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The Fashionable Lampoon
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London’s Frieze – a review

This Is How We Bite Our Tongue, Installation view at the Whitechapel Gallery – Elmgreen & Dragset, Courtesy Whitechapel Gallery. Photo Jack Hems
Pregnant white maid, 2017 (detail) – Elmgreen & Dragset, Courtesy of Galerie Perrotin. Photo Elmar Vestner
Agrippa, 1964 – by Tim Scott (born 1937)
Alex Baczynski – Jenkins Chisenhale Gallery
Alter-Ego, 1963 – by Isaac Witkin (1936-2006)
Concetto spaziale, La fine di Dio, 1964 – Lucio Fontana (1899-1968)
11th Sculpture, 1963 – by Michael Bolus (1934-2013)
Mirror Flood, PAD – Fernando Mastrangelo (born 1978)
Pietra di luna del Caucaso – Pietro Consagra (1920-2005)
Swing Low, 1964 – by David Annesley (born 1936)
Tra La La, 1963 – by Phillip King (born 1934)

Text Cesare Cunaccia

 

La solita macroscopica kermesse che si espande a macchia d’olio ben oltre Regent Park che la ospita, in tutta l’area urbana di Londra. Frieze riassume appieno quella valenza di nuova religione, di luogo sociale e di rituale collettivo, ormai perfino di puro consumo luxury e di autentico marketing, che l’arte, in special modo contemporanea, rappresenta nel nostro tempo. Ovunque, durante la Frieze Week, nella capitale britannica si aprono mostre anche istituzionali – da ricordare quella molto politica della cubana Tania Bruguera, fino al 24 febbraio alla Tate Modern e Elmgreen & Dragset: This Is How We Bite Our Tongue, con chiusura il 13 gennaio, alla Whitechapel Gallery –, nascono altre fiere e contro-fiere, si fanno talk, dibattiti e performances. Dappertutto cene più o meno massive e esclusive, o cocktail di esagerata affluenza, vedi da Christie’s il 3 ottobre sera, dove brillava, chiusa nella penombra di una stanza come si conviene a una vera icona, una Fine di Dio di Lucio Fontana, 1963, dalla superficie lunare iridescente e un piccolo perfetto Lucian Freud rivaleggiava per sofisticazione con certe calligrafie botaniche düreriane.

Di arte italiana dell’age d’or tra i Cinquanta e i Settanta, i vari Fontana, Burri, Pistoletto, Manzoni tanto à la page, la fiera traboccava, così come le gallerie nostrane sbarcate in quel di Londra, capitanate da Mazzoleni – interessante il suo excursus su Michelangelo Pistoletto – e Tornabuoni, ancora in Albemarle street, dove aleggiavano le aeree e corpose cromie di Afro. Forse, con Tancredi, l’estremo figlio di secoli di pittura veneta. Da Robilant+Voena, invece, focus sulla scultura di Pietro Consagra. Di italiani, più o meno ricchi, affluenti o più o meno mondani, le sterminate superfici di Frieze, roccaforte della contemporaneità, e di Frieze Master, incrocio di arte e oggetti fuoriserie di ogni epoca e provenienza, dall’archeologia cicladica in poi, pullulavano. Notevole il coloratissimo stand di Thomas Dane, di Londra e Napoli, intitolato New Generation: 1965, con opere di Michael Bolus, Phillip King, Tim Scott, David Annesley e Isaac Witkin. Italia anche al PAD, specializzato nelle arti decorative, in piena Mayfair, avvincente plot di arredi del Novecento storico, di rarities, di incredibili gioielli, vetri e ceramiche, dove ti puoi comprare con nonchalance una pecora Lalanne, un divano con tappezzeria anni Venti di Jean Lurçat o un animale in bronzo di Gabriella Crespi, quanto un diamante esagerato da venticinque carati, in vendita soltanto per una decina di milioni di pound.

Top price, intanto, ben 9,5 milioni di sterline, per Propped, autoritratto espressionista di Jenny Savile del 1992, battuto all’asta da Sotheby’s. Saville, 48 anni e innamorata di Palermo, diventa in questo modo l’artista vivente più costosa. Non a caso era affollatissimo il book signing della sua monografia appena edita da Rizzolli, tenutosi presso Gagosian, Grosvenor Hill, il 4 ottobre. Tra le novità di Frieze 2018, il Frieze Arts Award, vinto dal giovane polacco basato a Londra Alex Baczynski-Jenkins, che crea azioni coreografiche su temi queer, su amicizia, desiderio e incontro sessuale. All’esordio anche Social Work, una sezione dell’art fair di marca globale, costruita sulle personali di otto artiste che hanno saputo sfidare i valori dominanti negli anni Ottanta e Novanta, tra cui le americane Mary Kelly e Nancy Spero, l’inglese Tina Keane, la turca Ipek Duben e Berni Searle dal Sud Africa.

Frieze, una fiera sempre molto dinamica ed energetica. L’atmosfera che si è respirata quest’anno, a dispetto di una generale presa di posizione branché e militante, è rassicurante, con tanta pittura e meno proposte sperimentali. Quello che al solito accade in periodi di crisi e di incertezza generale. «Molto apprezzabile – racconta la curatrice romana Paola Ugolini – il fatto che gli organizzatori, già dalla scorsa edizione, stiano cercando di colmare il gender gap, con spazi specifici dedicati all’arte femminista o, tout court, alle donne nell’arte. In questo ambito si calano i solo show curati da me per gli stand di Richard Saltoun, rispettivamente Helen Chadwick nella rassegna Social Work e Annegrete Soltau in Spotlight di Frieze Master». Tre immagini da ricordare per archiviare questo Frieze 2018? L’Überstand di Gagosian, innanzitutto, con opere nuove di zecca di un mago trasformista quale è Urs Fischer, il cinese Liu Wei, che incarna la ritrovata forza dell’arte cinese in occidente dopo il boom di dieci anni fa, presentato dalla londinese White Cube e, infine, l’installazione museale di Tatiana Trouvé che popola da giorni su Instagram, concepita per Kamel Mennour Gallery.