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Sasha Luss Interview

Text Jennifer Paccione
@jenniferpaccione

 

Nata a Magadan, prima di trasferirsi a Mosca in giovane età, Sasha Luss trascorre l’infanzia in un ambiente sano e di buoni principi che spiegano, probabilmente, la sua natura e la personalità affabile, cortese e sincera. La carriera di modella si concretizza a un’età così precoce da preoccupare la nonna, contraria alla strada scelta dalla nipote. «Non sono in grado di affermare se sia stata una buona o una cattiva idea. Di sicuro ha significato grandi cambiamenti. Ero così giovane, non capivo nulla di quel mondo e così mi fermai». Sasha decide, infatti, di interrompere la carriera di modella e fare ritorno in Russia per continuare gli studi. A tale scelta, tuttavia, fa seguito una mossa che avrebbe significato un notevole avanzamento di carriera nel mondo della moda; un segno rivelatore che questa volta – al secondo tentativo – le cose sarebbero andate diversamente. «Tornai a casa e iniziai a studiare ma dentro di me sapevo che se non ci avessi provato, se non avessi fatto un tentativo, me ne sarei pentita per sempre».

Ha vent’anni quando debutta alla sua prima settimana della moda di Milano. «Un debutto positivo ma non strepitoso. La mia agenzia in Francia mi convinse ad andare a Parigi per la settimana della moda. Il giorno successivo al mio arrivo partecipai ai casting per Dior, poi aprii la sfilata di Valentino e tutto ebbe inizio da lì. La differenza rispetto alla prima volta nel mondo della moda era che qui avevo qualche anno in più, ero più matura, adulta e in grado di comprendere meglio le persone attorno a me. La cosa buffa è che a quindici anni sei al meglio di te, giovane e raggiante ma con qualche anno in più sulle spalle acquisisci saggezza e sei pronta mentalmente. La seconda volta è stata il mio portafortuna e mi auguro che continui così».

Il sogno di Sasha era diventare ballerina, ma purtroppo non tutti i sogni diventano realtà: «Ebbi un infortunio da ragazzina e dovetti smettere». Ispirazione e intensità. «Non si ferma solo alla danza. È qualcosa che permea tutto ciò che fai. Mi riferisco anche a tutto ciò che impari e le conoscenze che acquisisci a scuola. Ovviamente la danza non si limita al solo movimento». È anche disciplina: «Da bambina viaggiavo molto assieme alla mia compagnia di danza e questo mi è stato di grande aiuto nella carriera di modella, dove si richiede di viaggiare di continuo. A volte mi capita di guardare foto di modelle e di scorgervi occhi vuoti, senza espressione, e credo sia davvero preoccupante, ma con l’esperienza e la conoscenza del mestiere questo non dovrebbe più succedere».

All’inizio della sua carriera di modella, la bellezza di riferimento è quella anni Novanta. I nomi in voga sono Naomi Campbell, Cindy Crawford, Kim Basinger: «Queste erano le modelle della mia infanzia. Era il tipo di bellezza che mi aspettavo di vedere ma, fortunatamente, le cose stanno cambiando e ora in giro vedi personalità diverse». La bellezza non è un concetto definibile: «Ovviamente credo che esista uno standard ma c’è bellezza in ogni volto. Mi pare sia questa la tendenza al momento. Ci sono modelle dall’aria sfrontata, altre con i capelli ricci, modelle dalle origini e corporature più diverse. In un certo senso è come se non ci fossero limiti, e questo dimostra che la bellezza è ovunque. Sta solo a noi, ai nostri occhi, vederla e apprezzarla». Bellezza, concetto tanto soggettivo quanto controverso.

Dallo spirito osservatore, pronto a scoprire bellezza nelle fonti più inaspettate, Sasha Luss sa come comunicare. Le è stato riconosciuto, infatti, il merito di un profilo Instagram molto poetico in cui le foto sono accompagnate da citazioni di Françoise Sagan o dai suoi pensieri messi a nudo. «Quando avevo quindici anni andavamo ancora in giro per New York con la mappa e l’agenda scritta a mano mentre ora è tutto sull’iPhone. Oggi le modelle vengono scoperte su Instagram. All’inizio non sapevo come usarlo. Pensavo fosse ovvio che, se sei modella, molto probabilmente sarai carina e a nessuno interesserà vedere le tue foto, dal momento che sei circondata solo da persone di bell’aspetto. All’inizio è stato così, ma poi mi accorgevo che la gente mi ringraziava per aver consigliato un libro sul mio profilo». A proposito di Instagram, Sasha ci ha parlato di un video la cui didascalia rivela l’emozione per l’uscita del trailer di Valerian e la città dei mille pianeti, che vede la modella debuttare nei panni di attrice.

Sasha – la bambina fortunata, la donna di successo: «Il successo non è qualcosa di ovvio. È impossibile definire chi è una persona di successo e chi no. Personalmente, non credo di esserlo perché ci sono ancora tanti obiettivi che desidero raggiungere. A volte mi capita di sentirmi gelosa. Sono umana dopotutto, ma poi mi rendo conto che non ha senso paragonarsi agli altri, così cerco di concentrarmi su me stessa e su ciò che ho ottenuto e realizzato».

The Fashionable Lampoon Issue 8 – Video Interview of Sasha Luss

Starring Sasha Luss @ Img Models shot by Hunter & Gatti 
Styling Ron Hartleben 
Hair Paquito Garriguese
Make up Nina Park @ The Wall Group
Manicurist Angely Duarte
Fashion assistant Carolina Fusi
Photography assistants Ace Buhr, Niklaus Moller
Set designer Stewart Gerard
Location Waldorf Astoria Hotel, New York, NY

Lampoon e le tute per San Vittore

Testo Carlo Mazzoni

 

Ho fondato Lampoon due anni fa. Un giornale, uno strumento mediatico – fino a oggi, le risorse sono state impiegate per creare una testata che le persone riconoscessero, quindi con un buon numero di lettori. Oggi, forte di conferme in termini di numero, Lampoon può calibrarsi sulla dimensione che gli appartiene: quella leggera serietà che fonda la letteratura e che rende credibile ogni impegno.

Lampoon è una parola inglese che può essere tradotta in italiano come libello. Pungente, intelligente. Attraverso l’estetica, Lampoon vuole raccontare il tempo che scorre e la sensibilità della gente. Oggi, dopo l’epoca della sobrietà, la gente sta vivendo l’epoca della serietà – ed è qui che vogliamo ricordarci di come non ci sia niente di più serio dell’impegno.

Una goccia in più cambia il peso del mare. Che sia una parafrasi di Madre Teresa o il ritornello di una nuova canzone di Francesco Renga, questa è la definizione di serietà: una piccola, sacrosanta verità, che vive della propria sincerità indipendentemente dalla considerazione che le verrà accordata dal mondo.

Gli istituti di detenzione trattengono individui pericolosi per la società. Oltre che di detenzione, sono istituti di recupero, e rieducazione. Mi ha chiamato Lina Sotis, attenta e attiva alle tematiche sociali con la sua associazione Quartieri Tranquilli: risultavano necessari nuovi capi di abbigliamento da lavoro, per i detenuti, a San Vittore – Lampoon parla di estetica, di moda, di vestiti – potevamo certamente dare una mano procurando le tute di lavoro a San Vittore.

Abbiamo chiamato Alessandro Moro, che qualche anno fa, insieme ai suoi soci Paolo Restelli e Dado Schapira, ha fondato Adventures, ditta specializzata nella produzione di uniformi e divise scolastiche. A me piacciono le storie precise, quelle che hanno un senso nel loro racconto – che ritrovo qui pensando a un carcere come a una scuola nuova.

Images Enrico Baj, Perso, 1967 from Guggenheim-venice 

Wake up, it’s spring

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Izia 1 – Sisley Beauty Wall performed by @LuciaMCurzi – pick your favorite Illustration and like it on Lampoon Instagram

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Izia 2 – Sisley Beauty Wall performed by PatriziaCalegari – pick your favorite Illustration and like it on Lampoon Instagram

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Izia 3 – Sisley Beauty Wall performed by @andrearubele – pick your favorite Illustration and like it on Lampoon Instagram

Testo Paola Corazza

 

Izia, la nuova fragranza Sisley, nasce da un ricordo d’infanzia di Isabelle d’Ornano, fondatrice, nel 1976, insieme al marito Hubert, della casa Sisley. Per celebrare il nuovo nato, Sisley ha ideato un muro, che non divide ma unisce: il Sisley Beauty Wall raccoglie i pensieri, i ricordi e tutto ciò che Izia riporta alla memoria. Un muro, si dice, è fatto per scriverci su: accoglie messaggi, disegni, scarabocchi, ricordi.

La memoria, si diceva: Isabelle d’Ornano ricorda la fragranza di una rosa particolare e senza nome, che fioriva solo ai primi di maggio in un roseto, in un luogo lontano, il castello di Łańcut, in Polonia. Quella stessa rosa che Isabelle porta, quindici anni fa, nel giardino della sua casa a Berry, nella valle della Loira, e che ama raccogliere in bouquet avvolti nella carta da giornale per portarle a Parigi. Isabelle osserva la sua rosa, la rosa d’Ornano, appassire, e immagina di rievocare quello stesso profumo, di riuscire a ‘catturarlo’ prima che svanisca per sempre. Ci riesce, con l’aiuto del ‘naso’ Amandine Clerc-Marie, fra i più importanti di Francia. Nasce il nuovo jus di Sisley, Izia, il diminutivo, in polacco, di Isabelle.

La composizione della nuova fragranza, sensuale e femminile, è sulla rosa. Sono presenti note di testa luminose e sofisticate come il bergamotto di Calabria e il pepe rosa, tocchi di fresia e di tè, e una base calda e legnosa, ammorbidita dai muschi.

Se questa storia che sembra una fiaba parte da un ricordo, il Sisley Beauty Wall è un luogo su tutti possono lasciarsi ispirare e lasciare un segno, virtuale, attraverso un post sui propri canali social usando gli hashtag #Sisleyparisitalia, #BeautyWall.

Sisley Beauty Wall

Wake up, it’s spring – take a flower and back to sleep, #Google says. We want to introduce #Izia, the new perfume by #Sisley on the first (actually, second this year) day of #Spring. 

Find more on Lampoon Instagram and on Sisley-Paris.com about a #BeautyWall using the hashtag #SisleyParisItalia.

All your posts will appear listed with us and #SisleyItalia. #Izia the new fragance by #SisleyItalia, conceived from a childhood memory by Isabelle d’Ornano #IziaStory.

Photography by Alexander Beckoven in The Fashionable Lampoon.

 
Special thanks for the Illustrations to Lucia Emanuela Curzi, Patrizia Calegari and Andrea Rubele.
 

St. Patrick’s Day

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Testo Domenico Trapani
@glaucoellenico


St. Patrick was a gentleman: he came from decent people.

He built a church in Dublin town and on it put a steeple.

His father was a Gallagher, his uncle was a Grady,

His aunt was an O’Shaughnessy and his mother was a Brady.

[…]

The Wicklow hills are very high so is the hill of Howth, Sir

But there’s a hill much higher, still much higher than them both, Sir.

On the top of this high hill, St. Patrick preached his sermon:

He drove the frogs into the bogs and banished all the vermin.

 

Nonostante i versi di questa canzone popolare sembrino descrivere in maniera chiara la figura del Santo Patrono d’Irlanda, le notizie storiche sul suo conto trascolorano nella leggenda.

Nato sullo spirare del quarto secolo dopo Cristo da famiglia molto benestante, in un piccolo paese della Scozia dal nome ibrido, Bannhaven Taberniae, appena sedicenne venne venduto come schiavo e trasferito in Irlanda al servizio del reggente la contea di Antrim, dove condusse la vita del pastore di greggi. Cresciuto alla luce della cultura gaelica e all’ombra delle pratiche dei Druidi, sentì crescere dentro sé la vocazione e in età adulta studiò in diversi luoghi della Francia per il sacerdozio. Fu Papa Celestino I a dargli il nome cristiano di Patricius (prima si chiamava Maewyn Succat) e a mandarlo missionario in Irlanda perché espungesse le tradizioni pagane di quella terra e cristianizzasse il popolo irlandese.

La Confessio rappresenta la fonte più importante per ricostruire le vicende e i tratti della personalità dell’evangelizzatore d’Irlanda. Il racconto di una fuga, dei sogni che rafforzarono la sua fede e di una missione in terra barbara al di fuori dei confini ecumenici definitisi nei primi secoli dopo Cristo. Patrizio, invero, può essere considerato il primo missionario cristiano dopo San Paolo: un vescovo che, nella pienezza della sua umiltà, mostra ai suoi interlocutori il suo lato più umano senza temere il confronto con i dottori della Chiesa suoi coevi.

Tamen, etsi in multis inperfectus sum

Patrizio era, agli occhi dei suoi interlocutori, la dimostrazione vivente che le strade della conversione operano per il tramite del cuore e che il Dio cristiano agisce, come aveva fatto con lui, al di là della materialità terrena, nell’intimità dell’anima. Perché, in fin dei conti, la salvezza cristiana predicata da Patrizio è accessibile a tutti, anche ai barbari pagani che egli salva dalla carestia.

Le leggende che accompagnano la vita del Santo d’Irlanda sono molte e si intrecciano con i dati ricavabili dalla Confessio, la cui attribuzione alla mano medesima del vescovo Patrizio pare incerta (taluni parlano di una stesura postuma ad opera di un fedele discepolo). La più conosciuta è, di certo, quella che narra la cacciata dei serpenti dalla terra dei Druidi a seguito di quaranta giorni e quaranta notti trascorsi sul monte Croagh Padraig, metafora – probabilmente – dell’evangelizzazione stessa dell’Irlanda e della sconfitta della tradizione pagana.

Uno dei più suggestivi aneddoti narra che Patrizio fu trasformato in daino dopo aver invocato la protezione di Dio per sfuggire ai suoi nemici. Una preghiera, forse la prima poesia in lingua volgare della storia della Britannia, capace di racchiudere in sé tutta la forza della predicazione del Santo e della commistione tra la sua storia intrisa di magia e la fede cristiana.

(…) Io sorgo oggi
grazie alla forza del cielo,
luce del sole,
fulgore della luna,
splendore del fuoco,
velocità del lampo,
rapidità del vento,
profondità del mare,
stabilità della terra,
saldezza della roccia. (…)

Il ricordo di San Patrizio, che cade ogni anno il 17 marzo, data della sua presunta morte, è divenuto oggi occasione di festa e di orgoglio nazionale: all’opera missionaria cristiana si è sostituita la celebrazione dell’identità irlandese, per cui le città gaeliche si tingono di verde, il colore del trifoglio (shamrock) attraverso il quale Patrizio spiegò ai barbari il significato della Trinità, divenuto simbolo nazionale. Il trifoglio va affogato nelle bevande tradizionali d’Irlanda, la birra e il whisky, per propiziare un anno fertile e prospero: ancora ai giorni nostri la mescolanza tra magia, superstizione e fede cristiana rimane forte e contagia non solo la terra d’Irlanda, ma tutti i luoghi del mondo in cui si è insediata una comunità irlandese (o dove, più semplicemente, vi sia un irish pub). La prima testimonianza letteraria di una celebrazione dell’identità nazionale – più che del Santo Patricius – al di fuori dell’Irlanda si legge in Journal to Stella del (dublinese) J. Swift, autore dei più famosi viaggi di Gulliver. Nel diario, raccolta epistolare della corrispondenza intrapresa da Swift mentre si trovava a Londra per l’affare di un’imposta ecclesiastica un tempo pagata al papa, poi avocata dalla Corona britannica, si racconta di una chiusura straordinaria del Parlamento di Westminster nel giorno del St. Paddy’s Day del 1713, in una Londra colma di decorazioni al punto da far sospettare che tutto il mondo fosse irlandese. In verità, la prima parata in onore del Santo si tenne a New York nel 1762, quando un gruppo di soldati che si dirigeva a festeggiare la propria nazione decise di marciare per le strade della città mostrando e dimostrando le proprie origini.

Oggi, il significato della festa di St. Patrick’s Day assume una valenza ben più ampia di quanto si possa pensare: è la festa degli irlandesi e non solo, perché ricorda al mondo che gli irlandesi hanno viaggiato nel corso dei secoli creando piccole comunità in terra straniera, nel più perfetto spirito di integrazione e rispetto reciproco.
In anni in cui i viaggi intrapresi non per piacere, ma per necessità diventano sempre più difficili da accettare; in anni in cui l’integrazione con culture lontane pare talmente ostica da divenire impossibile; in anni in cui le comunità (ossimoricamente) si dividono con muri innalzati o solo paventati; in anni di sospetto e diffidenza, la festa di San Patrizio si afferma con forza per ribadire il valore e il sacrificio di chi, con successo, si radica in una comunità che all’inizio non gli appartiene. Per questo, nel 2017 più che mai, la Benedizione del viaggiatore che la tradizione attribuisce al Santo d’Irlanda risuona e dovrebbe risuonare nell’animo di tutti: tanto di chi si appresta a viaggiare, quanto di chi ha viaggiato, quanto ancora di chi dovrebbe accogliere un viaggiatore che reca con sé il bagaglio della sua esistenza.

May the road rise to meet you, may the wind be always at your back, may the sun shine warm upon your face, and the rains fall soft upon your fields and, until we meet again, may God hold you in the palm of His hand.

Images from Pinterest

Alfons Mucha, La Lierre, Richard Fuxa Foundation

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