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The Fashionable Lampoon
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ellen mirck

Gold and coconuts in Cuba – The Diplomats

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

L’uomo al volante dice che la netta maggioranza dei cubani di oggi non ha vissuto la rivoluzione, ne conoscono solo il racconto. I cubani sono felici della situazione politica attuale. Non devono pagare per il cibo – anche se non è mai abbastanza – non devono pagare per la loro casa, non devono pagare gli ospedali. La propaganda appare a ogni angolo di ogni strada dell’isola – Castro rimarrà con noi, il nostro amico migliore. L’embargo americano ha bloccato il commercio con l’isola – ma a Cuba oggi si trovano le più belle macchine americane, Cadillac smaltate, Chevrolet cromate, pelli verniciate, frizioni oliate. Percorriamo Fifth Avenue di Habana, si affacciano le sedi d’ambasciata – quella italiana, ce la indica, è una delle case più belle. Il cimitero che sorge poco distante dal centro è il più grande dei Caraibi – forse, dice, dell’intera America Latina. Le statue, molte sono scolpite in marmo di Carrara, contano un valore di cinque milioni di dollari. Cuba è un pezzo di ghiaccio che vuole restare solido in una pentola a quaranta gradi. Lo spettacolo della lotta contro l’impossibile – un match di Agassi a fine carriera contro Federer in prima ascesa. Noi uomini prendiamo forza applaudendo chi combatte contro ciò che non può sconfiggere – e non solo contro il tempo.

Internet funziona male, le carte di credito peggio. La moneta cubana non è cambiata in nessun luogo se non a Cuba e in qualche angolo del Messico. Non c’è la Coca Cola, ma una bibita prodotta a Cuba, uguale, che si chiama Tu Kola. L’embargo ha cristallizzato il senso del lavoro socialista, ma ha annientato quello del commercio – il dovere è quello di un impiegato, ma non si considera l’esistenza di un cliente. Chi lavora, lavora per il lavoro – assolutamente non per il chi paga il servizio che quel lavoro produce. L’aeroporto è il luogo di un incubo – i bagagli arrivano non prima di un’ora dopo l’atterraggio, la barista non ti serve il caffè perché sta chiacchierando con la collega e ti dice di andare all’altra caffetteria. Gli uffici delle compagnie aeree sono chiusi, chi ci lavora ti detesta.

Il motore va in panne. C’era da aspettarselo, la macchina sembrava uscita da una scena eliminata, perché già vista, in un film comico francese. Quaranta minuti sotto il sole di mezzogiorno, su una strada a sei corsie di asfalto, senza ombra. Passano poche macchine, quelli che guidano si conoscono tra loro. Con un cavo di ferro, ci trainano per venti minuti. Saliamo su un’altra auto, più sporca e maleodorante della prima. Siamo a un’ora e mezza di viaggio sulle sei che dobbiamo ancora fare. Chi guida dice che deve far benzina – esce dalla strada principale, si immette in un quartiere popolare, poi sul retro di un palazzo in mezzo ai campi – da una catapecchia tira fuori una tanica di benzina. Quando gira la chiave per l’accensione, la candela è andata. Scendiamo, spingiamo la macchina su un dislivello, poi giù con la rincorsa e il motore riparte. Mezz’ora dopo, il nostro pseudo autista ha un attacco di diarrea – di nuovo fermi in un altro quartiere popolare – restiamo un quarto d’ora ad aspettare che l’uomo scenda da un appartamento che supponiamo sia di un amico. Ogni fatica svanisce davanti alla spiaggia più bella che abbiamo mai visto (e non siamo di gusti facili): una piscina di rocce naturale la protegge, lascia entrare la marea e un migliaio di pesci, grandi e piccoli che mi fila veloce intorno mentre leggo un romanzo di Donna Tartt ambientato nell’inverno del Vermont. I gabbiani impazziscono davanti a tutto quel banchetto, si trasformano in falchi dilettanti che cadono malamente in picchiata senza beccare niente.

La caracas di Gio Ponti era la Parigi dell’America Latina, Habana è la Parigi dei Caraibi – tutte le città diventano Parigi, non tanto per rilevo urbano o artistico, ma semplicemente perché Parigi resta una festa: Hemingway ha vissuto anche a Habana, i suoi passi sono tracciati sulle guide turistiche. Dal barocco al liberty, Habana credo rimandi ancor più a Lisbona, alle maioliche. La città non è decadente. La città è una rovina – e se la meraviglia è per la decadenza, la magnificenza appartiene a una rovina – sopra Hemingway, si riscrive Malaparte. La guerra sembra sia finita ieri, la polvere esplosa sopra una bomba pare si sia appena posata. Le facciate intatte sono in piedi, sottili, fragili e bidimensionali – potrebbero crollare con il tocco di un campanile – dietro ci sono i cantieri per palazzi nuovi. Si dice che tra poco tutto si perderà – questo senso d’immobilità, di utopia sociale – che sia glorioso o misero è consueta disputa tra un idealista e un economista.

Le dame fuggirono durante la Rivoluzione: la contessa di Revilla abbandonò la sua villa neoclassica progettata dai suoi architetti a Parigi, costruita in quello che oggi è il centro borghese di Habana, vicino al National e lontano dal centro storico. Oggi è un museo di estetica della nonna, con una micro collezione di Coromandel da smuovere il ciglio di Chanel, un’esposizione di ventagli per uno sbadiglio e una tavola da pranzo imbandita che sintetizza la dimensione coloniale: tutto un mondo aristocratico, dal Regno delle Due Sicilie all’Inghilterra, lasciò il vecchio continente per ritrovarsi a fare società in terra esotica. Successe in India, successe qui nei Caraibi, in Africa e in America meridionale – in tutte le terre verso e oltre l’equatore, nuove miniere inestinguibili per il colonialismo del secondo Ottocento. Famiglie di ammiragli, nobiluomini per meriti di guerra, o semplicemente per incarichi politici che poi si sarebbero evoluti in una comunità diplomatica ancora oggi emblema di una civiltà poliglotta, e poliedrica, intellettuale e semi libera da sintomi provinciali.

Lo stile crociera delle case di moda nasce così dall’incontro tra la meteorologia equatoriale e le abitudini sociali di una vecchia classe aristocratica europea che si sarebbe presto evoluta in una rigida e formale borghesia per Thomas Mann, totale rotta di contrasto con esoticità semi tribali. Incastri e reagenti per uno stile oggi ricercato. I damaschi incontrano il vimini – l’oro e la noce di cocco, l’argento perde luce davanti all’avorio, il velluto sbiadisce vicino all’ebano. Tutte le grandi stoffe avrebbero ceduto di fronte al calore, cercando nuovi veli, nuovi colori – i bianchi e gli azzurri. Il vestito impero, già comodo sulle maniche corte, sulla vita portata in alto senza più stringere le forme, si trasformava in un embrionale abito alla marinara per Susanna Agnelli. I panfili furono i primi palazzi cittadini a cercare nuove latitudini e novi materiali: il bambù, il legno. Le finestre persero il vetro e si vestirono di persiane in legno – così come gli abiti lasciarono i busti e trovarono i lacci. Dietro la cattedrale barocca dedicata all’Immacolata, il palazzo del marchese di Aguas Clara è in costante restauro – fu la sede di un circolo letterato, poeti, attori – un giro culturale con pochi libri da leggere, e ancor meno da custodire. Sarebbe arrivata la Rivoluzione. Già cinquanta anni fa, a ogni angolo di strada, dai bar, dalle radio delle auto, tutti canticchiavano Despacito.

In giro con i Cocco – sono i taxi su motociclo, che ricordano palle da biliardo giganti. Ogni tragitto passava sul Malencon, nostalgico anche durante il Carnevale. Volevo comprare una maglietta con il viso del Che, me la ricordo dai tempi del liceo quando ce l’avevano tutti – ma qui a Cuba mi ha colto un senso di rispetto. Il Rum – il daiquiri al mango – in O’Reilly, al civico 304, te lo preparano dentro il vasetto di una passata di pomodoro, con la buccia di limone ritagliano una micro scultura per decorarlo. Non è passato molto tempo da quando Chanel ha fatto sfilare sul Paseo la collezione per la crociera invernale che la tradizione vorrebbe, appunto, ai Caraibi leggendo Agatha Christie e Miss Marple. Abbiamo dormito al Saratoga – quando ci hanno mostrato le stanze dell’albergo per farci scegliere quale preferivamo, siamo entrati nell’appartamento che ha ospitato Karl Lagerfled in quei giorni di maggio. Una suite gigante ad angolo sul Capitolio, con soffitti alti e persiane in legno scuro – no, scurissimo – finestre ad arco. Tutti i mobili erano in legno coloniale, i pavimenti in maiolica con inserti di marmo. Il rosso si mescolava al blu cobalto.

Lo stile coloniale, quindi, volevo parlare di questo. Habana ne è davvero il codice e l’espansione L’accostamento del borghese all’esotico, del classico al tribale, del formale al fluviale – un lord inglese e una ragazza di Gauguin. C’è sempre un rigore e una misura, certo – ma a codificare tutto quanto è la storia di Habana – dicevamo, il barocco e il liberty, Parigi e Lisbona. A Habana ci sono i palazzi seicenteschi e le palafitte, i fortini messicani e i giardini di mango e frangipani. C’è il calore – il magnifico sole all’Equatore. I Caraibi sono tutte quelle latitudini dove il calore del sole all’Equatore volge a Occidente (perdonate la retorica sul tramonto). Voglio solo dire: Habana è la capitale dei Caraibi e come tale ne è la sintesi estetica. La sua rovina architettonica, l’inerzia della rivoluzione politica, la pigrizia della sua economia l’hanno resa epitome assoluta di quello che oggi è la cultura occidentale – nostalgica e sporca, eppure bellissima – e con una indecente, sì magnifica, possibilità di futuro (e se mai aveste voglia di rileggere questo mio testo, provate con gli occhi a sostituire la parola Habana con Italia).

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

Photography
Alex John Beck

 

Stylist
Ellen Mirck

Editing and Coordination on Set
Costanza Maglio

Hair
Mauro Zorba @facetoface

Make-up
Lorenzo Zavatta @facetoface

Manicurist
Miriam Dotti
estetica Lazzate / Monza

Hair assistant
Chiara Fedi

Make up assistant
Ginevra Perin

Models
Arbel Kynan @whynot
Maria Frick @fashion
Samanta Goldberg @elite

Photography assistant
Matteo Di Pippo

Digital tech
Andrea Veronesi

Light assistant
Gianluca Crivellin

Fashion assistant
Chiara Guagliumi
Edvige Valdameri

Post production La Habana Vieja
Luca Trevisani

Special thanks to
Villa Litta

Radetzky / Alex John Beck

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Villa Arconati a Castellazzo di Bollate, non lontano da Milano, è rimasta celebre lungo i secoli come la piccola Versailles lombarda. C’è una sorta di imprinting mitologico, una dimensione fatata e sospesa che ancora vi si manifesta, a dispetto di lunghi periodi di spoliazioni, di polvere e decadenza, malgrado il succedersi implacabile degli anni e delle generazioni. Noia, tristezza e affanno, risse, livore e frode lungi da qui si stanno, scriveva Felice Leonardi, autore dei versi che accompagnavano le incisioni a colori di Marc’Antonio Dal Re che ritraggono interni ed esterni della villa, che, antico possesso Cusani, passa dagli Arconati ai Busca nel 1772 e ai Crivelli nel Novecento, per approdare nel 1990 nelle mani di una società immobiliare. Pur non essendo una residenza reale, Castellazzo, dimora dalla facies teatrale soprattutto tardo-barocca dovuta a Giuseppe Antonio Arconati intorno al 1750, è siglata da uno spirito grandioso e interamente votata all’esaltazione di un potente casato patrizio, certamente modellata su ispirazioni d’Oltralpe e pensata soprattutto quale ideale scenario di feste e intrattenimenti fastosi. Villa Arconati, con quanto resta del suo parco fatato, delle quinte bibbienesche, delle folies, della voliera e del Giardino dei Cervi, specie se la visiti in un giorno poco affollato e magari con la brughiera avvolta da una nebbia impalpabile, riesce subito a calarti negli endecasillabi sciolti de Il Giorno, il poemetto satirico dell’abate brianzolo Giuseppe Parini. Una narrazione dai colori di sofisticata ironia che puntava il dito sulla vuota pompa rituale e il senso di inutilità in cui molti nobili milanesi dell’Epoca dei Lumi trascinavano quotidianamente la propria esistenza. Ecco che da qui, procedendo per frammenti e riflessi analogici, si aprono infinite traiettorie letterarie, non ultime la ribollente piena linguistica gaddiana della Cognizione del dolore e tanti magistrali characters di Fratelli d’Italia o delle Piccole Vacanze di Alberto Arbasino.

Passando al cinema, viene in mente l’episodio dal titolo Il lavoro, firmato da Luchino Visconti in Boccaccio ‘70, liberamente ispirato da un racconto di Guy de Maupassant, ma più ancora plasmato su figure reali dell’alta società meneghina del tempo. Più che un film, un raffinato e licenzioso marivaudage tra Crébillon fils, Vivant Denon, la Cederna e Ottiero Ottieri, ricamato di allure mitteleuropea e pragmatismo lumbard su un canovaccio rococò anni Sessanta araldico e soffuso, in un crescendo d’ansia d’amore e disincanto emotivo. Quando Boccaccio ’70 esce nelle sale, nel 1962, è ancora di là da venire l’immenso scandalo prodotto alla fine dell’agosto 1970 dall’affaire Casati Stampa, un duplice omicidio con suicidio dell’assassino, il marchese Camillo Casati Stampa, ricchissimo e gran cacciatore, che si svolge in un attico e superattico romano al nove di via Puccini, su Villa Borghese. L’arma del delitto, avvenuto al ritorno da una battuta di caccia dai Marzotto a Valdagno, è una carabina Browning calibro dodici. Vizi privati e pubbliche virtù, un’ambigua duplicità à la Buñuel per un ménage matrimoniale malato. Il nobile signore lombardo travolto da un delirio di voyeurismo e dalla gelosia edipica, che annota tutto, minuziosamente, su un pruriginoso diario verde e scatta migliaia di foto alla splendida seconda consorte Anna Vallarino, mentre costei è intenta ad amplessi focosi quanto effimeri, talvolta anche plurimi e mercenari. Ad Anna, però, Camillo non perdonerà una colpa fatidica: quella di essersi innamorata come una midinette di un aitante e ambizioso ragazzo romano, Massimo Minorenti, già legato alla ballerina e soubrette Lola Falana.

Osservando le vestigia del fulgore barocco e rocaille del Castellazzo, lo scalone solenne, il salone a piano nobile con gli affreschi dei fratelli Fabrizio e Bernardino Galliari e immaginando di guardare attraverso la lente di una lanterna capace di annullare ogni cronologia passata e futura, si intravedono modalità ermeneutiche, costumi e tic tuttora facilmente riscontrabili nei discendenti dei protagonisti di quei giorni radiosi e lontani che di poco precedettero la dissoluzione del vecchio mondo. Forse si definiscono proprio allora, durante il settecentesco passaggio di consegne verso una concezione bourgeois della realtà, quegli opposti e complementari imprinting che ancora oggi, grosso modo, demarcano l’ambito patrizio lombardo e milanese in particolare, sia esso di origine remota e autoctona o di nomina spagnola e asburgica. Oppure di più recente matrice sabauda, quando alcune doviziose famiglie imprenditoriali, di cotonieri e tessili in particolare, furono insignite di titoli che ne sancirono la raggiunta importanza di status.

Casa Crespi in Corso Venezia, con il suo tardo-ottocentesco décor che miscela gusto Secondo Impero e sfumature neo-rococò e storicistiche a una pleiade di tesori pittorici – i due incredibili grandi Canaletto in primis –, fornita di piatti d’argento e d’oro per centinaia di ospiti, in un tourbillon di porcellane di Meissen, di console e stucchi candidi, di comò ‘en tombeau’, parquet e caffettiere Torretta, ancor oggi testimonia questo leggendario prestigio cittadino che data allo scorcio dell’Ottocento. L’eredità, l’unico dio di cui conosciamo il nome, chiosa Oscar Wilde. Un mondo che guardava all’indietro, dove il passato contava più del futuro. Facciamolo dunque questo passo indietro e torniamo a Villa Arconati.

La Milano settecentesca, dal 1706 sotto il dominio della corona asburgica, era particolarmente ricca e prosperosa e si collegava progressivamente a un panorama europeo, di cui si poneva quale autentico crocevia. L’economia era fiorente, basata su manifatture d’eccellenza e su un’agricoltura all’avanguardia. Altro che intrigacci di convento tipo Monaca di Monza e tirannici capricci cheap stile don Rodrigo, sullo sfondo di pestilenze, miseria nera e invasioni seicentesche da vicereame iberico.

Si presentiva l’arrivo, dalla Francia, dell’Ancien Régime al tramonto, delle rivoluzionarie idee illuministe, proprio mentre Giovan Battista Tiepolo approdava nel capoluogo lombardo per cantare le estreme glorie di un’irripetibile civiltà aristocratica con la sua pittura intrisa di luce e tesa su tumultuosi cieli d’Olimpo. Ecco il Maresciallo Anton Giorgio Clerici, marchese di Cavenago, fedelissimo di S.M.I.R.A. Maria Teresa d’Asburgo-Lorena e Cavaliere del Toson d’Oro, colui che, dopo gli Archinto, nel 1740 sarà il secondo committente milanese del Tiepolo nel suo palazzo al Prestino dei Bossi. Clerici dilapida l’immenso patrimonio ereditato dal nonno e dal bisnonno in una rutilante vertigine rappresentativa a gloria della Casa imperiale d’Austria. Il suo ingresso in Roma nel 1758, come ambasciatore cesareo al conclave seguito alla morte di Benedetto XIV Lambertini, lascerà i quiriti senza parole, abbacinati dalla sfilata di carrozze dorate, dai diamanti usati come bottoni sulla marsina brodée del megalomane Anton Giorgio, dalla torma di valletti e servitori, dai nervosi purosangue impennacchiati del corteggio, addirittura ferrati d’argento. Una cosa mai vista perfino nell’Urbe delle esagerazioni berniniane. Bisognerà attendere il debutto del Novecento, con l’avvento della marchesa dark, Luisa Casati Stampa di Soncino – che peraltro nasceva borghesemente Amman –, per rivedere simili fantasmagoriche iperboli di lusso e deflagrante fantasia. La sua storia è fin troppo nota, ma ben poco milanese in fondo, preferendo l’egeria di D’Annunzio, di van Dongen e Marinetti, altri e più congeniali palcoscenici, quali Venezia, Capri e Parigi, all’austera e borromaica Milano.

Non tutta l’aristocrazia settecentesca si dilettava di vacue pratiche sociali e artificiose boutade di casta come il pariniano Giovin Signore. Appartenevano infatti al patriziato lombardo riformisti assai branché, come i fratelli Pietro e Alessandro Verri, dioscuri del periodico Il Caffè tra il 1764 e il 1766, o ancora il grande Cesare Beccaria dei Marchesi di Valdrasco e Villaresco, giurista e propugnatore dell’abolizione di tortura e pena di morte, la cui fama esplose a livello internazionale in virtù del suo Dei delitti e delle pene. Giulia Manzoni Beccaria, libertino don Giovanni in gonnella e teorica delle geometrie amorose, corre al massimo la cavallina intrecciando svariate liaison, prima dell’espatrio parigino e della conversione giansenista, che la consegnerà a una vecchiaia di agiato perbenismo pinzochero accanto al figlio Alessandro. Genio delle lettere, va bene, ma che pare tutto fosse fuorché divertente. C’erano le Accademie, fra cui quella dei Pugni, varata nel 1761, palestre di idee eversive e di levità mondana.

Tra balli mascherati, estenuate gavotte e minuetti, girandole di specchi e nuvole di cipria, tra visite di Mozart bambino, sventate seduzioni, mosca cieca tra le siepi e assoli di castrati operistici, in un susseguirsi di processioni, di udienze vicereali, di battute di caccia a cavallo e in botte e corse di berberi, in quel di Milano si veniva formando un’identità forte, proto-moderna ed estremamente connotata. Un mood ben diverso, ad esempio, dagli analoghi milieu toscani o della Roma papale. Un duplice e contrastante approccio alla vita e al proprio rango. Conservatorismo, impegno, sobria austerità portata anche fino all’avarizia e basso profilo da un lato. Eccentricità, lusso e curiosità culturale, prodigalità all’eccesso sull’altro, in una bizzarra ritmica di alternanze e intrecci. Come dire, da una parte la plumbea ortodossia ci-devant della Marchesa Orsola Maironi di Piccolo Mondo antico, dall’altra l’avventurosa esistenza romanzesca di un’indimenticata aristo-pasionaria ottocentesca, Cristina Trivulzio di Belgiojoso, patriota, viaggiatrice indomabile, giornalista e scrittrice, proto-femminista e boho-chic. Un antagonismo di vedute socio-politiche che vieppiù si accentuerà durante il ventennio fascista e poi negli anni di piombo. Senza dimenticare la diabolica contessa Serbelloni-Mazzanti Vien dal Mare, di sicuro conio meneghino, ovunque imperversante nell’epica fantozziana.

L’Ottocento, che s’incarna nella gigantesca figura di Alessandro Manzoni, prende le mosse sulle romantiche e frustrate eleganze stendhaliane nella ‘saletta azzurra’ di Metilde Viscontini Dembowski, per esplodere nelle Cinque Giornate e nell’epopea musicale di Verdi alla Scala. A questa e alla sua possente portata simbolica allude l’episodio riportato nella trilogia cinematografica anni Cinquanta di Sissi di Ernst Marischka, nel quale il patriziato milanese di sentimenti risorgimentali invia i domestici a occupare i palchi familiari in occasione di una soirée di gala alla presenza della coppia imperiale asburgica. Fatto che si dice sia realmente avvenuto durante il viaggio di Francesco Giuseppe ed Elisabetta nei territori italiani della corona, nell’inverno 1856-57. Il XX secolo si spalanca di colpo, drammaticamente, con la morte di Umberto I di Savoia a Monza, per mano dell’anarchico Bresci. Umberto aveva coltivato una lunga e stabile relazione extra-coniugale con un’avvenente aristocratica milanese, Eugenia Attendolo Bolognini, duchessa Litta Visconti Arese, dama di corte della Regina Margherita, in città nota come la bella Bolognina. Musa di Arrigo Boito, benefattrice e raffinata animatrice di circoli culturali, Eugenia fu nota per la sua posizione anti-austriaca, condivisa dal marito, don Giulio, che aveva partecipato ai moti rivoluzionari del 1848. Frequentò il salon di Carlo d’Adda, di cui erano assidui dissidenti quali i fratelli Dandolo, i Borromeo, i Trivulzio, i Trotti. Gli occupanti austriaci l’avevano soprannominata la Regina delle oche, come venivano chiamate le signore lombardo-venete fautrici dell’italianità. A Milano, nella città italiana imprenditoriale e contemporanea per eccellenza, tuttora prosperano casati patrizi rentier grazie a cospicui patrimoni immobiliari.

Vi sono gentiluomini che, salutati dal loro portiere con lo spagnolesco ‘don’ di prammatica a precedere il nome, ogni mattina prendono la via delle cascine e tenute di campagna per seguirvi, a cavallo, le attività agricole, esattamente come facevano i loro antenati. Esiste ancora la cosiddetta Società del Cappuccio, un mondo a parte che detesta apparire e far parlare di sé, con tutta una sua particolare attitude ermeneutica ed estetica. È integro il primato dei principi Borromeo, discendenti di San Carlo, campione della Controriforma e del cardinale Federico di manzoniana memoria, defilati proprietari di vere meraviglie quali l’Isola Bella e la Rocca di Angera sul lago Maggiore. La principessa madre Bona, née Orlando, esprit puntuto e arguzia sottile, è molto attiva nella lotta contro il cancro, come lo è la mondanissima e ubiqua marchesa Marta Brivio Sforza. Su un versante più gauche svetta una doyenne quale Giulia Maria Crespi, fondatrice del FAI – Fondo Italiano Ambiente – che ha combattuto una strenua battaglia per il patrimonio artistico e naturale del Bel Paese. I lineamenti affilati e gli occhi dai mutevoli bagliori metallici di Maria Sole e della piccola Giacinta Brivio Sforza trovano una corrispondenza fisiognomica immediata in un’ava in crinolina che sorride da una miniatura della fine del Seicento, tra le decine che in un salotto di Palazzo Trivulzio spiccano sul broccato scarlatto tessuto con il Tricipitium emblematico del Magno Trivulzio.

I Visconti di Modrone, un caso a sé, che Marella Agnelli, in La Signora Gocà, ricorda affascinanti e arroganti, con talenti diversi e molto esercitati nel loro fiabesco Castello di Grazzano, che definisce mistura Medievale-Jugendstil, e dove vanno in scena di continuo sofisticati tableau vivant, assoli e concerti, arrivandoci bambina per il matrimonio dello zio Adolfo Caracciolo con Anna Visconti. Anna era la secondogenita di Giuseppe Visconti di Modrone, primo duca di Grazzano e della bellissima ereditiera Carla Erba. La bellezza fuori dal comune, il nome, il mecenatismo, lo chic cosmopolita e il molto denaro ai primi del Novecento pongono la coppia, invidiata, ammirata e chiacchieratissima, ai vertici del sistema sociale italiano. Lo sperpero mondano – scrive Marella Agnelli – li aveva fatti protagonisti assoluti di quella Milano opulenta e aperta sull’Europa dell’inizio del secolo. Di Giuseppe, che si separerà da Carla contendendosi aspramente i sette figli, era conclamato il legame con la Regina Elena di Savoia, la principessa montenegrina che con sferzante ironia la duchessa Hélène d’Aosta, nata Orleans, aveva ribattezzato «ma cousine la bergere». Si racconta che un giorno, attraversando l’anticamera dell’augusta dama a Villa Ada in Roma, don Giuseppe si sia imbattuto nel proprio figlio Luigi che inequivocabilmente usciva dalla camera da letto regale. Icastica la risposta di Luigi, del quale rimangono celebri le scuderie e la divorante passione ippica, al piccato «Luigi da dove vieni?» paterno: un folgorante «e tu dove vai papà?».

Giangaleazzo Visconti di Modrone, gallerista a Milano – sotto lo sguardo insieme ridente e altero della figlia Madina –, conferma che in Casa Visconti l’arte e la musica non erano un gioco. «Tutti suonavano almeno uno strumento. Una vocazione. Luchino non sarebbe forse diventato quel regista che fu senza l’humus creativo tanto fervido, colto e provvido di proiezioni visionarie e di libertà d’immaginazione che Giuseppe aveva instaurato a Grazzano, nel palazzo milanese di via Cerva 99, a Villa Olmo a Como e nella residenza romana sulla Salaria. Nel 1946 si stanziarono molti fondi per la ricostruzione del Teatro alla Scala, dove avevamo diversi palchi. Aiutare i bisognosi e le istituzioni benefiche era semplicemente un dovere. Guido, il primogenito di Giuseppe e Carla, di cui era il prediletto, allure allo stato puro, era militare di carriera e cadde tra i primi a El Alamein. Lo zio Emilio mandava a stirare le camicie a Londra, ma non c’era, come accade in seguito, nessuno snobismo radical chic. Non si fingeva. I matrimoni combinati paradossalmente duravano di più. Le famiglie patrizie allora seguivano una scala di valori che a partire dal secondo dopoguerra sono stati violentemente cancellati. Che cosa significa essere aristocratici oggi? – conclude Giangaleazzo Visconti – Non certo una forma di marketing e di volgarizzazione di un nome. Dovrebbe quantomeno essere un bollino di garanzia di buona educazione. Sempre più spesso, purtroppo, non lo è affatto». Cosa direbbe Jean d’Ormesson? A lui il compito di chiudere questa carrellata con un brano agrodolce e lievemente melanconico della saga di Au plaisir de Dieu: L’età d’oro era dietro di noi, con tutta quella dolcezza di vita di cui persistevano nelle nostre leggende gli echi attutiti ma che i più giovani di noi non avevano mai conosciuto.

From The Fashionable Lampoon Issue 7 – Wow & Weird

 

Photography
Alex John Beck

Styling
Ellen Mirck

Art Direction
Alexander Beckoven

 

Hair
Francesca Angelone @ close up
Stefano Gatti @ w-m management

Make-up
Sissy Belloglio @ w-m management
Valerio Sestito @ freelancer

Manicurist
Selica Ianeselli @ mks milano

Model
Paul Alexandre @ marilyn hommes paris
Georgina Grenville @ next paris
Anine Van Velzen @ img london

Digital tech and architectures post-production
Luca Trevisani

From Whitney With Glory / Gian Paolo Barbieri

Text Silvia Novelli

 

Gian Paolo Barbieri, classe 1938, milanese-milanese – la sua biografia dice che nacque in via Mazzini – figlio di una famiglia di grossisti di tessuti. Forse il suo rapporto con la moda era scritto nel destino? Certo è che visse fin da piccolo in mezzo alle stoffe, acquisendo competenze che avrebbe riutilizzato anni dopo nelle sue fotografie di moda. Prima, però, ci furono altre passioni da esplorare: studiò per un biennio alla Scuola di Recitazione del Teatro dei Filodrammatici e conobbe il cinema dall’interno degli studi di Cinecittà. Erano gli inizi degli anni Sessanta, impossibile ignorare le sirene della Roma della Dolce Vita. Gian Paolo non divenne un attore, nonostante una piccola apparizione in Medea di Luchino Visconti, con il quale aveva già lavorato – giovanissimo – a teatro ne La Locandiera. Imparò da autodidatta la fotografia: era lì che il suo talento doveva esprimersi. Del teatro e del cinema rimase comunque molto nel suo stile fotografico: il senso del movimento, soprattutto, e i tanti riferimenti, con una predilezione per le atmosfere del cinema degli anni Trenta e Quaranta. «Il teatro mi ha aiutato molto con le prospettive e la recitazione è stata fondamentale per creare delle situazioni sul set fotografico», spiega.

La sua missione fu quella di dare un’anima diversa alla moda italiana, decontestualizzandola dai fondi bianchi consueti in quegli anni: lo seppe fare bene, tanto da arrivare a vincere nel 1968 il Premio Biancamano come miglior fotografo italiano e in seguito da essere inserito dal settimanale tedesco Stern tra i quattordici migliori fotografi di moda nel panorama internazionale. Andiamo con ordine: dopo Roma approdò a Parigi, alla corte del fotografo di Harper’s Bazaar Tom Kublin. Fu un’esperienza breve ma intensa: Kublin morì appena venti giorni dopo, ma quel periodo bastò a Barbieri per farlo rientrare a Milano deciso ad aprire il suo studio fotografico. Così fece, nel 1964. Da allora, un crescendo: i suoi servizi furono pubblicati su Vanità – la rivista che nel 1966 sarebbe diventata Vogue Italia – e su Vogue Paris. Fu in quel periodo che cominciò a collaborare con Valentino, in un felice incontro di anime affini: dal loro sodalizio artistico nacque la concezione attuale della campagna pubblicitaria di moda. Fino ad allora, erano i produttori di tessuti a fare pubblicità sulle riviste, per mostrare cosa i couturier avessero realizzato con le loro creazioni. Valentino e Giancarlo Giammetti vollero ribaltare il punto di vista: si sarebbero dovute vedere le collezioni e mostrarne il senso, interpretandole con un’ambientazione e delle modelle che ne rispecchiassero il concetto. Per questo si rivolsero a Gian Paolo Barbieri. Nacquero pubblicità iconiche che ebbero protagoniste come Audrey Hepburn e Jerry Hall, passando per le modelle più famose dell’epoca, da Mirella Petteni a Veruschka, figure femminili che diedero vita a un’estetica duratura della donna Valentino: eterea, algida e sofisticata. In quegli anni il fotografo di moda era una figura nuova e poliedrica, che non doveva solo scattare, ma preoccuparsi di trucco, parrucco e accessori e costruire – letteralmente – il set con quello che trovava a disposizione, lavorando di fantasia e arte di arrangiarsi: nella prima pubblicità preparata in studio per Valentino, per ricreare le dune del set Gian Paolo Barbieri usò quintali di semolino.

Negli anni Ottanta Barbieri cavalcò il passaggio dall’haute-couture al prêt-àporter italiano, destinato a conquistare il mondo. Oltre che con Valentino, lavorò con gli altri nomi della moda made in Italy, personalità diverse ma accomunate dalla totale fiducia nel suo impeccabile occhio fotografico: Armani, Versace, Ferré, Dolce e Gabbana. Con Armani la collaborazione fu breve – il tempo di una campagna per il brand Hitman – ma diede origine a un rapporto di stima e amicizia: ad accomunarli, fu soprattutto la passione estrema per il lavoro, l’applicazione quotidiana e instancabile. Ferré gli riconobbe un’affinità elettiva con il glamour, in primis quello cinematografico. Realizzò campagne pubblicitarie per Elizabeth Arden, Chanel, Yves Saint Laurent, Mikimoto, Vivienne Westwood, sempre riuscendo a trasformare ciò che ritraeva in immagini ideali, ricche di richiami e riferimenti artistici. Se Barbieri lavorò con i più grandi stilisti riuscendo sempre a creare sintonie umane e capolavori estetici, fu perché aveva ben compreso il segreto delle foto di moda: riuscire a entrare nella mente dello stilista per interpretarne le creazioni. In un certo senso, fu un pioniere della valorizzazione del made in Italy, tanto che quando a un certo punto il direttore di Vogue America Diana Vreeland andò da Valentino per conoscerlo e gli mise sotto il naso un contratto di nove mesi per andare a scattare negli USA, Barbieri rifiutò. Scattò sì per Vogue, ma sempre dall’Italia. «La Grande America – che poi è la Grande Melaè un mondo che non mi appartiene. Credo che nel lavoro degli americani ci sia molte volte una mancanza di cultura e di finezza che invece persiste nei grandi fotografi europei. Però nel lavoro degli americani esiste un senso del reportage fresco e immediato che a noi manca. Questioni di gusto. In Italia avevo tutto e mi sentivo perfettamente a mio agio. Non ho mai guardato alla facilità di guadagno che la committenza americana mi avrebbe offerto», racconta.

Negli anni Novanta successe qualcosa. Certo, ci fu il cambio di direzione ai vertici di Vogue Italia e un nuovo tipo di approccio verso i fotografi di moda, forse meno continuativo e personalizzato. Soprattutto, però, ci fu una frattura personale che Barbieri rese pubblica solo venticinque anni dopo, quando pubblicò il libro di foto e poesie Fiori della mia vita. Era il 1991, durante una vacanza alle Seychelles fu raggiunto da una telefonata devastante: annunciava la tragica morte in un incidente in moto del compagno Evar. Una ferita che accompagnò Gian Paolo Barbieri sempre e che probabilmente contribuì al desiderio di nuove scelte artistiche. Con la moda aveva fatto molto, era giunto il momento di esplorare anche altri mondi, fisici e creativi. La natura, l’etnografia, luoghi esotici e selvaggi, antitesi degli studi fotografici a cui era avvezzo. Tahiti, Madagascar, Seychelles, Polinesia: Barbieri utilizzò questi nuovi ambienti ancora una volta per fotografie di moda, ma si dedicò soprattutto a fotografare le persone del posto. Per la prima volta i suoi soggetti non erano in posa, non avevano trucco: semplicemente vivevano, mostrando al fotografo tutta la potenza di sguardi veri. I quartieri poveri, i bambini mulatti e creoli, i tatuaggi degli abitanti di Tahiti, fino agli still life di fiori – tanto fotogenici quanto difficili da ritrarre – raccolti nel libro Innatural, preludio a ciò che sarebbe poi stato Fiori della mia vita. Queste immagini – in cui la spontaneità della fotografia etnografica si amalgama in modo del tutto naturale con il glamour della fotografia di moda – sono state esposte al Victoria & Albert Museum e alla National Portrait Gallery di Londra, al Kunstforum di Vienna e al Multimedia Art Museum di Mosca. Come dice Yves Saint Laurent: «Gian Paolo Barbieri attraversa l’eleganza sontuosa dei suoi ritratti femminili e delle scene dei quartieri poveri con la stessa anima, lo stesso amore».

Barbieri scatta in analogico, senza ritoccare le sue fotografie, che anche quando sono scattate in esterno – immediate e fugaci – hanno la perfezione dei ritratti fatti in studio. Il suo pensiero è chiaro: «Utilizzare il digitale è semplice, non comporta molta cultura fotografica. Il risultato è che oggi la gente si è disabituata a fare dei sacrifici per ottenere un buon risultato. Si pensa di più alla post post-produzione che allo scatto stesso, invece bisogna avere il coraggio di togliere più che aggiungere. La foto deve essere perfetta dall’inizio, il ritocco solo un piccolo aiuto. Se fai bene il tuo lavoro nel set non avrai bisogno di Photoshop, ma se non hai un’idea fondata e con un obiettivo specifico il risultato sarà sempre disastroso».

La moda, l’etnografia. Tutto converge poi, nel 2015, in SKIN, il lavoro più introspettivo di Gian Paolo Barbieri: un progetto fotografico che è un mix di ricordi, visioni, esperienze culturali vissute dal fotografo. D’altronde, secondo Barbieri la fotografia è più potente del video per conservare i ricordi: «La penso come Roland Barthes e Susan Sontag, che affermano che una foto che ritrae un momento di vita molto particolare o violento rimane nella memoria molto più a lungo che non un’intera sequenza cinematografica: ci sono fotografie che sono rimaste impresse nella mente collettiva, basti pensare alla bambina nuda in mezzo alla strada che scappa dalla guerra in Vietnam». Le foto di SKIN sono poesia pura e visionaria, che gioca con l’occhio dello spettatore, costringendolo a frugare nei suoi ricordi, a confrontare riferimenti artistici, da Cocteau a Gauguin a Manet, dagli eroi della mitologia greca a immancabili scene di film famosi a rivisitazioni di situazioni letterarie. In SKIN dolcezza e violenza si mescolano, intrecciandosi nel nome della bellezza, l’unica vera legge che domina l’universo di Gian Paolo Barbieri. Come non mai, in SKIN la perfezione formale è capace di evocare il sogno. Le fotografie di Gian Paolo Barbieri – seguito artisticamente dalla galleria d’arte contemporanea 29 Arts In Progress (29artsinprogress.com) – sono state esposte negli anni all’interno d’importanti collezioni private e pubbliche, da Milano a Singapore. Per novembre 2016 è prevista nella nuova sede milanese della galleria 29 Arts In Progress, inaugurata a settembre in zona Sant’Ambrogio, una nuova mostra di quelle foto che, come ben aveva sintetizzato Ferré, sono occhio, cuore e mente – rigorosamente in quest’ordine.

From The Fashionable Lampoon Issue 6 – Peculiar Children

 

Photography
Gian Paolo Barbieri

Styling
Ellen Mirck

 

Art Direction
Alessandro Fornaro

Hair
Lorenzo Barcella @ aldo coppola

Make-up
Arianna Campa @ close up

Manicurist
Selica Ianeselli @ mks
using tns cosmetics

Light technician
Stefano Zarpellon

Digital tech
Yossi Loloi

Studio assistant
Matteo Bocchialini

Studio manager
Emmanuele Randazzo

Gallery
29 Arts In Progress

Stylist assistants
Orsola Amadeo
Giulia Tabacchi

Model
Leila Nda @ women management paris

Post-Production
Laura Baiardini