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gianni versace

Convivio 2018

Text Carlo Mazzoni

 

Ebbe vita la prima volta nel 1992, voluta da Gianni Versace, Gianfranco Ferré, Valentino e Giorgio Armani, impegno della moda per la società e la civiltà: le case di moda donano parte dei loro stock e il pubblico può acquistare a metà prezzo – e l’intero ricavato va a sostegno della lotta contro l’Aids. Dal 1998, Convivio mostra-mercato è stata protetta, pensata e guidata da Franca Sozzani – ieri se ne sentiva la mancanza.

I ripensamenti, dal cambio di location a un allestimento più artistico, non colmavano il vuoto. La cena solamente a base di carboidrati portava a un poco di nausea, lo spazio ristretto e l’aria stantia affaticavano gli animi. Attrici, cantanti e varietà, una miriade di aspiranti a grammi di fama in coda per posare davanti ai fotografi, si suppone per ripetere in una retorica relativa quanto deve essere compreso: i dati indicano un calo dell’uso dei preservativi tra i ragazzi, in un avvento di PrEP e di progresso nel controllo dell’Aids – rimane che, prima del terrore di una malattia, c’è una forma di rispetto per l’essere umano.

Convivio resta una bella tradizione – come una festa di fine anno a giugno, che mette di buon umore, che segna gentile auspicio – quando persino quei compagni di classe con cui hai litigato tutto l’anno, tutto un tratto, ti tornano simpatici, quando il naso respira il gelsomino e la pelle sogna l’acqua salata. Si tratta di vita – e ogni gioco, d’intelletto o faceto che ci ricordi quanto sia importante voler bene, a questa vita, ci piace.

Convivio 2018

Dal 6 al 10 giugno 2018

THE MALL BIG SPACES

Piazza Lina Bo Bardi 1

(metro: Repubblica / Garibaldi)

Ingresso libero

Il 6 giugno dalle 17.00 alle 22.00

Dal 7 al 10 giugno dalle 10.00 alle 22.00

conviviomilano.it

La forza di Versace

Johnny Zander, Jason Lewis, Naomi Campbell, Kristen McMenamy, Sascha, Christina Kruse and Trish Goff, New York, December 20th, 1995, Versace Home Spring/Summer 1996 – Ph. Richard Avedon, © The Richard Avedon Foundation

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Irregolarità contro simmetria, l’esotismo del set e una citazione dell’antico, la Magna Grecia, Delacroix e la decadenza di D’Annunzio, pop art, memorie neoclassiche e costumi da calcio americani. Una natività bizantina diventa Madonna la cantante. Non esiste il senso di colpa. Ella Fitzgerald, Patty Pravo su Tripoli, Sergio Bruni e Gloria Christian. Molteplice invece che unico. More is more. Barocco, Pop Up, Western in pelle selvaggia e frange, la Scozia in mini kilts, il demin, la stampa leopardata, i glitter – il Neo Barocco. Quanto è stato inventato da Gianni Versace, tanto è stato definito da Donatella Versace.

La semplicità della luce, un vestito di lamé, scintillante argentato. Le stampe si producevano in quadricromia – Versace è stato il primo a stampare con diciotto colori, a volte addirittura venti. Andy Warhol diede a Gianni il permesso di usare i suoi quadri su vestiti. Gianni Versace era ossessionato dal futuro, perché era un maestro di sartorialità antica. Le mani di Maria ritornano nella memoria di Gianni – come in quella di Donatella, è lecito pensare. Maria era una donna semplice che aveva qualcosa di magico nelle dita di artigiana, abili e nervose: la tradizione vecchia di secoli che dava vita a rilievi, trafori, arabeschi, trasformando le perle, i jais e i cristalli in cascate, fiori, e fogli in bassorilievi di ricamo. I viaggi a Messina, le vacanze in Aspromonte o al mare, Bagnara, Seminara e Scilla – i lavori di Maria sarebbero restati un riferimento per ogni nuovo campione di ricamo. Un disegno di Karl Lagerfeld ritrae Anna Piaggi, vestita con un mix di Chanel e Versace. Karl era il suo maestro, Anna la sua amica, tra ammirazione e talento in reciproco scambio – un disegno che sintetizza il concetto di moda e decorazione di un intero secolo. «I knew if I was going to do it, I had to do it full-on» – ha detto Donatella Versace introducendo la sfilata tributo a suo fratello, lo scorso settembre.

Donatella ama le persone che le dicono cose che non capisce. Donatella vive in un mondo suo, in un’intimità famigliare protetta, in un racconto dolce di dettagli. C’è Audrey, il suo Jack Russel. C’è un anello indiano che le ha regalato Allegra. C’è l’orgoglio per suo figlio Daniel, l’erede della collezione d’arte dello zio – Daniel oggi vive a Londra facendo il musicista. Senza concedere alcun cenno al privilegio della sua provenienza – tanto da sorridere, quando un suo amico gli disse che forse era riuscito a trovare due inviti alla sfilata di Versace, e chiedendo se gli sarebbe piaciuto andarci con lui.

La capacità di Donatella nel coinvolgere nuovi stilisti – futuro, cambiamento, nuovo talento. Le collaborazioni su Versus di Christopher Kane, JW Andreson – Salehe Bembury per le scarpe. Una continua ricerca di nomi nuovi – Lee Broom, Billy Cotton. Donatella è apparsa nella campagna di Givenchy, ed è stata la prima volta che una stilista di una grande casa ha prestato il suo volto per un brand in ogni caso competitor. Donatella è visionaria, conferma la sua forza di cross mind, la capacità di infischiarsene, di fare tutto quello che un desiderio muove – ovvero, l’unica vera chiave per il lusso. Alessandro Michele, Pier Paolo Piccioli, Anthony Vaccarello seduti per lei in prima fila. La capacità e la voglia di fare squadra. La casa Versace è indispensabile alla crescita di Milano, in bilico per colpa di una Camera della Moda debole, per la recente scomparsa di Franca Sozzani che – appunto, insieme ai fratelli Versace – tanto ha dato alla costruzione di Milano Moda. «I want to work together, support each other and make fashion a true global community» dice Donatella su The Guardian. «My name is Versace – I don’t know how to do things quietly, that is just my blood and my family».

Gianni nacque otto anni prima di Donatella. Un fratello maggiore ma non solo. «Ero la sua bambola e la sua migliore amica. Mi vestiva come voleva lui. Mi veniva a prendere e mi trascinava via dalle discoteche e dai club fin da quando avevo undici anni. Lo adoravo. È stata la parte migliore della mia vita». Donatella ha riaperto gli archivi: diecimila metri quadri a Novara, che conservano circa tredicimila pezzi firmati Versace. Le stampe, i leggings sono più che mai attuali. A Donatella poco importa del design, interessa il fit. Tutto deve esser provato, tutto deve star bene addosso. Una donna si deve sentire meglio, si deve sentire impenetrabile, sia in una 38 sia in una taglia 46. «Women! Women have the courage, you see. We need more women in politics, more women CEOs. Women becoming top models, that’s not enough».

Una corona reale e un microfono, il rock, l’underground. Tutto è glam, tutto è possibile. Classic e funk, Michael Jackson, metallo, tessuto che splende, blady, tattweed. La foga e fobia da first row, il glam nel senso più esteso, il metal mesh cocktail dress – Elizabeth Hurley non sarebbe diventata così famosa senza quel vestito puntato con spille da balia alla prima di Four Wedding and a Funeral, al fianco di Hugh Grant. A Londra, la regina vietò a Diana Spencer di presentare il libro Rock and Royalty – ma la regina madre compariva fra le pagine, in una foto di Cecil Beaton. «Valentino è il sarto che mi piace di più» disse il principe Carlo, «e lei non è il principe che mi piace di più» rispose Versace. Andre Leon Talley scriveva che per capire Versace bisogna riferirsi all’estasi pittorica: Fragonard, Jacques Louis David, i manifesti cinematografici, l’iconografia religiosa, l’art decò. Vestire Versace significa credere nella tensione drammatica, un modo che è allo stesso tempo wagneriano e warholiano. Un particolare delle Sabine del 1799 conservato a Louvre diventa una gonna, una fodera di una gonna, un’immensa gala. I nettuni nudi e le fontane di Versailles, dentro ci sono i coccodrilli – è una seta del 1993.

Le immagini di Avedon e Weber scattate per Versace hanno ritratto un’energia infinita, ossessionante: un uomo sensuale, sfacciatamente ammirato, da Querelle de Brest. Un maschio ha per primo se stesso come oggetto d’amore – poi, forse, la donna o altri uomini. Immagini provocanti fecero smaniare una femmina, vacillare le sicurezze di un maschio etero. La tentazione fra Dalì e Garcia Lorca a Cadaques nel ‘27, abbracciati, amanti coinvolti in un rapporto non esclusivo. Una meraviglia globale. Il sesso non fu più implicito. L’eterosessualità fu un limite, l’omosessualità pure. Niente paura della morte, niente paura di una malattia che arrivava da San Francisco. Potere, folgore e violenza. New York. È tutto subito. Arte, transavanguardia – i rumori del ristorante di Mr. Chow, le chiazze di colore, Dine e Calder. Madame Grès trovava posto al Metropolitan. Chic and shock: Diana Vreeland non tolse gli occhi di dosso a un ragazzo che controllava i vestiti un momento prima della sfilata. Andò a sedersi, alla fine applaudì e un po’ s’innamorò.

L’alfabeto per gli dei e Roberto Calasso, i libri con Leonardo Mondadori, le case disegnate da Renzo Mongiardino. Uno specchio magico – scrive Hamish Bowles – le corti di Luigi XVI e di Napoleone III, gli abbandoni di Poiret, Bakst e Klimt, la decadenza di Otto Dix. Millicent Rogers mescolava la sua identità americana con il genius loci del Messico. Versace ha sempre saputo usare la storia, reinventandola una volta in più. Gonne ampie da Impero Austro Ungarico, in un ritratto di Worth, mescolate all’Antica Grecia e restituite a un futuro costante. Si tratta di moda italiana. Versace firmò i costumi per Capriccio di Richard Strauss nel 1991, alla Royal Opera House di Covent Garden, lo spettacolo sponsorizzato da Goldman Sachs – era il 1991. Marsine, redingote – ricami glitterati, ultra-colorati. «Il potere del brand Versace nel mondo è molto più alto di quanto potrebbe emergere dal potere di vendita attuale della casa», dice Mario Ortelli, senior luxury goods analyst a Sanfrot C. Bernstein. Il brand Versace è tra i primi ranking della consapevolezza mondiale, insieme a Coca Cola e Google – che per un’azienda di moda è effettivamente un asset inaspettato e dal valore – quindi, dal potenziale – inaudito. Oggi il nome Versace è una delle parole più famose al mondo – grazie a Versace, se arrivi in Texas e parli di Milano, la gente ti risponde sulla città della moda.

Naomi spaventava le altre dicendo che la passerella era scivolosa, così le altre camminavano incerte, mentre Naomi sembrava una pantera. Mimmo Rotella e Turandot – Proust sempre e comunque. Se c’è uno scrittore che più d’altri può essere rapportato a Versace, è proprio Proust: per quella invenzione assurda di manipolare il tempo, di giocare con la memoria, di andare avanti e indietro a una velocità che è puramente umana, la velocità di una sinapsi neuronale. «Quel che si è fatto si rifà continuamente», scriveva Proust, appunto. La fantasia di Versace è sconvolgente, stravolgente – ed è normale che l’unica colonna possibile sia quella canzone, Freedom, urlata a squarciagola – come se a cantarla fosse Julia Robert in Pretty Woman. Prince e Picasso – quelle scene tratte, niente di meno, dal Parade con cui Cocteau stupì Diaghilev. Insieme a Maurice Béjart, Versace portò il teatro nelle strade, negli aeroporti, nei ristoranti: ogni donna era un ruolo per Greta Garbo e ogni maschio poteva essere interpretato da James Dean. Perché in fondo, cos’altro è il successo? Cos’altro è una città? Cos’altro è Milano se non il sogno di ambizioni, stupori e colori che quest’uomo trasportò nel mondo? Una macchina della polizia si fermava davanti al Pio Albergo Trivulzio, Craxi smetteva di eccitare l’Italia. Gianni Versace osservò semplicemente come la cravatta non fosse più un simbolo per bene, se la indossavano anche i banditi. Is this the real life or great fantasy? – la canzone fece esplodere i magistrati del tribunale.

Dinner parties, biggest dramas and fights, biggest love. Via Gesù è un centro energetico – come nel corpo umano, dentro le viscere cui nessuno ha accesso, dentro le cave delle arterie, le anse della linfa – la pulsazione si espande ovunque, per tutte le vie e le strade. Così è via Gesù, per Milano, un cuore che pulsa. I vetri dei negozi, le pozzanghere, i cofani delle macchine – sono tutti specchi che riflettono la vanità di un solo ragazzo. La vanità è la migliore fra le virtù. Elton John regalò a Gianni un pianoforte, glielo mandò al lago di Como. Frank Moore scrisse un racconto – le parole, gridate e impazienti, voglio ballare, voglio ballare. Clemente, Rotella, Paladino, Matta disegnarono meduse per Versace. Miami, quella fine. Naomi Campbell, vestita di rosa, scese la scalinata di Piazza di Spagna, le lacrime agli occhi. Fu la conclusione di un millennio di bellezza.
Le parole di Gianni: «Ho tante cose da scoprire, e ho sempre paura di non fare in tempo. Sono uno che non si ucciderebbe mai. Penso di essere stato fortunato, chi avrebbe mai detto che —

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus