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grand palais paris

Un panfilo ancorato a Parigi

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La crociera è un viaggio in un posto esotico, quando si usava partire durante i mesi invernali – in Egitto o per i Caraibi. Il sapore del mare è diverso in ogni angolo del pianeta – lo riconosci tra gli scogli del Mediterraneo, nelle traversate in India con il Duca d’Edimburgo, tra la luce di Gibilterra. All’inizio del Novecento, Palermo era meta esotica per i sovrani scandinavi, una piccola Parigi italiana dove donna Florio faceva eco a quel poco che restava della Vienna asburgica.

Si potrebbe dire che la questione di uno stile da crociera sia stata inventata da Chanel, ma il primato verrebbe ridotto a una questione anagrafica. Chanel mise i pantaloni alle donne – quando pensò di vestirle alla marinara lo fece con un sorriso. Chanel diede inizio alla classe borghese del Novecento, quella del boom industriale e del lavoro come valore – quella borghesia sbeffeggiata in Italia dagli Agnelli, sia a colpi di cassa integrazione, sia per lo snobismo del libro ambientato in una Versilia più bella di qualsiasi terra fuori continente.

Ieri sera, un panfilo transatlantico è apparso a grandezza reale sotto la volta del Grand Palais. Una produzione pari a quella di un colossal hollywoodiano – la maggior parte del materiale per realizzarlo verrà riciclata in ottica ecosostenibile. La musica di un rave di Bali ha dato il segno dell’inizio: lungo il molo ha sfilato una collezione di quasi novanta pezzi. I nomi delle modelle compongono la lista più importante dell’industria attuale – ma da Chanel è solo dettaglio, poco importa, a confronto dello spettacolo.

I vestiti ritrovano le origini della moda per ogni crociera che Coco Chanel pensò la prima volta nel 1919: righe bianche alternate a strisce di blu Mediterraneo. Righe azzurre e sopra la plastica, righe rosse, navy e avorio. Jeans e perle. Abiti lunghi e neri da sera e guanti bianchi. Scarpe basse, baschi in tweed. Occhiali dalle lenti blu come il fondo di Capri. Accostamenti di rosa, argento e verde acqua. Una vecchia canzone di Celentano il molleggiato, sul finale il Go West dei Pet Shop Boys.

Cinquecento studenti visiteranno il Grand Palais per toccare il lavoro degli artigiani diretti da Lagerfeld: sarti e ricamatori, con tecnica fra l’antico e il laser – resta ancora difficile raccontare a parole quello che si comprende muovendo tra le dita la tessitura di qui pezzi di stoffa – se di stoffa si può definire una materia in tweed di metalli, sete, lane, plastiche – lavorati, tirati, annodati, rifiniti e intarsiati.

#ChanelCruise ha sfilato il 3 maggio davanti a un transatlantico ricostruito al Grand Palais.
La collezione Chanel Cruise 2018/19 è stata presentata a cinquecento studenti il 5 maggio al Grand Palais.

chanel.com

Courtesy of Press Office
chanel.com – @chanelofficial

Chanel Hyper Couture

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Il talento multiforme e innovativo di Karl Lagerfeld lascia ancora una volta senza fiato. Non certo per la barba candida con cui si è manifestato alla fine dello show haute couture Chanel P/E 2018. Una carrellata, quella andata in scena ieri mattina al Grand Palais, di sessantanove abiti che non si possono che definire magistrali, nel segno di un’ispirazione floreale e romantica cui alludevano i treillages voltati percorsi da pallide rose antiche, le pelouse e la fontana centrale, elementi che mettevano in scena un giardino di Bagatelle fantastico sotto la volta vetrata del Grand Palais. Il fatto è che Lagerfeld è un couturier senza pari e davvero the last of a kind. Come nessuno, ben al di là perfino delle incredibili incrostazioni di canottiglie e dei delicati ricami Lesage a microscopiche corolle e boccioli, a ghirlande rocaille o a nuvolette tonali in micro-paillettes pastello, come nessuno sa costruire e impaginare quella forma e quel gioco strutturale e dinamico che incarnano l’essenza ultima e più iconica dell’haute couture.

Gonne a tulipano, in variazioni di morfologia, di ampiezza e di lunghezze, ma anche pantaloni e inediti shorts. Le spalle dei tailleur, l’emblema di Chanel, enfatizzate e arrotondate guardando agli anni Ottanta, silhouette a trapezio e a cloche ammorbidite da applicazioni di piume fluttuanti, bagliori di strass su balze a petalo di organza. Tulle per sfumare, per intonare un inno alla leggerezza: quella più significante, concettuale e virtuosistica. Tweed imprendibili di varie tramature, combinazioni e nuances, talvolta en suite con gli stivaletti dal platform in perspex trasparente. Mille-fleurs pastello neo-vittoriani, una tavolozza di rosa tenui e luminosi, di ciclamino, di verdi d’ogni gradazione, fino al peridoto e allo smeraldo, con tocchi di bluette e nero, di avorio e acqua. Soprabiti disegnati e tuniche vagamente inizio Novecento, jump-suits siderali in paillettes argento vivo, pizzo soffuso, gocce di rugiada sul tulle point-d’esprit delle velette fermate in alto da piccoli bouquet. Infine, la sposa, una moschettiera in bianco ottico dai cuissard sensuali e guasconi, ammantata da una montagna di piume candide e golose come panna montata.

Courtesy of Press Office
chanel.com – @chanelofficial