Loading the content...
The Fashionable Lampoon
Tag archives for:

gian paolo serino

A Silent Swoop / Alexander Beckoven

Text Gian Paolo Serino

 

L’abbraccio di sconosciuti mi risveglia all’alba. Due ragazzi, li vedo, in fondo alla mia stanza mi salutano. Non so quanti anni abbiano, hanno delle cartelle sulle spalle. Credo debbano andare a scuola: io devo ancora fare pace con me stesso. Non ricordo perché siano qui. Non ricordo niente: mi sento sprofondare nell’infinito della sospensione.

I miei occhi macchiati di rosso vedono sirene al neon che mi fissano come fossero carene di una nave in tempesta. Ho uno strano senso di pace. Il mio cuore è ancorato ad Argo, il cane che aspettò vent’anni il ritorno di Ulisse: appena lo vide, vestito di stracci per non farsi riconoscere nella propria casa dai Proci, Argo morì. Il magnifico Odisseo, mio compagno di sempre, che di molti uomini vide le città, scrutò la mente e molti dolori sul mare patì nel suo cuore per guadagnare a sé la vita.

Ulisse se solo ancora pochi oggi ti conoscessero – il tuo nome greco Odisseo in italiano vuol dire Nessuno. Se fossi stato te mi sarei fatto slegare per tuffarmi con le sirene e perdermi nel loro canto ma non solo. Sono Nessuno – così mi alzo, la stanza mi cade addosso come liquido fetale. Mi sono fatto un bozzolo della mia solitudine amara. Galleggio e il respiro delle mie branchie mi strappa alla vita portandomi ventate d’amarezza folle e sublime.

Sono l’unico che può assediare me stesso. Sono più critico con me stesso, che con gli altri. Sono solo e soltanto Magnifico. Lorenzo il Magnifico, ma c’è anche Abdullah al-Barri e Abdullah al-Bahri dalle mie Mille e una Notte. Solimano rinchiudeva gli ifrit in lampade di rame sigillate, poi le gettava negli abissi del mare. Il primo dizionario americano si intitola Our Magnificient Bastard Tongue: The Untold History of English.

Sono l’unico che può creare e distruggere, prendere tra le mani un volto di donna e accarezzarti i capelli poggiando la tua testa sul mio petto, mare finalmente calmo. Sei qui. Adesso. Con me. Non avere paura. Non dico Ti amo – nel suo etimo significa Ti prometto – e io, furiosa Angelica di un Orlando innamorato, non posso prometterti nulla, se non che mi troverai qui. Non importa con chi e dove sarai, a chi starai promettendo le parole che ti ho insegnato sfiorandoti le labbra con le mie dita d’inchiostro. Dopo di me potrai solo ripeterle. Perché ogni volta che usciranno dalla voce che ti ha reso donna ti guarderai indietro e io ci sarò.

Tu che stai leggendo hai capito come una donna possa indossare gli abiti più ricercati, manti di bellezza anfratta; possa abitare i profumi più personalizzati come fossero l’invisibile contatto tra te e il mondo; possa dimorare tra i trucchi più belli, ma saranno soltanto e sempre trucchi, inutile chiamarli con nomi francesi. Ogni arma di attacco è un’arma di difesa. Cerchi di fuggirmi. Io ti ho rivolto dietro il muro del tuo passato, che ricerchi come un porto sicuro dove approdare. Non esistono porti sicuri. Puoi approdare solo in mare aperto. Almeno per noi, che abbiamo attraversato stanchezze e desideri senza ritrovare il gusto dei sogni dell’infanzia.

Tra la tempesta dei tuoi forse, tra i marosi di quelle domande alle quali mai troverai risposta. Ti guardi intorno. Respiri. Cerchi qualcosa nella tua borsa, come se frugare nel possesso portatile di una casa in cammino possa rasserenarti. La voce da cantatrice calva circonda gli eunuchi di un paradiso stellato. Guarda le stelle – troverai me. Dove abiti tu, dicono che io sono morto – ma io abito i tuoi spazi, le praterie – il vento ti muove i capelli ribelli in una brughiera di cui non vedi la fine. Ti devo prendere la mano per farti capire?

In molti, troppi, sono rimasti solo voce. Senza più corpo, senza più anima, sul bordo della loro gioventù. Sull’orlo di come sarebbe dovuta andare. Dove sono finiti i maestri, i geni – dove sono finiti? Dov’è il lustro dell’umanità? Forse sono tornati nelle strade, vociferano nelle loro officine, accendendosi con le loro opere, che tolgono loro il senno. Gli scrittori magnifici? In Italia, a parte Arbasino, finiranno per essere scoperti postumi se non li andiamo a prendere: Edgardo Franzosini, il vero Arbasino se Arbasino fosse Arbasino. Raymond Isidore e la sua cattedrale – la storia vera di un uomo che ha costruito una cattedrale di rottami in decenni: oggi la cattedrale è a Chartres, paese natio di Rimbaud, ed è tra i tesori di bellezza da noi sconosciuti, ma tra i più visitati in Francia. Mattia Signorini, mi viene in mente, insieme a Francesco Maino di Cartongesso: non un libro ma un miracolo di scrittura. Essere il futuro senza saperlo. Negli Stati Uniti: Tom Wolfe, Don De Lillo, il ritrovato Auster, il nuovo Bret Easton Ellis che ha lasciato la scrittura per scrivere film come The Canyons. Ben Lerner è un genio, che vivrà per secoli. Beh, Mongiardino, al di là del bene e del male… Chi oggi? Io. Certamente – perché credo in un giornalismo che pensavo non tornasse più. Devo dire che mi sento in piena forma.

Il canto delle sirene. Da una parte il sale, dall’altra parte la cera. Lascia il tuo passato al gelo dei ricordi: arriverà il giorno in cui sarai più sola di quanto tu lo sia adesso. Perché mi stai leggendo? Forse qualcuno ti costringe? Oh, perdóno, perdóno, non l’ho fatto apposta! Ordinami qualsiasi espiazione! Sono così buono, ho un cuore d’oro, io, e non ce n’è più come il mio. Non ho un amico che sappia raccontare la mia storia. Ah, sì un’infermiera! Un’infermiera per amor dell’arte, che conceda i suoi baci solamente ai moribondi. Macché! Più tardi mi s’accuserà d’aver fatto scuola. Non posso vedere le lacrime delle ragazze. Sì, perché far piangere una ragazza è più irreparabile che sposarla.

Il maschio che è dentro di me si è liberato in violenze inaudite. Mi sono perso nell’ombra del genio per venirti a cercare. Ho cercato nei vestiti dismessi, ti ho cercato nella follia delle mie notti dove non c’era nulla se non un braccio sprofondato nel ventre del mio. Al palo. Candele e cenere. Cinture e castità. Fruste e manette. Ho inghiottito peni all’alba del mio non essere, li ho ingoiati sino al midollo non più dell’osso ma del mio cranio imbevuto di sangue. Sono stato venduto all’asta di una televendita televisiva in cui nuove sirene, nuovi titani, mi offrivano a signore, caparbie amanti di carne giovane e neuroni. Hanno calpestato la mia intelligenza con tacchi d’inusitata eleganza. Acciaio, rosso, sangue.

Anche tu puoi essere il magnifico. Chiaramente non come uno specchio anni Ottanta – ma particolare, geniale, magnifico. Il problema è la mancanza del voler essere magnifico – come magnifici possono esser stati gli artisti e i nobili – rende tutti uguali, tutti splendidi. La volontà e la convinzione di essere magnifici sono la prima porta da aprire per essere unici, senza codici a bar(r)e. Voglio una vita magnifica. Mica una vita da Vogue. È la libertà a rendere magnifici.

Cos’è la Bellezza? Siamo nati a cavalcioni sulle nostre tombe. Io, sono Odisseo. Io sono Nessuno. Suonano alla porta, i miei figli tornano da scuola. Appoggiano i loro zaini di fronte a me. Due ragazzi, li vedo, in fondo alla mia stanza mi salutano. La madre non c’è. Mamma dove sei? Perché sei morta? Ci hai lasciato da sola con papà. Vorrei non correggere mai i miei errori. Tu sei la sirena che sveglia i miei sogni all’alba, mi hai reso un gigolò dell’angoscia che ogni notte si porta a letto un incubo diverso.

Mi alzo, mi svesto. Sono pronto per un’altra giornata. Esco per strada. Sono il magnifico che può abitare solo dentro gli occhi di una donna. Tu che, Angelica o meno furiosa, sei la nostra ultima vera possibilità per svelare al mondo che la magnificenza esiste ancora. Significa dimenticare noi stessi, abusare di noi stessi. Lasciamo tracce indelebili in ognuno, quando passiamo. È il costo della magnificenza. Siamo sull’orlo di come sarebbe dovuta andare. Siamo musica senza spartito di un inchiostro rovinato dal suono del tempo. Sleghiamoci dal palo alto della nave di Calliope e ascoltiamo le sirene, rincorriamole, perdiamoci dentro di loro. Solo allora capiremo la magnificenza di essere Nessuno.

Photography and Creative Direction
Alexander Beckoven

Producer
Guja Quaranta,
Irene Rei

Editing and Coordination on Set
Carolina Fusi

Hair
Manuela Malena
using ColorfulHair and
Serie Expert by
L’Oréal Professionnel

Make-up
Valter Gazzano
using Tatouage Couture
by YSL Beauté

Manicurist
Miriam Dotti
estetica Lazzate / Monza

Model
Anna @womanmanagement,
Cristiano @bravemodels,
Polina @specialmanagement

Photography assistant
Jacopo Vimercati,
Gabriele Cialdella

Digital tech
Emanuele De Rossi

Post-production
Alessandra Distaso

Special thanks to
Franca Parisi,
Siki Red Fins

Giancarlo Vigorelli

Text Gian Paolo Serino
@gianpaoloserino

 

Giancarlo Vigorelli è stato il maggior critico letterario del Novecento. Questo lo penso da sempre, ancor prima di incontrarlo – io trentenne e lui ottantenne- vicini di casa a Milano in via Solferino, ma vicini soprattutto per affinità elettive, per attitudini, per la stessa forza di metterci sempre in gioco, di non cadere nel ‘giogo’ del potere editoriale e giornalistico. Sono forse di parte (ma non credo) quando dichiaro che Vigorelli è stato il maggior critico del Novecento: Vigorelli – insieme a Federico Roncoroni – è stato per me amico, mentore, compagno (non in senso politico ma di appartenenza alla lotta contro la non cultura di un mondo sempre più barbaro, per colpa proprio di molti intellettuali), forse anche padre. A Vigorelli ho anche dedicato un libro: Così tante vite: Il Novecento di Giancarlo Vigorelli, un diario per immagini, che ho curato insieme alla moglie Carla Tolomeo (allieva di De Chirico e oggi scultrice di fama mondiale), e introdotto dall’amico Claudio Magris (anche lui, insieme a Vittorio Sgarbi, suo allievo) che così ha descritto Vigorelli nella prefazione – Per lui anche l’esercizio della letteratura  è stata vita: vita gagliarda, avventurosa, che lo portava a battersi per scrittori e culture perseguitate. Giancarlo Vigorelli – scopritore di Pierpaolo Pasolini, del pittore naif Antonio Ligabue, collaboratore di Roberto Rossellini, vice-direttore dell’Istituto Luce – per venti anni è stato anche presidente del Centro nazionale di studi manzoniani e della Casa del Manzoni e, in qualità di segretario della Comunità europea degli scrittori (la COMES, nata nel 1958 e presieduta da Giuseppe Ungaretti), si è sempre battuto ‘in soccorso’ degli intellettuali censurati, condannati, zittiti: dalla Spagna ai Paesi dell’Est, ma soprattutto in Unione sovietica, dove ‘entrò’ diverse volte per sostenere le ragioni degli scrittori dissidenti. Vigorelli fu il primo a gettare un ponte tra la nostra cultura e quella dell’Oriente europeo, il primo a intuire come la Comunità Europea non doveva nascere come unione economica ‘del carbone e dell’acciaio’, ma culturale. Un’idea che, ancora oggi, purtroppo, è lontana dal venire: quando pensiamo all’Europa pensiamo all’euro e non ad un continente che conserva l’87% del patrimonio artistico mondiale. Vigorelli non è stato un idealista con i piedi sulle nuvole: ha combattuto sino allo strenuo delle sue forze perché non ci fossero differenze tra nazioni, non ci fossero poeti e artisti costretti all’esilio o alla censura per le proprie idee. Le parole di Manzoni nella lettera al marchese Cesare D’Azeglio Sul Romanticismo (1823), anche se ardue e fin ostiche agli occhi della cultura contemporanea, erano per Giancarlo un monito contro il vaniloquio, la superficialità, l’inconsistenza dell’oggi: La letteratura deve proporsi l’utile per scopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo. Quella di Vigorelli era una critica combattiva, sincera e severa, come lo era il suo carattere fiero, poco incline ai favoritismi. Il suo ardore gli permetteva, così, di osare dove altri si ritiravano per prudenza o convenienza sociale o interesse privato: per anni egli fu un ponte tra la nostra cultura e quella sigillata dell’Oriente europeo, posto sotto la cappa asfittica del regime sovietico, ‘infiltrandovi’ il respiro della libertà, della creatività, della spiritualità. In queste parole la massima sintesi per (ri)scoprire, come merita, Giancarlo Vigorelli, l’ultimo vero intellettuale libero che l’Italia si sia concessa.

Images courtesy of Carla Tolomeo and Gian Paolo Serino
@gianpaoloserino