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The Fashionable Lampoon
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freak show

A conversation with Trudie Styler

TRUDIE STYLER – PHOTOGRAPHY BY ANDREW COOPER
BILLY – ALEX LAWTHER
ALEX LAWTHER
LAVERNE COX, ABIGAIL BRESLIN, ALEX LAWTHER
TRUDIE STYLER – PHOTOGRAPHY BY ANDREW COOPER
TRUDIE STYLER, IAN NELSON – PHOTOGRAPHY
BILLY'S MOTHER, MOV – BETTLE MIDDLER

Text Matteo Mammoli
@godsavemama

 

Trudie Styler arriva al Teatro Strehler. Non è accompagnata dal marito Sting, ma dall’attore che nel film di cui è regista e produttrice interpreta Billy, Alex Lawther – già James nella serie di Netflix The end of the fucking world. Sono a Milano per presentare il lungometraggio Freak Show al pubblico del Festival Mix, la rassegna del cinema QLGBT che si tiene ogni anno, da trentadue anni.

Incontro Trudie nel suo camerino, sorride. Alta, con la blusa a fiori dentro una gonna a pieghe blu. Arriva un cocktail di benvenuto, e un paio di forbici – l’etichetta del reggiseno la tormenta. Non doveva dirigere lei Freak Show, ma quando il regista ha avuto una crisi personale e si è dimesso «ci siamo chiesti: molliamo o continuiamo? Mi sono fatta avanti, ho pensato a me stessa come Guy Ritchie, una creative producer, così sono diventata io la regista». Quattro settimane per fare i casting, ventidue giorni per girare: «non avevamo abbastanza tempo, non avevamo abbastanza soldi».

Il film ha visto la luce. Il tema è il bullismo, a cui si aggiunge la rivendicazione dell’identità sessuale. Billy si è appena trasferito nella ricca proprietà del padre nel sud del Connecticut, dove inizia il liceo. Matita agli occhi e abiti da donna: l’appellativo fag non tarda ad arrivare, e nemmeno le violenze fisiche. Sogna l’Italia: «Mettermi un paio di jeans non mi salverà. Forse un biglietto per Marte potrebbe, o per Milano». Fronteggia cheerleader conservatrici e maschi alfa della squadra di football. Non rinuncia a essere se stesso: si cosparge di profumo, si traveste da Ella Fitzgerald, recita, danza. Si definisce transvisionario, gender obliviator, freak. Raccoglie consensi: si candida per diventare homecoming queen sfidando la trumpiana Lynette il cui slogan è «Let’s make America great again», e inaspettatamente perde.

Sembra la metafora della politica reale, eppure «quando stavamo girando il film non sapevamo che Trump avrebbe vinto, nessuno lo immaginava» rivela Trudie. «Il fatto che Lynette abbia proclamato quello slogan è un’ironia della sorte. Il fatto che Trump abbia vinto, è assurdo. Il mondo è un posto sempre più pericoloso per causa sua». Si preoccupa anche per il nostro paese: «Anche voi avete un governo che sta virando sempre più a destra, voi giovani non ne siete spaventati?».

L’Italia la conosce bene. Billy vagheggia Milano, Trudie anche: «Tutti pensiamo che sia la città più all’avanguardia nel fashion. Billy, dopo una giornata orribile a scuola, immagina di trascorrere qui le sue vacanze: quale posto migliore per fare shopping?». Si guarda allo specchio e realizza: «Sono tutta italiana!». A richiesta, passa in rassegna il suo outfit: «questa borsa è di Prada, la camicetta di Valentino, la gonna, anche questa di Prada. Le scarpe no, non sono italiane: Manolo Blahnik». Ama i vestiti: «Scelgo io tutti gli abiti che indosso, voglio sentirmi a mio agio. Per lavorare ho un daytime wardrobe, mi serve per spostarmi da una parte all’altra di New York».  

Per la realizzazione dei costumi del film la scelta è ricaduta sulle amiche e colleghe Colleen Atwood e Sarah Laux: «Sono costume designer, utile! Avevamo così poco budget». Anche per la scelta delle musiche ha chiesto il supporto di una persona fidata: «mia figlia Eliot è una musicista, due canzoni sono sue. Mi sono divertita a scegliere i brani con lei. Utile avere una ‘famiglia musicale’».

Con Sting si è sposata nel 1992. «Mi supporta in tutto quello che faccio – compreso questo mio esordio da regista. Guarda tutti i miei film e mi da feedback». Una dei quattro figli, Eliot, è nata a Pisa. La Toscana, la loro seconda casa: «siamo stati adottati dall’Italia. Mio marito registra qui e abbiamo una tenuta in cui facciamo vino, Il Palagio. Ogni bottiglia ha il titolo di una canzone, Sister moon, Message in a bottle, Roxanne. Il vino è l’espressione del nostro amore per questo territorio».

Il Festival MIX Milano di Cinema QLGBT è da trentadue anni il Festival del cinema della comunità gay, lesbica, trans e queer. Ogni anno viene proiettata una selezione di film della cinematografia indipendente a tematica LGBT.

Nell’edizione 2018 sono stati premiati:

Miglior Lungometraggio a: Venus di Eisha Marjara – Canada 2017

Miglior Documentario a: Mr Gay Syria di Ayşe Toprak – Turchia, Francia, Germania 2017

Miglior Cortometraggio a: Marguerite di Marianne Farley – Canada 2017

Per più informazioni, festivalmixmilano.com