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The Fashionable Lampoon
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Estetica

Toxic Beauty

Igor Skaletsky
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Text Anna Maria Giano
@annaholic_giano93

 

Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso,
Bellezza? Il tuo sguardo, divino e infernale,
dispensa alla rinfusa il sollievo e il crimine

Hymne à la Beauté, Charles Baudeaire, I Fiori del Male, 1857

Charles Baudelaire pareva aver sondato l’imperscrutabilità della bellezza e della sua essenza. Non può esservi un’unica natura dietro la beauté – non solo ciò che è giusto e moralmente accettabile può essere definito ‘bello’. Etica ed estetica, allitterazione che suona bene ma che non ha altrettanta affinità concettuale, non sono due facce della stessa medaglia, al contrario, l’etica in quanto tale ha ben poco a che fare con tondi in oro zecchino, mentre l’estetica è un monile antico rivestito di pietre preziose.

L’evoluzione storico-sociale del concetto di bello ha visto snodarsi in concomitanza due realtà parallele e opposte: la Golden Age Elisabettiana fatta di belletti e volti porcellanati aveva il sentore della biacca bianca, sostanza tossica ad alto contenuto di carbonato di piombo; lo sfarzo di Luigi XIV era accompagnato dal tanfo e dalla scarsa igiene – e i francesi decantano l’invenzione del bidet. Il lusso pare porsi come la buccia cerata di una mela dall’interno marcescente. Lo sanno bene le donne, che dai tempi del Pomo della Discordia e dal peccato di Eva, mordono mele scatenando l’ira dell’ordine cosmico, che mal sopporta il desiderio di potere femminile.

Capostipite di questa dinastia di belle e dannate è Cleopatra, regina d’Egitto, che nel suo sangue racchiude il veleno dell’incesto tolemaico mescolato all’oro liquido del Nilo baciato dal sole. Ha fatto inginocchiare Giulio Cesare là dove gli eserciti avevano fallito. La cura del corpo, quasi maniacale, tra bagni immersi in latte d’asina e macabri rituali di skincare antidiluviana. Alla base delle sue labbra color mattone c’erano i resti di insetti, come formiche rosse e coleotteri carminio. Pestati come vittime sacrificali da ancelle ricoperte di veli color smeraldo, gli immolati all’altare del make-up creavano un belletto dall’allure regale, e consegnati con inchini cerimoniosi alla déesse Hathor. Questa foga insetticida che nell’era del Rouge Coco di Chanel fa rizzare i capelli, si è pian piano evoluta, sfociando in pratiche al limite del sadismo.

Sfatiamo il falso mito secondo cui la ferocia e minuzia patologica da serial killer sia una prerogativa maschile. La contessa ungherese Erzsébet Báthory, vissuta in un anti-rinascimento oscurantista nelle corti slovacche, inizia la stirpe delle forever young oggi capeggiata da Madonna, che almeno però non uccide nessuno per un lifting facciale. Pare infatti che la contessa Erzsébet avesse trovato un miracoloso rimedio anti-age nel sangue delle vergini – più economico di un siero di Prairie. Appese al soffitto accanto ai crocifissi e alle icone bizantine, queste fanciulle, proseguendo l’immaginario simbolista e baudeleriano, stillavano gocce cremisi che cadevano sulla fronte della martire, che le accoglieva come una benedizione pentecostale, a mani spiegate, a metà strada tra la beatificazione e l’esultazione alla Freddie Mercury. Secondo quanto ritrovato nel suo diario, le vittime sarebbero state ben 650 – noblesse oblige, non ci si può preoccupare della moralità quando in gioco c’è una pelle senza rughe.

Si può condannare, resuscitare la Santa Inquisizione dandole il volto di una Fashion Police con una Joan Rivers recidiva che veste i panni di Torquemada, e bruciare queste streghe – per pietà, sostituendo paglia e liquidi incendiari con tartan e gocce di J’Adore –, ma la cosa non cambia. La bellezza, al pari e forse più dell’amore, è l’unica cosa che muove le mani dell’uomo, spingendole ad accarezzare la triplice testa di Cerbero e bussare alle porte dell’Inferno. Chi di noi non imiterebbe Dorian Gray vendendo l’anima a non si sa quale demonio per restare giovane per sempre? Che poi, può una forza che preserva beltade e gioventù essere definita maligna?

La corona di spine si avvale di un’altra rosa, incipriata e con gocce di rugiada memori del neo finto di Marylin Monroe. È quella di Marie Antoinette, regina franco-austriaca e nota amante delle brioche – che la contemporaneità ha tramutato in macarons di Ladurée. Immagine di frivolezza da fashion addict, Marie Antoinette seguiva la dieta del digiuno, piluccando come un uccellino briciole di meringhe e inanellandosi le dita con lamponi freschi per avere un vitino stretto. L’unico ricettario cui faceva riferimento era quello tramandatole dalla madre, con ricette di bellezze a base del cugino sfortunato di tortore e colombe: il piccione. Carcasse di questo volatile erano lasciate a macerare in un intruglio di aceto, limone e spezie varie per venti giorni, producendo un liquido alchemico dal potere sbiancante – chissà cosa sarebbe successo se avesse potuto conoscere lo Chanteclair, tanto tra galli e piccioni è la stessa solfa.

Interroghiamoci su quanto saremmo disposti a fare se non avessimo più acqua micellare e creme idratanti infuse di madreperla. Saremmo davvero così schizzinosi davanti a pratiche un tempo d’avanguardia? Ascolteremmo il brusio del Grillo parlante echeggiare dai recessi della nostra anima una volta giunti in prossimità della dannazione, o lo lasceremmo sfregolare fra le fiamme per realizzare un kajal dalle sue ceneri?