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giacomo andrea minazzi

Villa Mozart

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Milano è una signora d’altri tempi. Bisogna lasciare le vie principali, infilarsi in quelle laterali. Lasciarsi sorprendere da uno scorcio inaspettato, un contrasto, un guizzo. Quello che ti aspetti non trovi. Girare in via Serbelloni arrivando da corso Venezia, in fondo a destra. Via Mozart. È una strada a senso unico, una fila di macchine parcheggiate su ogni lato disordinano l’ordine razionalista della via. Al numero nove, di fronte alla cugina Villa Necchi, sembra nascondersi Villa Mozart. Le due si fanno compagnia ormai da più di ottant’anni e, se la prima è stata scoperta con il FAI, la seconda rimane ancora privata, misteriosa, avvolta e protetta dalla sua edera verde. C’è ancora un nome proprio sul campanello, è casa di Giampiero Bodino.

Il gioielliere e pittore torinese, quando è arrivato a Milano ha scelto questo luogo per la propria maison – cura per i dettagli decorativi, ricerca di forme rigorose e monumentali, classicità e innovazione potrebbero descrivere tanto la villa quando le sue creazioni. Per la prima volta, questa vecchia signora milanese apre le sue porte al pubblico, concedendosi per una mostra di due giorni – Beauty is my favourite colour. Quindici ritratti di donne, che indossano altrettanti gioielli di Giampiero Bodino, scattati da Guido Taroni, entrano trai decori Art Deco della villa.

«Il lato più affascinante di questo progetto» – commenta Bodino – «è stata forse la possibilità di costruire un legame tanto significativo tra i miei gioielli, la personalità delle donne ritratte e luoghi italiani poco conosciuti. È stato bello vedere come questi tre elementi siano entrati in armonia così facilmente».

Beauty is my favorite colour

1 e 2 dicembre 2017

Villa Mozart
Via Mozart, 9 – Milano

11.00 > 18.00 – Ingresso gratuito

Images courtesy of Press Office
giampierobodino.com – @giampierobodino

Il Chikankari: l’arte perduta indiana

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Il Chikankari – Chikan, più comunemente – è una delle antiche tecniche di ricamo più raffinate che l’India abbia sviluppato e conservato fino a oggi. La sua storia è una trama di misteri e sorprese. Storie di regine che cercavano di conquistare l’amore del loro re. E di artigiani che si tramandavano questa tecnica di padre in figlio.

Siccome siamo in India – in quell’India vera, rumorosa, piena di odori, disordinata e caotica, dove l’influenza occidentale ancora non si sente –, a Luknow, di tutto questo non è stata lasciata alcuna traccia scritta o codificata, e nemmeno alcun indice alfabetico dei contenuti del Chikan. Esistevano tante porte a cui bussare, tanti archivi di musei a cui dover guadagnare l’accesso – le norme vogliono che le porte di questi archivi abbiano tre serrature diverse e che le chiavi vengano custodite da altrettante persone che devono darsi appuntamento, e presentarsi insieme, per poterle aprire – solo chi ha vissuto in India può capire quanto questa sia un’impresa ardua. Esistevano anche qualche maestro e qualche famiglia che avevano in fondo a qualche cassetto alcuni capolavori di valore inestimabile, dimenticati. Erano parte intima delle storia di queste famiglie, spesso troppo private, troppo preziose per essere condivise con uno straniero. Bisognava entrare in punta di piedi, presentarsi, attraverso questi luoghi e queste persone.

Situazione in cui Paola Manfredi è riuscita a rintracciare una tradizione che rischiava di perdersi. Era il 1977, quando, durante una vacanza di un mese con amiche, il suo è stato amore a prima vista. Il caso ha voluto che presto venisse chiamata come consulente per un’azienda d’abbigliamento con produzione a Delhi. Avevano bisogno di qualcuno che li aiutasse a risolvere problemi di gestione: ritardi nelle consegne, mancanza di precisione, disegni originali troppo rielaborati –  gli stessi problemi che, nel 1600, riportavano lì gli agenti della Compagnia delle Indie. Quello che era cambiato era la qualità dei tessuti, delle lavorazioni, del prodotto finale. Se tra il 1500 e il 1600 i tessuti indiani erano il perno su cui ruotava il commercio mondiale, la moneta di scambio per tutte quelle spezie e quei prodotti esotici che arrivavano da Indonesia e Sri Lanka, ora erano solamente dei ricami etnici, per un pubblico un po’ new age. Il salto fino al Chikankari è piuttosto ampio.

Contattata dalla Self Employed Women Association – notare il nome e il periodo storico – che stava sviluppando un progetto di salvaguardia delle arti indiane, Paola Manfredi ha iniziato il suo percorso sulle tracce del Chikankari. Alcuni fanno risalire la sua nascita al quarto secolo prima di Cristo, altri parlano di Noor Jahan, una delle mogli del Gran Moghul Jahangir, che incantata di fronte a quegli ornamenti lavorati con maestria provenienti dalla Persia li portò a corte, modificandone  i canoni di abbigliamento – pare che realizzò personalmente un cappello per guadagnare, con successo, l’attenzione del Gran Moghul.

Il Chikankari non è altro che un ricamo bianco su bianco di finezza millimetrica realizzato su mussole in cotone di grande qualità, sottili al punto da essere quasi trasparenti, eppure resistenti per reggere il peso del ricamo. È discreto, segue le forme dei capi, si inserisce nelle loro pieghe, li esalta. Su un solo capo possono essere utilizzati fino a diciotto punti diversi, per questo è richiesta la collaborazione di più maestri. Chi realizza il disegno, chi lo incide sui piccoli stampi di legno, chi li fa incontrare con la mussola, chi ricama e chi rimuove i segni degli stampi, lasciando i capi immacolati.

Questa storia, questa continua ricerca e questi incontri, Paola Manfredi li ha raccolti in un libro. In un intreccio di parole e di immagini – Chikankari. A Lucknawi Tradition.

Paola Manfredi
Chikankari: A Lucknawi Tradition
Niyogi Books, 252 pagg., euro 44,65

Images courtesy of the photographer
paolamanfredi.com – @pcm.studio

About Femininity

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

«Ho sempre cercato di essere il meno possibile un fotografo di moda – evidentemente, non ha funzionato». Peter Lindbergh commenta così il suo lavoro, che a sentirsi chiamare maestro o Mr Lindbergh dice di sentirsi troppo vecchio. È questione di dare un punto di vista: «ogni volta che scattiamo una foto, creiamo in primo luogo una definizione di donna e di femminilità, dobbiamo fare attenzione a ciò che mostriamo. Per questo ho un’opinione critica rispetto a quello che fanno i media oggi. Non tengono conto del contesto, non sanno cosa stanno facendo e lo fanno solo perché è convenzione. Io, invece, voglio vedere le cose da diverse angolature, fare attenzione, prendermi cura di questa definizione di femminilità». Infatti, la ricerca continua di infinite definizioni di donna è il concetto dietro alla mostra.

Il lavoro di Lindbergh non è una mostra intesa come un’infilata di foto e oggetti di scena. È un messaggio sociale, alle donne e agli uomini che hanno ‘paura delle rughe’ e di cambiare, e che vivono di sovrastrutture – i capelli cotonati anni Ottanta, gli appartamenti lussuosi di Park Avenue, i macchinoni parcheggiati in strada. A Lindbergh non è mai interessato tutto questo. Rifiutò una commissione dall’allora direttore di Vogue America, Alexander Liberman, che voleva scattasse quel tipo di donna. Non gli interessava. Andò invece a Los Angeles, prese sei modelle, sei camicie bianche, una spiaggia e scattò una foto che segnò l’inizio dell’era delle supermodel. Quella era per lui definizione di femminilità, che ancora oggi non è cambiata. «Prima di tutto, devi essere sincero con te stesso. Determinato. Quando frequentavo la scuola d’arte, ero circondato da giovani donne che erano lì con uno scopo: diventare artiste. Erano interessate ai giornali in un modo libero e onesto. Voglio una donna così, candida nella sua bellezza, che abbia il coraggio di essere se stessa».

Cosa sta dietro a uno scatto? A un taglio di capelli – come quello che segnò il futuro di Linda Evangelista? I marker rossi, i provini, i call-sheet, la progettazione di un servizio, i suoi appunti. Ci sono voluti quattro anni per metterlo in mostra. Nottate intere in cui Lindbergh e il curatore canadese Thierry-Maxime hanno selezionato fotografie nell’archivio parigino scegliendo tra più di un milione di immagini, «Lindbergh si è assunto la responsabilità di far sì che tutte le persone, guardando la sua fotografia, si sentano normali. Perché invecchiare è normale, anche nell’epoca di Photoshop. Da lì, il titolo della mostra, A Different Vision», dice Loriot.

Grazie a Mario Turetta, direttore del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, che in visita alla prima esibizione a Rotterdam ha convinto gli organizzatori e il curatore a venire a Torino, alla Venaria Reale, risorta dalle sue ceneri, dove lo stesso Tierry-Maxime Loriot «non avrebbe mai pensato di fare una mostra in un posto così bello» e dove Lindbergh «non si è mai sentito così in contatto con le sue immagini».

La mostra Peter Lindbergh. A Different Vision on Fashion Photography, sviluppata dal Kunsthal Rotterdam  in collaborazione con il curatore Thierry-Maxime Loriot e Peter Lindbergh ha inaugurato lo scorso 7 ottobre alla Reggia di Venaria Reale, aperta fino al 4 febbraio, dal martedì alla domenica. Suddivisa in nove capitoli – Supermodel, Stilisti, Zeitgeist, Danza, Camera Oscura, L’ignoto, Il grande schermo, Icone – che toccano, in un percorso tematico, l’evoluzione creativa del fotografo. Swarovski, premium partner della mostra, ha realizzato l’istallazione in una delle ultime sale della mostra.

Peter Lindbergh
A Different Vision on Fashion Photography

7 ottobre 2017 – 4 febbraio 2018

Reggia di Venaria Reale
Piazza della Repubblica 4 – Venaria Reale (TO)

Martedì – Venerdì, 9 – 17
Sabato e Domenica,  9 – 18:30

Images courtesy of Press Office
karlaotto.com – @karlaotto

Filati d’estate

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Parlare di lana, di maglieria, di cachemire, è fare un percorso. È passare dalle cime delle montagne della Mongolia, alle vette del Sud America; è partire dai Fenici e dai Greci, che la commerciavano millenni fa, per arrivare alla Spagna del Diciottesimo secolo. Qui i re e il clero compresero il valore della lana merino e si appropriarono di tutte le greggi, proibendone il commercio – pena la morte. La lana merino fu il Gift of Kings – il dono dei re – che i sovrani spagnoli fecero all’Elettore di Sassonia e alle dinastie regnanti di Francia, Inghilterra e Olanda, per suggellare accordi e alleanze che avrebbero modificato l’assetto europeo – tutta colpa della lana, potremmo dire.

Oggi i regni delle pecore merinos sono l’Australia e la Nuova Zelanda, dove ogni anno vengono messe all’asta – è così che viene acquistata la preziosa lana dalle grandi maison – circa quattro milioni di balle. Solo una però si fregia del titolo di Record Bale, la lana merino più fine e più pregiata al mondo, con un filato spesso circa dodici micron, meno del cachemire – tanto leggera che una rocca di un chilo può essere sciolta in centotrenta chilometri. Questa è la balla che Loro Piana si aggiudica ogni anno e da cui, ancora oggi, ricava il dono dei re – dove i re sono ora i clienti dal gusto più sofisticato.

Il garante mondiale, il testimone super partes della lana merino, è The Woolmark Company, il cui sigillo indica insindacabile qualità ed eccellenza innovativa. Ogni anno lavora con diversi marchi per dare vita alle più innovative e inaspettate creazioni merino. Non c’è da sorprendersi se con Max Mara ha realizzato un denim in cento per cento lana merino, tinta per imitare le sfumature e il carattere del jeans. Ecco invece, con Austrian, il wool tech – un misto di lana e poliestere dove l’elasticità delle fibre della lana e la sua capacità di assorbire il vapore acqueo sono le caratteristiche delle maglie dei tennisti di più alto livello. È una corsa all’ultima innovazione. Ermenegildo Zegna ha creato un nuovo tessuto, il TechmerinoTM, in versione seta e jersey, per la sua collezione Z Zegna in cui le proprietà del merino sono combinarle con la sartorialità del marchio italiano, in una collezione che richiama l’abbigliamento da sci lanciato da Ermenegildo Zegna negli anni Settanta.

La lana merino è solo una delle tipologie dei filati per la maglieria, ognuno con delle caratteristiche e delle provenienze speciali. Brunello Cuccinelli quest’anno si è dedicato al baby alpaca e al mohair. Il baby alpaca è ricavato dalla prima tosatura degli agnelli di Alpaca che vivono sopra i tremilacinquecento metri, sulle montagne del Sud Africa, e regala un filato lungo e morbido, per tessuti ricchi, vellutati e irregolari – da questo, capi leggeri, ma molto caldi. Quando si parla di maglieria ricamata a mano, l’artigianalità e il lavoro a mano prendono la parola: dieci sottili e puri fili di cachemire sono tessuti insieme in un unico filato a cui si unisce il mohair, che ne accentua la morbidezza delle fibre e l’irregolarità delle forme. Il ricamo è prima realizzato con la tecnica jacquard e poi sviluppato interamente a mano, arrotondando e perfezionando il profilo del disegno, donando sottigliezza e delicato rilievo ai motivi.

Il mondo del cachemire è un capitolo a sé. Non si parla più di pecore, ma di capre – yangir e hircus, nello specifico. Si abbandonano il Sud America, l’Australia e la Nuova Zelanda e ci si avventura – è il caso di dirlo – verso le altitudini della Mongolia. La famiglia Colombo – Lanificio Colombo – percorre personalmente migliaia di chilometri per raggiungere queste terre lontane e climaticamente inospitali – i comfort occidentali, qui, non sono mai pervenuti – per entrare in contatto con gli allevatori, nella continua ricerca delle fibre più nobili. Entrare in contatto coi Mongoli, allevatori di queste capre, significa imparare i loro usi e costumi – entrare nella ger, le tipiche tende mongole, senza scarpe, procedendo da sinistra verso destra, o nutrirsi con latte di giumenta fermentato.

Questo è il viaggio che parte dall’Italia e attraversa l’Asia, si arrampica su montagne inospitali della Mongolia Interna a nord della Cina in una sconfinata steppa desertica, battuta costantemente dal vento e dove l’azzurro del cielo chiarisce senza dubbio il significato del termine immensità. Questo è il viaggio che è racchiuso nelle maglie di un golf acquistato in via della Spiga.

Anche di cachemire ci sono diversi tipi, che arrivano da diverse razze di capre. Il cachemire Yangir, considerato il nuovo lusso senza tempo – è ottenuto dal sottovello – il cosiddetto duvet – delle omonime capre, che vivono fino a cinquemilasettecento metri sui monti Altai e ne producono una quantità molto limitata ed estremamente fine. Il Kid cachemire si ottiene invece dal duvet dei piccoli di capra hircus – la naturale muta del pelo permette di raccogliere la preziosa fibra, così esclusiva e lievissima, nel completo ri­spetto degli animali e dell’ambiente.

In questo mondo, la moda fast paced non trova spazio. I tempi tecnici richiedono un’attesa di due anni da quando la materia prima arriva negli stabilimenti del Lanificio Colombo a quando viene messa in lavorazione.

Lo sa anche Fabio Gatto, proprietario e creativo di Ballantyne. La lavorazione a mano richiede tempi decisamente lunghi e non è facile da trovare. «Sono andato in Mongolia perché solo lì ho trovato lo strumento per dar valore a questo prodotto – racconta Gatto –. Potrei fare alcune cose con la macchina elettronica, in sei ore anziché dodici giorni, ma verrebbe una brutta copia». Il cachemire di Ballantyne ‘ruba’ le migliori qualità nei luoghi da cui passa: la tecnica di finissaggio scozzese, la sensibilità italiana, la materia prima e l’artigianalità mongola – dire made in Mongolia diventa allora sinonimo di qualità. Il cachemire di Ballantyne è sempre stato ‘riservato’ – una donna da corteggiare, una donna di classe che non si concede subito, ma ha bisogno del suo tempo per mostrare il meglio di sé. C’è stata una tendenza che ha voluto che la mano venisse sempre più appagata dal tocco del cachemire, sempre più morbido, sempre più vellutato. Tutta questa morbidezza è però il risultato di un finissaggio che stressa il filo per farne uscire la morbidezza, che non lo rispetta e vuole tutto subito – avrà storia più breve. Per il signor Gatto la vera qualità è che duri nel tempo, si riveli con l’utilizzo, migliori addirittura.

Alla fine di questo viaggio, si torna al punto di partenza, alle vetrine del centro. A Milano ci sono trentasette gradi, ma l’inverno è già nelle boutique. Se da noi fa caldo, dall’altra parte del mondo è inverno. È tutto global, le collezioni si adeguano. È la rincorsa all’anticipazione delle collezioni. Ci vuole pazienza, dobbiamo rimparare a essere pazienti. Abbiamo perso il valore dell’attesa. Ci rifiutiamo di aspettare e il risultato è che non facciamo altro. Alcuni parlano di anticipare le sfilate di settembre a luglio, insieme all’alta moda – andrà spiegato anche alle capre yangir e alle pecore merino.

Images courtesy of Press Office

ONE PLANET ONE FUTURE

Testo Giacomo Andrea Minazzi
@giacomomonazzi

 

Non ci sono più le mezze stagioni… Sì, ce ne siamo accorti, ma forse non troppo. Tendiamo a normalizzare, razionalizzare – non è altro che mentire. Sarà stato un altro anno sfortunato, ma di neve a Cervinia, anche questa volta, ce n’è stata poca – a febbraio era già ‘primaverile’. Anne de Carbuccia è un’artista dell’ambiente, una di quelle che non ha razionalizzato ma ha cercato. Per tre anni ha viaggiato nei luoghi più estremi del pianeta realizzato il suo progetto One – One Planet One Future, istallazioni, fotografie, video e conferenze. Quattro elementi – acqua, specie in estinzione, guerra e spazzatura – con un denominatore comune, l’uomo. Un uomo – tutti –, un pianeta, un destino. Parla di circolo. Uno è un cerchio. L’eterno cerchio, il cerchio della vita, lo zero, la vuotezza, la mancanza, la pienezza e il rinnovamento. Il cerchio rimanda all’onda, la conseguenza di un’azione. Lanci via una bottiglia in un continente e la ritrovi su una spiaggia selvaggia dall’altra parte del mondo. Il mondo non è mai stato così piccolo. È il ritorno all’uno. Il danno che viene illuminato, la rottura resa bella – così che faccia nuovamente uno. Il destino è sempre uno. Prendere dei punti e unirli in un discorso – le stelle marine, l’Antartide, le rive dei mari, i fiumi del Laos, le tigri e gli elefanti, le api e il rinoceronte. Tutto torna a uno. In ogni opera è presente un time shrine – un santuario del tempo – monumento alla brevità della vita umana e alla resilienza del pianeta – clessidra e teschio rimandano all’iconografia della vanitas del XVI e XVII secolo. Connette passato, presente e futuro – venire, essere, volere. La sintesi è nelle immagini – lievi, profonde – lì non si razionalizza. Ma, in fondo, si stava meglio quando si stava peggio…

 

Il 31 marzo ha inaugurato in via Conte Rosso 8 la prima sede italiana della Time Shrine Foundation. Negli spazi della fondazione ha sede la mostra One – One Planet One Future, aperta al pubblico fino al 12 aprile, dalle 10.00 alle 19.30. A ogni tematica è stato dedicato un ambiente, uniti fra loro dalla corte interna.

MISS PEREGRINE’S HOME

Testo Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Si parla di peculiarità. Non è un caso che ospite di Tim Burton per la prima italiana del suo ultimo film – Miss Peregrine’s home for peculiar children – fosse Beatrice ‘Bebe’ Vio, schermitrice e campionessa paraolimpica. È una storia che racconta di un’esclusione, non voluta e troppo necessaria. Bambini così ‘speciali’ da dover essere protetti e nascosti all’interno di un anello che circonda la casa e che congela il tempo, dentro il quale possano entrare soltanto quelli come loro. Fuori, un mondo di pericoli che non sa capirli e per questo li teme.

Nella casa protetta di Miss Peregrine nasce un amore che supera le generazioni. Un nipote, Jake, incontra l’amore della gioventù del nonno Abe, Emma – rimasta ragazzina grazie all’anello del tempo – e vive con lei la storia a cui loro anni prima avevano dovuto rinunciare. Le dinamiche tra i ‘peculiar children’ sono però quelle ordinarie, come a ribadire che in fondo non sono poi così diversi: amicizia, gelosia, invidia, curiosità. La voglia di giocare, di non crescere. Devono fare fronte comune, solo loro, per salvare Miss Peregrine. Ricambiare la cura per sopravvivere tutti.

Ognuno di loro ha una dote unica: chi manipola l’aria, chi anima gli oggetti, chi ha una forza sovraumana, chi è invisibile. Nessuno ha un vero super potere – niente a che vedere con gli eroi dei fumetti Marvel. Devono cavarsela con quello che hanno, poteri che sono anche ostacoli alla vita di tutti i giorni e che imparano a sfruttare con intelligenza. È l’arte di arrangiarsi? Forse. È senz’altro l’arte di essere ‘normalmente speciali’.

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Peculiarity is the word. It is not by coincidence that Tim Burton’s guest at the Italian première of his latest film – Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children – was fencer and Paralympic champion Beatrice ‘Bebe’ Vio. This is a story that revolves around unwanted and much needed exclusion. Children that are so ‘special’ they have to be protected and hidden inside a loop that surrounds the house and ‘freezes’ time, that can be entered only by people like them. Outside, a perilous world that is unable to understand them and, for this, reason, fears them.

Yet, inside Miss Peregrine’s protected home, love explodes, and goes beyond generations. A nephew, Jake, meets his grandfather Abe’s former love interest, Emma – who has remained a young girl living inside the time loop – and lives out with her the love that his grandfather had to relinquish years before. The dynamics of the ‘peculiar children’ are ordinary, to reassert that, deep down, they are not that different from other children; friendship, jealousy, envy, curiosity. They want to play, they don’t want to grow up. They, and only them, have to join forces to save Miss Peregrine. To reciprocate her loving care, in order to survive, all of them.

Each child possesses a unique ability: one manipulates air, another one animates objects, someone else has a formidable strength, and another child is invisible. No one has a real super power, though – nothing to do with the superheroes in Marvel comics. They have to get by with what they have, their powers, that can be an obstacle in everyday life, and that they learn to take advantage of cleverly. The art of making do? Maybe. This is definitely the art of being ‘normally special’.

Miss Peregrine’s home for peculiar children, diretto da Tim Burton tratto dall’omonimo romanzo di Ransom Riggs, è al cinema in Italia dal 15 dicembre. Nel cast Eva Green, Asa Butterfield, Chris O’Dowd, Allison Janney, Rupert Everett, Terence Stamp, Ella Purnell, Judi Dench e Samuel L. Jackson.

Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children, directed by Tim Burton and based on the eponymous novel by Ransom Riggs, hits cinema theatres in Italy on December 15, starring Eva Green, Asa Butterfield, Chris O’Dowd, Allison Janney, Rupert Everett, Terence Stamp, Ella Purnell, Judi Dench and Samuel L. Jackson.

Images courtesy of press office
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HIGH PERFORMANCE

Moncler. Passion For Sport - Season 2, Episode 1. Snowboarding feat. Iouri Podlatchikov.

Testo Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Quest’anno le previsioni meteorologiche sembrano positive, dovrebbe nevicare in abbondanza. Si rifanno le lamine agli sci, si scaldano le case di villeggiatura in montagna. Lo sport, la neve immacolata, il fuoripista inviolato, il calore del camino di una baita dopo che il vento tagliava le guance. Nel tempo le tute sono cambiate e i materiali tecnici diventano protagonisti: è il culto dell’abbigliamento da sci, dove l’estetica si deve coniugare alla funzionalità.

La vocazione di Moncler Grenoble è sportiva. Presenta il progetto High Performance, che mira alle radici del marchio. Qualità, prestazione – i capi sono realizzati attraverso una ricerca estetica che si unisce a tecnicità di matrice sciistica. Le cuciture sono saldate, il supporto tessile ha facoltà di respiro e isolamento termico, le zip sono waterproof e le tasche anti-vento – con relativi scomparti per occhiali e telefono, perché le mani fredde non aiutano certo a cercare alla cieca. Non ultimo, il localizzatore di emergenza.

A cornice di Moncler Grenoble High Performance – per la seconda stagione del progetto digitale Moncler. Passion for Sport. – sono stati realizzati dei docu-video incentrati su discipline sportive sulla neve, sci e snowbord in primo piano, coinvolgendo campioni come Iouri Podladtchikov e il duo Frenzs-Bevacqua presso Laax.

Nasce anche una collezione di sci in edizione limitata e numerata grazie all’incontro con Zai – azienda elvetica che produce sci di alta qualità. L’esperienza e la competenza artigianale di Zai si uniscono alla ricerca high-tech di Moncler, dando vita a un modello di sci derivato dallo storico Disentis, che viene proposto in tre diverse misure (155, 166 e 177 centimetri) nel colore Nero Matt ed è dotato della tecnologia nano high speed race, con una base di soli 1,7 millimetri. zai & Moncler Grenoble è acquistabile in negozi selezionati del marchio, in alcuni resort sciistici di alta gamma e su moncler.com.

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

This year the weather forecasts look promising with abundant snow expected for the ski season. The ski are being repaired and waxed and heating is turned on at the mountain holiday cottages. Sports, immaculately white snow, an untouched off-piste track, the warmth of a cabin’s fireplace after having the biting wind making your cheeks numb cold throughout the day. Over the years, ski suits have changed and tech materials have become the real protagonists: certain ski gear has become a cult and the choice is for brands that marry aesthetics with functionality.

Moncler Grenoble is synonymous with sporting vocation. The brand has presented the High Performance project as a tribute to its heritage. Quality and performance are the key words combined with an aesthetic research that is coupled with the most advanced technologies in skiwear. The garments feature thermal adhesive stitching, highly breathable fabrics, heat retention, waterproof zippers and wind-resistant pockets specifically designed to store your goggles and cell phone, as cold hands are not much helpful when searching for them. Last but not least, they come with an emergency localizer.

Timed with the second season of the ‘Moncler. Passion for Sport’ digital project, Moncler Grenoble High Performance is accompanied by two docu-videos, which explore various winter sporting disciplines – starting from skiing and snowboarding – and the stories of some of their champions, such as Iouri Podladtchikov and the Frenzs-Bevacqua duo.

In addition, a collaboration with Swiss Zai – a leader in the production of high quality skis – has led to a collection of numbered, limited edition skis. Zai’s experience and artisanal know-how meets Moncler’s high tech knowledge to create a ski collection inspired by the classic designs produced in Disentis. The skis are available in 155 cm, 166 cm and 177 cm in black matte color and feature the nano high speed race technology with a 1.7 millimeter base. The zai & Moncler Grenoble skis are available at selected Moncler stores, at top skis resorts and online at moncler.com.

Images and video courtesy of press office
www.moncler.com