Loading the content...
Navigation
Tag archives for:

fondazione prada

Fondazione Prada e l’arte di Chicago

Text Angelo Ruggeri
@angelorug

 

Fondazione Prada goes to Chicago. Per un progetto unico, di ricerca e di informazione sull’arte sviluppatasi proprio nella città americana nel secondo dopoguerra. In questo modo, la fondazione creata da Miuccia Prada e Patrizio Bertelli continua magistralmente nella sua strategia di rilettura dei momenti della storia dell’arte contemporanea che, anche se non riconosciuti completamente dalla critica, hanno segnato l’attualità delle nuove generazioni artistiche. Dai graffitisti ai neo-tecnologici.

Il progetto di analisi di una pittura caratterizzata dall’impegno politico, dalla narrazione figurativa e dalla radicalità grafica e, per questo rifiutata dalla cultura dominante newyorkese più interessata alla dimensione astratta e impersonale dell’arte, è articolata in tre approfondimenti tematici concepiti e curati da Germano Celant: ‘Leon Golub’, ‘H. C. Westermann’ e ‘Famous Artists from Chicago. 1965-1975’. Tutti e tre dedicati a due generazioni di artisti di Chicago, famosi negli anni Cinquanta e Sessanta.

Questa analisi contribuisce a indagare la produzione artistica nei due decenni fuori dai principali centri di diffusione dell’arte, da Parigi a New York, per focalizzarsi sullo sviluppo di scene alternative nate intorno a scuole e accademie d’arte, come la School of the Art Institute of Chicago, in competizione o in posizione critica rispetto al discorso industriale e riduttivo della Minimal Art. Perché l’arte è ovunque.

Leon Golub | H. C. Westermann | Famous artists from Chicago. 1965-1975
A cura di Germano Celant

Largo Isarco, 2 – Milano

20 ottobre 2017 – 15 gennaio 2018

Orari: Lunedì, Mercoledì – Giovedì, 10 – 20

Venerdì – Domenica 10 – 21

Images courtesy of Press Office
www.fondazioneprada.org – @fondazioneprada

Arte in continuo movimento

Text Angelo Ruggeri
@angelorug

 

Movimento. Ondulazione. Irrequietezza. Animano i popoli, i capitali economici, le metropoli. Quali sono le modalità con cui questi flussi costanti sono organizzati, sistematizzati e contestati? È questa la domanda che si pone Driftwood, or how we surfaced through currents. La mostra curata da Evelyn Simons e aperta al pubblico fino al prossimo 22 luglio ad Atene. Undici lavori site-specific di Larry Achiampong, Meriç Algün, James Bridle, Hera Büyüktaşçiyan, Jeremy Hutchison, KERNEL, Chysanthi Koumianaki, Persefoni Myrtsou & Eva Giannakopoulou, Lara Ögel, Maria Papadimitriou e Lloyd Corporation. Una pluralità di linguaggi espressivi affrontano le suddette tematiche in una serie di progetti individuali che si sviluppano come un percorso attraverso le strade del quartiere Exarcheia, nella capitale greca.

Interpretate da una serie di contributi artistici come la pubblicità e il marketing. Strumenti capaci di mascherare lo sfruttamento messo in atto dai processi di produzione globalizzati. L’etica del lavoro, ovvero la nozione di casa come costruzione personale e collettiva, ma anche i limiti strutturali del movimento e del pensiero umano. L’identità culturale, imposta o autodeterminata, e le pratiche legate alla costruzione comunitaria. Temi obiettivi, che non lasciano comprendere sfumature creative ma amano condurre lo spettatore dritto al centro. Senza mezzi termini.

L’exhibition è uno dei tre progetti vincitori ex-aequo (assieme a quelli di Michael Wang e Adnan Yldiz) di Curate Award, il concorso internazionale promosso dalla Fondazione Prada e da Qatar Museums. Ha come obiettivi la ricerca di nuovi talenti nell’ambito della pratica curatoriale e l’apertura di prospettive inedite nella concezione di eventi espositivi che non possono rimanere fermi e statici. Che sono in continuo movimento, come l’arte.

Images courtesy of Press Office
fondazioneprada.org – @fondazioneprada

Regole in frantumi

Text Alessandra Lanza
@ale_theia

 

Assemblaggi compulsivi tra chiodi e guide metalliche, nastro isolante e velcro, foto appese ai muri, accartocciate, sovrapposte. Le pareti dell’Osservatorio di Fondazione Prada, in Galleria Vittorio Emanuele II, si coprono di immagini che raccontano in maniera materica e volutamente non lineare l’Europa, i suoi abitanti e insieme riflettono sul contemporaneo rapporto con il linguaggio visivo.

“EU” è una mostra antologica che raccoglie diversi lavori di Satoshi Fujiwara (Kobe, 1984) in una sintesi tra il linguaggio iconografico tipico del fotografo giapponese e la discussione aperta sulla visione quotidiana delle immagini, in alternativa ai regimi rappresentativi che stabilizzano l’attuale “identità fotografica europea”. Sotto la curatela di Luigi Alberto Cippini in un allestimento di Armature globale, uniformi della polizia, apparecchiature giornalistiche, sezioni di volti e di animali, frammenti di corpi si rincorrono e lottano in un gioco di sequenze disordinate che Fujiwara adotta rinunciando a uno sviluppo narrativo.

«Oggi le immagini – spiega il curatore – vengono visualizzata per lo più sui monitor e sono retroilluminate. Non ha più senso esporre attraverso lightbox». Quando la fotografia entra nello spazio, può succedere finalmente qualcos’altro. Ma la riflessione di Fujiwara nasce a monte dell’immagine: «La produzione fotografica contemporanea – continua Cippini – sembra essere determinata da rigidi standard di risoluzione, impatto e distribuzione». I vincoli e le norme tecniche ed estetiche da seguire per essere pubblicati sulle riviste e sui giornali sono evidenti. E così il fotografo giapponese, anche se torna a riflettere su terreni comuni, come l’Europa, la sicurezza e il ruolo dei media, prova a sovvertire le regole, con un linguaggio nuovo ed emergente e un punto di vista non scontato.

Images courtesy of Press Office.
www.fondazioneprada.org – @fondazioneprada

Uneasy Dancer

Testo Stefano Floridia
@cardinalfloridia

 

La celebrazione della bellezza e degli artifici della femminilità, contro il pensiero maschilista ed eurocentrico. Fondazione Prada dal 15 settembre 2016 all’8 gennaio 2017, porta all’interno dei suoi spazi una mostra antologica dedicata all’artista Betye Saar. Uneasy Dancer è il titolo e parla a tutti noi, danzatori incerti in questa epoca che mette alla prova, sia nel viverla che nel decifrarla. Fondazione Prada prende coraggio ed espone un’artista che sostiene una prospettiva umanista che tende a riconsiderare le nozioni di individuo, famiglia, comunità e società. Insomma, l’arte contemporanea di cui abbiamo (più che mai) bisogno, perché ci conduce a riflettere su questi temi oggi essenziali. Un’arte che, tramite un gesto artistico, arriva a esprimere messaggi universali che possono essere utili a tutti, per cambiare abitudini, prospettive, sguardi. Le due opere Domestic Life e Rhythm and Blues ad esempio – dove gli elementi sono contenuti all’interno di una gabbia – propongono il concetto di segregazione sotto una diversa luce, ovvero come resistenza e sopravvivenza.

In questa mostra, Betye Saar ci accompagna e ci fa immergere nel suo processo artistico che assomiglia a un ‘flusso di coscienza’ dove la critica sociale sfida gli stereotipi razziali e sessisti radicati nella cultura americana, unendo la dimensione politica a quella spirituale, soprattutto negli assemblaggi di immagini e oggetti inseriti in scatole o valige, come Record for Hattie e Calling Card. Attraverso il riutilizzo di materiali di recupero, in quanto espressione sia di un contenuto spirituale che tecnologico, Betye Saar richiama storie negate o deformate, per poi accedere a un piano superiore legato a una riflessione politica più ampia, per cambiare anche il «modo di vedere i neri, non più attraverso immagini caricaturali o negative, ma come esseri umani», come dichiara lei stessa.

Un cambio di prospettiva e, per questo, un gesto artistico che vuole farci vedere le cose in un altro modo. In questo processo, inoltre, la memoria incontra il misticismo, per rivedere la costruzione dell’entità socio-politiche, andando a scardinare l’idea della vita come linearità – come un qualcosa di progressivo – e proponendo, invece, un’idea (tutta femminile) di circolarità: all’interno della mostra, con l’opera The Alpha and The Omega (The Beginning and The End), ritroveremo infatti un ambiente circolare che allude all’esperienza della vita umana. Il flusso di coscienza, la circolarità e la ‘danzatrice incerta’ ci portano, quindi, dentro a una spirale creativa dove troveremo l’interesse per il metafisico, la rappresentazione delle memoria femminile e l’identità afroamericana che, proprio grazie all’incedere dell’artista, assumono identità nuove e prospettive diverse. In tal senso vanno anche le opere Mystic Window for Leo, The Phrenologer’s Windowd e A Call to Arms – lavori che combinano strumenti di lavoro e oggetti di vita domestica – che, da un lato svelano una condizione intima e autobiografica e, dall’altro, alludono a una dimensione immaginativa e fantastica. Un insegnamento, quello di Betye Saar, che vuole raggiungere l’universale, al fine di parlare a tutti noi, come l’arte è sempre stata chiamata a fare.

Text Stefano Floridia
@cardinalfloridia

 

It’s about the celebration of the beauty and of the artifices of femininity in opposition to a male chauvinist and Euro-centric thinking. From 15 September 2016 to 8 January 2017, Fondazione Prada will host a comprehensive exhibition on artist Betye Saar. Uneasy Dancer, the title, resonates with every one of us, uncertain dancers of these testing times. Testing to live and to decipher. Fondazione Prada musters up the courage and presents an artist that supports a humanistic perspective that seeks to reconsider notions of the individual, the family, the community and the society. The type of contemporary art that we need more than ever as it prompts us to reflect on what are very crucial topics. A type of art that, through the artistic gesture, conveys universal messages that can be useful to everyone, to change attitude, perspective and point of view. The two works titled Domestic Life and Rhythm and Blues, for instance, with elements contained inside a cage, represent the concept of segregation in a different light, in terms of resistance and survival.

In this exhibition, Betye Saar takes us through her journey and into her artistic process that resembles a stream of consciousness where social critique challenges racial and sexual stereotypes that are so deeply rooted in American culture and combines a political and spiritual dimension, especially in the assemblages involving objects inserted in boxes or suitcases as Record for Hattie and Calling Card. Through the use of found materials, seen as expression of a spiritual and technological content, Betye Saar evokes denied or distorted narratives to then access the next level in pursuit of a broader political discourse in order to also change the way of «seeing black people as human beings instead of the caricatures or the derogatory images» as Saar stated.

A change of perspective, and therefore, an artistic gesture that seeks to make us see things differently. In this process, memory meets mysticism to reconsider the construction of socio-political identifiers upsetting the concept of life as linearity – as something progressive – and offering, instead, a very female-based concept of circularity: works like The Alpha and The Omega (The Beginning and The End) propose a circular environment that alludes to the experience of the human life. The stream of consciousness, the circularity and the ‘uneasy dancer’ take us into a creative spiral in which the viewer will detect the artist’s interest in the metaphysical, the representation of female memory and the African-American identity which, thanks to Saar’s approach, take on a new identity and a different perspective. In the same vein are also works like Mystic Window for Leo, The Phrenologer’s Window and A Call to Arms – which combine work tools and elements of domestic life – and, on the one hand, reveal an intimate and autobiographical nature and on the other, allude to an imaginative and fantastical dimension. Betye Saar’s teaching is one that seeks to be universal, reaching and talking to all of us, like art has always been called to do.

Betye Saar: Uneasy Dancer
From September 15th, 2016 to January 8th, 2017
Fondazione Prada
Largo Isarco, 2
20139 Milan 
Phone +39 02 5666 2611

Opening hours:
From Monday to Thursday – 1oam – 10pm
From Friday to Sunday – 10am – 9pm
Closed on Tuesdays

Images courtesy of press office
www.fondazioneprada.org