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francesco musolino

Mark Ronson, the Grammy man

Mark Ronson and Lady Gaga perform onstage during the 60th Annual GRAMMY Awards at Madison Square Garden

Text Francesco Musolino

 

Produttore discografico, disk-jockey, cantante e fondatore della Allido Records. Mark Ronson ha lavorato con alcuni fra i più grandi del mondo cinematografico, fra cui Stevie Wonder, Duran Duran, Coldplay, Adele e lo scrittore premio Pulitzer Michael Chabon che per lui ha composto Heavy and Rolling. Classe 1975, ebreo conservatore, è divenuto una stella con il suo album Uptown Funk del 2015, in vetta alle classifiche in sessantotto paesi – il secondo singolo della storia sia per il numero delle vendite con nove milioni di copie sia per la longevità in classifica e oltre un miliardo di visualizzazioni su YouTube. Un brano coprodotto da Bruno Mars, l’artista di Honolulu che ai recenti Grammy Awards ha superato la concorrenza, vincendo sei premi. Quattro album già all’attivo, cresciuto nel mito dell’hip hop, Mark Ronson ha costruito il suo successo studiando i grandi del passato. Nell’ambiente è considerato l’uomo perfetto per andare a caccia di successi commerciali, omaggia James Brown con il suo stile sul palco, ha prodotto Back To Black di Amy Winehouse e ha un debole per le cover dei vecchi successi commerciali anni Ottanta. Sinceramente? Ronson è una macchina da soldi che quando può resta dietro le quinte, cedendo il palco a Bruno Mars o Pharrell Williams. Non mancano le eccezioni. L’ha dimostrato salendo sul palco del Madison Square Garden per accompagnare alla chitarra acustica Lady Gaga, avvolta in un vestito di tulle rosa per interpretare Joanne (Where Do You Think You’re Goin’?) e Million Reasons. Atmosfera, il palco solo per loro. Durante l’esibizione Lady Gaga si è alzata dal pianoforte su cui erano adagiate due ali di piume, avvicinandosi a Ronson, appollaiato su uno sgabello. Insieme sono entrati nella storia di questa edizione degli Oscar della musica.

Courtesy of Getty Images
gettyimages.it – @gettyentertainment

‘Babylon Berlin’: sex, drug and crime

Liv Lisa Fries on the set of Moka Efti am Tiergarten

Text Francesco Musolino
@fmusolino

 

Nella primavera del 1929 la Germania è il centro del mondo. Thomas Mann riceve il Nobel, Marlene Dietrich è ormai un’icona e la Repubblica di Weimar è prossima al collasso. Berlino, metropoli spregiudicata e scintillante, offre l’avanguardia artistica e concede libertà sessuali, una terra di frontiera che danza sul crinale dell’abisso in cui tutto sembra possibile. Sarà solo un lampo accecante di vita, premessa di un mondo nuovo che non sboccerà mai, travolto dall’ascesa del Führer. Benvenuti nel mondo di Babylon Berlin, la serie tv (sedici episodi in arrivo su Sky Atlantic) da quaranta milioni di euro, accolta con entusiasmo in tutto il mondo. Ispirata all’omonimo romanzo di Volker Kutscher, pubblicato da Feltrinelli, al centro della scena troviamo un ispettore di polizia di Colonia, interpretato da Volker Bruch, alle prese con un caso legato al mondo della pornografia sadomaso e i locali notturni che rendevano indimenticabili le notti di Berlino. L’ingenuità del protagonista verrà ben presto corrotta da quel mondo, fra droghe, travestimenti, feste e una voglia bulimica di trasgressione. Tutto intorno c’è uno scenario più ampio fra manovre militari, treni merci pieni di gas tossici e violenti scontri fra polizia e comunisti.

È Berlino la vera protagonista, per ricrearla più di cinquemila comparse per centottanta giorni di riprese. Nel 1929 era spaccata in due: le élite festeggiavano con soubrette, champagne e nuove droghe, il populismo fagocitava la povera gente assediata dalla povertà. Il nazismo avrebbe travolto questo mondo fatto di polvere di stelle e macerie. La vera domanda è un’altra: fra quel mondo illusorio che sarebbe stato travolto dalla Seconda Guerra Mondiale e i giorni nostri, fra voglia d’evasione e rabbia sociale, quanta distanza di sicurezza c’è?

Dal 28 novembre alle 21:15 su Sky Atlantic HD, canale 110

Bitcoin, fra luci e ombre

Pete Linforth – PB @TheDigitalArtist

Text Francesco Musolino
@fmusolino

 

Vola in alto il bitcoin e fa sognare il mondo dei piccoli risparmiatori, sparigliando le carte dell’alta finanza e delle istituzioni monetarie internazionali, guadagnando la prima pagina di tutti i giornali del mondo. La garanzia d’anonimato totale e l’elusione del controllo governativo e bancario hanno, però, reso il Bitcoin la valuta ideale anche per ipotizzare cospirazioni e giochi di potere sottobanco. Due anni di ricerche per scoprirne potenzialità e lati deboli. Per primo al mondo, lo scrittore e avvocato Pietro Caliceti ha ordito un thriller, fra speculazioni, truffe e colpi di scena, tra Londra e Milano. BitGlobal (Baldini & Castoldi, 2017) ruota attorno alla criptovaluta, paventando il rischio della bolla speculativa e aprendo nuovi scenari per l’economia mondiale.

Intanto la realtà si libra più lesta di ogni fantasia: «Bitcoin è una moneta virtuale creata nel 2009 da uno sviluppatore, noto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, che punta tutto sull’anonimato delle transazioni, verificate dalla rete di utenti che condividono un registro elettronico di ogni scambio di moneta, aggiornato in tempo reale», afferma Caliceti. I bitcoin macinano record – oggi oscilla sui quattordici mila dollari – ma non mancano rischi concreti: «l’anonimato garantisce la privacy, ma presta il fianco a usi anche impropri. In questi anni ci sono state cifre enormi, vere e proprie fortune scomparse nel nulla, a causa di truffatori che si sono avvalsi dello schema Ponzi».

«I bitcoin, essendo virtuali – prosegue Caliceti – necessitano di un computer per essere stipati e della rete per essere trasmessi. Ciò significa che ogni utente è esposto agli attacchi hacker». I vantaggi di questa criptomoneta – cui si sommano tutte le altre, più di mille, per un valore complessivo di quattrocento miliardi – sono sotto i nostri occhi e Caliceti provoca: «se fossi il Fondo Monetario Internazionale non dormirei affatto fra due guanciali. Oggi gli investimenti sono talmente importanti che se esplodesse per davvero questa bolla, le conseguenze per il sistema economico mondiale sarebbero gravissime, con un effetto valanga inimmaginabile». Basti pensare che la capitalizzazione del bitcoin oggi ha raggiunto i duecentosettant’uno miliardi di dollari.

Pietro Caliceti

BitGlobal

Baldini & Castoldi

2017, 407 p., 18 euro

Image courtesy of Pixabay

‘The Crown’ is back

Claire Foy is back as Queen Elizabeth II in Netflix’s ‘The Crown’

Text Francesco Musolino
@fmusolino

 

Cosa ci affascina della Royal Family? Da decenni il gossip e il rigido ossequio alle tradizioni della famiglia reale britannica risvegliano in noi un’ancestrale rispetto, sino a sfociare nell’adorazione per la figura di Lady D, simbolo d’un innocenza smarrita a Buckingham Palace e forse recuperata nel nuovo corso, grazie a William, Kate e il piccolo George. Proprio su questi sentimenti – fra l’invidia e il rispetto per un’aurea perduta – ha fatto perno la serie tv di successo internazionale, The Crown – ideata da Peter Morgan – centrata sull’insediamento e la scalata al potere della giovane Regina Elisabetta II (interpretata da Claire Foy).

La nuova stagione – dieci episodi, in arrivo su Netflix l’8 dicembre – racconterà gli sconvolgimenti socio-politici che la Gran Bretagna attraverserà andando incontro agli anni Sessanta. Evidenzierà come la mano ferma della sovrana e il suo decisionismo, siano stati fondamentali per scongiurare le crisi internazionali mentre l’Inghilterra si modernizzava rapidamente e montava la rabbia contro il conservatorismo monarchico. Nel frattempo a Buckingham Palace si svolgeva un’altra battaglia contro il Principe Filippo (Matt Smith), un astioso e adulterino Peter Pan, deciso a non cedere il centro della scena almeno in ambito familiare. Sullo sfondo si agita la ribelle principessa Margareth (Vanessa Kirby) che sarà fonte di futuri grattacapi. Sarà Olivia Colman ad interpretare la protagonista nella terza e quarta stagione della serie – il rinnovo del cast è necessario per rappresentare fedelmente gli anni successivi. Una cosa è certa, la seriosa regina Elisabetta II era l’unica donna degna di sopportare il peso di una secolare corona con regale dignità in tutta la Gran Bretagna.