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Fendi per Caravaggio – un atto d’amore per Roma

St Jerome, 1610, Galleria Borghese, Rome

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Una vicenda di mecenatismo romano, uomini proiettati in una dimensione di avveniristica sfida culturale che, tra la fine del Cinquecento e il primo decennio del secolo successivo ha concorso allo sviluppo della carriera e della fama di Caravaggio. Sono il cardinale Francesco Maria del Monte, Tiberio Cerasi, Matteo Contarelli, il marchese Vincenzo Giustiniani, un banchiere di origine genovese e il fratello cardinale Benedetto; sono i Borghese, specie l’onnivoro Scipione, l’inventore di quello scrigno di tesori che è la palazzina incastonata nella Villa familiare sul Pincio. Oggi la Maison Fendi si riannoda a questo solco di apertura culturale.

Fendi, nella convinzione che la bellezza debba essere testimoniata e diffusa, prosegue infatti nel suo itinerario di mecenatismo avviato con il restauro della Fontana di Trevi nel 2015 e continuato con interventi di ripristino e manutenzione delle principali fontane capitoline, seguito dall’apertura al pubblico del Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR e da un ventaglio di mostre quali la personale di Giuseppe Penone, la recente Fendi Studios e, ultima cronologicamente, la rassegna dedicata a Gian Lorenzo Bernini alla Galleria Borghese. «La Borghese è il Museo romano per antonomasia. Di fatto nessun’altra tra le istituzioni cittadine riflette con tanta evidenza le qualità artistiche dell’Urbe, la sua complessa stratificazione di fasi storiche e stilistiche», sottolinea Pietro Beccari, Presidente e Amministratore Delegato di Fendi, forse al suo ultimo atto ufficiale a Roma, essendo stato, nel frattempo, nominato CEO della Maison Dior.

Boy with a Basket of Fruit, 1593, Galleria Borghese, Rome

La Galleria Borghese di Roma custodisce il corpus pittorico più consistente e cronologicamente meglio rappresentato di Caravaggio, ovvero sei dipinti. Qui avrà vita e sede il Caravaggio Research Center. Un progetto fervido, ideato da Anna Coliva, direttrice della Galleria Borghese e ancora sostenuto dall’attenzione di Fendi.

Il Caravaggio Research Center prevede la creazione di una piattaforma digitale capace di delineare una banca dati online relativa all’artista, una fonte di informazioni e aggiornamenti bibliografici, documentari, archivistici, filologici, storiografici, iconografici, dotata di un corredo diagnostico in forma digitale. Il piano di lavoro punta sulla costituzione di un centro di studi, di diagnostica e ricerca artistica su Caravaggio e sulla sua opera, che diventi il più completo esistente, in modo da porsi quale riferimento primario e insostituibile per ogni dinamica di indagine caravaggesca a livello mondiale. Per divulgare un tale innovativo slancio di ricerca e la portata di assoluto riferimento del centro, la Galleria Borghese e Fendi hanno concepito un mosaico espositivo sull’artista che nel corso di tre anni. Prima tappa, dal 21 novembre scorso, al Getty Museum di Los Angeles, dove si sono potute ammirare tre opere di Caravaggio provenienti dalla Galleria Borghese: il San Girolamo, il Giovane con canestro di frutta e il David con la testa di Golia.

La validità scientifica delle attività svolte dal Caravaggio Research Institute è assicurata da un Comitato Scientifico che comprende professionalità prescelte tra le figure di eccellenza nel campo degli studi caravaggeschi, al fine di renderlo un valido strumento a uso degli specialisti del settore per una corretta lettura attributiva. Saranno avviati partenariati scientifici con ogni museo, pinacoteca, fondazione, chiesa e collezione privata che ospita nel mondo opere di Caravaggio, dando vita a un network di collegamenti nazionali e internazionali. «Se è vero – afferma Anna Coliva – che il progetto è rivolto soprattutto a storici dell’arte, restauratori, conservatori, professionisti museali, diagnosti, storici, studenti universitari, prende un’importanza particolare il coinvolgimento nelle varie fasi di raccolta e analisi dei dati un cospicuo numero di giovani ricercatori. Gli studiosi potranno accedere alla banca dati attraverso livelli e modalità di consultazione anche personalizzate. Il CRI si pone quale collettore ultimo di un organismo inter-istituzionale, il suo formato digitale offrirà l’opportunità di una conoscenza sinottica e integrata di dati che altrimenti, svolti in senso lineare e consecutivo, mancherebbero di esattezza e densità».

Il database caravaggesco permetterà di conoscere per ciascuna opera, in tempi rapidissimi, foto, tecnica esecutiva, datazione, dimensioni, provenienza, mostre in cui sia stata esibita, bibliografia, scheda sulla storia conservativa, immagini e reports scritti su molteplici esami diagnostici, nonché la data dell’ultimo aggiornamento effettuato. «Il Caravaggio Research Institute – conclude Anna Coliva, enucleando un approccio che viene da definire in controtendenza – intende reintrodurre nei musei la ricerca più avanzata per farne dei produttori di cultura e non solo dei ‘mostrifici’. C’è anche una similitudine d’intenti, perché Fendi è una Maison che ha basato la sua espressione creativa sulla ricerca dei materiali, sulla qualità e sull’apporto tecnico».

Boy Bitten by a Lizard, 1593–94, National Gallery, London

Dioniso non elargisce il suo carisma in assenza di una spinta di insofferenza anarcoide e di un grido lancinante di ribellione. Michelangelo Merisi, il Caravaggio, rappresenta in assoluto questo ossimoro-connubio. Da qui deriva la adamantina atemporalità ed emerge quell’ineluttabile vibrazione che distingue il suo fare di artista fin dal suo primo apparire, alla fine del Sedicesimo secolo. Caravaggio parla un idioma abbagliante. Il tempo cui appartiene, travagliato da guerre, da pestilenze ed eresie, in fondo assomiglia al nostro, vieppiù dominato da una medesima ansiosa inquietudine del domani. Epoca di passaggio, specchio di immagini sibilline, distorte e tremendamente reali. Caravaggio sfida ogni databilità: ha precorso il cinema, si pone quale frontiera contemporanea naturale e in perenne incremento e ridefinizione nei codici. Uguale a se stesso, per cambiare ogni istante. Iconico, contro ogni ieratica staticità d’icona. Mitico, nel furibondo sottrarsi a qualsiasi categorizzazione. Dioniso è in lui, ne accompagna il percorso e la catalizzante rivoluzionaria valenza energetica. Talento, è il caso di dirlo, Caravaggio ne aveva da vendere. Non riusciva nemmeno a gestirlo, questo flusso medianico e dionisiaco di creatività ed energia al calor bianco. Una nevrosi che lo possedeva e lo perturbava come una magmatica kundalini in agguato, come un demone infocato.

La sua storia è un picaresco romanzo d’avventura e di morte, cha trasformato questo pittore lombardo nel più autentico prototipo del maudit. Michelangelo Merisi emana una radiazione pittorica che scaturisce dal terroir culturale della Milano borromaica. Comincia quale allievo del tardo-manierista lombardo Simone Peterzano, si misura probabilmente per esperienza diretta con il primato artistico della Venezia cinquecentesca. Esplode come dinamite nella sperimentale Roma seicentesca e poi nella Napoli vicereale asburgica.

Caravaggio, secondo il biografo Bellori «d’ingegno torbido e contenzioso», è l’antesignano di Rimbaud e di Baudelaire, il vero predecessore di Van Gogh, di Modigliani e di Jean-Michel Basquiat. Ha sdoganato ogni eccesso sessuale e comportamentale, ogni deriva auto-distruttiva connaturata alla sfera dell’arte e della creazione e sospesa tra violenza ed estasi, tra tormento interiore e misticismo. Derek Jarman, regista inglese di omosessualità militante, nel 1986 gli ha dedicato un film dalla smaltata portata estetica che, oltre all’immaginario artistico, ne ripercorre e ridisegna liberamente i contraddittori risvolti erotici e la tormentata relazione con la cortigiana Lena. Controversa fu per Caravaggio la liaison con Fillide Melandroni, che sfocia alla fine di maggio del 1606 nell’assassinio del rivale Ranuccio Tomassoni durante una partita di pallacorda in Campo Marzio. Un fatto di sangue che gli valse la condanna a morte per decapitazione, cui Michelangelo si sottrae fuggendo dall’Urbe sotto la protezione del principe Filippo I Colonna, che gli diede asilo nei suoi feudi di Marino, Palestrina, Zagarolo e Paliano.

David with the head of Goliath, 1606-07, Galleria Borghese, Rome

Una vita folle e itinerante, quella di Caravaggio, senza pace possibile, all’ultimo respiro e tarantolata da un destino livido e implacabile. Duelli al coltello e agguati, processi e detenzioni, debiti e querele, un susseguirsi di risse e malattie misteriose, vergognose, un feuilleton di passioni amorose sfrenate e letali, con donne o uomini che fosse. Aspri contrasti e incomprensioni con i committenti e un milieu bohémien di bari e prostitute, nelle tenebre di una notte fra osterie e anfratti archeologici. Paria sociali, bohémiens e marginali che assurgono a principali attori della poetica pittorica di Michelangelo Merisi, quando impersonano santi proletari dai piedi lerci scesi nel fango delle strade romane e carnali madonne, impudenti e popolane, eppure sublimi. La luce caravaggesca è un miracolo salvifico e insieme pozione magica: accarezza i volumi, li estrae dalla tela, incardina e definisce la composizione e la liturgia della narrazione, apportandovi un senso di sovrannaturale che travalica la stessa prosaica realtà oggettiva che pretende di rappresentare. Scene evangeliche che rammentano gli autos sacramentales di Calderón de la Barca, dramma psichico e fluttuante, metafisica sospesa e corriva. Bacco come un bulletto di periferia del Tiburtino III uscito da un frame di Mamma Roma, la canestra di frutta è una natura morta comunque viziata da una vibrazione implosiva e mortifera. Materia di pittura per Peter Greenaway, navigatore di flutti barocchi, concitato e freddo ermeneuta cinematografico di arcani maggiori e minori.

L’avventura di Malta e il rapporto con l’Ordine ospedaliero e cavalleresco che ne porta il nome, termina in un carcere, quello di Sant’Angelo a La Valletta, da cui Merisi riesce a fuggire fortunosamente il 6 ottobre 1608. Eccolo rifugiarsi stremato a Siracusa, inaugurando l’estremo lembo della sua carriera, con il chiaroscuro sempre più drammatico e inquietante e le ossessioni macabre di un linguaggio che deflagra in espressionismo disperato, mentre la febbre entropica del cupio dissolvi si fa incalzante. Delitto e castigo, ogni possibile ereticale colpo di scena, pure la longa manus del perdono papale da parte di Paolo V Borghese, forse ispirato da grandi casati alleati sull’asse dinastico tra Roma e la Lombardia ispanica, ossia i Borromeo e i Colonna, o dalla bramosia collezionistica del cardinal ‘nepote’ Scipione. È tardi però, per arrestare questa fatidica corsa verso l’abisso. Fino all’ultimo atto, mai del tutto chiarito, quello della sua morte, misteriosa e parossistica, il 18 luglio 1610, sulla spiaggia di Porto Ercole, degna di una pagina di Pasolini o delle lancinanti allucinazioni e dei flashes di sincopata memoria che attraversano il plot di Improvvisamente l’estate scorsa di Tennessee Williams.

La madre di Caravaggio è sempre incinta, così si intitola un corrosivo pamphlet di Tomaso Montanari del 2012, che racconta alcune di quelle bufale e scoperte fasulle che oggi, di tanto in tanto, fanno scalpore nel mondo dell’arte rimbalzando sui media. Innumerevoli e improbabili risultano in specie le attribuzioni e quei fortuiti ritrovamenti che, regolarmente, vengono collegati all’opera di Michelangelo Merisi, invero piuttosto esigua nel novero dei dipinti autografi rimasti. Toccare Caravaggio e l’intero immaginario che si porta cucito addosso, è un po’ come sconfinare in un’area sacra, come infrangere la consistenza ieratica e ortodossa di un totem. Intanto, nelle sale italiane, è appena uscito il film d’arte Caravaggio – L’anima e il sangue, un excursus narrativo e visivo attraverso i luoghi in cui l’artista ha vissuto e quelli che ancora oggi custodiscono alcune fra le sue opere più note.

The bond of Fendi and Bernini

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Una mostra dedicata al genio poliedrico di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), in occasione dei vent’anni dalla riapertura della Galleria Borghese. Con Fendi come partner istituzionale. Ideata da Andrea Bacchi e Anna Coliva, direttrice dell’istituzione museale romana, con la collaborazione di un pool di studiosi e specialisti dell’opera del grande artista e della stagione del barocco a Roma, l’esposizione è imperniata intorno al fulcro della scultura di Bernini, figura che attraversa diversi campi creativi, spaziando dall’architettura, alla pittura e al teatro, come metteur en scène e drammaturgo. I prestiti prestigiosi, provenienti da musei e raccolte private di tutto il mondo, intorno al glorioso corpus berniniano, fanno della mostra un appuntamento sia per gli iniziati che per un pubblico più vasto. Drammatico è l’impatto del percorso attraverso le sale della palazzina che conteneva i tesori del cardinale Scipione Borghese, primo committente del Bernini, colui che lo volle autore di gruppi marmorei autonomi per ‘dare figura di immaginazione’ ad ogni stanza. L’itinerario espressivo berniniano si rivela a partire dalle prime opere eseguite con il padre Pietro fino al 1617, quando il giovanissimo Gian Lorenzo impone la sua caratura personale. Il marmo è il leitmotiv, toccando anche altri ambiti materici e mediatici, come la pittura, i bozzetti in terracotta, il disegno, i restauri sulla statuaria archeologica che tratteggia un ritratto a tutto tondo del grande artista e che giganteggia sull’Urbe durante il regno di diversi pontefici. Si aprono squarci europei con il bozzetto e la maquette in terracotta del monumento del sovrano francese Luigi XIV, mentre un caso a sé è rappresentato dalla Santa Bibiana, commissionata a Bernini da Urbano VIII Barberini nel 1624 a coronamento dei lavori intrapresi nell’antica chiesa sull’Esquilino, sottoposta a un accurato restauro a cantiere aperto presso l’atrio della Galleria e restituita alla sua piena integrità conservativa e valenza estetica. La mostra su Bernini testimonia il rafforzarsi del rapporto tra Fendi e la città di Roma, annunciando la partnership triennale con la Galleria Borghese. Un progetto ambizioso che prevede la costituzione del centro di ricerca Caravaggio Research Institute, presieduto da Anna Coliva, promosso e divulgato attraverso un programma espositivo internazionale sull’artista maudit, da Los Angeles all’Estremo Oriente e il sostegno da parte di Fendi sull’arco di tre anni consecutivi a tutti gli appuntamenti espositivi di Galleria Borghese.

BERNINI

Galleria Borghese
Piazzale Scipione Borghese, 5 – Roma

1 novembre 2017 > 4 febbraio 2018

Martedì > Domenica, 9.00 > 19.00

Images courtesy of Press Office
fendi.com – @Fendi