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festa del cinema di roma 2017

#RomaFF12 – The winner and a new trend

Text Micol Beltramini

 

Vince la Festa del Cinema di Roma (per acclamazione popolare, Premio del Pubblico BNL) Borg McEnroe, del danese Janus Metz Pedersen. Incentrato sulla finale di Wimbledon del 1980, racconta la rivalità tra Björn Borg, lo svedese di ghiaccio, e John McEnroe, super-brat di New York di origini irlandesi. Borg, ventiquattro anni, universalmente amato e apparentemente inscalfibile, si prepara a vincere il suo quinto Wimbledon consecutivo; McEnroe, vent’anni, noto più per le sue scenate che per il suo gioco, ha un unico obiettivo: spodestare dal trono il suo idolo. Non sorprende che Borg McEnroe stia conquistando il pubblico (è arrivato nelle sale il 9 novembre): è un’opera pop, con due protagonisti che non sbagliano un assist emotivo. Shia LeBouf in particolare, che ha dichiarato di aver pianto leggendo la sceneggiatura, è perfetto nel ruolo della sua nemesi tennistica; infantile e irascibile quanto McEnroe, è riuscito nel non trascurabile intento di farsi amare e detestare insieme. Tanti i biopic e documentari in competizione: spiccano tra gli altri il fulminante I, Tonya di Craig Gillespie, sulla pattinatrice Tonya Harding, interpretato da una sempre più convincente Margot Robbie; Promised Land di Eugene Jarecki, che mette in relazione la parabola di Elvis Presley con la grande disfatta americana; Maria by Callas: in her own words, gigantesco atto d’amore del regista Tom Volf verso l’ultima vera diva; e Spielberg di Susan Lacy, due ore e mezza di solida goduria cinematografica. I film d’autore presentati in questa edizione – compresi i comunque dignitosi Logan Lucky di Steven Soderbergh e Last Flag Flying di Richard Linklater – convincono meno. È possibile che, dopo decenni di personaggi poco credibili, l’industria abbia realizzato che la realtà supera di gran lunga la finzione?

Images courtesy of Press Office
romacinemafest.it – @romacinemafest

#RomaFF12 – David Lynch, the interview with his majesty

David Lynch at 12th Rome Film Fest

Text Micol Beltramini

 

Sua Maestà David Lynch in un incontro col pubblico. In tanti ne sono usciti delusi. L’aggettivo più lusinghiero con cui l’ho sentito definire è snob. Snob perché, se gli fai domande sui suoi film o su Twin Peaks tende a risponderti a monosillabi. Mi viene da chiedermi cosa la gente si aspettasse. È una vita che David Lynch si rifiuta di parlare delle opere che dirige. Un prestigiatore non parla dei suoi trucchi.

È come chiedere a un profeta come fa a camminare sull’acqua, e sentirsi rispondere: è facile, devi avere fede, lascia che ti mostri come pregare. La meditazione trascendentale è uno dei due argomenti di cui Sua Maestà David Lynch parla volentieri.

«Il mondo in cui viviamo è pieno di negatività e di stress. La meditazione è la chiave che permette di aprire la porta di un campo interiore. Ovviamente accedendo a quel campo diventi più creativo, e la negatività, lo stress, la depressione e tutte le altre cose che ostruivano il canale se ne vanno».

La serenità non finisce col castrare l’impulso creativo dato dalla sofferenza? «Capisco che l’idea romantica dell’artista triste e affamato sia affascinante, ma secondo me se un uomo desidera una donna che gli porti un piatto di zuppa calda e magari si fermi per la notte, e poi quella donna non arriva, l’ultima cosa a cui penserà quell’uomo sarà mettersi a scrivere. La sofferenza non è necessaria all’arte, basta conoscerla e saperla descrivere. Le persone a volte sono così depresse che non riescono neanche ad alzarsi dal letto, figuriamoci a creare».

Timidi applausi. Un giornalista gli chiede tra i fischi se teme di essere coinvolto negli ultimi scandali hollywoodiani: «Restate sintonizzati», risponde sorridendo feroce. Un’insegnante lo ringrazia per Elephant Man – l’ha proiettato in classe e i suoi alunni hanno pianto: «Anch’io piango ogni volta che rivedo Elephant Man», confessa. Alla domanda: «Cosa pensi dell’aggettivo ‘lynchano’, chiude con «Il dottore mi ha detto che non devo mai chiedermi cose del genere».

L’altro argomento di cui parla volentieri, Sua Maestà David Lynch, sono i ricordi. Ne condivide uno su Harry Dean Stanton: «Gli volevo bene. Una volta eravamo a Cannes dopo la premiere di Una storia vera, con noi c’era anche Angelo Badalamenti. Harry Dean ha cominciato a raccontare un sogno che aveva fatto su dei coniglietti di cioccolato. Poi ha detto un’altra cosa, e abbiamo riso un po’ più forte. Poi ne ha detta una terza, poi una quarta, e a quel punto eravamo sull’orlo delle lacrime. È andato avanti così per diciotto volte. Non ho mai visto nessuno, in nessun luogo, fare una cosa del genere. Vorrei averlo filmato. Era la cosa più magica al mondo, e aveva a che vedere con l’onestà e l’innocenza con cui diceva ogni cosa».

David Bowie. «Lo adoravo, come tutti. Lavorare con lui è stato eccitante. L’avrei voluto anche nell’ultimo Twin Peaks, ma Bowie mi ha risposto di no, e adesso so perché. È triste. Pare che qualcuno gli avesse detto che il suo accento faceva schifo – io lo trovavo perfetto – per cui l’unico favore che mi ha chiesto è stato: se qualcuno darà voce al mio personaggio, vorrei che fosse un attore della Louisiana. Noi abbiamo preso un attore della Louisiana, ma la sua voce suonava esattamente come quella di David Bowie».

Il pubblico ride. L’ultimo ricordo è il più straziante: «Ho incontrato Federico Fellini due volte. La prima ho cenato insieme a lui, Silvana Mangano, Isabella Rossellini e Marcello Mastroianni. Tutta la cena era a base di funghi, evidentemente di stagione; alcuni minuscoli, altri grandi come bistecche. Ho confidato a Marcello che adoravo Fellini, e il giorno dopo una macchina è venuta a prendermi: si erano organizzati perché passassi un’intera giornata con loro a Cinecittà. Mi ricordo di quando siamo andati a colazione – c’era questa donna con due seni enormi».

«La seconda volta è stata nel 1993. Ero a Roma per girare uno spot per la Barilla, Fellini era in ospedale e io ho insistito per andarlo a trovare. Gli ho tenuto la mano, abbiamo parlato per mezz’ora. Mi ha raccontato che quello che stava accadendo nel mondo del cinema lo rendeva triste. Si ricordava di quando studenti e appassionati ne parlavano con entusiasmo, ma poi quell’entusiasmo si era trasferito alla televisione e se n’erano come dimenticati. Nel lasciare la stanza gli ho detto che il mondo aspettava il suo prossimo film, Fellini mi ha risposto con una specie di saluto militare. Tre giorni dopo sarebbe entrato in coma per non svegliarsi più».

Stavolta non ride nessuno, ma l’aneddoto ha una bella chiosa. «Molti anni più tardi Vincenzo Mollica, presente alla scena, mi ha detto che dopo avermi visto uscire dalla stanza, Fellini commentò: quello è proprio un bravo ragazzo». Federico Fellini che chiama Sua Maestà David Lynch un bravo ragazzo: rischia di esploderti la testa, a pensarci, se non stai attento.

Image courtesy of Getty
gettyimages.it – @gettyentertainment

#RomaFF12 – Interview with Jake Gyllenhaal

Text Micol Beltramini

 

Ho appena scoperto che Jake Gyllenhaal ha due anni meno di me. Chissà perché lo facevo più grande. Mi ero fatta l’idea di aver guardato Donnie Darko nei miei teen, e invece lui aveva ventun anni e io ventitré. Che strano. Magari dipende dalla sensazione che ti lascia quel film – i conflitti generazionali, il cappuccio della felpa, Mad World in versione Gary Jules. «Ero piccolo ma credevo fermamente nella storia, che aveva molto a che vedere con come mi sentivo dentro. Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta… All’epoca erano pochi i film per teenager non superficiali. Scusate, non riesco a credere a che guance enormi avevo».

Il pubblico ride di cuore. Qualche minuto dopo si passa a parlare di Brokeback Mountain. «Quando ho letto lo script ho pianto. Era così commovente, volevo tantissimo quella parte. In tanti mi hanno poi chiesto se non avessi avuto remore ad accettare un rischio simile. Rischio? Non è il modo in cui sono cresciuto. In Brokeback Mountain ho visto solo una bellissima storia d’amore».

Tredici anni dopo è cambiato qualcosa nel modo in cui il pubblico si pone rispetto a questo tipo di film? «Non sono sicuro di cosa stia succedendo in America, è un momento di grande confusione e degrado, ma forse se non altro la gente è più pronta ad accettare quello che è giusto. E per giusto intendo semplicemente l’amore tra due persone».

A proposito di Zodiac si parla di disciplina e di improvvisazione: «Ho grande rispetto per il testo, ma anche per il momento. Ci sono stati film in cui non ho cambiato una virgola dello script e altri in cui l’ho completamente abbandonato in favore dell’essenza. La sola struttura in cui credo è la preparazione: la libertà non può che trovarsi dall’altra parte della disciplina».

Gli viene chiesto di definire Ang Lee in una parola: «Non è una parola, è un cuore su due gambe».

La definizione scelta per David Fincher è «Precisione».

Jake Gyllenhaal è qui per presentare Stronger, la storia di un giovane operaio di Boston che ha perso le gambe durante l’attentato alla maratona del 2013. La sua ragazza era tra i partecipanti, lui l’aspettava all’arrivo con un grande cartello scritto in pennarello fosforescente. Di nuovo cuore, di nuovo disciplina, di nuovo occhi seri e un ricciolo all’angolo della bocca. Un ricciolo su cui si può scommettere di tutto. Con o senza guance enormi.

#RomaFF12 – Interview with Xavier Dolan

Xavier Dolan at 12th rome film fest

Text Micol Beltramini

 

In un tweet di qualche settimana fa Xavier Dolan dichiarava che il nuovo IT era il suo film preferito del secolo. Ho visto il nuovo IT l’altro giorno e avrei tanto voluto chiedere a Xavier Dolan di cosa si fosse fatto prima di scrivere quel tweet. Non che il nuovo IT sia un film particolarmente indignitoso, ma la sproporzione tra il talento di Dolan e quello di Muschietti è imbarazzante. Comunque eccolo che arriva, Xavier Dolan, si fa i selfie con i fan sul red carpet, si è anche sbiondato i capelli e adesso somiglia curiosamente al cantante dei Green Day. Il modo in cui si pone e i discorsi che fa ti riportano a una sorta di primitivo entusiasmo che si spera ti cricchiasse tra i denti prima di diventare il grigio barbogio che sei. «È solo dopo aver fatto qualcosa fatto qualcosa con le tue mani che inizi a capirti, a trovarti. Io ho cominciato rubando: ripeti le idee degli altri fino a che non trovi le tue, ed è così che cresci». E ancora: «Ci sono un sacco di film in cui i protagonisti non hanno speranza, non hanno fortuna, non reagiscono. Il porno dei poveri, lo chiamo io. I miei film sono tutti su sognatori che lottano per qualcosa in cui credono, per il loro posto nel mondo. Non sempre vincono, non sempre finiscono insieme, ma non saranno mai dei perdenti, e se falliranno sarà colpa della vita, non loro: loro non si arrendono mai». Titanic è il film che più adora e non se ne vergogna: «Anche se uscito dal cinema più che diventare Cameron volevo scrivere a Di Caprio! Ma mi piacciono i film con un cuore e Titanic ti dice che puoi volare. Lo stesso fanno Mamma ho perso l’aereo e Lezioni di piano, per quel che mi riguarda». È raro e rinfrescante sentire un regista parlare così bene di così tanti film non suoi. Call me by your name di Luca Guadagnino, ad esempio: «Un film profondo e saggio, che ti aiuta a capire la bellezza di un cuore spezzato: il dolore apre così tante porte, anch’io ci credo molto». Lo stesso Guadagnino che ha invece stroncato Mommy di Dolan con ferocia da matrigna di Biancaneve. Ecco perché non ho dovuto chiedergli di IT: come quando finiva la scuola e avevi tutta l’estate davanti – così è Xavier Dolan.

Image courtesy of Press Office
romacinemafest.it – @romacinemafest