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fendi

Madame F.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Esotico. Una parola che ha perso molto del suo senso originale, in un mondo tanto globalizzato e veloce negli spostamenti – ma il fascino dell’esotico, anzi, degli esotici e degli infiniti estenuati esotismi che ne derivano, resta vivido e appassionante ancor oggi. Il ritmo incalza sinuoso, sincopato e avvolgente come una milonga di Paolo Conte, il tamburo che, sordo e tellurico, rimbomba soffuso sullo sfondo.

Una rapsodia sull’esotico – un flusso di suoni, immagini e rimandi ha luogo qui in queste pagine e oggi, come racconto della collezione di accessori in pellami esotici della maison Fendi. Patchwork, filamenti e fustelle lineari di pitone, coccodrillo, lizard e serpente raccontano geometrie fluide, fulminee e tridimensionali. Collage e commessi di granature e spessori, mosaici di pelle a pezzature minuscole o grosse. Effetti tessili e raggiere floreali di scaglie di rettile, i cui petali ogivali tremblant impaginano nuances fredde e distillate intorno alla F metallica, rovesciata e posta in diagonale, più grafica di sempre e circoscritta da un anello d’acciaio. Le zip campiscono superfici piane con quadrature in cerca d’astrazione, come fratelli e segmenti scarniti e guizzanti. Colorati e ricolorati, questi pellami esotici seguono una palette che accosta toni vividi e smaltati a sfumature dense e naturali, fino a inserti anni Settanta e pop di verde e rosso lacca warholiani.

Fendi non vuole mettere un punto fermo alla sua esigenza di metamorfosi e di febbrile sperimentazione su materiali, inserti, lavorazione di alto artigianato. Borse e clutches che, talvolta partendo da classici item della maison romana, ne rivisitano l’essenza. La frontiera ondeggia, il limite si sposta oltre, verso una sfida ulteriore. La lingua di Fendi è un sofisticato grammelot che definisce estetiche caleidoscopiche e avvincenti mai viste prima. Ieri e oggi, passato e futuro, quotes culturali e street style metropolitano in dinamico dialogo e sovrapposizione. Una centrifuga di segni e suggestioni tra pura geometria, texture pulsanti e polveri esoteriche dai toni saturi di speziature orientali.

Un profumo d’altrove, un’angolazione di pura fantasia, vicino o lontano non importa. Exotic è una dimensione che ti porta via, attraverso altri scenari dell’immaginazione, abbandonandosi a un volo che plana nel sogno, quale che sia il sogno che pretendi o rincorri. Tutto questo è esotico – che muta di accezione e di significato secondo i desideri, dell’ottica e della visionarietà di lettura di chi ne va in cerca. Exotique letterario d’avventura tropicale e dal retro-gusto coloniale, alla Pierre Loti e alla Kipling, fino al nostro Emilio Salgari, esegeta di un’India opulenta, feroce e misteriosa, quanto totalmente d’invenzione. Lo scrittore veronese non ebbe mai modo di visitare e conoscere l’India di persona. I viaggi del dandy inglese Robert Byron al Monte Athos, in Tibet o, nel 1937, lungo La via per l’Oxiana in Rolls-Royce e le peregrinazioni entomologiche e piene di humour di Patrick Leigh Fermor in direzione Bisanzio. Il tè nel deserto di Paul Bowles, anno 1949, sconcertante, una sola frase medianica a riassumerne il sortilegio, la struggente poesia e l’eversione: «una stella nera appare, un punto oscuro nel chiarore del cielo notturno».

Esotica e sensuale, ai primi del Novecento, in una stagione aurea e irripetibile, era la Palermo dominata da Franca Florio – F.F. bizzarra e fatidica assonanza in questo caso – una donna dalla bellezza magnetica e imperiosa, ritratta da Boldini in abito décolleté Worth con il suo sautoir di perle lucenti e il devant-de-corsage in diamanti. Gioielli esagerati, leggendari e capaci di far invidia a una sovrana. L’ultima imperatrice di Germania, Augusta Vittoria di Schleswig-Holstein-Sonderburg-Augustenburg, per gli intimi Dona, consorte del Kaiser Guglielmo II di Prussia, come tutta la società internazionale si recava in Sicilia attratta dalla mobile fiesta ordita senza soluzione di continuità dai Florio con grazia sontuosa e megalomane tra il capoluogo, Mondello e Favignana. Fu proprio l’imperatrice a battezzare la divina Franca come indiscussa regina di Palermo.

Numerose traiettorie di ambito esotico, fragranti di cardamomo e sandalo, di incenso, di ambra e di patchouli, che miscelano inserti mozarabici e moreschi, zagare in fiore e gelsomini, trionfi di corallo trapanesi e scrigni in bronzo e tartaruga. La Zisa e il pavimento cosmatesco a tessere marmoree policrome della Martorana trascolorano nella teatrale Alhambra toscana ottocentesca del Castello di Sammezzano e nelle narrative figurazioni musive tardo-romane della Villa del Casale a Piazza Armerina.

Vive a Bagheria nella settecentesca Villa Valguarnera, per la quale ha combattuto una durissima battaglia, Vittoria Alliata di Villafranca, autrice dell’indimenticabile Harem, memorie d’Arabia di una nobildonna siciliana, libro dalle lucide analisi sul mondo islamico, per tanti versi profetico e ora più che mai attuale, frutto di una cospicua serie di viaggi, di permanenze e vasta conoscenza.

Un immaginario abbagliante e poliforme diede vita all’estro magico del jewel-designer palermitano Fulco di Verdura – come rivela un libro autobiografico, The Happy Summer Days: A Sicilian Childhood (1978), che scrisse nella maturità per esorcizzare i ricordi e gli splendori patrizi della sua infanzia, trascorsa a Villa Niscemi e nel suo parco lussureggiante. Cosa potrebbe esserci di più esotico di questo bosco incantato traboccante di palme e rare specie tropicali, incastonato nella Favorita? Pienamente esotico è il trasporto di Fulco, bambino, fra deriva mistica e delirio di sensi, davanti al rutilare di marmi colorati, di argento dorato e pietre dure e all’horror vacui iper-barocco della Chiesa conventuale di Santa Caterina, dove ogni domenica assisteva alla messa nel banco di famiglia. Una ricchezza d’innumerevoli cromie.

From The Fashionable Lampoon Issue 10 – Grace & Graphic

Fendi for Galleria Borghese

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Una mattinata da ricordare, quella tersa e luminosa del 13 settembre, tra le meraviglie d’arte e le mille fastose ed evocative suggestioni di Villa Borghese in Roma. Anna Coliva, Direttore del grande museo e Pietro Beccari, Presidente e Amministratore Delegato di Fendi, alla presenza del Ministro Dario Franceschini, che ha espresso la sua soddisfazione per questo rapporto virtuoso tra pubblico e privato nel segno dell’arte, hanno illustrato la partnership triennale tra l’istituzione museale e Fendi, nata per esportare con Caravaggio l’idea della bellezza italiana nel mondo. Fendi rafforza così il proprio ruolo di mecenate e il suo profondo legame con la Città eterna, dopo i restauri di alcune tra le sue più storiche fontane, l’apertura al pubblico del primo piano del Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR, che ha avuto ben quarantamila visitatori nell’ultimo anno e l’installazione in Largo Goldoni della monumentale opera scultorea Foglie di Pietra, di Giuseppe Penone. Un percorso comune che prevede innanzitutto la costituzione del Caravaggio Research Institute, dotato di un comitato scientifico di portata e autorevolezza eccezionale. «Siamo orgogliosi di sostenere la Galleria Borghese», ha sottolineato Pietro Beccari, «che è tra i più importanti e prestigiosi musei del mondo. E’ sempre un elemento fondante, oltre che morale, per Fendi, valorizzare, sostenere ed esportare l’arte italiana nel mondo, la sua eccellenza e i suoi talenti. Dobbiamo aiutare quanti hanno il coraggio e la volontà di intraprendere azioni di ampio respiro culturale, prendendo su di sé anche rischi e forti responsabilità».

Il Caravaggio Research Institute è un organismo dalla valenza fondamentale, capace di fare chiarezza e di mettere ordine soprattutto nella montante e caotica febbre attributiva rispetto all’opera dello straordinario artista maudit. La Galleria Borghese custodisce il corpus pittorico più nutrito e cronologicamente più significativo di Michelangelo Merisi da Caravaggio. L’istituto di ricerca dedicato al grande pittore lombardo dalla breve vita picaresca e avventurosa, ideato da Anna Coliva, verte sulla costituzione presso la Galleria Borghese di un polo di studi, di diagnostica e ricerca storico-artistica, che diventi il più completo e si ponga a riferimento primario in questo ambito a livello mondiale. Sarà fornito di una piattaforma digitale che rappresenti la più esaustiva banca dati online relativa al Merisi per informazioni e aggiornamenti bibliografici, documentari, archivistici, filologici, storiografici, iconografici, completata da un corredo diagnostico in forma digitale. In merito alla divulgazione di questo innovativo approccio alla ricerca, la Galleria Borghese e Fendi hanno delineato un programma di esposizioni che in tre anni toccherà luoghi di vasta importanza, passando dagli USA all’estremo Oriente. La prima tappa approda il 21 novembre al Getty Museum di Los Angeles, che, novità assoluta, ospiterà nelle sue sale una terna di opere di Caravaggio usualmente conservate alla Galleria Borghese: il San Girolamo, il celeberrimo e intenso Giovane con canestro di frutta e il David con la testa di Golia. «Il Caravaggio Research Institute – afferma il Direttore Anna Coliva – è un progetto ambizioso, che intende introdurre nei musei la ricerca più avanzata per riportarli di nuovo  a essere dei produttori, dei laboratori vivi di cultura e non soltanto dei ‘mostrifici’. Siamo fieri e felici che questa visione molto innovativa e in fondo non facile e scontata abbia avuto la fiducia di una grande azienda quale Fendi. Ancor più se si pensa che Fendi ha basato una parte insostituibile della sua eccellenza proprio sulla ricerca tecnica e dei materiali».

Quanto alle attività a Roma di questa formidabile partnership, la prima esposizione alla Galleria Borghese che sarà supportata da Fendi è la superba monografica su Gian Lorenzo Bernini, genio tutelare della raccolta iniziata dal vorace e brillante cardinale Scipione Borghese e poliedrico regista assoluto del barocco nell’Urbe sotto vari pontificati, che verrà inaugurata il 31 ottobre prossimo e aperta al pubblico dal 1 novembre 2017 al 4 febbraio 2018. Un’ulteriore occasione per ammirare i marmi virtuosistici creati dallo smisurato talento del Bernini, che rendono unica e davvero spettacolare la collezione Borghese, oltre a capolavori che arriveranno da diverse parti del mondo, mentre ora è già possibile seguire direttamente il restauro aperto della statua di Santa Bibiana, realizzata tra il 1624 fil 1626 su commissione di papa Urbano VIII Barberini per l’omonima chiesa romana all’Esquilino, anch’essa in gran parte trasformata per il Giubileo 1625 sotto la direzione del Bernini. La mostra prosegue le celebrazioni per il ventennale dalla riapertura della Galleria Borghese, nel 1997. Un evento memorabile, un appuntamento di respiro internazionale, per la cui realizzazione è stato coinvolto il gotha dei musei di svariati Paesi, che hanno concesso prestiti straordinari, tra cui il Louvre di Parigi, la National Gallery e il Victoria&Albert Museum di Londra, Thyssen Bornemisza di Madrid, Staatliche Museum di Berlino, Statens Museum for Kunst di Copenhagen, Kunsthalle di Amburgo, Metropolitan Museum of Art di New York City, Art Gallery of Ontario, Getty Museum e LACMA di Los Angeles, Kimbell Art Museum di Forth Worth, in Texas.

Bernini

Galleria Borghese
P.zzale del Museo Borghese – Rome

1 novembre 2017 > 4 febbraio 2018

Martedì > Domenica, 9.00 > 19.00

Images courtesy of Fendi
www.fendi.com – @fendi

Meraviglia a Luglio

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Una Festa – Bulgari ha usato la parola italiana per raccontare una collezione di cento pezzi esposta a Venezia: lo zaffiro è la pietra simbolo della casa in supremazia sulle altre per i colori delle gemme. Lo zaffiro birmano, quello di Ceylon – lo zaffiro del Kashmir – la miniera è esaurita – questo zaffiro è più fondo degli altri, assorbe la luce e la trattiene, imprigionando i bagliori azzurri in eterno. Bulgari è una grande famiglia, energia e sinergia – ha stonato molto, Bella Hadid arrivando in ritardo per la sfilata – è stata lasciata fuori dalla porta.

A Parigi, Dior inaugura al Louvre, alle Arts Décoratifs, la retrospettiva sui suoi settanta anni compiuti – è una delle mostre di abiti più rilevante mai composta, dal giorno dopo code di centinaia di metri per il biglietto. Le pareti all’inizio del percorso, divise per cromia raccontano i dettagli, gli accessori, i gioielli – tutti quei frammenti che compongono la moda, quella che nessuno stylist in circolazione si ricorda di imparare. Tra i giornalisti, c’è chi si è messo a piangere, per la commozione. Un tributo d’onore per Karl Lagerfeld è stato dato dal sindaco di Parigi a piedi di una Torre Eiffel ricostruita nel Grand Palais – a dimensione reale, perdendosi nella nebbia e nella volta. Per l’alta moda di Chanel, c’erano le donne più precise del momento. Kristen Stewart e Cara Delevingne, con i capelli corti e ossigenati, maschili ed efebiche: l’ambiguità, tra grazia e graficità, è moderna – insieme alla bellezza, salverà il mondo. C’era anche la passione al femminile, Julianne Moore.

Questo è il terzo anno che Fendi presenta una collezione di Alta Pellicceria: di là dalle polemiche (che ormai bisogna almeno ritenere legittime da chi le porta), Fendi ha presentato la collezione di abiti più bella della stagione. Arte sublima artigianato in meraviglia – davvero, si tratta di Fendi. Niente Roma questa volta. Negli ultimi due anni, Fendi e Valentino avevano lasciato a turno Parigi per sfilare nella capitale e dare un supporto ad Alta Roma. Uno sforzo notevole, ammirevole: significa rinunciare ai servizi fotografici prodotti per logistica a Parigi da quasi tutti i giornali del mondo, (nei giorni subito dopo le sfilate, prima che gli abiti, pezzi unici, siano venduti e consegnati alle clienti), oltre che a dover farsi carico del viaggio di tanta stampa da Parigi su Roma (un sorriso sovviene, quando Fendi smarcava Valentino, muovendo su un aereo privato mentre l’altro si produceva con un volo charter). Alta moda, alta gioielleria, alta pellicceria – e teatro.

A Palermo, Dolce & Gabbana mette in scena uno spettacolo, non una sfilata. Fuori dagli schemi, quasi come un boomerang – mentre la comunicazione istituzionale della casa si evolve nella simpatia che sprigiona da un account instagram. Tutto è tanto. In dieci giorni, ogni anno all’inizio di luglio, si sintetizza il lusso mondiale – in gioielli e abiti. Un giro economico da far impallidire ogni snobismo di banchiere omofobico.

Tra tanti che personificano il concetto, una lo interpreta: Bianca di Savoia Aosta, principessa reale della casa d’Italia, sposata con Gilberto Arrivabene Valenti Gonzaga, madre di cinque figli, tra cui le prime, Viola e Vera, splendide creature. Bianca riesce a raccontare, nel suo apparire ricercatamente dismesso, in una noncuranza quasi nervosa di fronte al potere, nella dedizione operativa e retribuitile che stride con la nobiltà della sua ascendenza, il perfetto riferimento di un mondo del lusso che ogni giorno deve ridefinirsi sul mercato.

Christian Dior, couturier du rêve

Musée des Arts décoratifs
107, rue de Rivoli – Parigi

5 luglio 2017 – 7 gennaio 2018

Orari: Martedì – Domenica 11.00 – 18.00

Giovedì 11.00 – 21.00

Haute Couture Fall Winter 2017-18

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Si è appena conclusa la settimana dell’haute couture parigina con tutto il suo carico simbolico e di prestigio. Chanel ha narrato un plot avvincente fatto di tweed e gonne in gazar, solcate da pieghe scultoree costruite mirabilmente. Volumi ampi e applicazioni di piume intrise nelle textures tessili. Gonne longuette e mini-abiti finestrati disegnati sul corpo per sofisticate jeune filles. La sera procede per astrazioni e riflessi lunari. Karl Lagerfeld proprio non invecchia mai. Un’evocazione di temi squisitamente Chanel. E di Parigi, la sua. Incarnata dalla Tour Eiffel che dominava la nave colossale del Grand Palais, perdendosi in un cielo filato di nubi chiaroscurali. E Parigi, tramite il sindaco Anne Hidalgo, ha ricambiato la dichiarazione d’amore di Kaiser Karl con il conferimento, commovente davvero, della Médaille Grand Vermeil de la Ville de Paris, la massima onorificenza cittadina, alla fine del défilé.

Dior affascina per coerenza e complessità. Maria Grazia Chiuri, direttore artistico della maison, impagina un viaggio alla scoperta del mondo. Dell’heritage Dior e di se stessa. Un ritorno alle origini che si nutre di tessuti maschili in chiaroscuro, di chiffon tortora e tulle impressionista. Di sete rosa cenere e di velluti dai colori profondi e notturni. Fiori e tarocchi a ricamo che si rispecchiano nella volta celeste e nella terra immaginate da Pietro Ruffo. Quanto sia brillante questo itinerario di Maria Grazia Chiuri, lo si comprende ancor più visitando la splendida e complessa mostra ‘Dior couturier du rêve’ – al Musée Les Arts Décoratifs, fino al 7 gennaio 2018, celebra i 70 anni dalla fondazione della maison.

Valentino, per Pierpaolo Piccioli, si trasfigura nel valore più astratto e concettuale dell’haute couture: il non visibile. Liturgie ieratiche, linearità monacale, bianco e nero domenicano, casule, cappe, cappucci e piviali. Poi intarsi, taffetà rosa mistico, mussolina incenso e chiffon nero. Ornati romanici da medioevo iberico, medaglioni araldici in lana cerata e ricami sovrapposti. Esplode d’un tratto una pulsazione barocca e classicista ‘Grand Siècle’ – sarebbe piaciuta alla Montpensier durante la Fronda, e anche a Madame de Montespan a Versailles – in un fluttuare di organza volantée di un cremisi sacrale e sensuale. Rossy de Palma ruota come un derviscio nell’atrio marmoreo dell’Hôtel Salomon de Rothschild, mentre Marisa Berenson e Rosario Nadal, Daphne Guinness e Sofia Coppola conversano amabilmente nel Salon IV.

Armani Privé, al Palais de Chaillot, combina geometrie e vertigine decorativa colorista. Un rigo musicale si apre sul ‘Liebestodt’ del Tristano e Isotta di Richard Wagner, eseguito al piano nella versione di Liszt. Sotto l’occhio attento di Sophia Loren e Naomi Watts, incedono lente le incuranti modelle del violinista star britannico Charlie Siem e di Isabelle Huppert.

Fendi Haute Fourrure è un miracolo di maestria in continuo superamento. Pellicce non pellicce, di una duttilità quasi aerea. Il ‘Prélude à l’après-midi d’un faune ’ di Claude Debussy su fondale simbolista e fiorito in penombra. Trame di geometrie, arcobaleni cromatici, accrochage floreali, pointillisme e loriche microscopici. Intrecci, ricami, sottrazioni, tricot a rete, broderies e intagli. Alla fine Karl Lagerfeld, peraltro in forma smagliante, è costretto da una standing ovation, mentre la sala entusiasta scandisce il suo nome, a ripresentarsi ben tre volte sul palco del Théâtre des Champs Elysées. Il CEO Pietro Beccari sorride accanto alla moglie Elisabetta e Bernard Arnault. Non si è mai visto tanto affabile e ben disposto a rilasciare dichiarazioni e interviste. Un vero successo.

F is For Fendi

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Non un semplice magazine on line. F is For… è la nuova piattaforma digitale di Fendi voluta dai millennials e dedicata alla cronaca della loro generazione.

Mi piacerebbe definirlo un legame. Legame, in inglese bond. Il legame che unisce una generazione. The Fendi Bond – unisce un’estetica, un atteggiamento, una rivoluzione. Il mondo a una città – Roma. Appare come un magazine online. Entrando da Fendi.com, si accede alla pagina di F is For… L’emoji sorride arcigno e fosforescente – e come per un’esplosione, la pagina si riempie di colori, grafiche, fotografie in movimento, animazioni visual, video, suoni, finestre che scorrono. Un crogiolo di energie, un mondo a parte. In un magazine l’utente è un lettore – in una piattaforma, l’utente in qualche modo inserisce propri input per trovare una formattazione automatica e istantanea del sito su quanto stia cercando o abbia dimostrato interesse. Tutti i siti web stanno evolvendosi in piattaforme, con una dimensione in più – come può essere un manifesto che codifica un’identità nella quale riconoscersi – e riconoscerci.

Cristiana Monfardini, capo comunicazione worldwide di Fendi, racconta: «F is For… è un punto di vista», Cristiana Monfardini ne segue la curatela e la direzione, usando cuore e coraggio. «Brand awareness completa, senza strategia di vendita. Quando ho parlato di questo mio progetto al presidente di Fendi Pietro Beccari, la sua unica indicazione è stata l’ambizione. Se doveva essere nuovo e forte, sarebbe dovuto esserlo in piena potenza». Un patto, una vibrazione, un’onda. «È una piattaforma dedicata ai millennials e fatta dai millennials. Voglio cercare il loro punto di vista e riuscire a potenziare l’autenticità che appartiene alla loro freschezza intellettuale, impiegando la struttura e la forza d’immagine di Fendi». L’entusiasmo di Cristiana Monfardini è contagioso. «I millennials sono molte volte intesi in un senso di vuotezza: sono giovani ma già adulti, e sono consapevoli di saper gestire la loro vita virtuale meglio della realtà. Io voglio approfondire l’autenticità di questo loro approccio».

Un anno fa, Cristiana Monfardini ha iniziato a lavorare al progetto di F is For… «Ho scelto un team di ragazzi nuovi per l’azienda Fendi. Li ho trovati nei settori diversi della moda – nell’economia, nella ricerca. Poliglotti e globocentrici, l’efficacia era il codice ancor prima della velocità. Il vuoto significa spazio, molto spazio. Ho trovato ragazzi liberi da schemi, pronti a tutto sul lavoro, con il sorriso ogni mattina. Continuavo a chiedermi come potessi comunicare loro i valori dell’heritage di Fendi, la cultura dell’artigianalità e del dettaglio, del fare a mano. Tenevo in mente un concetto di verticalità, da raccontare attraverso l’architettura di Palazzo della Civiltà Italiana, l’headquarter di Fendi per noi così iconico. I millennials li ho intesi verticali, appunto. Comprendere diventa comprare. La loro sapienza non è vasta, ma vertiginosa. Vivono ogni giorno, da quando hanno memoria, con una sfera di cristallo in mano cui chiedere ogni cosa gli passi per la testa». Sì, curiosità invece che conoscenza – ed è la curiosità che sconfigge l’ignoranza, non la cultura.

I millennials sono per definizione quelli nati nei primi anni Ottanta – qualcuno intende fino a chi oggi ha 34 anni, altri si fermano a chi ne ha 30 o 32 anni. Sono i ragazzi a cavallo del 2000, quelli che hanno vissuto la nascita e l’esplosione dell’era della connessione, ma che hanno ancora un sensore di come fosse prima. I millennials sono già oggi, e sempre di più nei prossimi anni, il principale potere di acquisto per i brand di immagine – e non sono da intendersi solo come quelli nati dopo il 2000, che non hanno neanche la più vaga idea di cosa sia un telefono senza fili, e che definiscono piuttosto la cosiddetta Generazione Zeta.

C’è un manifesto per F is For… che dichiara quanto i millennials siano titolati, e abbiano il merito, dell’autenticità; quanto i Millennials abbiano l’abilità, forse l’arte, di trasformare il passato in futuro. Concetti che stridono con la percezione del collo piegato verso il telefonino – e cervicali conseguenti ed epidemiche. Carolina Beccari fa parte del gruppo di riferimento al quale Cristiana Monfardini si è rivolta per la costruzione di F is For…: «Mi sento in pieno una millennials. Percepisco la tecnologia come una tensione energetica rivolta al futuro», Carolina spiega parlando un po’ in italiano e un po’ in inglese, perché alcuni concetti sono immediati con la seconda: «Condividere invece che vivere: può essere la nostra debolezza – ma noi non ne conosciamo alternativa. Ogni amico, ogni persona è a portata di clic. Noi non sappiamo come potesse esser prima – ma la vediamo in positivo: la possibilità immediata di dialogo ci porta a parlare senza filtro, con meno timidezza adolescenziale». Non c’è orgoglio o presunzione alcuna, in questa priorità data alla connessione costante – c’è una razionale sincerità che diventa subito adulta, fredda consapevolezza. Una maturità inaspettata per ragazzi così giovani: «Il posting non è spontaneo, neanche per noi», prosegue Carolina. «Nel posting anche noi dobbiamo ritrovare una voglia di esibizione. Certamente non è quella di chi ha voluto crearne una professione, come i blogger o i cosiddetti influencer – noi non usiamo lo stesso atteggiamento, la stessa esigenza che per loro è urgenza – anzi ne prendiamo la distanza. Per noi è tutto più automatico, per noi tutto è più quieto perché spontaneo – resta il gioco, più che la voglia, di mettersi in vista». Con la stessa precisione, Carolina Beccari osserva l’evoluzione dei contenuti. «Non è tanto la lettura che viene a mancare nella nostra quotidianità – questa rimane un dovere imprescindibile che riconosciamo. Ciò che i social media annientano è la televisione, la prima nemica della lettura. Le serie tv che qualche anno fa presidiavano il nostro intrattenimento, oggi iniziano a essere soppiantate dalla continua condivisione, dal continuo dialogo fra di noi».

Il video di F is For… – forse una sigla di apertura del progetto – è a quota un milione di visualizzazioni su YouTube. Roma – non c’è storia più affascinante. F is For… è anche una guida, una mappa del tesoro, per trovare angoli nascosti come rubini nei mattoni. F is For… non cerca il lusso, le cucine stellate. Dismette vocabolari cui appartengono parole come cool e wacky. Questa è una Roma Freak – la F di Freaks è la prima lettera di questo alfabeto a un’unica sillaba. F come Fulgore – una parola italiana fuori dalla dialettica smart indica la sezione dei servizi di moda – tutti scattati con iPhone7, mescolando pezzi di archivio Fendi, con capi delle nuove collezioni. Fulgore – è il discorso qui appena sopra: si vuole contare sulla curiosità che la rete soddisfa facilmente cercando un significato – ed è vero, ultimamente molte parole non inglesi stanno tornando nei titoli facendo leva proprio sulla capacità di ricerca che i millennials gestiscono con proprietà di diritto. Così discorrendo, troviamo tutta la dialettica in F – Faces per i ritratti, fotografici e letterari, Freedom indica i luoghi per questi Freaks New Goonies. La musica è fondamentale – per Fendi è un tratto di DNA. Fearless è la sezione che raccoglie le live performance. Montaggi minimi costruiscono video clip inediti girati sul rooftop di Palazzo della Civiltà Italiana. Cantanti e performer come NxWorries e Kelela con la luce dei tramonti secolari di Roma. Gli specchi verticali sono un set up minimale e ben calibrato – così come i fumogeni colorati.

F is For… Futuro. Il lancio della piattaforma, il nodo di questo legame, è stato stretto a New York, lo scorso 10 febbraio, al Fulton Market Building, verso il ponte di Brooklyn. Non è giusto definirlo party, o show – ancora, era qualcosa di diverso. «It’s a space that’s open and conductive to people getting together and enjoying the music and the other people. It’s not stuffy fashion typical luxury brand Fashion Week event. Instead of closing in, they opened it up», rispondeva Mia Moretti a un giornalista di Vogue. Era un viaggio al termine della notte in questo 2017, tra richiami geometrici in marmo ripresi dal disegno di Palazzo Fendi a Roma. Al posto dell’acqua delle fontane c’era lo scorrere dell’Hudson. Si esibivano i rapper da tutto il mondo, come Migos, 21 Savage, Lil Uzi Vert, Bhoan Phoenix, Meuko! Meuko!, Peggy Gou e molti altri. Il riscontro più che positivo era centrato: Fendi ha saputo cogliere l’evoluzione del tempo, collaborando «with the unexpected. They understand that they have to evolve to not become irrelevant» scriveva Winston Peters sul suo account Instagram.

First, Fab, Far-far-away. F is For… Fragilità, un senso che si trova nella non perfezione. Le modelle sono riprese nel backstage dopo la prima uscita, nell’intervallo prima del line up. L’autenticità è la scommessa, la vittoria dei millennials, più veloci e meno esperti. Scandagli nuovi, più fragili ma più sensibili – come direbbe Marcel Proust nel suo perenne domani.

Freak, fulgore, faces, freedom, fearless. Sono le parole d’ordine con cui Fendi ridisegna la sua comunicazione digitale. Contenuti native, banditi i ritocchi, F is For… è libertà, realtà senza filtri.

The Fashionable Lampoon Issue 9 Babylon – Digital Visual Wave

Foglie di Pietra

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Settimio è la cucina del miglior salotto di Roma – una di quelle trattorie romane all’angolo su cuore e potere. Una sera di novembre del 2015, Pietro Beccari sedeva con Giuseppe Penone. Su un foglio semplice, su tovaglia e tra posate, l’artista ha gettato un primo schizzo: un blocco di marmo, sorretto da esili tronchi spogli di un albero. Un anno dopo, era gennaio, la mostra di Penone a Palazzo Fendi era appena stata inaugurata – Pietro mi mostrava questo ormai vecchio schizzo, lo teneva sul fondo del baule della sua macchina – mi è sembrato come non ci fosse custodia migliore: un luogo sopra un motore acceso, un vano circondato di energia.

Pietro Beccari mi accennava ai lavori, alla messa in posa dell’opera. I dettagli li ho avuti dopo: un taglio di marmo bianco delle Apuane sopra Pietrasanta, immagino non distante da quella che fu la cava di Michelangelo, all’interno del sito di estrazione di Carrara – il marmo più pregiato al mondo. Il blocco avrebbe avuto un peso di circa undici tonnellate, un pezzo che Penone aveva già trovato anni prima, messo da parte per un’opera che ne valesse la bellezza. Sarebbe stato sospeso a cinque metri di altezza, nel centro di Largo Goldoni, fulcro del Tridente romano, uno dei luoghi pedonali più trafficati. A reggerlo, un albero in bronzo – tronco e pochi rami esili forgiati in fonderia, ancora a Pietrasanta – una squadra di quindici artigiani lo avrebbe realizzato. Il contrasto sarebbe stato folle: un enorme sasso sorretto da un esile arbusto. Foglie di Pietra sarebbe stato il titolo dell’opera – per mantenerla in sicurezza e renderla solida, si sarebbe arrivati a circa trenta metri sotto il suolo per predisporre griglie e fondamenta capaci di reggerla. Ci hanno lavorato cinquanta operai, per due mesi.

L’altra sera, l’opera era completa e ancora nascosta da una sorta di fiore stilizzato. Una musica alta, i petali si sono sfilati per svelarla. Il marmo e il bronzo: Foglie di Pietra sì è mostrata nella sua imponente fragilità, nel suo spettacolo sottomesso. Era difficile fotografarla, riprodurne la grandezza. Il codice di Penone è preciso: guardare dentro, dentro i tronchi, la forza sta nella venatura interna, libera dalle superfici, dai giri di età, da ogni difesa di corteccia o armatura. L’anima e la linfa reggono ogni peso, ogni fatica.

Foglie di Pietra è una della commissioni artistiche più importanti degli ultimi anni. Ricorda il mecenatismo autentico e imperiale – si tratta di marmo, dicevamo, qui a Roma, un sorriso, Giulio II e Michelangelo – il Della Rovere di Irving Stone – un altro sorriso, stone in italiano, è pietra – un libro, Il Tormento e L’Estasi, che sembra così vicino per storia e vicenda a tutto quanto gira intorno all’opera di Penone e la volontà di Beccari. Il rapporto con la Francia, sostegno e sfida positiva, un comandante italiano visionario – sussistono la dedizione all’arte e la forza del suo messaggio, il talento, la voglia e il coraggio di volere sempre di più, di osare di più, di puntare ancora più in alto. L’avevo già scritto, Maestà e Rinascimento.

F is For…Share

F is For è un progetto di comunicazione nato dal cuore di Fendi. Il primo di una piattaforma digitale realizzato da millennials per millennials che condivide contenuti di esperienze rilevanti per questa generazione e trasmette il DNA Fendi.

I contenuti vengono caricati direttamente sulla piattaforma senza ritocchi, post-produzione e alcun filtro. Autentico, fedele alla realtà: ogni falso è vietato!

Concettualmente definito da cinque universi.

FREAKS – spiega il concetto che sta alla base di F is for. In questo universo gli utenti comprendono la visione del brand e ne leggono il messaggio di autenticità.

FULGORE – si basa su editoriali di moda. In questo universo gli utenti esplorano la visione della moda contemporanea. Gli editoriali hanno un collegamento con Roma per rafforzare il legame di Fendi con la città. I modelli sono millennials, gli sguardi sono mix and match tra le più recenti collezioni e pezzi d’epoca. Tutte le riprese sono girate da smartphone. L’intento è di catturare i momenti così come sono, che non dovranno necessariamente essere perfetti. I modelli sono liberi di comportarsi come vogliono: niente pose!

FACES – si basa sulle persone della F is For community. In questo universo gli utenti scoprono di più sulle persone in cui credono, su coloro che hanno qualcosa da dire e che sono fonte di ispirazione.

FREEDOM – si basa su luoghi. In questo universo gli utenti trovano tutti i migliori posti in cui andare. Locali, bar, ristoranti, ma non quelli convenzionali: luoghi dove divertirsi e condividere esperienze indimenticabili.

FEARLESS – per gli amanti della cultura. In questo universo gli utenti accedono a musica, arte e cultura. Artisti emergenti e rinomati entrano a Palazzo della Civiltà Italiana, Fendi HQ, e vivono l’esperienza della performance sul tetto. È uno spazio unico, molto rappresentativo per Fendi, da cui i talenti possono ammirare tutta la città di Roma e portarvi la propria arte e i propri valori.

Oltre alla piattaforma digitale, F is For è destinata a essere off-line.

Gli eventi sono esperienze totalizzanti, diverse da feste e sfilate di moda. La nuova Roma si declina in tutto il mondo, diventando uno stadio in cui artisti di fama provenienti da tutto il mondo si esibiscono B2B in un flusso magico.

Images courtesy of press office
fisfor.fendi.com

Fendi, Penone, Gagosian

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

A Roma troviamo la nuova Versailles d’Europa: il Palazzo della Civiltà Italiana. Niente più capricci del Re Sole, ma precisioni e direzioni, visioni e angoli, di Fendi. Sull’angolo destro dell’edificio c’è un albero spoglio i cui rami sono bloccati da aste come linee di inchiostro nero su un ricamo. Si tratta di Fendi Matrice, opera inedita di Giuseppe Penone creata per la mostra che si sviluppa all’interno, curata da Massimiliano Gioni.

Giovedì sera, all’inaugurazione, l’atmosfera era leggera – le contesse romane non soffocavano nei volumi dei loro salotti, ma giravano leggere sul marmo rosso, tra i tronchi grafici. Le persone avevano spazio, tra le opere, in una scena de Le fate Ignoranti, tra incroci d’amore e di destino. Non c’era pesantezza, non autocompiacimento, ma attenzione e voglia di comprensione: per quegli alberi vuoti, dalle trame di vene fitte nei circoli stratigrafi degli anni. Ritrovavi l’arbusto giovane, all’interno della corteccia secolare. C’era un senso di freschezza, già di primavera – scendendo le scale, ora, di marmo verde, fino alla mensa di Palazzo Fendi, quando mensa trova un tono di poesia industriale, intellettuale di fatica e rigore. I materiali smaltati sui legni grezzi. Fendi Matrice è questo: damaschi e futuro, rococò e geometrie, livelli di garze e trame.

La sera dopo, venerdì, Gagosian invitava a casa di Sallustio. Dal livello del suolo, si scendeva per una decina di metri lungo un sentiero dentro una crepa, le candele nei vetri sugli scalini si rompevano sotto i tacchi delle dame di qui sopra. In parallelo, alleanza e sintonia alla mostra di Fendi, Gagosian inaugurava Equivalenze, ancora una monografica di Giuseppe Penone nella galleria di via Francesco Crispi. I tavoli erano apparecchiati sotto le volte recuperate dagli scavi romani, la condensa si intravedeva sotto il pavimento in vetro sopra le fondamenta profonde.

Pepi Marchetti, direttrice di Gagosian a Roma, alzava un brindisi a Penone, restio a queste forme di piacere mondano – forse a ragione considerando alcune figure romane ancora perse in una palude che, finalmente in questi giorni, un vento mite di gennaio spazza via. Per Penone a Roma, è riapparsa quella linfa che correva costante negli anni Settanta. Oggi inaspettata: una Roma brillante, composta in nuovi contrasti, a tagli di società, nobiltà, costume e popolo. Una nuova generazione, una nuova bellezza – non più grande, ma ben più potente. Oggi, questo crogiolo di energia gira intorno, via via sempre più concentrandosi, a una giovane coppia. Sono belli e hanno movimenti pacati, con un modo antico e gentile. Pietro e Elisabetta Beccari riprendono, dalla storia, quei decenni di rinascite culturali, quando due nuovi principi salivano su un trono spento da troppo tempo, per vuoto o vecchiaia. Insieme e a fianco l’uno all’altra, hanno un modo di fermarti, di non lasciarti andare via, di restare ancora un po’, per un sorriso e una parola in più – per notare, ancora un po’ di più, quanto sia bella ed eterna la luce di una volta e di un cielo di mattina, blu, a Roma.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

Rome houses the new Versailles of Europe: Palazzo della Civiltà Italiana. Not the Sun King’s eccentric caprice but Fendi’s precision and direction, views and corners. Standing by the right corner of the building is a bare tree whose branches are hindered by copper pipes like black ink strokes across an embroidery. This is Fendi Matrice, the latest work by Giuseppe Penone created to accompany the exhibition that takes place inside, which is curated by Massimiliano Gioni.

On Thursday evening, the day of the inauguration, the atmosphere was light: the Roman countesses were not stifled by the imposing presence of their parlors but wandered, with a light step, across the red marble, surrounded by graphic tree trunks. There was breathing space among people, and between people and the artworks, which evoked a scene from Ferzan Özpetek’s His Secret Life (Le Fate Ignoranti) in a crossing of love and fates. There was no heaviness, no complacency but attention for and the desire to understand those stripped trees, their dense growth rings like age-revealing veins. A young tree inside a centuries-old bark. There was a sense of freshness in the air, of forewarning spring: walking down the green marble stairs to the canteen of Palazzo Fendi, where canteen acquires an industrial poetic tone, an intellectual temper that originates from labor and rigor. The waxed textures against the raw wood. This is Fendi Matrice: damasks and future, rococo and geometries, gauze and textures.

The following evening, on Friday, Gagosian had invited us to Sallustio’s. We descended about ten meters from the ground level, walking along a path into a crack, the candles laid onto the glass stairs breaking under the pressure of the ladies’ heels. Simultaneously – in alliance with and in accord to the exhibition at Fendi, Gagosian was opening Equivalenze, another solo exhibition by Giuseppe Penone at the gallery on Via Francesco Crispi. The tables had been set under the restored vaults of the Roman archaeological site, the condensation clearly visible underneath the glass flooring providing a view of the excavations below. Pepi Marchetti, Director of the Gagosian Gallery in Rome, raised the glass and toasted a reluctant Penone, disinclined to indulge in such form of frivolous pleasures, and perhaps rightly so given that some Roman personalities appear to be still lost in a morass that, finally, over the last few days, the mild January wind seemed to have swept away. In honor of Penone, Rome has seen the resurgence of that nourishing lymph that flew abundant in the Seventies. Its comeback is unexpected today: Rome is agleam, composed of new contrasts, crosscuts of society, of nobility, of customs and people. A new generation, a new beauty – not greater but way more powerful. Today, this amalgam of energy spins around, increasingly polarizing around a young couple. They are beautiful and move gently, displaying yesteryear-graceful manners. Pietro and Elisabetta Beccari draw from history, echoing those decades of cultural renaissance when a new Prince and Princess ascended a throne that had been devoid of any light and life for too long, out of a political void or old age. Together, next to each other, they have a way of stopping you, of not letting you go, of persuading you to stay a little longer, for a smile, a brief exchange. To acknowledge and appreciate a moment longer how beautiful and eternal is the light of a vault, of a blue, morning, Roman sky.

Fendi Matrice
26 January – 16 July
Palazzo della Civiltà Italiana
Quadrato della Concordia, 3 – Rome, Italy
Open every day from 10:00 am to 8:00 pm

Equivalenze
27 January – 15 April
Gagosian Gallery – Rome
Open Tue – Sat 10:30 am to 7:00 pm

 

Images courtesy of press office
www.fendi.com – www.gagosian.com

FENDI MATRICE

Testo Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Giuseppe Penone è ora il protagonista di una personale dal titolo Matrice, inaugurata il 26 gennaio 2017 presso i grandi spazi a piano terra del Palazzo della Civiltà Italiana a Roma, il Colosseo Quadrato, sede della maison Fendi.

La mostra è la prima tappa di un viaggio tra arte, storia e contemporaneità intrapreso da Fendi, che ha voluto destinare a esposizioni e installazioni i solenni e ariosi volumi a pianterreno della grandiosa mole di pieni edilizi e fornici sovrapposti che domina l’EUR, già cornice di mostre quali Una Nuova Roma, L’EUR e il Palazzo della Civiltà Italiana e FENDI Roma. The Artisans of Dreams. La solo exhibition di Giuseppe Penone, figura cruciale nel dibattito artistico contemporaneo, che, aperta al pubblico gratuitamente, si concluderà il 16 luglio prossimo, sancisce l’impegno di Fendi nel sostenere e dare risalto alle più importanti espressioni della cultura odierna e nella salvaguardia del patrimonio artistico. Una parabola di mecenatismo che si fonda sui valori basilari del brand, che intrecciano innovazione continua e tradizione, savoir-faire e creatività e che ha stabilito un forte legame con la città di Roma.

Una fervida relazione con la capitale che continua a evolvere e a generare esiti e apporti diversi, come sottolinea Pietro Beccari, Presidente e Amministratore Delegato di Fendi: «Siamo orgogliosi di collaborare con Giuseppe Penone – afferma Pietro Beccari –, in questa prima mostra di arte contemporanea a Palazzo della Civiltà Italiana, simbolo delle nostre radici romane e che, come promesso, continuiamo a rendere fruibile ai romani e ai turisti di tutto il mondo. Penone è un artista italiano di fama internazionale con il quale condividiamo la passione per la creazione, per il più eccelso savoir-faire e per l’incessante dialogo tra tradizione e modernità, valori cardine di Fendi».

Curato da Massimilano Gioni, Direttore Artistico del New Museum di New York e, nel 2013, Direttore della Biennale d’Arte di Venezia, questo evento istituzionale imperniato sulla poetica di Giuseppe Penone si sviluppa intorno a una selezione di suoi lavori storici e a un gruppo di altre opere site specific, realizzate appositamente per la mostra cercando un’osmosi semantica, un rapporto privilegiato con l’architettura interna del Palazzo della Civiltà Italiana.

La mostra prende il nome da una delle maggiori e più impressionanti realizzazioni dell’artista, concepita nel 2015, che appunto porta il titolo di Matrice. Un tronco d’abete della lunghezza di trenta metri scavato seguendo un anello di crescita, in modo da far emergere in superficie tutto il passato della conifera, la sua storia e sue trasformazioni successive. Nel legno è incastonata un’anima di bronzo che pare quasi congelare e sospendere ogni flusso vitale della natura. Come spesso accade nell’opera di Giuseppe Penone, la scultura indaga sul rapporto tra tempo e natura e diviene metafora di quello che s’instaura fra natura, umanità e caducità.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Giuseppe Penone is now featured in a solo show entitled Matrice, which opened on 26 January 2017 in the large ground-floor spaces of the Palazzo della Civiltà Italiana in Rome, the Colosseo Quadrato, home to the Fendi fashion house.

The exhibition is the first stage of a journey linking art, history and contemporaneity undertaken by Fendi, which has decided to exploit the solemn and lofty locales on the ground floor of the majestic block of overlapping buildings and arches that dominates the EUR for exhibitions and installations, and has already hosted shows such as Una Nuova Roma, L’EUR e il Palazzo della Civiltà Italiana and FENDI Roma. The Artisans of Dreams. The solo exhibition featuring the work of Giuseppe Penone, a key figure in the contemporary artistic debate, and which will remain open to the public free of charge until 16 July this year, reflects Fendi’s commitment to support and highlight the most important expressions of today’s culture and to the safeguarding of artistic heritage. A parable of patronage based on the fundamental values of the brand, interweaving constant innovation and tradition, savoir-faire and creativity, a brand which has built strong ties with the city of Rome.

A close relationship with the capital which continues to evolve and to generate different results and contributions, as Pietro Beccari, President and CEO of Fendi, underlines: «We are proud to collaborate with Giuseppe Penone on this new contemporary art show at Palazzo della Civiltà Italiana, the symbol of our Roman roots and which, as promised, we continue to make available to the Romans and to tourists from all around the world. Penone is an Italian artist of international fame with whom we share a passion for creation, for the finest sense of savoir-faire and for the ongoing dialogue between tradition and modernity: all core values of the Fendi brand.» Curated by Massimilano Gioni, Artistic Director of the New Museum in New York and, in 2013, Director of the Venice Art Biennale, this institutional event hinging on Giuseppe Penone’s poetics is developed around a selection of his historical works as well as a set of other site-specific works created especially for the exhibition, seeking out a semantic osmosis, a privileged relationship with the interior architecture of the Palazzo della Civiltà Italiana.

The exhibition takes its name from one of the artist’s greatest and most impressive works, conceived in 2015, which also bears the name Matrice (Matrix). A fir tree trunk some thirty metres in length, filed down to follow a single growth ring, so as to bring to the surface the whole past of the conifer, its history and successive transformations. A bronze core is embedded in the wood, which almost seems to freeze and suspend any vital flow of nature. As often happens in Giuseppe Penone’s work, the sculpture investigates the relationship between time and nature and becomes a metaphor for the links established between nature, humanity and caducity.

Fendi Matrice
26 January – 16 July
Palazzo della Civiltà Italiana
Quadrato della Concordia, 3 – Rome, Italy
Open every day from 10:00 am to 8:00 pm

Read more on The Fashionable Lampoon Issue 8 – on the newsstands from February 16th

Images courtesy of press office
www.fendi.com

MILAN FASHION WEEK: A POINT OF VIEW

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Armani codifica la moda maschile. Si può dire quel che si vuole, sulle collezioni femminili di Armani, sulla rilevanza attuale di Milano – ma quando si tratta di moda maschile, Armani rimane a dir poco primario. Con il casting migliore – Ton Heukels, Fabio Mancini, Alessio Pozzi – Emporio introduce definendo la prossima stagione: scarpe grandi con suole alte e massicce ma leggere verso la caviglia restandone al di sotto, senza diventare boot (che se in italiano lo chiami stivale non rende). I pantaloni morbidi, e larghi. Lane calde, tessuti spessi, sempre morbidi lungo tutta la gamba (qui da Emporio sono a volte corti, mentre il mercato li vorrà lunghi). Poi felpe, maglioni, chiodi – tutti sopra la vita e stretti intorno al busto – perché se la gamba è morbida e ampia, il busto rimane strutturato. Compaiono i pattern, così presenti per la moda femminile, invaderanno presto anche le collezioni dell’uomo. Mina e Celentano nel soundtrack cantano Amami – Armani.

Christian Pellizzari ha idee potenti, dalle giacche damascate alle scarpe borchiate. La ricerca dei tessuti deve puntare a una morbidezza maggiore – sì, la morbidezza è il massimo comune denominatore oggi – e a un taglio più artistico. Il potenziale c’è ed è solido. Neil Barrett rende orgogliosi. A Bangkok è tra gli stilisti più venduti. La sfilata ha una presenza notevole di buyer più che di stampa – buyer internazionali, appunto, soprattutto asiatici. Una sfilata di quasi cento capi, logicamente più commerciale che creativa per quanto notato prima, ma l’identità di riferimento è precisa: una moda maschile tra l’Asia e la Germania, con riferimenti a Raf Simons e ai sei di Anversa, con un twist su inserti di colori, grafiche e segni e forme geometriche cosi precisi da creare un codice.

Marcelo Burlon è considerato come uno dei momenti più interessanti. Lo show riesce meglio della collezione. C’è una coerenza estremamente precisa sui riferimenti alla Patagonia, al guerriero che balla in un rave sotterraneo, a un eroe digitale costruito di terra – ma c’è il rischio che tutto diventi un costume. La basi ci sono e sono fondamenta, ma sembra manchi la fantasia per esplodere, per divertirsi – che pensando al designer, appare come un vero controsenso.

Marni ha perso la direzione e non l’ha ritrovata, con una comunicazione troppo legata alla labilità dei cosiddetti web influencer che degrada il brand a un’azienda di secondo ordine. Moschino è ormai ripetitivo – non è immaginifico, non è più irrisorio. Gli inserti di pelliccia da Santoni sono patetici – una voglia di essere internazionale porta a una scopiazzata da Gucci (un peccato, considerando che si tratta di scarpe italiane tremendamente belle). Una delle immagini peggiori è la ressa al Mandarin Hotel per il cocktail di Lamborghini, i piatti sporchi ammassati sui davanzali delle finestre.

Federico Curradi è una buona promessa. Pantaloni morbidi quasi poetici come lo show. Frasi scritte al posto della fascia da smoking laterale che ormai è dettaglio per il pantalone quotidiano (a considerare che i modelli sfilano senza scarpe e che parte della bellezza di una pantalone si comprende proprio nel contatto con la scarpa). Fili sfilati come decoro. Il soundtrack all’inizio commuovente, alla fine ridondante.

Andrea Pompilio possiede la capacità di giocare con le linee e i volumi, riuscendo a spingersi a un’elettricità e a un’ingegneria che altri, nel suo stesso metodo, non trovano. Linee rilassate nelle forme e geometriche delle stampe – questo è Pompilio. La ricerca dei tessuti, la banda da smoking sulla vigogna, una garza di lana infeltrendosi ha prodotto una texture rigata e morbida.

Ferragamo con una nuova direzione artistica di Guillame Meilland. Le scarpe sono bellissime, presentano borchie basse tagliate dal pavimento. Dettagli di colore su grigio e nero – una maglia rossa fuoriesce dal giubbotto di panno ed è un tocco di genio. Felpe e golfini su pantaloni formali.
Un maxi cappotto con un enorme bavero blu navy è l’uscita finale. Sarebbe bello un lieve twist di moda, anche fosse solo per lo show, in mezzo alla qualità imprescindibile di ogni capo.

Damir Doma – a parte alcuni influencer ancora più brutti di quelli a cui siamo abituati – qui vediamo come i a pantaloni larghi si alzano sopra la vita. Il primo cappotto è lungho e morbido e stupendo. Ricorda Haider Ackerman ma più consistente – gli stessi riflessi blu petrolio e rosa amaro arancio arrugginito su velluto. Le maglie sdrucite e bucate sono già viste. All’inizio dello show la collezione è potente, poi si perde via.

Da Missoni ci sono troppi blogger che ispirano una stupidità che stride con la cultura e la tradizione nobile della casa. Quest’anno vediamo appliques tipiche di Dries van Noten – ma non si tratta d’altro se non di una legacy che spetterebbe a Missoni di pieno diritto. La prima maglia sa di spettacolo – poi ce ne sono altre che si mescolano a tanto, forse a troppo, tartan. La morbidezza qui da Missoni non può che toccare meraviglia.

Daks e la sfilata teatrale. Hai modo di vedere tutta la collezione insieme – ma rischi la noia che la fretta della sfilata scansa. Daks è fuori dal coro, parla di Matthew Goode in Downton Abby: un pilota di macchine negli anni Trenta che sposa una contessa altera. Vestiti tagliati sul corpo, comodi perché aderenti – ma non rilassati – c’è una distanza del discorso di moda di oggi.

Prada. Lily Collins. I modelli somigliano tutti a Clement Chabernaud – che sfila verso la fine. Maglioni in patchwork: quel senso di nonna che Prada sa sempre tirare fuor. La nonna borghese della casa in città, non in campagna – no, non è la nonna – qui c’è la zia borghese che era giovane quando tu avevi quattro anni e che resta nei tuoi occhi ogni domenica pomeriggio di novembre. Il color ruggine su vigogne e pelle – molta pelle, come le lenzuola in pelle delle sedute alla sfilata. Sotto il ruggine, un verde acceso di prato bagnato, mocassini rosso sangue. I pantaloni sono tipici di Prada, una sigaretta che si apre in fondo ma senza diventare zampa, e avvolgono il sedere potenziandone le rotondità. Un cappello di pelo viola, una giacca di pelo rosso sangue bordo. Appliques su lana sono belle come da Missoni. Peccato che davanti a tutto questo, una fila di ragazze, la migliore selezione di Prada, non fa altro che scattarsi selfie in coppia come fanno le bambine sul muretto della metropolitana.

Moncler. Lo show è immaginifico, al limite del cinematografico, epocale, con rimandi al temibile, al cupo, all’apocalittico. Una fila di uomini legati da cime da barca, portate in montagna tra la neve funi da risalita libera – è l’unione tra amici in uno stesso destino. Lo show è immagine, pathos leggenda – in showroom trovi pezzi che vorresti mettere sempre. Tornano in mente gli show di una volta di McQueen forse, e il dettaglio forte è che non so tratta di couture ma di sportswear.

Dsquared2. Un pattern di fiori ricamato scintillante a margherite per il giubbotto. La donna e l’uomo sono quasi vestiti uguali. Totalmente fuori dal tempo, ma coerenti con questa loro immagine di canadesi sportivi, mascotte del Montana trasportati su un tappeto rosso, e ricoperti di diamanti.

Fendi ritorna sobrio – ma sulle giacche c’è scritto Fantastic Fendi, Think Fendi. Pensateci – non c’è niente di più fantastico, scientificamente parlando, dell’intelletto. Giacche corte. La banda da smoking sale azzurra sulla giacca. Non più blogger, ma fotografi. Non più streetstyle, ma lusso pieno. Appare un cappotto iper-colorato a righe che va sul bavero gigante – pantaloni a vento, la striscia sulla manica è un’idea bella più che mai.

Apre Emporio, chiude Giorgio Armani. Il verde è sui velluti e sa di boschi e di smeraldi. Le giacche corte, le lane morbide – tutto è morbido, anche se i pantaloni si sono stringono un poco rispetto a tutto quanto visto in questo giorni, per ritrovare un classicismo formale che Armani vuole mantenere per la sua prima linea uomo forte di un visual tra gli anni Trenta e Richard Gere alla fine degli Ottanta. La donna ha le scarpe basse come vuole la sobrietà di Armani.

Text  Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Armani codifies menswear. Anything can be said about Armani’s womenswear collection, about Milan’s current relevance – but when we’re talking menswear, Armani is still leading, to say the least. Hiring the best cast – Ton Heukels, Fabio Mancini, Alessio Pozzi – Emporio introduces and defines the next season: big shoes with chunky, high soles, but lighter around the ankles, without becoming actual boots. Pants are wide and loose. Cozy wool, thick fabrics, loose along the whole leg (here at Emporio pants are sometimes cropped, while the market will want them longer). And then sweatshirts, jumpers, biker jackets – all cropped and fitted around the chest – while the leg is loose and wide, the chest is still structured. Patterns crop up, just like for womenswear, they will soon invade men’s collections, too. Mina and Celentano, from the soundtrack, sing Amami, Love me – Armani. 

Christian Pellizzari displays some powerful ideas, from the damask jackets to the studded shoes. The research on textiles must focus on a greater looseness– yes, looseness is the constant thread today – and on a more artsy cut. There is potential here, and it is solid. Neil Barrett makes us proud. He is one of the best-selling brand in Bangkok. His show is attended by buyers rather than the press – international buyers, that is, in particular from Asia. A collection of almost a hundred pieces, reasonably more commercial than creative, due to what I was saying before, but the references are accurate: men’s fashion between Asia and Germany, with references to Raf Simons and to the Antwerp Six, with inserts of colors, graphic motifs and signs and geometric shapes so precise they create a new code.

Marcelo Burlon is considered one of the most interesting moments. The show is more impactful than the collection itself. There is an extremely precise consistence in the references to Patagonia, to the warrior dancing at an underground rave, to a digital hero made of soil – but the risk is that it all becomes mere costume. The premises are there as solid foundations, but what seems to be lacking here is the imagination to explode, to have fun – and, knowing the designer, this appears like a true contradiction.

Marni has lost its direction and hasn’t found it yet, communication is too much dependent on the ephemeral nature of the so-called web influencers that downgrade the brand to second-rank company. Moschino is becoming repetitive – it’s not imaginative, it’s not derisive. The fur inserts spotted at Santoni are pathetic – a desire to get an international image leads to a bad copy of Gucci (it’s a shame, considering the brand crafts tremendously beautiful Italian shoes). One of the worst sights is the hordes amassing at the Mandarin Hotel to attend the Lamborghini cocktail event, the dirty dishes piling up on the window sills.

 Francesco Curradi looks promising. Loose pants, almost as poetic as the show. Slogans in place of the tuxedo side band, now a detail for everyday pants (just think that models are not wearing shoes and that the beauty of a pair of pants is partly appreciated observing how they touch the shoes). Snagged threads as embellishments. The soundtrack is touching at first, then becomes redundant. 

 Andrea Pompilio has the ability to play with lines and volumes, successfully achieving an electricity/energy and engineering that others with his same method cannot find. Relaxed shapes and geometric prints – this is Pompilio. The research on textiles, the tuxedo side band on the vicuna, a matted wool gauze makes a striped, soft texture. 

 New creative director Guillame Meilland makes his debuts at Ferragamo. The shoes are stunning, they feature studs embellishing the lower part of the soles, touching the ground. Color accents on gray and black– a red sweater peeps out of a wool cloth jacket, and it’s a touch of genius. Sweatshirts and little jumpers are sported over formal pants.
A navy blue maxi coat with huge lapels is the final outfit. A slightly trendy twist may have been a good thing, even just for the show, amidst the inescapable quality of each garment.

 At Damir Doma – apart from a few influencers even uglier than those we’re used to – the wide pants become high-waisted. The first coat is long and loose and magnificent. It reminds of Haider Ackerman but it’s more substantial – the same petrol blue and acid pink and rusty orange reflections on velvet. The stretched out and distressed tops are nothing new. The collection is more powerful at the beginning of the show, then it loses it.

 At Missoni too many bloggers inspire a sense of stupidity that clashes with the house’s elevated culture and heritage. This year we spot appliqué which are signature Dries van Noten – but it’s only a legacy that would pertain to Missoni by right. The first sweater is spectacular – followed by others mixed with lots of tartan, maybe too much of it. Softness here at Missoni can only be marvelous to touch.

 Daks and the dramatic runway show. This way one can sell the whole collection – but risks generating boredom that the fast-paced show avoids. Daks stands out from the crowd, the collection is inspired by Matthew Goode in Downton Abbey: a race car driver in the Thirties who marries a haughty countess. The clothes adhere to the body, they are comfy because they are fitted – yet not relaxed – distancing themselves from the trend du jour.

 Prada. Lily Collins. All the models look like Clement Chabernaud – who takes the runway towards the end. Patchwork sweaters: evoking your grandma the way only Prada does every time. The bourgeois grandmother living in the town house, not in the countryside – no, it’s not the grandma – it’s rather the bourgeois aunt who was young when you were four years old, whose image stuck in your mind every Sunday afternoon of November. The rusty tone of vicuna and leather – lots of leather, like the leather sheets on the seats at the show. Underneath the rust lies a bright, wet grass green, oxblood loafers. The pants are signature Prada, a cigarette silhouette that opens up at the bottom without flaring out, and envelop the rear, enhancing its curve. A purple fur hat, an oxblood fur jacket. The appliqué on wool is beautiful just like Missoni’s. It’s a shame that, with all this going on, a few girls sitting in a row, Prada’s best selection, keep taking selfies in pairs, like little girls waiting to get on the subway. 

 Moncler. The show is highly imaginative, verging on the cinematic, epoch-making, hinting at the fearsome, the ominous, the apocalyptic. A row of men tied together by nautical ropes, brought up in the mountains like climbing ropes – friends sharing the same destiny. The show is evoking, poignant, legendary – on display at the showroom are pieces one may want to wear forever. It calls to mind maybe McQueen’s long-ago shows, and the strongest detail is that I’m aware it’s not couture, it’s sportswear.

 Dsquared. A scintillating daisy pattern embroidered on a jacket. Men and women are almost dressed alike. Totally out of time, yet consistent with this image of sporty Canadians, like mascots from Montana transferred onto a red carpet and covered with diamonds.

 Fendi is back to understatement – yet the jackets feature slogans like Fantastic Fendi, Think Fendi. Think about it – there is nothing more fantastic, scientifically speaking, than the intellect. Cropped jackets. The tuxedo side band is blue and climbs up the blazer. No more bloggers, but photographers. No more street style, but total luxury. A super-colorful coat that goes over the big lapel – windbreaker pants, the stripe on the sleeves is an amazing idea.

 Emporio opens, Giorgio Armani closes. The green tones on the velvets bring to mind forests and emeralds. The cropped jackets, the soft wools – everything is soft, although pants are slightly tighter than all we have seen these days, going back to a formal classic style that Armani wants to keep for his menswear main line, inspired by visual references going back to a period between the Thirties and Richard Gere to the late Eighties. The women wear flat footwear, as in classic, understated Armani.

 

Images from photographers Giulia Mantovani  – Marco Piraccini – Carlotta Coppo and Pinterest

FROM MFW #2

Testo Chiara Gheller @chiaragheller   La quarta giornata nel calendario della moda uomo milanese è stata inaugurata dal giovane marchio Miaoran. A conferma di una vocazione con sincerità priva di genere, uomini e donne sfilano insieme ricoperti di strati di velluto e lana spessa – cascanti, sovrapposti, grigi, con qualche apertura nel rosa, nell’indaco e nel senape. Cédric Charlier ha scelto Milano per il suo debutto nella moda maschile. Una collezione minimale, quasi fredda – l’uso del colore va dai tocchi di limone fino al prugna e al mandarino. Etro è il suo ossimoro: porta in passerella un’eleganza selvaggia, una tribù di guerrieri discesi dalle montagne armati di scarponcini da trekking, kilt, velluto riccamente lavorato – il motivo paisley diventa fantasia tribale, gli zigomi dipinti di fango. N°21 ribadisce una cifra stilistica fatta di eccentricità e accostamenti che non ci si aspetta: squarci di seta orientale su maglioni di lana grossa, maniche a quadretti su bomber a stampa mimetica, inserti tecnici su cappotti peluche, fettucce lasciate ciondolare con noncuranza. Anche Massimo Giorgetti conferma lo spirito atletico di MSGM – tute, jeans, l’urlo dei loghi – e tutta la sua irriverenza, in quei foulard di seta a coprire pudicamente i capelli. Con Fendi la sobrietà compassata della migliore sartorialità italiana: pantofole e borse si ricoprono di pelliccia a righe multicolori, piumini dal taglio classico rivelano ampi colletti animalier, fasce e berretti ostentano slogan ricamati a caratteri cubitali – le estremità delle cerniere ingigantite e colorate, come piccole cravatte di plastica fluo. La visione di Fendi è un susseguirsi di dettagli pop e rigore artigianale. La Settimana si è conclusa con la sfilata di Giorgio Armani, e non poteva essere diversamente – perché Armani, la moda maschile, la rappresenta per antonomasia. Pantaloni morbidi per liberare il corpo, tessuti cangianti per catturare la luce. Completi grigio-blu, tono su tono, riscaldati da cache-coeur incrociati dietro al collo o da stole di pelliccia a pelo lungo. Classe senza tempo, senza sforzo.

Text Chiara Gheller @chiaragheller   The fourth day of Milan’s Men’s Fashion Week was opened by the young label Miaoran. In line with the brand’s overtly genderless aesthetics, men and women walked down the runway clothed in velvet and thick wool, which hangs loosely or is shown layered, mostly in grey with a few forays into pink, indigo and mustard. Cédric Charlier chose Milan for his debut in menswear, presenting a collection that verges on aloof minimalism, based on colors ranging from lemon, to plum and tangerine. Etro is its oxymoron: the fashion house sent down the runway a collection informed by wild elegance. A tribe of rugged warriors made their way down a mountain equipped with mountaineering boots and dressed in kilts and richly ornate velvets: paisley is turned into a tribal pattern and there is a hint of mud smeared on the models’ cheeks. N°21 reasserts the brand’s aesthetics of eccentricity and unexpected juxtapositions: Oriental silks are woven into chunky woolen jumpers, checkered sleeves complete a camouflage bomber, tech inserts make their way into plush coats and there are tape strips dangling casually from the clothes. Massimo Giorgetti also upholds the athleticism typical of MSGM: tracksuits, jeans, swanky logos and all the irreverence of those silk foulard scarves modestly covering up the hair. Fendi brings the demure take of the best Italian tailoring tradition: slippers and bags come covered with multicolored striped fur, classic down jackets reveal wide animalier collars, hairbands and beanies brandish crocheted in-your-face slogans while zipper tags are blown up and injected with color to double as small, fluo plastic ties. The Fendi vision is a succession of pop detailing and artisanal rigor. The Milan Men’s Fashion Week closed with Giorgio Armani, and it could not have been otherwise given that Armani is the embodiment of menswear. Loose trousers designed to free the body are accompanied by shimmering materials that catch the light. Tone-on-tone, grey-blue suits are added warmth thanks to wrap-over tops tied behind the neck or long fur stoles. In the name of effortless, timeless elegance.

Images courtesy of press office

FENDI CHRONICLES

Testo Cesare Cunaccia @cesarecunacciaofficial   Fendi nel 2016 compie novant’anni con freschezza e vitalità progettuale. Attraverso nove decenni di esistenza, la metamorfica parabola creativa della Maison romana traccia un itinerario di suggestioni nel solco di una modernità che diventa destino. Il plot del marchio si nutre di ispirazioni, di imprestiti i più vari, che ogni volta vengono rimeditati e smontati fino alla purezza sconcertante del segno assoluto e nucleare, fino a trasformarli in altro, quindi miscelati con ulteriori apporti, anch’essi atomizzati, stravolti e sovvertiti. Dati, impressioni e immaginari sezionati e portati all’essenza, siano essi i Suprematisti sovietici o il Dada, Kubin e l’oro bizantino di Klimt, lo Jugendstil fra Praga e Parigi di Alphonse Mucha, i Cinetici italiani anni Sessanta e la Wiener Werkstätte, Borromini, Damien Hirst o una vibrante tavolozza Fauve. Oppure, ancora, un caleidoscopio di ironiche e divertite citazioni iperpop, il comic patinato e vinilico di Valentina e tanti frame cinematografici, noir, commedie sofisticate, fragranze autoriali che poi vanno a comporsi in una texture immancabilmente innovativa ed emozionante. Roma, la Città eterna, di suo è uno smisurato contenitore di semantiche e bellezza. La cifra dell’Urbe, il reale significato del suo essere immortale, è proprio racchiusa in una vertiginosa partita di sovrapposizioni e intrecci, come una matassa di radici che connettono immediatamente una storia millenaria al presente e ai file ancora ignoti che contengono il futuro. Roma è Fendi e Fendi è Roma. Sono dimensioni accumunate da una medesima capacità di sintesi e visionarietà, dalla stessa appartenenza a un’emanazione estetica atemporale, impossibile da datare e da sigillare in qualsiasi casellario prestabilito. Fendi significa accessori must, il tessuto Zucca, un logo che condensa mezzo secolo di direzione artistica di Karl Lagerfeld. Pellicce intarsiate, tricot, rasate e scolpite, intrise di piume, colorate e decolorate per campi cromatici, leggerezza, metatesi materiche e broderie féerique. Insomma, irripetibili oggetti del desiderio. La fluidità impalpabile ma sculturale del mantello ‘Mappamondo’, anno 1967, accanto alla cappa in visone peau d’ange miscelato a piume in gradazione, una nuvola rosa pallido della prima Haute Fourrure a Parigi, nell’estate 2015. Ora, un ritrovato romanticismo, estremamente giovane. Solari broccati aurei da Marie Antoinette odierna, trasparenze, raffinate e sapientemente contraddittorie aritmie formali, provocatorio bon ton, come nell’ultimo show prêt-à-porter milanese. Il mitico motivo di pellicceria ‘Astuccio’, ieratico e rivoluzionario cult Fendi, si fraziona sulle centrifughe ossessioni geometriche dei pavimenti cosmateschi quanto nei grafismi di Scheggi, di Biasi e Castellani e sulle griglie rigorose del razionalismo. La dannunziana Cronachetta delle pellicce, un brano letterario magistrale per l’evocazione tattile e sensoriale che lo pervade, trascolora nel profetico e opulento mélo seventy di Gruppo di famiglia in un interno, il più accorato e intensamente politico dei film di Luchino Visconti. Un autentico manifesto dell’estetica della Maison. Fendi è tutto questo e molto, molto di più.

Text Cesare Cunaccia @cesarecunacciaofficial   In 2016 Fendi will be 90 years old and incredibly fresh and with formidable design vitality. Throughout nine decades of existence, the metamorphic creative parabola of the Roman Maison has followed an emotional itinerary full of suggestions of a modernity that became destiny. The plot line of the brand is nourished by infinite inspiration, by the most varied borrowings, that each time are remediated and taken apart down to disconcerting purity of the absolute and central idea, until these are transformed into other things. Then they are mixed with other contributions which are also atomised, altered and overturned. Details and impressions dissected and reduced to the essence, whether Soviet Suprematists or Dada, Kubin and the Byzantine gold of Klimt, the Jugendstil of Prague and Paris of Alphonse Mucha, Italian Kinetics of the 1960’s and the Wiener Werkstätte, Borromini, Damien Hirst or a vibrant Fauvist palette. Or even a kaleidoscope of ironic and entertaining hyper-pop citations, the glossy, plasticised comic of Valentina and many cinematographic frames, noir, sophisticated comedy, authorial fragrances that then are composed in an innovative, exciting texture. Rome, the Eternal City, on its own, is an immeasurable container of semantics and beauty. The figure of the Urbe, the real meaning of its being immortal, is enclosed in a dizzying game of overlapping and entwining, like a tangle of roots that instantly connect a long history to the present and to the yet unknown files containing the future. Rome is Fendi and Fendi is Rome. These are dimensions accumulated by the same capacity for synthesis and vision, by the same origins and an aesthetic emanation without time, impossible to date or seal in any predefined box. Fendi means must-have accessories, Zucca fabric, a logo that condenses half a century of artistic direction by Karl Lagerfeld. Intarsia furs, tricot, shaved and carved, full of feathers, coloured and decoloured by chromatic fields, lightness, material metathesis and broderies féerique. In short, unique objects of desire. The impalpable yet sculptural fluidity of the ‘Mappamondo’ wrap of 1967 next to the cape in peau d’ange mink mixed with a gradation of feathers, a pale pink cloud from the first Haute Fourrure in Paris in the summer of 2015. And now, a rediscovered romanticism, extremely youthful. Sunny golden brocades for the Marie-Antoinette of today, refined transparencies with consciously contradictory formal irregularities, provocative bon ton, as in the latest Milan prêt-à-porter show. The mythical fur motif ‘Astuccio’, hieratic and revolutionary cult Fendi, splits on the centrifugal geometric obsessions of the Cosmati paving as much as the graphisms of Scheggi, di Biasi and Castellani and on the strict grid of rationalism. The Cronachetta delle pellicce (Pleasure) by D’Annunzio, a masterpiece of literature for evoking the tactile and sensory that pervades it, fades in the prophetic and opulent Seventies melodrama Gruppo di famiglia in un interno (Conversation Piece), the most heartfelt and intensely political of Luchino Visconti’s films. An authentic manifesto of the aesthetics of the Maison. Fendi is all this and more, much, much more.

I capi di Fendi presentati nella gallery sono stati parte della mostra The Artisans of Dreams, cha ha avuto vita e luogo al Palazzo della Civiltà Italiana a Roma (oggi headquarter di Fendi) dal 9 luglio al 29 ottobre 2016

The Fendi garments shown in the gallery pages were part of the exhibit The Artisans of Dreams, which took place at Palazzo della Civiltà Italiana in Rome (now Fendi headquarters) from 9 July to 29 October 2016.

From The Fashionable Lampoon Issue 7 Photographer Olivia Bee Creative Direction Alexander Beckoven Hair and make up Hilary Battisti @ Simone Belli Agency Manicurist Francesca Napolitano @ Simone Belli Agency Model Caterina Ravaglia @ Img Milan Photography assistants Virgile Biechy, Lazzaro D’Alessandro Digital tech Elio Rosato Fashion assistant Carolina Fusi Special thanks to Cult, Porselli, Elisa Negri Tailoring, Mantero, Zoo Grunwald www.fendi.com

KARLITO’S

Testo Francesca Lancini

 

L’eleganza come tutto ciò che all’occhio appare magnifico, nasce da un principio semplice, l’intelligenza, ovvero l’abilità di comprendere il lato comico della vita, che in fondo è l’altro volto della saggezza. È il principio che Fendi porta avanti nell’anno del suo novantesimo compleanno. Lo dimostrano i dettagli, come la duplice B dei Bag Bugs, una serie di occhi disseminati nella collezione leisurewear di Fendi dedicata a quei luoghi in cui, per questioni climatiche, è il vestito a risaltare, ancor prima della persona: in montagna. Sciare è danzare, sostengono alcuni, ma anche una questione d’incolumità, dicono altri, perché chi decide il passo e il percorso è sempre la neve: è lei al comando. Meglio scegliere spirito e tessuti giusti.

Nel decalogo Fendi dello sciatore preparato, ai primi posti ci sono innovazione e talento, a rivelarci la possibilità di sperimentare uno sguardo fresco. Seguono le lavorazioni artigianali, che sostengono il gioco di proporzioni tra design e materiali ad alta tecnologia, condizione messa a punto da quel 1926 in cui Edoardo e Adele Fendi aprirono il negozio di pelletteria. Un susseguirsi di mani sapienti e appassionate ha accompagnato il marchio fino all’affermazione internazionale, sotto la guida dalla mente creativa di Karl Lagerfeld. Un uomo che, con le sue opere, è sempre stato in grado di cogliere il futuro di sorpresa, persino nella sua ironia, qualità fondamentale del frequentatore dei luoghi montani e sesto punto del decalogo. Il sarcasmo è impersonato da Karlito, la trasposizione di Lagerfeld in versione Fendi, che trova spazio tra un gilet intarsiato di pelliccia, una felpa con inserti di pelle e cristalli e dei guanti fatti a mano. «Mi piace reinventare me stesso», ha dichiarato spesso lo stilista, «è parte del mio lavoro». In fondo, ogni sciatore merita il suo portafortuna.

Intuizioni geniali e femminilità sono al settimo e ottavo posto. L’intuizione del nuovo, inteso come inusuale: una cresta di pelliccia sul cappuccio di una tuta da sci, la geometria di due colori che riescono a parlarsi, una stampa floreale su una tavola snowboard. Femminilità intesa come poetica dell’abito, una questione di forme che permette l’espressione della seduzione. Sì, indispensabile anche ad alta quota. Tra i dettagli che si accordano alla montagna e alle sue implicazioni, c’è il nono punto del decalogo Fendi: la pelliccia, che s’insinua negli accessori, a sottolineare gli elementi giocosi della collezione, nei capi di lusso, per esaltarne la preziosità, nelle scarpe, come tocco inedito. Le due F della Maison, pronte a formare le parole ‘Fun Fur’ (pelliccia divertente), lasciano spazio alla regola numero dieci: il marchio Fendi Roma. Un omaggio a una città complessa, dove l’eco del tempo risuona per chi la sa ascoltare, per chi ha il privilegio di coglierne la bellezza. L’energia della Maison imprigiona l’essenza di Roma in tutte le sue collezioni, dalle origini fino a oggi, per restituire alla Città eterna nuove forme e contenuti.

Francis Scott Fitzgerald, l’inventore di quel Benjamin Button che, come il mar- chio Fendi, ringiovanisce col tempo, è riuscito a definire lo charme: «Quando una ragazza sa di essere curata e vestita alla perfezione, riesce a dimenticare il proprio aspetto. Questo è fascino». Quando la realtà perde i suoi colori per cedere al bianco, Fendi arriva in soccorso a completare un racconto che per ognuno è personale, come la moda. Non c’è un solo modo di vivere la montagna, è una questione di filosofia, come non c’è un solo modo di indossare un abito: ciò che ci rende attraenti è la nostra capacità di dimenticarcene una volta indossato, l’abilità di sovrastare le insicurezze. È questo che Fendi riesce a mettere in atto, in montagna come altrove, nel passato come nelle epoche che verranno, restituire alla donna un senso di sé.

Text Francesca Lancini

 

Elegance, like all that appears magnificent to the eye, comes from a simple principle, intelligence, or the ability to comprehend the comic side of life which is fundamentally the other face of wisdom. Details. The double ‘B’ of Bag Bugs, a series of eyes spread throughout the new collection leisurewear by Fendi dedicated to those places in which, for climatic reasons, it is the garment that stands out, even before the person: the mountains. Skiing is dancing, some say, but it is also a question of safety, say others, because it is the snow that decides the pace and route and is always in command. Better to choose the right spirit and fabric.

In the Fendi Decalogue for the well prepared skier, there is first innovation and talent to reveal the possibilities of experimenting with fresh look. Then there is the artisan craftsmanship that supports the play between design and high tech materials, a key condition since 1926 when Edoardo and Adele Fendi opened their fur shop.

A progression of knowledgeable and passionate hands has accompanied the brand to international success under the guidance of the creative mind of Karl Lagerfeld. A man that, with his works, has always been able to catch the future by surprise, even ironically; a fundamental quality for those who frequent the mountains and the sixth point in the Decalogue. Sarcasm is interpreted by Karlito, the Fendi version of Lagerfeld that finds space among a fur intarsia vest, a sweatshirt with leather and crystal inserts and handmade gloves. «I like to reinvent myself,» the designer often declared, «it’s part of my work». In the end, each skier deserves his talisman.

Brilliant insight and femininity are the seventh and eighth places. Insight into the new, meaning unusual: a fur crest on the hood of a ski suit, the geometry of two colours that are able to speak to each other, a floral print on a snowboard. Femininity understood as the poetry of the garment, a question of form that allows the expression of seduction. Yes, necessary even at high altitude.

Among the details that are conceded to the mountain and its implications, there is the ninth point of the Fendi Decalogue: fur that finds its way into accessories, highlighting the playful elements of the collection, into luxury pieces, enhancing their value and into shoes for an unusual touch. The two F’s of the Maison, ready to form the words ‘Fun Fur’ leave space for rule number 10: Fendi Roma brand. Homage to a complex city, where the echo of time can be heard by those who listen and by those who have the privilege of embracing beauty. The energy of the Maison captures the essence of Rome in all its collections, from the beginning to today, giving the Eternal City new forms and substance.

Francis Scott Fitzgerald, inventor of Benjamin Button who, like the Fendi brand gets younger over time succeeded in defining charm: «When a girl feels that she is perfectly groomed and dressed she can forget that part of her. That’s charm.» When reality loses colour to white, Fendi comes to the rescue to complete a story that for each of us is personal, like fashion. There isn’t just one way to live the mountains. It’s a question of philosophy, like there is not just one way to wear a dress: what makes it attractive is our capacity to forget about it once it is on and the ability to overcome insecurity. This is what Fendi succeeds in doing, in the mountains as elsewhere, in the past as in times to come, giving back to women a sense of self.

Images from The Fashionable Lampoon Issue 7
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SPRING/SUMMER 2017

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

L’estetica della moda italiana oggi è precisa: si tratta di quella fattura nei tessuti, nei ricami, nei tagli e nelle cuciture – in una parola, nei piccoli segni, nei pattern di materia e colori. Marco De Vincenzo oggi personifica questa estetica nella sua ascesa, rinnovando i codici inventati una volta da Missoni e da Prada.

C’è un’attenzione al potere, nell’aria – è facile collegarsi all’elezione americana. C’è desiderio di civiltà, e di serietà, appunto, potere – non più di spettacolo. Regalia e maestà – tra le grandi case a Milano, Fendi ha segnato questa voglia. Gli inserti d’oro, i ricami nella seconda parte della sfilata sono rivisitazioni di un’aristocrazia nera posta a festa – così come gli intarsi di velluto prodotti dalla tessitura Bevilacqua di Venezia per Valentino sintetizzano tre secoli di storia, tra Italia, Francia e Adriatico.

Giorgio Armani ha rafforzato lo stile della prima linea, lasciando un ruolo più commerciale a Emporio: si tratta ancora di stile, non di moda – uno stile che partendo dall’uomo resta il più forte, identificativo lungo questi ultimi due secoli – così come partendo dalla donna, solo Chanel ha saputo produrre in ugual potenza.

Ghesquière è ancora uno dei migliori designer in circolazione – Louis Vuitton rimane intellettuale e volutamente non facile (cosa che forse stride con la monumentalità dell’impero aziendale): la sfilata è una presentazione di capi e accessori e non solo un estro di styling, e centra pienamente questa voglia di fantascienza anni Ottanta che percepiamo per i prossimi anni, una Storia infinita, regale e stratosferica che si rinnova.

La tensione va su Maria Grazia Chiuri che ha cominciato con Dior un grande progetto di cui a noi ha dato di capire solo il preambolo, che prelude alla prossima rivoluzione, e che rende un italiano come me orgoglioso come sempre vorrebbe restare.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

As of now, the aesthetics of Italian fashion is rather clear: it lies in the craftsmanship of fabrics, in the embroideries, the cuts and the stitching – in a nutshell, in the details, the patters of materials and colours. Currently Marco De Vincenzo embodies such aesthetic in his ascent to success and does so by re-writing the codes that were once imagined by Missoni and Prada. There is a focus surrounding power in the air; it is easy to see a link with the American election. There is a desire for civility, for professionalism and – indeed – power and no longer for mere entertainment. Regality and magnificence: in Milan, among the greatest Italian fashion houses Fendi symbolized such propensity. The golden inserts and the embroideries of the second half of the collection are a reinterpretation of a decked out Black Aristocracy brought out to party. Similarly, the velvet intarsia crafted for Valentino by the Venetian fabric manufacturer Bevilacqua encapsulate three centuries of Italian, French and Adriatic history.

Giorgio Armani strengthened the style of his main line leaving Emporio to a more commercial role: it is still style we are talking about, not fashion; a style that informed by menswear continues to remain the strongest and most recognisable through time, just like, with women in mind, only Chanel succeeded with the same power and prowess. Ghesquière continues to be one of the best designers out there: his Louis Vuitton remains intellectual and intentionally not easy (which is likely to grate with the mighty nature of corporate business): the fashion show is a presentation of clothes and accessories and not a display of flair and styling and perfectly hits the target of that penchant for Eighties style sci-fi that we envisaged for the upcoming years: a regal, extraordinary NeverEnding Story that gets renewed with every season. There was anxiety and trepidation surrounding the debut of Maria Grazia Chiuri who, at Dior, started a project of which we have been offered only a glimpse into the preamble. An introduction that hints at the upcoming revolution and that makes an Italian man, like myself, very proud. As I would like to continue to be.

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