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giacomo andrea minazzi

Ama, credi, vai

Text Giacomo Andrea Minazzi 

 

A Belluno succede che delle guerriere fioriscono, non importa che piova. Lo sguardo è quello fiero di chi cammina per una strada che conosce e sa dove vuole andare. Coraggioso perché consapevole. È una moda che viene liberata. Forse, che libera.

Libera perché lascia la malattia – che ha un nome, è bene dirlo, cancro – fuori dalla porta. Ogni donna che saliva sulla passerella bianca, ancora un po’ bagnata dalla pioggia in mezzo alla piazza di Belluno – in testa chiome di fiori, addosso gli abiti di Raptus&Rose che Silvia Bisconti crea con la sua squadra – non era una modella ma una storia che sfilava. Un racconto fatto di complessità, incontri, vittorie, momenti bui. Ogni volta che incrocia una collega, si sfiorano le mani. È un racconto che parla di vita. Ama, credi e vai.

Non sono questi degli abiti vuoti, uguali uno all’altro, che devono apparire. Devono vestire le donne, un habitus pensato per fare il suo mestiere. Silvia viaggia per il mondo – non quanto vorrebbe – raccoglie stoffe che la catturano perché hanno anche loro una storia. Se le ricorda tutte quando le ritrova nel suo atelier, vecchie amiche di viaggio. Lunghe metri o pochi centimetri, sufficienti per un abito o per cento. Da Raptus&Rose non ci sono collezioni, pre-collezioni, sfilate nella settimana della moda.

La moda liberata può tornare a fare il suo mestiere, quello di vestire le donne – ogni tanto, anche gli uomini – e diventare uno strumento. Un abito da indossare, non da essere.

Reverse migration

Text Giacomo Andrea Minazzi

 

Rahul Mishra è nato a Malhausi, vicino Kanpur, in India. «Le estati erano lunghe, quelle di oggi mi sembrano invece un formato fotografia», racconta. Suo padre è medico, lui è bravo negli studi. La via desiderata sarebbe quella dell’ingegneria, eppure fin da piccolo passa il suo tempo a fare schizzi di animali, di paesaggi, degli ambienti che lo circondano – li fa propri con un tratto. Vuole diventare un artista, fare un lavoro che lo renda felice.

Ora Rahul è un affermato fashion designer. Per lui il design è un esercizio di problem solving e di ricerca di problemi da risolvere. E allora «quale miglior paese dell’India?». Si sente la formazione Bauhaus dei primi studi ad Ahmedabad. L’artigiano, dopo il contadino, è il mestiere più diffuso in India: «C’è un fenomeno di migrazione per cui dalle campagne si spostano in città, vivono negli slum ed è un problema: la maggior parte dello stipendio viene mandato a casa, le condizioni di vita sono pessime». Ha iniziato a pensare a quella che si definisce reverse migration. «Ogni zona dell’India – spiega Rahul – ha le sue caratteristiche artigianali, lavorazioni particolari che si sono sviluppate nelle diverse regioni». Anziché far venire gli artigiani in città, è andato lui da loro:«ho organizzando un sistema per cui i ricami vengono realizzati nei villaggi d’origine e poi mi mandano i tessuti lavorati. In questo modo, anch’io non devo avere uno spazio enorme dove far lavorare centinaia di ricamatori».

Questo è quello che Rahul Mishra cerca di fare: creare una rete. «Dobbiamo capire che i problemi di un paese non sono solo di quel Paese, ma del mondo, perché oggi viviamo in un villaggio globale. Parlo di slow fashion perché faccio realizzare tutto interamente a mano». Un modo per contribuire a migliorare lo status quo«In India c’è un problema di disoccupazione, la soluzione è creare lavoro per più persone possibili. Essere sostenibili non è qualcosa di assoluto, dipende sempre dal contesto, è diverso per ogni situazione».

L’obiettivo, secondo il designer, è imparare a riprendersi il tempo per osservare e godere di quello che ci sta intorno. E parla della sua idea di lusso: «un prodotto di lusso è tale per il processo che gli sta dietro. Chi lo compra deve concedersi il tempo per apprezzarne i dettagli. Se non lo fa, che differenza c’è rispetto a una giacca di Zara? Bisogna chiedersi come è stato fatto e, soprattutto, perché è stato fatto». C’è un elemento essenziale da considerare, per Rahul, che sta alla base della creazione«ho pensato alla luce. Noi guardiamo un colore, diciamo ‘è rosso’. In realtà, quello che stiamo guardando è solo la frequenza dello spettro luminoso che quell’oggetto riflette. Ho deciso di scomporre la luce nei miei abiti, far osservare un colore alla volta, mostrarli uno affianco all’altro. Ognuno col giusto tempo.»

Charles March – Fotografie 1980-2017

Text Giacomo Andrea Minazzi

 

Ci sono quelle immagini che non hanno i confini netti. Sono luoghi – boschi, laghi, spiagge, campagne, la tenuta di famiglia – non tanto importanti per il nome, significante di un’appartenenza, quanto per come fanno sentire. Si sente l’umidità della terra inglese, le foglie autunnali per terra, la salsedine che un po’ si appoggia alla pelle. Uno schizzo dice più di un tratto pulito?

C’è un fotografo che usa il suo corpo, la sua fisicità, per scattarle – corre, fa cadere la macchina fotografica, la muove con un gesto preciso. Ha iniziato da piccolo, a dieci anni, con una Pentax S1a. Ha studiato a Eton, ma l’ha abbandonata dopo poco – era a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, la scuola non si era ancora accorta del cambiamento che stava succedendo nel resto del mondo. Lì scattava Leavers pictures – la tradizione vuole che agli studenti che stanno per lasciare la scuola vengano scattati dei ritratti ufficiali – piuttosto alternative. Va a Londra, lavora con Kubrick a Barry Lyndon per un anno e poi, diciottenne, in Africa con un medico tedesco per un’associazione umanitaria. Poi ancora a Londra, dove inizia la sua carriera come fotografo – Harper & Queen, Deluxe, Interiors, Vogue Italia. Poi torna a casa, si deve occupare di Goodwood, la tenuta di famiglia. Continua a fare il fotografo, ma solo late at night.

C’è un nome, ma continua a cambiare. Nasci Lord Settrington, ma quando tuo nonno muore diventi Earl of March e lo resti per tanti anni. Quando muore tuo padre, però, il tuo nome cambia ancora, diventi capostipite della tua famiglia, sei il Duke of Richmond – i documenti cambiano ogni volta. Sono i capricci dell’aristocrazia inglese, antica, vera, immutata. Sono un abito, ripetere il nome della persona con cui stai parlando, un accento stretto o una risata sincera ma contenuta.

C’è un’evoluzione che non può essere ignorata. «Le persone credevano nella magia della fotografia negli anni Novanta: quando creavi un’illusione con l’obiettivo, c’eri riuscito veramente, non lo facevi con Photoshop. Oggi non ci si stupisce più di niente». Forse, l’unico stupore che è rimasto è quello di un’emozione.

charlesmarch.com

Fotografie 1980-2017

dal 25 maggio al 30 giugno 2018

Galleria del Cembalo

Largo della Fontanella di Borghese, 19

Dal mercoledì al venerdì: 15:30 – 19
Sabato: 11 – 19

Per maggiori informazioni: galleriadelcembalo.it

Dipingere l’indipingibile

Text Giacomo Andrea Minazzi

 

L’indipingibile – l’aria – è ciò che Leonardo ha cercato di dipingere per tutta la sua vita. C’è riuscito con la Gioconda. Forse è proprio per questo che un quadretto di modeste dimensioni è uno dei più grandi difensori del Made in Italy. Questo è uno dei motori di Bonotto, manifattura tessile vicentina e fondazione per l’arte contemporanea, dove hanno transitato quasi trecento artisti dell’ultima avanguardia del Novecento, che hanno prodotto più di diciassettemila opere, ancora presenti in fabbrica, esposte tra un macchinario e l’altro. «Si lavora circondati dalle opere. Sono ormai dei compagni: l’arte non è solo un oggetto, ma coincide con la vita»  racconta Giovanni Bonotto.

 

Carlo Zanuso, fondatore e designer di Pomandère ha deciso di far realizzare qui alcuni dei tessuti più speciali della sua collezione. «Siamo partiti da un’opera di Berndnaut Smilde, una stanza buia con una nuvola sospesa, luce fioca e leggera, però calda. Voglio proporre degli abiti che non abbiano tempo, che possano essere indossati e rindossati. Un mix di forme, pochi fronzoli, materiali e forme più maschili, bilanciate con la femminilità delle gonne lunghe, con pieghe, volumi. È l’aria che riprende queste forme».

 

«Dante – racconta Bonotto –, nella Divina Commedia, al terzo versetto del terzo canto della terza cantica, nella chiave del tre-tre-tre, scrive ‘provando e riprovando’. È lo stesso atteggiamento della manifattura italiana: ci provi e ci riprovi con le mani, facendo, non solo con il cervello».

 

Bonotto è nata nel 1912, Pomandère nel 2008. Quasi cento anni di differenza nella loro storia, eppure connessi da un’italianità rara. È l’amore per il territorio, la conoscenza della risorse e delle capacità, la voglia di raccontare qualcosa, di superare una scatola. Serve un’idea per farlo, serve esserne convinti, sapere che cosa si vuole e poi, provando e riprovando, dipingere l’indipingibile.

Il sito di Bonotto, bonotto.biz

Il sito di Pomandère, pomandere.com

Il vintage ritorna, sempre

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Il ricordo è qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto per sempre? Bion – psicoanalista inglese del Novecento – ha scritto che un pensiero si forma in seguito alla mancanza di un oggetto d’amore già incontrato, come strumento per tollerare la frustrazione di tale assenza. La risposta sembrerebbe servita.

Vivere un’epoca non nostra, abitare luoghi remoti, le città quando gli uomini indossavano il cappello, i loden verdi, i bastoni da passeggio, gli abiti da sera delle signore – Midnight in Paris. La nostalgia è un sentimento tipico del nostro tempo – attenzione che non diventi melanconia. È vero, i tessuti di una volta non ci sono più – neanche le mezze stagioni, se è per questo – basta toccare con mano per accorgersene. Pantaloni ampi in fresco lana, indossati cento volte, eppure ancora come nuovi, i veri jeans di Levi’s. La costruzione di una giacca, una Rolliflex a pellicola, il baule steccato di un bisnonno.

Oggi c’è effimerità, i cinque minuti di Andy Warhol, il fast fashion, le storie di ventiquattro ore, ma c’è anche una direzione inversa. C’è la ricerca di qualcosa che tenga e non sbiadisca. Non un ricordo, morto, qualcosa di ancora vivo. Qualcosa che continui un percorso iniziato. È nel passaggio – i figli, un’idea – che sta l’immortalità. C’è questo desiderio – e il desiderio sta anch’esso al posto di una mancanza – di lasciare un segno, forse invece di trovare un segno da leggere. Non è anacronismo, senza la nostra storia siamo niente.

Forse è questo il senso dell’esplosione del vintage: il desiderio di portare avanti una storia, rifiutare l’effimero e passeggero, cercare appartenenza. I cappotti dei padri passati ai figli, cercati non nel guardaroba, ma in un negozio in via Gian Giacomo Mora. Le tazze da tè della nonna di domenica nel mercato sui Navigli.

Forse, invece, costa solo meno.

Cavalli e Nastri
Via Brera, 2, Milan
cavallienastri.com – @cavallienastri

Groupies Vintage
Via Gian Giacomo Mora, 7, Milan
groupiesvintage.com – @groupiesvintage

Vintage Delirium
Via Giuseppe Sacchi, 3, Milan
vintagedelirium.it – @francojacassi

Mercatone dell’antiquariato sul Naviglio Grande
Alzaia del Naviglio Grande

Photography Gabriella Corrado and Sogol Sobhi

Milano è un gesto d’amore

The Piano Beruto, the first development plan of Milan in red, 1884 version

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Milano è un gesto d’amore. Sono veri il cielo grigio, la nebbia. Non c’è il mare. I Navigli non sono né la Senna né il Tevere. La fretta, il freddo. L’afa e le zanzare d’estate. I palazzi alti, le architetture anni Sessanta-Ottanta, con le piastrelle verdi e le persiane. È vero il traffico, il caos. Quindi?

I Milanesi lo sanno, scappano durante i fine settimana. Santa, Courma e i laghi. Luoghi comuni, ma non per questo meno reali. È la risposta al proprio ambiente. Dopo un po’ serve cambiare aria. È un luogo che stanca, che travolge e porta con sé. Serve il tempo di riprendere fiato.

La sofferenza sta nell’incapacità di vivere il luogo in cui si abita – paese, corpo, relazione, lavoro. Andare dietro a qualcosa, che già in partenza sai che non potrà essere, continuare a volerlo, arrabbiarsi, perché inafferrabile – forse lo vuoi proprio, perché è inafferrabile. È facile amare un tramonto rosso sul mare, più difficile trovare uno scorcio, un palazzo che nasconde una corte dietro il portone – sta qui l’incontro: trovare qualcosa di inatteso. In dialetto dicevano fa balà l’oeucc – far ballare l’occhio.

Cercate mare e orizzonti sconfinati a Milano, rimarrete delusi. Chiedere ciò che per definizione non può essere è masochismo, desiderarlo è un altro conto.

Milano è un gesto d’amore, ha la forma di un cuore. È il regalo di nozze Federico III di Spagna a sua moglie Margherita d’Austria. Era il 1599, tornavano da Ferrara per andare in Spagna. La leggenda vuole che Filippo fece disegnare le mura spagnole con la forma di cuore. Oggi è la cerchia dei bastioni, basta guardare dall’alto e far ballare l’occhio.

Not so sure about that list

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Secondo la classifica dei marchi più hot e dei prodotti più venduti del 2017, pubblicata pochi giorni fa da Business of Fashion, realizzata in collaborazione con Lyst, Gucci e Balenciaga dominano la scena su entrambi i fronti. Tanti i big assenti: da Prada a Chanel, da Hermès a Dior, da Louis Vuitton a Céline. Lo stupore.

Se ne stupisce anche Diet Prada che, sul suo profilo Instagram, commenta: «When lvmh-owned BoF partners with Lyst and can’t hide the fact that Kering is killing the game lol». Come a dire, il successo di Kering con Gucci e Balenciaga è talmente impressionante che neanche il colosso LVMH può nasconderlo su un giornale di sua proprietà. Qualcosa non torna: non tanto la presenza apicale di Gucci e Balenciaga, quanto l’assenza degli altri. A pedice dell’articolo, la chiosa: «Due to exclusive vertical distribution models, the Lyst Index does not include: Chanel, Christian Dior, Hermès, Louis Vuitton, Céline and Prada». La classifica dei marchi più influenti e dei prodotti più venduti non tiene conto di almeno sei dei maggiori nomi del suo universo di riferimento per via del loro modello di distribuzione esclusivamente verticale.

Quale utilità può avere una classifica che non tiene conto di marchi così rilevanti? Perché un gruppo come LVMH ha permesso la pubblicazione su un giornale di sua proprietà di una notizia così parziale e svantaggiosa per sé?

La classifica degli hottest brand parte da Gucci, Balenciaga, Vetements, Valentino, Off-White, Givenchy, Moncler, Stone Island, Balmain e si chiude con Yeezy. Per quanto riguarda i prodotti più venduti: sandali fiorati di Gucci, speed trainer Balenciaga, cintura logata di Gucci, sneaker fiorata Gucci, T-shirt con logo Gucci, sandali Givency, T-shirt Balenciaga, tronchetti Isabel Marant, giubbotto di jeans Acne Studios e bomber Moncler.

I piercing jewels di Maria Tash

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Nata a West Islip, cittadina vicino a Long Island, Maria Tash si è appassionata al body piercing quando, durante gli studi, passava il suo tempo tra il West Village di Manhattan e il Kensington Market di Londra.

Ha iniziato usando la ‘pistola’ – era il 1987 e non era esattamente il modo più professionale di farlo. Oggi, è un’autorità in questo mondo. Ha sviluppato un nuovo meccanismo di perforazione ed è amata da molte celebrities, come Beyoncé, Gwyneth Paltrow, Kate Moss, Jennifer Hudson e Scarlett Johansson. Da più di vent’anni firma collezioni, in cui il minimale si fonde con l’India e il Pakistan. Reinterpreta materiali preziosi, come l’oro, l’argento e i diamanti in gioielli scultorei, fuori dall’ordinario.

Inaugura per la prima volta in Italia, alla Rinascente di Roma, con una boutique e due piercing room dove i clienti possono affidarsi al suo team per ear-styling. Afferma: «Sono felice di portare i miei modelli e il mio know-how alla Rinascente di Roma. La ricca storia del luogo è fonte di grande ispirazione e mi affascina vedere come tutto si fonda con la precisione del design moderno italiano. Sono entusiasta di portare a Roma una destinazione dove offrire i miei servizi di piercing di lusso e di styling».

Courtesy of Press Office
smith-petersen.com – @smithpetersenpr

Interview with Lorenzo Borghi

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Per realizzare i suoi cappelli si parte dal cono di feltro. Prima va bagnato e il giorno dopo va messo nel vapore. Steccato con il giunco sulla forma in legno, poi messo in forno e spazzolato. Si appende in alto, ad aspettare sulle staggette che le ‘piccinine’ li finiscano. Oggi Lorenzo Borghi ha settantasette anni, è stanco e chiuderà i battenti ad aprile. Ha ancora un desiderio: «vorrei che qualcuno che amasse come me quest’arte comprasse il mio negozio e portasse avanti questo mestiere. In pochi sanno fare il lavoro artigiano come va fatto. Manca la competenza, il saper muovere le mani. Ci vuole tempo e ancora più cura».

Aveva dodici anni, quando sua madre disse a lui e ai suoi fratelli: «Bere o bara!». In famiglia erano finiti i soldi. «Chiesi nella sartoria sotto casa se conoscessero qualcuno che aveva bisogno di una mano. Mi mandarono a bottega da un modista, Lionello Passerini. Ho iniziato spazzando per terra e osservando. Un giorno mi ha messo in mano un cono – il tessuto grezzo da modellare sulle forme di legno per sagomare i cappelli – e mi fece provare. Correggeva ogni mio errore. Ci intendevamo a colpo d’occhio». Inizia così la storia di Lorenzo Borghi, classe 1940, forse l’ultimo modista rimasto a Milano. La sua bottega è in via dei Piatti, una via assediata da centri estetici e sartorie made in China.

Per diventare socio di Passerini, si fece anticipare i soldi per il matrimonio da uno zio, quando Passerini morì, e la sua amante, anch’essa socia, fece sparire tutta la liquidità e i materiali, salvò la ditta. Furono i fornitori, e la loro fiducia verso la sua arte, a fargli credito: «Tanto tu pagherai, perché i tuoi cappelli si vendono!». Poco dopo si spostò in via dei Piatti.

Da ragazzo di bottega a realizzare copricapi per Moschino, Krizia e Ferré – tra gli altri, è stata una volata. «Lavorare con queste persone voleva dire fare le cose per bene. Si pensava insieme. Ferré mi chiese delle lavorazioni così complesse che ci impiegammo due giorni in quattro per realizzare due cappelli. Un’altra volta la Mariuccia (Krizia, ndr.) mi fece preparare trenta cappelli in due modelli. Con margherite di pezza applicate. La sera stessa mi chiamò: ‘C’è qualcosa che non va, vieni a vedere’. Trovai lei che fissava tutti i cappelli sistemati per terra. ‘I cazzi non sono tutti alti uguali!’ – esclamò. Qualche fiore era più in alto di un centimetro. Li sistemammo tutti, uno a uno. Il giorno dopo, durante la sfilata, una modella perse una margherita. Si chinò e lo lanciò al pubblico. Così fecero tutte, fu un successo».

Fabbrica cappelli per signora Lorenzo Borghi

Via dei Piatti, 5 – Milano MI
02 874705

Oneonone – la tradizione della maglia

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

«Se non lo fai dal profondo del cuore, non puoi creare questo tipo di opere d’arte. È un’arte: non lavoriamo come una fabbrica, ma come una comunità. Le donne che lavorano con noi hanno la libertà di scegliere quanto tempo dedicare ai maglioni, alcune hanno i figli a cui badare, i mariti, i genitori anziani. Lavoravano a maglia come passatempo e insieme a noi hanno potuto trasformare questo passatempo in un lavoro».

Cambiare significa assumersi dei rischi, per farlo c’è bisogno di qualcuno che creda nelle persone e nelle idee. La crisi greca nel 2012 ha lasciato poco spazio al rischio – molte imprese hanno chiuso, molti negozi si sono svuotati. Bisogna metterci tutta la propria forza e assumersi il rischio per fare un cambiamento nella vita. Oneonone significa unicità, individualità, artigianalità: uno ad uno, unico nel suo genere, uno di noi, uno e solo.

Si parla spesso di resilienza – diventare più forti dopo un trauma, per un trauma – ed è forse questo che è successo ad Aris Rakas, in Grecia, quando, nel cuore della crisi, ha deciso di dare vita a un marchio di maglioni fatti a mano. È nato da un incontro quasi casuale con due donne, stavano lavorando a maglia insieme – lo facevano come passatempo, per fare dei regali agli amici, per venderli fra di loro. Da queste due, oggi sono più di cento le donne, sparse per tutta la Grecia, che realizzano i maglioni di Oneonone. Ad Atene, otto esperte magliaie si occupano di formare le più giovani, perché imparino al meglio quest’arte antica. Non è una scuola tradizionale, è un «luogo rilassato dove vengono, si incontrano, prendono caffè e biscotti, scambiano idee e imparano a lavorare a maglia, ma ci sono anche i compiti a casa!».

«In Grecia ci sono molte donne che sanno come lavorare a maglia, gliel’hanno insegnato le loro madri e prima di loro le nonne. È una tradizione del nostro paese: mai le macchine riusciranno a fare quello che sanno fare queste donne!» I maglioni realizzati a mano dalle donne di Oneoneone sono realizzati coi filati più pregiati, le giustapposizioni di colori più sapienti e originali. È un sapere che non si inventa, si tramanda.

Image cover by Karolina Grabowska
@kaboompics

Image courtesy of Press Office
oneonone.clothing – @oneonone.clothing

In espadrillas a Formentera

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Il frastuono delle discoteche di Ibiza non è di casa, a Formentera si va per altro. I Thyphoon, traballano sulle strade impolverate e piene di sassi e arrivano ai parcheggi nella sabbia – riuscire metterli sul cavalletto è un’arte. Si cerca un angolo di spiaggia per abbandonarsi al Sole senza troppe persone intorno. Ombrelloni e sdraio a pagamento sono fuori luogo. Si sta lì fino al tramonto, quando il Sole bacia l’orizzonte, al Pirata Bus si brinda, mentre Con te partirò riempie l’aria aperta.

Non si torna a casa prima delle nove, cotti dal mare, un po’ dal vento, un po’ dal poco sonno. I turni per la doccia, asciugarsi facendo un altro aperitivo in veranda ancora con l’asciugamano addosso, qualche occhio si chiude per una mezz’ora. Poi si va a cena. Es Pujols è commerciale, ma a Sant Francesc c’è il Gioviale, cucina romana (le paste romane sono tutte bianche, non chiedete un’Amatriciana, che è nata ad Amatrice) fatta da romani – non si può prenotare al telefono, devi passare di persona. È un rapporto vero, artigianale.

Fa caldo sull’isola, ma la sera in motorino l’aria è gelida, soprattutto in mezzo agli alberi, senza un golf non si può fare. Fino a qualche anno fa il divertimento erano le feste nelle case, oggi la Guardia Civil non le apprezza. I chiringuiti dove andare a ballare sono un ricordo di un passato non ancora troppo lontano. Camicie e pantaloni di lino stropicciati, poco trucco, capelli sciolti, le facce abbronzate – mettersi ‘in tiro’ è come prendere i lettini in spiaggia. Ai piedi espadrillas, con la sabbia sono nel loro ambiente. Non si vuole apparire, si evitano i VIP chiassosi che invadono le strade. I tempi passano, le tendenze non fanno tempo ad essere notate. Sì, l’isola è cambiata, ma è inconfondibile.

Parlare di Formentera è parlare di un mondo, di un’idea, di una storia – i riferimenti che solo chi ci è stato sa riconoscere. Parlare di Castañer è la stessa cosa.

 

Castañer per celebrare i suoi novant’anni di storia ha realizzato un’edizione limitata in collaborazione con Manolo Blanick, sviluppata su due linee, Manolo by day e Manolo by night, per un totale di sei modelli. Le punte delle espadrillas piatte sono accentuate, la zeppa è sostituita dallo stiletto di Manolo, il nastro alla caviglia e la juta accompagnano tutta la collezione. L’anima, l’artigianalità e il sapore spagnolo ne sono la firma inconfondibile.

Images courtesy of Press Office
castaner.com – @castanerofficial

There are ‘New Suns’ over Maastricht

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

«Non c’è niente di nuovo sotto il sole, ma ci sono nuovi soli». La bellezza di un incontro è l’inaspettato, non ci può essere incontro se non c’è un cattivo incontro – mancanza, scarto. Come a dire, uno più uno non può mai dare due. Come a dire, nei Paesi Bassi, ti aspetti mulini a vento, canali, freddo, piccole case di mattoni, e invece trovi un pezzo di California.

Entrare nel Bonnefantemuseum di Maastricht, sulla riva orientale della Mosa, ricostruito negli anni Novanta dall’italiano Aldo Rossi su quello che una volta era un convento, il bons-enfants. Pavimenti di legno chiaro, armadietti ordinati per le borse, appendiabiti incustoditi per i cappotti – c’è fiducia nell’altro. Si sale una scala, poi un luogo preliminare. La cupola. Uno spazio dove fermarsi, cambiare il passo, rallentare stendendosi sui cuscini per terra e guardare i segni grafici sulle pareti, prendere il giusto tempo prima di iniziare. Il vento, intanto, fa girare un mulinello in cima alla cupola.

Si sale ancora di un piano. Inizia ad arrivare la musica. Potente. Bisogna aprire una porta pesante per essere accolti dal primo dei video. È una Los Angeles reale, le strade, il parrucchiere, i gruppi, il suono di uno sparo. Sei lì, immerso. La musica incalza. Giri l’angolo, l’oceano, la composizione di una canzone. Travolti eppure immobili, si è assorbiti in mondi lontani. In un attimo non sei più nei Paesi Bassi. Sei fuori di te, non te ne accorgi neanche. Respiri, osservi, ascolti. Il tempo si ferma, scorre veloce. In ogni stanza della mostra i sogni si intrecciano con le scene quotidiane, momenti onirici bucano così sul reale da coprire l’immaginario. C’è una tensione tra bene e male, «Al di là del principio di piacere». La musica tiene il ritmo, il sogno la direzione. Hai riscoperto casa tua, l’hai vista nella differenza coi luoghi raccontati, l’hai trovata in quella mancanza. Un senso di nostalgia, un desiderio di nuovo.

«There’s nothing new
under the sun,
but there are new suns».

New Suns
Kahlil Joseph

1 dicembre 2017 > 25 marzo 2018

Bonnefantenmuseum
Avenue Ceramique, 250 – Maastricht (Paesi Bassi)

Martedì > Domenica, 11:00 > 17:00

€ 12 Adulti
€ 6 Studenti
Gratis fino a 18 anni

Images courtesy of Press Office
bonnefanten.nl – @bonnefanten

Villa Mozart

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Milano è una signora d’altri tempi. Bisogna lasciare le vie principali, infilarsi in quelle laterali. Lasciarsi sorprendere da uno scorcio inaspettato, un contrasto, un guizzo. Quello che ti aspetti non trovi. Girare in via Serbelloni arrivando da corso Venezia, in fondo a destra. Via Mozart. È una strada a senso unico, una fila di macchine parcheggiate su ogni lato disordinano l’ordine razionalista della via. Al numero nove, di fronte alla cugina Villa Necchi, sembra nascondersi Villa Mozart. Le due si fanno compagnia ormai da più di ottant’anni e, se la prima è stata scoperta con il FAI, la seconda rimane ancora privata, misteriosa, avvolta e protetta dalla sua edera verde. C’è ancora un nome proprio sul campanello, è casa di Giampiero Bodino.

Il gioielliere e pittore torinese, quando è arrivato a Milano ha scelto questo luogo per la propria maison – cura per i dettagli decorativi, ricerca di forme rigorose e monumentali, classicità e innovazione potrebbero descrivere tanto la villa quando le sue creazioni. Per la prima volta, questa vecchia signora milanese apre le sue porte al pubblico, concedendosi per una mostra di due giorni – Beauty is my favourite colour. Quindici ritratti di donne, che indossano altrettanti gioielli di Giampiero Bodino, scattati da Guido Taroni, entrano trai decori Art Deco della villa.

«Il lato più affascinante di questo progetto» – commenta Bodino – «è stata forse la possibilità di costruire un legame tanto significativo tra i miei gioielli, la personalità delle donne ritratte e luoghi italiani poco conosciuti. È stato bello vedere come questi tre elementi siano entrati in armonia così facilmente».

Beauty is my favorite colour

1 e 2 dicembre 2017

Villa Mozart
Via Mozart, 9 – Milano

11.00 > 18.00 – Ingresso gratuito

Images courtesy of Press Office
giampierobodino.com – @giampierobodino

Il Chikankari: l’arte perduta indiana

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Il Chikankari – Chikan, più comunemente – è una delle antiche tecniche di ricamo più raffinate che l’India abbia sviluppato e conservato fino a oggi. La sua storia è una trama di misteri e sorprese. Storie di regine che cercavano di conquistare l’amore del loro re. E di artigiani che si tramandavano questa tecnica di padre in figlio.

Siccome siamo in India – in quell’India vera, rumorosa, piena di odori, disordinata e caotica, dove l’influenza occidentale ancora non si sente –, a Luknow, di tutto questo non è stata lasciata alcuna traccia scritta o codificata, e nemmeno alcun indice alfabetico dei contenuti del Chikan. Esistevano tante porte a cui bussare, tanti archivi di musei a cui dover guadagnare l’accesso – le norme vogliono che le porte di questi archivi abbiano tre serrature diverse e che le chiavi vengano custodite da altrettante persone che devono darsi appuntamento, e presentarsi insieme, per poterle aprire – solo chi ha vissuto in India può capire quanto questa sia un’impresa ardua. Esistevano anche qualche maestro e qualche famiglia che avevano in fondo a qualche cassetto alcuni capolavori di valore inestimabile, dimenticati. Erano parte intima delle storia di queste famiglie, spesso troppo private, troppo preziose per essere condivise con uno straniero. Bisognava entrare in punta di piedi, presentarsi, attraverso questi luoghi e queste persone.

Situazione in cui Paola Manfredi è riuscita a rintracciare una tradizione che rischiava di perdersi. Era il 1977, quando, durante una vacanza di un mese con amiche, il suo è stato amore a prima vista. Il caso ha voluto che presto venisse chiamata come consulente per un’azienda d’abbigliamento con produzione a Delhi. Avevano bisogno di qualcuno che li aiutasse a risolvere problemi di gestione: ritardi nelle consegne, mancanza di precisione, disegni originali troppo rielaborati –  gli stessi problemi che, nel 1600, riportavano lì gli agenti della Compagnia delle Indie. Quello che era cambiato era la qualità dei tessuti, delle lavorazioni, del prodotto finale. Se tra il 1500 e il 1600 i tessuti indiani erano il perno su cui ruotava il commercio mondiale, la moneta di scambio per tutte quelle spezie e quei prodotti esotici che arrivavano da Indonesia e Sri Lanka, ora erano solamente dei ricami etnici, per un pubblico un po’ new age. Il salto fino al Chikankari è piuttosto ampio.

Contattata dalla Self Employed Women Association – notare il nome e il periodo storico – che stava sviluppando un progetto di salvaguardia delle arti indiane, Paola Manfredi ha iniziato il suo percorso sulle tracce del Chikankari. Alcuni fanno risalire la sua nascita al quarto secolo prima di Cristo, altri parlano di Noor Jahan, una delle mogli del Gran Moghul Jahangir, che incantata di fronte a quegli ornamenti lavorati con maestria provenienti dalla Persia li portò a corte, modificandone  i canoni di abbigliamento – pare che realizzò personalmente un cappello per guadagnare, con successo, l’attenzione del Gran Moghul.

Il Chikankari non è altro che un ricamo bianco su bianco di finezza millimetrica realizzato su mussole in cotone di grande qualità, sottili al punto da essere quasi trasparenti, eppure resistenti per reggere il peso del ricamo. È discreto, segue le forme dei capi, si inserisce nelle loro pieghe, li esalta. Su un solo capo possono essere utilizzati fino a diciotto punti diversi, per questo è richiesta la collaborazione di più maestri. Chi realizza il disegno, chi lo incide sui piccoli stampi di legno, chi li fa incontrare con la mussola, chi ricama e chi rimuove i segni degli stampi, lasciando i capi immacolati.

Questa storia, questa continua ricerca e questi incontri, Paola Manfredi li ha raccolti in un libro. In un intreccio di parole e di immagini – Chikankari. A Lucknawi Tradition.

Paola Manfredi
Chikankari: A Lucknawi Tradition
Niyogi Books, 252 pagg., euro 44,65

Images courtesy of the photographer
paolamanfredi.com – @pcm.studio

About Femininity

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

«Ho sempre cercato di essere il meno possibile un fotografo di moda – evidentemente, non ha funzionato». Peter Lindbergh commenta così il suo lavoro, che a sentirsi chiamare maestro o Mr Lindbergh dice di sentirsi troppo vecchio. È questione di dare un punto di vista: «ogni volta che scattiamo una foto, creiamo in primo luogo una definizione di donna e di femminilità, dobbiamo fare attenzione a ciò che mostriamo. Per questo ho un’opinione critica rispetto a quello che fanno i media oggi. Non tengono conto del contesto, non sanno cosa stanno facendo e lo fanno solo perché è convenzione. Io, invece, voglio vedere le cose da diverse angolature, fare attenzione, prendermi cura di questa definizione di femminilità». Infatti, la ricerca continua di infinite definizioni di donna è il concetto dietro alla mostra.

Il lavoro di Lindbergh non è una mostra intesa come un’infilata di foto e oggetti di scena. È un messaggio sociale, alle donne e agli uomini che hanno ‘paura delle rughe’ e di cambiare, e che vivono di sovrastrutture – i capelli cotonati anni Ottanta, gli appartamenti lussuosi di Park Avenue, i macchinoni parcheggiati in strada. A Lindbergh non è mai interessato tutto questo. Rifiutò una commissione dall’allora direttore di Vogue America, Alexander Liberman, che voleva scattasse quel tipo di donna. Non gli interessava. Andò invece a Los Angeles, prese sei modelle, sei camicie bianche, una spiaggia e scattò una foto che segnò l’inizio dell’era delle supermodel. Quella era per lui definizione di femminilità, che ancora oggi non è cambiata. «Prima di tutto, devi essere sincero con te stesso. Determinato. Quando frequentavo la scuola d’arte, ero circondato da giovani donne che erano lì con uno scopo: diventare artiste. Erano interessate ai giornali in un modo libero e onesto. Voglio una donna così, candida nella sua bellezza, che abbia il coraggio di essere se stessa».

Cosa sta dietro a uno scatto? A un taglio di capelli – come quello che segnò il futuro di Linda Evangelista? I marker rossi, i provini, i call-sheet, la progettazione di un servizio, i suoi appunti. Ci sono voluti quattro anni per metterlo in mostra. Nottate intere in cui Lindbergh e il curatore canadese Thierry-Maxime hanno selezionato fotografie nell’archivio parigino scegliendo tra più di un milione di immagini, «Lindbergh si è assunto la responsabilità di far sì che tutte le persone, guardando la sua fotografia, si sentano normali. Perché invecchiare è normale, anche nell’epoca di Photoshop. Da lì, il titolo della mostra, A Different Vision», dice Loriot.

Grazie a Mario Turetta, direttore del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, che in visita alla prima esibizione a Rotterdam ha convinto gli organizzatori e il curatore a venire a Torino, alla Venaria Reale, risorta dalle sue ceneri, dove lo stesso Tierry-Maxime Loriot «non avrebbe mai pensato di fare una mostra in un posto così bello» e dove Lindbergh «non si è mai sentito così in contatto con le sue immagini».

La mostra Peter Lindbergh. A Different Vision on Fashion Photography, sviluppata dal Kunsthal Rotterdam  in collaborazione con il curatore Thierry-Maxime Loriot e Peter Lindbergh ha inaugurato lo scorso 7 ottobre alla Reggia di Venaria Reale, aperta fino al 4 febbraio, dal martedì alla domenica. Suddivisa in nove capitoli – Supermodel, Stilisti, Zeitgeist, Danza, Camera Oscura, L’ignoto, Il grande schermo, Icone – che toccano, in un percorso tematico, l’evoluzione creativa del fotografo. Swarovski, premium partner della mostra, ha realizzato l’istallazione in una delle ultime sale della mostra.

Peter Lindbergh
A Different Vision on Fashion Photography

7 ottobre 2017 – 4 febbraio 2018

Reggia di Venaria Reale
Piazza della Repubblica 4 – Venaria Reale (TO)

Martedì – Venerdì, 9 – 17
Sabato e Domenica,  9 – 18:30

Images courtesy of Press Office
karlaotto.com – @karlaotto

Interview with The Barber Snob

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Nel 1969 l’uomo andava sulla Luna e un bambino di quattro anni sapeva contare fino a tre. Un astronauta era sbarcato, uno sulla scaletta e l’altro affacciato all’Apollo 13. «Chiesi chi avesse fatto le fotografie e mi fu risposto che non capivo niente, c’erano i satelliti. Trentasei anni dopo, ho scoperto di aver ragione». Il punto non era se l’uomo fosse o meno sulla Luna, ma saper dare una risposta alla domanda di un bambino.

«Quando mi chiedevano cosa avrei fatto da grande rispondevo ‘il professionista’. Ce l’avevo dentro: serietà, competenza, valori. La frustrazione del piccolo bambino si è trasformata in desiderio di rivalsa. Mi definisco tricoesteta per professione e barbitonsore per mestiere». Francesco Cirignotta, il barber snob: «coi mezzi che abbiamo, acculturarsi è un dovere, divento razzista culturale nei confronti di chi non coglie le opportunità che la vita concede».

«La parola snob, sta per sine nobilitate. Sono come quei ragazzi inglesi s.nob. dell’Ottocento, che andavano all’università perché avevano l’ambizione di migliorarsi. In Giappone si chiama kaizen, miglioramento costante».

«Il mio negozio è un luogo in cui la gente ‘esce da fuori’, non ‘entra dentro’. Nessuno è in grado di vendere ciò che non sarebbe disposto ad acquistare, non ho potuto che creare un luogo coerente con me». Essere nel mondo dei servizi significa ricevere l’opportunità di dare, con valore e competenza – per Lacan, l’offerta precede sempre la domanda. «Solo gli innovatori garantiscono le tradizioni, chi guarda con nostalgia alla tradizione ne uccide il valore. Dobbiamo creare nuove tradizioni, perché il mondo possa raccontare storie nuove. Non bastano un camice, una vecchia poltrona e un vecchio rasoio per fare un vecchio barbiere. Fare l’artigiano è una forma intellettuale di altissimo profilo, non ne esiste uno più bravo dell’altro».

«Basta sapersi mettere in ascolto per iniziare una conversazione di qualità e scambiare esperienze: parlare di calcio ma non di tifo, di politica ma non di politicanti, di economia ma non di ladri. Ho già scelto il mio epitaffio: ‘Uomo, coerente. Almeno ci ha provato’. Mi ha dato una direzione di vita».

Il Barber Shop di Francesco Cirignotta

Viale Gabriele d’Annunzio, 25 – Milano MI

Martedì > Venerdì, 9:00 > 20:00
Sabato, 9:00 > 19:00

02 8357406

cirignotta.net@fcfrancesco.cirignotta

Photography
Vincenzo Traettino

Filati d’estate

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Parlare di lana, di maglieria, di cachemire, è fare un percorso. È passare dalle cime delle montagne della Mongolia, alle vette del Sud America; è partire dai Fenici e dai Greci, che la commerciavano millenni fa, per arrivare alla Spagna del Diciottesimo secolo. Qui i re e il clero compresero il valore della lana merino e si appropriarono di tutte le greggi, proibendone il commercio – pena la morte. La lana merino fu il Gift of Kings – il dono dei re – che i sovrani spagnoli fecero all’Elettore di Sassonia e alle dinastie regnanti di Francia, Inghilterra e Olanda, per suggellare accordi e alleanze che avrebbero modificato l’assetto europeo – tutta colpa della lana, potremmo dire.

Oggi i regni delle pecore merinos sono l’Australia e la Nuova Zelanda, dove ogni anno vengono messe all’asta – è così che viene acquistata la preziosa lana dalle grandi maison – circa quattro milioni di balle. Solo una però si fregia del titolo di Record Bale, la lana merino più fine e più pregiata al mondo, con un filato spesso circa dodici micron, meno del cachemire – tanto leggera che una rocca di un chilo può essere sciolta in centotrenta chilometri. Questa è la balla che Loro Piana si aggiudica ogni anno e da cui, ancora oggi, ricava il dono dei re – dove i re sono ora i clienti dal gusto più sofisticato.

Il garante mondiale, il testimone super partes della lana merino, è The Woolmark Company, il cui sigillo indica insindacabile qualità ed eccellenza innovativa. Ogni anno lavora con diversi marchi per dare vita alle più innovative e inaspettate creazioni merino. Non c’è da sorprendersi se con Max Mara ha realizzato un denim in cento per cento lana merino, tinta per imitare le sfumature e il carattere del jeans. Ecco invece, con Austrian, il wool tech – un misto di lana e poliestere dove l’elasticità delle fibre della lana e la sua capacità di assorbire il vapore acqueo sono le caratteristiche delle maglie dei tennisti di più alto livello. È una corsa all’ultima innovazione. Ermenegildo Zegna ha creato un nuovo tessuto, il TechmerinoTM, in versione seta e jersey, per la sua collezione Z Zegna in cui le proprietà del merino sono combinarle con la sartorialità del marchio italiano, in una collezione che richiama l’abbigliamento da sci lanciato da Ermenegildo Zegna negli anni Settanta.

La lana merino è solo una delle tipologie dei filati per la maglieria, ognuno con delle caratteristiche e delle provenienze speciali. Brunello Cuccinelli quest’anno si è dedicato al baby alpaca e al mohair. Il baby alpaca è ricavato dalla prima tosatura degli agnelli di Alpaca che vivono sopra i tremilacinquecento metri, sulle montagne del Sud Africa, e regala un filato lungo e morbido, per tessuti ricchi, vellutati e irregolari – da questo, capi leggeri, ma molto caldi. Quando si parla di maglieria ricamata a mano, l’artigianalità e il lavoro a mano prendono la parola: dieci sottili e puri fili di cachemire sono tessuti insieme in un unico filato a cui si unisce il mohair, che ne accentua la morbidezza delle fibre e l’irregolarità delle forme. Il ricamo è prima realizzato con la tecnica jacquard e poi sviluppato interamente a mano, arrotondando e perfezionando il profilo del disegno, donando sottigliezza e delicato rilievo ai motivi.

Il mondo del cachemire è un capitolo a sé. Non si parla più di pecore, ma di capre – yangir e hircus, nello specifico. Si abbandonano il Sud America, l’Australia e la Nuova Zelanda e ci si avventura – è il caso di dirlo – verso le altitudini della Mongolia. La famiglia Colombo – Lanificio Colombo – percorre personalmente migliaia di chilometri per raggiungere queste terre lontane e climaticamente inospitali – i comfort occidentali, qui, non sono mai pervenuti – per entrare in contatto con gli allevatori, nella continua ricerca delle fibre più nobili. Entrare in contatto coi Mongoli, allevatori di queste capre, significa imparare i loro usi e costumi – entrare nella ger, le tipiche tende mongole, senza scarpe, procedendo da sinistra verso destra, o nutrirsi con latte di giumenta fermentato.

Questo è il viaggio che parte dall’Italia e attraversa l’Asia, si arrampica su montagne inospitali della Mongolia Interna a nord della Cina in una sconfinata steppa desertica, battuta costantemente dal vento e dove l’azzurro del cielo chiarisce senza dubbio il significato del termine immensità. Questo è il viaggio che è racchiuso nelle maglie di un golf acquistato in via della Spiga.

Anche di cachemire ci sono diversi tipi, che arrivano da diverse razze di capre. Il cachemire Yangir, considerato il nuovo lusso senza tempo – è ottenuto dal sottovello – il cosiddetto duvet – delle omonime capre, che vivono fino a cinquemilasettecento metri sui monti Altai e ne producono una quantità molto limitata ed estremamente fine. Il Kid cachemire si ottiene invece dal duvet dei piccoli di capra hircus – la naturale muta del pelo permette di raccogliere la preziosa fibra, così esclusiva e lievissima, nel completo ri­spetto degli animali e dell’ambiente.

In questo mondo, la moda fast paced non trova spazio. I tempi tecnici richiedono un’attesa di due anni da quando la materia prima arriva negli stabilimenti del Lanificio Colombo a quando viene messa in lavorazione.

Lo sa anche Fabio Gatto, proprietario e creativo di Ballantyne. La lavorazione a mano richiede tempi decisamente lunghi e non è facile da trovare. «Sono andato in Mongolia perché solo lì ho trovato lo strumento per dar valore a questo prodotto – racconta Gatto –. Potrei fare alcune cose con la macchina elettronica, in sei ore anziché dodici giorni, ma verrebbe una brutta copia». Il cachemire di Ballantyne ‘ruba’ le migliori qualità nei luoghi da cui passa: la tecnica di finissaggio scozzese, la sensibilità italiana, la materia prima e l’artigianalità mongola – dire made in Mongolia diventa allora sinonimo di qualità. Il cachemire di Ballantyne è sempre stato ‘riservato’ – una donna da corteggiare, una donna di classe che non si concede subito, ma ha bisogno del suo tempo per mostrare il meglio di sé. C’è stata una tendenza che ha voluto che la mano venisse sempre più appagata dal tocco del cachemire, sempre più morbido, sempre più vellutato. Tutta questa morbidezza è però il risultato di un finissaggio che stressa il filo per farne uscire la morbidezza, che non lo rispetta e vuole tutto subito – avrà storia più breve. Per il signor Gatto la vera qualità è che duri nel tempo, si riveli con l’utilizzo, migliori addirittura.

Alla fine di questo viaggio, si torna al punto di partenza, alle vetrine del centro. A Milano ci sono trentasette gradi, ma l’inverno è già nelle boutique. Se da noi fa caldo, dall’altra parte del mondo è inverno. È tutto global, le collezioni si adeguano. È la rincorsa all’anticipazione delle collezioni. Ci vuole pazienza, dobbiamo rimparare a essere pazienti. Abbiamo perso il valore dell’attesa. Ci rifiutiamo di aspettare e il risultato è che non facciamo altro. Alcuni parlano di anticipare le sfilate di settembre a luglio, insieme all’alta moda – andrà spiegato anche alle capre yangir e alle pecore merino.

Images courtesy of Press Office

ONE PLANET ONE FUTURE

Testo Giacomo Andrea Minazzi
@giacomomonazzi

 

Non ci sono più le mezze stagioni… Sì, ce ne siamo accorti, ma forse non troppo. Tendiamo a normalizzare, razionalizzare – non è altro che mentire. Sarà stato un altro anno sfortunato, ma di neve a Cervinia, anche questa volta, ce n’è stata poca – a febbraio era già ‘primaverile’. Anne de Carbuccia è un’artista dell’ambiente, una di quelle che non ha razionalizzato ma ha cercato. Per tre anni ha viaggiato nei luoghi più estremi del pianeta realizzato il suo progetto One – One Planet One Future, istallazioni, fotografie, video e conferenze. Quattro elementi – acqua, specie in estinzione, guerra e spazzatura – con un denominatore comune, l’uomo. Un uomo – tutti –, un pianeta, un destino. Parla di circolo. Uno è un cerchio. L’eterno cerchio, il cerchio della vita, lo zero, la vuotezza, la mancanza, la pienezza e il rinnovamento. Il cerchio rimanda all’onda, la conseguenza di un’azione. Lanci via una bottiglia in un continente e la ritrovi su una spiaggia selvaggia dall’altra parte del mondo. Il mondo non è mai stato così piccolo. È il ritorno all’uno. Il danno che viene illuminato, la rottura resa bella – così che faccia nuovamente uno. Il destino è sempre uno. Prendere dei punti e unirli in un discorso – le stelle marine, l’Antartide, le rive dei mari, i fiumi del Laos, le tigri e gli elefanti, le api e il rinoceronte. Tutto torna a uno. In ogni opera è presente un time shrine – un santuario del tempo – monumento alla brevità della vita umana e alla resilienza del pianeta – clessidra e teschio rimandano all’iconografia della vanitas del XVI e XVII secolo. Connette passato, presente e futuro – venire, essere, volere. La sintesi è nelle immagini – lievi, profonde – lì non si razionalizza. Ma, in fondo, si stava meglio quando si stava peggio…

 

Il 31 marzo ha inaugurato in via Conte Rosso 8 la prima sede italiana della Time Shrine Foundation. Negli spazi della fondazione ha sede la mostra One – One Planet One Future, aperta al pubblico fino al 12 aprile, dalle 10.00 alle 19.30. A ogni tematica è stato dedicato un ambiente, uniti fra loro dalla corte interna.