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gian paolo serino

Fall in book

Text Gian Paolo Serino

Michael Chabon
Sognando la luna
Rizzoli, pagg. 526, euro 22, traduzione di Matteo Colombo

Senza dubbio è il miglior romanzo americano tradotto in Italia nel 2017. Non è il più sorprendente (lo è il nuovo 4321, appena pubblicato da Einaudi, che vede il ritorno del primo Auster, quello della Trilogia di NY, de La musica del caso e Leviatano), non è il più riuscito come metafora (lo è La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead appena uscito per Edizioni Sur, non una metafora sul razzismo nei confronti degli afro-americani, come hanno scritto tutti ma, basta leggerlo, sul genocidio dei nativi indiani): il miglior romanzo scritto quest’anno è senza il minimo dubbio Sognando la luna. Una prosa ipnotica, magnetica, che ti prende in ostaggio sin dalla prima riga per portarti in un mondo non fantastico, come poteva essere Le fantastiche avventure di Kavalier e Klay o dalle atmosfere troppo marcatamente dickensiane di Telegraph Avenue, ma è un libro di rottura totale con la letteratura contemporanea americana. Lontano dall’essere quel software che è Jonathan Franzen, lontano da quell’altezzosità che caratterizza Foer, lontano anche da Thomas Pynchon (a cui molti lo hanno paragonato) e da ogni suo contemporaneo. Chabon ritorna ai fasti de I misteri di Pittsburgh ma con maturità: meno ingenuo pur conservando la medesima purezza ci racconta di un mondo che, bombardato di informazioni, proprio nella memoria trova il miglior luogo dove vivere le proprie fantasie. Attraverso un io narrante che coincide con lo scrittore Michael Chabon leggiamo la storia di suo nonno, figura accostata demenzialmente in Italia a Barney o Lebowski con cui nulla ha da spartire. In realtà, come scrive lo stesso Chabon, è ispirato alla figura di suo zio e in parte a quella del nonno paterno morto ormai incosciente e irriverente sotto l’effetto dei sedativi. Ne esce un personaggio attraverso cui leggiamo la storia degli Stati Uniti che, non si comprende mai, se siano la metafora del progresso o un errore di navigazione.

Ma è anche la storia sulle cose che vengono dette, quelle che vengono censurate, i compromessi, o anche il modo in cui certe storie non vengono mai veramente superate, e due persone sarebbero capaci di arrivare sino alla tomba con due modi diversi di raccontare uno stesso fatto.

Inizialmente Chabon aveva pensato di scrivere un sequel di Telegraph Avenue, uscito nel 2012, ambientato in una Oakland più o meno contemporanea. Quando si è messo a scrivere, però, tutto ciò che gli è venuto in mente riguardava la sua famiglia e le sue storie: come quella dello zio che perde il lavoro di rappresentante commerciale perché il proprietario dell’azienda in cui lavorava doveva assegnare il suo posto a un amico di famiglia, la spia comunista Alger Hiss.

È quel tipo di storia che Chabon ama, soprattutto in un momento in cui quest’enorme arco di storia pop-culturale s’interseca con le storie personali. Perché in Sognando la luna c’è, forte, la storia d’amore tra i suoi nonni che si contrappone al trauma dell’Olocausto, alla devastazione dell’Europa e alla folle corsa per una scienza sempre più vissuta come arma di distruzione. Chabon è cresciuto anche tra le ombre della ‘Guerra fredda’ in cui gli eroi Marvel combattevano a modo proprio, come le trasmissioni televisive, contro il ‘pericolo rosso’. C’è un forte riverbero di quelle atmosfere è non a caso il romanzo è intitolato Sognando la luna: come se Chabon avesse rimosso quella corsa verso lo spazio che dagli anni ’50 sino all’allunaggio da una Luna da sognare diventò una Luna da conquistare tendando di salvare quel che resta del sogno americano, ormai sepolto tra le ombre di macerie morali che ci hanno portato a un presente futuro completamente ‘remoto’ (nella doppia eccezione di ‘passato’ e di ‘remote control’). Un romanzo che ci racconta, soprattutto, senza allontanare il lettore con contorsionismi stilistici alla Thomas Pynchon e al contempo senza cadere nel caricaturale del Pynchon di Vice, il mondo di oggi in cui ‘ti aiutano a nuotarci dentro senza andare a fondo’. Ti aiutano a galleggiare sulle profondità di un mondo che se solo ci sforzassimo di comprenderlo non saremmo qui. Ora. Adesso. A leggere queste parole sull’acqua, le mie, ma già in libreria (o in biblioteca) a leggere magari Sognando la luna.

Jean-Baptiste Del Amo
Regno Animale
Neri Pozza, pagg. 408, euro 18, traduzione di Margherita Botto

Noi esseri umani siamo solo un ‘regno animale’. Al di là della solita e innocua denuncia animalista (quella per intenderci alla Jonathan Safran Foer del bestseller Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?), Jean-Baptiste Del Amo con Regno animale – romanzo finalista del Prix Goncourt, Prix Medicìs, Prix Femina e vincitore del Prix du Livre International – racconta una famiglia di allevatori nella sua ‘evoluzione’ dalla fine Ottocento alla fine del Novecento. Personaggi che rimangono indelebilmente impressi nella memoria, anche a libro chiuso, che facciamo fatica a scrollarci di dosso come fossero gli odori descritti da Patrick Süskind nel Profumo o come le immagini cinematografiche di Jean Jacques Annaud. Leggendo Regno animale sembra di essere accanto al ‘chiarore del focolare’: ma è soltanto un’illusione quella fiamma, perché il calore non ci riscalda ma ci brucia dentro. In questa famiglia di ‘allevatori di maiali’ riviviamo tutta la nostra bestialità: ormai immersi sino al collo nel fango del profitto economico in un’Apocalisse che creiamo ma che non comprendiamo di star già vivendo. Al di là della trama – che ha la stessa potenza de La vita degli animali di Coetzee, capolavoro edito in Italia da Adelphi – è la scrittura a colpire. In Francia si sono fatti i più illustri paragoni perché malgrado la giovane età, trentacinque anni e al suo terzo romanzo, Del Amo ha una prosa oltre modo chirurgica, quasi ipnotica nella violenza di un linguaggio alla De Sade. Una violenza che si trova già soltanto leggendo la parola ‘genitrice’ al posto di ‘madre’, con una tensione poetica che ricorda il Francois Villon perduto delle ‘ballate’ e con uno stile spesso telegrafico come l’Agota Kristof de La Trilogia della città di K e il Jonathan Littell de Le benevole. Eppure lo scrittore riesce a mantenere intatta la propria originalità nel farci rivivere, anche in tempi moderni ma attraverso atmosfere quasi medievali, ‘le piccole scene domestiche che si svolgono al chiarore del focolare’. Perché è proprio dalla famiglia (il cui etimo latino, non dimentichiamolo mai, viene da ‘servulus’: ‘essere servitore’) che nasce quel male che poi sfoghiamo diventando ogni giorno cannibali di noi stessi. Perché è questo che sembra volerci dire Del Amo: non serve poi così tanto mangiare soltanto verdure o essere animalisti per migliorare il mondo se poi sfoghiamo la nostra crudeltà nella recita del nostro quotidiano rosario meschino di inesauribili astuzie e di ambizioni superbe. Dalla famiglia, quella vera, quindi da noi, può nascere l’unica vera soluzione per evitare la catastrofe. Quella descritta in Regno animale che viviamo tutti i giorni attraverso la nostra maschera di apparenze, di violenze silenziate e apparentemente minime. Per un giorno, almeno, sul piatto al posto di una fetta di carne mettete questo libro. Così: almeno per comprendere il gusto sano di un capolavoro.

Dennis Lehane
Ogni nostra caduta
Longanesi, pagg. 412, euro 18,60, traduzione di Alberto Pezzotta

Dennis Lehane è considerato il vero re del thriller. Non mi occupo, solitamente di questo genere narrativo, quando non è letteratura. Dennis Lehane lo è. A dimostrarlo anche questo suo nuovo romanzo. Autore di capolavori spesso adattati per il grande schermo come Mystic River (regia di Clint Eastwood e due Premi Oscar a Sean Penn e Tim Robbins) e L’isola della paura (Shutter Island con Leonardo Di Caprio e regia di Martin Scorsese), Lehane più che un ‘thrillerista’ è tra gli scrittori che ha meglio raccontato le nostre paure (senza cadere negli incubi ossessivo-compulsivi di Stephen King) come in questo romanzo che già dal titolo, Ogni nostra caduta, ci racconta un mondo. Quel mondo siamo noi. Un mondo sempre più a portata di internet, ma per tutti sempre più piccolo. Un piccolo mondo sempre più privato da proteggere, nascondere. Lehane ci racconta – attraverso le vicende della protagonista, una donna lacerata da un’infanzia difficile, figlia di una scrittrice di successo e di un padre misterioso – di temi come la fiducia, l’amore, la famiglia, il matrimonio, la paura delle ombre non solo del nostro passato. Con uno stile molto vicino a un Alfred Hitchcock di Nodo alla gola che incontra il James Ellroy della Dalia nera, con una scrittura serrata quasi da ‘serial crime’ televisivo alla The Wire o alla Boardwalk Empire (di cui non a caso è stato sceneggiatore di diversi episodi) Lehane ci consegna il suo miglior romanzo. Il più letterario. Sin dal prologo, dove con la scusa della madre scrittrice della protagonista ci racconta di una narrativa sempre più spinta verso ‘scempiaggini per emotività adolescenziali’. E subito alla seconda pagina scrive: Il successo rendeva sempre più cupa sua madre, che già non era mai felice di suo. (…) Abile a diagnosticare i problemi degli altri, non sapeva da dove iniziare quando si trattava di se stessa. E così aveva passato la vita a cercare di risolvere problemi che erano nati, cresciuti e morti dentro il suo cervello. Non è quello che fa la maggior parte di noi ogni giorno? Ogni nostra caduta è lo specchio d’inchiostro che ogni lettore dovrebbe leggere per (ri)trovare se stesso, quell’io che spesso perdiamo pe occuparci degli altri – figli, genitori, amici– pur di non indagare dentro noi stessi.

Edith Pearlman
Intima apparenza
Bompiani, pagg. 292, euro 19, traduzione di Angela Ruggeri

La fama per Edith Pearlman è arrivata decisamente tardi, a 74 anni, nel 2011, entrando tra i cinque finalisti del National Book Award con la raccolta di racconti Visione Binoculare. Ora in libreria, sempre per Bompiani, con una nuova e senza dubbio ancor miglior antologia di ‘short story’ di cui la scrittrice americana è indiscussa maestra, tanto da essere paragonata a maestri come Alice Munro e John Cheever.

Nata a Rhode Island nel 1936 da immigrati ebrei dell’Europa orientale, anche in questa Intima apparenza le sue sono storie piene di non detti, storie mai banali, comunque avvolte intorno a strani, ironici, inattesi o difficili frangenti in cui si trovano i protagonisti in genere sofisticati, colti, benestanti, pieni di principi, abitanti di Godolphin, sobborgo (immaginario) di Boston: situazioni non calcolate in cui impercettibilmente si fa strada un’emozione spiazzante. Sono racconti in cui si stabilisce una strana relazione tra la scrittrice e il lettore, quasi di complicità, comprendendo sin dalle prime pagine come davvero la verità non ha niente a che vedere con la testimonianza degli occhi. La Pearlman ha una sensibilità unica nel raccontare e celebrare la gente comune: infermieri, professori di piccoli università, anziani in ospizio, coppie innamorate. Ognuno abitato da una goccia di splendore, da quel tocco che permette di vedere e assaporare la vita dando il vero valore anche a particolari che noi troppo spesso diamo per scontati. È una realista della scrittura e come Raymond Carve, riduce tutto più che all’osso al midollo, ma a differenza di Carver i suoi racconti non sono venati da quella malinconia che ci prende e non ci lascia andare (si legga ad esempio il racconto Il bagno, uno dei migliori e al contempo più tristi racconti mai scritti nel Novecento. In questa Intima apparenza c’è sempre un filo, a volte sottile a volte più saldo tanto da farsi ‘trama’, di umana speranza e di virtù nascoste.

Quello che non manca mai è il romanticismo: quasi acerbo, verde come appare alla vista, ma dolcissimo all’interno, come sotto intende anche il titolo originale Honeydew (che in americano significa ‘melone d’inverno’). Venti racconti che, partendo dal realismo più crudo arrivano a pagine di ottimismo che mai sfiorano il realismo magico, ma soprattutto ci insegnano a cercare di guardare al di fuori della superficie delle cose che accadono. Andiamo oltre e troveremo. Anche quella felicità che, a volte, sembra inafferrabile.

Image cover Christian Schloe, Night Cat
society6.com/christianschloe

Fogli(e) di lettura

Text Gian Paolo Serino

Don Carpenter
La sceneggiatura
Frassinelli, pagg. 288, euro 18,50, traduzione di Stefano Bortolussi

Amatissimo sin dagli esordi da un maestro della letteratura americana come Norman Mailer, dimenticato per decenni, possiamo ora finalmente conoscere anche in Italia Don Carpenter, oggi venerato anche da Quentin Tarantino. Un romanzo, uno dei tre che Carpenter ha dedicato a Hollywood, che è un una vera e propria cavalcata nella Los Angeles decadente degli anni Settanta: tra sogni realizzati ma soprattutto quelli infranti dalle mille luci di un cinema che nella vita riflette solo le ombre, Carpenter firma uno dei grandi libri hard boiled americani capace di mettere a tacere l’osannato Thomas Pynchon di Vice e di far paura persino al genio di James Ellroy. Don Carpenter, come ha scritto Mailer, ci regala una prosa superba, rapida, luminosa, tenera, ironica, triste, ricca di consapevole sofferenza e cosmico ottimismo. Ma soprattutto una metafora attualissima su quelle mille luci di un’America che non realizza i sogni ma li anestetizza.

Stephen King e Owen King
Sleeping Beauties
Sperling&Kupfner, pagg. 672, euro 21,90, traduzione di Giovanni Arduino

Mentre dal 19 ottobre esce il film tratto da It, il consiglio è di prenotare Sleeping Beauties, il nuovo romanzo che Stephen King firma insieme all’ultimo dei tre figli Owen, in uscita il 21 novembre. Pubblicato la scorsa settimana negli Stati Uniti (per chi legge in originale vale la pena per una volta anche l’e-book) è il miglior King mai letto. Lontano da Carrie, Shining o Misery – meglio i film – King ritrova il miglior se stesso: quello di On Writing (autobiografia confessione sul ‘mestiere di scrivere’ che non sempre coincide con quello di vivere). Un romanzo che racconta un mondo in cui improvvisamente sono scomparse le donne (il più grande orrore immaginabile) e ambientato in una cittadina sospesa tra Il buio oltre la siepe e I peccati di Peyton Place. Un’occasione anche per scoprire Owen King, che è il vero talento della famiglia come ha già dimostrato con Siamo tutti sulla stesa barca (Frassinelli) e Double Feature (ad oggi purtroppo inedito in Italia): la storia di Sam Dolan, regista al suo primo film interpretato dal padre Booth Dolan, «uno scrittore e un guitto che inganna per lavoro». Più metafora di così…

John Williams
Augustus
Fazi, pagg. 412, euro 18, traduzione di Stefano Tummolini

Vincitore del National Book Award questa docufiction ci fa rivivere la storia di Ottaviano Augusto, che nel 31 a.C. con la vittoria di Azio mise fine all’epoca delle guerre civili a Roma. Concentrò nelle sue mani tutto il potere e garantì all’Impero un lungo periodo di pace e prosperità senza precedenti nel mondo romano. Augusto seppe inoltre migliorare l’immagine del suo governo grazie a una sapiente opera di propaganda politica che si poté avvalere delle migliori intelligenze del tempo (da Svetonio a Plutarco). Un romanzo, basato su fonti storiche reali, anche capace di immergerci in un mondo talmente pieno di complessità, lussuria, cinismo e violenza, da sembrare quello in cui viviamo oggi. Dalla penna di John Williams, l’autore dell’immenso romanzo Stoner, una storia scritta con una grandiosa cifra stilistica, resa al meglio dalla nuova traduzione di Stefano Tummolini, attraverso realtà e finzione come spunto per riflettere sulla condizione umana, sulle lusinghe del potere e sulla solitudine di chi lo esercita.

Charlie Chaplin
Opinioni di un vagabondo
minimum fax, pagg. 242, euro 14, traduzione di Andreina Lombardi Bom

Attraverso la comicità vediamo l’irrazionale in ciò che sembra razionale, il folle in ciò che sembra sensato, l’insignificante in ciò che sembra pieno d’importanza. È questa una delle tante frasi che troviamo in questa raccolta di ‘mezzo secolo di interviste’ a Charlie Chaplin, tra gli intellettuali più raffinati e geniali del Novecento. Spesso ridotto a una comica di Charlot (che sono, in realtà, durissimi attacchi contro la disumanizzazione del progresso e della politica populista) qui troviamo non solo l’artista ma anche l’uomo e il pensatore. Se è vero, come scrive Chaplin, che il tempo è un grande regista perché trova sempre il finale migliore, la speranza è che molti leggano questo libro. Per capire il dramma di uomo e di un artista incompreso che ripeteva sempre: «Volevo cambiare il mondo e l’ho fatto soltanto ridere».

Ben Lerner
Odiare la poesia
Sellerio, pagg. 88, euro 12, traduzione di Martina Testa

Ben Lerner, scrittore americano rivelazione degli ultimi anni, malgrado la giovane età (è nato nel 1979) non manca mai di stupire: prima con i romanzi Un uomo di passaggio (Neri Pozza, finalista nel 2016 del National Book Award), poi con Nel mondo a venire (Sellerio 2015) e adesso con questo geniale pamphlet.
«Considero che la poesia e l’odio per la poesia siano fusi insieme ed è questo che voglio arrivare a spiegare, che ogni poesia è sempre la testimonianza di un fallimento». Ormai sono tutti poeti: anche in chi pubblica versi in plaquette per oscuri editori a pagamento o sproloquia poetando sui social, si cela una logica crudele: quella che fa dire «siamo tutti poeti». Eppure non siamo tutti pianisti o scultori o ballerini. E in questa illusione, o speranza, risiede il luminoso e tragico paradosso dell’arte della parola.

Image cover Christian Schloe, Wandering Forest
society6.com/christianschloe

Unreleased Front Matters

In esclusiva italiana presentiamo i due scritti che introducono Affresco, il primo romanzo di Magda Szabó, la scrittrice ungherese più tradotta al mondo. Affresco sarà in tutte le librerie da Giovedì 12 Ottobre per le Edizioni Anfora nella traduzione di Vera Gheno e Claudia Tatasciore (pp. 252, 
€ 18.00). È il primo romanzo della Szabó – autrice anche di capolavori come La porta (Einaudi) e Abigail (Anfora)- e venne scoperto da Hermann Hesse che la volle tradurre a tutti i costi tanto che, scrisse: «Con Frau Szabó avete pescato un pesce d’oro. Comprate tutta la sua opera, quello che ha scritto e quello che scriverà». In assoluta anteprima, per gentile concessione dell’editore, presentiamo l’introduzione al libro di Gian Paolo Serino e la prefazione firmata dalla stessa Magda Szabó.

 

 

Text Gian Paolo Serino
@gianpaoloserino

Scrivere di Magda Szabó non è facile: non perché sia una scrittrice di difficile lettura, anzi, alla grandiosa modernità dei suoi romanzi si unisce uno stile che la rende tra le migliori, se non la migliore scrittrice europea del Novecento. Il problema è che Magda Szabó non è una scrittrice: è un miracolo. Un miracolo di speranza, in tempi bui allora come oggi. Un miracolo di anticonformismo autentico, quando questa non era solo una parola ma un modo di vivere.  Magda Szabó è un incanto, una magia, un sogno, una musica che ascolterete a ogni sua parola, a ogni sua frase, a ogni sua pagina.  Magda Szabó, nata a Debrecen nel 1917 (nel pieno della Rivoluzione russa) da un padre calvinista e da una madre cattolica, e morta, nel 2007 a novant’anni, è a oggi la scrittrice ungherese più tradotta nel mondo (in oltre 40 lingue).

Cresciuta in una famiglia dell’alta borghesia si laurea in Lettere Classiche (con una tesi sulla cura della bellezza femminile nell’età romana), pubblica le sue poesie (con ampio seguito), ma fino al 1956 è osteggiata in patria nella scrittura tanto che sarà il marito, scrittore, a incoraggiarla a non abbandonare la macchina da scrivere. Dopo il 1956, gli anni della liberalizzazione dell’Ungheria, è insignita nel 1959 del Premio Attila József e nel 1978 del Premio Lajos Korsuth, il maggior riconoscimento letterario ungherese.

Tradotta con grande successo negli Stati Uniti e in Francia, dove vince il prestigiosissimo Prix Femina Étranger (2003).

Nel 1958 pubblicò questo Affresco, un romanzo che incantò Hermann Hesse a tal punto che volle tradurlo e che ora vede la sua prima pubblicazione italiana sino ad oggi rimasta inedita. Più che della storia e della vita della Szabó vorrei soffermarmi sulla sua scrittura e sul suo stile. In tempi recenti sono stato il primo a recensirla con Abigail e Per Elisa (su D – la Repubblica): pur essendo io un americanista, ho intuito subito che quei libri meritavano una vetrina nazionale. Sono stato anche il primo in Italia a recensire Ágota Kristóf, quando ancora a fine anni Ottanta, pubblicava con Guanda in due volumi La prova e Il grande quaderno. Ottennero poi sempre l’attenzione di Einaudi che li pubblicò nel volume Trilogia della Città di K e che impose la Kristóf, ungherese di nascita ma riparata in Svizzera, come un vero e proprio fenomeno editoriale. Non se per riconoscenza o meno, la Kristóf non era una donna facile, concedeva rarissime interviste, mi concesse di intervistarla per l’Espresso nella sua casa di Neuchâtel, quando ormai il cancro le stava divorando la vita e di lì a poco morì. Quelle che pubblicai furono le ultime parole della scrittrice.

Poi conobbi i libri di Magda Szabó e ho capito che era tutta un’altra musica. Magda Szabó è superiore, e di molto, ad Ágota Kristóf. La scrittura di Magda Szabó – alternata da frasi telegrammi a monologhi interiori – non è nichilista come quella della Kristóf (in realtà i suoi sono la testimonianza di come neanche la letteratura può sopravvivere alla tristezza della vita). Tristezza che troviamo anche nella Szabó, ma raramente è così esplicitamente raccontata.  Si intuisce. Perché più che una scrittrice la Szabó è una pittrice dell’animo umano. In tutti i suoi libri – compreso questo Affresco – l’altra magia è la sfumatura della parola, è il ritratto di scene che sono quadri esistenziali, è l’uso sapiente della punteggiatura, delle pause, di quello spazio che lascia intuire al lettore colori ed espressioni. E poi la poesia: nella Szabó, come in pochissimi altri autori europei del Novecento, i suoi romanzi sono trame in versi che nulla tolgono al piacere della trama, al piacere della lettura, del voltar pagina. Di quegli elementi che coniugano letteratura e narrativa. Senza essere complessa, come sembrava andare di moda nell’ermeneutica e nell’incomprensibilità di molti scrittori che tutti citano ma nessuno legge.  La dimensione favolistica, ma al contempo reali-sta (non facili da coniugare) rende unica la sua cifra stilistica. E poi non manca mai la dimensione dell’infanzia: che siano ricordi o rimandi ci fa presente quanto sia difficile diventare adulti in un mondo adulterato.

Non è facile, però si può.
Iniziando dai suoi libri.

 

Text Magda Szabó

Agli albori della mia carriera esordii come poetessa. Nel 1949, per il mio secondo volume di poesie, ricevetti il Premio Baumgarten, ritiratomi il giorno stesso con la motivazione della mia estraneità alla classe operaia. Nella nostra politica letteraria nazionale rappresentò il colpo di pistola del via: la mia generazione si ritirò dalle scene e la sua decisione collettiva di non pubblicare più paralizzò per anni la reale vita letteraria ungherese. Smisi di scrivere poesie, e l’amara esperienza di un funerale dopo una scioccante morte in famiglia diede origine all’argomento del mio primo romanzo, Affresco. L’opera fu scritta nel 1953, e se fosse finita nelle mani sbagliate avrebbe potuto portarmi a conseguenze di ogni sorta, persino al gulag. Sapevo cosa stessi descrivendo, e infatti non osai conservare in casa il manoscritto, che ben presto passò di mano in mano. Una copia fu occultata a Debrecen, nella carbonaia dei miei genitori, sotto il combustibile. Poi, il 1956 portò con sé la soluzione: furono gli editori a cercare gli scrittori ammutoliti, chiedendo loro manoscritti, e così anche Affresco venne alla luce del sole. Affresco fu favorito dal Dio che prometteva un risarcimento ai reietti umiliati: un’eco della sua ricezione in patria, sorprendentemente favorevole, arrivò all’editore Insel, all’epoca ancora della Germania Ovest, e il volume uscì sul mercato librario internazionale. Anche all’estero ottenne un successo inaspettato, tanto che qui, in patria, i critici marxisti, penosamente imbarazzati, mitigarono in garbati apprezzamenti gli attacchi rivoltigli fino a quel momento. Affresco è la storia di un solo giorno: Annuska – dalle cui mani il potere ha strappato via il pennello del pittore, e che, dopo essere scappata dalla casa dei genitori, si guadagna da vivere a Budapest confezionando oggetti ornamentali – ritorna, per la prima volta dopo lunga assenza, alla sua cittadina natale per il funerale della madre, e quando si ritrova a confrontarsi con coloro che erano stati le guide e i testimoni della sua vita, si rende conto che nessuno ha più potere su di lei. I familiari, gli abitanti, tutti coloro che un tempo l’avevano ferita o che lei detestava non sono da temere, ma da compatire. Annuska torna alla capitale senza portarsi dietro nient’altro che la commiserazione; sul treno rapido per Budapest, assieme alla paura di un tempo, tutta Tarba le rimane alle spalle come un ricordo. Affresco per me rimarrà sempre il simbolo del nuovo inizio di una vita da scrittrice, il miracolo pasquale della nostra gioventù calpestata, la resurrezione. Una volta, nella bolgia più profonda della persecuzione, quasi sottoposi Dio a un impetuoso interrogatorio, chiedendogli perché mai mi avesse creata, visto ciò che ero costretta a vivere. Oggi ormai lo so: Dio mi ha risposto tramite Affresco.

Giancarlo Vigorelli

Text Gian Paolo Serino
@gianpaoloserino

 

Giancarlo Vigorelli è stato il maggior critico letterario del Novecento. Questo lo penso da sempre, ancor prima di incontrarlo – io trentenne e lui ottantenne- vicini di casa a Milano in via Solferino, ma vicini soprattutto per affinità elettive, per attitudini, per la stessa forza di metterci sempre in gioco, di non cadere nel ‘giogo’ del potere editoriale e giornalistico. Sono forse di parte (ma non credo) quando dichiaro che Vigorelli è stato il maggior critico del Novecento: Vigorelli – insieme a Federico Roncoroni – è stato per me amico, mentore, compagno (non in senso politico ma di appartenenza alla lotta contro la non cultura di un mondo sempre più barbaro, per colpa proprio di molti intellettuali), forse anche padre. A Vigorelli ho anche dedicato un libro: Così tante vite: Il Novecento di Giancarlo Vigorelli, un diario per immagini, che ho curato insieme alla moglie Carla Tolomeo (allieva di De Chirico e oggi scultrice di fama mondiale), e introdotto dall’amico Claudio Magris (anche lui, insieme a Vittorio Sgarbi, suo allievo) che così ha descritto Vigorelli nella prefazione – Per lui anche l’esercizio della letteratura  è stata vita: vita gagliarda, avventurosa, che lo portava a battersi per scrittori e culture perseguitate. Giancarlo Vigorelli – scopritore di Pierpaolo Pasolini, del pittore naif Antonio Ligabue, collaboratore di Roberto Rossellini, vice-direttore dell’Istituto Luce – per venti anni è stato anche presidente del Centro nazionale di studi manzoniani e della Casa del Manzoni e, in qualità di segretario della Comunità europea degli scrittori (la COMES, nata nel 1958 e presieduta da Giuseppe Ungaretti), si è sempre battuto ‘in soccorso’ degli intellettuali censurati, condannati, zittiti: dalla Spagna ai Paesi dell’Est, ma soprattutto in Unione sovietica, dove ‘entrò’ diverse volte per sostenere le ragioni degli scrittori dissidenti. Vigorelli fu il primo a gettare un ponte tra la nostra cultura e quella dell’Oriente europeo, il primo a intuire come la Comunità Europea non doveva nascere come unione economica ‘del carbone e dell’acciaio’, ma culturale. Un’idea che, ancora oggi, purtroppo, è lontana dal venire: quando pensiamo all’Europa pensiamo all’euro e non ad un continente che conserva l’87% del patrimonio artistico mondiale. Vigorelli non è stato un idealista con i piedi sulle nuvole: ha combattuto sino allo strenuo delle sue forze perché non ci fossero differenze tra nazioni, non ci fossero poeti e artisti costretti all’esilio o alla censura per le proprie idee. Le parole di Manzoni nella lettera al marchese Cesare D’Azeglio Sul Romanticismo (1823), anche se ardue e fin ostiche agli occhi della cultura contemporanea, erano per Giancarlo un monito contro il vaniloquio, la superficialità, l’inconsistenza dell’oggi: La letteratura deve proporsi l’utile per scopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo. Quella di Vigorelli era una critica combattiva, sincera e severa, come lo era il suo carattere fiero, poco incline ai favoritismi. Il suo ardore gli permetteva, così, di osare dove altri si ritiravano per prudenza o convenienza sociale o interesse privato: per anni egli fu un ponte tra la nostra cultura e quella sigillata dell’Oriente europeo, posto sotto la cappa asfittica del regime sovietico, ‘infiltrandovi’ il respiro della libertà, della creatività, della spiritualità. In queste parole la massima sintesi per (ri)scoprire, come merita, Giancarlo Vigorelli, l’ultimo vero intellettuale libero che l’Italia si sia concessa.

Images courtesy of Carla Tolomeo and Gian Paolo Serino
@gianpaoloserino

Lampoon Libri: Compulsion

Text Gian Paolo Serino

 

Compulsion
by Meyer Levin
2017, Adelphi

 

Il vero, primario, A sangue freddo, sino a oggi considerato il primo libro di non-fiction novel (una sorta di docu-film che partendo da fatti reali li racconta secondo diverse tecniche narrative) non è di Truman Capote, con la sua storia in presa diretta dei due psicopatici che assassinarono senza apparente motivo una famiglia  di agricoltori in un paesino del Kansans, nel profondo MidWest. L’ha scritto Meyer Levin nel 1955 (A sangue freddo è del 1966) con il titolo Compulsion.

Arriva in Italia e racconta la ben più intrigante vicenda di due studenti appena maggiorenni appartenenti alla Chicago del West South, quella dei multimilionari che vivevano nel quartiere, oggi residenza di Obama, delle ville affacciate sul Lago Michighan. I due rampolli nel 1925 rapirono e uccisero un ragazzino di quattordici anni dando il via a quello che in seguito fu definito il processo del secolo. In quella Chicago anni Venti, in mano alla criminalità organizzata con il pericolo pubblico numero uno, John Dillinger, e con gli speakeasy gestiti da Al Capone per il contrabbando di alcolici. In quella Chicago maledetta, come la definisce l’autore pur non raccontandola mai, esiste una società parallela: quella delle famiglie ebree milionarie a cui appartengono i due assassini e la vittima. Una società che rimane scossa, insieme a tutta l’America, davanti a quello che all’inizio doveva essere un delitto perfetto (non a caso ispirò anche Hitchcock per il suo Nodo alla gola).

A raccontare, con nomi fittizi, ma fedelissimo alla realtà degli accadimenti è lo stesso Meyer Levin che era loro compagno di college e al contempo lavorava come giovane inviato del Chicago Daily News contribuendo alla risoluzione del caso. Quel che affascina, pur nella brutalità del gesto, è la motivazione che spinse i due ragazzi: s’ispiravano quasi identificandosi al superuomo di Nietzsche, un superuomo che seguendo leggi dionisiache è al di sopra del Bene e del Male. Volevano dimostrare di essere intoccabili, non punibili dalle leggi terrene.

Il rapporto tra i due non è mai del tutto esplicito (e anche in questo è bravo Levin. Di tipo omosessuale sadomasochista (con un dominante e un dominato). Atmosfere antesignane dei film alla Fassbinder o alla Roman Polanski, che intrigano ancora di più: per il rapporto narcisistico con il male e quell’attrazione presente in tutti noi, esseri umani, dell’esperienza erotica-estetica più estrema, l’assassinio per voluttuosità del piacere.

Image courtesy of Adelphi
www.adelphi.it – @adelphiedizioni

The new Lampoon literary editor

Gian Paolo Serino, the fresh literary editor of The Fashionable Lampoon – ph. Daniele Barraco

Text Gian Paolo Serino
@gianpaoloserino

 

Un’idea imperfetta ha sempre un avvenire, scrive Elias Canetti.

Dall’imperfezione nasce la magnificenza.

Noi di Lampoon non abbiamo tempo di ‘intrattenere’: per vivere in un mondo magnifico dobbiamo esserlo noi per primi. Io. Tu. Noi. Tutti. Te. Smetti di leggere quello che sto scrivendo: vai e costruisci una cattedrale dai detriti, un asilo in un deserto, un’idea in una rivoluzione, un pensiero in un’evoluzione.

Se stai continuando a leggere sei magnifico comunque: ci vuole del genio a scrivere ma oggi ci vuole del genio anche per leggere.

Cos’è la cultura? La Cultura è entrare nel tempo senza vendersi ai poteri del tempo. Per questo Lampoon ha deciso di coniugarla alla propria visione estetica, che è unica e inimitabile perché l’estetica non si discute. L’estetica è. L’estetica si vive. L’Estetica siamo noi. L’Estetica sei Tu. Se così non fosse non saresti arrivato fino a qui. Per questo abbiamo deciso di dare dal prossimo numero di Lampoon uno spazio culturale sempre più ampio. Perché noi non siamo in controtendenza. Non non crediamo nella tendenza, figuriamoci se crediamo nella controtendenza.

Noi crediamo che non esistano persone o giornali avanti, ma solo persone e giornali un pochino più indietro.

Su Lampoon iniziano a collaborare anche i migliori scrittori italiani e stranieri che più che qualcosa da ‘dire’ hanno qualcosa da ‘dare’.

Noi diamo tutto noi stessi. Il che, oggi, non è poco. Qualsiasi risultato raggiungeremo. E il nostro risultato è e sarà sempre raggiungere Te.

Gian Paolo Serino (Monza 1972). Critico letterario, ha ideato e fondato la rivista letteraria Satisfiction. Scrive di libri su Il Giornale. Ha collaborato per anni con La Repubblica, Libero, Avvenire, Il Riformista, Il Venerdì di Repubblica, D-la Repubblica, L’Espresso, Rolling Stone, GQ, Vogue, Mucchio Selvaggio, Pulp Libri, L’Indice dei libri, Vanity Fair. Ha lavorato con Radio Capital e R101 con la Gialappa’s Band. Ha curato l’edizione italiana de Il compromesso di Elia Kazan, la biografia Dylan Thomas. Essere un poeta e vivere di astuzia e birra di Paul Ferris e Così tante vite. Il Novecento di Giancarlo Vigorelli, con prefazione di Claudio Magris. Nel 2015 ha pubblicato, con ampio successo di lettori e di critica, il saggio Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale e Guerra e Rivoluzione, inedito mondiale di Tolstoj per Feltrinelli. Da cinque anni è ideatore di Parole di Cuore, iniziativa non profit che ogni settimana porta gli scrittori nei reparti pediatrici di oncologia di molte città ed è Presidente della Giuria del Premio Pegaso – premio letterario, fotografico, artistico e musicale – organizzato dall’Istituto Superiore della Sanità con il Ministero della Salute, e dedicato alla sensibilizzazione sulle Malattie rare. Quando cadono le stelle è stato il suo primo romanzo uscito nel maggio 2016. Grazie all’enorme successo di critica e di lettori è oggi alla sua quarta ristampa per Baldini&Castoldi.

Image courtesy of Gian Paolo Serino.

Silvia Urso Falck

Text Gian Paolo Serino

 

Esattamente un anno fa, dopo aver lottato con tutte le forze contro un tumore, moriva Silvia Urso Falck, un esempio di stile, eleganza e cultura che per decenni è stato ispiratore per molte Donne non solo di Milano. Silvia Urso Falck, da sempre innamorata del bello, è stata anche una delle ultime vere aristocratiche non solo milanesi. Un’educazione rigida, severa ma aperta al dialogo, mai intransigente, con un sorriso e una voce sempre venata da una velata malinconia, come una brezza che sembrava sfiorarle le labbra e gli occhi vivaci e pungenti. Silvia Urso Falck, vedova di Giorgio Falck, l’ultimo magnate dell’acciaio in Italia, divideva la sua vita tra la bellezza quasi unica della sua palazzina liberty in zona Corso Venezia disposta sui tre piani, Madesimo e la sua amata villa sulle alture di Portofino.

All’esibizionismo volgare di certe prime donne, prediligeva uno stile impeccabile, indossando quasi sempre un paio di jeans e una camicia bianca (ne aveva decine tutte uguali nella sua ‘stanza-armadio’), mentre per le serate alla Scala, dove si era formata da bambina adorando la danza, era capace di indossare abiti unici, mai vistosi e sempre invidiati. Alle cene di gala o alle charity preferiva la discrezione della beneficienza fatta con il cuore. Non disdegnava le feste più mondane tra Milano e St Moritz per puro spirito di divertimento: osservare una ricchezza così esibita da essere ridicola e non certo sobria.

Ne scrivo con obiettività ma con dolore: Silvia era la mia migliore amica, ma credo che debba essere da esempio soprattutto per le nuove generazioni che confondono l’esibizionismo della ricchezza alla sobrietà di chi è semplicemente nobile e gentile d’animo. Forse una storia che esiste da sempre, ma ormai rarissima. Per questo Silvia Urso Falck deve essere ricordata e conosciuta. Ne sono esempio vivente i suoi due figli: Giada e Gaddo che continuano a far vivere la madre con la propria educazione impeccabile.

Images courtesy of Gian Paolo Serino
@gianpaoloserino

The Dot Circle 2017 – Le storie2

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

LEGGERE È UNA LEGITTIMA OFFESA

Text Gian Paolo Serino
@gianpaoloserino

 

Leggere significa essere letti da ciò che si legge. Significa entrare nella propria mente, nella propria coscienza, nel proprio io attraverso uno specchio di inchiostro. Io credo fermamente nella Letteratura, credo meno nella narrativa da intrattenimento, quella che gli americani chiamano “airport novels”, romanzi da aeroporto, quei romanzi che durano il tempo di un volo, ma che non ti mettono le ali. Un libro, romanzo o saggio che sia, deve metterti davanti e anche contro te stesso: contro le convinzioni, contro le convenzioni, contro quella ignoranza di pregiudizi che ognuno, bene o male, porta dentro di sé. Perché l’ignoranza prima era radicata, adesso è laureata. Leggere significa entrare nel tempo senza vendersi ai Poteri del tempo. È questo che deve fare un vero libro. Non finire all’ultima pagina, ma iniziare all’ultima riga. Eppure basti scorrere le classifica dei libri più venduti per provare un senso di sconforto. Negli ultimi anni, ad esempio, si assiste a un vero e proprio boom di romanzi gialli: se fino a qualche tempo fa c’era il poeta della porta accanto – chiunque scriveva versi – oggi c’è il giallista della porta accanto. Ormai ci sono più noiristi che delinquenti, più giallisti che detenuti. Certo non si può condannare un genere, che tra l’altro annovera grandi scrittori (da Hammett a Chandler, da Jim Thompson a David Goodis), ma l’impressione è che, almeno in Italia, questi romanzi, esposti anche nelle vetrine di tutte le librerie, in realtà allontanino dalla letteratura. Non sono un assertore della lettura per distrarsi, per intrattenersi: per quello ci sono i telefilm o i reality, se proprio si ha bisogno di evadere dal proprio carcere emotivo. Leggere è qualcosa di altro. Come scrive Kafka nei suoi Diari: “Leggere è quell’ascia che serve per rompere il mare ghiacciato che abbiamo dentro”. Visto le temperature polari in cui spesso viviamo – indifferenza, razzismo, egoismo – credo molto nella frase dello scrittore. Un libro deve essere un’arma. Deve essere come un’ecografia interiore, un percorso esistenziale che ci porti a crescere, che ci porti a educarci: educare nel suo etimo latino, ex duco, portare fuori quello che si pensa.

Questo per me è leggere. Mettere una firma su se stessi, ogni volta che si volta pagina.

Per ulteriori informazioni:
Alberta Vianello
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+39.02.8707.5680

On Cover Photo Claudia Sirchia @quellaclaudia
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Digital Visual Wave

I cinque libri in gara

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Alla votazione di The DOT Circle aperta sarà sommata quella di una giuria, #TheDots: Maria Luisa Agnese, Asia Argento, Arisa, Gian Paolo Barbieri, Camilla Baresani, Benedetta Barzini, Pier Giorgio Bellocchio, Francesco Bianconi / Baustelle, Giovanni Caccamo, Sandra Ceccarelli, Martina Colombari, Cesare Cunaccia, Denis Curti, Andrea Faustini, Andrea Incontri, La Pina, Luca Lucini, Fabio Mancini, Daniele Manusia, Angelo Miotto, Margherita Missoni, Diamara Parodi Delfino, Diego Passoni, Andrea Pinna, Italo Rota, Chiara Scelsi, Stefano Senardi, Gian Paolo Serino, Pupi Solari, Francesco Sole, Lina Sotis, Filippo Timi, Jacopo Tondelli, Nicolas Vaporidis

 

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