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The Fashionable Lampoon
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giuseppe fantasia

Educated – Tara Westover

Text Giuseppe Fantasia

 

Vivere senza tecnologia, senza libri, senza informazione, senza saper nulla di quello che succede nel mondo, della storia e del passato, sperduti in una casa-fattoria tra le montagne dell’Idaho a inscatolare pesche durante l’estate e a far rotazione delle provviste durante l’inverno. In attesa dei «Giorni dell’Abominio», quando il sole si sarebbe oscurato e le lune avrebbero guardato un liquido simil sangue.

A Tara Westover tutto questo, condito da violenze fisiche e psicologiche subite da parte del fratello maggiore Shawn, è successo davvero. Oggi ha trentadue anni ed è arrivata la sua rivincita. Dopo aver passato tutta l’infanzia, l’adolescenza e gli inizi dell’età adulta in una famiglia di mormoni, isolata in un angolo smozzicato dell’Idaho con fratelli e genitori – papà contadino tuttofare e operaio casalingo nella discarica in un campo vicino e madre levatrice – è riuscita a liberarsi di un peso così grande. Ha raccontato la sua storia in un libro, già bestseller negli Stati Uniti e in Inghilterra, L’educazione (Educated), in corso di pubblicazione in 53 paesi. Da noi per Feltrinelli nella traduzione di Silvia Rota Sperti.

«Non c’è stato un momento specifico in cui ricordo di aver cominciato a scrivere, ma i molti in cui ho dubitato di farlo», ci spiega in un hotel romano poco distante dal Pantheon. «Sono stati i professori a dirmi che dovevo farlo, perché secondo loro avevo avuto una vita straordinaria. Ho così dato un senso a questo bisogno di allontanamento dalla mia famiglia scrivendo qualcosa che fosse di aiuto per quelle persone che avevano avuto esperienze simili alla mia».

La famiglia può essere un rifugio, un punto di riferimento, «ma può essere anche pericolosa», aggiunge. Nonostante tutto, è riuscita a laurearsi alla Brigham Young University, a conseguire un dottorato di ricerca in Storia a Cambridge, a ricominciare una nuova vita. «Quando non si riesce a cambiare la cultura della famiglia è molto difficile, ma bisogna provarci». Con uno come suo padre, affetto da un disturbo bipolare che lo faceva essere tra le altre cose, ossessionato dalla religione, ci ha provato più volte, ma con scarsi risultati. Lo stesso con sua madre, pure vittima di quel sistema in cui nulla era in ordine. «La religione, però – tiene a ribadire – non è stata l’unica causa di quello che ho vissuto, ma solo uno dei fattori scatenanti che possono essere tanti altri, economici e psicologici. È il modo che ha l’uomo per schermarsi e non farsi domande profonde».

L’educazione finisce con l’essere la ricerca individuale della conoscenza, una forma non legata solo all’aula e agli esami. La libertà può avere molti significati, ma principalmente «il voler vivere nella mia testa», spiega. «Non voglio più essere vulnerabile né vivere la vita dovendo usare le idee che mi sono state date da altri, ma accedere a più punti di vista possibile. Da piccola avevo accesso solo idee a quelle di mio padre, le sue erano le sue e le mie, ma adesso basta: la libertà è avere accesso ad un numero illimitato di idee per poi formarsi la propria». Non dimenticatelo.

Interview with Nico Vascellari

NICO VASCELLARI - PORTRAIT MARCO ANELLI
NICO VASCELLARI'S PERFORMANCE
NICO VASCELLARI'S PERFORMANCE
NICO VASCELLARI'S INSTALLATION REVENGE
GIOVANNA MELANDRI, SERGE BRUNSCHWIG - CEO FENDI, SUPPORTER OF THE EXHIBITION

Text Giuseppe Fantasia

 

Un’alta parete di legno verniciato e bruciato dalle fiamme. Incastonati all’interno, amplificatori di diversa grandezza che attraggono e stordiscono rimandando rumore ad alto volume. Se nella sua prima versione, alla Biennale di Venezia, le casse restituivano la voce dell’artista distorta in un suono quasi demoniaco, dopo undici anni, in occasione del suo riallestimento nei nuovi spazi sotterranei del Museo MaXXI di Roma, viene proposta con una nuova versione, composta dalla rielaborazione dei suoni prodotti durante una performance corale. Stiamo parlando di Revenge, l’installazione del performer Nico Vascellari. La ripropone con lo stesso nome, che – come ci spiega – «sottolinea oggi un conflitto interno riguardo cosa sia possibile». Con questo focus – a cura di Bartolomeo Pietromarchi e aperto al pubblico fino al 2 settembre prossimo – il museo progettato da Zaha Hadid propone un approfondimento sul lavoro dell’artista a partire da quell’opera con cui vinse l’edizione 2006-2007 del Premio per la Giovane Arte Italiana, parte della collezione del MAXXI Arte.

«L’opera sottende delle presenze ed è pensata perché possa vivere della mia assenza», aggiunge.  «È come entrare in guerra: una guerra continua per mantenere la propria identità, l’autonomia intellettuale, poetica ed emotiva e, come in ogni guerra, ci sono degli alleati, delle persone che creano le basi perché questa co-Revenge, questa vendetta, sia possibile, un modo per leggere una sorta di conflitto interiore rispetto al fatto che il mio lavoro venisse di colpo istituzionalizzato così rapidamente». Gli alleati, per Vascellari, sono da sempre la sua famiglia d’origine, madre, padre e sorella. Con loro realizzò il celebre lavoro artistico e musicale – Nico & the Vascellaris – vincitore del primo Premio Internazionale della Performance a Trento nel 2005, quando alla presidenza del concorso c’era Marina Abramovic, sua fan. «Credo che essere un artista sia un atto di fede, devi crederci tu, ci deve credere la tua famiglia, i tuoi amici e piano piano devi convincere sempre più persone». Nel caso della performance, il sostegno della maison romana «è stato fondamentale. Gli ha permesso di mostrare per la prima volta la fase del preludio, «una fase della performance che è sempre esistita nei lavori che coinvolgono altre persone oltre a me». Con il preludio è riuscito a creare una sinergia tra i partecipanti, sconosciuti tra loro. Nel momento in cui il pubblico entra nello spazio, c’è  già «una situazione di energia e di azione in divenire».

Per Nico la creatività  «è una talpa che attraversa strati di terra, che connette mondi diversi e che sopravvive al buio e alla luce». Per le sue opere prende ispirazione ovunque, ma è il mondo animale a trasmettergli più stimoli. Non fa mai entrare la morale nell’intimità. Quando un artista permette questo, «fallisce». La musica ce l’ha nel sangue. Il suo gruppo musicale, i Ninos du Brasil, hanno un approccio alla musica che è «viscerale e sessuale, capace di esprimere il modo in cui viviamo, il ritmo e l’esistenza, è una sorta la lotta alla timidezza e alle inibizioni». Vascellari è nato nel 1976 a Vittorio Veneto, ma è a Roma che ha scelto di vivere. «Ora è la mia città, ed è di una bellezza indubbia. Il suo degrado è pesante, però mi sorprende ogni giorno. Tra palazzi e rovine si stratificano culture e si crea un trasporto emotivo. È l’idea che guida il mio lavoro. L’Italia è il nostro paese».

MAXXI, maxxi.art

200 anni di Cova

Text Giuseppe Fantasia

 

In Francia come in Italia, i caffè sono una parte chiave della vita mondana, salotti insieme privati e pubblici dove tutti siedono e riflettono. Luoghi di interazione sociale, di discussione creativa e intellettuale. A Milano, un punto di riferimento in tal senso, sito in un palazzo neoclassico ad angolo tra via Montenapoleone e via Sant’Andrea, è la Pasticceria Cova. Colpisce per il suo fascino senza tempo e la lunga, ininterrotta storia. Da Verdi a Puccini, da Toscanini a Mascagni, da Eleonora Duse ad Arrigo Boito – che lo frequentavano prima o dopo i loro spettacoli al Teatro alla Scala – Cova era il caffè della cultura per eccellenza, ma anche il caffè della politica: Garibaldi e Mazzini erano soliti fermarsi da quelle parti e discutere di strategie nei suoi salotti. Marlene Dietrich, Luchino Visconti e Maria Callas – come da loro stessi più volte dichiarato – grazie a Ernest Hemingway, che lo cita in due suoi libri, ne scoprirono la bellezza ben prima di frequentarlo personalmente.

In occasione dei duecento anni di storia, la casa editrice Assouline celebra il locale pubblicando il libro Pasticceria Cova, che si ispira ai ricordi e ai racconti di chi ha vissuto da vicino la storia e la tradizione della più antica pasticceria meneghina che ha tramandato di generazione in generazione l’eccellenza del savoir-faire, i valori dell’artigianalità, l’attenzione ai clienti. A scriverlo, Paola e Daniela Faccioli, figlie del celebre Mario – «l’atlante che ha retto i destini di Cova di fine Novecento» – e che, nel 2013, hanno ceduto le quote di maggioranza al gruppo Möet Hennessy Louis Vuitton (LVMH).

Sfogliando quelle pagine, oltre ai testi (la prefazione è di Alain Elkann), a colpirvi saranno le fotografie di Harald Gottschalk e Giovanni Gastel che vanno a ripercorrere le tappe fondamentali di quella storia bicentenaria, «un racconto fatto di italianità, artigianalità e passione» – ci spiega Paola Faccioli, CEO di Cova – «pagine da cui emergono l’impegno e la dedizione che coltiviamo ogni giorno e che trasformano quello che può apparire come un semplice lavoro in una vera e propria missione». «Una storia antica – continua – che inizia nel 1817, anno in cui Antonio Cova, figlio ventitreenne di due salumieri e ufficiale napoleonico in congedo, in un palazzo d’angolo di fronte alla Scala, aprì il Caffè del Giardino che cambiò presto nome in Offelleria Cova, ma tutti lo chiameranno sempre Cova, a rimarcare l’importanza del fattore umano. Poi, nel 1988, nostro padre l’ha rilevata e da quel momento non si è più fermato. Una passione e una dedizione al lavoro che continuiamo a fare oggi anche noi».

Per uno come Giovanni Gastel, celebre fotografo nonché nipote di Luchino Visconti, Cova «è un posto dove ci si sente sempre a casa». Solare e allegro, «ti colpisce come una persona, per il modo in cui ti accoglie, per la sua qualità e il suo sense of humour». «È l’esempio dell’etica della borghesia – aggiunge – ovvero quell’adesione assoluta a quello che si fà e al farlo nel migliore dei modi, che è poi il metodo che insegno anche ai miei allievi. La volontà, l’eleganza, il rigore e la professionalità sono il sale del successo». Il vero lusso? «Bisogna saperlo vivere a diversi gradi e intensità, è un qualcosa che ha a che fare con il valore delle cose, non con il loro prezzo».

La sede storica resta sempre, ovviamente, quella milanese, ma dal 1994 sono state aperte Pasticcerie Cova anche in Giappone e in Cina – a Shanghai ce ne sono cinque – e, di recente, anche a Shenzhen, Monte Carlo e Dubai. Se siete a Milano, nei periodi più caldi, da non perdere è il giardino Cova. Un luogo perfetto dove sorseggiare un aperitivo o mangiare uno spuntino rilassandosi (e perdendosi) tra tanta bellezza. Quella vera.

Pasticceria Cova

Via Montenapoleone, 8, 20121 Milano

02 7600 5599

covamilano.com

La mostra Open Stage

Text Giuseppe Fantasia

 

Uscire dalle proprie comfort zones cercando sempre di sperimentare, soprattutto quando farlo diventa difficile e rischioso; disegnare su carta un bozzetto da cui poi partire per realizzare lo scatto; toccare con mano la materia – che sia terra fangosa, acqua o fuoco poco importa – e oltrepassare i confini.

Da quando aveva diciannove anni, Kyle Thompson amava isolarsi nei sobborghi della sua città, Chicago, per cercare se stesso e quel qualcosa che gli mancava, andando alla scoperta di luoghi dove l’umano non è o non è più presente, come le case abbandonate, le foreste vuote, i fiumi e i laghi. Ha popolato quei luoghi di sé, traendone spesso autoritratti poco definiti e ambientati in atmosfere e luoghi onirici e a dir poco effimeri, ricordando a suo modo scene di film di David Lynch. In quei contesti ha esplorato le proprie emozioni e sensazioni intervenendo sulla scena con acqua, fumo, effetti di luce e oggetti della sua quotidianità o della sua storia col solo scopo di rafforzare il racconto o guidare l’osservatore.

Il risultato è stata una serie di foto – Ghost Town (2015) – in cui esplora città abbandonate e inondate accanto a frammenti di vita e ricordi d’infanzia che vanno a fondersi in scatti malinconici e introspettivi dove è proprio l’acqua a divenire il simbolo di quella depressione che un tempo lo dilaniava, un mezzo per alterare e deformare la realtà ma necessario per potervisi riconoscere.

Oggi che di anni ne ha ventisei, grazie alla Reggia di Caserta e alla galleria aA29 Project Room, Thompson torna in Italia con la personale Open Stage, ospitata nella residenza reale più grande al mondo fino al 4 giugno prossimo.

«Necessitavo di un modo per incanalare le mie emozioni, sentivo che gli autoritratti le esprimevano, senza dover ricorrere alle parole», ci ha spiegato durante il vernissage.  «Le sue sono fotografie concettuali dove persone e luoghi concorrono a mettere in scena storie, situazioni apparenti, surreali e oniriche che svelano un’ interiorità fatta di ricordi, sogni, incubi e nostalgie oltre a una riscoperta delle sue origini est-europee», ha precisato la curatrice, Gabriela Galati. Per rendere al meglio questa sorta di dualismo fra dimensione urbana e natura, le foto in mostra sono concepite in dittici: da un lato c’è un’immagine di grandi dimensioni – sempre un autoritratto dell’artista immerso nella natura all’interno delle aree urbane – e dall’altro una di dimensioni più ridotte, in cui lo sguardo si sposta sull’ambiente complessivo al quale lo scorcio naturale appartiene. Il suo obiettivo va a mettere in evidenza come la città cambia la natura, ma anche come alcune porzioni della stessa riescono a mantenersi immutabili. Alla fine, ciò che emerge, sono solo le emozioni che possono essere vicine o reali, ma comunque necessarie per rivedersi, conoscersi e capirsi un po’ di più.

Kyle Thompson – Open Stage
a cura di Gabriela Galati

Dal 28 marzo al 4 giugno 2018

Tutti i giorni (tranne il martedì) dalle 8.30 alle 19.30

Reggia di Caserta
Viale Douhet, 2/a, Caserta

Pietro Russo per Gallotti&Radice

Text Lampooners

 

In occasione della Design Week di Milano 2018, nello spazio che diventerà showroom monomarca Gallotti&Radice, è stata realizzata Luce Solida, una performance artistica per rappresentare la materialità della luce e giocare con le ombre per rivelare (o nascondere) l’ambiente e i suoi dintorni. A pochi passi da piazza Duomo, nell’area Durini District, è stato presentato un allestimento per mettere in scena le ultime novità Gallotti&Radice e i pezzi distintivi del brand: il designer Pietro Russo è riuscito a dare vita a un luogo intimo, interattivo e mutevole: «Il mio obiettivo è combinare temi e stili, mettendo in comunicazione linguaggi diversi. Attraverso il mio lavoro voglio raccontare una storia». Dalla credenza Diedro, in legno bianco Taba Frisé e in legno nero Tanganika, al tavolo Maat, con quella sua particolare struttura in alluminio, fino al coffee table in marmo Cookies e al vanity set Selene. I riferimenti di Pietro Russo per l’allestimento prendono spunto dai lavori teatrali di Adolphe Appia, scenografo svizzero che ha rivoluzionato il mondo del teatro contemporaneo. Con potenza creativa, l’arredamento ha preso vita dialogando con il reale e perdendo per un momento la sua funzione, per esistere al servizio di una metafisica nuova. Di fronte a questa visione onirica, lo spettatore ha avvertito una sensazione di poetico smarrimento: le luci e le ombre, lo spazio e gli oggetti sono diventati elementi plasmabili, capaci di creare movimento e valorizzare scenograficamente l’ambiente che li ospita. Il progetto ha incontrato la filosofia di Gallotti&Radice, che da sempre declina i suoi prodotti per adattarli alle esigenze di ogni singolo cliente. Il risultato è stata una suggestiva ambientazione in grado di raccontare la forma degli oggetti nello spazio attraverso un’esperienza totalizzante, nella quale l’arte ha incontrato il design.

Luce Solida | Pietro Russo X Gallotti & Radice

Via Cavallotti, 16, 20122, Milano

17/22 aprile 2018

10:00 – 22:00

lucesolidaevent.com

Per accedere allo spazio è necessario registrarsi all’indirizzo: lucesolidaevent@gallottiradice.it

Courtesy of Press Office
gallottiradice.it – @gallottieradice