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The Fashionable Lampoon
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Peekaboo in Pechino

‘The Peekaboo is fun, vivid and with its own character’. Ultima città asiatica per il progetto #MeAndMyPeekaboo – si sposterà in America, per la precisione a Los Angeles. Protagoniste di questo quarto episodio girato a Pechino la musicista Dou Jiayuan con la madre Gao Yuan.

 

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01_Fendi_MeAndMyPekaboo2_Dou-Jiayuan

Pop-up Fendi

Fendi porta lo spirito romano nel cuore di Londra, al Corner Shop di Selfridges, un pop-up dove i visitatori possono acquistare card Fendi che ripercorrono la storia del logo del marchio, personalizzate da un calligrafo interno. Stand di mongolfiere, di palloncini e di fotografie retro attirano grandi e piccoli – più di tutti, lo stand dei gelati italiani Steccolecco che, per la prima volta nel Regno Unito, offrirà a tutti ghiaccioli da portare a casa. 

I fan di Fendi potranno acquistare per primi gli articoli della collezione Autunno Inverno 2018 – lanciata esclusivamente a Selfridges – tra cui le borse Mon Trésor e Kan I e pezzi con il logo ‘Fendi / Fila’, creato dall’artista Instagram Hey Reilly.

 

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F is for…

F is for Fendi ha un nuovo movimento. La crew si è riunita ancora una volta per portare i migliori ballerini di tutta Europa a una gara di danza freestyle. Sette gli artisti scelti, che hanno affrontato la battaglia sul tetto di palazzo Fendi a ritmo di funky, con addosso le Fancy Fendi Sneakers.

Junior e Sunni sono i B-boys e ballerini di -breakdance più famosi al mondo e Roxy è detentore del record del mondo. Marcio è un ballerino hip-hop di power move e Anna Ninja usa la danza per ispirare la creatività! Fishboy è un coreografo, mentre Stephane Deheselle è una ballerina moderna. Per ultima, la prima campionessa di danza popping femminile, DeyDey. 

Una canzone, due squadre: chi vince e chi perde?

 

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#MeAndMyPeekaboo

#MeAndMyPeekaboo – la campagna lanciata da Fendi in occasione del decimo compleanno dell’iconica borsa Peekaboo – continua il suo viaggio in giro per il mondo conquistando, questa volta, la città di Hong Kong. Protagoniste di questo episodio Joey Yung, musicista, con la madre Kam Fung, riprese nella loro città natale.

 

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#MeAndMyPeekaboo2

#MeAndMyPeekaboo2 - Jessica and Krystal Jung
#MeAndMyPeekaboo2 - Jessica and Krystal Jung
Backstage - #MeAndMyPeekaboo2 - Jessica and Krystal Jung

Da sempre Fendi incarna l’artigianalità – lavorazione a mano e raffinatezza dei dettagli. Il rispetto delle regole, l’anima creativa e il savoir-faire sono racchiusi nella borsa Peekaboo che, per il suo decimo anniversario, continua la seconda fase del progetto #MeAndMyPeekaboo – al suo debutto ha visto protagoniste Silvia Venturini Fendi, Direttrice artistica delle Collezioni Accessori Donna, Uomo e Bambino, insieme alle figlie Delfina Delettrez Fendi e Leonetta Luciano Fendi. Dopo il secondo capitolo che ritraeva Kim Kardashian con la figlia North West e la madre Kris Jenner nella loro intimità, ora è la volta delle sorelle Jessica e Krystal Jung, attrici e cantanti, scattate a Seoul nel loro privato.

 

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#MeAndMyPeekaboo

Ci sono alcuni pezzi nei nostri guardaroba che non hanno tempo. Kim Kardashian lo aveva intuito già da piccola, affascinata dalla mini Peekaboo di coccodrillo al braccio della madre ha pensato di dovergliela rubare – lo ha fatto. Kim è la protagonista – insieme a Kris Jenner e alla sua primogenita North – del secondo capitolo di #MeandMyPeekaboo, la storia voluta da Fendi per festeggiare i dieci anni di vita della borsa. Per la prima volta, come in un album di famiglia, le Kardashian si fanno vedere nella loro intimità. Sul retro, una distesa di grano e il singolo Love Lockdown di Kanye West – marito di Kim –, quale legame più speciale tra le sue donne.

 

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Fendi for Rimowa

Text Federica Serrano

@federicaserrano

 

Blu e rosso. Questi i nuovi colori dei bagagli a mano creati da Fendi in partnership con Rimowa, che vanno ad aggiungersi alla precedente collezione. Realizzata in alluminio, questa valigia è dotata del sistema multiwheel – che garantisce un trasporto pratico e scorrevole. Un prodotto che associa i valori Rimowa alla qualità Fendi, espressi dal cuoio romano e dall’eccellenza artigianale. Il logo con la doppia F si presenta con un effetto spazzolato sull’alluminio, percepito in modo diverso a seconda della luce. I manici superiori e laterali in cuoio romano nero, la cintura che circonda la valigia nelle tonalità del giallo e del nero, donano al trolley un look che richiama l’identità della Maison romana. Nessun dettaglio è lasciato a caso. All’interno, un rivestimento in neoprene nero con il logo dalla doppia F in rilievo. Fuori, sticker, targhetta portanome posta sulla cintura esterna e un nuovo charm che rappresenta un aereo di carta – Airbag – con gli iconici occhi Fendi Bag Bugs.

 

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Fendi Man Spring Summer 2019

Fendi/Fiend. Roma/amor. Anagrammare per far collidere opposti. Fiend come piccolo demone, ma anche come aficionado. Amor come amore. Demoni e serpenti con FF biforcute, carte e dadi si moltiplicano sulle superfici, spinti da Nico Vascellari. Un guardaroba performante e semplice di capi semplici e pragmatici: impermeabili, giubbotti, anorak, pantaloni sartoriali, camicie, pantaloncini, polo trasparenti. Giocando con il suo doppio, ciò che sembra consistente diventa leggero, grazie a reti e perforazioni che rendono l’aria parte della trama. Giocando con gli opposti, quello che sembra pelle è carta, mentre la pelle acquista la mano della carta. I grafismi di Fendi: righe diagonali su camicie trasparenti, nastrature FF e Pequin su capi impermeabili, punzoni a ultrasuoni su capi di pelle. Il dualismo grafico di tonalità contrastanti: rosso con nero, bianco con marrone. Total black come nuova aggiunta al codice cromatico Fendi, trovando leggerezza. La funzionalità dell’accessorio: la nuova Peekaboo X-Lite, berretti e marsupi crossbody. Ritornano i mocassini con bande elastiche. I sandali da corsa hanno suole ammortizzate hi-tech, con o senza calzini.

 

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Fendi – F is for…Fighter

Test Lampooners

 

F is For… è la piattaforma digitale di Fendi creata dai millennials per i millennials, con l’obiettivo di comunicare contenuti ed esperienze in grado di trasmettere il DNA della Maison. Per questa sezione, Fendi ha lanciato un nuovo progetto, una sfida sportiva – F is For…Fighter – per la quale ha reclutato Chris Eubank Jr, il super Middleweight World Champion. Nata da un’idea di Cristiana Monfardini – WW Communication Director – è la prima boxing battle disputata sul tetto di Palazzo della Civiltà Italiana, a Roma, durante la quale Eubank ha vinto una battaglia contro se stesso.

 

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Fendi – #MeAndMyPeekaboo

Text Lampooners

 

Fendi lancia un progetto internazionale in onore della borsa Peekaboo, che quest’anno festeggia dieci anni.
Silvia Venturini Fendi ha trasmesso l’amore per la Peekaboo alle figlie, così è nata l’idea di presentarle e intervistarle nel video con la loro Peekaboo preferita.
Silvia Venturini Fendi è stata filmata con il suo team, all’interno del Palazzo della Civiltà Italiana, mentre Delfina e Leonetta sono state riprese a Palazzo Fendi e in altri luoghi della capitale cari alla Maison.
Il video mostra tutti i membri della famiglia Peekaboo: Large, RegularMini, Micro Peekaboo, Peekaboo Essential ed Essentially, che a partire dalla sfilata primavera/estate 2009 continua a declinarsi e a reinterpretarsi di stagione in stagione. La prima fase della Campagna è stata lanciata online lunedì 24 aprile su fendi.com come primo step di un progetto che coinvolgerà icone femminili internazionali e il loro rapporto con la Peekaboo.

 

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Fendi per Caravaggio – un atto d’amore per Roma

St Jerome, 1610, Galleria Borghese, Rome

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Una vicenda di mecenatismo romano, uomini proiettati in una dimensione di avveniristica sfida culturale che, tra la fine del Cinquecento e il primo decennio del secolo successivo ha concorso allo sviluppo della carriera e della fama di Caravaggio. Sono il cardinale Francesco Maria del Monte, Tiberio Cerasi, Matteo Contarelli, il marchese Vincenzo Giustiniani, un banchiere di origine genovese e il fratello cardinale Benedetto; sono i Borghese, specie l’onnivoro Scipione, l’inventore di quello scrigno di tesori che è la palazzina incastonata nella Villa familiare sul Pincio. Oggi la Maison Fendi si riannoda a questo solco di apertura culturale.

Fendi, nella convinzione che la bellezza debba essere testimoniata e diffusa, prosegue infatti nel suo itinerario di mecenatismo avviato con il restauro della Fontana di Trevi nel 2015 e continuato con interventi di ripristino e manutenzione delle principali fontane capitoline, seguito dall’apertura al pubblico del Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR e da un ventaglio di mostre quali la personale di Giuseppe Penone, la recente Fendi Studios e, ultima cronologicamente, la rassegna dedicata a Gian Lorenzo Bernini alla Galleria Borghese. «La Borghese è il Museo romano per antonomasia. Di fatto nessun’altra tra le istituzioni cittadine riflette con tanta evidenza le qualità artistiche dell’Urbe, la sua complessa stratificazione di fasi storiche e stilistiche», sottolinea Pietro Beccari, Presidente e Amministratore Delegato di Fendi, forse al suo ultimo atto ufficiale a Roma, essendo stato, nel frattempo, nominato CEO della Maison Dior.

Boy with a Basket of Fruit, 1593, Galleria Borghese, Rome

La Galleria Borghese di Roma custodisce il corpus pittorico più consistente e cronologicamente meglio rappresentato di Caravaggio, ovvero sei dipinti. Qui avrà vita e sede il Caravaggio Research Center. Un progetto fervido, ideato da Anna Coliva, direttrice della Galleria Borghese e ancora sostenuto dall’attenzione di Fendi.

Il Caravaggio Research Center prevede la creazione di una piattaforma digitale capace di delineare una banca dati online relativa all’artista, una fonte di informazioni e aggiornamenti bibliografici, documentari, archivistici, filologici, storiografici, iconografici, dotata di un corredo diagnostico in forma digitale. Il piano di lavoro punta sulla costituzione di un centro di studi, di diagnostica e ricerca artistica su Caravaggio e sulla sua opera, che diventi il più completo esistente, in modo da porsi quale riferimento primario e insostituibile per ogni dinamica di indagine caravaggesca a livello mondiale. Per divulgare un tale innovativo slancio di ricerca e la portata di assoluto riferimento del centro, la Galleria Borghese e Fendi hanno concepito un mosaico espositivo sull’artista che nel corso di tre anni. Prima tappa, dal 21 novembre scorso, al Getty Museum di Los Angeles, dove si sono potute ammirare tre opere di Caravaggio provenienti dalla Galleria Borghese: il San Girolamo, il Giovane con canestro di frutta e il David con la testa di Golia.

La validità scientifica delle attività svolte dal Caravaggio Research Institute è assicurata da un Comitato Scientifico che comprende professionalità prescelte tra le figure di eccellenza nel campo degli studi caravaggeschi, al fine di renderlo un valido strumento a uso degli specialisti del settore per una corretta lettura attributiva. Saranno avviati partenariati scientifici con ogni museo, pinacoteca, fondazione, chiesa e collezione privata che ospita nel mondo opere di Caravaggio, dando vita a un network di collegamenti nazionali e internazionali. «Se è vero – afferma Anna Coliva – che il progetto è rivolto soprattutto a storici dell’arte, restauratori, conservatori, professionisti museali, diagnosti, storici, studenti universitari, prende un’importanza particolare il coinvolgimento nelle varie fasi di raccolta e analisi dei dati un cospicuo numero di giovani ricercatori. Gli studiosi potranno accedere alla banca dati attraverso livelli e modalità di consultazione anche personalizzate. Il CRI si pone quale collettore ultimo di un organismo inter-istituzionale, il suo formato digitale offrirà l’opportunità di una conoscenza sinottica e integrata di dati che altrimenti, svolti in senso lineare e consecutivo, mancherebbero di esattezza e densità».

Il database caravaggesco permetterà di conoscere per ciascuna opera, in tempi rapidissimi, foto, tecnica esecutiva, datazione, dimensioni, provenienza, mostre in cui sia stata esibita, bibliografia, scheda sulla storia conservativa, immagini e reports scritti su molteplici esami diagnostici, nonché la data dell’ultimo aggiornamento effettuato. «Il Caravaggio Research Institute – conclude Anna Coliva, enucleando un approccio che viene da definire in controtendenza – intende reintrodurre nei musei la ricerca più avanzata per farne dei produttori di cultura e non solo dei ‘mostrifici’. C’è anche una similitudine d’intenti, perché Fendi è una Maison che ha basato la sua espressione creativa sulla ricerca dei materiali, sulla qualità e sull’apporto tecnico».

Boy Bitten by a Lizard, 1593–94, National Gallery, London

Dioniso non elargisce il suo carisma in assenza di una spinta di insofferenza anarcoide e di un grido lancinante di ribellione. Michelangelo Merisi, il Caravaggio, rappresenta in assoluto questo ossimoro-connubio. Da qui deriva la adamantina atemporalità ed emerge quell’ineluttabile vibrazione che distingue il suo fare di artista fin dal suo primo apparire, alla fine del Sedicesimo secolo. Caravaggio parla un idioma abbagliante. Il tempo cui appartiene, travagliato da guerre, da pestilenze ed eresie, in fondo assomiglia al nostro, vieppiù dominato da una medesima ansiosa inquietudine del domani. Epoca di passaggio, specchio di immagini sibilline, distorte e tremendamente reali. Caravaggio sfida ogni databilità: ha precorso il cinema, si pone quale frontiera contemporanea naturale e in perenne incremento e ridefinizione nei codici. Uguale a se stesso, per cambiare ogni istante. Iconico, contro ogni ieratica staticità d’icona. Mitico, nel furibondo sottrarsi a qualsiasi categorizzazione. Dioniso è in lui, ne accompagna il percorso e la catalizzante rivoluzionaria valenza energetica. Talento, è il caso di dirlo, Caravaggio ne aveva da vendere. Non riusciva nemmeno a gestirlo, questo flusso medianico e dionisiaco di creatività ed energia al calor bianco. Una nevrosi che lo possedeva e lo perturbava come una magmatica kundalini in agguato, come un demone infocato.

La sua storia è un picaresco romanzo d’avventura e di morte, cha trasformato questo pittore lombardo nel più autentico prototipo del maudit. Michelangelo Merisi emana una radiazione pittorica che scaturisce dal terroir culturale della Milano borromaica. Comincia quale allievo del tardo-manierista lombardo Simone Peterzano, si misura probabilmente per esperienza diretta con il primato artistico della Venezia cinquecentesca. Esplode come dinamite nella sperimentale Roma seicentesca e poi nella Napoli vicereale asburgica.

Caravaggio, secondo il biografo Bellori «d’ingegno torbido e contenzioso», è l’antesignano di Rimbaud e di Baudelaire, il vero predecessore di Van Gogh, di Modigliani e di Jean-Michel Basquiat. Ha sdoganato ogni eccesso sessuale e comportamentale, ogni deriva auto-distruttiva connaturata alla sfera dell’arte e della creazione e sospesa tra violenza ed estasi, tra tormento interiore e misticismo. Derek Jarman, regista inglese di omosessualità militante, nel 1986 gli ha dedicato un film dalla smaltata portata estetica che, oltre all’immaginario artistico, ne ripercorre e ridisegna liberamente i contraddittori risvolti erotici e la tormentata relazione con la cortigiana Lena. Controversa fu per Caravaggio la liaison con Fillide Melandroni, che sfocia alla fine di maggio del 1606 nell’assassinio del rivale Ranuccio Tomassoni durante una partita di pallacorda in Campo Marzio. Un fatto di sangue che gli valse la condanna a morte per decapitazione, cui Michelangelo si sottrae fuggendo dall’Urbe sotto la protezione del principe Filippo I Colonna, che gli diede asilo nei suoi feudi di Marino, Palestrina, Zagarolo e Paliano.

David with the head of Goliath, 1606-07, Galleria Borghese, Rome

Una vita folle e itinerante, quella di Caravaggio, senza pace possibile, all’ultimo respiro e tarantolata da un destino livido e implacabile. Duelli al coltello e agguati, processi e detenzioni, debiti e querele, un susseguirsi di risse e malattie misteriose, vergognose, un feuilleton di passioni amorose sfrenate e letali, con donne o uomini che fosse. Aspri contrasti e incomprensioni con i committenti e un milieu bohémien di bari e prostitute, nelle tenebre di una notte fra osterie e anfratti archeologici. Paria sociali, bohémiens e marginali che assurgono a principali attori della poetica pittorica di Michelangelo Merisi, quando impersonano santi proletari dai piedi lerci scesi nel fango delle strade romane e carnali madonne, impudenti e popolane, eppure sublimi. La luce caravaggesca è un miracolo salvifico e insieme pozione magica: accarezza i volumi, li estrae dalla tela, incardina e definisce la composizione e la liturgia della narrazione, apportandovi un senso di sovrannaturale che travalica la stessa prosaica realtà oggettiva che pretende di rappresentare. Scene evangeliche che rammentano gli autos sacramentales di Calderón de la Barca, dramma psichico e fluttuante, metafisica sospesa e corriva. Bacco come un bulletto di periferia del Tiburtino III uscito da un frame di Mamma Roma, la canestra di frutta è una natura morta comunque viziata da una vibrazione implosiva e mortifera. Materia di pittura per Peter Greenaway, navigatore di flutti barocchi, concitato e freddo ermeneuta cinematografico di arcani maggiori e minori.

L’avventura di Malta e il rapporto con l’Ordine ospedaliero e cavalleresco che ne porta il nome, termina in un carcere, quello di Sant’Angelo a La Valletta, da cui Merisi riesce a fuggire fortunosamente il 6 ottobre 1608. Eccolo rifugiarsi stremato a Siracusa, inaugurando l’estremo lembo della sua carriera, con il chiaroscuro sempre più drammatico e inquietante e le ossessioni macabre di un linguaggio che deflagra in espressionismo disperato, mentre la febbre entropica del cupio dissolvi si fa incalzante. Delitto e castigo, ogni possibile ereticale colpo di scena, pure la longa manus del perdono papale da parte di Paolo V Borghese, forse ispirato da grandi casati alleati sull’asse dinastico tra Roma e la Lombardia ispanica, ossia i Borromeo e i Colonna, o dalla bramosia collezionistica del cardinal ‘nepote’ Scipione. È tardi però, per arrestare questa fatidica corsa verso l’abisso. Fino all’ultimo atto, mai del tutto chiarito, quello della sua morte, misteriosa e parossistica, il 18 luglio 1610, sulla spiaggia di Porto Ercole, degna di una pagina di Pasolini o delle lancinanti allucinazioni e dei flashes di sincopata memoria che attraversano il plot di Improvvisamente l’estate scorsa di Tennessee Williams.

La madre di Caravaggio è sempre incinta, così si intitola un corrosivo pamphlet di Tomaso Montanari del 2012, che racconta alcune di quelle bufale e scoperte fasulle che oggi, di tanto in tanto, fanno scalpore nel mondo dell’arte rimbalzando sui media. Innumerevoli e improbabili risultano in specie le attribuzioni e quei fortuiti ritrovamenti che, regolarmente, vengono collegati all’opera di Michelangelo Merisi, invero piuttosto esigua nel novero dei dipinti autografi rimasti. Toccare Caravaggio e l’intero immaginario che si porta cucito addosso, è un po’ come sconfinare in un’area sacra, come infrangere la consistenza ieratica e ortodossa di un totem. Intanto, nelle sale italiane, è appena uscito il film d’arte Caravaggio – L’anima e il sangue, un excursus narrativo e visivo attraverso i luoghi in cui l’artista ha vissuto e quelli che ancora oggi custodiscono alcune fra le sue opere più note.

Madame F.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Esotico. Una parola che ha perso molto del suo senso originale, in un mondo tanto globalizzato e veloce negli spostamenti – ma il fascino dell’esotico, anzi, degli esotici e degli infiniti estenuati esotismi che ne derivano, resta vivido e appassionante ancor oggi. Il ritmo incalza sinuoso, sincopato e avvolgente come una milonga di Paolo Conte, il tamburo che, sordo e tellurico, rimbomba soffuso sullo sfondo.

Una rapsodia sull’esotico – un flusso di suoni, immagini e rimandi ha luogo qui in queste pagine e oggi, come racconto della collezione di accessori in pellami esotici della maison Fendi. Patchwork, filamenti e fustelle lineari di pitone, coccodrillo, lizard e serpente raccontano geometrie fluide, fulminee e tridimensionali. Collage e commessi di granature e spessori, mosaici di pelle a pezzature minuscole o grosse. Effetti tessili e raggiere floreali di scaglie di rettile, i cui petali ogivali tremblant impaginano nuances fredde e distillate intorno alla F metallica, rovesciata e posta in diagonale, più grafica di sempre e circoscritta da un anello d’acciaio. Le zip campiscono superfici piane con quadrature in cerca d’astrazione, come fratelli e segmenti scarniti e guizzanti. Colorati e ricolorati, questi pellami esotici seguono una palette che accosta toni vividi e smaltati a sfumature dense e naturali, fino a inserti anni Settanta e pop di verde e rosso lacca warholiani.

Fendi non vuole mettere un punto fermo alla sua esigenza di metamorfosi e di febbrile sperimentazione su materiali, inserti, lavorazione di alto artigianato. Borse e clutches che, talvolta partendo da classici item della maison romana, ne rivisitano l’essenza. La frontiera ondeggia, il limite si sposta oltre, verso una sfida ulteriore. La lingua di Fendi è un sofisticato grammelot che definisce estetiche caleidoscopiche e avvincenti mai viste prima. Ieri e oggi, passato e futuro, quotes culturali e street style metropolitano in dinamico dialogo e sovrapposizione. Una centrifuga di segni e suggestioni tra pura geometria, texture pulsanti e polveri esoteriche dai toni saturi di speziature orientali.

Un profumo d’altrove, un’angolazione di pura fantasia, vicino o lontano non importa. Exotic è una dimensione che ti porta via, attraverso altri scenari dell’immaginazione, abbandonandosi a un volo che plana nel sogno, quale che sia il sogno che pretendi o rincorri. Tutto questo è esotico – che muta di accezione e di significato secondo i desideri, dell’ottica e della visionarietà di lettura di chi ne va in cerca. Exotique letterario d’avventura tropicale e dal retro-gusto coloniale, alla Pierre Loti e alla Kipling, fino al nostro Emilio Salgari, esegeta di un’India opulenta, feroce e misteriosa, quanto totalmente d’invenzione. Lo scrittore veronese non ebbe mai modo di visitare e conoscere l’India di persona. I viaggi del dandy inglese Robert Byron al Monte Athos, in Tibet o, nel 1937, lungo La via per l’Oxiana in Rolls-Royce e le peregrinazioni entomologiche e piene di humour di Patrick Leigh Fermor in direzione Bisanzio. Il tè nel deserto di Paul Bowles, anno 1949, sconcertante, una sola frase medianica a riassumerne il sortilegio, la struggente poesia e l’eversione: «una stella nera appare, un punto oscuro nel chiarore del cielo notturno».

Esotica e sensuale, ai primi del Novecento, in una stagione aurea e irripetibile, era la Palermo dominata da Franca Florio – F.F. bizzarra e fatidica assonanza in questo caso – una donna dalla bellezza magnetica e imperiosa, ritratta da Boldini in abito décolleté Worth con il suo sautoir di perle lucenti e il devant-de-corsage in diamanti. Gioielli esagerati, leggendari e capaci di far invidia a una sovrana. L’ultima imperatrice di Germania, Augusta Vittoria di Schleswig-Holstein-Sonderburg-Augustenburg, per gli intimi Dona, consorte del Kaiser Guglielmo II di Prussia, come tutta la società internazionale si recava in Sicilia attratta dalla mobile fiesta ordita senza soluzione di continuità dai Florio con grazia sontuosa e megalomane tra il capoluogo, Mondello e Favignana. Fu proprio l’imperatrice a battezzare la divina Franca come indiscussa regina di Palermo.

Numerose traiettorie di ambito esotico, fragranti di cardamomo e sandalo, di incenso, di ambra e di patchouli, che miscelano inserti mozarabici e moreschi, zagare in fiore e gelsomini, trionfi di corallo trapanesi e scrigni in bronzo e tartaruga. La Zisa e il pavimento cosmatesco a tessere marmoree policrome della Martorana trascolorano nella teatrale Alhambra toscana ottocentesca del Castello di Sammezzano e nelle narrative figurazioni musive tardo-romane della Villa del Casale a Piazza Armerina.

Vive a Bagheria nella settecentesca Villa Valguarnera, per la quale ha combattuto una durissima battaglia, Vittoria Alliata di Villafranca, autrice dell’indimenticabile Harem, memorie d’Arabia di una nobildonna siciliana, libro dalle lucide analisi sul mondo islamico, per tanti versi profetico e ora più che mai attuale, frutto di una cospicua serie di viaggi, di permanenze e vasta conoscenza.

Un immaginario abbagliante e poliforme diede vita all’estro magico del jewel-designer palermitano Fulco di Verdura – come rivela un libro autobiografico, The Happy Summer Days: A Sicilian Childhood (1978), che scrisse nella maturità per esorcizzare i ricordi e gli splendori patrizi della sua infanzia, trascorsa a Villa Niscemi e nel suo parco lussureggiante. Cosa potrebbe esserci di più esotico di questo bosco incantato traboccante di palme e rare specie tropicali, incastonato nella Favorita? Pienamente esotico è il trasporto di Fulco, bambino, fra deriva mistica e delirio di sensi, davanti al rutilare di marmi colorati, di argento dorato e pietre dure e all’horror vacui iper-barocco della Chiesa conventuale di Santa Caterina, dove ogni domenica assisteva alla messa nel banco di famiglia. Una ricchezza d’innumerevoli cromie.

From The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

Fendi for Galleria Borghese

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Una mattinata da ricordare, quella tersa e luminosa del 13 settembre, tra le meraviglie d’arte e le mille fastose ed evocative suggestioni di Villa Borghese in Roma. Anna Coliva, Direttore del grande museo e Pietro Beccari, Presidente e Amministratore Delegato di Fendi, alla presenza del Ministro Dario Franceschini, che ha espresso la sua soddisfazione per questo rapporto virtuoso tra pubblico e privato nel segno dell’arte, hanno illustrato la partnership triennale tra l’istituzione museale e Fendi, nata per esportare con Caravaggio l’idea della bellezza italiana nel mondo. Fendi rafforza così il proprio ruolo di mecenate e il suo profondo legame con la Città eterna, dopo i restauri di alcune tra le sue più storiche fontane, l’apertura al pubblico del primo piano del Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR, che ha avuto ben quarantamila visitatori nell’ultimo anno e l’installazione in Largo Goldoni della monumentale opera scultorea Foglie di Pietra, di Giuseppe Penone. Un percorso comune che prevede innanzitutto la costituzione del Caravaggio Research Institute, dotato di un comitato scientifico di portata e autorevolezza eccezionale. «Siamo orgogliosi di sostenere la Galleria Borghese», ha sottolineato Pietro Beccari, «che è tra i più importanti e prestigiosi musei del mondo. E’ sempre un elemento fondante, oltre che morale, per Fendi, valorizzare, sostenere ed esportare l’arte italiana nel mondo, la sua eccellenza e i suoi talenti. Dobbiamo aiutare quanti hanno il coraggio e la volontà di intraprendere azioni di ampio respiro culturale, prendendo su di sé anche rischi e forti responsabilità».

Il Caravaggio Research Institute è un organismo dalla valenza fondamentale, capace di fare chiarezza e di mettere ordine soprattutto nella montante e caotica febbre attributiva rispetto all’opera dello straordinario artista maudit. La Galleria Borghese custodisce il corpus pittorico più nutrito e cronologicamente più significativo di Michelangelo Merisi da Caravaggio. L’istituto di ricerca dedicato al grande pittore lombardo dalla breve vita picaresca e avventurosa, ideato da Anna Coliva, verte sulla costituzione presso la Galleria Borghese di un polo di studi, di diagnostica e ricerca storico-artistica, che diventi il più completo e si ponga a riferimento primario in questo ambito a livello mondiale. Sarà fornito di una piattaforma digitale che rappresenti la più esaustiva banca dati online relativa al Merisi per informazioni e aggiornamenti bibliografici, documentari, archivistici, filologici, storiografici, iconografici, completata da un corredo diagnostico in forma digitale. In merito alla divulgazione di questo innovativo approccio alla ricerca, la Galleria Borghese e Fendi hanno delineato un programma di esposizioni che in tre anni toccherà luoghi di vasta importanza, passando dagli USA all’estremo Oriente. La prima tappa approda il 21 novembre al Getty Museum di Los Angeles, che, novità assoluta, ospiterà nelle sue sale una terna di opere di Caravaggio usualmente conservate alla Galleria Borghese: il San Girolamo, il celeberrimo e intenso Giovane con canestro di frutta e il David con la testa di Golia. «Il Caravaggio Research Institute – afferma il Direttore Anna Coliva – è un progetto ambizioso, che intende introdurre nei musei la ricerca più avanzata per riportarli di nuovo  a essere dei produttori, dei laboratori vivi di cultura e non soltanto dei ‘mostrifici’. Siamo fieri e felici che questa visione molto innovativa e in fondo non facile e scontata abbia avuto la fiducia di una grande azienda quale Fendi. Ancor più se si pensa che Fendi ha basato una parte insostituibile della sua eccellenza proprio sulla ricerca tecnica e dei materiali».

Quanto alle attività a Roma di questa formidabile partnership, la prima esposizione alla Galleria Borghese che sarà supportata da Fendi è la superba monografica su Gian Lorenzo Bernini, genio tutelare della raccolta iniziata dal vorace e brillante cardinale Scipione Borghese e poliedrico regista assoluto del barocco nell’Urbe sotto vari pontificati, che verrà inaugurata il 31 ottobre prossimo e aperta al pubblico dal 1 novembre 2017 al 4 febbraio 2018. Un’ulteriore occasione per ammirare i marmi virtuosistici creati dallo smisurato talento del Bernini, che rendono unica e davvero spettacolare la collezione Borghese, oltre a capolavori che arriveranno da diverse parti del mondo, mentre ora è già possibile seguire direttamente il restauro aperto della statua di Santa Bibiana, realizzata tra il 1624 fil 1626 su commissione di papa Urbano VIII Barberini per l’omonima chiesa romana all’Esquilino, anch’essa in gran parte trasformata per il Giubileo 1625 sotto la direzione del Bernini. La mostra prosegue le celebrazioni per il ventennale dalla riapertura della Galleria Borghese, nel 1997. Un evento memorabile, un appuntamento di respiro internazionale, per la cui realizzazione è stato coinvolto il gotha dei musei di svariati Paesi, che hanno concesso prestiti straordinari, tra cui il Louvre di Parigi, la National Gallery e il Victoria&Albert Museum di Londra, Thyssen Bornemisza di Madrid, Staatliche Museum di Berlino, Statens Museum for Kunst di Copenhagen, Kunsthalle di Amburgo, Metropolitan Museum of Art di New York City, Art Gallery of Ontario, Getty Museum e LACMA di Los Angeles, Kimbell Art Museum di Forth Worth, in Texas.

Bernini

Galleria Borghese
P.zzale del Museo Borghese – Rome

1 novembre 2017 > 4 febbraio 2018

Martedì > Domenica, 9.00 > 19.00

Images courtesy of Fendi
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Meraviglia a Luglio

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Una Festa – Bulgari ha usato la parola italiana per raccontare una collezione di cento pezzi esposta a Venezia: lo zaffiro è la pietra simbolo della casa in supremazia sulle altre per i colori delle gemme. Lo zaffiro birmano, quello di Ceylon – lo zaffiro del Kashmir – la miniera è esaurita – questo zaffiro è più fondo degli altri, assorbe la luce e la trattiene, imprigionando i bagliori azzurri in eterno. Bulgari è una grande famiglia, energia e sinergia – ha stonato molto, Bella Hadid arrivando in ritardo per la sfilata – è stata lasciata fuori dalla porta.

A Parigi, Dior inaugura al Louvre, alle Arts Décoratifs, la retrospettiva sui suoi settanta anni compiuti – è una delle mostre di abiti più rilevante mai composta, dal giorno dopo code di centinaia di metri per il biglietto. Le pareti all’inizio del percorso, divise per cromia raccontano i dettagli, gli accessori, i gioielli – tutti quei frammenti che compongono la moda, quella che nessuno stylist in circolazione si ricorda di imparare. Tra i giornalisti, c’è chi si è messo a piangere, per la commozione. Un tributo d’onore per Karl Lagerfeld è stato dato dal sindaco di Parigi a piedi di una Torre Eiffel ricostruita nel Grand Palais – a dimensione reale, perdendosi nella nebbia e nella volta. Per l’alta moda di Chanel, c’erano le donne più precise del momento. Kristen Stewart e Cara Delevingne, con i capelli corti e ossigenati, maschili ed efebiche: l’ambiguità, tra grazia e graficità, è moderna – insieme alla bellezza, salverà il mondo. C’era anche la passione al femminile, Julianne Moore.

Questo è il terzo anno che Fendi presenta una collezione di Alta Pellicceria: di là dalle polemiche (che ormai bisogna almeno ritenere legittime da chi le porta), Fendi ha presentato la collezione di abiti più bella della stagione. Arte sublima artigianato in meraviglia – davvero, si tratta di Fendi. Niente Roma questa volta. Negli ultimi due anni, Fendi e Valentino avevano lasciato a turno Parigi per sfilare nella capitale e dare un supporto ad Alta Roma. Uno sforzo notevole, ammirevole: significa rinunciare ai servizi fotografici prodotti per logistica a Parigi da quasi tutti i giornali del mondo, (nei giorni subito dopo le sfilate, prima che gli abiti, pezzi unici, siano venduti e consegnati alle clienti), oltre che a dover farsi carico del viaggio di tanta stampa da Parigi su Roma (un sorriso sovviene, quando Fendi smarcava Valentino, muovendo su un aereo privato mentre l’altro si produceva con un volo charter). Alta moda, alta gioielleria, alta pellicceria – e teatro.

A Palermo, Dolce & Gabbana mette in scena uno spettacolo, non una sfilata. Fuori dagli schemi, quasi come un boomerang – mentre la comunicazione istituzionale della casa si evolve nella simpatia che sprigiona da un account instagram. Tutto è tanto. In dieci giorni, ogni anno all’inizio di luglio, si sintetizza il lusso mondiale – in gioielli e abiti. Un giro economico da far impallidire ogni snobismo di banchiere omofobico.

Tra tanti che personificano il concetto, una lo interpreta: Bianca di Savoia Aosta, principessa reale della casa d’Italia, sposata con Gilberto Arrivabene Valenti Gonzaga, madre di cinque figli, tra cui le prime, Viola e Vera, splendide creature. Bianca riesce a raccontare, nel suo apparire ricercatamente dismesso, in una noncuranza quasi nervosa di fronte al potere, nella dedizione operativa e retribuitile che stride con la nobiltà della sua ascendenza, il perfetto riferimento di un mondo del lusso che ogni giorno deve ridefinirsi sul mercato.

Christian Dior, couturier du rêve

Musée des Arts décoratifs
107, rue de Rivoli – Parigi

5 luglio 2017 – 7 gennaio 2018

Orari: Martedì – Domenica 11.00 – 18.00

Giovedì 11.00 – 21.00

Haute Couture Fall Winter 2017-18

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Si è appena conclusa la settimana dell’haute couture parigina con tutto il suo carico simbolico e di prestigio. Chanel ha narrato un plot avvincente fatto di tweed e gonne in gazar, solcate da pieghe scultoree costruite mirabilmente. Volumi ampi e applicazioni di piume intrise nelle textures tessili. Gonne longuette e mini-abiti finestrati disegnati sul corpo per sofisticate jeune filles. La sera procede per astrazioni e riflessi lunari. Karl Lagerfeld proprio non invecchia mai. Un’evocazione di temi squisitamente Chanel. E di Parigi, la sua. Incarnata dalla Tour Eiffel che dominava la nave colossale del Grand Palais, perdendosi in un cielo filato di nubi chiaroscurali. E Parigi, tramite il sindaco Anne Hidalgo, ha ricambiato la dichiarazione d’amore di Kaiser Karl con il conferimento, commovente davvero, della Médaille Grand Vermeil de la Ville de Paris, la massima onorificenza cittadina, alla fine del défilé.

Dior affascina per coerenza e complessità. Maria Grazia Chiuri, direttore artistico della maison, impagina un viaggio alla scoperta del mondo. Dell’heritage Dior e di se stessa. Un ritorno alle origini che si nutre di tessuti maschili in chiaroscuro, di chiffon tortora e tulle impressionista. Di sete rosa cenere e di velluti dai colori profondi e notturni. Fiori e tarocchi a ricamo che si rispecchiano nella volta celeste e nella terra immaginate da Pietro Ruffo. Quanto sia brillante questo itinerario di Maria Grazia Chiuri, lo si comprende ancor più visitando la splendida e complessa mostra ‘Dior couturier du rêve’ – al Musée Les Arts Décoratifs, fino al 7 gennaio 2018, celebra i 70 anni dalla fondazione della maison.

Valentino, per Pierpaolo Piccioli, si trasfigura nel valore più astratto e concettuale dell’haute couture: il non visibile. Liturgie ieratiche, linearità monacale, bianco e nero domenicano, casule, cappe, cappucci e piviali. Poi intarsi, taffetà rosa mistico, mussolina incenso e chiffon nero. Ornati romanici da medioevo iberico, medaglioni araldici in lana cerata e ricami sovrapposti. Esplode d’un tratto una pulsazione barocca e classicista ‘Grand Siècle’ – sarebbe piaciuta alla Montpensier durante la Fronda, e anche a Madame de Montespan a Versailles – in un fluttuare di organza volantée di un cremisi sacrale e sensuale. Rossy de Palma ruota come un derviscio nell’atrio marmoreo dell’Hôtel Salomon de Rothschild, mentre Marisa Berenson e Rosario Nadal, Daphne Guinness e Sofia Coppola conversano amabilmente nel Salon IV.

Armani Privé, al Palais de Chaillot, combina geometrie e vertigine decorativa colorista. Un rigo musicale si apre sul ‘Liebestodt’ del Tristano e Isotta di Richard Wagner, eseguito al piano nella versione di Liszt. Sotto l’occhio attento di Sophia Loren e Naomi Watts, incedono lente le incuranti modelle del violinista star britannico Charlie Siem e di Isabelle Huppert.

Fendi Haute Fourrure è un miracolo di maestria in continuo superamento. Pellicce non pellicce, di una duttilità quasi aerea. Il ‘Prélude à l’après-midi d’un faune ’ di Claude Debussy su fondale simbolista e fiorito in penombra. Trame di geometrie, arcobaleni cromatici, accrochage floreali, pointillisme e loriche microscopici. Intrecci, ricami, sottrazioni, tricot a rete, broderies e intagli. Alla fine Karl Lagerfeld, peraltro in forma smagliante, è costretto da una standing ovation, mentre la sala entusiasta scandisce il suo nome, a ripresentarsi ben tre volte sul palco del Théâtre des Champs Elysées. Il CEO Pietro Beccari sorride accanto alla moglie Elisabetta e Bernard Arnault. Non si è mai visto tanto affabile e ben disposto a rilasciare dichiarazioni e interviste. Un vero successo.

F is For Fendi

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Non un semplice magazine on line. F is For… è la nuova piattaforma digitale di Fendi voluta dai millennials e dedicata alla cronaca della loro generazione.

Mi piacerebbe definirlo un legame. Legame, in inglese bond. Il legame che unisce una generazione. The Fendi Bond – unisce un’estetica, un atteggiamento, una rivoluzione. Il mondo a una città – Roma. Appare come un magazine online. Entrando da Fendi.com, si accede alla pagina di F is For… L’emoji sorride arcigno e fosforescente – e come per un’esplosione, la pagina si riempie di colori, grafiche, fotografie in movimento, animazioni visual, video, suoni, finestre che scorrono. Un crogiolo di energie, un mondo a parte. In un magazine l’utente è un lettore – in una piattaforma, l’utente in qualche modo inserisce propri input per trovare una formattazione automatica e istantanea del sito su quanto stia cercando o abbia dimostrato interesse. Tutti i siti web stanno evolvendosi in piattaforme, con una dimensione in più – come può essere un manifesto che codifica un’identità nella quale riconoscersi – e riconoscerci.

Cristiana Monfardini, capo comunicazione worldwide di Fendi, racconta: «F is For… è un punto di vista», Cristiana Monfardini ne segue la curatela e la direzione, usando cuore e coraggio. «Brand awareness completa, senza strategia di vendita. Quando ho parlato di questo mio progetto al presidente di Fendi Pietro Beccari, la sua unica indicazione è stata l’ambizione. Se doveva essere nuovo e forte, sarebbe dovuto esserlo in piena potenza». Un patto, una vibrazione, un’onda. «È una piattaforma dedicata ai millennials e fatta dai millennials. Voglio cercare il loro punto di vista e riuscire a potenziare l’autenticità che appartiene alla loro freschezza intellettuale, impiegando la struttura e la forza d’immagine di Fendi». L’entusiasmo di Cristiana Monfardini è contagioso. «I millennials sono molte volte intesi in un senso di vuotezza: sono giovani ma già adulti, e sono consapevoli di saper gestire la loro vita virtuale meglio della realtà. Io voglio approfondire l’autenticità di questo loro approccio».

Un anno fa, Cristiana Monfardini ha iniziato a lavorare al progetto di F is For… «Ho scelto un team di ragazzi nuovi per l’azienda Fendi. Li ho trovati nei settori diversi della moda – nell’economia, nella ricerca. Poliglotti e globocentrici, l’efficacia era il codice ancor prima della velocità. Il vuoto significa spazio, molto spazio. Ho trovato ragazzi liberi da schemi, pronti a tutto sul lavoro, con il sorriso ogni mattina. Continuavo a chiedermi come potessi comunicare loro i valori dell’heritage di Fendi, la cultura dell’artigianalità e del dettaglio, del fare a mano. Tenevo in mente un concetto di verticalità, da raccontare attraverso l’architettura di Palazzo della Civiltà Italiana, l’headquarter di Fendi per noi così iconico. I millennials li ho intesi verticali, appunto. Comprendere diventa comprare. La loro sapienza non è vasta, ma vertiginosa. Vivono ogni giorno, da quando hanno memoria, con una sfera di cristallo in mano cui chiedere ogni cosa gli passi per la testa». Sì, curiosità invece che conoscenza – ed è la curiosità che sconfigge l’ignoranza, non la cultura.

I millennials sono per definizione quelli nati nei primi anni Ottanta – qualcuno intende fino a chi oggi ha 34 anni, altri si fermano a chi ne ha 30 o 32 anni. Sono i ragazzi a cavallo del 2000, quelli che hanno vissuto la nascita e l’esplosione dell’era della connessione, ma che hanno ancora un sensore di come fosse prima. I millennials sono già oggi, e sempre di più nei prossimi anni, il principale potere di acquisto per i brand di immagine – e non sono da intendersi solo come quelli nati dopo il 2000, che non hanno neanche la più vaga idea di cosa sia un telefono senza fili, e che definiscono piuttosto la cosiddetta Generazione Zeta.

C’è un manifesto per F is For… che dichiara quanto i millennials siano titolati, e abbiano il merito, dell’autenticità; quanto i Millennials abbiano l’abilità, forse l’arte, di trasformare il passato in futuro. Concetti che stridono con la percezione del collo piegato verso il telefonino – e cervicali conseguenti ed epidemiche. Carolina Beccari fa parte del gruppo di riferimento al quale Cristiana Monfardini si è rivolta per la costruzione di F is For…: «Mi sento in pieno una millennials. Percepisco la tecnologia come una tensione energetica rivolta al futuro», Carolina spiega parlando un po’ in italiano e un po’ in inglese, perché alcuni concetti sono immediati con la seconda: «Condividere invece che vivere: può essere la nostra debolezza – ma noi non ne conosciamo alternativa. Ogni amico, ogni persona è a portata di clic. Noi non sappiamo come potesse esser prima – ma la vediamo in positivo: la possibilità immediata di dialogo ci porta a parlare senza filtro, con meno timidezza adolescenziale». Non c’è orgoglio o presunzione alcuna, in questa priorità data alla connessione costante – c’è una razionale sincerità che diventa subito adulta, fredda consapevolezza. Una maturità inaspettata per ragazzi così giovani: «Il posting non è spontaneo, neanche per noi», prosegue Carolina. «Nel posting anche noi dobbiamo ritrovare una voglia di esibizione. Certamente non è quella di chi ha voluto crearne una professione, come i blogger o i cosiddetti influencer – noi non usiamo lo stesso atteggiamento, la stessa esigenza che per loro è urgenza – anzi ne prendiamo la distanza. Per noi è tutto più automatico, per noi tutto è più quieto perché spontaneo – resta il gioco, più che la voglia, di mettersi in vista». Con la stessa precisione, Carolina Beccari osserva l’evoluzione dei contenuti. «Non è tanto la lettura che viene a mancare nella nostra quotidianità – questa rimane un dovere imprescindibile che riconosciamo. Ciò che i social media annientano è la televisione, la prima nemica della lettura. Le serie tv che qualche anno fa presidiavano il nostro intrattenimento, oggi iniziano a essere soppiantate dalla continua condivisione, dal continuo dialogo fra di noi».

Il video di F is For… – forse una sigla di apertura del progetto – è a quota un milione di visualizzazioni su YouTube. Roma – non c’è storia più affascinante. F is For… è anche una guida, una mappa del tesoro, per trovare angoli nascosti come rubini nei mattoni. F is For… non cerca il lusso, le cucine stellate. Dismette vocabolari cui appartengono parole come cool e wacky. Questa è una Roma Freak – la F di Freaks è la prima lettera di questo alfabeto a un’unica sillaba. F come Fulgore – una parola italiana fuori dalla dialettica smart indica la sezione dei servizi di moda – tutti scattati con iPhone7, mescolando pezzi di archivio Fendi, con capi delle nuove collezioni. Fulgore – è il discorso qui appena sopra: si vuole contare sulla curiosità che la rete soddisfa facilmente cercando un significato – ed è vero, ultimamente molte parole non inglesi stanno tornando nei titoli facendo leva proprio sulla capacità di ricerca che i millennials gestiscono con proprietà di diritto. Così discorrendo, troviamo tutta la dialettica in F – Faces per i ritratti, fotografici e letterari, Freedom indica i luoghi per questi Freaks New Goonies. La musica è fondamentale – per Fendi è un tratto di DNA. Fearless è la sezione che raccoglie le live performance. Montaggi minimi costruiscono video clip inediti girati sul rooftop di Palazzo della Civiltà Italiana. Cantanti e performer come NxWorries e Kelela con la luce dei tramonti secolari di Roma. Gli specchi verticali sono un set up minimale e ben calibrato – così come i fumogeni colorati.

F is For… Futuro. Il lancio della piattaforma, il nodo di questo legame, è stato stretto a New York, lo scorso 10 febbraio, al Fulton Market Building, verso il ponte di Brooklyn. Non è giusto definirlo party, o show – ancora, era qualcosa di diverso. «It’s a space that’s open and conductive to people getting together and enjoying the music and the other people. It’s not stuffy fashion typical luxury brand Fashion Week event. Instead of closing in, they opened it up», rispondeva Mia Moretti a un giornalista di Vogue. Era un viaggio al termine della notte in questo 2017, tra richiami geometrici in marmo ripresi dal disegno di Palazzo Fendi a Roma. Al posto dell’acqua delle fontane c’era lo scorrere dell’Hudson. Si esibivano i rapper da tutto il mondo, come Migos, 21 Savage, Lil Uzi Vert, Bhoan Phoenix, Meuko! Meuko!, Peggy Gou e molti altri. Il riscontro più che positivo era centrato: Fendi ha saputo cogliere l’evoluzione del tempo, collaborando «with the unexpected. They understand that they have to evolve to not become irrelevant» scriveva Winston Peters sul suo account Instagram.

First, Fab, Far-far-away. F is For… Fragilità, un senso che si trova nella non perfezione. Le modelle sono riprese nel backstage dopo la prima uscita, nell’intervallo prima del line up. L’autenticità è la scommessa, la vittoria dei millennials, più veloci e meno esperti. Scandagli nuovi, più fragili ma più sensibili – come direbbe Marcel Proust nel suo perenne domani.

Freak, fulgore, faces, freedom, fearless. Sono le parole d’ordine con cui Fendi ridisegna la sua comunicazione digitale. Contenuti native, banditi i ritocchi, F is For… è libertà, realtà senza filtri.

The Fashionable Lampoon Issue 9 Babylon – Digital Visual Wave

Foglie di Pietra

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Settimio è la cucina del miglior salotto di Roma – una di quelle trattorie romane all’angolo su cuore e potere. Una sera di novembre del 2015, Pietro Beccari sedeva con Giuseppe Penone. Su un foglio semplice, su tovaglia e tra posate, l’artista ha gettato un primo schizzo: un blocco di marmo, sorretto da esili tronchi spogli di un albero. Un anno dopo, era gennaio, la mostra di Penone a Palazzo Fendi era appena stata inaugurata – Pietro mi mostrava questo ormai vecchio schizzo, lo teneva sul fondo del baule della sua macchina – mi è sembrato come non ci fosse custodia migliore: un luogo sopra un motore acceso, un vano circondato di energia.

Pietro Beccari mi accennava ai lavori, alla messa in posa dell’opera. I dettagli li ho avuti dopo: un taglio di marmo bianco delle Apuane sopra Pietrasanta, immagino non distante da quella che fu la cava di Michelangelo, all’interno del sito di estrazione di Carrara – il marmo più pregiato al mondo. Il blocco avrebbe avuto un peso di circa undici tonnellate, un pezzo che Penone aveva già trovato anni prima, messo da parte per un’opera che ne valesse la bellezza. Sarebbe stato sospeso a cinque metri di altezza, nel centro di Largo Goldoni, fulcro del Tridente romano, uno dei luoghi pedonali più trafficati. A reggerlo, un albero in bronzo – tronco e pochi rami esili forgiati in fonderia, ancora a Pietrasanta – una squadra di quindici artigiani lo avrebbe realizzato. Il contrasto sarebbe stato folle: un enorme sasso sorretto da un esile arbusto. Foglie di Pietra sarebbe stato il titolo dell’opera – per mantenerla in sicurezza e renderla solida, si sarebbe arrivati a circa trenta metri sotto il suolo per predisporre griglie e fondamenta capaci di reggerla. Ci hanno lavorato cinquanta operai, per due mesi.

L’altra sera, l’opera era completa e ancora nascosta da una sorta di fiore stilizzato. Una musica alta, i petali si sono sfilati per svelarla. Il marmo e il bronzo: Foglie di Pietra sì è mostrata nella sua imponente fragilità, nel suo spettacolo sottomesso. Era difficile fotografarla, riprodurne la grandezza. Il codice di Penone è preciso: guardare dentro, dentro i tronchi, la forza sta nella venatura interna, libera dalle superfici, dai giri di età, da ogni difesa di corteccia o armatura. L’anima e la linfa reggono ogni peso, ogni fatica.

Foglie di Pietra è una della commissioni artistiche più importanti degli ultimi anni. Ricorda il mecenatismo autentico e imperiale – si tratta di marmo, dicevamo, qui a Roma, un sorriso, Giulio II e Michelangelo – il Della Rovere di Irving Stone – un altro sorriso, stone in italiano, è pietra – un libro, Il Tormento e L’Estasi, che sembra così vicino per storia e vicenda a tutto quanto gira intorno all’opera di Penone e la volontà di Beccari. Il rapporto con la Francia, sostegno e sfida positiva, un comandante italiano visionario – sussistono la dedizione all’arte e la forza del suo messaggio, il talento, la voglia e il coraggio di volere sempre di più, di osare di più, di puntare ancora più in alto. L’avevo già scritto, Maestà e Rinascimento.

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F is For è un progetto di comunicazione nato dal cuore di Fendi. Il primo di una piattaforma digitale realizzato da millennials per millennials che condivide contenuti di esperienze rilevanti per questa generazione e trasmette il DNA Fendi.

I contenuti vengono caricati direttamente sulla piattaforma senza ritocchi, post-produzione e alcun filtro. Autentico, fedele alla realtà: ogni falso è vietato!

Concettualmente definito da cinque universi.

FREAKS – spiega il concetto che sta alla base di F is for. In questo universo gli utenti comprendono la visione del brand e ne leggono il messaggio di autenticità.

FULGORE – si basa su editoriali di moda. In questo universo gli utenti esplorano la visione della moda contemporanea. Gli editoriali hanno un collegamento con Roma per rafforzare il legame di Fendi con la città. I modelli sono millennials, gli sguardi sono mix and match tra le più recenti collezioni e pezzi d’epoca. Tutte le riprese sono girate da smartphone. L’intento è di catturare i momenti così come sono, che non dovranno necessariamente essere perfetti. I modelli sono liberi di comportarsi come vogliono: niente pose!

FACES – si basa sulle persone della F is For community. In questo universo gli utenti scoprono di più sulle persone in cui credono, su coloro che hanno qualcosa da dire e che sono fonte di ispirazione.

FREEDOM – si basa su luoghi. In questo universo gli utenti trovano tutti i migliori posti in cui andare. Locali, bar, ristoranti, ma non quelli convenzionali: luoghi dove divertirsi e condividere esperienze indimenticabili.

FEARLESS – per gli amanti della cultura. In questo universo gli utenti accedono a musica, arte e cultura. Artisti emergenti e rinomati entrano a Palazzo della Civiltà Italiana, Fendi HQ, e vivono l’esperienza della performance sul tetto. È uno spazio unico, molto rappresentativo per Fendi, da cui i talenti possono ammirare tutta la città di Roma e portarvi la propria arte e i propri valori.

Oltre alla piattaforma digitale, F is For è destinata a essere off-line.

Gli eventi sono esperienze totalizzanti, diverse da feste e sfilate di moda. La nuova Roma si declina in tutto il mondo, diventando uno stadio in cui artisti di fama provenienti da tutto il mondo si esibiscono B2B in un flusso magico.

Images courtesy of press office
fisfor.fendi.com