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fashion week

Il Movimento di Milano

Salvatore Ferragamo fashion show set, 2017, Palazzo Mezzanotte, Milan – ph. Carlo Mazzoni

I punti migliori e quelli peggiori di Milano Moda

 

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Si usa dire «prima quelle brutte» per poi trovare conforto in «poi quelle belle» – in questo caso, cominciamo dalle «belle» perché per quelle brutte di conforto non ce n’è alcuno.

 

«Prima quelle belle».

 

1 – Piazza della Scala

Era bellissima. Milano appariva come se fosse gestita da chi governa Stoccolma. Temporaneamente, sono stati posati novecento cinquanta metri di prato, quasi tremila allori, ottocento felci. Due conti di budget, due domande, due fonti – per capire chi e quanto sia stato pagato per progettare un giardino all’italiana – temporaneo. Altri due minuti per intuire quanto poco sarebbe bastato in più per costruirlo permanente. Il prato ha bisogno di pochi decimetri di terra, l’impianto d’irrigazione si attacca a quello per i tigli di Leonardo. La manutenzione, se libera da tangenti, può costare quindici mila euro all’anno. Invece: camion e sprechi, occasioni mancate. L’allestimento di un giardino all’italiana era il set per un evento tributo all’eco sostenibilità, addirittura. Regalare un giardino a Milano non era possibile.

 

2 – Il mondo di Fendi

Da Fendi si legge la misura, il senso del pudore che accompagna il valore del commercio – quel modo della signora di Milano la cui eleganza si basa sulla laboriosità borghese. Nella moda, questa signora di Milano è stata definita da Prada – da qualche anno a questa parte, Fendi ne evolve l’immagine in maniera più incisiva. Fendi è un’alleanza, più che una famiglia: Karl Lagerfeld, le Venturini (Leonetta con i capelli corti, da schianto), Pietro ed Elisabetta Beccari. Insieme portano Fendi a una dinamicità inedita – fino a sostenere Marco De Vincenzo, capendone l’azzardo così preciso sull’estetica italiana che oggi Fendi definisce.

 

3 – Vogue Italia

Un rave che si è risolto in un meeting di pubbliche relazioni. Il commento più simpatico suggeriva che «bisogna rivedere il concetto di party blindato». La festa di Vogue Italia – come succede sempre a quelle riuscite bene – ha rubato l’attenzione che deve esser lasciata al lavoro di Emanuele Farneti sul magazine. Si tratta di movimento – di un motore che sta prendendo i giri, con fatica e lentezza dovuta, allontanandosi da una Versailles ormai disabitata, cercando nuovi approdi – che si suppone non siano le Tuileries. Si tratta di un fiume la cui corrente sta prendendo vigore – e tutti, come gocce pulite, siamo felici di alimentarne il carico.

 

4 – Lucio Fontana

Sozzani diceva che la moda non deve parlare solo di abiti e modelle, che la moda coinvolge l’arte e ogni espressione dialettica, estetica, politica. All’Hangar Bicocca, lo stesso giorno in cui cominciavano le sfilate, apriva una mostra di Lucio Fontana. I quadri diventano tridimensionali, cubi in cui entrare e muoversi. Giochi ottici e illusioni tra simmetrie e asimmetrie, rosso fuoco di spazi il cui taglio non è dato comprendere – appunto: stiamo scrivendo di moda.

 

5 – Le sfilate

Su The New York Times, Vanessa Friedman si è chiesta se Milano sia ancora rilevante. Godfrey Deeny non ha apprezzato la sfilata di Ferragamo. Siamo felici che la stampa abbia ancora l’indipendenza per inveire come cobra iniettati di adrenalina, considerando quanto l’ossequio dei giornali sia la spina nel fianco dell’editoria– ma Milano è rilevante, e la sfilata di Ferragamo è da difendere. Si chiama Made in Italy: il più importante drive di tutto il sistema moda mondiale – non c’è Made in France, non c’è Made in AnyWhere che tenga il passo. Il mondo sogna quello che in Italia è normale: gli artigiani toscani, le botteghe napoletane. Il mondo compra quello che l’Italia sogna – è sempre stato così nella storia, e continuerà a essere così. Tutte le aziende che trascurano l’Italia rivolgendo agli altri mercati la maggior parte dei loro sforzi, scivoleranno verso il basso di ogni rating commerciale e finanziario – notate il caso Ralph Lauren. La sfilata di Ferragamo era caotica, tra i veli dei vestiti troppo romantici ce n’era forse uno d’ingenuità – ma l’entropia è l’energia del sole: c’era una nuova fibrillazione su quelli che sono codici tradizionali della casa di Firenze, c’era il movimento – quello nuovo, quello che conta.

 

Ora «quelle brutte», purtroppo.

 

1 – Swarovski

L’autista ci raccontava che il servizio di catering aveva dato buca il pomeriggio stesso. Quasi un’ora di macchina per arrivare in una villa oltre Monza senza un pensiero di posteggio. Anna Tatangelo, Silvio Berlusconi, Simona Ventura. Sugli schermi, scorrevano a rotazione video di ragazze che ballavano agitate. Sul settimanale Chi è apparso un articolo con strillo in copertina.

 

2 – Bella Hadid

L’essere ovunque moltiplica la noia. Per giustificare i compensi richiesti, i suoi agenti ricordano la potenza del suo account Instagram. Sensuale a dismisura – chi la sfiora con un dito sa raccontare l’estasi. Parole di Burro era una vecchia canzone di Carmen Consoli – piaceva a tutti. I più grandi chef sanno che il burro, anche il più soffice e di migliore produzione, dopo qualche giorno – figurarsi dopo due anni – ingiallisce come plastica.

 

3 – Missoni

La strategia di marketing e comunicazione si basa sul racconto di una famiglia e di molti amici – per poi offendere quegli amici che ci sono stati per vent’anni. Io tra loro – sfiorato da una stilettata lì in basso, dietro la schiena – ma non importa: il movimento elude i colpi, l’affetto resta intatto. Sempre su The New York Times, Vanessa Friedman ha scritto quanto è evidente per tutti: Missoni è debole. Incredibile: Missoni, la casa titolare della più rilevante legacy di estetica italiana, è debole. Missoni – con tutta la sua meraviglia, oggi si riduce a essere un brand dedicato ai peggiori blogger in circolazione.

 

4 – amfAR

È un imbarazzo per Milano, un tale sotto tono rispetto alle edizioni di Cannes, New York e Parigi. Il main sponsor, Harry Winston, è carente su mercato italiano – blocca l’intervento di altre case di gioielleria che su Milano sarebbero partner più proattivi. L’arrivo è un mix tra una sfilata di Victoria’s Secret e il banco per le veline di Striscia la Notizia. Un susseguirsi di modelle – vestite o svestite non è dato comprendere, ma ci si stranisce a ricordare come amfAR nasca per la raccolta fondi per la lotta all’AIDS. Durante quella notte, finita la festa, Milano si è prodotta nell’emblema di qualcosa che purtroppo sta tornando comune: un festino di cocaina in una casa privata in via Palestro.

 

5 – La Camera della Moda

Arrivando alle sfilate – in Corso Venezia, un passante sul marciapiede impreca: «Toglietevi di mezzo, razza d’idioti». In via Solari, un ragazzo in motorino sbraita: «Tutto questo casino per due stronze». I cittadini di Milano detestano il sistema moda, non ragionano su quale motore sia, in termine di commercio e d’immagine, la moda per Milano. La Camera della Moda non ha l’autorità per gestire un calendario con la considerazione degli spostamenti –le sfilate sono da una parte all’altra della città senza coerenza, senza percorso. La Camera della Moda non ha la capacità di collaborare con l’amministrazione comunale sull’impegno dei suoli pubblici. L’abilità della Camera della Moda sta nel diminuirle fino a farle sparire, queste giornate di presentazioni e sfilate – che è precisamente il contrario dello scopo primario del suo ruolo. Non resta altro che festeggiare: l’evento tributo all’eco sostenibilità, in piazza della Scala (di cui scrivevo all’inizio) è stato organizzato dalla Camera della Moda. Centinaia di piante, posate e smontate – quanti camion, quanto spreco, quanto consumo. Da ripetere l’anno prossimo, certamente – e ancora, nessun giardino per Milano.

A PARISIAN WEEK

Testo Cesare Cunaccia

@cesarecunacciaofficial

 

Una settimana parigina sferzata da una pioggia uggiosa, incessante e a tratti violenta, che ha comunque raccontato alcune pagine di moda molto interessanti, fino al gran finale, con la mostra L’oeuvre au noir, dedicata al genio di Cristobal Balenciaga al Musée Bourdelle, all’incredibile decollo del razzo Chanel sotto le volte vetrate del Grand Palais e all’emblematico approdo al Louvre di Vuitton , «Viviamo in un’epoca in cui la gente non può più pensare a lungo termine – osserva intanto Guram Gvasalia, osannato guru di Vetements e designer di Balenciaga – anche le strategie di business sono diventate così. Nessuno può più immaginare strutture a lungo termine, tutti sono concentrati su oggi e subito, soltanto sulle vendite odierne». Senso di precarietà, brividi e ombre verso un domani incerto, in un mondo globalizzato e sempre più arduo da comprendere e leggere nei suoi contorni? A questa domanda sembrava voler rispondere Miuccia Prada, con la sua sofisticata, composita ed ironica esercitazione per Miu Miu del 7 marzo.

Tra le vere highlights della Fashion Week Parigina Autunno/Inverno 2017, la sfilata Dior, leggendaria Maison francese guidata dall’italiana Maria Grazia Chiuri, ha scelto di declinare un unico tema cromatico: il blu. Rapsody in Blue o Blue Moon, la voce roca e intensa di Nina Simone come soundtrack. ‘Fra tutti gli altri colori – scriveva Christian Dior nel suo Petit Dictionnaire de la mode – il blue navy è il solo che può competere con il nero. Un lavoro magnifico, quello di MGC chez Dior che ha riscritto frammenti basilari della poetica del brand. Il mitico modello Chevrier del 1949, ad esempio,ispirato alle tuniche dei pastori pirenaici e dotato di un ampio cappuccio, si è trasformato in una teoria di giacche, di abiti, gonne,mantelle, cappotti e piccoli bomber dalle fragranze sportive, con materie quali taffettà, velluto, panno spigato da coperta e maglia. Ecco le divise no gender, il rigore geometrico che s’intreccia con echi emotivi ed onirici nella trasversalità del blu. Issey Miyake con Yoshiyuki Miyamae, nel fasto storicistico e dorato dell Hôtel de Ville si ispira alla toccante bellezza dell’aurora boreale. Ed è subito poesia, anzi haiku, grazie alla lana grezza di pecore Shetland nate e allevate nelle pallide luci nordiche, tinte in cinque diversi colori combinati in un unico filo, dei superbi cappotti cocoon. Combinazioni architettoniche e paradossalmente lievi di Baked stretch e Steam stretch, il vocabolario della Maison, plissées curvi e concentriche concrezioni tessili dagli effetti ottici estranianti. Chanel è Chanel, che altro dire. Lo show è un evento, la consacrazione sempre potente e nuova di una mitologia della modernità. Questa volta si estrinseca in un’esplosiva connotazione spaziale, in un omaggio all’epopea degli astronauti siglato dal razzo bianco e nero con logo che alla fine del défilé, dal Centre de lancement N.5, dove sono assiepate duemilaseicento persone, schizza dalle rampe dritto verso il cielo. C’e un’aria giovane, divertita, leggera come il vento. Bisogna mantenere la propria identità e rinnovarla di continuo, afferma Karl Lagerfeld in backstage. Lui ci riesce appieno.

Nadège Vanhee-Cybulski, Creative Director di Hermès, continua il suo viaggio ermeneutico all’insegna di una freschezza giovane e fluida. La sua è una lettura per sottrazione e condensazione di un segno inimitabile, che però nulla toglie all’osservanza di un linguaggio e di un approccio che sono patrimonio basilare dell’heritage di Hermès. Gli abiti fluttuano siglati dalle stampe dei celebri carreés traslate a effetto sinopia sulla seta, stretti in vita da cinture sottili. I piccoli e graziosi duvet si portano sul tubino ritmato da zip,minigonne e top sono abbinati ad allungati caban. Splendide le bag in pelle e canvas, quanto le borse a tracolla in struzzo e gli alti stivali allacciati. Moncler Gamme Rouge guarda a un Canada autunnale incendiato di gialli e di rossi divampanti. Il décor è letterale: foglie morte accumulate, proiezioni all over di paesaggi e boschi sulle pareti, le Giubbe Rosse della gendarmeria reale schierate a celebrare il finale. Giambattista Valli, il Direttore Artistico di Gamme Rouge, ha interpretato il tema in modo mirabile e composito, incrociando outdoor e sofisticate fragranze metropolitane, sport e grazia soffusa, forte della sperimentale alchimia e ricerca di materiali che è un elemento portante di Moncler. I doudones sono peso piuma, arricchiti e per converso ulteriormente alleggeriti da ricami e intrecci di applicazioni rébrodées. Non mancano cappotti di tweed dalla carrure infantile, frangi-vento stampati a fiori selvaggi, stupendi pullover in shetland e foulard annodati un po’ ovunque. Le ballerine in tweed lievemente ottocentesche accompagnate dalle calze grosse, si accostano a zaini in nylon. La fluviale Fashion week F/W 2017-18 di Parigi si chiude in bellezza con la sfilata Louis Vuitton, tra scalinate scenografiche e solenni gruppi scultorei, nella Cour Marly del Louvre. Un luogo superbo a livello estetico e di profonda pregnanza storica per un evento che non ha precedenti. Bernard Arnault e LVMH hanno infatti firmato un accordo biennale con Jean-Luc Martinez, President del celeberrimo Museo, per potervi organizzare gli show del marchio. Nicolas Ghesquière, Direttore Creativo di LV, si lancia in un’esercitazione dai contorni espressivi liberi e poco definibili. Sottovesti da sera a effetto laccato, pellicce e montoni di soffuso sapore etnico ma, di nuovo, non riconoscibile o ascrivibile a una zona geografica certa o a una determinata cultura. Focus sulle borse e sui bijoux d’argento- notevoli le catene multiple- molto presenti, dinamici e perfino preponderanti in una forma linguistica che si declina totalmente sul verbum del proprio demiurgo.

Images courtesy of press office 

(Ri)making America great

Testo Enrica Murru

 

Lascio le donne belle agli uomini senza immaginazione. In questi giorni sembra di sentir riecheggiare le parole di Proust fra le strade di New York. I primi segnali di questo cambiamento di rotta, e di una nuova idea di femminilità, arrivano da lontano: dal discorso al TED 2013 di Chimamanda Ngozi Adichie – «We should all be feminists», ricorda qualcosa? – alle copertine senza ritocchi di Lena Dunham, dalla Women’s March di Washington dello scorso gennaio – una delle mobilitazioni di piazza più massicce della storia americana – alle sfilate newyorkesi del diversamente bello. Basta osservare la collezione più attesa della stagione, quella del nuovo corso intrapreso da Calvin Klein con Raf Simons a capo dell’ufficio creativo e il fido Pieter Mulier a fare da braccio operativo: i bottoni delle camicie salgono abbracciati fino al collo, le trasparenze ci sono, ma ammiccano cerebrali da completi doppio petto o sovrastano caste pencil skirt principe di Galles. Su tutto la patina dell’America più profonda, tra denim da lavoro, camperos e giubbotti di pelle oversize. Victoria Beckham si è altrettanto convertita a questa visione: minigonne e tubini aderenti cedono il passo a pullover oversize, completi maschili e gonne castigate. La femminilità qui, come il diavolo, è nei dettagli, e ammicca dai lunghi guanti di pelle e dalle fodere di seta colorata.

Sulla passerella di Alexander Wang è l’assertività la nuova carta da giocare per chi vuole sedurre: qui l’ispirazione volge al punk, tra chiodo di pelle, abiti a rete e maglia metallica, ma è dove Wang si spinge in qualche concessione alle proporzioni maschili di giacche e cappotti che il gioco si fa più interessante. Lo stesso filone si ripresenta nella collezione di The Row: il corpo delle donne si fa a malapena intuire, non un centimetro di pelle spunta dai cappotti, dalle forme pure dei paltò monocromatici, dalle pellicce strizzate in vita con cinturoni quasi militari. Se il grigio è sempre sembrato un colore castrante più adatto a file di archivi che a ragazze alla moda, ci pensa Thom Browne a rilanciarlo, lasciando che parli tante lingue quante sono le donne: fra strati di lana bouclé, patchwork di tessuti ruvidi e piglio da bancario rivoluzionario. Del resto il soffitto di cristallo si sfonda anche urlando sottovoce.
Come ogni teoria sulle minoranze insegna, non c’è lotta per i diritti se non si combatte per i diritti di tutti: Vogue Francia ha affidato il messaggio alla copertina di marzo con la trans brasiliana Valentina Sampaio, le passerelle rispondono difendendo il melting pot culturale. Un’occhiata alla collezione di Libertine chiarisce il concetto: stampe, ispirazioni multietniche, sovrapposizioni e mash up. Del resto, quelli in arrivo sono gli Oscar più neri di sempre: dopo la polemica dello scorso anno per gli #OscarsSoWhite, il 26 febbraio a contendersi le statuette ci saranno ben sette film a ricordarci che la storia americana è fatta anche e soprattutto di lotte. Dal caso O.J.Simpson all’attivismo dello scrittore James Baldwin.

Così da Coach 1941 il suggerimento è quello di tornare alle origini del mito della frontiera Made in USA: il west dei pionieri è il riferimento ideale per «spezzare i limiti dell’abitudine e offrire nuove esperienze». Ossia largo ai popoli e stalle accoglienti – con pantofole di pelo, stampe a quadri e tonalità della terra.

Tutto insomma sembra voler dire che per fare l’America di nuovo grande è da qui che bisogna ripartire. Vallo a spiegare a The Donald.

Images courtesy of press office

CHANEL RELOADED

Testo Cesare Cunaccia @cesarecunacciaofficial   Leggerezza, una fiaba giocata su una palette dai toni delicati e fuggenti. Rosa cipria, una tavolozza luminosa d’avorio e off white, di noisette, di argento perlaceo e di mauve. Cascate di paillettes come pleiadi di stelle, applicazioni di piume che smussano le linee e i tagli magistrali, concrezioni di volant onirici. Chanel, sotto la guida dell’Übercouturier Karl Lagerfeld, non cessa mai di disegnare contorni inattesi, reinventando ispirazioni e vocabolari assodati con estro metamorfico. Questa volta, oltre alla leggerezza – anche secondo il canone di una libertà creativa che riassume in sé, trasformandolo nel segno della maison – una sorta di viaggio attraverso le ispirazioni couture del XX secolo. Silhouette a clessidra dagli inizi del Novecento, abiti corti anni Venti bordati di marabù, scivolate robes-vestaglia anni Trenta ricamati fittamente sulle maniche che sbocciano di acanti, le gonne a corolla ampia dei Cinquanta la cui geometria si materializza nel più evanescente dentelle noir da maja goyesca. I tailleur sono segnati in vita verso l’alto da cinture in tessuto, appena sotto il seno. La trama del tweed-signature spesso si assottiglia, si muta in segno astratto, in vibrazione tonale, oppure si scioglie in echi metallici e pulsanti pulviscoli cromatici. Quando nel finale esce Lily-Rose Depp, diciassette anni, figlia di una musa di Karl Lagerfeld quale è Vanessa Paradis, seguita da uno strascico di ruches in tulle rosa, il sortilegio finalmente si rivela, il presagio si compie, Atemporale, irrinunciabilmente giovane e romantico. La vie en rose.

Images courtesy of press office Chanel www.chanel.com

Louis Vuitton at Brera

Testo Lampooners

 

Nel quartiere di Brera, in via Fiori Chiari, Louis Vuitton ha aperto un nuovo negozio. Soltanto per l’abbigliamento maschile, e temporaneo – ha aperto l’altro ieri e chiuderà tra due settimane. Questo senso labile della moda coincide con la voglia di esclusività che rimane solo in teoria opposta alla destinazione di vendita. In pratica, si tratta della regola base: chi può, vuole comprarsi quello che gli altri possono solo sognare. Il lusso è per pochi – ma il lusso è il sogno della massa, se la massa non lo sogna, il lusso non esiste. Louis Vuitton sa articolare questo sogno meglio di Leonardo di Caprio in Inception.

Quello che non è sogno ma è realtà anche oltre il lusso, è la qualità della collezione maschile di Vuitton – non tanto per la linea o per la moda, ma per i singoli capi. Dalle scarpe di vernice che calzano come pantofole, agli accessori indistruttibili anche dai carrarmati, alle felpe maglioni in lana e cachemire. Queste soprattutto – le chiamo felpe perché mi sentirei lento a chiamarle maglioni – hanno una grafica a colori così veloce da essere geniale: grafiche e fiammate, dal bianco, al blu, al rosso al nero – sulla lana lavorata a strappo, con una morbidezza che ti lascia tra una nostalgia da scuola elementare e queste troppo variegate file di sedute delle sfilate. Andate a vederle, queste felpe, vi resteranno nel cuore – nel cuore di Brera, io le sogno da mesi.

Text Lampooners

 

Located on via Fiori Chiari, in Milan’s Brera district, Louis Vuitton has opened a new store. It is a menswear-focused, pop-up store, meaning that having opened the day before yesterday, it will close in two weeks’ time. This ephemeral side of fashion mirrors the desire for exclusivity, which is only theoretically in contradiction with the target market. The same basic rule applies – those who can want to buy what others can only dream of. Luxury is for the few, yet luxury is the dream of the masses and, if the masses do not dream of it, luxury ceases to exist. Louis Vuitton can convey such dream better than Leonardo di Caprio in Inception

What is no dream but rather a reality beyond luxury is the quality of the Vuitton menswear collection, not so much in terms of cuts or style but on account of the individual pieces. From the patent leather shoes that fit like a slip-on, to the indestructible accessories, down to the sweatshirt-jumpers in wool and cashmere. These in particular – I shall opt for the term ‘sweatshirts’ as ‘jumpers’ feels daft – come with a vivid, fast-forward graphic that is utterly genius: flared-up patterns dipped in white, blue, red and black on brushed wool that adds such tactile softness to leave you suspended between a primary-school nostalgia and the excessively multi-colored front row seaters at fashion shows. Go and check these sweatshirts out, they will remain anchored in your heart – the heart of Brera. I have been dreaming of them for months.

Pop-up store Louis Vuitton
Via Fiori Chiari corner Via Formentini, 9
20121 Milan
Phone: +39 800 308 980
Open to the public 14 to 29 January
Every day, 11:30 to 20:30

Images and courtesy of press office
www.louisvuitton.com

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