presented to the iris with subtle lighting; there is a 1960 jewelry set from the United States, which was designed for Elsa Schiaparelli and is set in gold tone metal with aurora borealis stones and a pair of Mercedes Robirosa pendant earrings, circa 1970

The exhibition ended in January, Chichi’s inspiration did not. The next project? A secret guarded in the kimono palace. At the end of the interview, I leave the building on Largo Augusto walking slowly – very slowly – and smiling. I think about the beauty of my slow step against the rancorous sky.

L’Arabesque è il cult store nato a Milano nel 2010 da un’intuizione di Chichi Meroni. Situato tra Largo Augusto e Via Francesco Sforza, offre collezioni di abbigliamento vintage e contemporaneo, libri rari di moda, arte e design, fragranze di alta profumeria e le ricette ‘dimenticate’ della cucina tipica milanese. Dal 30 novembre al 31 dicembre 2016 ha ospitato la mostra Ombra e Luce, un’esposizione di trenta kimono giapponesi antichi.

L’Arabesque is the cult store opened in Milano in 2010 as the brainchild of Chichi Meroni. Located between Largo Augusto and Via Francesco Sforza, it offers vintage and modern clothing, rare fashion, art and design books, luxury perfume scents and the ‘forgotten’ recipes of the typical Milanese cuisine. From November 30 to December 31, 2016, it hosted Ombra e Luce, an exhibition consisting of thirty vintage Japanese kimonos.

Images courtesy of press office
www.alessiafattorifranchini.com

Fendi, Penone, Gagosian

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

A Roma troviamo la nuova Versailles d’Europa: il Palazzo della Civiltà Italiana. Niente più capricci del Re Sole, ma precisioni e direzioni, visioni e angoli, di Fendi. Sull’angolo destro dell’edificio c’è un albero spoglio i cui rami sono bloccati da aste come linee di inchiostro nero su un ricamo. Si tratta di Fendi Matrice, opera inedita di Giuseppe Penone creata per la mostra che si sviluppa all’interno, curata da Massimiliano Gioni.

Giovedì sera, all’inaugurazione, l’atmosfera era leggera – le contesse romane non soffocavano nei volumi dei loro salotti, ma giravano leggere sul marmo rosso, tra i tronchi grafici. Le persone avevano spazio, tra le opere, in una scena de Le fate Ignoranti, tra incroci d’amore e di destino. Non c’era pesantezza, non autocompiacimento, ma attenzione e voglia di comprensione: per quegli alberi vuoti, dalle trame di vene fitte nei circoli stratigrafi degli anni. Ritrovavi l’arbusto giovane, all’interno della corteccia secolare. C’era un senso di freschezza, già di primavera – scendendo le scale, ora, di marmo verde, fino alla mensa di Palazzo Fendi, quando mensa trova un tono di poesia industriale, intellettuale di fatica e rigore. I materiali smaltati sui legni grezzi. Fendi Matrice è questo: damaschi e futuro, rococò e geometrie, livelli di garze e trame.

La sera dopo, venerdì, Gagosian invitava a casa di Sallustio. Dal livello del suolo, si scendeva per una decina di metri lungo un sentiero dentro una crepa, le candele nei vetri sugli scalini si rompevano sotto i tacchi delle dame di qui sopra. In parallelo, alleanza e sintonia alla mostra di Fendi, Gagosian inaugurava Equivalenze, ancora una monografica di Giuseppe Penone nella galleria di via Francesco Crispi. I tavoli erano apparecchiati sotto le volte recuperate dagli scavi romani, la condensa si intravedeva sotto il pavimento in vetro sopra le fondamenta profonde.

Pepi Marchetti, direttrice di Gagosian a Roma, alzava un brindisi a Penone, restio a queste forme di piacere mondano – forse a ragione considerando alcune figure romane ancora perse in una palude che, finalmente in questi giorni, un vento mite di gennaio spazza via. Per Penone a Roma, è riapparsa quella linfa che correva costante negli anni Settanta. Oggi inaspettata: una Roma brillante, composta in nuovi contrasti, a tagli di società, nobiltà, costume e popolo. Una nuova generazione, una nuova bellezza – non più grande, ma ben più potente. Oggi, questo crogiolo di energia gira intorno, via via sempre più concentrandosi, a una giovane coppia. Sono belli e hanno movimenti pacati, con un modo antico e gentile. Pietro e Elisabetta Beccari riprendono, dalla storia, quei decenni di rinascite culturali, quando due nuovi principi salivano su un trono spento da troppo tempo, per vuoto o vecchiaia. Insieme e a fianco l’uno all’altra, hanno un modo di fermarti, di non lasciarti andare via, di restare ancora un po’, per un sorriso e una parola in più – per notare, ancora un po’ di più, quanto sia bella ed eterna la luce di una volta e di un cielo di mattina, blu, a Roma.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

Rome houses the new Versailles of Europe: Palazzo della Civiltà Italiana. Not the Sun King’s eccentric caprice but Fendi’s precision and direction, views and corners. Standing by the right corner of the building is a bare tree whose branches are hindered by copper pipes like black ink strokes across an embroidery. This is Fendi Matrice, the latest work by Giuseppe Penone created to accompany the exhibition that takes place inside, which is curated by Massimiliano Gioni.

On Thursday evening, the day of the inauguration, the atmosphere was light: the Roman countesses were not stifled by the imposing presence of their parlors but wandered, with a light step, across the red marble, surrounded by graphic tree trunks. There was breathing space among people, and between people and the artworks, which evoked a scene from Ferzan Özpetek’s His Secret Life (Le Fate Ignoranti) in a crossing of love and fates. There was no heaviness, no complacency but attention for and the desire to understand those stripped trees, their dense growth rings like age-revealing veins. A young tree inside a centuries-old bark. There was a sense of freshness in the air, of forewarning spring: walking down the green marble stairs to the canteen of Palazzo Fendi, where canteen acquires an industrial poetic tone, an intellectual temper that originates from labor and rigor. The waxed textures against the raw wood. This is Fendi Matrice: damasks and future, rococo and geometries, gauze and textures.

The following evening, on Friday, Gagosian had invited us to Sallustio’s. We descended about ten meters from the ground level, walking along a path into a crack, the candles laid onto the glass stairs breaking under the pressure of the ladies’ heels. Simultaneously – in alliance with and in accord to the exhibition at Fendi, Gagosian was opening Equivalenze, another solo exhibition by Giuseppe Penone at the gallery on Via Francesco Crispi. The tables had been set under the restored vaults of the Roman archaeological site, the condensation clearly visible underneath the glass flooring providing a view of the excavations below. Pepi Marchetti, Director of the Gagosian Gallery in Rome, raised the glass and toasted a reluctant Penone, disinclined to indulge in such form of frivolous pleasures, and perhaps rightly so given that some Roman personalities appear to be still lost in a morass that, finally, over the last few days, the mild January wind seemed to have swept away. In honor of Penone, Rome has seen the resurgence of that nourishing lymph that flew abundant in the Seventies. Its comeback is unexpected today: Rome is agleam, composed of new contrasts, crosscuts of society, of nobility, of customs and people. A new generation, a new beauty – not greater but way more powerful. Today, this amalgam of energy spins around, increasingly polarizing around a young couple. They are beautiful and move gently, displaying yesteryear-graceful manners. Pietro and Elisabetta Beccari draw from history, echoing those decades of cultural renaissance when a new Prince and Princess ascended a throne that had been devoid of any light and life for too long, out of a political void or old age. Together, next to each other, they have a way of stopping you, of not letting you go, of persuading you to stay a little longer, for a smile, a brief exchange. To acknowledge and appreciate a moment longer how beautiful and eternal is the light of a vault, of a blue, morning, Roman sky.

Fendi Matrice
26 January – 16 July
Palazzo della Civiltà Italiana
Quadrato della Concordia, 3 – Rome, Italy
Open every day from 10:00 am to 8:00 pm

Equivalenze
27 January – 15 April
Gagosian Gallery – Rome
Open Tue – Sat 10:30 am to 7:00 pm

 

Images courtesy of press office
www.fendi.com – www.gagosian.com

HERMÈS FAUBOURG SAINT-HONORÉ

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

La pre-collezione di Hermès ha sfilato nel negozio di Feabourg St Honorè – in quell’angolo di Parigi che appartiene e definisce Hermès da quasi centocinquant’anni. Regola vuole che gli abiti delle pre-collezioni arrivino in negozio a fine luglio – si tratta infatti degli abiti autunnali. Oggi, la moda è forte di un’attenzione e di un lavoro tali – da parte del pubblico e della stampa – da portare i vestiti autunnali nei negozi già da giugno (per qualche casa, addirittura ad aprile). Le persone che vivono nella moda – clienti o narratori – sono tanto ubique nel mondo da annientare le stagioni ancor prima di un ragionamento sull’emergenza climatica.

Questo preambolo per spiegare, per antipodi, quanto Hermès rimanga invece oltre le scadenza, oltre le frammentazioni del tempo, del luogo e del commercio. Ogni capo di Hermès è quieto, calmo – vive nei suoi anni, nell’uso e nella cura. Il disegno è sempre lineare e sapiente, pacato – che oggi significa poetico. Hermès è la calma di una novella, è il ritmo di Proust. I colori sono una tavola coerente, gli accostamenti sono note su partiture di Bach.

La sfilata dell’altro giorno era un susseguirsi di abiti da giorno – Hermès non ha mai fatto abiti da sera. La morbidezza, sì – la morbidezza è la tendenza di tutta la moda delle prossime stagioni – una morbidezza che incontra l’essenza di Hermès, trovando Hermès oggi riferimento, non solo codice.

La pelle è martellata o liscia – naturale anche se colorata. Gli stivali alti. Le borse piccole. Le gonne a giro, di lana, bloccata da moschettoni presi dal mondo, ormai proprio, dell’equitazione. I colori. Arancione e grigio, mattone e bordeaux. Il verde bosco dei pantaloni diventa muschio di quercia dal profumo umido e antico. Il lilla sul caramello. Il bianco scivola nella crema. Le perle di acciaio sono intarsi in cinture e gioielli di cuoio. Il tartan rosso. La forma è liquida – davvero, è l’inchiostro dei poeti.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

Hermès Resort Collection took the runway in the Faubourg Saint-Honoré boutique in that corner of Paris that belongs to and has defined Hermès for the last one hundred and fifty years. As a rule, pre-collections’ clothes – those for Fall – hit the stores in late July. Present day’s attention and commitment to fashion – on the part of the public and the press – is so strong that Fall clothes are stocked in stores as early as June (some fashion houses stock them even in April). The people who live in fashion the clients or the narrators are ubiquitous around the world, so much they wipe out the seasons even before starting a reflection on climate emergency.

This foreword to explain, by contrast, that Hermès stays beyond the deadlines, beyond the fragmentation of time, place and business. Each Hermès garment is quiet and serene embracing its own time, as regards its use and accurateness. The design is always linear and skilful, understated– which, today, equals to poetic. Hermès conveys the quietude of a short story, Proust’s tempo. The color palette is consistent, the combinations are like notes on a Bach score.

The other day’s show featured a sequence of daywear outfits Hermès has never designed eveningwear. The loose cut, yes, the loose cut is a trend for all fashion in upcoming seasons that relates to Hermès’ essence, as a reference, not just a code.

Leather is hammered or smooth – looking natural even when it’s dyed. The thigh-high boots. The small bags. The woolen wraparound skirts kept in place with straps borrowed from the equestrian world, a classic Hermès reference. The hues. Orange and gray, brick red and burgundy. The forest green of the pants turn into an oak moss nuance, giving off an old, humid scent. Lilac on caramel. White glides into cream. Leather belts and jewelry pieces feature steel bead intarsia. Red tartan. The shapes are liquid – it’s true, like poets’ ink.

Images courtesy of press office
www.hermes.com

DIOR HC SS17

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La prima sfilata Haute Couture di Dior di Maria Grazia Chiuri. Si torna a un romanticismo rinascimentale, nel vestire femminile – bisogna ammetterlo come se già lo sapessimo, come se già fosse impresso nei nostri occhi, già nella nostra memoria. Lo vedete in giro, ovunque, Botticelli: linee morbide, veli e layer, strutture non più sopra il corpo della donna ma intorno al corpo della donna. C’è una voglia di nostalgia che diventa energia – con qualche tocco di violenza che si chiama futuro. Si recuperano gli archetipi degli abiti e le gonne nell’armadio della nonna. C’è la voglia di persone per bene, nel mondo e negli occhi, e di vestirsi di conseguenza. La ricchezza è nel dettaglio, nel taglio, nel piccolo ricamo ripetuto, nell’intarsio, nel piccolo riflesso.

Le forme iconiche di Christian Dior. La sfilata di Chiuri è uno studio sull’estetica del fondatore, con considerazioni su Galliano. Le prime uscite sono nere. Tessuti spessi, di taglio e forma, redingote grafiche. Caterina de’ Medici vestiva di nero, come fece la regina Vittoria senza Albert. Dalla serietà del lutto all’incognito di Venezia. Le maschere e le piume. I vestiti monacali e protestanti e gli smoking di Cole Porter – di nuovo i tagli ripidi. Trame pesanti per vestiti di altri tempi, plissé giganti. Una carta astrale con i tarocchi, una cappa di velluto nero con il cappuccio da Inquisizione. Poi il rosso apre lo schema, ne fuoriesce la luce dell’Impero: rulli di oro con le stelle, i giardini e i fiori di mughetto, i pavoni e le farfalle.

Tra i dettagli più precisi, ancora studio d’identità Dior, gli intarsi di velluto sulle gonne di tulle. Gli aghi delle piume costruiscono il filo spinato per Charlize Theron – tra J’Adore e la Regina Ravenna. Le crinoline diventano cappotti fino ai piedi, le ali di farfalle sono piccole piume – fino al vestito per Giunone, volumi di petali, tra tulipani, campanule – e tutto il giardino sulla Manica, a Granville, che tanto restava nelle cure di Christian Dior.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Maria Grazia Chiuri’s Couture debut for Dior. Back to a Renaissance-like romanticism, in women’s style – we have to acknowledge it, as if we knew it already, as if it were already impressed in our eyes, in our memory. Botticelli is everywhere, as one can see; in the soft lines, in the veils and layering, in the structures that do not rest on the female body, but around the female body. This urge for nostalgia turns into energy – with a few fierce touches, it’s called future. The gowns’ archetypes and the skirts from grandma’s wardrobe are retrieved. One senses the need to have good people around, in the world, in one’s eyes, and to dress accordingly. The richness lies in the cuts, in the recurring small embroidery, in the intarsia, in the slight reflections.

The iconic silhouettes of Christian Dior. Chiuri’s runway show is based on a research on the founder’s aesthetics, with a few considerations on Galliano. The first outfits to come out are black. Thick textiles, the thickness is in the cut and the shape, graphic frock-coats. Catherine de’ Medici used to wear black, just like Queen Victoria without Albert. From the severity of mourning to going incognito in Venice. The masks and the feathers. The monastic and protestant garments, and Cole Porter’s tuxedos – those slanting cuts again. Heavy textures for garments of yore, giant pleats. Astral charts with tarots, a black velvet cape with an Inquisition-style hood. Then red appears, breaking the scheme, the Imperial light pours out: golden spoils with stars, the gardens, the lilies of the valley, the peacocks and the butterflies. The most accurate details, from an exploration of Dior’s identity, are the velvet intarsia on the tulle skirts. The feathers’ barbules form the barbed wire for Charlize Theron – halfway between J’Adore and Queen Ravenna. Crinolines turn into floor-length coats, the butterfly wings are tiny feathers– and the Juno dress features volumes created with petals, tulips and bluebells – and the whole garden overlooking the English Channel, in Granville, that Christian Dior cherished so much.

Images and video courtesy of press office
www.dior.com

FENDI MATRICE

Testo Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Giuseppe Penone è ora il protagonista di una personale dal titolo Matrice, inaugurata il 26 gennaio 2017 presso i grandi spazi a piano terra del Palazzo della Civiltà Italiana a Roma, il Colosseo Quadrato, sede della maison Fendi.

La mostra è la prima tappa di un viaggio tra arte, storia e contemporaneità intrapreso da Fendi, che ha voluto destinare a esposizioni e installazioni i solenni e ariosi volumi a pianterreno della grandiosa mole di pieni edilizi e fornici sovrapposti che domina l’EUR, già cornice di mostre quali Una Nuova Roma, L’EUR e il Palazzo della Civiltà Italiana e FENDI Roma. The Artisans of Dreams. La solo exhibition di Giuseppe Penone, figura cruciale nel dibattito artistico contemporaneo, che, aperta al pubblico gratuitamente, si concluderà il 16 luglio prossimo, sancisce l’impegno di Fendi nel sostenere e dare risalto alle più importanti espressioni della cultura odierna e nella salvaguardia del patrimonio artistico. Una parabola di mecenatismo che si fonda sui valori basilari del brand, che intrecciano innovazione continua e tradizione, savoir-faire e creatività e che ha stabilito un forte legame con la città di Roma.

Una fervida relazione con la capitale che continua a evolvere e a generare esiti e apporti diversi, come sottolinea Pietro Beccari, Presidente e Amministratore Delegato di Fendi: «Siamo orgogliosi di collaborare con Giuseppe Penone – afferma Pietro Beccari –, in questa prima mostra di arte contemporanea a Palazzo della Civiltà Italiana, simbolo delle nostre radici romane e che, come promesso, continuiamo a rendere fruibile ai romani e ai turisti di tutto il mondo. Penone è un artista italiano di fama internazionale con il quale condividiamo la passione per la creazione, per il più eccelso savoir-faire e per l’incessante dialogo tra tradizione e modernità, valori cardine di Fendi».

Curato da Massimilano Gioni, Direttore Artistico del New Museum di New York e, nel 2013, Direttore della Biennale d’Arte di Venezia, questo evento istituzionale imperniato sulla poetica di Giuseppe Penone si sviluppa intorno a una selezione di suoi lavori storici e a un gruppo di altre opere site specific, realizzate appositamente per la mostra cercando un’osmosi semantica, un rapporto privilegiato con l’architettura interna del Palazzo della Civiltà Italiana.

La mostra prende il nome da una delle maggiori e più impressionanti realizzazioni dell’artista, concepita nel 2015, che appunto porta il titolo di Matrice. Un tronco d’abete della lunghezza di trenta metri scavato seguendo un anello di crescita, in modo da far emergere in superficie tutto il passato della conifera, la sua storia e sue trasformazioni successive. Nel legno è incastonata un’anima di bronzo che pare quasi congelare e sospendere ogni flusso vitale della natura. Come spesso accade nell’opera di Giuseppe Penone, la scultura indaga sul rapporto tra tempo e natura e diviene metafora di quello che s’instaura fra natura, umanità e caducità.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Giuseppe Penone is now featured in a solo show entitled Matrice, which opened on 26 January 2017 in the large ground-floor spaces of the Palazzo della Civiltà Italiana in Rome, the Colosseo Quadrato, home to the Fendi fashion house.

The exhibition is the first stage of a journey linking art, history and contemporaneity undertaken by Fendi, which has decided to exploit the solemn and lofty locales on the ground floor of the majestic block of overlapping buildings and arches that dominates the EUR for exhibitions and installations, and has already hosted shows such as Una Nuova Roma, L’EUR e il Palazzo della Civiltà Italiana and FENDI Roma. The Artisans of Dreams. The solo exhibition featuring the work of Giuseppe Penone, a key figure in the contemporary artistic debate, and which will remain open to the public free of charge until 16 July this year, reflects Fendi’s commitment to support and highlight the most important expressions of today’s culture and to the safeguarding of artistic heritage. A parable of patronage based on the fundamental values of the brand, interweaving constant innovation and tradition, savoir-faire and creativity, a brand which has built strong ties with the city of Rome.

A close relationship with the capital which continues to evolve and to generate different results and contributions, as Pietro Beccari, President and CEO of Fendi, underlines: «We are proud to collaborate with Giuseppe Penone on this new contemporary art show at Palazzo della Civiltà Italiana, the symbol of our Roman roots and which, as promised, we continue to make available to the Romans and to tourists from all around the world. Penone is an Italian artist of international fame with whom we share a passion for creation, for the finest sense of savoir-faire and for the ongoing dialogue between tradition and modernity: all core values of the Fendi brand.» Curated by Massimilano Gioni, Artistic Director of the New Museum in New York and, in 2013, Director of the Venice Art Biennale, this institutional event hinging on Giuseppe Penone’s poetics is developed around a selection of his historical works as well as a set of other site-specific works created especially for the exhibition, seeking out a semantic osmosis, a privileged relationship with the interior architecture of the Palazzo della Civiltà Italiana.

The exhibition takes its name from one of the artist’s greatest and most impressive works, conceived in 2015, which also bears the name Matrice (Matrix). A fir tree trunk some thirty metres in length, filed down to follow a single growth ring, so as to bring to the surface the whole past of the conifer, its history and successive transformations. A bronze core is embedded in the wood, which almost seems to freeze and suspend any vital flow of nature. As often happens in Giuseppe Penone’s work, the sculpture investigates the relationship between time and nature and becomes a metaphor for the links established between nature, humanity and caducity.

Fendi Matrice
26 January – 16 July
Palazzo della Civiltà Italiana
Quadrato della Concordia, 3 – Rome, Italy
Open every day from 10:00 am to 8:00 pm

Read more on The Fashionable Lampoon Issue 8 – on the newsstands from February 16th

Images courtesy of press office
www.fendi.com

Lampoon Italia – Chapter IV

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Siamo partiti cercando la V – la V che disegnano le rondini quando fanno l’amore. Tutto comincia con una V – Verona, Valpolicella, Venezia, Villa Igiea, Verdura, la Valle dei Templi. È il quarto capitolo di una Vita in Italia.

La corte di Giulietta è imbrattata di scritte – lucchetti su quanti ponti spariscono a confronto. La polenta con il lardo e il gorgonzola, Castelvecchio al tramonto – l’Adda quasi a secco. I Signori della Scala si sarebbero poi sottomessi a Venezia. Per le colline della Valpolicella, fino a San Giorgio: una piccola trattoria, trattoria Dalla Rosa – costava poco, ogni soldo per l’amarone. Si poteva dormire lì.

A Capodanno, a Dorsoduro, a casa di Matteo e Jérôme con il loro circolo gentile, e con Cesare. Corsini, Loredan, Rothschild – palazzo Mocenigo era un’orchestra di luci e sapori da tavola. Raffaella Curiel, non l’avevo mai conosciuta prima: aveva per me una lettera, mi scriveva di Lampoon – non esistono regali all’ultimo dell’anno, ma questa lettera ha inventato il migliore.

La mattina all’alba, il motoscafo per l’aeroporto – al sole. Il primo gennaio appare così in ogni sogno. Schizzi e scintille, l’acqua e l’oro – Venezia. Un aereo per Palermo, un’ora e mezzo di volo. La messa alla Cattedrale. Michi, Cia – un gruppo di ragazze in una casa disegnata dall’architetto che la abita: una lunga scala nera taglia il bianco di una città normanna ribaltata in futuro.

In macchina verso il Verdura, terra di duchi – Fulco di Verdura, l’amico di Chanel, di cui Robi spero stia studiando vita e miracoli – morte no, perché i gioielli non muoiono mai. L’albergo è un miraggio di verde, azzurro e palme. Una torre sulla spiaggia. Le piscine all’aperto di acqua salata, la caponata e il sorbetto al limone. I mandarini profumano sulla spiaggia che non c’è. Risaliamo in macchina, Agrigento e la Valle dei Templi – non ti immagini potessero essere così belli, e così offesi.

Vanità e Vergogna – ancora le V. Attraversi la Sicilia e ti si taglia il cuore – non si stringe più. La vanità per questa terra nostra, che non ha bisogno di alcuno sforzo – la vergogna che ogni italiano deve provare per il massacro che questa terra ha subito. Se non c’è vergogna, non può esistere alcun orgoglio – e per quanto noi abbiamo bisogno del nostro orgoglio, dobbiamo infangarci fino all’ultimo neurone con questa vergogna.

Le ceramiche di Caltagirone – in cima alla scala di Santa Maria c’è uno spiazzo. Piastrelle verdi ceramiche decorano le balconate, sembra la città di smeraldo del Mago di Oz, un re che non esiste. Ti si apre il cuore. Ogni bottega è una produzione diversa, ogni bottega al proprio forno. Andiamo alla ricerca di pigne – grandi, blu o verdi, lavorate chiuse, o con i pinoli cadute. All’inizio sembrano tutte uguali – poi riconosci migliaia di differenze, lo spessore delle dita che hanno lavorato le sfere, i volumi.

L’aereo da Catania, siamo in anticipo. Vaghiamo per il centro della città senza conoscerla. Il Teatro Massimo. Leggi bene – è titolato a Bellini – sorrido, maestro – Vincenzo Bellini – l’ultima V di questo, di ogni Viaggio.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

We started off by looking for the V – the V drawn by swallows in the act of making love. Everything starts with a V – Verona, Valpolicella, Venice, Villa Igiea, Verdura, Valley of the Temples. It is the fourth chapter of a Life in Italy. The walls leading to Juliet’s courtyard are smeared with love graffiti, so many in fact that the amount makes the love locks tied on bridges’ parapets pale in comparison. Polenta with lard and gorgonzola cheese, Castelvecchio at sunset and the Adda river almost dried up. The Scaliger family, Lords of Verona, would later on submit to Venice. The journey continues through the Valpolicella hills to San Giorgio and its cozy trattoria Dalla Rosa: it was so affordable, which meant that most of the bill went on the amarone. Plus, it had the added bonus of doubling as an inn, which meant we could sleep there.

New Year’s Eve was spent in Dorsoduro, at Matteo and Jérôme’s, joined by their genteel circle of friends and Cesare. Corsini, Loredan, Rothschild – Palazzo Mocenigo was an orchestra of light and flavors to be savored at the table. I was introduced to Raffaella Curiel: she had a letter for me. A letter with her thoughts about Lampoon. There is no New Year gift exchange tradition, yet this letter presented me with the best present. The morning after, at dawn, the sun accompanied our motorboat ride to the airport. This is how the first day of January makes its appearance in any dream. Splashes and sunlight flickering, water and gold – Venice. Then Palermo welcomes us after an hour and a half flight. The service at the Cathedral. Michi, Cia – a group of girls in a house designed by the architect that lives there: a long black staircase cuts through the white of a Norman city looking into its future. The drive towards the Verdura resort, a land of Dukes. The land of Coco Chanel’s friend, Fulco di Verdura, whom – I hope – Robi is researching and studying everything there is to know ‘life, death and miracles’ as the Italian saying goes, though I would leave out the death given that jewels never die. The hotel is a mirage in green, light blue and palm trees. A tower on the beach. Seawater swimming pools, Sicilian caponata and lemon sorbet. A waft of tangerine oranges on the never, never, never beach. 

Then back on the road, to Agrigento and the Valley of the Temples: I had not imagined they could be so breath-taking and defiled at the same time. Vanity and vileness: the Vs are back. Driving through Sicily is a cut right through your heart, which leaves it wounded, unable to function, to be moved. The vanity of having this land of ours that does not require any effort. And the shame every Italian should feel over the marauding of this land. Without shame there cannot be pride. And as much as we need our pride, we ought to soak our entire being in this shame. The majolica of Caltagirone: the staircase of Santa Maria del Monte leads to a square. Green ceramic tiles ornate the balconies evoking the emerald city of the Wizard of Oz, a king that does not exist. The heart reawakens and starts beating again. Every small shop has its own distinctive ceramics, its own kiln. We begin our search for pinecones: large, blue or green, closed or open with their seeds released. They appear alike at first, then you start to appreciate the endless differences, the touch of the fingers that worked them, the volumes. There is still plenty of time ahead of our flight from Catania. We roam through the town center without knowing the place. The Teatro Massimo. We rest our eyes on it a little longer: it is named after Bellini – I smile – composer Vincenzo Bellini, to be precise.
The last V of this – of any – Voyage.

Images Lampooners