Loading the content...
Navigation
Tag archives for:

francesco stocchi

Sol LeWitt: Between the Lines

Text Alessandra Lanza
@ale_theia

 

Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Sol LeWitt (Hartford, 1928 – New York, 2007), e possiamo essere sicuri che la proposta di metodo dell’artista sia andata a buon fine. Esattamente cinquant’anni fa sulla rivista Artforum, con ‘Paragraphs on Conceptual Art’, veniva da LeWitt sancito il primato dell’idea sull’esecuzione e coniato il termine ‘concettuale’. L’artista, generatore di idee, ha il compito di formulare il progetto, mentre l’esecuzione può essere affidata a chiunque, purché vengano rispettare le istruzioni, e dunque in qualunque momento. Ecco perché come racconta Francesco Stocchi, curatore insieme all’architetto olandese Rem Koolhaas della mostra Between the Lines, dal 17 novembre 2017 al 23 giugno 2018 presso la Fondazione Carriero, nel recuperare il suo lavoro «tutto sembra sempre nuovo, fresco e attuale».

Questa mostra, realizzata in collaborazione con l’Estate of Sol LeWitt, attraverso un importante corpus di opere che ripercorre la carriera dell’artista, dai Wall Drawings a sculture come Complex Form e Hanging Structures, alla serie fotografica Autobiography 1980, viene offerto un nuovo punto di vista sul suo lavoro, che punta a riformulare l’idea che sia l’opera a doversi adattare all’architettura, fino al sovvertimento del concetto di ‘sitespecific’. Un’esplorazione dei confini e delle basi del metodo di LeWitt, della relazione della sua opera con l’architettura, in questo caso quella degli spazi della Fondazione, in via Cino del Duca. Il ruolo dell’architettura e dell’architetto non è affine solo per la progettualità delle idee, ma anche per la capacità che hanno entrambi di rimodellare lo spazio, con strutture e forme spesso indipendenti dall’ambiente in cui sono inserite.

Le opere di LeWitt «si distinguono come stile nel tempo, ma ciascuna è sempre realizzata ora e non subisce quindi patina del tempo o quell’idea di feticcio». Un uso paragonabile, spiega Stocchi, al quello dei templi in Oriente, Cina, Giappone, «dove ogni venticinque-trent’anni vengono ridipinti i motivi decorativi, e si preserva comunque sempre un’idea di originale. È come se venissero rinnovati sistematicamente gli affreschi della Cappella Sistina. Ma la concezione occidentale è legata al mantenimento, mentre la filosofia è qui quella di riattualizzare».

 

Quanto conta il contesto, cioè palazzo di Fondazione Carriero, in cui è inserita la mostra?
«Il contesto è un elemento non solo importante, ma fondamentale per la mostra stessa. Anzi, è tanto importante quanto le opere e lo studio sull’opera, che viene fatto in modo non convenzionale. Si tratta di un palazzo storico, quanto di più distante possa esserci dal White cube, che richiede una reazione, una risposta a qualcosa. Il luogo stesso è così caratterizzato che domanda di entrare in dialettica con il lavoro dell’artista, ed è come se portasse a delle scelte rispetto all’idea neutrale, asettica e possibilista di un White cube in cui si lavora in termini più assoluti, mentre in questo caso si lavora in termini relativi. In generale tutte le mostre finora fatte alla Fondazione Carriero sono partite dalle proprietà stesse del palazzo e sarebbero difficilmente esportabili».

Qual è stata la sfida più grande per lei nel curare questa mostra?
«Quella di entrare in una dialettica prolungata con un’architetto [ndr. Rem Koolhaas] per mettere a confronto dei punti di vista su un artista. Un architetto che da sempre cerca di uscire dal suo proprio campo, non secondo un’idea di ridefinizione dell’architettura. Cerca di uscire dalla sua zona operativa per poi magari sviluppare, dopo, l’idea stessa di essere architetto. La richiesta era quella di lavorare da zero alla mostra, e non al supporto di un’idea di mostra già esistente. L’esito della nostra collaborazione era davvero un’incognita. Ci conoscevamo, ma non sapevamo assolutamente come ci saremmo trovati a lavorare insieme. All’inizio si è trattato di qualcosa di difficile da controllare e che non sapevamo dove ci avrebbe portato».

Qual è la valenza di una mostra come questa in Italia?
«Ha una pertinenza in sé, per lo sguardo che abbiamo portato verso l’opera di LeWitt, più legato al suo aspetto umanistico, rispetto all’immagine cartesiana. Restituisce tutto il rapporto e il debito intellettuale che LeWitt ha sempre avuto con l’Italia. Aveva preso casa a Spoleto e la visitava spesso: assorbì così gli affreschi di Cimabue, Piero della Francesca  e diventò un vero amante della cultura italiana, del gusto italiano e dei palazzi italiani. Dunque ospitare questa mostra in un palazzo italiano, storico, dà un taglio preciso, è come chiudere un cerchio per un artista che non ha mai nascosto questa passione per l’Italia».

E se LeWitt fosse ancora in vita crede che la mostra avrebbe potuto essere la stessa?
«La grande rivoluzione di LeWitt è stata quella di creare un linguaggio artistico votato all’immortalità, basato su un’idea che è realizzabile in eterno e da figure esterne alla propria persona. Paragonerei il suo lavoro a uno spartito musicale: lui amava molto Beethoven. La musica che continuano a rappresentare è sempre Beethoven, come l’originale. LeWitt era molto ambizioso, ma al tempo stesso umile. La sua umiltà si vede nella filosofia di delegare ad altri. Diciamo che ha saputo fare in modo che la sua assenza non venisse mai sofferta. In ogni caso, l’Estate of Sol LeWitt, cioè la fondazione di famiglia, la voce più vicina all’artista, che ha controllato la filologia del lavoro fatto, è stata molto aperta nel capire le intenzioni, magari diverse dal solito, e quindi ci ha lasciato operare come meglio credevamo».

Between the Lines

17 novembre 2017 > 23 giugno 2018

Fondazione Carriero
via Cino del Duca 4 – Milano 

Lunedì  > Sabato, 11:00 > 18:00, Ingresso libero

Images courtesy of Press Office
fondazionecarriero.org – @fondazionecarriero